Commenti a: Quanto piace la guerra ai National Book Award https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/ un blog di approfondimento culturale Thu, 15 Oct 2015 11:02:00 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: matteo bolzonella https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comment-1902500 Thu, 15 Oct 2015 11:02:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723#comment-1902500 Il ribaltamento di prospettiva è più che legittimo – esempio di Salinger azzeccatissimo, anche se si potrebbe controbattere: ehi, un momento, ed Hemingway? dove lo metti Hemingway? per poi finire in una spirale infinita di controesempi – ed è proprio questo che intendo quando mi chiedo se si possa analizzare dati in letteratura: è vero che i dati parlano, ma bastano? No, non bastano in contesti a cui magari sono più congeniali per natura (economia, finanza, ecc…), figuriamoci se sono sufficienti a riassumere uno dei focus più importanti della letteratura americana del Novecento. Infatti il pezzo vorrebbe prima di tutto informare – e, consentimelo, sono del parere che dica qualcosa in più del sunto che hai proposto – più che mettere in luce la prospettiva e l’opinione del suo autore (che non è stato possibile omettere: avrò peccato d’ingenuità, può essere, ma io sono stato sinceramente sorpreso dai dati raccolti, in particolare dalla media degli ultimi 44 anni). D’altra parte però non parlo mai di ossessione, un termine che porterebbe a un’interpretazione più definita e a un’analisi di stampo saggistico, e che, come fa notare il tuo commento e com’è naturale che sia per tutte le interpretazioni, sarebbe giustamente più aperta alle critiche rispetto alla prospettiva limitata che propongo qui.
Parli dell’Italia: se dovessimo andare a guardare l’albo d’oro dello Strega (a prescindere dalla considerazione che si abbia del premio) dei 12 anni che vanno dal 1948 al 1960 potremmo vedere che solamente un libro – Tempo di uccidere di Flaiano – è incentrato sulla guerra, mentre gli altri – tra cui parecchie raccolte di racconti, poesie e scritti – lasciano scorgere solamente echi dell’ossessione a cui fai riferimento, che tra i vincitori del premio comincia a essere più presente negli anni ’60, con autori come Tobino, la Ginzburg, Arpino. E questo non per dire che quell’ossessione non ci sia stata (non sia mai), ma che forse non è stata colta da quello che ancora oggi, tra le solite polemiche, continua ad essere il premio letterario italiano più influente.

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Di: paolo cognetti https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/quanto-piace-la-guerra-ai-national-book-award/#comment-1900562 Wed, 14 Oct 2015 09:24:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28723#comment-1900562 Il contenuto dell’articolo si potrebbe riassumere così: l’America ha fatto tante guerre negli ultimi settant’anni, e ci sono stati moltissimi romanzi sull’argomento; alcuni di questi erano belli e hanno vinto dei premi. Al National Book Award, in particolare, circa il 20% dei romanzi vincitori dal 1950 a oggi è di argomento bellico.
Basta per parlare di un’ossessione della letteratura americana per la guerra?
In Italia l’ultima guerra vera è stata la Seconda Guerra Mondiale. All’epoca nessuno scrittore italiano ha potuto esimersi dallo scriverci un romanzo sopra: che fosse sulla guerra, sulla Resistenza, sulla deportazione, sull’immediato dopoguerra. Pavese, Fenoglio, Levi, Rigoni Stern, Morante, Cassola e compagnia bella. Quella sì che era un’ossessione! Almeno per tutti gli anni Cinquanta non si è scritto d’altro.
Perciò ribalterei con forza la tesi dell’articolo: siamo sicuri che tutte quelle guerre abbiano ossessionato ABBASTANZA la letteratura americana degli ultimi settant’anni? Non è che invece l’hanno ossessionata troppo poco? Perché, se fosse andata come in Italia, OGNI grande scrittore americano avrebbe dovuto scrivere almeno un romanzo sul Vietnam, sull’Afghanistan o sull’Iraq. Invece a me sembra che quella letteratura sia lo specchio di una società che delle guerre che fa in giro per il mondo se ne frega abbastanza. La maggioranza degli scrittori americani ha sempre preferito raccontare altro (su tutto la famiglia), e in un certo senso guardarsi l’ombelico, piuttosto che il rapporto tra l’America e la guerra.
Nota a margine: a me i racconti di Klay sono piaciuti molto. Mi hanno ricordato quelli sul Vietnam di Tom Jones.
Nota numero due: la guerra compare (anzi non compare, perché viene omessa) giusto in un paio di racconti brevi del nostro amato Salinger lassù nella foto. Lui è proprio l’esempio di uno scrittore americano che, tornato a casa dal fronte, ha preferito scrivere Il giovane Holden invece di raccontare quello che aveva visto. È una prova di quello che sto cercando di dire, e cioè che l’atteggiamento della letteratura americana verso la guerra è piuttosto quello della rimozione. Qual è il libro di argomento bellico che avrebbe dovuto vincere premi?

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