Luigi Manconi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/luigimanconi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 21 Sep 2017 08:29:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luigi Manconi, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/luigimanconi/ 32 32 Gabbie https://minimaetmoralia.it/societa/gabbie/ https://minimaetmoralia.it/societa/gabbie/#comments Thu, 21 Sep 2017 08:28:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35096 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal capitolo 4 dell'ultimo libro di Luigi Manconi, Non sono razzista ma, pubblicato da Feltrinelli.
Non si può escludere che dietro il mancato scandalo per l’“ingabbiamento” di due persone, come è avvenuto a Follonica, vi possa essere un oscuro e temibile retropensiero. Se la gran parte delle persone intervistate nei giorni successivi tenderà a ridimensionare l’episodio, definendolo “una burlonata” attribuita a “ragazzi” (definiti sempre ed esclusivamente con tale termine), forse c’è di che riflettere. I due tratti che abitualmente vengono attribuiti da una parte rilevante del senso comune a rom e sinti – una certa ferinità e una sostanziale irriducibilità alla vita sociale – possono suggerire come sola forma di disciplinamento la soggezione in cattività. Dunque, l’idea che quel tipo di etnia possa/debba essere “chiusa in gabbia”. Si tenga conto che oggi l’etichetta “zingaro” (o, più diffusamente, “rom”) risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. A seguire, l’elenco dei “nemici” subisce variazioni continue dovute in genere all’influenza di fatti di cronaca che abbiano avuto una eco particolare e nei primi posti si alternano soggetti nazionali o regionali, destinatari, di volta in volta, dell’ostilità sociale. Non si dimentichi, infatti, che almeno tre gruppi regionali italiani si sono trovati, nell’ultimo mezzo secolo, a contendersi il primato, o almeno le piazze d’onore, in questa speciale competizione: “i siciliani”, “i sardi”, “i calabresi”. Ma il dato costante è che “gli zingari”, persino nei momenti di maggiore successo degli “albanesi” e dei “romeni” (corrispondenti all’incremento dei flussi di queste nazionalità verso l’Italia), hanno sempre saldamente occupato il primo posto nel podio (dell’odio).

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non razzista ma

Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal capitolo 4 dell’ultimo libro di Luigi Manconi, Non sono razzista ma, pubblicato da Feltrinelli.

Il cuore è uno zingaro

Follonica, mattina del 23 febbraio 2017. Nel retro del supermercato Lidl, due donne di etnia rom vengono sorprese da tre dipendenti mentre frugano tra i cartoni da smaltire. La scena successiva: le due donne sono state rinchiuse all’interno di una gabbia che contiene altri cassonetti bianchi pieni di cartoni. Piangono, gridano a voce altissima, sbattono mani e braccia contro l’inferriata, cercando di forzarla. Fuori dalla gabbia, due dei dipendenti ridono rumorosamente e uno, con voce stentorea, si rivolge alle donne. Ripete più volte che non si può entrare nell’angolo dei rifiuti della Lidl: “No, non si può entrare”. A un tratto, l’eccesso di riso lo fa tossire. Un terzo addetto, nel frattempo, registra tutto col telefonino e si arrampica sulla sommità della gabbia per riprendere la scena dall’alto (successivamente due dei dipendenti verranno licenziati dall’azienda tedesca).

Non si può escludere che dietro il mancato scandalo per l’“ingabbiamento” di due persone, come è avvenuto a Follonica, vi possa essere un oscuro e temibile retropensiero. Se la gran parte delle persone intervistate nei giorni successivi tenderà a ridimensionare l’episodio, definendolo “una burlonata” attribuita a “ragazzi” (definiti sempre ed esclusivamente con tale termine), forse c’è di che riflettere. I due tratti che abitualmente vengono attribuiti da una parte rilevante del senso comune a rom e sinti – una certa ferinità e una sostanziale irriducibilità alla vita sociale – possono suggerire come sola forma di disciplinamento la soggezione in cattività. Dunque, l’idea che quel tipo di etnia possa/debba essere “chiusa in gabbia”. Si tenga conto che oggi l’etichetta “zingaro” (o, più diffusamente, “rom”) risulta al primo posto nella classifica della riprovazione sociale. A seguire, l’elenco dei “nemici” subisce variazioni continue dovute in genere all’influenza di fatti di cronaca che abbiano avuto una eco particolare e nei primi posti si alternano soggetti nazionali o regionali, destinatari, di volta in volta, dell’ostilità sociale. Non si dimentichi, infatti, che almeno tre gruppi regionali italiani si sono trovati, nell’ultimo mezzo secolo, a contendersi il primato, o almeno le piazze d’onore, in questa speciale competizione: “i siciliani”, “i sardi”, “i calabresi”. Ma il dato costante è che “gli zingari”, persino nei momenti di maggiore successo degli “albanesi” e dei “romeni” (corrispondenti all’incremento dei flussi di queste nazionalità verso l’Italia), hanno sempre saldamente occupato il primo posto nel podio (dell’odio).

Eppure non è stato sempre così. A partire dalla questione, tutt’altro che insignificante, del nome. Qui si è utilizzato e si continuerà a utilizzare il termine “zingaro” in modo neutrale perché fino a una certa fase l’accezione positiva prevaleva nettamente su quella critica. Oggi le cose sono cambiate. E quel termine “zingaro” viene rifiutato innanzitutto dalle comunità rom e sinti (alle quali vanno aggiunte alcune centinaia di caminanti, presenti prevalentemente nella zona di Noto, in Sicilia) e dalle associazioni che ne tutelano i diritti. Si preferisce, cioè, il ricorso alle parole che segnalano l’origine etnica. Ma, come si è detto, non è stato sempre così. Quasi mezzo secolo fa, al festival di Sanremo del 1969, trionfava la canzone Zingara, sontuosamente interpretata da Iva Zanicchi (e da Bobby Solo). Appena due anni dopo Nada e Nicola di Bari portavano al successo Il cuore è uno zingaro. Dunque, il maggiore evento nazional-popolare del nostro paese, dove si riflettono la mentalità condivisa e i mutamenti culturali e del costume, celebra l’epopea gitana. Già nel 1968, Enzo Jannacci portava al secondo turno di Canzonissima Gli zingari: e cantava di “gente bizzarra, svilita”, che un giorno arriva di fronte al mare. E solo “il vecchio, proprio lui, il mare, parlò a quella gente ridotta, sfinita. Parlò ma non disse di stragi, di morti, di incendi, di guerra, d’amore, di bene e di male”. Poi, nel 1971, Mario Barbaja nella ballata Il re e lo zingaro ripropone la figura del gitano come eroe di un irriducibile nomadismo verso la libertà. E nel 1976 Claudio Lolli interpreta Ho visto anche degli zingari felici, in cui i protagonisti giocano un ruolo politico-profetico all’interno di un racconto dallo stile espressivo-visionario. E, ancora, nel 1978, Fabrizio De André canta Sally, Francesco De Gregori Due zingari e Umberto Tozzi Zingaro.

Al personaggio del gitano si continuano ad attribuire tratti fiabeschi: lo zingaro sembra capace di raggiungere quelle mete dell’interiorità, della libertà, della consonanza con la natura, il cui senso per le comunità sedentarie e confinate nelle città moderne è smarrito. E c’è un verso, nella canzone di Tozzi, che, letto ora, appare davvero “scandaloso”: “la scuola ti ruba i figli e non sono più tuoi”. Sono parole che oggi nessuno potrebbe permettersi. Frequentare la scuola pubblica è unanimemente considerata la principale, forse l’unica forma di integrazione che possa consentire alle minoranze rom e sinti una convivenza pacifica con gli altri residenti nel territorio e un progressivo accesso al sistema della cittadinanza. E dunque, quella frase – se fosse riproposta ai giorni nostri – suonerebbe come l’affermazione di un relativismo radicale fondato su una sorta di mito del buon selvaggio. Un mito indirizzato contro il progresso e contro le sovrastrutture prodotte dai processi di civilizzazione (“la scuola che ruba i figli”). Al di là del fatto che si tratta di un’assoluta scempiaggine, è indubbio che chi oggi ripetesse quell’affermazione, e violasse l’obbligo scolastico per i propri figli, si troverebbe (dovrebbe trovarsi) i carabinieri alla porta. Ma, a prescindere da questi accenti estremi, ciò che conta è che fino a non molti anni fa, nell’immaginario culturale e sociale del nostro paese, la figura dello zingaro e della zingara abbia conservato quei connotati di romanticismo magico e di vitalismo naturalistico di cui si è detto. E la parola “zingaro”, con questa forza evocativa, sopravviverà a lungo nella musica leggera italiana così come nella letteratura, specie in quella popolare. Non solo. Nel 1995 la Mattel lancerà sul mercato Esmeralda, la bambola zingara della linea di Barbie, parallelamente al successo mondiale del film Disney Il gobbo di Notre Dame. E in Italia, per anni (dal 1996 fino al 2002), il programma televisivo preserale con i maggiori indici di ascolto vide come protagonista Cloris Brosca nei panni della Zingara, che leggeva le carte e prediceva il futuro. In tutte queste rappresentazioni, lo zingaro e la zingara trasmettono un’immagine che evoca, per un verso, uno stile di vita fuori dalle regole e dalle convenzioni sociali e, per un altro, ambientazioni agresti e scenari esotici.

Insomma, lo zingaro è il prototipo di un eroe premoderno e preindustriale, ispirato a valori forti e incontaminati, che rimandano allo spirito di una comunità chiusa, alla contrapposizione natura-cultura e al conflitto perenne tra integrazione e ribellione. E, invece, decenni dopo, le ultime tracce che se ne ritrovano nella musica leggera sembrano registrare un drastico cambiamento di clima e di senso comune. Chi percepisce tutto questo e le radici profonde, anche sovranazionali e geopolitiche, che lo determinano è Fabrizio De André che, nella splendida Khorakhané, canta: “i figli cadevano dal calendario/Jugoslavia Polonia Ungheria/i soldati prendevano tutti/e tutti buttavano via”. E questo porta a scoprire, in mezzo a noi, che “in un buio di giostre in disuso/qualche rom si è fermato italiano/come un rame a imbrunire su un muro”. E il paesaggio sociale e urbano ne risulta segnato: “Il cuore rallenta la testa cammina/in quel pozzo di piscio e cemento/a quel campo strappato dal vento/a forza di essere vento”. E così questo ribaltamento dell’antico stereotipo porta all’acutizzarsi del pregiudizio e a una crescente ostilità, cantata dai Punkreas, nel 2000, con questi versi sarcastici: “Chiudete le finestre sbarrate le persiane/pericolo in città di nuovo queste carovane/nomadi gitani con abiti sfarzosi/si nota a prima vista che son pericolosi/cara io vado dai vicini tu chiudi con la chiave e porta su i bambini/se fanno i capricciosi e non vogliono dormire/racconta che gli zingari li vengono a rapire”.

Come si vede a questo punto e a questa data, la catastrofe sociale e culturale si è già consumata. E così nel 2015, un giovane autore, Calcutta, scrive: “suona una fisarmonica/ fiamme nel campo rom” e nel 2016 un gruppo rock, gli Zen Circus, nel brano Zingara (Il cattivista) dà ironicamente espressione a un diffuso sentimento di intolleranza: “Zingara che cazzo vuoi io so che cosa fai/ stringo il portafogli vai via o chiamo la polizia/ma quanto puzzerai tu non ti lavi mai/zingara ci fosse lui vi bruciava tutti sai/se siete ancora qui è colpa dei buonisti”. Insomma si registra una sorta di aggiornamento, in chiave di cronaca nera e di stigmatizzazione criminale, dell’immagine popolare dello zingaro. Bisogna guardarsene, bisogna proteggersene, bisogna essere disposti ad adottare mezzi eccezionali, vista l’eccezionalità del pericolo che costituiscono. Come si vede, il parlato di questi brani intende restituire il discorso domestico e pubblico quale si manifesta nei luoghi della vita quotidiana: nei bar, negli uffici, nei mezzi di trasporto e nelle case. E, tuttavia, di quella radicale estraneità dell’eroe gitano sopravvive una traccia, sia pure deformata, nei tratti di una insopprimibile resistenza all’integrazione che, manifestandosi come dato naturale, evoca una sorta di condizione pre-civile se non addirittura pre-umana. In qualche modo “animale”. Ed è qui che il discorso si ricollega a ciò che si è detto ripercorrendo l’episodio di Follonica. In quel caso l’associazione tra le donne rom e la gabbia sembra adattarsi perfettamente a quel connotato di ferinità loro attribuito e considerato a tal punto scontato da non apparire particolarmente scandaloso. Una “burlonata”, appunto. Da tutto ciò discende una domanda: cosa è mai accaduto, in particolare tra gli anni ottanta e i novanta, per rovesciare totalmente nel suo negativo una figura che nei decenni precedenti aveva goduto di un fascino così suggestivo? Si può dire che sia accaduto di tutto. Profonde trasformazioni nella società, nel suo sistema economico e nei suoi processi culturali. E, poi, l’imporsi nel senso comune di una percezione di insicurezza crescente, dovuta non solo a fenomeni di precarizzazione del lavoro e del reddito, ma anche a uno stato di vulnerabilità rispetto a insidie indirizzate contro l’incolumità fisica e l’integrità della comunità familiare e dei suoi beni. Da quest’ultimo fenomeno nasce l’allarme sociale nei confronti della criminalità che nessuna statistica è in grado di smentire.

Dentro l’esplodere della questione criminale nella vita quotidiana e nella pervasività vera e presunta della microdelinquenza, il ruolo dei rom sembra diventare presto esorbitante. A ciò si aggiunge il fatto che, negli ultimi decenni, è andata affermandosi nello spazio urbano una particolare struttura abitativa e comunitaria: il Campo Nomadi. Ne è conseguita un’equazione che non prevede alternative: i nomadi sono quelli che stanno nei campi nomadi. Non è certo un caso che tra i primissimi esempi di questa struttura si ritrovino i campi che, già nella seconda metà degli anni settanta, vennero realizzati a Roma nei quartieri di san Basilio e del Quarticciolo, e che già all’epoca fecero registrare le prime manifestazioni di ostilità. Una sorta di profezia che si autoavvera. Quindi, se è indubbio che i nomadi sono quelli che stanno nei campi nomadi, risulta trascurabile il motivo della loro presenza lì. Una libera scelta? L’effetto di una discriminazione? L’assenza di alternative? Eppure rispondere a queste domande è tanto più ineludibile quanto più i dati ci parlano di una realtà sorprendente: il nomadismo, considerato una sorta di connotato identitario o addirittura genetico (“È nel loro dna”), riguarda ormai solo una piccola parte di quella popolazione: circa il 3 per cento. Ma è proprio sulla base di tale pregiudizio che si sono sviluppate, nel nostro paese, le politiche pubbliche verso queste minoranze: campi, aree di sosta, aree di transito, aree attrezzate sono state finora le diverse forme di un’unica soluzione abitativa ritenuta la sola utilizzabile. Una soluzione che ha ottenuto come risultato la segregazione abitativa e, di conseguenza, l’esclusione e l’autoesclusione sociale delle comunità rom. Si è attivata, così, una inesorabile spirale. I campi nomadi sono stati, allo stesso tempo, causa ed effetto della discriminazione: producono, infatti, due processi che si alimentano vicendevolmente. I rom presenti nei campi tendono inevitabilmente ad autoghettizzarsi dentro quella dimensione circoscritta e coatta di marginalità sociale e autogoverno, dove si riproducono circuiti illegali e relazioni di potere.

Per contro, chi abita vicino a quei campi si convince del fatto che rappresentino una costante minaccia e che, dunque, vadano espugnati manu militari e rasi al suolo (la ruspa, evocata da Matteo Salvini, non è solo un’immagine letteraria). D’altra parte il ricorso allo strumento dei campi è l’esempio più eloquente del consolidamento di un metodo, deliberato, utilizzato nei confronti di una minoranza irregolare. Ne è conferma l’ordinanza del Tribunale di Roma del 3 maggio 2015, che ha ritenuto discriminatorio per la sua stessa natura (e dunque prescindendo anche dalle condizioni, più o meno contingenti, di degrado) il campo nomadi de La Barbuta in quanto riservato a uno specifico “gruppo etnico”; e in quanto collocato in una zona tale da ostacolare la convivenza con la popolazione locale e l’accesso ai servizi scolastici e socio-sanitari. In conclusione, un approccio emergenziale e assistenzialista che ha privato, di fatto, le comunità rom della possibilità di accedere al godimento dei diritti di cittadinanza, a partire dal mancato riconoscimento della loro dignità sociale. Di qui in poi è stato un crescendo di stigmatizzazione e di ostilità. La diversità dello stile di vita, non solo peculiare, ma sempre al limite di una caduta nella illegalità e in comportamenti lesivi della dignità di donne e bambini; la frequenza di reati predatori e di strada, in particolare nella vita quotidiana dei quartieri metropolitani; le difficoltà incontrate dalle politiche pubbliche finalizzate all’inclusione: tutto ciò ha alimentato l’idea di una alterità radicale di rom e sinti, non conciliabile in alcun modo con le regole della convivenza civile. Ma, detto tutto questo, il fattore rappresentato dai campi nomadi risulta ancora più significativo. La realizzazione di quei campi – e questo vale per tutti i ghetti – costituisce la materializzazione di ansie e paure.

La stessa struttura fisica e il suo degrado dà corpo e materializza tangibilmente quei sentimenti. I campi nomadi sono, al tempo stesso, il contenitore, l’incubatrice e il simbolo di una paura antica che si insedia fisicamente nello spazio della vita sociale contemporanea. Non sorprende, dunque, che i rom siano antipatici a (quasi) tutti: e l’antipatia è forse il sentimento meno violento tra quelli da essi suscitati. Ne consegue che oggi secondo la Commissione europea la minoranza rom sia “la più discriminata”. E che un aggressivo antigitanismo percorra attualmente la società italiana, rischiando di precipitare in una sorta di pogrom culturale ai loro danni (non è una novità: si ricordi che si stimano in numerose centinaia di migliaia i rom e sinti uccisi durante il periodo nazista). Eppure parliamo di una minoranza che oggi, in Italia, è stimata intorno alle 180mila persone: per metà cittadini italiani e per il 60 per cento residenti in abitazioni stabili. Una minoranza che rischia di rappresentare il capro espiatorio delle angosce collettive, delle frustrazioni sociali e della generale inquietudine per la propria sicurezza. Oggi i rom, quelli buoni e quelli cattivi, sono tragicamente soli: nessuno sembra ricordare i due principi fondamentali del garantismo democratico. Il primo: la violazione di un diritto si ripercuote sull’intero sistema dei diritti. Il secondo: l’etichettatura di un gruppo sulla base dei comportamenti dei membri di quel gruppo è operazione iniqua se anche un solo membro si discosta dai comportamenti di tutti gli altri. Dunque, negare ai rom le garanzie e le risorse della cittadinanza vuol dire accettare che quelle stesse garanzie e quelle stesse risorse possano venire limitate e compresse nei confronti di noi tutti. Consentire che i rom diventino l’oggetto dell’ostilità sociale e il bersaglio di un vero e proprio meccanismo di degradazione morale – in base al fatto che molti, o moltissimi, o quasi tutti siano responsabili di reati – significa contribuire a che la nostra società sia sempre più cattiva e ingiusta. Assistere in silenzio a questa mobilitazione dell’odio equivale alla resa verso chi vuole criminalizzare tutta una minoranza per poterla mettere al bando. Questo mostra quanto sia eccessivo – rivelandone allo stesso tempo la finalità tutta emotivo-propagandistica – il messaggio che li vorrebbe rappresentare come un’emergenza e come un fenomeno di invasione, tale da richiedere misure straordinarie e la dichiarazione dello stato d’eccezione.

È ciò che, in realtà, si è cominciato a fare tra il 2008 e il 2011, quando, con apposite ordinanze del presidente del consiglio dei Ministri, si è istituita l’“emergenza nomadi”, in relazione agli insediamenti abusivi in cinque regioni italiane (Campania, Lombardia, Lazio, Piemonte e Veneto). Quelle ordinanze, successivamente, sono state dichiarate illegittime dal Consiglio di stato. Ma, a distanza di anni da quel pronunciamento, il lavoro da fare resta ancora enorme. Per fortuna l’Europa ogni tanto ci viene in soccorso, ed è solo grazie alle pressioni dell’Unione che nel 2012 è stata recepita nel nostro paese la Strategia nazionale d’inclusione di rom, sinti e caminanti. Un programma ancora agli inizi e tutto da realizzare concretamente, ma che – se non altro – rappresenta una prospettiva dotata di razionalità e lungimiranza. Infine. Recentemente abbiamo sentito citare più volte la poesia, attribuita a Bertolt Brecht, dove si immagina una successione di atti di discriminazione che colpiscono, via via, i diversi gruppi sociali e le diverse minoranze. Chi non reagisce perché, dice, “non è affar mio” verrà a sua volta discriminato, ostracizzato, messo al bando: fino a che l’ultima vittima, sopravvissuta a tutte le precedenti persecuzioni, si scoprirà totalmente sola. Non è esclusivamente una tragica parabola e un inesorabile monito morale sulla indivisibilità dei diritti: in quei versi c’è l’anticipazione di una sorta di cupa gerarchia sociale dell’odio, che mostra come lo zingaro, comunque lo si chiami, concentri su di sé il massimo dell’avversione collettiva. L’autore dei versi è, in realtà, il pastore protestante Martin Niemöller, ma è stato Brecht ad aggiungere, successivamente, quel riferimento agli zingari che ne sottolineava il ruolo di ultimi tra gli ultimi. Ecco, a distanza di settant’anni gli ultimi tra gli ultimi non hanno cambiato nome. E diventa più che mai urgente schierarsi dalla loro parte. Ovvero, dalla parte dei loro diritti inviolabili. Sul piano delle politiche pubbliche – per quanto complesso, faticoso e lungo possa risultare il percorso – il ragionamento deve essere altrettanto chiaro: i campi nomadi vanno superati e progressivamente aboliti. E ciò può essere ottenuto costruendo opportunità di inclusione sociale e alternative dignitose di alloggio e di vita a quanti li abitano. La permanenza dei campi si basa su un pregiudizio culturale e produce effetti socialmente disastrosi. Il pregiudizio è quello che attribuisce a rom e sinti una sorta di vocazione all’extraterritorialità, oscillante tra nomadismo e marginalità; l’effetto è che si alimenta, in tal modo, quella spirale ghettizzazione-autoghettizzazione che è all’origine dello stato di persistente esclusione dal sistema della cittadinanza.

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Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica https://minimaetmoralia.it/estratti/corpo-e-anima-luigi-manconi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/corpo-e-anima-luigi-manconi/#comments Thu, 17 Mar 2016 07:31:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30297 Pubblichiamo in anteprima un estratto da Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica, libro-intervista di Luigi Manconi a cura di Christian Raimo, in libreria in questi giorni per minimum fax. L'autore presenta il libro domenica 20 marzo alle 15 a Libri come a Roma (spazio Garage - Officina 3) in una conversazione con Vito Mancuso. Modera Pietro Del Soldà

Non so altrove, ma in Italia il Politicamente Scorretto rischia di rappresentare davvero «l’estremo rifugio delle canaglie». Esagero un po’ ma è certo che per molti si tratta solo di un pretesto per poter finalmente tornare a chiamare «froci» gli omosessuali e «negri» gli africani. E magari, un domani, «mongoloidi» le persone affette da sindrome di Down. Naturalmente, in nome della lotta più rigorosa «contro tutte le ipocrisie e tutti gli eufemismi». Fin qui, le «canaglie». Ma la cosa sarebbe scarsamente significativa se quella tendenza non fosse diventata un vero e proprio «fenomeno culturale», ormai largamente maggioritario, e se non riguardasse ormai anche tante brave persone, e persino amici intelligenti e avversari leali.

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Pubblichiamo in anteprima un estratto da Corpo e anima. Se vi viene voglia di fare politica, libro-intervista di Luigi Manconi a cura di Christian Raimo, in libreria in questi giorni per minimum fax. L’autore presenta il libro domenica 20 marzo alle 15 a Libri come a Roma (spazio Garage – Officina 3) in una conversazione con Vito Mancuso. Modera Pietro Del Soldà

Non so altrove, ma in Italia il Politicamente Scorretto rischia di rappresentare davvero «l’estremo rifugio delle canaglie». Esagero un po’ ma è certo che per molti si tratta solo di un pretesto per poter finalmente tornare a chiamare «froci» gli omosessuali e «negri» gli africani. E magari, un domani, «mongoloidi» le persone affette da sindrome di Down. Naturalmente, in nome della lotta più rigorosa «contro tutte le ipocrisie e tutti gli eufemismi». Fin qui, le «canaglie». Ma la cosa sarebbe scarsamente significativa se quella tendenza non fosse diventata un vero e proprio «fenomeno culturale», ormai largamente maggioritario, e se non riguardasse ormai anche tante brave persone, e persino amici intelligenti e avversari leali.

In altre parole, si è verificato un colossale ribaltamento della realtà che nega l’evidenza e la rovescia nel suo esatto contrario. Dai primi anni Ottanta, si può dire, la restaurazione rispetto alle idee e ai valori che avevano animato il decennio precedente ha prodotto un senso comune e una mentalità condivisa dove dominano orientamenti schiettamente conservatori. Ma, allo stesso tempo, in alcuni ambienti intellettuali, politici e giornalistici si è affermato uno stereotipo incrollabile: in Italia trionferebbe il Politicamente Corretto, inteso – qui cito uno dei più ferventi interpreti nostrani, Giuliano Ferrara, prima di una recentissima resipiscenza – come «pensiero unico, dominante, mainstream dell’intolleranza e nuova abbrutente religione di stato».

Quel pensiero unico consisterebbe in una egemonia ideologica, costruita su valori di uguaglianza e solidarietà, di libertà e convivenza pacifica. E il tutto si tradurrebbe in un generalizzato buonismo, che alligna per ogni dove, invadente e onnipervasivo: e, ancora, in un atteggiamento che «sfiora la venerazione» verso tutte le minoranze. Il dispotismo del Politicamente Corretto si manifesterebbe come linguaggio pubblico, mentalità dei gruppi dirigenti e della società civile, sistema di proibizioni e veti che condizionerebbero la politica e la vita collettiva.

Da questa fosca rappresentazione discendono almeno tre conseguenze. La prima, la più scontata e visibile, è quella che produrrebbe la «igienizzazione del linguaggio». La seconda, più insidiosa, è quella che porterebbe alla persecuzione dei dissidenti, indocili alla disciplina della correttezza politica. La terza, la più nefasta, è quella che determinerebbe l’incontrastata influenza dell’ideologia buonista sulle politiche pubbliche.

Quanto al linguaggio, si pensi all’ilarità perbenista che accoglie il ricorso a definizioni come «diversamente abile». E a come il ceto intellettuale più brillante sembra scompisciarsi dalle risate di fronte alla pretesa degli spazzini di venir definiti «operatori ecologici». Quest’ultima formula è certamente incresciosa, ma nasce dall’esigenza di cambiare un termine diventato spregiativo. Può essere modificato e migliorato ma va ricordato che «il diritto a chiamarsi» (darsi il nome che si preferisce e pretendere che con esso si venga appellati) è una premessa essenziale del riconoscimento della propria identità- dignità. Insomma, l’esercizio del Politicamente Corretto è qui una delle azioni che informano i processi di civilizzazione del senso comune nelle società democratiche. Definire omosessuale l’omosessuale può/deve corrispondere alla crescita di un atteggiamento di rispetto nei suoi confronti e al riconoscimento dei suoi diritti, e può/deve contribuirvi. L’ipocrisia non consiste nel ricorso a un termine non discriminatorio, bensì nel mancato adeguamento a quel termine di una condizione di fatto.

La questione del linguaggio è importante proprio perché alle parole corrispondono (devono corrispondere) fatti concreti e condizioni materiali. E c’è il serio sospetto che una definizione negativa, o comunque non rispettosa, possa alimentare un atteggiamento negativo, o comunque non rispettoso nei confronti di quella stessa persona.

Prendiamo, per capirci, il mio caso personale. Sotto il profilo clinico, sono un ipovedente ai minimi termini. Sotto il profilo legale sono un cieco civile (immagino che quel «civile» si riferisca al fatto che non sono stato ferito in guerra). Le risorse e i privilegi di cui godo rendono assai meno pesante il mio stato ed è per me pressoché insignificante il termine utilizzato per definire la mia condizione. Sarebbe lo stesso se non godessi di quelle risorse e di quei privilegi?

D’altra parte, l’idea che viviamo sotto la dittatura del Politicamente Corretto induce chi dice di sottrarvisi a ritenersi una sorta di reietto della società o di ribelle iconoclasta. È questo che permette ai più conformisti di immaginarsi come terribilmente «controcorrente» e audacemente «fuori dal coro». E, infatti, tra i conservatori è molto diffuso il vezzo di presentare le proprie opinioni, quelle più in linea con gli umori popolari maggiormente diffusi e regressivi, come minoritarie e ardimentose, frutto di un’elaborazione indipendente e di uno splendido isolamento.

Accade così che sul più autorevole quotidiano italiano un autorevole storico affermi autorevolmente che in Italia «da tempo essere e dirsi cristiani non solo non è più intellettualmente apprezzato ma in molti ambienti è quasi giudicato non più accettabile» (Ernesto Galli della Loggia). Ma che ambienti frequenta, il nostro carissimo Ernesto? Questa sensazione di minorità, avvertita da chi pure dispone di risorse intellettuali e materiali tali da attribuirgli un significativo potere, è assai diffusa. E non sembra doversi solo ed esclusivamente a una civetteria mondana. Tanto è vero che un simile atteggiamento alimenta poi quella che definivo la più nefasta delle conseguenze: l’idea che la politica del nostro paese sia dominata, appunto, dalla retorica del Politicamente Corretto e dal suo più perverso frutto: il buonismo. Ed è proprio questo che rivela come un simile discorso non sia limitato a una controversia linguistica, ma rimandi a un’analisi della realtà sulla quale il dissenso è radicale.

Prendiamo un punto importante. Sul Sole 24 Ore di un giorno di gennaio del 2016, un corrucciato editorialista scrive che nel nostro paese l’immigrazione sarebbe stata costantemente interpretata in chiave «buonista», secondo «quello che si potrebbe definire pensiero unico dell’apertura». Trasecolo, colpito da questo vero e proprio rovesciamento della realtà fattuale. Ritornano, e colpiscono, quei due termini. «Buonista» innanzitutto: ma com’è possibile ricorrere ancora a una parola tanto abusata da risultare inservibile nella sua consunta banalità? E, poi, quel «pensiero unico» utilizzato al fine di evidenziare, per contrasto, la propria posizione di pretesa originalità. È la versione «chiagn’ e fotte» di quel tratto proprio del carattere nazionale che è il vittimismo dei forti o, se si vuole, la legge del contrappasso per chi, nel corso degli ultimi decenni ha deriso quella «cultura del piagnisteo» che, secondo Hughes, connoterebbe il Politica mente Corretto.

Insomma, quanto più ci si trova in sintonia con il senso comune più bolso, tanto più ci si vuole proporre come pensatori trasgressivi. Ma, se entriamo nel merito, scopriamo immediatamente che – da quando quello dell’immigrazione è diventato un fenomeno di massa – si sono succedute in Italia normative per la sua regolamentazione oscillanti tra volontà di accoglienza e tendenza alla chiusura, tra inclusione e rifiuto, tra riconoscimento dei diritti e penalizzazione dell’irregolarità; e che, da tempo, prevale un orientamento volto a respingere più che ad «aprire». Il sistema dei media ha seguito un’analoga oscillazione e l’opinione pubblica ne ha riflesso le varie fasi e le relative contraddizioni.

In un quarto di secolo, la retorica «dell’apertura» si è ridotta a fragile appannaggio di esigui settori dell’associazionismo cattolico e di minoranze della sinistra radicale; e non ha impedito che, nel corso di quello stesso periodo, oltre ventimila migranti morissero nel mare Mediterraneo, mentre cercavano di raggiungere le nostre coste. E «il pensiero unico», oggi, è inequivocabilmente orientato verso la diffidenza e il sospetto, se non verso l’esclusione e il respingimento. Ma consideriamo altri due esempi.

In un paese dove non c’è una legge contro l’omofobia e dove la vicenda parlamentare delle unioni civili ha un esito tanto deludente, in nome del Politicamente Scorretto si dà per scontato che le lobby gay egemonizzino cultura e politica e producano un senso comune mainstream filo-gay. Ancora. E a quasi quarant’anni dalla legge sull’interruzione volontaria di gravidanza, nell’Italia dove trionferebbe il Politicamente Corretto, si trovano intere regioni (la Basilicata) e città tutt’altro che arretrate (Jesi e Ascoli Piceno) dove tutti i medici, senza eccezione alcuna, sono obiettori di coscienza e, dunque, l’aborto non può essere praticato. E gli esempi potrebbero continuare.

Tutto ciò mi induce a pensare che il dominio del Politicamente Corretto sia una delle più grandi mistificazioni della cultura italiana contemporanea. All’origine c’è, anche stavolta, un singolare rovesciamento: gli impavidi combattenti contro la correttezza politica vivono, effettivamente, in ambienti (facoltà universitarie, case editrici, giornali) dove quella categoria è affermata e difesa da minoranze agguerrite. E, così, il ceto intellettuale maggioritario compie il più classico degli errori: scambia, cioè, il proprio microcosmo, dove può capitargli di vivere una condizione di minoranza, con la dimensione complessiva della società italiana e con i suoi orientamenti collettivi: è perfettamente integrato in essa, ma si ritiene estraneo. Ed è così politicamente scorretto da riflettere puntualmente l’incattivirsi della mentalità comune. Battendosi contro il buonismo che offende il suo senso estetico, quel ceto intellettuale non si rende conto di alimentare un cattivismo che, non di rado, offende la dignità umana.

Insomma, ci sarà pure un qualche rapporto tra la stucchevole retorica del «parlar chiaro» e del «dire pane al pane e vino al vino» e il fatto che un Calderoli possa attribuire a Cécile Kyenge le «sembianze di un orango» e un Buonanno possa rivolgersi all’attrice rom Dijana Pavlović urlandole «siete la feccia dell’umanità».

D’altra parte, se nel caso della Caritas o di don Luigi Ciotti o di don Gino Rigoldi l’imperativo di ridurre la sofferenza nasce da un precetto cristiano, è essenziale distinguere nettamente tra ispirazione delle motivazioni all’agire e sue concrete modalità. Il sentimento – laico o religioso, politico o civile che sia – è ciò che può determinare la scelta dell’impegno, ma poi nel metodo e nel contenuto di quello stesso impegno devono valere ben altri requisiti: razionalità e competenza, efficienza e professionalità. Per questo nel libro scritto con Valentina Brinis sul tema dell’immigrazione abbiamo dedicato così tanto spazio alla critica della solidarietà e dell’irenismo multietnico.

E giù una litania di improperi contro il politically correct e il relativismo etico per arrivare a concludere che, insomma, meglio chiudere le frontiere.

Non è qui il caso di argomentare perché mai una simile ricetta sia, nella migliore delle ipotesi, una distopia: ciò che mi preme sottolineare è piuttosto una questione di metodo e di merito culturale. Infatti, «multiculturalismo» o è una semplice fotografia della realtà (l’autobus che mi porta al Quadraro o al Giambellino è multiculturale in quanto tra gli utenti ci sono tanti stranieri quanti italiani), oppure rappresenta una proiezione di aspettative ottimistiche verso il futuro: un surrogato del socialismo, per chi ancora ci crede, o di qualunque altro progetto desiderabile di società. Ma, come tale, la sua fragilità era evidente già un quarto di secolo addietro.

Non c’era bisogno di fatti come quelli accaduti a Colonia e in altre città tedesche durante il capodanno del 2016; e nemmeno dei conflitti culturali intorno a temi come i riti e i costumi religiosi, le mutilazioni genitali femminili, l’uso del velo. Bastava osservare la crisi dei modelli di integrazione sperimentati in molti paesi democratici, un po’ di esperienza politica e di ricerca sociale, per saperlo da tempo. Il multiculturalismo è né più né meno che una tendenza irresistibile delle società contemporanee, in un mondo segnato da immensi flussi migratori, che richiede di essere mediata e governata. Fatta salva, va da sé, l’irrevocabilità dei diritti fondamentali della persona – dall’integrità fisica alla parità tra uomo e donna – che nessuna convivenza tra culture diverse può accettare di vedere compromessa.

Ripeto. Un moto di solidarietà è ciò che può spingerti a operare, ma deve rimanere nell’ambito della tua sfera privata e delle tue motivazioni. Quando, poi, si arriva ad agire, lì devono valere altri argomenti: razionali e, appunto, non emotivi. È necessario ricorrere a ragioni obiettive, affidarsi a categorie come l’utilità sociale e la reciprocità che nasce dall’appartenenza a una comunità, contare sull’indivisibilità dei diritti e sulla remuneratività del loro riconoscimento.

Trovo offensivo, ancor più che inutile e ancor più che dannoso, pensare di rivolgersi agli abitanti di Tor Sapienza, a Roma – inquieti per la presenza di un centro di accoglienza, di edifici occupati abusivamente, di un campo nomadi e di un’ampia fetta di territorio interessata dallo spaccio e dalla prostituzione – chiamandoli alla solidarietà e alla realizzazione di una «società multiculturale». D’altra parte, la categoria di solidarietà come oggi viene prevalentemente intesa è un concetto profondamente asimmetrico e, alla resa dei conti, paternalistico. Come dice un proverbio di un paese africano che non ricordo, la mano che dona è sempre quella che sta in alto rispetto a quella riceve.

È un discorso moralmente utilitarista, come lo intenderebbero Jeremy Bentham e John Stuart Mill.

Te lo dico in termini volutamente sintetici e, dunque, un po’ forzati. Io non voglio bene agli immigrati e nemmeno voglio bene ai detenuti, e tantomeno voglio bene ai rom. Diciamo che, qualora si presentasse l’occasione, potrei diventare amico di un immigrato in carne e ossa, con un nome e un cognome, di un detenuto o di un rom: e potrei, di conseguenza, voler loro bene. Ma sarebbe un rapporto personale. Se considero, invece, questi gruppi come gruppi, fatico anche a provare solidarietà. Ovvero a volere loro bene in quanto gruppi nella loro generalità e intesi come categorie unitarie e compatte. All’interno di questi tre gruppi, certamente, si trovano condizioni estese di sofferenza e di ingiustizia, e questo determina il mio interesse e la mia simpatia umana nei loro confronti e la volontà, nei limiti del possibile, di porvi qualche rimedio. Ma non provo pulsioni affettive verso questo o quell’aggregato umano in quanto tale.

Quello che avverto è, piuttosto, l’esigenza di darmi da fare come so e come posso per cercare di tutelare i diritti e le garanzie di ogni membro di quei gruppi e, quando necessario, della loro identità collettiva. E, in questo, il sentimento di simpatia per la loro condizione e la volontà di contribuire a superarla conta quanto un ragionamento schiettamente utilitaristico: voglio che gli immigrati, i detenuti e i rom abbiano tutti i diritti e le garanzie che spettano loro innanzitutto perché – ciascuno interpreti questo innanzitutto come meglio crede – ciò può contribuire in maniera decisiva a che i miei figli possano godere, a loro volta, di tutti i diritti e di tutte le garanzie. E possano vivere in condizioni accettabili di sicurezza, in una società non lacerata da conflitti etnici e da vendette sociali.

In altre parole, la sottrazione allo stato di marginalità del maggior numero possibile di migranti irregolari, ma anche di devianti e di rom, costituisce la garanzia essenziale per disinnescare il cortocircuito tra condizione di miseria sociale e reazione illegale di quegli stessi soggetti a rischio. Insomma, se proprio proprio devo utilizzare uno slogan definirei il mio come altruismo interessato. Ma questo te l’ho già detto.

Questo ragionamento in termini di utilitarismo sociale non ha nulla a che fare con il cinismo e nemmeno con una concezione esasperatamente liberista e sregolata della società. Al contrario: l’utilitarismo, in questo schema, rappresenta un fattore di rafforzamento del legame sociale. Di più: è un utilitarismo consapevole e razionale che costituisce la ragione prima della reciprocità, ovvero di quel sistema di relazioni che fa da trama e da collante per ogni comunità organizzata. Insomma, l’utilitarismo sociale può essere un robusto elemento di coesione, assai più della retorica della solidarietà e dell’appello ai buoni sentimenti.

Sia chiaro: nella politica, l’emotività e la passione ci devono stare, eccome. Ma devono essere tradotte, questo sì, in forme di mobilitazione collettiva, se siamo in grado di farlo, ed è tutt’altro che facile. In ogni caso, affidarsi completamente a questo è profondamente sbagliato, e soprattutto non funziona. Puoi forse creare uno schieramento, ottenere adesioni, raccogliere consensi, ma per questioni controverse e talvolta laceranti come quelle qui ricordate, servono solo ragionamenti lucidi e proposte che tengano conto della pluralità degli interessi in campo e della difficoltà di mediarli e di trovare soluzioni condivise. Vale per un campo rom, ma vale anche per lo scandalo dei bambini reclusi in carcere con le loro madri e per i malati terminali che muoiono in corsia tra atroci sofferenze.

Possiamo suscitare tutta la compassione del mondo nei loro confronti, ed è giusto ed è utile farlo, ma se non troveremo soluzioni efficaci per quei bimbi in galera o costretti all’accattonaggio e norme che depenalizzino il suicidio assistito e l’eutanasia, sarà stato tutto inutile. E comunque quelle soluzioni e quelle norme dovranno essere concrete e realistiche, molto concrete e molto realistiche, inevitabilmente frutto di mediazioni e compromessi.

Quindi tu sostieni questo: la morale riguarda un ambito privato, e una certa dimensione comunicativa. Mentre il garantire più diritti è utile a una maggiore sicurezza sociale.

Vedi, io non sono un amante del disordine, anche se sono piuttosto tollerante. Il mio invecchiare non mi induce alla moderazione, ma a una sorta di estremismo senile. Insomma, l’età non mi ha reso un conservatore, o almeno così mi sembra. Probabilmente si deve al fatto che – nella sfera individuale, nell’azione pratica e nella teoria politica – coltivo sempre l’idea di una dinamica della vita sociale fondata sulla sequenza: conflitto-mediazione-nuovo equilibro. E questa è una definizione di progressismo, di riformismo? Se vuoi. Ma quella stessa sequenza può anche declinarsi così: movimento-governo-riforma.

E, infatti, perché mi interesso delle questioni per definizione intrattabili? Per un motivo innanzitutto: perché penso che le questioni ritenute intrattabili siano in realtà trattabilissime. Dunque, devono essere non solo affrontate e negoziate ma, ancor prima, portate all’interno della sfera pubblica, della dimensione politica e dello stesso ambito di governo. Perché io e alcuni miei soci e sodali siamo stati avversati da qualche componente del disordine sociale, ma apprezzati da altre, a partire da pezzi del Leoncavallo di Milano e di centri sociali di Roma e di Padova, dalle radio libere di molte città e dai siti cosiddetti «antagonisti»?

Perché abbiamo sempre considerato quel disordine sociale dentro una dialettica di relazione: e dunque di confronto e mediazione e, infine, di «onorevole compromesso», quando possibile. Mai dentro una logica di ostilità assoluta e irriducibile. In quell’articolo di cui già ti ho detto, «Trattare senza farsi male», teorizzavo la necessità del negoziato infinito e della trattativa paziente e ininterrotta, dove chi media pone delle condizioni e traccia dei confini, ma nella prospettiva di un obiettivo da raggiungere, attraverso le intese possibili e nel rispetto della pluralità dei soggetti e degli interessi. Quelle condizioni e quei confini devono essere necessariamente elastici e mobili e, a loro volta, possono essere oggetto di negoziazione.

Per capirci, ricordo nel dettaglio l’organizzazione della prima manifestazione contro un Cie (chiamato allora Centro di permanenza temporanea), quello di via Corelli a Milano, forse nel 2002. Nei giorni precedenti – non ero più parlamentare – mi recai più volte in questura per definire percorso e destinazione del corteo. I funzionari della Digos indicarono un punto della strada che portava al Cie da non superare assolutamente. Intorno a quel limite discutemmo per giorni e infine ci accordammo. Quando poi il corteo raggiunse effettivamente quel punto della strada, apparve chiaro che non si sarebbe fermato: e dunque lì, mentre la tensione cresceva, riprese il negoziato. Si stabilì un nuovo confine, il corteo proseguì e raggiunse quel punto «senza farsi male».

Qualche tempo prima partecipai a una grande manifestazione a Genova, in occasione della conferenza nazionale sulle tossicodipendenze. Io ero ancora parlamentare e accompagnavo il corteo, camminando di lato, vicino alle prime file, quando fui raggiunto da un funzionario della questura. Questi mi disse: «Il signor capo della polizia vuole parlarle», e mi passò il suo telefonino. E così, lungo l’intero tragitto, fino alla conclusione, feci da tramite e da intermediario tra Gianni De Gennaro e gli organizzatori del corteo. Definendo via via alcuni tratti del percorso, i punti dove ci si fermava e quelli dove si accelerava.

Ora, capisco bene che possa sembrare o un gioco puerile senza alcun significato politico o, peggio, una spirale insensata tra provocazione e resa. Penso, all’opposto, che si tratti di una modalità intelligente di amministrazione dell’uso della forza di stato e di controllo della piazza. Un esempio, se vogliamo, di governo del disordine. Ma anche la rappresentazione tecnico-agonistica di quella sequenza che prima indicavo: conflitto-mediazione-nuovo equilibro.

Se mettiamo da parte il corteo e pensiamo piuttosto ai bisogni sociali e alle esigenze collettive, lo schema è lo stesso. La società esprime domande radicali sia sul piano materiale sia su quello delle libertà e del diritto all’autodeterminazione. Quelle domande vanno tutte tradotte in politica e – se e come è possibile – tutte trasformate in questioni di governo. Questa idea, finora illustrata con troppa attenzione all’aspetto «fisico» e «militare», richiama una concezione della politica saldamente insediata nella vita sociale e, allo stesso tempo, prudentemente fiduciosa nella mediazione istituzionale. Capisco che, operando così, si rischia di prendere botte a destra e a manca: dalla durezza della realtà sociale così come dalla rigidità delle logiche istituzionali. Ma non vedo alternativa.

Dove hai imparato questa cosa?

L’ho imparata innanzitutto dalla mia personale esperienza. Anche da quella – mai rinnegata, nonostante molti provino a inchiodarmela addosso come uno stigma – di responsabile nazionale del servizio d’ordine di Lotta continua. E, poi, ho certamente imparato dai Radicali. E, a questo proposito, ho sempre pensato che la radicalità, ossia la capacità di andare alla radice delle cose, costituisca un contenuto prezioso, da non sprecare assolutamente, e al contrario da portare all’interno della politica e delle istituzioni, come fattore di rinnovamento e di trasformazione.

Ancora un esempio: la radicalità nel trattare il tema dei Cie porta alla volontà di abolirli. Ma abbiamo imparato e stiamo verificando come questo obiettivo possa passare attraverso tutta una serie di conquiste intermedie. L’obiettivo finale è, e non può essere altrimenti, l’abolizione dei Cie, ma intanto siamo riusciti a ridurre il tempo del trattenimento da diciotto mesi a novanta giorni. E, dunque, il tema dei Cie non è rimasto in una dimensione di mera protesta contro la disumanità di quei luoghi orribili né, tantomeno, si è ridotto a una flebile dichiarazione di impotenza.

Così come – non certo da soli – siamo riusciti a vietare i cosiddetti «ergastoli bianchi», ovvero la detenzione a vita degli autori di reato prosciolti per vizio di mente. Anche questo è il risultato, sia pur «intermedio», del lavoro che da anni svolgiamo, fortunatamente insieme a tanti altri, su disagio psichico, istituzioni totali e giustizia penale.

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di Luigi Manconi

Ho sottoscritto convintamente i sette emendamenti, presentati da un gruppo di senatori del Partito democratico, alla legge delega di riforma del mercato del lavoro. Non per questo sono un anti-renziano. Per molte ragioni e, soprattutto, perché non sono, per contrasto, bersaniano, cuperliano, lettiano, civatiano, fassiniano (nel senso di “né con Fassina né con Fassino”). Sono manconiano di stretta osservanza e di antica militanza. Dunque, come è giusto, decisamente solo nel partito, seppure – grazie al cielo – non isolato. E interamente dedito, sul piano politico, alle questioni – che considero le più politiche tra tutte – che seguo da decenni, sia come studioso sia come militante: le tematiche, cioè, del fine vita e dell’autodeterminazione del paziente, quelle della privazione della libertà e dei sistemi del controllo e della repressione, quelle dei movimenti migratori e dei conflitti etnici. Più in generale, problematiche di diritti e di garanzie, di autonomia individuale e di tutele collettive. Per quanto riguarda la mia recente attività parlamentare, ripresa dopo un intervallo di dodici anni, ho votato il più delle volte secondo le indicazioni del Pd. Non proprio per la motivazione così soavemente ricordata da Debora Serracchiani (ovvero perché, come gli altri, sono stato “eletto con e grazie al Pd”), che pure ha un suo peso, ma per una ragione di merito politico. Perché capisco, cioè, la strategia dell’attuale leadership del Pd anche quando non la condivido. E, infatti, ho votato a favore della “riforma” del Senato pur se perplesso su molti punti e decisamente critico su altri. Tuttavia, non mi sono unito ai dissidenti e al loro voto contrario perché mi considero per una quota parte, sia pure piccina piccina, co-responsabile delle sconfitte politiche e culturali della sinistra italiana (ma non mi devo montare la testa: so bene che il mio peso politico in questi anni è stato assai esile). Di conseguenza, ho pensato che la “riforma” del Senato corrispondesse a una tendenza (in senso stretto “ideologica”), che ha radici profonde, consensi diffusi e persino qualche buona ragione. Una tendenza alla quale non ero e non sono in grado di oppormi. E, soprattutto, alla quale non mi sento di oppormi, perché non “titolato”(moralmente, diciamo) a farlo: in quanto reduce, insieme a troppi altri, da troppi fallimenti. E dunque, non autorizzato a dare lezioni, ad ammonire, a predicare. E adesso? Adesso ho sottoscritto i sette emendamenti alla legge delega di riforma del mercato del lavoro. Non certo, come paventava ieri Stefano Menichini, per dare “testimonianza” di un dissenso, ma per un motivo diametralmente contrario. Per trovare, cioè, una soluzione razionale e intelligente, capace allo stesso tempo di salvaguardare un principio che non ha nulla di retorico o di passatista o di ideologico. E che corrisponde, piuttosto, alla fondamentale esigenza di tutelare garanzie individuali e spazi di libertà economica, professionale e soggettiva. Non solo. Se è vero, come scrive ancora Menichini, che il progetto complessivo del governo è quello di “estendere in senso universalistico le coperture degli ammortizzatori sociali”, è sensato (e “spiegabile” ai destinatari del provvedimento e a me) che una simile ardua impresa cominci proprio riducendo le garanzie oggi vigenti? E magari introducendo un’ulteriore frattura tra dipendenti anziani e giovani neo-assunti? E come non ricordare che, appena qualche giorno fa, il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, sosteneva che l’articolo 18 riguardasse una realtà “percentualmente non fondamentale”? E altrettanto è stato detto e ridetto, ormai da mesi, dallo stesso presidente del Consiglio. Dunque, davvero sembra che la centralità assunta, nelle ultimissime ore, dalla questione dell’articolo 18 risponda alle regole di un conflitto simulato. O a quelle di un gioco di ruolo che prevede abiti spettacolari, prestazioni attoriali e mosse calcolate. Eppure, dietro questo scenario immaginifico, a me pare di poter cogliere qualcosa di autentico e di assai corposo. Qualcosa che ha a che vedere con una identità non tutta impresentabile e con una storia non tutta da dimenticare. E posso affermarlo senza alcuna retorica, dal momento che ormai da quarant’anni non penso più che “la classe operaia deve dirigere tutto”. E tuttavia dico, con la massima semplicità, che preferisco perdere ancora piuttosto che accreditare un’utopia regressiva: ovvero che contribuire al licenziamento di qualcuno possa rappresentare un successo.

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