Antonella Lattanzi su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/antonellalattanzi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 03 Apr 2017 07:01:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonella Lattanzi su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/antonellalattanzi/ 32 32 “Una storia nera”: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/una-storia-nera-antonella-lattanzi/ Mon, 03 Apr 2017 07:01:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34073 È in libreria Una storia nera, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi (Mondadori): ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due incontri con l'autrice: oggi, lunedì 3 aprile, alle 18.30 da Feltrinelli Duomo a Milano con Daria Bignardi; martedì 11 aprile alle 18.30 da Feltrinelli Galleria Colonna a Roma con Florinda Fiamma, Valerio Mastandrea e Elena Stancanelli.

Svegliàti uno a uno prima dell’alba dallo squillo del telefono, Carla – che dormiva stretta a Mara, a cercare rassicurazione –, Rosa – stretta anche lei nel letto della madre –, Nicola – che al suono del telefono balzò su come uno che gli stanno tenendo giù la testa e sta affogando –, Livia – che si svegliò di rimando, si guardò intorno, sognava di stare in mezzo al deserto, aveva così tanta sete –, Nuccia, la donna delle pulizie di Vito – in camicia da notte nel letto con suo marito Gianni, si sedette di colpo e s’infilò le pantofole mentre rispondeva –, Roberto e Marco – gli unici due colleghi che Vito aveva presentato alla famiglia –, risposero tutti tra il sonno e la paura: Non lo so.

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È in libreria Una storia nera, il nuovo romanzo di Antonella Lattanzi (Mondadori): ne pubblichiamo un estratto e vi segnaliamo due incontri con l’autrice: oggi, lunedì 3 aprile, alle 18.30 da Feltrinelli Duomo a Milano con Daria Bignardi; martedì 11 aprile alle 18.30 da Feltrinelli Galleria Colonna a Roma con Florinda Fiamma, Valerio Mastandrea e Elena Stancanelli.

Svegliàti uno a uno prima dell’alba dallo squillo del telefono, Carla – che dormiva stretta a Mara, a cercare rassicurazione –, Rosa – stretta anche lei nel letto della madre –, Nicola – che al suono del telefono balzò su come uno che gli stanno tenendo giù la testa e sta affogando –, Livia – che si svegliò di rimando, si guardò intorno, sognava di stare in mezzo al deserto, aveva così tanta sete –, Nuccia, la donna delle pulizie di Vito – in camicia da notte nel letto con suo marito Gianni, si sedette di colpo e s’infilò le pantofole mentre rispondeva –, Roberto e Marco – gli unici due colleghi che Vito aveva presentato alla famiglia –, risposero tutti tra il sonno e la paura: Non lo so.

Non lo sapevano dove stava Vito, dissero, del resto non si sentiva solo dalla mattina o forse dalla notte precedente, avevano sonno, in particolare Roberto e Marco, avevano fidanzate, mogli, forse amanti, e figli che dormivano.

Ma Mimma continuava e a un certo punto disse al marito: «Chiamiamo quella donna». Dovette fare appello a tutto il suo buonsenso innanzitutto per chiamarla, e poi per non insultarla. «Pronto. Sei Milena.»
«Sì, chi parla.»
«Mamma» si sentì una voce.
«Lo so che c’hai anche una figlia, che ti credi. C’hai pure una figlia. Ma come ti permetti.»
«Ma cosa mi permetto cosa, scusi, ma chi parla.»
«Mamma, chi è?»
«Niente tesoro dormi, stai tranquilla Paola, vai a dormire.»
«Dove sta mio fratello?»
«Lei è Mimma?»
«Guarda che io so tutto. Dimmi dove sta.»
«Ma non lo so signora, lo sto cercando anch’io, sono molto preoccupa…»
«Vipera. Almeno statti zitta.» Su queste parole albeggiò.
«Che vuole da me?»
«Mamma! Chi è», la voce si era fatta più vicina.
«È ancora presto tesoro, torna a dormire.»
«Quella poverallèi di tua figlia lo sa che ti fotti gli uomini sposati?»
«Ma signora, ma come si…»
«Lo sappiamo che sai dove sta, mica siamo deficienti, parla!»
«Adesso basta signora, io la…»
«Se scopro che sta con te ti mangio la faccia.»

La cucina era ancora buia ma fuori c’era già la luce. Si alzava stanca, affannata nell’afa, tentava di farsi largo tra i vicoli del quartiere Monti sbuffando e a spallate, ma come ogni giorno era destinata alla disfatta. La cucina non era una cucina, era un corridoio con quattro fornelli, un piano da lavoro, un tavolino bianco traballante schiacciato contro il muro dove non si stava nemmeno in due, ma loro due si sedevano tutti i giorni là, schiacciate contro il muro; sul muro, in quel punto, c’erano gli schizzi di cibo che si alzavano dai piatti, non bastava l’olio di gomito per mandarli via. Oltre la cucina e la camera da letto c’era una stanza minuscola che faceva da ingresso. Loro due lo chiamavano salotto, ma era un tinello buio, se ci mettevi un tavolo, o anche solo un paio di sedie, non c’era più posto per alzarsi, per sedersi. Si sedevano al tavolino in cucina a colazione, a pranzo, a cena, tutti i giorni, poi Paola si attaccava alla finestra, vivevano in un appartamento subito sotto il livello della strada, si metteva a guardare le gambe dei turisti che passavano.

La casa era di Milena, e prima di Milena di suo padre, e prima di suo padre del padre di suo padre, quando Monti era ancora una zona popolare che se ci passavi e non ci eri nato ti guardavano tutti dai palazzi. Poi negli ultimi decenni era diventato un quartiere molto chic, Paola usciva di casa e voleva essere una turista, un’artista, una ricca proprietaria, guardare Roma e i Fori dalle terrazze di Monti e avere per fidanzato lo svogliato rampollo di una famiglia facoltosa.

Milena appoggiò il cordless sul tavolino bianco e sorrise a Paola.
«Niente» disse, «avevano sbagliato. Torna a letto.»
«Ma che dici mà», Paola si sedette. «Dimmi chi era.»

Entrò un filo di luce, scivolò quatto sotto la portafinestra come fosse acqua, poi si ritrasse. Madre e figlia lo guardarono andar via.

«Niente», Milena si alzò, prese la caffettiera, la smontò, buttò la posa nel cestino con un soffio, china, si rialzò, poggiò la caffettiera smontata sul piano da lavoro, allungò una mano e prese il barattolo del caffè. Cominciò a riempirla.
«Dài mamma», Paola prese il cordless e lo fissò, poi lo rimise giù. «Non sono una bambina.»
«Non hai più sonno?», chiuse la caffettiera. La mise sul fuoco. Accese il gas.
«Chi era?»
«Lo vuoi anche tu il caffè?»
«Chiamavano per Vito?»
«Che vuoi mangiare?»
«Se n’è andato, vero? Non lo rivedremo più.»
«Latte ne vuoi?», si chinò a prenderlo dal piccolo frigo incastrato sotto il piano da lavoro, un frigo basso e inutile come quelli che ci sono negli alberghi.
«Ci ha abbandonate, vero?»
Milena poggiò il latte sul tavolino bianco, «Vuoi i cereali?».
«Mi dici chi cazzo era?» Paola sbatté un pugno sul tavolino e venne su il caffè.

Milena prese il cellulare, cercò un nome, fece partire la chiamata, la casa era umida, si bloccò il cellulare tra collo e spalla e andò in camera a rifare il letto dove dormiva con sua figlia, gabbiani a branchi lì fuori lanciarono urla disumane e col cellulare che si bagnava di sudore contro la guancia Milena aspettò, non riuscì a controllare un sorriso.

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Nella villa del massacro del Circeo – un reportage https://minimaetmoralia.it/reportage/nella-villa-del-massacro-del-circeo-un-reportage/ https://minimaetmoralia.it/reportage/nella-villa-del-massacro-del-circeo-un-reportage/#comments Wed, 17 Aug 2016 05:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29669 Dal nostro archivio, un reportage di Antonella Lattanzi apparso sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l'autrice e la testata.

È notizia degli ultimi giorni che finalmente la salma di Andrea Ghira, insieme a Gianni Guido e Angelo Izzo assassino del cosiddetto “massacro del Circeo”, unico tra i tre da sempre latitante, verrà riesumata.

Ghira fuggì al tempo dell’omicidio, venne condannato all’ergastolo in contumacia, non fu mai arrestato, secondo la versione ufficiale si arruolò nel Tercio - la Legione straniera spagnola - dove avrebbe cambiato nome in Maximo Testa De Andres. Sarebbe morto nel ’94 in Spagna per overdose di eroina, sepolto nel cimitero comunale di Melilla, e lì la sua storia sarebbe finita.

Ma nel 2005, dopo un’inchiesta di Chi l’ha visto, la sua salma fu riesumata una prima volta: il riscontro sul dna evidenziò che le ossa appartenevano di certo a un parente di Ghira. Non fu possibile appurare, però, che si trattasse proprio di Andrea Ghira.

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Dal nostro archivio, un reportage di Antonella Lattanzi apparso sul Venerdì di Repubblica. Ringraziamo l’autrice e la testata.

È notizia degli ultimi giorni che finalmente la salma di Andrea Ghira, insieme a Gianni Guido e Angelo Izzo assassino del cosiddetto “massacro del Circeo”, unico tra i tre da sempre latitante, verrà riesumata.

Ghira fuggì al tempo dell’omicidio, venne condannato all’ergastolo in contumacia, non fu mai arrestato, secondo la versione ufficiale si arruolò nel Tercio – la Legione straniera spagnola – dove avrebbe cambiato nome in Maximo Testa De Andres. Sarebbe morto nel ’94 in Spagna per overdose di eroina, sepolto nel cimitero comunale di Melilla, e lì la sua storia sarebbe finita.

Ma nel 2005, dopo un’inchiesta di Chi l’ha visto, la sua salma fu riesumata una prima volta: il riscontro sul dna evidenziò che le ossa appartenevano di certo a un parente di Ghira. Non fu possibile appurare, però, che si trattasse proprio di Andrea Ghira.

Oggi, su richiesta degli avvocati delle vittime, la procura di Roma riapre il caso. È stata disposta una nuova riesumazione della salma, che darà i suoi risultati entro alcuni mesi.

Ho scritto il reportage che segue prima di sapere tutto ciò, in occasione dei quarant’anni dal massacro, ma soprattutto nella certezza che delitti come questo non devono essere dimenticati. Non sono soggetti alle regole del tempo, della Storia, stanno lì nella loro cupa irrimediabilità, rimangono.

***

San Felice Circeo (LT). Alla villa del massacro del Circeo si arriva lungo la stessa strada che percorsero quarant’anni fa quelli che sembravano quattro ragazzi qualunque in gita da Roma. Erano Angelo Izzo, Gianni Guido, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez. Al ritorno c’erano tre assassini – a Guido e Izzo si aggiunse nel corso del massacro Andrea Ghira – una ragazza morta e un’altra martoriata, chiuse nel portabagagli di una 127 bianca. La strada per la villa è una sola e obbligata, fatta di tornanti a picco sul mare dominati dalla roccia della montagna incombente. Quattro decenni dopo il massacro, vado a San Felice alla ricerca di notizie sulla villa. Ho sentito dire che è in vendita.

La villa è stata costruita negli anni Sessanta dal padre di Andrea Ghira. Si trova poco dopo Punta Rossa, sul versante della montagna esposto al sole, opposto rispetto al paese. Nel 1975, tra il 29 e il 30 settembre, vi si consumò uno dei più tremendi massacri della storia italiana, uno dei primi atti violenti di cui i media si occuparono in modo compatto e compulsivo; un horror, ma reale. In questi quarant’anni, dopo una latitanza lunga una vita Andrea Ghira è morto, Gianni Guido ha scontato la sua pena a 30 anni costellati di evasioni, Angelo Izzo è stato condannato a un secondo ergastolo per altri omicidi compiuti nel 2005 ai danni di altre due donne, madre e figlia; e Donatella Colasanti è morta nel 2005 per un cancro al seno. Ancora oggi avvicinarsi alla villa dei Ghira mette i brividi. Dopo trentasei ore di torture e violenze, Rosaria Lopez morì tra quelle mura. Donatella Colasanti si finse morta, e si salvò.

***

Il Circeo è un posto bellissimo. Sede del parco nazionale, bagnato da un mare luminoso, sito archeologico di fama mondiale. Ci arrivo in una mattina di inizio dicembre piena di sole, la macchina si arrampica sui tornanti, c’è verde dappertutto, e una vista mozzafiato su un mare che sembra ancora estivo. “Di San Felice si parla sempre per il massacro”, dice Franco, sanfeliciano, che all’epoca insieme al suo amico Vincenzo era nella segreteria locale del PCI. Dei pariolini che passavano l’estate qui si ricorda bene, erano suoi coetanei. “Siamo destinati a una notorietà non voluta”. Li incontro in un bar, cercando notizie sulla villa. Mi dicono che non sanno niente. Chiedo in giro, ma tutto quello che riesco a sapere è che la villa non è in vendita. Non è più della famiglia Ghira: l’avrebbe comprata una signora tedesca, o a un militare. Qualcuno dice che fino alla vendita i Ghira hanno continuato a frequentare Punta Rossa (“ma non li vedevamo mai in paese, se c’era qualcosa da comprare mandavano la servitù”), per altri invece la famiglia non avrebbe più messo piede qui.

Via della Vasca Moresca, dove si trova la villa, è in una zona del promontorio completamente isolata. Dopo aver costeggiato una serie di costruzioni di lusso – tutte vuote, in questa stagione – la strada sterrata si incurva e gira su stessa, si arrampica un po’ più su e poi muore, più avanti ci sono solo sterpaglia e roccia. Perfino il cartello col nome della via è spettrale: un’elegante scritta blu su fondo bianco su cui sono dipinti tre piccoli soli a metà, incastonata su un supporto mangiato dalla ruggine e invaso dalle piante, come uno stendardo medioevale. La villa è proprio lì dove la strada muore, a un passo dal nulla. Tutto intorno all’edificio c’è un muretto in pietra viva sovrastato da una rete verde, smagliata. Anche il grande cancello, chiuso col lucchetto, è arrugginito. Non c’è un guardiano, un giardiniere, nessuno in giro. Il citofono è guasto, oltre la rete si vedono solo alberi e natura incolta.

La villa, a picco sul mare, è nascosta allo sguardo dalla vegetazione selvaggia e sapere che invece c’è fa ancora più paura: “Si può vedere la facciata della casa solo dal mare o da un’altra villa”, mi dicono. La villa non si fa spiare. Ma è possibile che nemmeno i giardinieri delle case qui accanto sappiano di chi è adesso? “Il giardiniere dei Ghira, che al tempo del massacro c’era, è morto”. E i vicini? “Non ne sanno niente”.

Cercando uno spiraglio nella recinzione s’intravede il profilo della casa, i comignoli dalle punte marroni, i tre piani, i balconi con le ringhiere ruggine a balze, le tegole in cotto, il muro scrostato a tratti, tanta vegetazione selvaggia che la casa quasi se la mangia. Le persiane sono sprangate. Così la porta d’ingresso. Ci sono grate dappertutto, a proteggere dai ladri o dagli sguardi. Tutto intorno corre un vialetto di terra e pietre su cui si chiudono, piegandosi, i rami degli alberi. Eppure s’intravede da qualche segnale – vasi di piante e fiori, qualche sedia nel patio, un tubo nero che forse porta acqua alle piante, un’unica persiana spalancata, un panno azzurro abbandonato accanto a un vaso – che la casa potrebbe essere soltanto addormentata; in attesa della prossima estate, ancora così bianca nonostante il tempo contro una vegetazione così verde e un mare così azzurro. Qualcuno qui c’è stato, anche se non di recente, forse ha davvero comprato questa casa dalla famiglia Ghira. Ma chi?

“Non sappiamo di chi sia ora, né ci interessa”, dice Vincenzo. “E poi perché lo chiamano massacro del Circeo? L’ha fatto gente di Roma che è venuta qui, ha fatto una cosa orribile, ed è tornata a Roma. Che c’entriamo noi?”. E questa manifesta estraneità è forse anche un modo di salvarsi.

Vincenzo e Franco, coetanei dei massacratori, quel settembre ’75 lo ricordano bene. E anche Cinzia Vastarella, giornalista, all’epoca tredicenne, che ci raggiunge. “Fino a metà degli anni ’50 San Felice era un piccolo centro agricolo, non c’era neanche la fogna. Poi arrivò il sindaco Gemini col suo mastodontico programma di lavori pubblici. Comprarono casa qui la Magnani, Rascel, Moravia, la Rossellini, Olivetti…”. San Felice diventò la località di villeggiatura preferita dalla società dello spettacolo e della cultura, il punto di riferimento della Roma bene. Poi, negli anni ’70, arrivarono i pariolini neofascisti.

“S’incontravano in pineta, o al bar del porto. Noi che eravamo dall’altra parte li conoscevamo”, dice Vincenzo. “Ho visto tante volte Ghira e Guido, Izzo mai. Spesso finivamo alle mani, noi contro loro”. Con l’arrivo dei pariolini, a San Felice arrivò anche l’eroina. “Prima c’erano solo le droghe di sinistra”. L’eroina attecchì anche tra i rossi, decimando la generazione di sanfeliciani che oggi avrebbe sessant’anni: il cimitero del paese è costellato di tombe di adolescenti di quell’epoca. “Arrivati loro, a San Felice arrivò il male”.

***

A un certo punto, durante le trentasei ore di sevizie, Guido andò a Roma per cenare coi suoi, poi tornò indietro a finire lo scempio. È uno dei particolari più raccapriccianti, “tutto dentro la cultura neofascista di quei tempi”, dice l’avvocato Nino Marazzita, difensore della famiglia Lopez. Lo raggiungo al telefono. “La cultura dei cosiddetti pariolini: la donna era uno strumento di piacere, vado, suono, rompo il violino e torno a casa, perché non dovrei mangiare tranquillamente coi miei?”.

Il primo ottobre ’75, giorno del sopralluogo, nella villa entrarono anche Vincenzo e l’avvocato Marazzita. Si capiva che qualcuno era andato via in fretta, c’erano bottiglie e cicche di sigarette: “Ma quando si entrava in bagno e nella camera in cui si consumarono le torture, la vista era ripugnante. C’era un mare di sangue. E i responsabili erano impassibili, pareva guardassero l’arredamento”. Sembra che nemmeno quel giorno, in mezzo alla torva di curiosi, ci fossero sanfeliciani.

La villa del terrore la chiamano qui, e vogliono solo dimenticare. Il buio cala sulla casa, sulla strada sterrata che porta in paese. Non c’è nessuno, si alza il freddo, e tornando a Roma sulla Pontina è impossibile non chiedersi cos’abbia provato, lungo quella stessa strada, per oltre cento chilometri, Donatella Colasanti. “Vogliono ancora fare il tour dell’orrore, vogliono vedere la villa, lo chiedono continuamente”, è l’ultima cosa che mi dice Cinzia Vastarella, che lavora anche come guida turistica, prima di salutarci. Ormai in vista di Roma, ripensando a quanto è accaduto tra le mura della villa, non riesco a smettere di domandarmi chi, dopo quello che è successo, potrebbe aver voglia di abitare in quella casa. A San Felice nessuno sa, nessuno vuol sapere, e la vegetazione si chiude sempre più sulla villa del terrore, inghiottendola.

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Sognando Jupiter: i viaggi di Ted Simon https://minimaetmoralia.it/letteratura/sognando-jupiter-i-viaggi-di-ted-simon/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/sognando-jupiter-i-viaggi-di-ted-simon/#comments Fri, 20 May 2016 14:30:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31046 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Quando arriviamo all’Arsenale di Verona dove terrà il suo incontro, è letteralmente assalito da una folla. Definirli fan è sbagliato, si vede dalle facce, si vede da come lo avvicinano: intorno a quest’uomo c’è un culto. Lui è Ted Simon, ottantacinque anni a maggio, e se non sai chi è ti è sembra solo un signore inglese minuto, elegante, che parla piano e ti guarda pieno di curiosità.

Invece no. Il signore inglese – che per venire qui a parlare dei suoi libri, ospitato da una piccola ma splendida libreria di viaggio, Gulliver Travel, ha viaggiato solo, in macchina, da Aspiran, una cittadina nel Nord-Est della Francia dove vive ora, per più di 800 chilometri – ha fatto per ben due volte il giro del mondo in motocicletta. Una volta a quaranta, una volta a settant’anni. Dai viaggi sono nati due libri, I viaggi di Jupiter e Sognando Jupiter (pubblicati da Elliot), diventati immediatamente cult. Due libri che hanno influenzato la vita di milioni di persone e ispirato anche Ewan McGregor per Long Way Round, una serie di documentari in giro per il modo in moto: “Ted Simon è il nostro eroe e guru”, dice l’attore nel documentario.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Quando arriviamo all’Arsenale di Verona dove terrà il suo incontro, è letteralmente assalito da una folla. Definirli fan è sbagliato, si vede dalle facce, si vede da come lo avvicinano: intorno a quest’uomo c’è un culto. Lui è Ted Simon, ottantacinque anni a maggio, e se non sai chi è ti è sembra solo un signore inglese minuto, elegante, che parla piano e ti guarda pieno di curiosità.

Invece no. Il signore inglese – che per venire qui a parlare dei suoi libri, ospitato da una piccola ma splendida libreria di viaggio, Gulliver Travel, ha viaggiato solo, in macchina, da Aspiran, una cittadina nel Nord-Est della Francia dove vive ora, per più di 800 chilometri – ha fatto per ben due volte il giro del mondo in motocicletta. Una volta a quaranta, una volta a settant’anni. Dai viaggi sono nati due libri, I viaggi di Jupiter e Sognando Jupiter (pubblicati da Elliot), diventati immediatamente cult. Due libri che hanno influenzato la vita di milioni di persone e ispirato anche Ewan McGregor per Long Way Round, una serie di documentari in giro per il modo in moto: “Ted Simon è il nostro eroe e guru”, dice l’attore nel documentario.

Poiché non sono reportage ma il racconto – soprattutto il primo – di un uomo che un giorno lasciò tutto per cercare di capire qualcosa di se stesso, è impossibile leggere i libri di Simon senza pensare: quest’uomo sta parlando proprio a me. Anche e soprattutto se, come Ted, come me, non sei un motociclista e nemmeno un viaggiatore di professione. “Ognuno nella vita ha una sola possibilità di fare proprio ciò che vuole fare”, mi dice Simon mentre al fresco, sotto gli alberi, beviamo vino prima della presentazione, “se non la cogli non lo farai mai più”. Se me lo dicesse un altro non lo ascolterei nemmeno. Invece, adesso, ci credo. Mi sembra proprio il punto. Ci vuole coraggio, gli rispondo.

Ted Simon ha cambiato almeno per tre volte, completamente, la sua vita. L’ultima qualche settimana fa, sul finire dei suoi ottantaquattro anni. Dopo i due viaggi intorno al mondo, e dopo aver vissuto a lungo nel Nord della California in una comune autarchica che si sostentava vendendo prodotti della terra, a marzo scorso Simon ha lasciato tutto un’altra volta. Ha comprato anche con l’aiuto di un crowdfunding una casa ad Aspiran, in Francia. “Ha due stanze in più, per permettere ai viaggiatori che hanno un progetto – intelligente”, sottolinea ridendo, “di fermarsi qualche giorno. E approfittare della casa per riposarsi un po’, ma anche della compagnia e dei miei consigli di editor”. Ted Simon infatti non è mai stato un biker. Ha scritto per tutta la vita, articoli e libri. Oggi reinventa tutto un’altra volta e decide di creare questo posto per gli artisti viaggiatori. Si è trasferito ad Aspiran solo poche settimane fa, la casa è ancora vuota. Per completarla e poter ospitare la gente come lui, ricorre ancora al crowdfunding. Sarà casa sua, ma potranno viverci tutti per un po’.

Fino a quarant’anni, Simon – nato nel’31 da madre tedesca, “una comunista” mi dice, “in un’epoca in cui potevi essere davvero un comunista” – era un giornalista. Aveva lavorato come reporter per i giornali più importanti di Francia e Inghilterra – dove è cresciuto – poi un giorno aveva lasciato tutto. E si era trasferito in un piccolo villaggio in Francia dove aveva comprato per mille sterline un casa del XIII secolo in rovina che aveva ristrutturato con le sue mani.

Non sembra, ma dalle rovine al giro del mondo il passo è breve. “Il lavoro fisico mi aprì gli occhi, cambiò il mio modo di pensare: mi sembrò che desse un senso molto più vero anche alla scrittura.Capii che dovevo conoscere di più il mondo in cui vivevo”. E allora, a quarantadue anni, nel 1973, un uomo che fino a un momento prima non aveva nemmeno la patente, non aveva mai visto una moto da vicino, non aveva una rendita di nessun tipo, né alcuna esperienza come viaggiatore, capì cosa doveva fare.

Almeno una volta nella vita è il sogno di tanti: lasciare tutto e andarsene. Quanti sono quelli che lo fanno? Devi essere coraggioso, dico. “Si tratta solo di volerlo”, fa spallucce. Ted scelse la moto perché “negli anni ’70 non c’erano così tanti motociclisti in giro, la moto voleva dire viaggiare lenti, attirare l’attenzione della gente, fare subito amicizia, mescolarsi coi luoghi e le persone”. Organizzò tutto in pochi mesi. Riuscì a farsi sponsorizzare dal Sunday Times, per il quale avrebbe scritto durante la traversata, rimediò una vecchia Triumph – “perdeva già olio appena uscita dall’officina”. E una sera di ottobre del ’73, sotto una pioggia battente, un quarantaduenne come tanti caricò la sua moto per partire da solo alla volta del mondo.

Così lo racconta nel suo primo libro: “A meno di tre metri di distanza, dietro le grosse porte di cristallo dell’ingresso del Sunday Times, scintillava il mondo comodo e luminoso […]. E sentii il mio stesso cuore urlarmi di togliermi di dosso quella tenuta ridicola e tornare di corsa verso quella luce e quella familiare interdipendenza. […] Per un momento, mi sentii perduto. […] Poi voltai le spalle, a quel mondo e a quei pensieri. In qualche modo, annaspando sistemai i miei bagagli, montai in moto, e partii in direzione del Canale della Manica. Qualche minuto dopo, il grande vuoto dentro di me venne colmato da uno slancio di esultanza e, nella mia solitaria follia, cominciai a cantare”.

Cos’è successo nei viaggi è tutto nei suoi libri. Ted attraversò l’Egitto durante la guerra dello Yom Kippur, il Brasile durante la dittatura, il Sudafrica dell’apartheid, la guerra del petrolio. Ma oltre ogni cosa fu felice. “Se non avessi dovuto scrivere il libro non sarei tornato mai più”. Il viaggio durò quattro anni e oltre centomila chilometri, da Londra all’Africa, poi dal Brasile su, verso la California, quindi Australia, Asia, e di nuovo Londra. Quando tornò si trasferì nel Nord della California. Si sposò, ebbe un figlio. Poi un giorno, a settant’anni, lasciò tutto di nuovo e ripartì. Era il 2001, e Tedcredeva di partire in tempo di pace. L’11 settembre lo colse in Brasile, gli USA sembravano dall’altra parte del mondo: “Qualsiasi cosa fosse successa, qua era ai margini della vita. Ci sarebbe voluto un po’ per realizzare che non era finita lì, che avrebbe davvero cambiato le cose, per il mondo e per me”. Il viaggio durò due anni e mezzo e altri novantamila chilometri.

E la paura? Non hai avuto mai paura? gli chiedo mentre cala il sole e sul palco dove presenterà i suoi libri sistemano i microfoni. “La paura serve”, dice,“per tenere alta l’attenzione, non sentirti mai così sicuro di te da diventare spericolato”. Sì, ma la paura di sentirsi soli?

Ci distrae un uomo in tenuta da biker che gli chiede un autografo: “Tu mi hai cambiato la vita”, gli dice. Ecco perché I viaggi di Jupiter, tradotto in tutto il mondo, è diventato un cult. Non perché è un libro di viaggi, non perché è un vademecum per chi vuol fare il giro del mondo in moto. Ma perché smaschera l’eterna bugia: vorrei, ma non posso. Allora parto? Non è pericoloso? È l’ultima cosa che gli chiedo. “Parti”, mi dice, mentre sale sul palco e l’emozione dei presenti è una cosa fisica, palpabile, come fosse un altro ospite, “è l’unico modo per capire ciò che conta davvero per te”.

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