Giordano Tedoldi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/giordanotedoldi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 20 Jun 2017 16:48:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Giordano Tedoldi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/giordanotedoldi/ 32 32 Un estratto da “Tabù”, il nuovo romanzo di Giordano Tedoldi https://minimaetmoralia.it/altro/34640-2/ https://minimaetmoralia.it/altro/34640-2/#respond Tue, 20 Jun 2017 05:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34640 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dall'ultimo romanzo di Giordano Tedoldi, Tabù, uscito per Tunué. Il libro sarà presentato domani alle ore 21 alla libreria Trebisonda, a Torino, per il Salone Off 365. Interverrà Nicola Lagioia.

Quando esco a cavallo con Antonia, il confronto tra i nostri modi di montare manifesta la differenza tra la scioltezza di una limitata abilità e la felicità di esercitare un dominio. La sensazione di esserle secondo non è sgradevole, al contrario, mi piace da impazzire. È uno spettacolo vederla cavalcare perennemente davanti, in pantaloncini jeans e reggiseno del bikini a maglia marrone, il laccio di seta rosa – la sua vezzosa cravattina – che sfila come un’insegna cavalleresca, le gambe tornite contro i fianchi di Julia, faisant grâce à son cheval de l’étreinte des genoux, facendo grazia al cavallo della stretta delle ginocchia, come scrive Saint-John Perse; sembra persino stucchevole la sua aderenza al modello dell’amazzone che fende l’aria come fantasma di pura energia.

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dall’ultimo romanzo di Giordano Tedoldi, Tabù, uscito per Tunué. Il libro sarà presentato domani alle ore 21 alla libreria Trebisonda, a Torino, per il Salone Off 365. Interverrà Nicola Lagioia.

Quando esco a cavallo con Antonia, il confronto tra i nostri modi di montare manifesta la differenza tra la scioltezza di una limitata abilità e la felicità di esercitare un dominio. La sensazione di esserle secondo non è sgradevole, al contrario, mi piace da impazzire. È uno spettacolo vederla cavalcare perennemente davanti, in pantaloncini jeans e reggiseno del bikini a maglia marrone, il laccio di seta rosa – la sua vezzosa cravattina – che sfila come un’insegna cavalleresca, le gambe tornite contro i fianchi di Julia, faisant grâce à son cheval de l’étreinte des genoux, facendo grazia al cavallo della stretta delle ginocchia, come scrive Saint-John Perse; sembra persino stucchevole la sua aderenza al modello dell’amazzone che fende l’aria come fantasma di pura energia.

Non si gira mai a guardare che fine ho fatto, intuisce che sarebbe offensivo. Benché se ne fotta altamente di essere compiacente con chicchessia, Antonia è una che sa comportarsi, non sale sopra le righe, non ha angosce sociali. Non mi farebbe mai sentire inferiore, soprattutto non lo farebbe mai fingendo un equilibrio che tra noi non c’è. Mi è difficile capire da dove abbia tratto questa saggezza, ma non credo dipenda da un qualche “lavoro su di sé”, o chissà quali solitarie riflessioni, è solo confidenza con le emozioni più semplici. Ora, mentre ci avviciniamo al santuario di Maria di Nazaret, e le guardo le spalle non menobelle e possenti delle natiche della sua cavalla, il busto lungo, curvo in avanti, tagliato dal laccio del reggiseno, e le braccia muscolose, virili, mi domando che ne sarà di tutta questa forza tra molti anni. Che delitto sciupare un corpo così, per quanto la natura sia feconda, quando tornerà sulla terra un’Antonia? Mi affianco a lei, «Allora, questo chiarimento?» la stuzzico. «Arriviamo al santuario». «Ci siamo, al santuario».

Sulla strada sopraelevata, a destra, già si vede in fondo il campanile della chiesetta sul suo isolotto. Quando c’è alta marea, l’acqua sommerge il ponticello e nuotare all’isolotto, anche se vicino, è pericoloso per via delle correnti. Antonia non è religiosa, perlomeno non in senso stretto, ma credo sia davvero quanto di più vicino abbia mai visto a una persona sinceramente – non per posa, o stupida credulità – panteista. Mi sono sempre ripromesso di approfondire la cosa, ma sono spesso stato spaventato dal timore di tediarla. Naturalmente per lei il santuario non ha alcun valore spirituale, è semplicemente un punto di riferimento, come un faro, un relitto, cose del genere che qui non ci sono. Smontati e legati i cavalli a un palo della luce, che a quest’ora dovrebbe già essere accesa, camminiamo sulle assi ballerine che conducono nel santuario, che è esattamente come l’ultima volta che ci sono entrato: una specie di grotta in pietre e mattoni rossi, una navata, un altarino e una statua lignea, quasi a grandezza naturale, se si può dire così, della Vergine. E un tanfo pungente che, da fuori, dalla spiaggia coperta di alghe marce e posidonie essiccate e appallottolate, flotta dentro trasportato dalla sabbia che copre anche il pavimento.

Niente banchi, niente sedie, e ovviamente nessuna persona. Mai una volta abbiamo visto chi accende i due lunghi ceri rossi, ai piedi della statua, che forniscono la fioca illuminazione. Avrete intuito che di solito questo è un luogo soffocante, irrespirabile ancora più che squallido, ma ora che mi ci infilo per la prima volta con Antonia,si rivela vivibile. Anche qui dentro è lei che entra per prima, lei che mi precede, lei che guarda e tocca la statua, dicendomi che è tiglio; io non ne ho la minima idea, non avendo pari penetrazione nel mondo naturale. Però ho un’idea: che Antonia stia flirtando. Me lo suggerisce il suo camminarmi davanti mostrando i glutei virilmente gonfi, dolcemente divaricati, come i lati di un triangolo ideale; i polpacci che si sviluppano forti sopra i piedi nudi, che pestano la sudicia immondizia mischiata alla sabbia. E quando manovra la sua mano uscita dallo scalpello di Rodin, mano snella, estesa più che lunga, che vellica con le dita aperte, allargando l’indice e il pollice man mano che sale verso l’alto, il legno quasi bianco della statua di Maria. Risalite al volto mariano, ritegnose, le dita si ritraggono ma prendono la corona alla sommità e, con uno strappo secco, la svellono, scoprendo la testa della Vergine.

Un vandalismo insensato, che mi ricorda le bravate da ragazzini, con un amico più grande e forte, che mostrava così la sua esuberanza. Un gesto che, comunque, continuo a ritenere seduttivo, se non altro perché, per me, lo è. Parlo di seduzione classica, cioè di un fatto tra due e solo due persone, separate dal resto del mondo, dunque di qualcosa di insolito per la nostra comune. Comunque, Antonia con gli uomini non va fino in fondo, tranne forse una volta con Danilo. Ho provato a capire le ragioni del suo orientamento sessuale, le costanti della sua instabilità. Oltre la banalità di una rivalità tra la sua eccezionale componente virile e quella dei maschi, non sono andato.

«Se Marco sta così male, è colpa tua» mi dice, finalmente voltandosi. L’abitudine morale, mi stupisco, agisce anche in esserisuperiori. Ma forse è solo un altro modo di sedurre. Antonia restituisce a Maria la corona mozzata e, tornando a darmi le spalle come per avviarsi, tende il braccio all’indietro, e mi prende la mano che le va incontro, stringendola con la dolcezza dei forti, e la porta lentamente alla bocca. Mi bacia le nocche e mi trascina, conducendomi come la sua cavalla, e così camminando e di tanto in tanto portandosi di nuovo la mia mano alle labbra e baciandola, facciamo diversi giri incerti tutt’attorno alle squallide pareti. È un anello surreale, perché non c’è nessun posto dove andare né da vedere qua dentro. Alziamo gli occhi al soffitto e non misuriamo che il putrido intonaco verniciato e riverniciato, a macchie di leopardo, e affumicato dalle candele.

Comincio a pensare che stiamo sognando, e abbraccio forte Antonia abbassando la testa finché non le sento il cuore sotto la pelle marezzata di peletti biondi, gli stessi che ha sopra il labbro. «Quello che hai fa o a Marco, l’ho trovato molto coraggioso. E adesso quando torna Danilo, se salta fuori la cosa, ti difenderò» mi dice, smentendo la bacchettata di prima. «Grazie Antonia». Non ho più voglia di dire molto. Devo sentirle il battito, ho l’orecchio sul seno, lo scopro e lo bacio, avvicino le labbra al capezzolo, ma Antonia mi scosta la testa tirandomi per i capelli – e c’è da essere prudenti se non voglio che me la stacchi – accarezzandoli affettuosamente con una mano mentre con un minimo gesto dell’altra si ricopre il petto con la maglia del reggiseno. «Non mi va» dice. «Perché no?» «Tu non devi mai chiedere “perché no” a una donna, nessuna risposta ti può accontentare». Mi stacco e mi siedo per terra, sul luridume. Antonia si appoggia con la spalla sulla parete scrostata. «C’è una persona con cui vorrei stare da sola, perché da qualche tempo, non appena la vedo, mi riempie tutta» mi dice, guardandomi profondamente, senza timidezze. «Vuoi che provi a indovinare?» «Prova». «Dolly?» «No». «Allora non tento più, mi arrendo, mi davo solo quella chance». «Eva».

Ho un sorriso di disprezzo per tanta sproporzione fra desiderio e desiderante. «Non ci sarei mai arrivato. Del resto è facilissimo stare da sola con lei, pensavo a un obiettivo più alto». «Non è per niente facile come credi, inoltre, la cosa è un po’ speciale, perché non voglio che si sappia». «Che te ne importa?» «Me ne importa, che ti devo dire. Forse perché mi vergogno, mi sento insicura con lei…» «Tu, Antonia, ti vergogni?» «Sì, mi vergogno. Non so come prenderla. Ho come paura di sbriciolarla ogni volta, come una lillipuziana. E io non sono più una ragazzina, questi imprevisti mi scuotono, mi logorano. E se vent’anni fa uscivo sotto il sole e sotto la pioggia con la stessa nuda pelle, oggi non è più così. Il mio corpo, lentamente, cede. L’unica cosa che mi resta dei miei vent’anni è questo laccio rosa. E per finire con questa lagna, quella è una finta stupidina… ha un’intelligenza piccola ma che scava in profondità, e mi farà pentire di averla desiderata». «Tu non hai solo il laccio rosa al collo dei tuoi vent’anni, ne hai anche il corpo, Antonia, che forse solo tu, per stanchezza, senti invecchiare. Non c’è centimetro di pelle che riveli i tuoi quarantotto anni». «Sì, ma quello che voglio fare con Eva è assoluto». «Assoluto?» ripeto la parola che mi sembra incomprensibile, mi obbliga a una pausa, finché non immagino una fantasia sessuale così ardita e nuova, così esaltata, che solo un giuramento segreto la potrà difendere.

Antonia cambia espressione, si fa più decisa, concreta, e cerca di allontanarsi dall’incandescenza della sua idea, per tornare a parlarmi pragmaticamente: «Se io mi schiero, e sai che sono decisiva, nella tua… chiamiamola rivalità con Marco… se spingo Danilo a cacciare Marco, tu mi aiuti con Eva?» Tiro le gambe al petto e appoggio i gomiti sulle ginocchia, valuto i gradi appena assegnatimi del sensale, da colei che più rappresenta gerarchia e potenza a Xanadu. «Se non lo fai, del resto, mi schiero contro di te, e favorisco Marco». «Quantaimportanza ti dai». «Sto solo cercando di realizzare il mio sogno». «Vuoi che ti aiuti con Eva in cambio di un favore, ma io lo faccio comunque, lo faccio perché non posso resisterti e, a proposito, continuo a pensare che non hai bisogno di me, perché non sei irresistibile solo per me, ti informo. Prenditela, sbattitela in groppa e portatela dove ti pare, la scipita Eva. È tua, è di tutti… Eva è quella che un tempo si sarebbe chiamata una donna pubblica. È una troia, una puttana, è una di quelle matte che si vogliono degradare sempre di più». «Con me ha un atteggiamento diverso. Proprio perché si concede a tutti, e io sono irresistibile per tutti, con me, resiste». Non rispondo, mi limito a scuotere la testa sinceramente incredulo. «Chi è il padre di Eva?» mi chiede. «Un prete». «Stai scherzando?» «Davvero non te l’ha mai detto nessuno? Nemmeno lei, che non manca mai di rivelarlo, e non per la prima volta, quando, dopo aver scopato, si diventa loquaci?» «Con me non si è mai aperta, è questo che cerco di farti comprendere. Ha paura di me». «Molto singolare. E, effettivamente, stuzzicante».

Antonia fa una smorfia, credo dovuta a una certa mia aggettivazione volgare, e non posso darle torto. Lei, nonostante conosca meglio di ogni altro tutte le pieghe di quella lisa trama erotica che si articola in peccato e redenzione, non la trova interessante. Così torna al suo scopo: «Danilo torna domenica, hai tre giorni per riflettere alla mia proposta». «Senti Antonia, di Marco non me ne frega niente, quindi non posso accettare l’offerta di alleanza contro di lui. Piuttosto ho idea che Barbara ora, per una ragione che davvero ignoro, mi consideri un corpo estraneo, e mi voglia espellere dalla sua vita». «Sono le tue solite impazienze». «Può darsi, ma allora aiutami a dissiparle. Se vuoi rendermi un favore, per fare un patto con me, ti chiedo questo: se un giorno la distrai, la tieni da parte, voglio andare in camera sua a cercare delle cose. Dovrò chiudere la finestra, che lascia sempre aperta quando non c’è. La cosa potrebbe insospettire chi passasse in corridoio, sapendo che lei è fuori con te, quindi cercate di uscire in modo che nessuno se ne accorga. Andate col vento. Tu ci riesci». «E come fai con la chiave?» «Danilo ha le doppie vero?» «Non di tutte le porte, ma penso che della stanza di Barbara, che in fondo continua a considerare un’intrusa, abbia la doppia». «Bene, allora mi devi fare il piacere di procurarmela». «Gliela devo prendere in camera, non so se sarà possibile». «Prova, devo assolutamente sapere una cosa o impazzisco».

Un silenzio troppo lungo mi fa intuire che Antonia ha mangiato la foglia. «Quanto a Eva, se fai questa cosa per me, ti aiuterò come posso, anche se, te lo ripeto, devi solo dirle la cosa, o le cose, che vuoi fare insieme con lei, e lei obbedirà». «Non credo. Innanzitutto voglio deportarla qui» dice Antonia, riprendendo a usare parole eccentriche, dato il contesto, e a misurare il piccolo santuario, come un ufficiale che ispeziona il campo di prigionia.

Di ritorno, al buio, con un mare che sembra un’immensa palude, Antonia è nervosa, non riesce a evitare di lasciarmi indietro. Quando si accorge che il distacco è eccessivo, rallenta bruscamente per farsi raggiungere. Ha fretta, o è agitata, persino sconvolta. Come la capisco. Scoprire di desiderare Eva: che sorpresa deve essere stata. Come si può desiderare chi desidera solo di appagarci completamente, di dire il più convinto dei sì a qualunque pretesa, piccola o grande? Ma se, pur dicendo sì, quell’individuo scegliesse di fare delle preferenze, per cui alcuni saranno beneficiati di un coinvolgimento più potente, come se la loro richiesta, uguale nella forma, fosse nella sostanza più esigente, mentre altri di una concessione passiva, remissiva, gelida, allora non sarebbe angosciosamente incerto l’esito? E se ci rifletto, se mi metto nei panni di Antonia, è proprio in questa contraddizione che si può sprigionare un’eccitazione mai provata, conseguenza di una logica emotiva assurda. Cogliere le riposte pieghe di uno stesso e diverso abbandono del corpo di Eva. Cavalca, fantasma nero di Antonia. Ti sento sorella. Sono tutti così i rapporti più vitali, hai ragione. Scoprire il desiderio di ciò che più facilmente può essere posseduto, che non ci resiste, ci viene incontro come una cosa destinata, e che per questa ragione ci sfuggirà per sempre. Lancio Hans al galoppo, accosto Antonia che, nemmeno il tempo di pensarci, scatena Julia, di cui, nel buio, a malapena vedo la schiuma che dal morso mi schizza in faccia.

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Io odio John Updike: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/io-odio-john-updike-giordano-tedoldi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/io-odio-john-updike-giordano-tedoldi/#comments Fri, 12 Feb 2016 06:34:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29929 Pubblichiamo l'incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) e vi segnaliamo che lunedì 15 febbraio alle 19 l'autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico.

DB9

Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.

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Pubblichiamo l’incipit del racconto DB9 dalla raccolta Io odio John Updike di Giordano Tedoldi (minimum fax) e vi segnaliamo che lunedì 15 febbraio alle 19 l’autore presenta il libro da Giufà a Roma con Nicola Lagioia e Francesco Pacifico.

DB9

Di notte, quando non ho sonno, mi piace soprattutto guidare. Guidare è forse l’unica attività fisica che faccio. Un tempo nuotavo, poi ho smesso perché mi sono preso un fungo, la piscina era triste, troppi occhi rossi, pelli rovinate, solo le ragazzine intorno ai vent’anni erano allegre, ma quelle erano sempre per conto loro, non potevi nemmeno parlarci. Comunque erano molto maleducate, o troppo timide, o entrambe le cose. Allora mi sono dedicato alle macchine sportive. Non spendo mai, spendo solo per le macchine. Dopo sei mesi le do indietro e ne prendo un’altra. Per un certo periodo compravo le macchine in società con un tizio. Ogni volta che le riportava puzzavano di mezzo toscano. Ho smobilitato un po’ di investimenti e ho cominciato a ordinare le macchine da solo, senza coinvolgere nessuno. Negli affari, come nella vita, avere un socio mi mette a disagio.

Ora ho la Ferrari Maranello, una bestia difficile da domare. Mi ha riacutizzato un dolore al ginocchio. È un vero e proprio sforzo fisico. Me l’hanno consegnata due settimane fa e dopo il primo giorno già ero deluso. Ero abituato all’affidabilità, alla maneggevolezza, diciamo pure alla comodità della Porsche turbo, una macchina con cui non rischi minimamente il dolore al ginocchio e al polpaccio, perché i freni sono morbidi e sensibili come la guancia di Enrica, non devi spingerli a fondo come con la Maranello. Poi però mi sono accontentato, tanto tra sei mesi la cambio. Quella del dolore al ginocchio per via dei freni duri non è una fisima, anche se di fisime ne ho molte, essendo un vero e proprio trentenne triste.

Quando guido, una fisima è che non mi piace farmi vedere dalla gente – questo no, l’ho sempre detestato – ragion per cui guido soprattutto a notte fonda, quando le strade sono più libere, posso correre, le persone non m’invidiano, è questa la vera emozione che cercavo. La Ferrari ha la carrozzeria grigia e i sedili da corsa in pelle rossa, avvolgenti, con le cinture di sicurezza a x, che ti fasciano completamente. Peccato per i freni: sono durissimi. Il ginocchio mi fa davvero male. A volte si gonfia tutta la gamba.

Mi feci male al ginocchio a casa di Enrica, stavamo sdraiati sul divano ed eravamo mezzi spogliati. Io avevo i pantaloni sbottonati e lei era in mutandine. Prima mi aveva invitato a salire dopo il cinema – all’epoca la scarrozzavo con la Porsche – poi ci eravamo allungati sul divano, lei aveva messo la testa sulla mia spalla, le carezzavo i capelli lisci biondi e pensavo al parabrezza della Porsche sporco di guano. I capelli glieli arricciavo dietro l’orecchio, poi lei mi aveva infilato una mano sotto il boxer per scaldarsela e io le avevo sfilato le mutandine per cominciare a leccargliela.

Ci eravamo sdraiati per fare l’amore, e io, calcolando male le distanze, per farle spazio, per farla stare più comoda sul divano, ero rotolato a terra battendo il ginocchio. Ora quando freno con la Ferrari, specie dopo una bella stirata, devo stringere i denti, e sembro un attore in una scena d’inseguimento. Quando la notte non ho sonno, mi vesto male, e alle tre del mattino vado in garage con la Smart, passo davanti al gabbiotto dai vetri polverosi del guardiano, gli chiedo a che ora vuole che torno, lui risponde quando mi pare, e prendo la Ferrari. Una volta in strada, giro senza meta e parlo da solo, mi compatisco, prendo a pugni il volante e bestemmio. A volte incontro un tizio. Guida un’Aston Martin DB9. Quest’uomo, le poche volte che l’ho incrociato, ho avuto modo di sbirciare dentro l’abitacolo come attraverso il vetro di un acquario buio. Dai brandelli che ho visto della sua faccia, deve avere qualche problema anche lui.

L’uomo che guida l’Aston Martin DB9, un seimila di cilindrata con quattrocentocinquanta cavalli che fa da zero a cento in meno di cinque secondi, ha sempre i denti di fuori. Un po’ perché li ha sporgenti, un po’ perché mi sembra che digrigni. Anche lui è senz’altro un appassionato di auto sportive come me, perché anche lui circola di notte, quando le strade sono sgombre e i burini che dicono «anvedi che macchina» stanno dormendo. L’ho incontrato, o incrociato, piuttosto spesso. A volte corre come un dannato, sembra quasi che voglia fare una gara. Altre mi si affianca lento come un’imbarcazione in porto. Mi giro dalla sua parte, e vedo un testone con le zanne. Gli occhi sono sempre nascosti dal buio. Ogni tanto scuote la testa, contrariato.

Forse gli dà fastidio il rombo del motore, che in effetti nella DB9 è troppo simile a una Formula Uno, suona eccessivo anche per un appassionato. La notte dopo l’Immacolata ci ho parlato. Di mattina presto ero andato a scocciare mia sorella, e lei mi aveva portato a fare una passeggiata con il suo cane. Eravamo andati a mangiare una torta di pasta di mandorle al forno del Ghetto, un forno gestito da tre donne grassocce che invariabilmente bruciano le torte e i dolci che sfornano, probabilmente perché hanno un forno antico, comunque mangiammo questi dolci bruciacchiati e Gloria, mia sorella, mi chiese se quella sera, come spesso capitava quando mi vedeva nervoso, avevo voglia di dormire da lei, ma dal momento che l’ultima volta, da lei, non avevo dormito per niente, rifiutai. Forse ci rimase male, ma mi sentivo in colpa all’idea di tenerla sveglia.

Ero nudo e avevo la pelle di un colore più scuro del normale. Non so bene dove mi trovassi, sembrava un appartamento disabitato, in alto, come un sedicesimo piano o così, con molte finestre dai vetri rotti, e le schegge di vetro sparse sul pavimento. Ricordo che avevo paura di ferirmi ai piedi, ero anche scalzo. Le finestre davano su una città che cambiava continuamente, i palazzi circostanti sembravano fate morgane, ricordavano i palazzi dei fumetti di fantascienza tipo Buck Rogers, fumetti che non ho mai letto, ma di cui forse qualcuno mi deve aver parlato fino alla noia. Ero seduto su un divano e abbassavo lo sguardo sul mio ginocchio malandato e gonfio. Ma non gonfio per il trauma della caduta a casa di Enrica. Il gonfiore era dovuto a una cosa che se ne stava appollaiata sul mio ginocchio.

C’era una specie di insetto, un insetto che non credo possa essere classificato da alcun entomologo. Era del colore dell’ambra, grande quanto… non saprei dire, un palloncino di medie dimensioni. Le zampe, numerose come quelle di un centopiedi, erano corte, seghettate e dorate. Il torace, se così si può chiamare, dell’insetto, era liscio e lucido, e in realtà sembrava che il tipico colore ambrato derivasse dal suo sangue, un sangue che però non circolava lungo vene e arterie, ma come imbottiva l’insetto all’interno di quel sottile rivestimento lucido. Se alzavo un poco lo sguardo, nel mio campo visivo, in basso, vedevo l’ombra dell’insetto appoggiato sul mio ginocchio, con le sue zampette che mi punzecchiavano la pelle. Stava in equilibrio sul ginocchio e non mi faceva male.

Nel sogno non facevo niente per sbarazzarmi di quella specie di palloncino ambrato, con due lunghe antenne dalla parte della testa, le zampette dorate, che aveva deciso di sostare sul mio ginocchio. L’unica cosa che mi preoccupava era che il ginocchio cominciasse a farmi male, ragion per cui guardavo nervosamente fuori dalle finestre senza vetri per capire la situazione del tempo, perché se avesse cominciato a scurirsi, a tirare quel vento freddo che poi porta pioggia, sarebbe stato un guaio, con l’insetto sul ginocchio, tentare di scacciarlo per spalmarmi il Voltaren e massaggiarmi.

Non ricordo come finisce il sogno, che comunque ho già fatto diverse volte. Forse, alla fine, l’insetto si muove o sono io che lo mando via. Il giorno dell’Immacolata il clima era molto rigido. E le farmacie di turno erano piene di gente. Avevo atteso che la processione si allontanasse, quindi ero entrato in una farmacia affollata quanto una sala corse a comprare aspirine e una nuova crema antidolorifica che veniva consigliata addirittura per lievi interventi chirurgici. Chissà chi mi aveva detto che il mio ginocchio ne avrebbe tratto benefici insperati. Io non ci credevo ma, passata la mia fase naturalistica, in cui non prendevo nemmeno un antinfiammatorio quando mi scoppiava la testa, ora ero nella fase in cui provavo di tutto, meno le cose con le erbe, perché mi facevano regolarmente rimettere.

Uscii e fui salutato da alcune gocce di pioggia sugli occhiali. Il mio campo visivo divenne come il parabrezza di un’auto in Polonia, a novembre. Pensai che guidare, quella notte, sarebbe stato ancora più piacevole. Le strade ancora più libere, quella luminosità ferrosa sull’asfalto, i cordoli come acciaio lucido, perfino le macchine della polizia e dei carabinieri di pattuglia hanno un che di più denso, di meno petulante, con la pioggia.

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Steinbeck https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/ https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/#respond Fri, 23 May 2014 10:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18325 Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell'antologia di autori vari La qualità dell'aria.

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

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hockney

Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria. (Immagine: “Portrait of an Artist (Pool with two figures)”, David Hockney. Fonte.)

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

Può capitarti che sei in vacanza, sei a sciare, sei andato sul ghiacciaio del Cervino, e la sera hai voglia di comprare un po’ di roba al supermarket perché da mangiare, a casa, non c’è più niente. Compri questo fottio di roba al supermarket alle falde del Cervino e ti presenti alla cassa con un carrello stracolmo e la carta di credito non funziona. Non funziona perché il tuo amante della banca, la banca che ti ha dato la carta, ha deciso di togliertela. Lui non ti darà spiegazioni. Te la vuole togliere e basta. Gelosia. Non ti resta che far pagare qualcun altro, tirare fuori dei contanti come un pezzente qualunque, peggio ancora, come un pezzente con carta di credito tagliata da grandi forbici, balbettare una scusa umiliante o fingerti indignato e lasciare la spesa che hai impiegato anni a fare. Col cazzo che poi ci puoi tornare, a quel supermarket, l’unico seriamente fornito di Cervinia, dopo una figura così.

Il comportamento delle banche non è mai razionale. Io con le banche, nella mia vita, ho avuto rapporti ottimi, pessimi, discreti, buoni, decenti, graduati insomma. Non ho mai incontrato un direttore di banca che sapesse quello che stava facendo. Figuratevi i suoi sottoposti. C’è il tipo del direttore di banca megalomane, che pensa di meritare il posto di Alan Greenspan alla Federal Reserve, ma purtroppo è costretto a starsene nella sua discreta filiale di Centocelle. C’è quello lumacone, che è disposto a farti un trattamento di tutto riguardo se regali un caminetto alla moglie. C’è quello che si sente preside di scuola, e ti prende da parte e ti dice così non si fa. C’è quello che quando lo vai a trovare dopo essere stato sul ghiacciaio del Cervino, dopo che lui ti ha smerdato al supermarket dove avevi fatto la spesa, non si degna di salutarti, di prenderti in considerazione. Tu gli restituisci la carta di credito e gli dici: “Brutto figlio di puttana e allora?” E lui: “Purtroppo c’era uno scoperto di cinque, dieci, ventimila euro”. E tu: “Ringrazia Iddio che mi manca un braccio sennò ti strozzavo, quant’è vero Iddio ti strozzavo”.

Sì sì, tra di voi, lettori, lo so che ci saranno quegli ingenui, quegli stronzetti vestiti firmati dalla testa ai piedi che pensano che sto esagerando. Quei testa di cazzo con il vizio di toccarsi ogni cinque secondi il colletto della camicia. Li conosco, stronzetti come voi. Fate una prova, stronzetti, fatevi un mese, o due mesi, a duecento euro al mese. Prosciugate i vostri conti, dite che il papà è stato arrestato per bancarotta fraudolenta, dite che la mamma s’è beccata un esaurimento nervoso e non tiene più in pugno la famiglia e la filippina s’è licenziata perché non prendeva lo stipendio dall’11 settembre. E vediamo se non vi cambia la vita. Stronzetti con quei colletti delle camicie che non stanno mai fermi, ve li toccate ogni cinque minuti. Io delle ragazze le ho letteralmente raccolte dalla strada. Non mignotte, ragazze rispettabili, istruite, laureate in lettere senza uno straccio di lavoro, laureate in filosofia che facevano ripetizioni di tedesco per tenere a bada i genitori che non aspettavano altro che la laurea per cacciarle di casa a pedate. Normalmente queste poveracce finiscono nel giro dei concorsi pubblici. E allora è finita. $Auschwitz$. Arcipelago Euro.

Il mondo gli si chiude attorno, non respirano più: cominciano semplicemente a tribolare. Passano di scalino in scalino, ogni scalino una prospettiva migliore dello 0,0001%, alla fine non sanno neanche più se stanno salendo o scendendo, se si sono slogate una gamba, gli sbalzi di carriera, infinitesimali, le intontiscono completamente. Cominciano a rosicare anche. Vedono alla tv le modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg, gente che presumibilmente non vale un’unghia più di loro e che fa una vita migliore. Che non ha mai seguito le tappe di una carriera, è semplicemente stata presa, sollevata e piazzata lì. E le nostre amiche si lamentano? Nient’affatto. Pensano di essere fortunate perché non rischiano il posto di lavoro come gli operai Fiat di Termini Imerese. Ragazze di questo tipo, che ci hanno rinunciato in partenza, ne ho conosciute tante. Cristo santo non avrebbero le palle per rapinare una banca neanche se la banca glielo chiedesse. Sono oneste, loro. Non si metterebbero a fare una truffa neanche se la truffa fosse sicura. Non sparerebbero a un ricco, uno di quei ricchi volgari, sfondati, osceni, no, non gli sparerebbero neanche se quello avesse un cancro al fegato grosso come un bignè fritto. Io queste ragazze, tutte le volte che posso, di persona, o al telefono, cerco di cambiarle. Di farle ragionare. La banca, rapinala. La truffa, falla. Il ricco col cancro, ammazzalo. E loro niente: niente di niente. Oneste. Povere ma oneste.

Di una di queste mi sono pure innamorato. E glielo dico in continuazione: “Ti piace tanto la miseria? Ti piace tanto farti prendere per il culo da questi morti di fame che poi i soldi manco ce li hanno, guardali, gli imprenditori italiani, ne salta uno ogni anno, sono tutti indebitati fino al collo, sanno solo fare operazioni di maquillage finanziario da ciarlatani provetti. Ti fai spremere come un’arancia da questi figli di puttana superpubblicizzati e iperindebitati. Ti rassegni a friggere le patatine in una topaia del quartiere studentesco mentre loro si fanno fuori il Vitello Grasso all’Adlon di Berlino. Che cazzo di morale è la tua?”, dico a questa donna di cui sono innamorato. Non c’è verso di farla ragionare. Continua a friggere le patatine con l’olio di semi. E a Berlino ci va sì, ma con i boy-scout, col sacco a pelo, a Kreuzberg, il quartiere delle pulci umane. Ci andrà fino a sessant’anni coi boy-scout, col sacco a pelo. E con l’olio di semi per friggere nel sacco a pelo.

“Che cazzo vuoi bella mia?”, le direi. “Ti sembra di vivere in un mondo libero, equo, dove ciascuno può giocarsi le sue carte indipendentemente dall’aspetto che ha, dalle proprie private inclinazioni sessuali, e soprattutto dai soldi?” E lei zitta, umile, con quei vestitini da studentessa di sinistra, sottili come carta da zucchero, rugosi come carnagione malata, con i capelli raccolti da un nastrino unto color fegato, a friggere nel cucinino del nostro appartamentino le patatine con l’olio di semi vari che ci dà quel bell’alito micidiale. Porco dio. Cazzo è difficile amare una donna sotto certe condizioni, ma forse non è nemmeno così difficile. Forse è come quando l’incubo che stai facendo comincia a durare così tanto, a estenuarti per così tanti minuti e ore di sonno, che ti sembra un sogno. Ti ci abitui. Ami gli incubi, dici: sono carne della mia carne. Carne magra, sempre carne però. Che soldi prendono i sogni? Ogni volta che giaccio con la mia donna, spero che quell’alito micidiale, in fondo, non cambi mai.

Mi presto a tutte le facili ironie di questo mondo, ma la preferisco così, con l’alito della dieta, l’alito del vuoto di stomaco. Il mondo, là fuori, con tutte le sue bellezze naturali e tutte le sue avventure, mi stanca più facilmente della bocca della mia donna. Da bravo nazionalsocialista per dispetto, credo non verserei una sola lacrima se la bomba più sofisticata e devastante dell’arsenale americano riducesse la Terra a una crosta inanimata e radioattiva. Io c’ho il mio pigiama bucherellato e mi faccio addosso alla mia donna, le tocco la fica e la sento quasi sempre bagnata, le ficco la lingua in bocca, e dell’alito me ne sbatto. E lei dice: “Hai voglia?”, e io: “Due morti di fame come noi che altro hanno da fare?”, e lei: “Ma tu non sei mai stato un morto di fame”, e io: “Stai zitta cazzo, chiudi il becco”, e lei lo dice alla fine: “Come vuoi che mi metta?”

E si volta docile come un’antica pantera da circo, come una bambina sprovveduta che è abituata da sempre a prendere ordini, a sentire una figura paterna che la tiene in pugno. Suo padre, del resto, l’ha sbattuta fuori di casa a calci non appena si è laureata. Dico io, una si laurea e invece di fare una festa al castello degli Odescalchi con invitati dal jet-set e dallo show-biz tu la sbatti fuori di casa a pedate. Gratificante. “Mi piace così”, dice lei, “così ti sento, ti sento fino in gola”. E io: “Ci andresti con uno di quei bastardi ricchi che a trent’anni hanno un conto di cinquecentomila euro liquidi?”, e lei: “Oh che dici non so nemmeno quanti sono cinquecentomila euro in lire”, e io spingo e mi preoccupo: “Perché, se lo sapessi ci andresti?”, e lei: “Tu pensa solo a chiavare”, e io: “È quello che sto facendo, ma non riesco a togliermi dalla mente che tutto, anche me, te, e questa sacrosanta scopata, ruoti attorno ai soldi”.

La mattina, appena svegli, bevendo il caffè, io ho gli occhi infossati di uno che ha dormito poco, e lei è come senza faccia, se la nasconde nei capelli oleosi e fila di corsa in bagno, segno che non ha dormito per niente. “Oggi comincia una nuova vita”, le dico attraverso la porta e lei: “Speriamo solo che non ci sia traffico, non voglio arrivare tardi a scuola come ieri”. E io: “Fregatene della scuola, non andarci”. E lei: “Oh amore che dici”. E io: “Ti ho detto non andarci, ci penso io”. E lei: “Che vuol dire ci pensi tu? Ci vai tu a spiegare Tomasi di Lampedusa ai ragazzi?” E io: “Quando è troppo è troppo. Tomasi di Lampedusa! Porco dio! Senti bella, ti hanno insegnato che non va bene fare le cose solo per portare a casa uno stipendio da fame?” E lei, uscendo dal bagno: “Ti prego, non mettertici anche tu”. E io: “Potresti fare la tv, potresti leggere le notizie del tg, che cazzo hai in meno di quelle troiacce?” E lei: “Non lo so che cosa ho”. E io: “Ecco, non lo sai. Ci hai rinunciato e basta. Non ti poni il problema”. E lei: “Non mi posso porre problemi insolubili”. E io: “Vai, vai a insegnare, fila, di corsa”. E lei: “Ma amore…” E io: “Vai, ho detto!”

Questa stronza perdente della mia donna. Si prostituisce per Tomasi di Lampedusa. Le puttane a domicilio e quelle delle passerelle sono più felici e non pagano le tasse. Il pomeriggio quando torna mi trova a letto, che me ne sto sotto le coperte, e la informo che ho deciso di lasciarla. Insomma, ci ho riflettuto, non mi conviene. Non mi conviene per niente. Sì, è romantico, due cuori e una capanna. Ma si mangia da schifo. E la casa è troppo piccola, la cucina sembra lo stanzino delle scope. E non mi si venga a dire che non ci possiamo permettere di meglio. Ce lo potremmo permettere, se solo lei si decidesse a fare la tv invece dell’insegnante di italiano. “Senti, mi imbarazza proporlo”, dice lei, “potresti prendere un po’ dei tuoi soldi e migliorare le cose”. E io: “I miei soldi non si toccano. Sono per le emergenze”. E lei: “E questa non ti sembra un’emergenza? Mi stai lasciando, cazzo!” E scoppia a piangere. Cosa che non smetterà di fare fino alla fine. E io: “Maledetta vorresti intaccare il mio patrimonio e continuare a fare l’insegnante di italiano. Ma io ti riporto nella strada, nella strada da dove ti ho presa”. E lei: “Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?” E io: “Ti lascio, veditela un po’ tu”. E lei: “E dove te ne vai ora?”, e io: “E dove vuoi che vada? Torno da mamma”.

La notte da mamma va liscia. Lei è sorpresa di rivedermi. No, non è molto sorpresa. Da che cazzo dovrebbe essere sorpresa mia madre, ormai lo sa. Mi conosce. Non ho mai dato nessuna speranza, nemmeno a quattro anni. Passiamo mezz’ora a svuotare la mia ex camera da letto, che era stata trasformata in una specie di ripostiglio per i vestiti che mia madre si è messa in testa di vendere nella sua boutique. “Non riesci a tenertene una che sia una”, dice mamma. E io: “Questa era la volta buona, credimi, avevamo anche deciso i nomi dei bambini”. E mamma: “E poi che è successo?”, e io: “Non lo so, non me la sono sentita”. E mamma: “Be’, almeno meglio di quell’altra, che voleva farti vivere a Bombay”. E io: “Era mezza indiana. Mezza italiana e mezza indiana”. E mamma: “Che forse con una mezza indiana si deve andare a vivere a Bombay?” E io: “Non avresti qualcosa di forte?”, e mamma: “Ho la vodka, ho il novello”. E io: “La vodka, la vodka”. Mamma mi lascia la vodka in camera e se ne va a dormire. Accendo la televisione e vedo un documentario di Adriano Sofri sulla Cecenia. Sembra gente dei castelli romani. Ora c’è anche qualcuno che osa dire che ai castelli romani c’è gente di livello. Se ne sentono tante. Troppe. A questo punto c’è un’unica soluzione, rimettermi a fare la corte alle ricche.

Le ricche sono tutta un’altra faccenda. Con le ricche si fanno delle vacanze assurde dove ci si prende a schiaffoni in spiaggia nell’ammirazione generale dei morti di fame, che in generale si trovano al di là di alte transenne elettrificate. Si vive all’estremo, all’eccesso. Questo mondo schifoso che insulta le persone prive di denaro. Devo rapire una ricca. Devo prendere di mira la figlia di una coppia ricca, la figlia di uno di questi Montezemolo, una figlia di gente così, rapirla, portarla con me in vacanza, vivere a un altro ritmo. La cosa è alla mia portata.

Mia mamma è alta un metro e sessanta. A volte quando la vedo dico: cazzo, è per colpa sua che non sono alto un metro e novanta. Nella vita bisogna cercare di supplire alle deficienze fisiche con l’accumulo di denaro. Il denaro è una droga. Manipolare il denaro mi inebria, mi dà una sensazione di potenza che non ha nulla a che vedere con l’effimero sballo delle droghe. Devo ammettere che col denaro si riesce a vedere la trascendenza, la sua pelle di squalo. E io che mi ero messo in testa di salvare i poveri. Le povere diavolesse. Ci vuole una ricca, ho una nostalgia inaudita di lusso. Però chissà se ho veramente voglia di questa cosa. Forse è solo un film giapponese. È una voglia di cartapesta. E poi mi viene anche un’idea. Adesso mi alzo, me ne esco dalla mia stanzetta e vado in quella di mia madre e la violento. Che poi mia madre non è ancora completamente appassita. Me la scopo e poi vendo la storia ai giornali e alle tv. Dico che con i pochi soldi che avevo nessuna me la dava, quantomeno nessuna di decente, cosa che poi non è tanto lontana dalla verità, e io, che pure sono un ragazzo bello e istruito, sano come un dio, mi sono dovuto sbattere mia mamma. Già me la vedo la giornalista che mi sfrutta, mi strumentalizza.

Rifletto sulla possibilità che un simile scandalo possa davvero interessare il sistema mediatico. Mi rispondo che sì, a occhio e croce dovrebbe esserne ghiotto. Mi alzo, mi metto a pensare se davvero ho le palle per fottermi mamma. Lo farei per la gloria. No, lo farei per i soldi. Per fabbricare i soldi. Per far fare ai soldi tanti figli con tutto il patrimonio genetico dei padri. Mi ributto sul letto e cerco di calmarmi, non è facile, l’erezione è chiaramente un’erezione finta, da ubriaco, un’erezione da Viagra. “Per stanotte mamma te la sei sfangata”, dico e la faccio finita con questa storia.

Il giorno dopo sono già lì alle sette di mattina che sto rifacendo la valigia, che poi non avevo nemmeno completamente disfatto la sera precedente. Mamma è sorpresa, ritiene che sia quantomeno bizzarro venire da lei, annunciando di aver fatto ritorno a tempo indeterminato, e poi riandarsene bruscamente. Ma io le rispondo che è meglio così, che restare è pericoloso, e quando mamma mi chiede che voglio dire con pericoloso, faccio solo capire che sono in cerca disperata di fama, di soldi, di successo in qualsiasi forma e ottenibile con qualsiasi mezzo, quindi questa spregiudicatezza morale mal si concilia con la vicinanza stretta al ventre materno. Mentre parliamo, io e mamma, continuo a pensare al progetto di chiavarmela. L’ha mai fatto qualcuno? Di solito si sente di genitori che strapazzano i figli, mai viceversa.

Adesso vado in cucina e con un brutto coltello obbligo questa signora estranea – già cerco di mettere distanza – a soddisfarmi. Poi vado da Mediaset al sabato sera e firmo la liberatoria per la trasmissione della moglie di Costanzo. No, non funziona. Cagate. Velleità. Giappone. Addio mamma. Vado a caccia di una ricca al di sotto dei trenta che mi faccia divertire. Capelli neri lunghi sulla schiena e la carnagione chiara chiara e abitudine al lusso. Anzi, fame di lusso. Il lusso è una cosa che pochi capiscono nella sua essenza, io lo considero il talento di una superiore visione delle cose. Non ha niente a che fare con l’accumulo, semmai col consumo. Dietro al lusso c’è la saggia filosofia che i soldi si devono sperperare, anzi, che ogni cosa si debba sperperare, ogni cosa, non c’è nulla che valga la pena di risparmiarsi e di essere risparmiato.

C’è una spiegazione al fatto che i migliori sarti siano uomini: a contatto con i capi di abbigliamento, specie quelli di una certa pretesa, il cervello delle donne va in pappa. Frequentare una donna che ami il lusso vuol dire frequentare una donna di intelligenza superiore alla norma, di indubbio charme, che, tuttavia, manda in fumo la capacità di connettere e dire cose sensate non appena appunti gli occhi su una vetrina di qualche sarto (immune in quanto uomo). La cosa che può apparire terribile o perfino crudele, è che tale fenomeno nella sua implacabile regolarità non ammette eccezioni: vale per madri, sorelle, nonne, suore laiche, missionarie con stigmate/coliti e premi Nobel cotonate. Quindi dopo il fallimento della mia convivenza con una professoressa d’italiano che pare sicura di sé solo quando l’argomento è Il Gattopardo sono andato a scavare nel Passato, operazione sempre vomitevole, alla ricerca di qualcuna il cui viso, nella mia memoria, fosse rimasto impresso per la sua bramosia di lusso, potere, viaggi, sesso e nessun buon senso nel vestirsi. Vado a trovare colei che, per proteggerne l’anonimato, chiamerò Luisa Rossi, da una canzone di Battisti.

All’epoca Luisa era la donna da avere se volevi una fidanzata schizofrenica. La madre e il padre, lo so per certo benché per sentito dire da certa gente che non la stimava granché, la madre e il padre pensarono di affiancarle un “manager”. Così lo chiamavano, in realtà era un tutore. Uno che avrebbe dovuto gestire i conti correnti, sorvegliare le spese, e forse infine interdirla e spedirla in un esilio dorato sul lago di Lugano. Nelle mie conversazioni con Luisa spesso ricorreva, non sempre scherzosamente, questa faccenda dell’esilio in villa sul lago di Lugano. Luisa diceva che avrebbe semplicemente trasferito la propria vita romana, con tutti i suoi eccessi, le sue profonde crisi, come le chiamava lei, lì sul lago di Lugano. Quindi l’avrebbe avuta vinta comunque, riteneva. Avrebbe trasferito a Lugano anche tutti i suoi uomini. Sui suoi uomini posso dire una cosa: i suoi uomini raramente le dicevano di essere in viaggio, e sì che era gente che viaggiava parecchio, perché altrimenti le avrebbero dovuto portare un regalo. Cose di un certo livello. Non chincaglierie etniche, manufatti marziani, boiate luccicanti o tintinnanti. Oro vero. Diamanti. Rubini. Gioielli che suscitassero invidia. Di solito il fidanzato ufficiale di Luisa non partiva più. Nemmeno con lei, intendo dire. Viaggiare con Luisa significava crampi sicuri alla mano che firma le ricevute della carta di credito.

Da allora Luisa è certamente cambiata. Non è più una bambina. Non ha più ventisei anni, quanti ne aveva quando ci spellammo vivi fingendo di stare insieme. Acqua passata. Dai miei ultimi contatti telefonici con Luisa posso dire sinceramente che è cambiata. Parla con minore foga e sembra ascoltarti. Sembra guarita, a differenza della professorina. Una donna ricca che ascolta e che è guarita. Ha raggiunto la fine dei cicli d’esistenza. Forse non ha nemmeno più orgasmi. E se la cosa non è solo apparenza ma anche sostanza, forse Luisa può aiutarmi a venire fuori da questa impasse. Da questo momento in cui mi sento inutile, sterile, e per giunta mi annoio a morte. Né dovrei pensar male per via del fatto che Luisa Rossi mi dà appuntamento per il nostro incontro a un bar latteria. Ho un brivido, un mal di stomaco. I bar latteria che frequentavo con la professorina d’italiano, quella pezzente…

Mi faccio forte e entro nel bar. Luisa è accasciata a un tavolino, sulle prime non mi vede. La faccia rossa, invecchiata, e i grandi occhi verdi, ancora bellissimi, che mi chiedono compassione. Non si alza nemmeno forse perché non gliela fa, e io, che mi ero ripromesso di farlo comunque, le prendo una mano e gliela bacio a lungo. Luisa mi dice che non ha più un soldo, dorme nell’ufficio del grafico pubblicitario che le ha trovato un lavoro. Le domando come sia possibile che non abbia più un soldo, una delle donne più ricche della capitale. Lei non risponde, si limita a dirmi dove si trova l’ufficio del grafico pubblicitario, perché è lì che dovrò riportarla al termine della serata, dal momento che dorme su una specie di letto da campo in quell’ufficio. E io che ho in mente di fare dei viaggi con lei, e di farle perfino dei regali. “È andato tutto molto male”, dice Luisa senza perdere il vizio di ridere quando racconta cose spiacevoli. “Ecco perché te ne sei sparita”, dico, ma lei mi fa notare che non è così. Il denaro non c’entra niente. Non è che si è vergognata di essere diventata povera. Ci siamo persi di vista perché stava inseguendo un sogno. E io: “Che sogno?”, e Luisa: “Un mezzo incubo”.

Luisa chiede se ho voglia di andare al ristorante. Avrebbe tanta voglia di una bistecca. Almeno una bistecca. Solo che specifica che non ha i soldi per pagarsela, come se non avessi capito tutta l’antifona. “D’accordo ci penso io”, dico e mi sento di nuovo, anche con Luisa, piombare nella medesima situazione di grave indigenza vissuta con la professorina d’italiano che diceva di avere due soli vestiti e essere felicissima così. Ma questa di Luisa è un’indigenza nuova, innaturale, cui non sono abituato, un’indigenza che assomiglia tanto a una vendetta divina. Eccomi, mi vedo che torno da quella pezzente della professorina. Mi vedo che torno con lei e che vivo tutta una vita di stenti con lei e che infine muoio e ricevo l’estrema unzione da un prete ignorante e mi puniscono con un funerale di terz’ordine. Se siete poveri, voglio dire, quando siete poveri, perché ormai va tutto a periodi, restate scapoli.

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