Commenti a: La fecondità simbolica della differenza sessuale rimane ancora una promessa https://minimaetmoralia.it/altro/la-fecondita-simbolica-della-differenza-sessuale-rimane-ancora-una-promessa/ un blog di approfondimento culturale Fri, 07 May 2021 16:27:18 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Giovanna https://minimaetmoralia.it/altro/la-fecondita-simbolica-della-differenza-sessuale-rimane-ancora-una-promessa/#comment-2011600 Fri, 07 May 2021 16:27:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48508#comment-2011600 Ma perché parlare della fecondità simbolica della differenza sessuale e non piuttosto della ricchezza concreta e sociale delle differenze sessuali?

Il “simbolico” del “femminismo della differenza” ha eretto a simbolo quelle poche donne che sono arrivate in posizione sociale di “autorevolezza” e ha lasciato fuori scena e senza voce e pensiero tutte le altre, favorendo l’allargarsi del deserto. Oggi siamo al punto che lo slogan che va per la maggiore è “Non una di meno”, quasi che la sopravvivenza possa essere il punto focale della lotta delle donne.

Se si percorre la strada del simbolico, si rischia sempre di perdere di vista il quadro complessivo. Ad esempio, oggi sui media si parla molto, e giustamente, di Zaki, ma non si dice quasi mai che sono decine di migliaia i giovani attivisti, intellettuali, artisti, femministe in carcere in Egitto soltanto per le loro idee e per i loro stili di vita. Non si dicono i loro nomi, non si racconta la loro storia.

Il “femminismo della differenza” fra anni Ottanta e Novanta del secolo scorso ha cancellato ogni analisi sociale della diseguaglianza e della discriminazione concreta: nella vita, nel lavoro, nel salario, negli affetti, nella codificazione autoritaria dell’identità femminile, nei condizionamenti quotidiani della coscienza di sé.

Il “femminismo della differenza” ha ridotto il femminismo a tutela essenzialista e vagamente biologizzante di una “differenza sessuale” socialmente astratta e ha prodotto un femminismo riformista e governativo incapace di migliorare la condizione effettiva delle donne. E oggi se ne vedono tutti i risultati.

Capisco le buone intenzioni, pur espresse in un gergo a tratti incomprensibile e a tratti arrogante, ma trasporre il “pensiero della differenza” al maschile cosa servirebbe?

Non ne abbiamo abbastanza di “madri simboliche”, di “maschili plurali”, di “intersezionalità” prescrittiva, di etichettamenti identitari e altre autorevoli formule accademiche che hanno solo coperto i meccanismi sociali effettivi della disuguaglianza con un bello strato di ipocrisia e di sofismi?

Non sono gli uomini che devono esercitare una sorta di (oggettivamente mistificante) cavalleria simbolica e antifallogocentrica, sono le donne che devono tornare ad essere libere e protagoniste.

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