Antonio Sgobba su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/antoniosgobba/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Feb 2013 10:48:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Antonio Sgobba su minima&moralia https://minimaetmoralia.it/author/antoniosgobba/ 32 32 Il condottiero di Georges Perec https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-condottiero-georges-perec/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-condottiero-georges-perec/#respond Thu, 07 Feb 2013 15:47:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12237 Questo pezzo è uscito su IL.

«Il condottiero non è mai immobile. Inespugnabile, spaventoso nella sua perfezione immediata, guarda il mondo con gli occhi freddi del giudizio». Così Perec descrive nelle ultime pagine del suo romanzo Le Condottiére il volto del soldato dipinto da Antonello da Messina nel 1475. Il ritratto è al centro del romanzo che porta il suo stesso nome: la storia, costruita come un poliziesco, di un falsario assassino, ossessionato dalla perfezione dell'opera del pittore italiano. Le condottière fu scritto da Perec tra il 1957 e il 1960, quando lo scrittore aveva vent'anni, «il primo romanzo che io abbia portato a termine», ricordava.

L'articolo Il condottiero di Georges Perec proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questo pezzo è uscito su IL.

«Il condottiero non è mai immobile. Inespugnabile, spaventoso nella sua perfezione immediata, guarda il mondo con gli occhi freddi del giudizio». Così Perec descrive nelle ultime pagine del suo romanzo Le Condottiére il volto del soldato dipinto da Antonello da Messina nel 1475. Il ritratto è al centro del romanzo che porta il suo stesso nome: la storia, costruita come un poliziesco, di un falsario assassino, ossessionato dalla perfezione dell’opera del pittore italiano. Le condottière fu scritto da Perec tra il 1957 e il 1960, quando lo scrittore aveva vent’anni, «il primo romanzo che io abbia portato a termine», ricordava.

Arriva ai lettori solo oggi, pubblicato da Seuil a trent’anni dalla morte dell’autore. Finora avevano potuto leggerlo solo gli studiosi; anche lo scrittore aveva creduto fosse perduto per sempre, dopo essersi distrattamente liberato di una valigia che conteneva i suoi manoscritti giovanili. Fu il primo romanzo che il giovane Perec inviò alle case editrici. Rifiutato da Gallimard: «troppe goffaggini e troppi chiacchiericci», scrivevano gli editor.

Perché mettere al centro della sua opera prima proprio quel ritratto? «Tu ti sei lasciato sedurre da questo sguardo, non sei riuscito a domarlo, a spiegarlo, a superarlo, a fissarlo sulla tua tela», leggiamo. Lo stesso volto del ritratto è un doppio del volto di Perec. «La piccola cicatrice sul labbro superiore» che vediamo nel dipinto allo scrittore appariva identica alla sua. Cicatrice che si è procurato in una zuffa infantile, e che per lui diventerà «un segno distintivo» (tornerà nel volto del protagonista de L’uomo che dorme).

A leggerlo oggi è difficile sottovalutarne l’importanza. A partire dalle prime parole: «Madera etait lourd». Madera era pesante. Chi parla è il protagonista, Gaspard Winckler, pittore, anzi falsario, che trascina per le scale il cadavere del suo benefattore, Anatole Madera, cui ha appena tagliato la gola. Perec fa il suo ingresso nella storia della letteratura trascinando un cadavere troppo pesante. Il nome del protagonista non ha nulla di casuale: Gaspard Winckler. Lo ritroveremo in W o Il ricordo di infanzia, dove interpreta la solitudine dell’orfano – condizione mai rimossa della biografia di Perec – e soprattutto in La vita: istruzioni per l’uso. Winckler sarà sempre il pittore incaricato da un facoltoso mecenate di copiare degli acquerelli per farne dei puzzle; anche lì la conclusione è tragica.

Il romanzo è la storia di un fallimento. Narrata due volte, la prima in ordine cronologico; la seconda a ritroso, come confessione del protagonista. Winckler non riuscirà a realizzare la sua copia perfetta e si libererà dell’uomo che gliel’aveva commissionata. La meta per lui irraggiungibile è «La maitrise du monde». Quella che possedevano «Ghirlandaio, Memling, Cranach, Chardin, Poussin» e che al giovane artista è negata. Gaspard potrà arrivarci quando avrà chiara una cosa: «Il condottiero non esiste. C’è un uomo chiamato Antonello da Messina. E come lui tu andrai per il mondo, cercando l’ordine e la coerenza. Cercando la verità e la libertà».

L'articolo Il condottiero di Georges Perec proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-condottiero-georges-perec/feed/ 0
I fratelli Barnes e il senso (aristotelico) del tempo https://minimaetmoralia.it/libri/i-fratelli-barnes-e-il-senso-aristotelico-del-tempo/ https://minimaetmoralia.it/libri/i-fratelli-barnes-e-il-senso-aristotelico-del-tempo/#comments Fri, 28 Sep 2012 09:57:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9622 Pubblichiamo un pezzo di Antonio Sgobba su «Il senso di una fine» di Julian Barnes (Einaudi).

Tra i trenta libri in testa alla classifica della Letteratura straniera ce n'è solo uno che non ha nel titolo sfumature, colazioni, segreti, vaticani, alchimie, Tiffany, profumi, neve o oceani. È Il senso di una fine, di Julian Barnes (Einaudi 2012). L'unico che corrisponda ad un'idea tradizionale di Letteratura Europea. Un primato singolare per un autore che in Italia non ha mai fatto sfracelli in libreria. Sorprendente se si considera il particolare genere letterario: Il senso di una fine è un romanzo filosofico. «È ancora possibile scrivere romanzi filosofici?». Si chiedeva qualche mese fa Jennie Erdal sul Financial Times. Sì, e Barnes lo dimostra: «Ad un primo livello è un giallo psicologico, ma è anche una meditazione filosofica sul passaggio del tempo e le relative distorsioni della memoria. Qualcosa di raro: un romanzo di idee – la soggettività dei ricordi, la natura illusoria della verità, le ragioni di un suicida – che non viene schiacciato dalle idee stesse», scriveva Erdal. Barnes non è nuovo al genere, altri suoi romanzi possono essere visti come indagini sulla natura della storia (Storia del mondo in 10 capitoli e ½, 1989) e della finzione (England, England, 1998).

L'articolo I fratelli Barnes e il senso (aristotelico) del tempo proviene da Minima et Moralia.

]]>

Pubblichiamo un pezzo di Antonio Sgobba su «Il senso di una fine» di Julian Barnes (Einaudi).

Tra i trenta libri in testa alla classifica della Letteratura straniera ce n’è solo uno che non ha nel titolo sfumature, colazioni, segreti, vaticani, alchimie, Tiffany, profumi, neve o oceani. È Il senso di una fine, di Julian Barnes (Einaudi 2012). L’unico che corrisponda ad un’idea tradizionale di Letteratura Europea. Un primato singolare per un autore che in Italia non ha mai fatto sfracelli in libreria. Sorprendente se si considera il particolare genere letterario: Il senso di una fine è un romanzo filosofico. «È ancora possibile scrivere romanzi filosofici?». Si chiedeva qualche mese fa Jennie Erdal sul Financial Times. Sì, e Barnes lo dimostra: «Ad un primo livello è un giallo psicologico, ma è anche una meditazione filosofica sul passaggio del tempo e le relative distorsioni della memoria. Qualcosa di raro: un romanzo di idee – la soggettività dei ricordi, la natura illusoria della verità, le ragioni di un suicida – che non viene schiacciato dalle idee stesse», scriveva Erdal. Barnes non è nuovo al genere, altri suoi romanzi possono essere visti come indagini sulla natura della storia (Storia del mondo in 10 capitoli e ½, 1989) e della finzione (England, England, 1998).

Al centro dell’ultimo libro c’è invece una teoria del tempo. È chiaro sin dall’incipit: «Ricordo, in ordine sparso: un lucido interno polso». Che cos’è lo shiny inner wrist di cui si parla viene spiegato qualche pagina più avanti: «Portavamo l’orologio con il quadrante sull’interno polso. Si trattava di un’affettazione, ovviamente, ma forse anche d’altro. Trasformava il tempo in qualcosa di personale, per non dire di segreto» (p. 8). Per che cosa sta questa immagine? Lo si chiarisce  verso la conclusione: «Io so una cosa per certo: che un tempo oggettivo esiste, ma che esiste anche quello soggettivo, quello che si porta sull’interno polso, proprio accanto alle pulsazioni cardiache. E questo tempo personale, che poi è anche quello autentico (the true time), si misura in funzione del nostro rapporto con i ricordi» (p. 122).

Da dove viene questa idea di tempo soggettivo? In un’intervista (Alias, 27 maggio 2012) Silvia Albertazzi ha chiesto a Barnes: «Si tratta di un espediente narrativo?». Lo scrittore ha risposto: «Quando ho scritto Nothing to be Frightened Of, mi sono confrontato sulla memoria con mio fratello, che è un filosofo esperto di Aristotele e di logica. Fino ad allora avevo pensato che la memoria – almeno la mia – fosse affidabile; ma mio fratello mi disse che non lo è, e che anzi si tratta di una facoltà più vicina all’immaginazione che alla documentazione. Da allora mi sono sempre più avvicinato al suo punto di vista. Ed è probabile che le nostre storie preferite, quelle che raccontiamo più spesso, finiscano per essere più distorte e lontane dalla verità di quelle che abbiamo raccontato solo una volta».

Insomma, possiamo pensare che le idee filosofiche di Julian Barnes sul tempo vengono direttamente dal fratello. E ci mancherebbe. Jonathan Barnes è il più importante studioso vivente di Aristotele, ne ha curato l’opera completa per l’edizione Oxford. Lo si riconosce dal tipico abbigliamento in stile diciottesimo secolo: panciotto in broccato, stivaletti, ghette, calzoncini, d’inverno un tabarro (qui lo si vede in azione). Il professor Barnes va abitualmente in giro cosi. Come non farsi influenzare? Fino a qualche anno fa la distanza tra i due si poteva misurare nei titolo dei loro libri più importanti. Julian è l’autore di Love, etc. –  storia di un triangolo amoroso raccontata attraverso i monologhi dei tre protagonisti. Jonathan di Truth, etc. – una poderosa storia della logica antica. Negli ultimi anni forse le distanze si sono ridotte, nel segno di Aristotele.  Nel 2008 il romanziere ha scritto nell’introduzione al volumetto del filosofo A Coffee With Aristotle: «Ho chiesto a mio fratello se Aristotele avesse mai parlato di nepotismo – o fraternalismo. Apparentemente no, ma il grand’uomo ebbe a dire: “I fratelli sono uguali per tutte le cose, eccetto che per l’età”. Ai miei occhi di non specialista, non sembra né memorabile né particolarmente vero. Ma mi fa venire in mente come mia madre si lamentò con un amico: “Ho due figli. Uno scrive libri che io posso leggere ma non posso capire, e l’altro scrive libri che posso capire ma non posso leggere”».

Lo scrittore parla a lungo del fratello filosofo proprio in quell Nothing To Be Frightened Of uscito nel 2008, libro di memorie apertamente autobiografico. Barnes (Julian) cita l’amato Jules Renard: «Le persone con una buona memoria non possono avere idee generali». E commenta: «se è così, mio fratello è quello con la memoria inaffidabile e le idee generali, mentre io sono quello con la memoria affidabile e le idee particolari» (p. 35). Barnes (Jonathan) citerebbe invece l’incipit del De Memoria dell’amato Aristotele: «in genere hanno più memoria quelli che sono lenti». Lo scrittore la differenza la spiega così: «In quanto filosofo, lui è convinto che i ricordi siano spesso falsi – tutto qui. Sulla base del principio Cartesiano della mela marcia, ovvero non ci si può fidare di nessuno, senza un supporto esterno. Io mi fido di più, o mi inganno di più, così continuerò a fare come se i miei ricordi fossero veri».

Il consapevole autoinganno – o eccesso di fiducia – confessato da Barnes nel 2008 è lo stesso del protagonista del romanzo del 2011, Tony Webster. A distanza di anni Tony scopre che il suo amico dei tempi del liceo, Adrian Finn, il più brillante della sua compagnia, anziché avere una vita di successi accademici, come immaginava Tony, si era tolto la vita ancor prima di finire l’università. Che la storia abbia molto a che vedere con lo stesso autore si capisce proprio tornando al suo libro autobiografico: «Uno dei miei amici, Alex Brilliant – ricordava Barnes in Nothing to be frightened of, p. 13 – leggeva Wittgenstein a sedici anni e scriveva poesie pulsanti di ambiguità (…) in Inglese aveva voti più alti dei miei, entrò a Cambridge, poi lo persi di vista. Negli anni avevo immaginato la sua carriera di successo nelle professioni liberali. Avevo superato i cinquanta quando scoprì che questa biografia era solo una stupida fantasia. Alex si era ucciso – con delle pillole, per colpa di una donna – poco più che ventenne». Le analogie tra il plot del romanzo e l’autobiografia di Barnes sono evidenti. Tony Webster e Julian Barnes hanno molto in comune, entrambi non credono ai «luoghi comuni (easy assumptions)» per cui «il ricordo corrisponda alla somma di evento più tempo trascorso». Sanno che «invece funziona in un modo più strano di così. Non so più chi ha detto che il ricordo è ciò che pensavamo di aver dimenticato. Inoltre dovrebbe apparirci ovvio come il tempo per noi non agisca affatto da fissativo, ma piuttosto da solvente» (Il senso di una fine p. 65).

Ora, conoscendo il fratello dell’autore, possiamo ipotizzare che le assunzioni dietro queste credenze sul tempo siano basate su Aristotele più che sul senso comune. Per Aristotele l’esistenza del tempo è necessariamente legata all’esistenza dell’anima: «risulta impossibile l’esistenza del tempo senza quella dell’anima» si legge nella Fisica. Nei Parva naturalia e nel De Anima il tempo è annoverato tra i «sensibili comuni», cioè è un oggetto di sensazione che non si riferisce esclusivamente a un senso ma è percepito dalla sola facoltà del sentire. E nel De Memoria specifica: «gli esseri che percepiscono il tempo, essi soli ricordano – e con la stessa facoltà con cui avvertono il tempo». Nelle prime pagine Tony Webster dice: «Viviamo nel tempo; il tempo ci forgia e ci contiene, eppure non ho mai avuto la sensazione di capirlo fino in fondo. Non mi riferisco alle varie teorie su curvature e accelerazioni né all’eventuale esistenza di dimensioni parallele in un altrove qualsiasi».  Questo disinteresse per l’aspetto metafisico della faccenda può essere definito a tutti gli effetti aristotelico. Nella più completa trattazione del tempo dell’opera di Aristotele – il capitolo 14 del libro quarto della Fisica – il filosofo non si sofferma mai sullo statuto ontologico del tempo. «No, sto parlando del tempo comune quotidiano, quello che orologi e cronometri ci assicurano scorra regolarmente: tic tac, tic toc. Esiste al mondo una cosa più ragionevole di una lancetta dei secondi?», continua il protagonista de Il senso di una fine. Aristotele,  sprovvisto di cronometri, nella Fisica affermava: «Noi diciamo che il tempo compie il suo percorso, quando abbiamo percezione del prima e del poi nel movimento».

Spoiler (tanto lo hanno già letto tutti): il mistero al centro della trama incomincia a svelarsi quando Tony scopre di aver scritto una lettera crudele che non ricordava di aver scritto. Una dimostrazione di quanto sia sbagliata l’idea per cui il ricordo è la somma di evento più tempo trascorso. Perfetta messa in scena della definizione aristotelica di memoria: «lo stato di un’immagine in quanto copia della cosa di cui è immagine» (De Memoria). Per Aristotele non ricordiamo mai le cose stesse ma solo l’immagine delle cose. Percepiamo il tempo attraverso i sensi e, come con le percezioni sensoriali, possiamo sbagliarci. Julian ha imparato la lezione di Jonathan.

Il senso di una fine  è un buon romanzo? La cosa è oggetto di discussione (secondo molti lo è, secondo altri no) Di sicuro dietro c’è della buona filosofia. È stato notato come nel romanzo siano citati in maniera non dichiarata Philip Larkin (definito semplicemente “il poeta”) o altri, come il critico Frank Kermode (autore del saggio Il senso di una fine). All’elenco degli omaggi impliciti vanno aggiunti almeno altri due nomi.

L'articolo I fratelli Barnes e il senso (aristotelico) del tempo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/i-fratelli-barnes-e-il-senso-aristotelico-del-tempo/feed/ 8