Commenti a: Hirst: la rifondazione del Mito tra aura sacrale, pop e gesta titaniche https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/ un blog di approfondimento culturale Fri, 03 Jan 2025 17:52:45 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Homepage https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-2020001 Sat, 14 Dec 2024 12:29:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-2020001 … [Trackback]

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Di: Francesco Ciregia https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-2010656 Tue, 13 Oct 2020 16:25:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-2010656 I marmi sono stati fatti in Italia, alcuni da me medesimo!

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Di: Adriano Ercolani https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964347 Fri, 22 Dec 2017 14:23:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964347 Gentile Mario,
leggo solo ora la tua interessante considerazione.
Credo che Chiara abbia già risposto nei suoi commenti successivi.
Hai ragione.
T.S. Eliot scrive alla fine del grandioso mosaico di citazioni sincretiche de “La Terra Desolata”: “These fragments I have shored against my ruins”.
Ora non abbiamo nemmen più le rovine.
Interessante che un artista popolare come Bob Dylan in una sua celebre canzone dica:
“Disillusioned words like bullets bark
As human gods aim for their mark
Made everything from toy guns that spark
To flesh-colored Christs that glow in the dark
It’s easy to see without looking too far
That not much is really sacred”.
Fu preso per uno sberleffo nichilista, mentre Dylan per tutta la carriera inseguirà, anche ingenuamente se vuoi, il recupero del Sacro, con conversioni e riconversioni spettacolari.
Dunque, proprio un secolo dopo Duchamp, Hirst mette in mostra, mastodonticamente, esattamente la necessità di rifondazione del mito (come dice Chiara) dalle macerie del postmoderno.
Questo è secondo me lo zeitgeist.
Come vedi, e come hai gentilmente notato, finalmente c’è un evento culturale che ci fa affrontare temi cruciali.
Non è poco.
Grazie ancora per i tuoi contributi.

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964322 Wed, 20 Dec 2017 23:20:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964322 Grazie a te, Mario, per il confronto di spessore e il garbo.
Spero di “rivederti” nell’ultimo articolo della rassegna, che verrà pubblicato entro settimana.

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Di: Mario Rossi https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964320 Wed, 20 Dec 2017 21:16:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964320 Bene Chiara, mi pare che abbiamo toccato punti importanti. Grazie della dritta sul libro, sarà interessante leggerlo. Buon proseguimento e buon lavoro.

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964318 Wed, 20 Dec 2017 15:50:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964318 Caro Mario,
siamo arrivati al punto: pop e popolare. Il primo non ti appartiene, il secondo sì.
Ebbene, da Warhol in poi, la questione è apertissima, risposte certe ancora non ce ne sono. C’è un interessantissimo libro, scritto da Bettina Funcke, che prende di petto proprio questo tema: “Pop or Populus: Art between high and low”.
L’autrice cerca di sviscerare il problema, ma non ne dà una soluzione. O, meglio, la sua risposta è che siamo in mezzo a un guado.
Insomma, “popolare” e “pop” sono entrambi paradigmi socio-culturali: il discorso è antropologico. Media e globalizzazione hanno complicato le cose, perché hanno squarciato i confini netti di comode categorizzazioni e hanno ridotto o dissipato distanze considerevoli, soprattutto a livello percettivo. Ciò rende il contemporaneo tutto molto torbido (Il guado di cui sopra) per essere analizzato con le lenti usuali.

Concludendo, capisco il tuo punto di vista: Hirst chiaramente solleva e affronta la questione a modo suo (come tante altre, all’interno della mostra). Ogni lettura del suo gesto è possibile. Per quanto mi riguarda: solo il tempo ci darà l’esatta dimensione e collocazione della sua Opera.

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Di: Mario Rossi https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964317 Wed, 20 Dec 2017 14:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964317 Ancora grazie Chiara, vedo che la mostra di Hirst fa parlare (di sé ma non solo di sé). Non so se esistano situazioni artistiche oggi ad essa paragonabili per ampiezza di spettro tematico, ma mi fido di te, per carità. Se lo dici avrai le tue buone ragioni. Grazie della ricopiatura della didascalia su Aten, è interessante. Infatti tutto questo mi pare il lato forte della mostra; la mia perplessità è proprio sull’uso del pop, proprio applicato all’iconografia. A mio avviso è qui il punto debole perché, per le ragioni di cui ho scritto sopra, non ne vedo la necessità.

(Sottigliezze sugli esempi di iconografia che citi: le Madonne del Botticelli sono ispirate dal ricordo della bellezza di Simonetta Vespucci, non ricalcate sulle sue fattezze; e quanto al Caravaggio, non c’è certezza che la Madonna dei Pellegrini ritragga le vere fattezze di Maddalena Antognetti; se fosse stato così, il quadro sarebbe stato rifiutato dato che appunto avrebbe ritratto la Vergine con il volto di una prostituta; invece la Madonna dei Palafrenieri a rigore è un altro soggetto, non una Madonna col Bambino).

Non sono d’accordo che una prostituta sia pop. Casomai è popolare, cioè un’altra cosa; quindi a mio avviso non vale il parallelo con Aten-Rihanna. È proprio qui il punto: come dici tu, l’Arte si nutre del quotidiano per trascenderlo; ma Rihanna non è il quotidiano, è il pop. Per qualcuno potrà anche esserci identificazione, ma mi sembra chiaro che quotidiano e pop non sono la stessa cosa. È ovvio che Hirst ha tutto il diritto di ritrarre il proprio tempo con la lente pop, ma è la sua lente, non la Lente, perché il pop è il suo contesto, non il Contesto. Personalmente non vivo in un contesto pop, per cui se un artista vuol parlarmi tramite il pop, non mi parla, perché il mondo pop non mi appartiene. Mi appartiene il popolare, non il pop; il popolare riguarda tutti, il pop solo alcuni.

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964315 Wed, 20 Dec 2017 12:25:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964315 Caro Mario Rossi,

ti avevo risposto giorni fa, ma è in fase di moderazione, perché ci avevo messo dei link a delle immagini esplicative. Riposto il commento, senza link, così è immediato (quindi, nel caso lo dovessero sbloccare e il commento dovesse essere pubblicato successivamente, non badarci, se non magari per le immagini grazie!)

Hirst non solo raffigura Aton/Akhenaton con le fattezze di Rihanna, non solo ha creato un enorme disco solare in oro , ma, nella cornice narrativa avente come protagonista Cif Amotan II, tutta la collezione della mostra doveva essere collocata in un fantomatico tempio dedicato al Dio Sole (tutto scritto sia nella guida, che nella presentazione web della mostra).
Non sono d’accordo con te nel pensare che Hirst glorifichi le pop star, usando la loro fisiognomica. O, meglio, non sono d’accordo che questa (presunta) glorificazione, non possa convivere con un (presunto) recupero del Sacro. Rispondendo direttamente alla tua domanda: ” se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro?”: l’ignoranza è ammessa, nella mostra: Hirst sa benissimo il livello medio culturale di quest’epoca, per quello che dota ogni fruitore di una guida cartacea in cui dà le coordinate per questa evocazione. La guida, come dico nell’articolo, è una serissima e accurata – benché totalmente e VEROSIMILMENTE inventata – esplicazione archeologica di tutte le opere. Questo cosa significa? Che ogni didascalia è in sé un pezzo che parla di antropologia, mito e rito: temi che hanno a che fare con il concetto di Sacro. Per essere esaustiva, ti ricopio la didascalia della statua di Aten: “L’insolita posa di questo busto, con il volto rivolto verso il cielo, è probabilmente collegabile alla straordinaria rivoluzione monoteistica avviata dal faraone Akhenaton nel XVI secolo a.C. Akhenaton abbandonò il vasto pantheon di divinità egizie a favore di un’unica entità solare: Aton, colui che dà la vita. In tal modo, l’oggetto della venerazione risiedeva non più in santuari costruiti dall’uomo, ma in cielo”.

Ora, ritornando all’elemento pop, può essere una considerazione ardita, ma per creazione e uso dell’immagine e la conseguente adorazione della medesima da parte dei fan, le pop star nascono con lo stesso sistema con cui nascevano iconograficamente miti e sovrani (Aten, giusto per continuare a esplicare l’esempio). Il problema è che il collegamento non viene spontaneo perché ormai siamo talmente abituati a essere bombardati di immagini, che non ci rendiamo conto che non è sempre stato così. Se uno pensa, all’epoca dell’antico Egitto, quante potevano essere le immagini che un singolo uomo poteva incontrare nell’arco di una giornata, credo si rimarrebbe stupiti dal constatare la loro scarsezza.
Hai ragione a sentire il bisogno di chiarezza su cosa si intende per Sacro e Mito (c’è il progetto di scrivere un libro su questi temi, assieme agli altri autori di questa rassegna hirstiana), ma, come dico nell’articolo, poiché non ho a disposizione un tomo, ma poche battute virtuali, qui posso fornire solo degli “appunti” per far intuire la grandiosità di questa mostra; e chi legge è chiaramente libero di non accettarli o di dubitarne, suscitando un’interessante discussione (cosa che stiamo facendo, con mia somma gioia).

Sul discorso dell’iconografia, altro tema vasto per non dire infinito della Storia dell’Arte, tento una difficile sintesi: la Madonna col Bambino è un’immagine archetipica, in quanto composizione. Ma, se, come fa Caravaggio, il volto della Madonna è il volto di una prostituta (cosa c’è più pop di una prostituta, a ben pensarci?) della sua epoca, questo atto non è blasfemo, né volgare (Caravaggio non dà certamente della prostituta alla Madonna!), casomai è la figura di Maddalena Antognetti a essere nobilitata ed eternizzata nell’iconografia. Come la più decorosa Simonetta Vespucci, venerata dal Botticelli, trascende il suo tempo e la sua caducità umana all’interno di un contesto artistico. Perché questo fa l’Arte: si nutre del quotidiano, per trascenderlo. Ritornando a Hirst: Aten ha le fattezze di Rihanna, ma ciò non rende la statua una glorificazione del Pop, casomai il volto della cantante si stacca dal suo essere pop, assurgendo a un piano superiore: quello dell’Arte, appunto. è chiaro che qui Hirst gioca con la convenzione che, stando queste opere in un museo, allora sono opere d’arte. Ed è chiaro che al punto in cui è arrivata l’Arte Contemporanea, anche il Sistema-Museo sta avendo il suo tempo di crisi (messo in discussione per la prima volta, esattamente 100 anni prima, da Duchamp).

“Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia?”: non sta scritto da nessuna parte, ma se il messaggio deve essere veicolato, certamente non posso prescindere dall’ambiente in cui lo immetto e non fa parte di nessun artista negare il proprio tempo, perché, come detto, ogni artista è l’espressione del suo contesto (temporale, sociale, religioso, politico). Altrimenti, artisti e intellettuali farebbero opere solo per loro stessi; invece, senza il fruitore, l’Opera non esiste.
“ci metto le popstar così la mostra vende”: no. La mostra non è sulle popstar. Infatti nella propagazione mediatica e pubblicitaria della mostra non si è fatto leva su questo. Se vai sul sito di Palazzo Grassi, alla sezione della mostra, la gallery ti mostra solo statue dal sapore mitico-archeologico. è una mostra da scoprire, poiché si prefigge tanti obiettivi (secondo me, toccandoli tutti magnificamente), vette critiche non indifferenti e una nuova pagina bianca per l’artista contemporaneo.

Se mi permetti, la dimostrazione che questa mostra è notevole, è il tipo di discorsi che evoca: trovami un corrispettivo artistico contemporaneo che ti fa parlare di sacro, mito, iconografia, arte antica, moderna e contemporanea, mercato e sistema museale tutto in una volta…

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Di: Mario Rossi https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964314 Wed, 20 Dec 2017 11:51:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964314 Caro Adriano e cara Chiara,
Grazie a voi degli articoli che hanno consentito questo scambio di punti di vista. Vorrei condividere con voi due osservazioni, una continuando sulla mostra di Hirst e l’altra più generale sull’arte oggi.

1) La mostra. Ritengo interessante l’idea che a quanto capisco la fonda, ovvero il naufragio e il ritrovamento dei reperti. Scoprendo reperti (veri o falsi a mio avviso non importa) di un epoca lontana, avviene il collegamento a un immaginario, a una costellazione di miti che, se sono tali, sono ancora nostri; avviene in noi l’evocazione – certo, essa avviene se crediamo che quei reperti siano testimoni di una figurazione mitica. Se crediamo questo, se crediamo che quella figurazione ancora ci appartenga, dunque perché, che bisogno c’è di sovrapporvi il rimando al pop contemporaneo? Se Ishtar ci parla ancora, perché non sarebbe bastato il ritrovamento di una Ishtar “qualunque” (che poi sarebbe stata inevitabilmente la Ishtar di Hirst), senza le fattezze di Yolandi Visser? Ritorno sull’esempio della Madonna col Bambino: che bisogno ci sarebbe del dare alla Vergine il volto di Lady Gaga? Se la Madonna col Bambino è icona dell’osmosi fra madre e figlio, a me sembra chiaro che i loro volti non debbano essere ricalcati (attenzione, ho scritto ricalcati, non ispirati) su quelli di persone reali, tanto meno di figure già iconizzate dal mainstream; infatti sappiamo che (lo abbiamo visto nel corso della nostra arte occidentale) il procedimento inverso, l’idealizzazione del volto, consente il riconoscimento mitico. A mio avviso Hirst non crede ai miti che raffigura, ed è proprio perché non ci crede che li declina in versione pop: come a dire, io non ci credo, altrimenti non sentirei la necessità di sovrapporvi il pop; il pop mi serve per infondere l’aura “mitica” che manca in essi.

2) Arte oggi. Adriano, tutti quelli che tu citi, Warhol, Eliot, Joyce, sono testimoni novecenteschi, del secolo passato. Oggi siamo in un’altra epoca. Un’epoca in cui non ha più senso cantare la senescenza della cultura europea, il consumo dell’arte o la resa alla schizofrenia; cosa vogliamo fare oggi? Vogliamo radere al suolo le rovine? Cosa vogliamo continuare a desacralizzare, visto che non c’è più niente di sacro (e meno male, perché se non c’è più niente di sacro, vuol dire che non c’è più niente di separato)? Cosa vogliamo spogliare, quale caduta dell’aura vogliamo testimoniare? È già stato fatto tutto, a tempo debito. A mio avviso, l’artista oggi deve preoccuparsi di offrire il suo zeitgeist, uno zeitgeist di edificazione e non di demolizione o di parodia o di ironia nichiliste. Il secolo demolitore, parodico e ironico è stato il Novecento, e il Novecento è finito, perché siamo già arrivati al grado zero della demolizione, della parodia e dell’ironia.

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964290 Tue, 19 Dec 2017 00:12:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964290 Caro Stefano B,
certamente è ciò che rimane del Mito, che ci mostra: è di fatto un ritrovamento di meraviglie, che gli abissi avevano custodito (a questo proposito, non perderti il terzo articolo conclusivo di questa rassegna, che uscirà a breve: parla proprio di acqua e memoria). Ricorda anche il titolo della mostra: “tesori” (non ceneri) dal relitto dell’Incredibile. E un tesoro è tale solo quando il suo valore è indubbio.
Che invece Hirst volesse parlare dell’impossibilità di ripristinare una dimensione mitica, può essere, ma fatico a crederlo, altrimenti si sarebbe limitato a fare una finta mostra archeologica, non a disseminare le opere di rimandi al contemporaneo (icone pop, antichi busti con il logo Mattel ecc). Un senso tutto ciò ce lo avrà…
Sulla non necessità di rifondazione del mito, invece, sono abbastanza certa che non sia così; la mancanza è sentita: il Mito è l’Origine. Non sentire la necessità dell’Origine, significa non sentire la necessità di esser nati da qualcuno (da una Madre): questo coinciderebbe con la non esistenza.

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964289 Mon, 18 Dec 2017 19:15:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964289 Caro Mario Rossi,
Hirst non solo raffigura Aton/Akhenaton con le fattezze di Rihanna (https://www.instagram.com/p/BcP1YidHj3I/?taken-by=babooinsta), non solo ha creato un enorme disco solare in oro (http://images2.corriereobjects.it/methode_image/2017/01/20/Cultura/Foto%20Cultura%20-%20Trattate/7222ab08-10af-11e7-b030-768954394623-kdBB-U432701159853017DLI-593×443@Corriere-Web-Sezioni.jpg?v=201705201856) , ma, nella cornice narrativa avente come protagonista Cif Amotan II, tutta la collezione della mostra doveva essere collocata in un fantomatico tempio dedicato al Dio Sole.
Non sono d’accordo con te nel pensare che Hirst glorifichi le pop star, usando la loro fisiognomica. O, meglio, non sono d’accordo che questa (presunta) glorificazione, non possa convivere con un (presunto) recupero del Sacro. Rispondendo direttamente alla tua domanda: ” se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro?”: l’ignoranza è ammessa, nella mostra: Hirst sa benissimo il livello medio culturale di quest’epoca, per quello che dota ogni fruitore di una guida cartacea in cui dà le coordinate per questa evocazione. La guida, come dico nell’articolo, è una serissima e accurata – benché totalmente e VEROSIMILMENTE inventata – esplicazione archeologica di tutte le opere. Questo cosa significa? Che ogni didascalia è in sé un pezzo che parla di antropologia, mito e rito: temi che hanno a che fare con il concetto di Sacro. Per essere esaustiva, ti ricopio la didascalia della statua di Aten: “L’insolita posa di questo busto, con il volto rivolto verso il cielo, è probabilmente collegabile alla straordinaria rivoluzione monoteistica avviata dal faraone Akhenaton nel XVI secolo a.C. Akhenaton abbandonò il vasto pantheon di divinità egizie a favore di un’unica entità solare: Aton, colui che dà la vita. In tal modo, l’oggetto della venerazione risiedeva non più in santuari costruiti dall’uomo, ma in cielo”.

Ora, ritornando all’elemento pop, può essere una considerazione ardita, ma per creazione e uso dell’immagine e la conseguente adorazione della medesima da parte dei fan, le pop star nascono con lo stesso sistema con cui nascevano iconograficamente miti e sovrani (Aten, giusto per continuare a esplicare l’esempio). Il problema è che il collegamento non viene spontaneo perché ormai siamo talmente abituati a essere bombardati di immagini, che non ci rendiamo conto che non è sempre stato così. Se uno pensa, all’epoca dell’antico Egitto, quante potevano essere le immagini che un singolo uomo poteva incontrare nell’arco di una giornata, credo si rimarrebbe stupiti dal constatare la loro scarsezza.
Hai ragione a sentire il bisogno di chiarezza su cosa si intende per Sacro e Mito (c’è il progetto di scrivere un libro su questi temi, assieme agli altri autori di questa rassegna hirstiana), ma, come dico nell’articolo, poiché non ho a disposizione un tomo, ma poche battute virtuali, qui posso fornire solo degli “appunti” per far intuire la grandiosità di questa mostra; e chi legge è chiaramente libero di non accettarli o di dubitarne, suscitando un’interessante discussione (cosa che stiamo facendo, con mia somma gioia).

Sul discorso dell’iconografia, altro tema vasto per non dire infinito della Storia dell’Arte, tento una difficile sintesi: la Madonna col Bambino è un’immagine archetipica, in quanto composizione. Ma, se, come fa Caravaggio, il volto della Madonna è il volto di una prostituta (cosa c’è più pop di una prostituta, a ben pensarci?) della sua epoca, questo atto non è blasfemo, né volgare (Caravaggio non dà certamente della prostituta alla Madonna!), casomai è la figura di Maddalena Antognetti a essere nobilitata ed eternizzata nell’iconografia. Come la più decorosa Simonetta Vespucci, venerata dal Botticelli, trascende il suo tempo e la sua caducità umana all’interno di un contesto artistico. Perché questo fa l’Arte: si nutre del quotidiano, per trascenderlo. Ritornando a Hirst: Aten ha le fattezze di Rihanna, ma ciò non rende la statua una glorificazione del Pop, casomai il volto della cantante si stacca dal suo essere pop, assurgendo a un piano superiore: quello dell’Arte, appunto. è chiaro che qui Hirst gioca con la convenzione che, stando queste opere in un museo, allora sono opere d’arte. Ed è chiaro che al punto in cui è arrivata l’Arte Contemporanea, anche il Sistema-Museo sta avendo il suo tempo di crisi (messo in discussione per la prima volta, esattamente 100 anni prima, da Duchamp).

“Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia?”: non sta scritto da nessuna parte, ma se il messaggio deve essere veicolato, certamente non posso prescindere dall’ambiente in cui lo immetto e non fa parte di nessun artista negare il proprio tempo, perché, come detto, ogni artista è l’espressione del suo contesto (temporale, sociale, religioso, politico). Altrimenti, artisti e intellettuali farebbero opere solo per loro stessi; invece, senza il fruitore, l’Opera non esiste.
“ci metto le popstar così la mostra vende”: no. La mostra non è sulle popstar. Infatti nella propagazione mediatica e pubblicitaria della mostra non si è fatto leva su questo. Se vai sul sito di Palazzo Grassi, alla sezione della mostra, la gallery ti mostra solo statue dal sapore mitico-archeologico. è una mostra da scoprire, poiché si prefigge tanti obiettivi (secondo me, toccandoli tutti magnificamente), vette critiche non indifferenti e una nuova pagina bianca per l’artista contemporaneo.

Se mi permetti, la dimostrazione che questa mostra è notevole, è il tipo di discorsi che evoca: trovami un corrispettivo artistico contemporaneo che ti fa parlare di sacro, mito, iconografia, arte antica, moderna e contemporanea, mercato e sistema museale tutto in una volta…

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Di: Adriano Ercolani https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964286 Mon, 18 Dec 2017 18:00:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964286 Car Mario e caro Stefano, vi ringrazio perché secondo me, in modo diverso, avete destato l’attenzione sul tema cruciale su tutta l’arte contemporanea. Arte concettuale, separata dalla tecnica, spesso glorificata o giustificata dall’esercizio critico, arte meramente mentale, affidata all’ambiguità dell’interpretazione, dunque all’arbitrio della maggioranza, nel Novecento specchio di una mentalità dominante nichilista, illusa d’essere “ribelle”, “contro”, mentre ha creato un conformismo intellettuale e artistico disperante. Il tutto nello smarrimento, appunto come denuncia Chiara, di una visione archetipica, sacrale, dell’arte (o Arte, se vogliamo). Arte del Kali Yuga, si direbbe in Oriente, dell’Era della Confusione. Il quesito è: gli artisti contemporanei, pensiamo a Warhol, sono testimoni della “caduta dell’aura” profetizzata da Benjamin o ne sono gli esecutori? Sono i moderni interpreti dello Zeitgeist o sono invece proprio i compiaciuti “barbari” che decapitano l’arte della visione sacrale? Un conto è “La Terra Desolata” di T.S.Eliot che, pur in forma postmoderna, denuncia lo smarrimento del sacro, un conto è il contemporaneo “Ulisse” di Joyce che quello smarrimento espone come l’unica dimensione possibile (Zolla docet a riguardo:”l’opera di Joyce è una macchina inarrestabile, nel suo giro travolge tutti a loro dispetto, conduce a una progressiva spoliazione di ogni fattore che sia armonioso (l’eleganza verbale sarà l’ultimo velo a cadere), non permette ai vizi di restare segreti, li vuole manifesti, e non tollera neanche la cognizione del vizio: la resa totale alla schizofrenia è ciò che esige”). Ora io credo che Hirst sia a metà, non è solenne e ieratico come Eliot, non è nemmeno però solo beffardo come Joyce. Nella sua ironia, è serissimo. Pone la questione in maniera mastodontica e ineludibile. E, in questo, è davvero epocale: nell’esporre tutte le contraddizioni concettuali dell’arte contemporanea rispetto all’arte figurativa. Mi permetto, da collega, di comprendere anche le motivazioni per cui Chiara si affida alla menzione di riferimenti puntuali senza esplicarli diffusamente. Se dovessimo spiegare ogni riferimento su una mostra fondata sulla parodia della storia dell’arte dovremmo scrivere la Treccani. Ci si limita a mostrare i tasselli del mosaico argomentativo, chi conosce comprende al volo, chi non conosce ma è interessato ha la possibilità di approfondire (e arricchire i propri orizzonti) con un semplice clic.

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Di: Stefano B https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964275 Sun, 17 Dec 2017 23:50:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964275 Ma se fosse che Hirst con tutto questo volesse invece dire dell’impossibilità (o della non necessità) di rifondare alcunché?
Non potrebbero essere le ceneri dell’idea di Mito che ci mostra, in luogo di un’istanza di rifondazione?

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Di: Mario Rossi https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964233 Fri, 15 Dec 2017 09:24:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964233 Cara Chiara, innanzitutto grazie della risposta e delle precisazioni.

Diamo per scontato che l’intenzione di Hirst sia quella di evocare le figure di Ishtar, Andromeda e Aten (Aten? Si raffigura anche Aten o Aton, il dio Sole, nella mostra?), ma a mio avviso il risultato concreto che si ottiene sovrapponendo a queste figure le popstar è quello di una glorificazione pura e semplice delle popstar stesse, data l’ignoranza culturale che tu denunci. Cioè: se a me ignorante di chi sia Aten, me lo raffiguri con le sembianze di Rihanna, dove sta l’evocazione del sacro? Io ci vedrò solo la glorificazione di Rihanna e nient’altro. (Che poi qui parliamo di Sacro e di Mito senza tentare una explicatio terminorum, che sarebbe a mio avviso utile).

Collegato a questo: dissento totalmente sull’idea hirstiana secondo cui al giorno d’oggi l’unico riconoscimento iconografico lo si trova nel pop. Riprendendo il tuo esempio dell’iconografia della Madonna col Bambino: si tratta di un’immagine eterna, di un archetipo appunto; non è e non sarà mai smarrita, per essa non esisterà mai lo smarrimento del Sacro che viene dato per certo oggi. Quindi, per ritornare all’artista (o addetto all’artificio, secondo alcuni) inglese, ho molti dubbi sul fatto che l’iconografia pop di Hirst ristabilisca un dialogo con il Fruitore con la effe maiuscola; semmai proseguirà il dialogo con chi quell’iconografia conosce e vi si rispecchia, o forse darà a costui, avvolto in una suggestiva patina artistica, ciò che lo rassicura e l’ottunde, ovvero l’icona pop.

Dove sta scritto che oggi per parlare a tutti bisogna stendere un velo di pop sull’iconografia? A mio avviso è un’operazione inutile e pericolosa perché rischia di raddoppiare l’aura di ciò che viene già presentato dai media come iconico. A cosa serve un artista se le sembianze delle sue opere hanno le forme già celebrate come iconiche dai media? È inutile, e le sue opere hanno obbiettivo esclusivamente commerciale (del tipo, ci metto le popstar così la mostra vende).

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Di: Chiara Babuin https://minimaetmoralia.it/altro/damien-hirst-rifondazione/#comment-1964218 Thu, 14 Dec 2017 16:49:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35762#comment-1964218 Cara Paola,
il fatto che i materiali siano veri, non esclude l’ironia, che si dispiega invece da un punto di vista concettuale e di approccio. Ricordo il significato della parola: “Alterazione spesso paradossale, allo scopo di sottolineare la realtà di un fatto mediante l’apparente dissimulazione della sua vera natura o entità”. Mi sembra ci siamo.

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