Davide Gatto, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/davide-gatto/ un blog di approfondimento culturale Thu, 14 Jul 2022 08:28:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Davide Gatto, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/davide-gatto/ 32 32 Chi ha paura delle parole nuove? Pierre Rivière, il Discorso dominante e noi https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chi-ha-paura-delle-parole-nuove-pierre-riviere-il-discorso-dominante-e-noi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/chi-ha-paura-delle-parole-nuove-pierre-riviere-il-discorso-dominante-e-noi/#comments Tue, 19 Jul 2022 06:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50798 Pierre Rivière è un contadino normanno che nel 1835, a vent’anni, uccide con lucida e premeditata ferocia la madre, la sorella diciottenne e un fratellino di otto anni per “liberare il padre” – così si esprimerà ripetutamente – dalle angherie di una moglie che ha fatto del contratto matrimoniale un’arma di sopraffazione e di dominio, […]

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Pierre Rivière è un contadino normanno che nel 1835, a vent’anni, uccide con lucida e premeditata ferocia la madre, la sorella diciottenne e un fratellino di otto anni per “liberare il padre” – così si esprimerà ripetutamente – dalle angherie di una moglie che ha fatto del contratto matrimoniale un’arma di sopraffazione e di dominio, ora violandolo e ora rivendicandolo a seconda del suo tornaconto.

Negli anni Settanta Michel Foucault e il suo gruppo di lavoro, da tempo impegnati a indagare le forme più sfuggenti – in quanto istituzionalizzate – con le quali il potere esercita il suo predominio anche nelle nostre democrazie liberali, si interessano al caso e pubblicano in volume (Gallimard, 1973; Einaudi, 1976) l’intero dossier della vicenda (perizie medico-legali, verbali di interrogatorio, testimonianze e la preziosa Memoria redatta dallo stesso imputato che, benché privo di istruzione, dà prova di straordinarie risorse da autodidatta), seguito da alcuni brevi saggi di interpretazione e di approfondimento.

Uno di questi, a firma Jean-Pierre Peter e Jeanne Fevret (L’animale, il pazzo, il morto, pp. 193-214), propone dell’intero caso una lettura sociopolitica dai risvolti a mio avviso straordinariamente attuali. In estrema sintesi: l’ordine liberale e borghese nato dopo la Rivoluzione, fondato sull’illuministica uguaglianza di tutti gli uomini, contraddice i suoi presupposti quando delimita il campo della sua stessa agibilità al potere economico e alla forza contrattuale, rendendo nuovamente subalterni quei cittadini che, pur essendo “pari” sulla carta (ormai costituzionale), di fatto non possono che sottoscrivere contratti per loro svantaggiosi, né sono in grado di difendersi da eventuali violazioni degli stessi ulteriormente peggiorative.

Naturalmente – ragionano i due autori – è questo il caso di Pierre Rivière e di suo padre, costretti a subire tutte le torsioni e le manipolazioni cui la madre-tiranno continuamente sottopone gli accordi matrimoniali, incapaci come sono di rivendicare i loro legittimi diritti e, con essi, il loro status costituzionale di “uguali”. 

Ora, la scuola di Foucault ha in primo luogo concentrato tutta la sua attenzione sull’universo delle parole in cui viviamo immersi, sulle frasi (“gli enunciati”) che a seconda dei contesti godono di maggiore reputazione e si strutturano in discorsi dominanti, relegando ai margini o soffocando enunciati che avrebbero altrimenti la forza di determinare un radicale cambiamento della mentalità e delle cose;  gli studiosi concludono quindi che agli esclusi di fatto come Pierre Rivière, che pure sulla carta dovrebbero essere uguali, è sostanzialmente sottratta anche la voce con cui poter denunciare l’ingiustizia subita e l’ipocrisia imperante, non restando loro altro che l’enunciato di protesta più radicale che esista: l’atto violento, l’atto di sangue che, in questo caso di parricidio, può essere plausibilmente interpretato come un nuovo tirannicidio, dove però il padre-tiranno non è più il sovrano assoluto, ma l’ordine (fintamente) democratico e (fintamente) liberale. 

Le suggestioni in chiave attuale sono molteplici, dicevo. Analizzare il campo dei discorsi oggi, descrivere senza pregiudizi ideologici quali frasi e quali parole con il loro peso e la loro diffusione schiaccino e releghino ai margini e dentro asfittiche nicchie altre parole e altre frasi magari più credibili e foriere di inediti sviluppi futuri è a mio avviso un ottimo esercizio di consapevolezza. 

L’esempio più efficace è offerto oggi dal Discorso dominante su Putin e sulla guerra in Ucraina, con i suoi enunciati seriali: Putin macellaio e guerrafondaio, l’aggressore e gli aggrediti, i civili uccisi, scuole asili e ospedali bombardati, la minaccia imperialistica all’intera Europa, la “Resistenza” ucraina e i nuovi partigiani contro la rediviva barbarie neonazista dei russi (Putin novello Hitler) etc. etc. Abbiamo visto tutti il fuoco di sbarramento riservato nel dibattito pubblico a chi faceva notare che la Nato aveva per prima “abbaiato alle porte della Russia” e che le guerre, tutte le guerre fanno inevitabilmente strage di civili; a chi avanzava l’ipotesi che in scuole asili e ospedali gli ucraini avessero dislocato i loro centri di comando militari e ammassato le loro armi per ragioni di strategia di per sé evidenti; a chi opponeva un sorriso sarcastico all’idea di una invasione dell’intera Europa da parte di un esercito già impantanato sul fronte ucraino e per altro verso descritto come privo di motivazione e male in arnese; a chi infine non nascondeva il suo disorientamento e la sua nausea a vedere arruolati nelle gloriose file della nostra Resistenza e dei nostri partigiani anche i volontari del battaglione Azov, che la loro fede nazifascista se l’erano fatta stampigliare a inchiostro indelebile sulla stessa pelle. 

Avvertiva Foucault che nel campo del discorso, delle frasi che circolano e riempiono le nostre coscienze e le nostre vite, è in atto una guerra permanente per la supremazia, e che anzi ogni vero Potere si sostiene sulla supremazia del discorso ad esso collegato. E gli altri discorsi? Il dossier su Pierre Rivière testimonia con chiarezza le faticose ricomposizioni cui il Discorso dominante di giudici e medici – ceti rappresentativi dell’ordine borghese e liberale – è stato costretto di fronte alla Memoria lucida e spiazzante del parricida: lo si voleva estraneo alla comunità umana degli uguali, prima in quanto mostro, animale, poi in quanto pazzo, ma il suo scritto appare piuttosto il discorso argomentato di uno dei senza voce, un discorso che in concomitanza con l’atto cruento ha trovato la forza e l’occasione di rimuovere la sordina sociale e di essere pronunciato.

Straordinariamente significativa, nella Memoria, la testimonianza che lo stesso Pierre Rivière rende della sua creatività anche verbale, quando conia nomi nuovi per strumenti di sua invenzione: il più importante di essi, il calibene, serve a uccidere gli uccelli e viene sotterrato e dissotterrato come un oggetto sacro cui è legata la speranza di tempi nuovi e più giusti. Non usa le parole del Discorso dominante Pierre Rivière, reclama la giustizia e un mondo diverso che corrisponda a un discorso diverso, associa istintivamente l’auspicata trasformazione ad uno strumento di morte perché il nuovo può venire alla luce solo laddove il vecchio muore, si perde infine perché applica questa ovvia considerazione a sua madre, benché “tiranna”, invece che al Discorso e al Potere dominanti.

Che fine fanno dunque i discorsi “altri”, come vengono screditati, marginalizzati, neutralizzati dal Discorso dominante? Dopo lunghe discussioni tra giudici, medici e organi di stampa Pierre Riviére viene dichiarato pazzo, e le parole di un pazzo notoriamente non meritano neppure di essere prese in considerazione: la denuncia sociale e politica che il suo gesto e le sue parole “altre” rappresentavano viene così immediatamente cancellata.

Qualche sera fa ero a Polignano per il Festival del Libro Possibile e mi ha molto colpito l’analogia con il motivo verbale e concettuale posto da Michele Santoro a cornice del suo monologo. Santoro ha iniziato e ha concluso con la formula antifrastica “Io sono pazzo”, racchiudendo nel mezzo la nutrita serie di argomentazioni che contraddicono punto per punto la narrazione dominante del conflitto in Ucraina e di cui sopra si è dato un piccolo saggio. “Io sono pazzo” è una evidente concessione formale fatta alla prospettiva del Discorso dominante per godere appieno del diritto di parola sancito peraltro dall’articolo 21 della nostra Costituzione. Cittadini di pari diritto sulla carta, come nel caso di Pierre Rivière, dobbiamo poi fare i conti con il campo di forze degli enunciati e delle idee, in cui quelli dominanti – cui corrisponde di fatto un Potere tutt’altro che egualitario – sono così pervasivi ed esclusivi da inglobare anche la nicchia del dissenso, che diventa così un dissenso depotenziato, un dissenso per così dire sotto tutela.

Solo ad uno effettivamente pari si può parlare da pari: chi, e a quale prezzo, se la sentirebbe di esprimere il proprio dissenso pieno, ancorché sostenuto da ottime ragioni, in faccia a colui o a coloro che possono disporre del suo destino? Gli esempi odierni di dissenso “sotto tutela” si sprecano: partiti dal programma anti-draghiano che perseguono la sua attuazione attraverso il sostegno a Draghi; sindacati che concertano le forme della protesta con istituzioni e parte datoriale invece che con i lavoratori; docenti costretti a usare il Discorso dell’Invalsi e delle competenze per contestare la logica di Invalsi e competenze; scrittori che devono venire a patti con il sistema editoriale pur di denunciare la deriva del sistema editoriale etc. etc.

L’impressione è che non ci sia più spazio alcuno per pronunciare a testa alta e pubblicamente la parola calibene, la parola nuova che rompe con il vecchio e avanza un’ipotesi magari migliorativa per il futuro. Sopravviviamo scontenti dentro lo stagno fermo del Discorso dominante, che ormai glissa sul senso delle parole per concentrarsi sul giudizio ad esse correlato: è il caso del termine populismo, che tutti hanno imparato a disprezzare ma nessuno saprebbe ben definire (una forma di dissenso che si emancipi dalla tutela, un dissenso che verrebbe perciò subito etichettato come provocazione, può consistere nel domandare al conferenziere o all’intervistato di turno cosa significhi esattamente il termine populismo che egli con tanto disgusto associa, solitamente, a chi prova a pronunciare un discorso diverso).

Sappiamo in che modo terribile e drammatico Pierre Rivière abbia alla fine preso la parola che agli esclusi come lui era stata fino ad allora negata, come sia passato alle vie di fatto dell’enunciato radicale. Chiediamoci allora se non provengano anche oggi da queste sacche di dissenso inespresso o silenziato – nonostante tutta la nostra sbandierata libertà di espressione – le esplosioni di “insensata” violenza che affliggono la nostra democraticissima e liberalissima civiltà occidentale, dalle risse di strada tra giovani sazi ma costretti a recitare la parte assegnata in commedia, alle stragi familiari, alle sparatorie – quasi simboliche – nei centri commerciali e nelle scuole del Paese esportatore per eccellenza di libertà e di democrazia. Chiediamoci se non convenga lasciare spazio anche alle voci di chi dal fondo della sala vuole dire calibene, se non convenga ricucire lo strappo sempre più scandaloso tra la libertà e l’uguaglianza sanciti dalla Costituzione e la consuetudine clamorosamente illiberale ed iniqua della nostra vita associata.

(Copertina: fotogramma dal film “Moi, Pierre Rivière…” di René Allio)

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Un estratto da “In principio fu il male” https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-il-principio-fu-il-male/ https://minimaetmoralia.it/estratti/un-estratto-da-il-principio-fu-il-male/#respond Sat, 04 Dec 2021 07:05:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49638 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto dal romanzo “In principio fu il male” di Davide Gatto, in libreria per Manni.   * UNO (Fischia il vento e infuria la bufera) Nelle conventicole casuali di quartiericoli alla caccia c’era a questo punto chi si dichiarava soddisfatto e allargava le braccia, Che altro c’è da dire?, […]

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto dal romanzo “In principio fu il male” di Davide Gatto, in libreria per Manni.

 

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UNO (Fischia il vento e infuria la bufera)

Nelle conventicole casuali di quartiericoli alla caccia c’era a questo punto chi si dichiarava soddisfatto e allargava le braccia, Che altro c’è da dire?, avevamo un brigatista in Quartiere e facevamo finta di non saperlo, si trattava in genere delle anime belle della Esclusione e della Affiliazione o di qualche altra anima disperata conquistata al sogno del successo facile e del godimento imperituro, ormai aveva provveduto lo spirito santo a illuminare i governanti e a sradicare la mala pianta, e d’altra parte perché rivangare ancora storiacce di sparatorie e ammazzamenti se a reti unificate il futuro prometteva donne e uomini bellissimi per tutti e la giovinezza eterna e attici open space sospesi sul golfo di Manhattan?, ma agli altri, a tutti gli altri forse la nebbia stava nel cuore e non c’era fede interessata o spot pubblicitario capace di diradarla, a dirsela tutta e con estrema franchezza neanche questi altri sembravano però granché interessati a smascherare un brigatista rimasto impunito, solo avevano l’impressione che a correre dietro al cinghiale assassino l’aria nelle narici si facesse più frizzante, si guardavano negli occhi e se li scoprivano fondi e qua e là scintillanti come di notte una steppa attraversata da luci di carovane e da bagliori di briganti, che putiferio aveva scatenato per esempio quel sovversivo del Cipriani quella volta che nella sala dei sindacati i delegati erano stati convocati per discutere e alla fine approvare l’accordo sulla ristrutturazione?, il racconto raccontava che l’ambiente somigliava all’interno di una chiesa, c’era un albero di Natale con le palle e la stella cometa ma senza luminarie, e alle panche, doppiamente disposte in un triplice ordine, mancava solo l’inginocchiatoio per certificare il mostruoso abbraccio tra il potere clericofascista e gli eredi abusivi delle brigate garibaldine, dall’altare pavesato di rosso con una scritta cubitale gialla, Il terrorismo attacca il movimento operaio i suoi partiti e i suoi sindacati, il segretario stava già raccogliendo l’approvazione unanime quando l’Aldo Martello si era affacciato rumorosamente dalla porta a vetri e aveva cominciato a sparare una dopo l’altra frasi che erano come proiettili, Io sono marxista e voto contro. Marx diceva ai proletari di tutto il mondo di unirsi, il padrone si è cagato sotto e si è inventato la ristrutturazione per tenerci divisi. Nessuno viene licenziato, voi dite, ma la produzione viene frammentata e gli operai vengono divisi. Voi leccate il culo a papà Falck e volete costringere anche noi operai a diventare dei lacché!

Per qualche momento a quanto pare quelle parole inaspettate erano rimbalzate da una parete all’altra della saletta come fulmini e saette in uno spazio chiuso, gli aspiranti sacrestani se ne erano rimasti pavidi e disciplinati al loro posto, stavano l’uno stretto stretto all’altro e con gli occhi puntati sul segretario dietro all’altare, poi dal punto più lontano dal Martello qualcuno era scattato in piedi nervosamente, sembrava un joker a molla esploso all’improvviso da una scatola-regalo sotto l’albero, si diceva che l’effetto era stato quello di una valanga, tutti si alzavano e gesticolavano furiosi verso il tavolo della presidenza e verso l’intruso, Buttatelo fuori, lui non è un delegato!, Dov’è la sorveglianza?, le voci si alzavano e si confondevano, Terrorista!, sei tu il vero nemico dei lavoratori, per un riflesso forse automatico a un certo punto un gruppo di delegati aveva intonato in coro lo slogan di tante recenti manifestazioni, Brigatisti, fuori dai coglioni / contro gli operai ci sono già i padroni, c’era stato persino qualcuno di più vicino che spinto dalle onde lontane di rabbia e di finta indignazione aveva accennato qualche passo bellicoso verso il Cipriani ma quello aveva gonfiato il petto e abbassato la testa che sembrava davvero un cinghiale capobranco pronto a caricare, nel trambusto generale e sotto lo sguardo severo dei braccianti e dei proletari in marcia che campeggiava in effigie a tutta parete sopra l’altare della presidenza era stato ancora una volta il vocione del Martello gappista e partigiano a imporsi, I terroristi siete voi, branco di spioni del cazzo, Berlinguer ha fatto l’accordo col fascista e col padrone e vi ha spedito nei reparti a ficcare il naso e a denunciare, siete degli uomini di merda e avete fatto male i conti, i compagni della resistenza partigiana sanno come reagire al vostro terrore controrivoluzionario, raccontava chi c’era stato che il subbuglio era stato davvero grande, punti nel vivo della loro fede proletaria e antifascista alcuni delegati avevano infatti cominciato ad attaccarsi con i loro vicini e la chiesa sindacale dei riti corali si era trasformata in una piazza tumultuante di popolani l’un contro l’altro armati, pare ci avesse pensato come al solito quel diavolo di un Martello a far sentire tutti indistintamente delle merde, di traverso sulla porta e ruotando a più riprese il testone prima all’esterno e poi all’interno aveva cominciato a leggere con una voce da megafono la lapide commemorativa degli operai Falck morti nella lotta di resistenza partigiana, Fratelli di una pari sorte…, Caddero vittime della barbarie nazifascista…, Traggano perenne insegnamento i vivi.

L’evento era stato così clamoroso che a quanto pare per giorni non si era parlato d’altro nei reparti e davanti alle macchinette del caffè, il Cipriani aveva violato l’intoccabilità di un luogo e di un rito che erano davvero percepiti come sacri, fare irruzione nella saletta del potere sindacale sembrava ancora più empio e oltraggioso che piombare vocianti come tante volte avevano fatto negli uffici della Direzione, nella lontananza del tempo ora i quartiericoli scoprivano però che né nel passato né nel presente il loro pensiero e i loro discorsi ruotavano intorno alle questioni politiche e ideologiche, neppure si soffermavano granché sul presunto ruolo di brigatista e di fiancheggiatore del tornitore scelto delle Officine Meccaniche Concordia, tra le pieghe e gli intervalli dell’indagine che il Quartiere aveva avviato all’indomani del definitivo tramonto di Draculescu sembra che qualcuno fosse giunto a paragonare il Martello di Stalin a un vento ribelle pronto a girarsi senza preavviso pur di schiantare un ostacolo, quando si parlava di lui sembrava di vedere in azione le forze poderose che smuovono la natura, fiumi in piena che sgretolano le montagne e terremoti che sconquassano intere città senz’altra ragione se non quella di essere quello che sono, cioè pura energia a caccia di spazi vuoti in cui espandersi, mettevano in fila i quartiericoli tutti i fatti che avevano rievocato, e se il sindacato e il partito dettavano la linea nella pace e nella concordia di lavoratori e delegati, lui piombava nel bel mezzo della cerimonia e gettava lo scompiglio, e se la materia si compattava nelle forme fatali dell’acciaio inossidabile, lui la tormentava con il suo tornio e con l’utensile a coltello fino a infondere in essa nuova vita e nuovo movimento, insomma non sopportava nulla che fosse stabile e fermo l’Aldo Cipriani detto il Martello di Stalin, a pensarci bene favellatori e uditori del Quartiere ora mettevano a fuoco anche il giudizio sprezzante di quel rivoluzionario integrale e assoluto verso la giovinaglia fancazzista e bucarola che stava davanti alla Cantina di Gennaro più rigida e inerte del cordolo di un marciapiedi o del palo della luce, Mi viene voglia di prenderli uno ad uno, di bloccarli sul mandrino e di dargli una bella lavorata, più di tutti disprezzava Nino di Lorena, Lorena la maestrina che aveva adottato quell’altra poveretta della piccola Ramona, Quello crede in san Cazzo, parte sempre alla conquista di qualche figa e poi si appende la foto porno nell’armadietto come un ex-voto, si chiedeva qualche figlio di buona donna cosa si poteva dire allora di lui, che nell’armadietto si era appeso i faccioni morti di Lenin e di Marx.

Ma come è facile comprendere il racconto ormai si era fatto sfuggente e viveva di vita propria, era magari il principio di marzo di quel millenovecentonovanta che prometteva meraviglie, niente e nessuno più nel mondo potevano ostacolare la libertà l’ordine e il progresso del Sacro Occidentale Impero Statunitense, si era visto che fine avessero fatto i seguaci dell’angelo ribelle marxista e bolscevico, il genio malato dei Carpazi era stato gettato come uno straccio vecchio ai piedi del muro di una scuola, il carrarmato del superbo tiranno cinese umiliato nella piazza mastodontica da un ragazzetto smilzo con un gran ciuffo nero e il muro sovietico là a Berlino smantellato pezzo a pezzo da uno sciame senza fine di scalpellini improvvisati, le avvisaglie del tempo nuovo di pace e prosperità del resto erano già nell’aria, i canali tv si erano moltiplicati e a cercar bene non mancava l’offerta sexy ed esplicitamente hard, anche la realtà sembrava essersi moltiplicata e ora guardava materna gli umani dalle migliaia e migliaia di piccoli schermi dei computer, sarà pure stata beneaugurante dunque l’arietta di quel sabato pomeriggio di marzo, un’arietta forse già speziata dei profumi del futuro risveglio, eppure magari una corona bitorzoluta di figurine goffe si stagliava nera come tutto sullo sfondo fiammeggiante dell’orizzonte e parlava ascoltava e raccontava, poteva parlare forse da quasi un’ora e ormai nessuno ricordava più da dove e perché il discorso fosse cominciato, volevano forse che mai finisse il catalogo mirabolante degli eccessi del Martello che loro mai avrebbero saputo compiere, sbalordivano e godevano a sentire delle sue risse di mani e di parole, della mazzata a tutte nocche sul casco dello sbirro e della spavalderia a trattare con i potenti, se lo figuravano tutti rapiti a plasmare il metallo e la roccia come una divinità tribale, e come una divinità tribale nascosta agli uomini nei vapori di una nuvola o nello sfarfallare fitto delle foglie di un pioppo lo seguivano con il cuore in gola mentre faceva la posta alle sue vittime e ne spargeva il sangue sacrificale sull’asfalto, cosa importava in fondo che fosse un assassino?, il mondo era pieno di assassini e al Quartiere di certo non mancavano i suoi, non ci fossero stati gli assassini un bel giorno, diradata la nebbia dal sole stanco di un gennaio qualsiasi, tutto sarebbe scomparso e il vialone, i grattacieli e i casermoni, la Cantina di Gennaro e la chiesa monumentale sarebbero tornati quello che erano sempre stati, forme in potenza, un miraggio, niente più che un miraggio nella lontananza tremolante del deserto.

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La maledizione dei catari https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-maledizione-dei-catari/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/la-maledizione-dei-catari/#comments Thu, 25 Jul 2019 12:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40736 I catari, i puri. Esala da qualche piega nascosta dell’essere il veleno sottile della perfezione, è una sostanza inodore e incolore che scivola dentro i pori della pelle e raggiunge le reti neuronali e come un’artrite le irrigidisce, non un’artrite de-formante ma per-formante, persino le sinapsi si attivano in tempi e luoghi prestabiliti, brillano a […]

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I catari, i puri. Esala da qualche piega nascosta dell’essere il veleno sottile della perfezione, è una sostanza inodore e incolore che scivola dentro i pori della pelle e raggiunge le reti neuronali e come un’artrite le irrigidisce, non un’artrite de-formante ma per-formante, persino le sinapsi si attivano in tempi e luoghi prestabiliti, brillano a intermittenza come le luci programmate lungo le piste di un aeroporto, fin dai meandri più inaccessibili della mente l’aderenza alla forma – all’idea, al suo senso pieno che è tutt’uno con la sua bellezza – è così totale che i catari ridisegnerebbero il profilo irregolare delle montagne, e quello frastagliato delle coste, se solo la tecnologia una buona volta li mettesse in condizione di farlo.

È facile riconoscerli i catari, percorrono le strade del mondo con una mappa nella sacca da viaggio, una mappa scialba solcata dalla linea rosso fuoco dell’itinerario, e sulla sacca la spilla l’adesivo o il nastrino identificativi – che nessuno abbia il minimo dubbio circa la parrocchia nella quale essi tutti rapiti si inginocchiano –, e nella sacca-distintivo ancora non possono mancare un set di taglierini e un barattolo di colla super adesiva, si sa quante cose si possono incontrare fuori dal loro posto, cose da taglia-incollare altrove, verrà alla fine il giorno in cui tutto sarà un foglio di Excel o di Word, nient’altro è il giorno del giudizio di quei fanatici dei cristiani se non la corretta redistribuzione di uomini cose emozioni sentimenti pensieri dentro un foglio di carta millimetrata, ogni infinitesimo quadratino tornerà ad essere la casa giusta per il suo giusto occupante, trent’anni di rivoluzione digitale stanno per realizzare la promessa di duemila anni di cristianesimo.

Ibridazioni mescolanze contaminazioni miscele e mistioni meticciati e sincretismi flessibilità e adattamento palinodie e compromessi, da tutto questo rifuggono i catari come da segni manifesti del maligno, oppure impugnano e alzano la croce del loro credo perfetto a sbarrare la strada – di qui non si passa –, e una volta alzata la barricata questa come per magia assume la stessa rigidità di pietra delle loro connessioni cerebrali, nessuno spazio viene concesso al dialogo, tutti sanno di quante e quali lusinghe e travestimenti è capace il maligno, niente di più facile che cerchi di ingannarti riconoscendo magari la validità di una tua idea o combattendo con coraggiosa determinazione una guerra che era tua ma che tu vittimisticamente hai disertato.

Hanno poi il loro linguaggio questi eterni devoti, parole scelte, il fior fiore delle parole, un vocabolario distillato chiuso in un’ampollina come una fragranza preziosa. Depositari del senso ultimo di ogni loro parola guardano torvo i barbari che la storpiano, commiserano con labbra irridenti gli incompetenti che non sanno quello che dicono – dio mio dio mio, perdona loro -, a volte, quando li prende la smania della profezia dischiudono appena appena la loro ampollina, seggono in trono – o, secondo i casi, davanti a una telecamera – e cantano l’inno della Verità dispiegata e il peana della guerra contro gli altri, tutti gli altri, vero miele profumato che si riversa nelle orecchie degli eletti e dei fortunati, vero veleno che intride le ossa e non se ne va più.

E come alle parole sono interdette risonanze allusioni evocazioni che consentano di tracciare sulla mappa nuove e inesplorate biforcazioni dall’itinerario rosso come un destino, così anche alle idee è negata l’impudenza dell’aria e dell’acqua – indiscrete sempre, di certo leggere e alla fine un po’ puttane –, così pronte a lasciare il loro posto per invadere spazi altrui, esse pure devono chiudersi dentro al loro carapace, coagularsi e solidificarsi e diventare sostanza adamantina, non più sostanza anzi ma pura armatura, all’interno la sostanza è morta da tempo ma il carapace d’acciaio temprato è inespugnabile, e questo conta per loro, per i puri, che l’armatura sia impenetrabile, neanche più sanno quando l’idea è morta, erano troppo occupati a difendere il fortino, gli ottimi catari, per accorgersi che da un pezzo dentro non c’era più nulla da difendere.

E se ancora la rappresentazione non è chiara, noi che in queste poche righe provocatoriamente indulgiamo in metafore metonimie e s-confinamenti sintattici come acqua e aria senza forma trascorreremo adesso dall’immagine del cataro-soldato a quella del cataro-sacerdote, una vita intera ad alimentare il fuoco sacro all’interno di un tempio vuoto come le vergini vestali, giovani ragazze sole e pure spendono il loro tempo di vita ad aggiungere un pezzetto di legno al focolare quando vedono la fiamma languire, a volte intensamente frugano nella memoria alla ricerca del senso di quel simbolo, ma nulla trovano se non che la fiamma va preservata in quanto fiamma, sarebbero disposte a morire per la purezza del simbolo, d’altronde ciò che è perfetto trova in se stesso il suo senso, dice il filosofo.

Ma non tutti i catari sono pronti a bruciare così la loro esistenza, come ciocchi di legno tra le fiamme di un fuoco sacro, la perfezione non può risiedere in un simbolo vuoto, deve esserci nella poltiglia irriducibile del mondo qualcuno di perfetto da prendere ad esempio e modello, l’ha detto quell’intelligenza cristallina di Cartesio che l’esistenza è un attributo della perfezione, e allora eccoli i puri tutti impegnati a foggiare santi ed eroi, persone morte da tempo o risucchiate nell’indistinto di un paese lontano o chiuse nel sancta sanctorum dei loro testi di ardua decifrazione, esistono, esistono i perfetti, i veri catari a cui ispirare la propria condotta di vita, il miracolo della transustanziazione è avvenuto e avviene, l’idea si è fatta carne e sangue, la chiesa dei puri e dei perfetti di ogni risma e latitudine si inchina al loro verbo e alla loro memoria, solo che memoria e parole figurano vuote anch’esse come il fuoco sacro delle vestali, stat rosa pristina nomine nomina nuda tenemus.

Vivo, sono imperfetto. Perciò odio chi non sa sconfinare, chi si conserva coerente ad ogni costo, chi in nome dell’idea sacrifica l’uomo, l’uomo che in noi stessi riconosciamo, senza attributi. Odio i catari i puri i perfetti.

(Il termine catari, volutamente minuscolo, prescinde dalla vicenda storica dei Catari, o Albigesi, e della crociata indetta contro di essi dal papa Innocenzo III. Il catarismo è qui evocato in senso etimologico ed è quindi storicamente applicabile agli scenari e ai figuranti più diversi: il miraggio della purezza è una costante antropologica.)

(Fonte foto)

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Il re è nudo, ma tutti guardano da un’altra parte https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/ https://minimaetmoralia.it/politica/re-nudo-tutti-guardano-unaltra-parte/#comments Sat, 22 Dec 2018 07:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39039 Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport. Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro […]

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Non mi piace alimentare la forma prima di intrattenimento dell’Italia, ovvero la politica-spettacolo di talk show, informazione paludata e maligna e girandola di commenti social che farebbero impallidire gli avventori di un vecchio Bar dello Sport.

Eppure stavolta qualcosa voglio dirla. Voglio dire qualcosa perché per la prima volta vedo con chiarezza un disegno dietro le vicende politiche degli ultimi mesi rappresentate dai media, il disegno ben orchestrato di neutralizzare il progetto di cambiamento della forza politica che alle ultime elezioni ha pressoché doppiato la percentuale di consensi dei suoi diretti avversari (32.7 contro rispettivamente 18.7 e17.4).

Gli argini alla marea montante erano stati costruiti già prima della consultazione elettorale, quando la maggioranza parlamentare uscente approvò la nuova legge elettorale – il cosiddetto Rosatellum, dal nome dell’allora deputato del partito che avrebbe poi ottenuto il 18.7-: la conta dei voti sarebbe avvenuta per coalizione, non per singola forza politica, ben sapendo che il movimento del futuro 32.7 sarebbe stato l’unico a correre da solo.

Di fatto l’argine cedette sotto la spinta delle preferenze, dato che il successo del movimento solitario finì per impedire che una delle due coalizioni raggiungesse la maggioranza parlamentare assoluta (50% + 1). L’operazione successiva è stata quindi quella di legare a corda doppio il corpo estraneo della politica italiana (annoto solo che in una democrazia compiuta non dovrebbe essere neppure concepibile l’idea di un corpo estraneo) con un compagno di cordata organico all’assetto politico tradizionale: la forza del 32.7 è stata posta sotto la tutela del partito del 17.4.

Non bisogna dimenticare che questa strana coppia dell’attuale esecutivo è pervenuta alla sua unione di fatto solo dopo che il partito del 18.7 ha pervicacemente negato il suo appoggio, nonostante gli innumerevoli addentellati programmatici che almeno la sua piattaforma ideologica avrebbe potuto consentire con le linee progettuali del movimento del 32.7.

Qualche esempio? La lotta contro i privilegi (taglio degli stipendi dei parlamentari, delle pensioni d’oro, tetto alle liquidazioni milionarie dei manager etc.), la redistribuzione del reddito a favore delle classi più deboli (quota 780 euro sia per il reddito di cittadinanza che per le pensioni minime), la salvaguardia dei diritti fondamentali (salute, lavoro, ambiente), il ripristino delle condizioni di legge in tutti gli ambiti (leggi lotta alla corruzione, all’evasione etc.). Ribadisco, a scanso di equivoci, che questi punti sono riconducibili alla piattaforma ideologica del partito del 18.7, non necessariamente al partito del 18.7.

Messa nell’angolo da queste manovre da burattinai consumati, la forza politica del 32.7 ha verosimilmente accettato l’abbraccio subdolo del partito del 17.4 per non disperdere un capitale elettorale che difficilmente avrebbe resistito agli attacchi, ai ricatti, alle lusinghe paternalistiche che sono il bagaglio storico di tutte le forze della restaurazione, del potere consolidato. Ha accettato questo abbraccio perfido sperando che la protezione di un contratto pubblico firmato da entrambi i contraenti fosse sufficiente a evitare la sua trasformazione in abbraccio mortale.

Di fatto è avvenuto nei mesi successivi e fino ad oggi un fenomeno distorsivo della rappresentazione dei fatti, come se i fatti fossero filtrati attraverso un prisma capace di deviare la loro effettiva paternità in modo da riconoscere al partito del 17.4 i meriti delle iniziative virtuose, a quello del 32.7 la responsabilità delle politiche più ciniche e riprovevoli. Gli esempi emblematici di questo processo – a mio giudizio non casuale – sono da una parte l’abbattimento del quartiere abusivo dei Casamonica realizzato dopo dieci mesi di istruttoria dalla sindaca romana della forza politica del 32.7, ma mediaticamente devoluto come un tributo al capo del partito del 17.4 in sella ad un bulldozer (fosse stato qualche decennio fa avrebbe forse esibito il petto nudo e un piccone…), dall’altra l’astio ideologico del decreto Sicurezza imputato a quella maggioritaria tra le due forze di governo, che ha dovuto tollerarlo a forza per non buttare – come si dice – il bambino insieme all’acqua sporca.

Oltre che caratterizzata da questo peculiare effetto prismatico, la rappresentazione dei fatti appare sottoposta anche a un particolare filtro di potenziamento selettivo, per cui l’uomo del bulldozer risulta ubiquo e pressoché onnipotente, la variante odierna del superuomo che i nostri anticorpi civili hanno tante volte in passato debellato ma che giace latente nel nostro organismo come una maledizione: la sua parola è l’ultima, la sua figura giganteggia in tutte le cronache, si tratti di vaccini, di infrastrutture, di appalti, di Europa, di giusto processo e naturalmente di autoscatti personali e di altrettanto personale ménage amoroso.

Qualcuno dice che viviamo in tempi di grossolanità trionfante, e alla fine deve essere vero se nessuno fa più caso a sproporzioni che sembrano parossistiche, come quella tra un partito sulla cui truffa ai danni dello Stato per 49 milioni di euro la rappresentazione mediatica tace, e una forza politica messa alla sbarra perché il padre del suo responsabile incaricato avrebbe fatto interventi edilizi abusivi su una catapecchia (disabitata) di proprietà e avrebbe corrisposto al figlio dei soldi in nero per la sua collaborazione estiva nell’azienda di famiglia: se in quest’Italia dell’illegalità diffusa tutti possiamo specchiarci nel secondo, il primo è un caso unico nella sua abnormità.

La rappresentazione generalizzata proietta dunque un cono di luce potente sul capo del partito del 17.4 (mi ostino a ritenere i fatti, il risultato elettorale, più importanti delle proiezioni statistiche, cioè gli attuali sondaggi elettorali), mentre lascia nell’ombra o distorce il profilo del responsabile incaricato della forza politica del 32.7 (tralascio le considerazioni sul Primo ministro, finalmente uno che studia e lavora invece che fare il giro delle sette chiese televisive). Perché?

Perché, banalmente, il partito del 17.4 è il partito della conservazione, da qualunque parte lo si voglia guardare: il nazionalismo è retrò, lo sviluppo legato alle grandi opere e ai grandi operatori economici è retrò, la famiglia tradizionale, la paura dell’immigrato e la noncuranza per l’ambiente sono retrò, è retrò in primo luogo la data delle sua costituzione (1988), che affonda le sue radici ben addentro a una stagione politica sconfessata da anni di movimenti dal basso e ora dal civismo confluito nella forza politica del 32.7.

D’altra parte, non vedo come si possa misconoscere la visione futuribile di quest’ultima. L’elenco sarebbe lunghissimo, ma merita almeno citare l’emancipazione dalle fonti energetiche fossili e inquinanti (è giusto spingere la transizione verso l’auto elettrica), il potenziamento della raccolta differenziata (nessuno vorrebbe un inceneritore vicino casa), il reddito di cittadinanza (sono i sociologi ad avvertire che l’efficientamento della automazione industriale richiederà misure stabili di sostegno del reddito), lo sviluppo di reti infrastrutturali ecosostenibili (banda larga, ferrovie) che rendano finalmente unita l’Italia invece che sacrificarne una parte perché l’altra possa sedere nel salotto buono e sempre più ristretto dei potenti d’Europa (a chi servono davvero TAV e TAP?); e potrei continuare a lungo.

Non si tratta qui di essere d’accordo con tutti i punti di questo programma politico, ma di coglierne la posizione dialettica rispetto all’italianissimo e gattopardesco “tutto cambi perché nulla cambi”. Dopo il crollo – colpevole – del ponte Morandi a Genova, la vecchia politica avrebbe continuato ad affidare al gestore inadempiente le autostrade italiane, con grande sconcerto di tutti noi.

Ebbene, ieri sono accaduti due fatti che mi hanno spinto a scrivere queste considerazioni. La sovraesposizione del leader del partito del 17.4 si è arricchita di due nuove tessere del mosaico strapaesano dell’uomo dei miracoli: l’abbiamo visto prima accondiscendere indebitamente alle richieste dell’associazione degli industriali, notoriamente favorevoli alla TAV e alle grandi opere, il giorno dopo il successo torinese della manifestazione no-TAV (subito scomparsa dalla scaletta dei TG), poi chiedere alla sua piazza l’investitura a trattare con l’Europa quando proprio il governo di cui fa parte come socio di minoranza ha in corso esattamente questo tipo di trattativa.

Mi si dirà che il leader del partito del 17.4 si rivolgeva al suo popolo in vista delle elezioni europee, ma la rappresentazione che dell’evento è stata data pareva sottintendere un giudizio di attuale inefficacia e una promessa di futura risoluzione di tutte le vertenze vantaggiosa per l’Italia.

E quindi ho sciolto le mie riserve, ho chiuso il mio periodo di osservazione e di valutazione: l’uomo del partito del 17.4, il piccolo uomo (politicamente) che la grancassa dei poteri consolidati ha trasformato sugli schermi in un gigante è l’antidoto programmato contro ogni evoluzione di questa nostra asfittica dimensione sociale, culturale, economica, politica. Niente di strano se tra qualche mese farà mancare il suo appoggio al governo per formarne uno nuovo con le forze di destra e di fanta-sinistra schierate per il ripristino dell’ordine, dell’inerzia e del privilegio originari.

In questo malaugurato caso il virus fascistoide e neoliberista, ora depotenziato dal contratto di governo e dalla forza politica del 32.7, sprigionerà tutti i suoi funesti effetti, di cui l’occhiolino a più riprese strizzato alle grandi lobby economiche (vedi la vicenda del Ponte Morandi e il sì alle grandi opere, inceneritori compresi) e ai grandi evasori (vedi il no alla tracciabilità di tutte le transazioni economiche con carta e il sì alla prescrizione), per non parlare della protezione offerta a Casa Pound, non è che il segno premonitore.

A fronte di questo quadro mi stupisce invece – forse questo è l’ultimo residuo di ingenuità che mi consento – che le battaglie contro l’illegalità, contro la disuguaglianza, contro il privilegio, per i valori costituzionali, per la partecipazione civica, per i diritti, che indubbiamente la forza politica del 32.7 ha ingaggiato con una intransigenza che ha a tratti il sapore di altri tempi, non vengano fatte proprie da chi è da sempre ideologicamente allineato sugli stessi valori di fondo: se il fine è lo stesso, sembra folle non collaborare alla definizione dei modi per raggiungerlo.

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