Marco Filoni, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/marcofiloni/ un blog di approfondimento culturale Wed, 28 Feb 2018 12:57:13 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Filoni, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/marcofiloni/ 32 32 Il cornuto e il fascismo. Un aneddoto di Andrea Camilleri https://minimaetmoralia.it/societa/cornuto-fascismo-un-aneddoto-andrea-camilleri/ https://minimaetmoralia.it/societa/cornuto-fascismo-un-aneddoto-andrea-camilleri/#comments Wed, 28 Feb 2018 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36419 La sapienza di una lingua rigorosa è un rifugio dalle contese del popolo. Soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo, in cui le contese del popolo brillano per imbecillità di sincronia con le voci sparate dai megafoni della popolarità. Quel chiacchiericcio blaterato, spesso triste e triviale, che osserviamo sui social network altro non è che l’eco di parole dette da chi dovrebbe avere la responsabilità della lingua.

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La sapienza di una lingua rigorosa è un rifugio dalle contese del popolo. Soprattutto in momenti come quello che stiamo vivendo, in cui le contese del popolo brillano per imbecillità di sincronia con le voci sparate dai megafoni della popolarità. Quel chiacchiericcio blaterato, spesso triste e triviale, che osserviamo sui social network altro non è che l’eco di parole dette da chi dovrebbe avere la responsabilità della lingua.

Ecco allora che questa campagna elettorale e il dibattito pubblico che ne segue sta sfoggiando una grammatica in cui le parole sono sottratte dal dominio del senso.

Senza pretesa di esaustività e andando un po’ a caso, dai tragici fatti di Macerata a oggi abbiamo avuto: “pistoleri” e non “terroristi”, “farsi giustizia”, “nigeriani cannibali” e “vodoo”, per poi arrivare raddoppiando di lena nella corsa in quel revival lessicale riguardante il fascismo: “il fascismo è morto per sempre”, “il ritorno del fascismo è una fesseria” però “il saluto romano non è reato se ha intento commemorativo” e così via sino all’incerto ma inebriante “fascismo degli antifascisti”.

Ora, si potrebbe discutere per ore e giorni interi su queste formulazioni e su chi l’ha formulate (cosa che in parte sta già avvenendo – perché ormai non basta mormorare: bisogna avere anche l’ultima parola, come intuiva già Voltaire). Meglio di no. È utile invece constatare come questo così detto dibattito “ha fatto pure cose buone”: è il caso della riproposizione delle considerazioni di Umberto Eco sul fascismo eterno; delle riflessioni di Michela Murgia, o ancora di quelle di Luigi Manconi.

A mo’ di chiosa di queste pensieri, lucidi e chiari, un aneddoto che si deve all’intelligenza screziata d’ironia di Andrea Camilleri. Che racconta di Raul Radice, critico teatrale al Corriere della Sera: un gentiluomo milanese, vecchio stampo, che aveva iniziato la sua carriera da giornalista durante il ventennio come redattore di un quotidiano fascista, L’Impero. La testata era diretta da due figure importanti del regime, Mario Carli e Emilio Settimelli. Mentre a ricoprire il ruolo di amministratore di tutte le pubblicazioni fasciste era Arnaldo Mussolini, fratello di Benito.

Ebbene, ricorda Camilleri, un giorno Arnaldo Mussolini chiese a Radice di accompagnarlo dal Duce per la relazione mensile sull’andamento delle pubblicazioni. Così entrano nello studio di Benito Mussolini, a Piazza Venezia, col giovanissimo Radice nel ruolo di portaborse e col cuore che gli batteva forte. Il Duce era chino sulla sua scrivania a scrivere, fitto fitto. Saluto romano di rito, poi il fratello si mise accanto a Benito, aprì la valigetta con tutti i documenti e glieli porse. Ma questi, prima ancora di scorgerli, esordì: «Arnaldo, da qualche tempo L’Impero mi sembra che abbia perduto mordente. Ma che succede?».

E il fratello rispose: «Sai, è una cosa molto delicata e pure sgradevole…»

«E cioè?»

«Beh, sai, la moglie di uno dei due va a letto con l’altro. E il marito l’ha scoperto. Quindi i due non si parlano più, e così sta andando tutto un po’ a rotoli».

Arnaldo non pronunciò nessun nome, non disse quale dei due era stato tradito.

Così Mussolini si chinò, pensoso, e dopo un lungo silenzio alzò lo sguardo, guardò dritto negli occhio il fratello e disse: «licenzia il cornuto!».

Ecco, in una sola frase, quella che per Andrea Camilleri è la vera essenza del fascismo.

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Umberto Eco, un grande italiano https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/ https://minimaetmoralia.it/interviste/gruppo-63-intervista-a-umberto-eco/#comments Sat, 20 Feb 2016 06:30:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14534 È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest'intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento.

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È mancato ieri sera Umberto Eco, intellettuale e scrittore italiano tra i più noti e apprezzati al mondo. Ripubblichiamo quest’intervista apparsa originariamente sul Venerdì, basata sulla sua esperienza del Gruppo 63.

Un intero scaffale. Nella biblioteca di Umberto Eco – immensa, una Babele affascinante, l’Eden sognato e immaginato da qualsiasi amante dei libri – la letteratura sul Gruppo 63 occupa un bel po’ di spazio. Eppure nessun libro restituisce la risata, piena e fragorosa, dello scrittore quando ricorda quell’esperienza. Questo movimento letterario, definito di neoavanguardia per distinguerlo dalle avanguardie storiche, nasceva ben cinquant’anni fa. Il suo carattere di sperimentazione faceva il paio con le polemiche, incandescenti, che riuscì a innescare. Una su tutte: Carlo Cassola, Vasco Pratolini e Giorgio Bassani, scrittori già noti e consacrati dalla fama e ironicamente bollati come “Liale”, sprezzante richiamo ai romanzetti rosa firmati Liala. Robe da salotti letterari, si dirà. Se non fosse però che alcuni membri del Gruppo 63 saranno destinati a diventare fra i maggiori protagonisti della cultura del Novecento. Da Guglielmi a Sanguineti, passando per Manganelli e Malerba, Elio Pagliarani ed Enrico Filippini, Alfredo Giuliani e Antonio Porta, Sebastiano Vassalli, Alberto Arbasino e Nanni Balestrini, forse il più attivo di tutti. E poi naturalmente Umberto Eco, che quando parla degli amici e delle vicende dell’epoca s’illumina in volto. Val la pena cominciare dall’inizio, poiché il Gruppo 63 non nacque certo dal nulla.

Professore, qual era il clima che l’ha generato?

Mettiamo subito in chiaro una cosa: si continua a parlare del Gruppo 63 come di una neoavanguardia, come se fosse un gruppo che ha lanciato un modo nuovo di scrivere, un po’ come il futurismo. Non è così. Nel Gruppo 63 confluiva ciò che esisteva da almeno cinque o sei anni. Era già dalla metà degli anni Cinquanta che la rivista “Il Verri” ospitava i primi scritti dei poeti e dei critici che poi faranno parte del Gruppo. Poi c’era stata l’antologia I Novissimi, uscita all’inizio degli anni Sessanta. Esisteva perciò già un contesto ben preciso.

Che però accomunava personalità estremamente differenti.

Basti pensare all’abissale differenza fra Manganelli e Sanguineti, o fra Malerba e Balestrini…

Gira un aneddoto sul suo incontro con Balestrini, propiziato dal filosofo Luciano Anceschi.

Sì, un giorno Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco veda un po’ che si può fare per questo ragazzo, è un po’ pigro…”. Poi passato qualche tempo, dopo la nascita del Gruppo 63, Anceschi mi prende sotto braccio e mi dice: “Eco, veda un po’ che cosa si può fare con Balestrini, forse bisognerebbe frenarlo un po’”. Erano ancora i tempi del Blu Bar di piazza Meda, a Milano: è lì che in fondo si è disegnata non dirò una frattura ma una differenza generazionale. In questo bar, al sabato, si riunivano Montale, Sereni, Bo, l’alta e vecchia guardia, dove non dico il più giovane ma di certo il più avanzato era proprio Anceschi. Lui aveva cominciato a portare alcuni di noi giovani: per noi era davvero un’esperienza, incontrare questi grandi “guru” e poter conversare con loro. Però man mano che noi entravamo – arrivava Cambon con il suo ultimo saggio su Joyce o Giuseppe Guglielmi con la poesia sull’Anifructus brunito per la cena dove si parlava di merda – noi eravamo sempre di più e alcuni anziani non riuscivano a entrare nella nuova atmosfera, così non venivano più. Non era avvenuto nessuno scontro, intendiamoci, il clima era tutto sommato idillico. Poi capitava anche che qualche volta, visto che alcuni di noi lavoravano in televisione, si arrivava lì con bellissime fanciulle. Non è che agli anziani dispiacesse, direi il contrario, ma certamente si sentivano fuori posto.

Invece come avvenne l’atto di nascita formale del Gruppo 63?

Da un delirio di Balestrini. Secondo me attorno a un tavolo di ristorante a Milano. Invece Balestrini stesso, proprio pochi giorni fa, mi diceva che era iniziato tutto a Palermo, un giorno, durante una chiacchierata, tanto che poi sempre lì ci ritrovammo per il primo incontro ufficiale del Gruppo.

Qual era l’idea fondante?

Ricordo benissimo la frase di Balestrini: “faremo incazzare un sacco di gente”. L’idea fondante era un atto puramente terroristico. Si trattava di un progetto sociologico ancor prima che letterario. Nel senso che il letterario c’era già prima col “Verri” e altri circoli, perciò poteva andar benissimo avanti anche senza Gruppo 63.

E a livello “sociologico” suscitaste uno straordinario clamore.

Il clima era piuttosto favorevole. Ricordo quando nel ’62 uscì “Il Menabò” di Vittorini con un mio lungo testo e quelli di Sanguineti, Filippini, Colombo e altri: fummo duramente attaccati da Vittorio Salvini su «l’Espresso», che rappresentava allora un’“estrema destra” crociana. E ricordo anche un dibattito nella libreria Einaudi di Via Veneto, allora diretta da Cesare Cases: arrivò Achille Perilli, uno dei pittori (non c’erano tra noi solo uomini di penna ma anche uomini di pennello), con un manico di scopa nascosto sotto l’impermeabile, una sorta di manganello, dicendo: “se stasera si deve menare, allora si mena!”. Un poco come accadeva alle serate futuriste.

C’era una certa euforia della critica…

Sì, le polemiche verbali erano all’ordine del giorno. Sempre su «l’Espresso», recensendo un mio intervento, Vittorio Saltini menzionava con sarcasmo una mia citazione da Blaise Cendrars, che diceva “Tutte le donne che ho incontrato si profilano agli orizzonti –coi gesti pietosi e gli sguardi tristi dei semafori sotto la pioggia”. Versi bellissimi, ma Saltini commentava che a me “solo i semafori evocavano pensieri erotici”. Bene, gli risposi di mandarmi sua sorella!

L’impressione è che vi divertivate davvero molto.

Ci divertivamo un mondo. Ed è questo in qualche modo l’idea balestriniana di tipo terroristico. In cosa consisteva? C’era stata l’esperienza del Gruppo 47 tedesco, scrittori sperimentali che si ritrovavano a leggere i propri testi e poi criticarsi ferocemente l’un l’altro. Ma in Italia questo era impensabile, perché l’etichetta era di estrema educazione e, anzi, d’incensamento reciproco, visto che in fondo quella letteraria era una piccola comunità che doveva autodifendersi.

Invece voi?

Noi eravamo differenti. È mia la battuta che la nostra era “un’avanguardia in vagone letto”. Noi eravamo già “sistemati”, tutti lavoravamo già nelle case editrici, nei giornali, in televisione e nell’università. Non dovevamo scalare il potere, non avevamo bisogno di arroccarci in una difesa corporativa. Ma quello che è apparso più intollerabile è che nessuno degli scrittori di tipo tradizionale avrebbe mai accettato di presentare i suoi testi a una pubblica critica, meno che mai fatta dai colleghi. Ebbene, ecco in cosa consisteva l’atto terroristico di Balestrini: lanciare nell’ambiente letterario un modo nuovo di interagire.

Quindi non era soltanto un costrutto “teorico” a tenervi insieme.

Se si va a vedere chi ha partecipato alla riunione di Palermo e poi alle altre, si troveranno alcuni scrittori difficilmente ascrivibili a una qualche forma di neoavanguardia. Basti pensare a Malerba, un narratore modernissimo ma leggibile. Non era soltanto un’associazione di “illeggibili”, come qualcuno indubbiamente era. Ciò che ci teneva insieme era il senso del reciproco duello. E poi tutto sarebbe finito se “gli altri” non si fossero offesi.

In che senso?

L’esperienza sarebbe probabilmente terminata lì, a Palermo, come si conclude un qualsiasi convegno. E invece quelli che erano stati attaccati si offesero. E risposero creando una gran cagnara. Quando Sanguineti ha definito Bassani e Cassola le “Liale del nostro tempo”, Bassani ha reagito pubblicamente con vigore dando così rilievo a quella che era stata una battuta detta di passaggio. Altri invece si incuriosirono: Moravia per esempio era a Palermo in quei giorni, forse non era venuto per quello, ma pareva voler annusare da vicino cosa stava succedendo. Vittorini partecipò alla seconda riunione di Reggio Emilia, e lo stesso Calvino ci guardava con simpatia.

Più che avanguardisti o neo, eravate piuttosto sperimentali.

L’avanguardia presuppone una sorta di attacco violento, lo sperimentalismo è un lento lavoro sulla pagina. Bisogna rileggersi il saggio di Renato Poggioli, bellissimo, sulle avanguardie: ne faceva una fenomenologia fissandone le caratteristiche. E fra queste diceva che per l’avanguardia deve esser terroristica e suicida. In ogni caso espressione polemica di un gruppo bohémien ancora escluso dal potere. Il Gruppo era terroristico ma non suicida, perciò non eravamo come l’avanguardia storica. Joyce non era avanguardia ma scrittore sperimentale. Possiamo metterci anche Proust e ci sta benissimo. Quindi nella “neoavanguardia” del Gruppo 63 gli autori più interessanti e più visibili erano gli sperimentali.

C’era una componente goliardica che vi permise di realizzare la premessa di Balestrini, quella cioè di far arrabbiare molta gente?

Direi proprio di sì. Ricordo l’istituzione del Premio Fata, in opposizione al Premio Strega, per il romanzo più brutto dell’anno. L’idea venne a me insieme alla Cederna e i fiorentini. Lo assegnammo a Pasolini, che lo prese talmente sul serio che ci scrisse per argomentare che non potevamo dare quel premio a lui.

Veniamo ai vostri “nemici”, ai vecchi rappresentanti del mondo letterario che si piccarono delle vostre uscite. In definitiva vi rimproverarono per tre cose: la prima quella di fare gruppo.

Esatto: se c’è un gruppo “c’è un golpe”, “ci attaccano perché vogliono il potere”.

Seconda: fate gruppo su base generazionale.

Era vero, anche se qualcuno, come per esempio Manganelli, non era un adolescente di primo pelo.

Terza: fate gruppo contro qualcosa o contro qualcuno.

Polemizzavamo contro quello che all’epoca, con linguaggio della critica americana, veniva chiamato “il romanzo ben fatto”. Quindi in un certo senso la polemica era contro il romanzo consolatorio, indirettamente contro la letteratura commerciale. Certo, oggi riconosco che l’aver messo sullo stesso piano Cassola e Bassani non fu giusto. Salverei Bassani e non Cassola.

Inizialmente si diceva che il Gruppo produceva solo programmi o poetiche, ma nessuna opera di valore.Poi si è dovuto ammettere che alcuni erano scrittori da non sottovalutare, come Arbasino, Manganelli, poeti come Pagliarani e Porta… Allora cosa è successo?

Si è creata la sindrome del carciofo. Se si riconosceva via via che qualcuno era davvero uno scrittore, subito si diceva: sì, ma lui non c’entra veramente col Gruppo 63, ci è passato per caso. Manganelli? Era lì di passaggio. Si scopre Porta come grande poeta? Ma partecipava solo marginalmente al Gruppo. Man mano che non si poteva negare il talento di qualcuno di noi lo si scartava dal Gruppo come si sfoglia un carciofo. Col risultato che alla fine rimanevano soltanto i personaggi di secondo piano.

Per esempio?

Si pensi agli sperimentali radicali, gli illeggibili per sfida. Ricordo il libro di Gian Pio Torricelli Coazione a ripetere: un intero libro dove per centinaia di pagine apparivano stampati in lettere alfabetiche, uno dopo l’altro e senza virgole, i numeri da uno a cinquemilacentotrentatrè. Una provocazione, oggi si direbbe, alla Cattelan.

Lei ritiene che un’esperienza simile, in cui si fa gruppo, sia oggi ripetibile?

Mi pare difficile. È cambiato il clima. Balestrini ha cercato di far nascere un Gruppo ’93, ma ciascuno poi ha corso per conto proprio. È un po’ per lo stesso motivo per cui oggi i giovani non si riuniscono più in associazioni o partiti. Siamo in un’epoca di cani sciolti.

Non crede sia anche un po’ colpa degli scrittori, sempre più interessati a vendere il proprio libro che non a imporsi come autori?

Anzitutto, se alcuni giovani scrittori sono presi da esigenze di mercato questo non esclude che, se ci guardiamo in giro, esista il gruppo che fa la rivistina dove per vocazione si produce senza pretese di far cassa. Poi, negli anni Cinquanta in televisione la rubrica sui libri di Luigi Silori s’intitolava “Decimo Migliaio”, il che voleva dire che se un libro riusciva ad arrivare a diecimila copie era un successo al pari di Via col vento. Quindi chi faceva letteratura (ma anche pittura: il contemporaneo allora non veniva venduto certo per milioni di dollari) sapeva benissimo che non era da quella attività che avrebbe tratto da vivere. Ora, si metta nella situazione di uno scrittore che vede intorno a sé un mercato che può trasformare il suo prodotto in qualcosa che gli permette di vivere.

L’aspetto di marketing della letteratura è evidente…

Il libro di successo non fa più diecimila copie, ma parte da centomila per arrivare in alcuni casi al milione. Ma non è detto che uno come Philip Roth, che vende milioni di copie, non sia un grande autore.

E cosa avevate all’epoca voi del Gruppo 63 che oggi non c’è più nel mondo letterario?

La possibilità e il gusto del confronto. Immagini la scena: uno di noi aveva appena scritto una pagina e veniva in pubblico a discuterla. Se oggi uno facesse una cosa simile sarebbe preso per le orecchie dal suo editor. È cambiata l’atmosfera generale. Il gusto del confronto forse è rimasto solo nell’università: lì i giovani si confrontano, fanno seminari, si attaccano, litigano. Ma solo perché non c’è da guadagnarci. Uno può fare un feroce dibattito sulla sua interpretazione di Heidegger, ma questo non fa salire le sue vendite.

Voi del Gruppo 63 non avevate un’identità politica ben definita.

Diciamo che eravamo “vaga sinistra”.

Appunto, “vaga”…

C’erano comunisti come Sanguineti e socialisti come Barilli. E altri che semplicemente non facevano politica.

Vi rimproverarono di non essere abbastanza “engagés”?

Uscivamo dal periodo di dominio del PCI sulla cultura che aveva creato una neoscolastica marxista – per cui si attaccava persino Visconti solo perché si stava occupando di drammi ottocenteschi e non più di ponti della Ghisolfa. Era più che ovvio che il Gruppo non potesse e non volesse collocarsi in qualche “chiesa”. Però questo non escludeva che ciascuno, per conto proprio, avesse le proprie compromissioni politiche.

Dopo il Gruppo 63 si può parlare di altre correnti o generi?

Non in maniera visibile. E comunque non con lo stesso impatto che avemmo noi allora.

Gli scrittori pulp italiani degli anni Novanta?

Ci stavano dentro persino gli Skiantos, ai quali Maria Corti dedicò un bellissimo saggio. Ma erano fenomeni più locali e più disseminati. L’ultima possibilità data a una generazione di fare gruppo fu il ’68, ma non era gruppo letterario bensì politico. Diciamo che molte di quelle energie che in un’altra epoca sarebbero confluite in un’attività letteraria allora confluirono nella politica. L’unico tentativo di diversificazione fu quello di Bifo nel 1977, dei deleuziani bolognesi, ma anche lì sul piano letterario non ha prodotto molto.

Se dovesse fare un bilancio del Gruppo 63 oggi, cinquant’anni dopo?

Una delle accuse che ci muovevano era, come ho detto, che si producevano poetiche e non opere. Ecco, direbbe che La ragazza Carla di Pagliarani o le poesie di Porta non sono opere che sono sopravvissute ai loro autori?In ogni caso la sopravivenza di un’opera va però giudicatasull’arco di un secolo, non di qualche decennio. Pensi che nella prima metà del Novecento c’erano scrittori che contavano e oggi sono dimenticati – come Virgilio Brocchi o Papini. Persino Bacchelli, che pure per me continua a essere uno dei grandi scrittori della prima metà del Novecento. Vedremo se fra 50 anni si leggerà ancora Sanguineti o no. Se sì, ci saranno certamente ancora alcuni che diranno che però lui, tutto sommato, non apparteneva al Gruppo…

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La traduzione come atto d’amore https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-traduzione-come-atto-damore/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-traduzione-come-atto-damore/#comments Sat, 12 Sep 2015 05:30:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28396 Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Tradurre è bello. L’ha detto una volta per tutte Massimo Bocchiola nel suo meraviglioso Mai più come ti ho visto. Gli occhi del traduttore e il tempo (recentemente uscito da Einaudi): «Tradurre testi letterari è bello. Consente di impossessarsene a proprio uso, e nel contempo – se lo vogliamo, se ne siamo capaci, molto o poco – di farne dono ad altri. Inoltre, dopo tutti questi anni, il pensiero di non tradurre nulla per un periodo prolungato mi dà un inevitabile senso di vuoto, di routine sconvolta. Di una routine, peraltro, che ha una sua natura molto specifica che potrei definire la felicità del traduttore».

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì.

Tradurre è bello. L’ha detto una volta per tutte Massimo Bocchiola nel suo meraviglioso Mai più come ti ho visto. Gli occhi del traduttore e il tempo (recentemente uscito da Einaudi): «Tradurre testi letterari è bello. Consente di impossessarsene a proprio uso, e nel contempo – se lo vogliamo, se ne siamo capaci, molto o poco – di farne dono ad altri. Inoltre, dopo tutti questi anni, il pensiero di non tradurre nulla per un periodo prolungato mi dà un inevitabile senso di vuoto, di routine sconvolta. Di una routine, peraltro, che ha una sua natura molto specifica che potrei definire la felicità del traduttore».

Troppe volte abbiamo ascoltato e letto l’amara sentenza sulla vita agra dei traduttori. Che però andrebbe ribaltata: in realtà tradurre è decisamente sexy. Il ritornello della vita agra è coazione a ripetere di un vecchio stereotipo: vero, sacrosanto, ma talmente abusato che ormai genera inquietudine soltanto a sentirlo. E il povero Bianciardi, poi, muore un po’ di più ogni volta. Diamo per scontato l’inventario triste dei traduttori: sacrifici, tariffe irrisorie, editori che con la scusa d’un mercato disastroso (del resto, ahinoi, spesso dicono il vero) propongono compensi da fame – se ne è parlato molto ultimamente, con cognizione di causa, in merito alla vicenda “OccuPay”. Così come diamo per acquisito che al traduttore spetterebbe maggior visibilità: quasi ovunque in Europa il suo nome campeggia in copertina, sotto quello dell’autore. Da noi invece, tranne felici – e rarissime – eccezioni, nel migliore dei casi è all’interno, o riposto in minuscoli caratteri nel colophon fra le informazioni sul libro. Per non dire poi della colpevole mancanza di molti giornalisti i quali, spesso, omettono il nome dei traduttori sulle pagine culturali dei quotidiani. Detto tutto questo: tradurre è sexy!

La traduzione è come l’atto amoroso: ha un lato meccanico (noioso) e uno poetico (erotico e seducente). Una malizia della lettura; una seduzione che passa dal farsi trasportare dalla parola. Un sentimento che sta lì a marcare la differenza fra i vari traduttori digitali dei nostri computer, sempre più intelligenti e sempre più capaci di fare rese linguistiche efficaci, e i traduttori con un cuore. I primi non saranno mai in grado di restituire la seduzione della traduzione. La quale, si dice e si ripete da secoli, è una forma di tradimento. Ma il più grande tradimento del traduttore è quello di non esser contaminato dalla bellezza di ciò che traduce. E nessuna macchina sa farsi contaminare dalla bellezza. Del resto il grande peccato del traduttore è la paura del peccato.

Racconta Milan Kundera nell’Arte del romanzo che alla fine degli anni Sessanta il suo Lo scherzo iniziò a esser tradotto in varie lingue occidentali. Un giorno incontrò uno di questi suoi traduttori e ben presto si rese conto che non conosceva una parola di ceco. O meglio, lo conosceva, ma poco. «Ma come ha fatto a tradurmi?» gli chiese. E lui, tirando fuori una sua foto dal portafoglio, gli rispose: «Col cuore». Kundera trovò la cosa talmente graziosa (e il traduttore così simpatico) che pensò che si potesse tradurre anche grazie a «una telepatia del cuore».

Ovviamente non si può tradurre col cuore (ci vogliono competenze specifiche: quello del traduttore è un mestiere che non può esser improvvisato). Eppure quella con la passione amorosa non è una metafora peregrina. Si potrebbe (come ha fatto Carlos Batista, bravo traduttore dal portoghese al francese, nel suo personale atto d’amore per la traduzione Breviare d’un traducteur per le edizioni Arléa) considerare la traduzione attraverso i cinque gradi che sono propri all’amore. La lettura (il primo sguardo); l’interrogazione (le prime parole), la ricerca del senso delle parole (il primo sfiorarsi), la prima versione (il primo bacio) e infine il grado più desiderato e al quale tutti gli altri tendono: l’interpretazione finale che nel Medioevo si chiamava, con molta onestà, “il dono della grazia”. Del resto l’antichità ci aiuta: per i Romani come pure per i francesi di Racine (e fino alla Rivoluzione) tradurre significava conquistare. I primi sopprimevano il nome dell’autore per inscrivere quello del traduttore. I secondi consideravano la traduzione una bella infedele da sedurre e far propria.

Aveva perciò ragione il nostro Gesualdo Bufalino quando, commentando le varie sfumature con le quali un testo può incantarci, sentenziava quieto: «Il traduttore è con evidenza l’unico autentico lettore di un testo. Certo più d’ogni critico, forse più dello stesso autore. Poiché d’un testo il critico è solamente il corteggiatore volante, l’autore il padre e marito, mentre il traduttore è l’amante». Insomma, il traduttore è colui che detiene il fascino nemmeno troppo indiscreto di ogni libro, di quelle parole che ci adescano e che rendono la lettura quell’harem segreto che ciascun lettore e ciascuna lettrice detiene. Ecco allora che acquista senso la storiella raccontata ancora da Batista e che, più di molte teorie, ci fanno comprendere la vera natura di questo lavoro bellissimo e complicato che è la traduzione. Un giorno una traduttrice affascinata dal suo autore si presentò a bussare alla sua porta. «Chi è?», domandò l’autore. «Sono io», rispose lei. «Non c’è posto per me e te in questa casa». Così la traduttrice, delusa, se ne andò. Qualche tempo dopo ritornò alla porta del suo amato autore. «Chi è?», chiese lui. «Sei tu». Solo allora la porta si aprì.

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Estensione del dominio della sottomissione. Ovvero di Hegel, di bondage e sado-maso https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/ https://minimaetmoralia.it/libri/estensione-del-dominio-della-sottomissione-ovvero-di-hegel-di-bondage-e-sado-maso/#comments Thu, 24 May 2012 09:24:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8061 Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico..

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Pubblichiamo un articolo di Marco Filoni, uscito su «Panorama», sul dibattito scatenato in America dal libro «Fifty Shades of Grey» di E.L. James.

E sia. Doveva succedere, del resto: tanto e tale il clamore legato al successo del libro Fifty Shades of Grey della finora sconosciuta (e oggi, buon per lei, milionaria) E.L. James, che non possiamo non parlarne. L’eco delle infinite discussioni intorno al suo best-seller è giunto sino a noi, tanto che la Mondadori manderà in libreria l’edizione italiana, il prossimo 19 giugno, con il titolo Cinquanta sfumature di Grigio.

Per chi si sia perso il dibattito, stiamo parlando del «romanzo post-pornografico», il libro erotico «che apre uno spaccato sui desideri nascosti delle mamme americane», il manifesto di una generazione di “femmine” finalmente coscienti e libere di ammettere ciò che vogliono. C’è addirittura chi ha scomodato De Sade – ma per carità, lasciamolo riposare in pace! – e chi ha invocato un capolavoro dell’emancipazione femminile. No, non è nulla di tutto ciò. È un libro che ha sbancato le classifiche americane, ha venduto migliaia e migliaia di copie prima in ebook, poi nella versione cartacea, di cui si aspettano i due sequel (è infatti il primo di una trilogia) e di cui sono già stati venduti, a quanto pare non proprio a buon prezzo, i diritti per l’adattamento cinematografico.

Per quanto riguarda ciò che è il libro, la definizione migliore l’ha data un ragazzino americano di dieci anni: «la lettura un po’ sporcacciona della mamma». E infatti mommy-porn è uno degli epiteti più utilizzati dalla stampa (probabilmente uno dei pochi usati a proposito). Trama semplice, quasi banale. Lui e lei, storia d’amore e passione. Con l’aggiunta di ciò che funziona sempre e fa vender bene: il sesso. Di più: il sesso non permesso, quello un po’ perverso che si avvale di frustini, cuoio e manette. Insomma, il BDSM, acronimo un po’ cool che mette insieme bondage, sottomissione e sadomasochismo. Ricetta perfetta. A dire il vero pure già sentita: ricordate il film Secretary, che una decina d’anni fa giocava proprio sulla stessa dinamica sadomaso (avvocato di successo e segretaria un po’ matta appena uscita da una clinica) e con un happy end finale?

Inutile entrare nel merito del romanzo – che regge bene e si fa leggere sino alla fine (basti ricordare, ma questo sarà lampante dopo poche righe, che non si sta leggendo Dostoevskij: detto questo, allora funziona). In breve, c’è un uomo in carriera, ricco e bello (il Grey del titolo e, fortunosa coincidenza, anche l’avvocato di Secretary si chiamava Grey), che seduce la giovane e vergine capitata per caso nelle sue grinfie (Anastasia, per la cronaca). Ma la seduzione passa appunto per una stanza dei piaceri che proprio piaceri non sembrano, almeno a lei (Anastasia la chiama la stanza rossa del dolore). Così la giovane viene iniziata alle pratiche forti della sottomissione: lui è un dominatore, ama asservire la propria donna e così, solo così, trae piacere. Fatto sta che l’indifesa e candida vergine arriva al patibolo e, colpo di scena, non fugge. O meglio, fino a un certo punto sta al gioco (senza svelare il finale, che i lettori italiani potranno scoprire da soli). Addirittura le piace esser sottomessa – e questo ha scatenato le fantasie di (femministe, post-femministe, protofemministe di risulta o meno) che vi hanno letto una sublime manifestazione dell’emancipazione femminile: come dire, esser sottomessa è una mia libertà, quindi il mio riscatto. Sarà.

Assomiglia tanto al riscatto del servo, messo in scena nella dialettica del Signore e del Servo che quel pover’uomo di Hegel affidava, nel 1807, alla sua Fenomenologia dello spirito. Qui il filosofo tedesco, in soldoni, ci diceva che c’è un Signore (in inglese master, lo stesso termine dell’uomo dominatore nelle pratiche sessuali di sottomissione) che è tale poiché ha rischiato la propria vita e per questo si eleva su di un Servo, il quale invece non ha lottato per la sua indipendenza per paura di morire. Il Servo lavora perciò per il suo Signore. Ma è proprio questo lavoro del Servo che tiene in vita il Signore: non può più farne a meno, senza di lui sarebbe spacciato. Quindi la subordinazione si rovescia. Il Signore diventa schiavo e il Servo diviene padrone. Le donne che pensano che il piacere che donano al loro “dominatore” in realtà le rende a loro volta dominatrici – perché, in fondo, è da esse stesse che dipende il piacere dell’uomo – ragionano con questa stessa dialettica. Ma questo ragionamento non basta a spiegare il fenomeno.

In definitiva il dibattito suscitato dal libro (che c’interessa più del libro stesso) può esser riassunto con le parole di Katie Roiphe, editorialista del settimanale Newsweek, che ha dedicato al fenomeno la storia di copertina di qualche settimana fa: «Nel momento in cui le donne sono in ascesa nei posti di lavoro, consumano ardentemente miriadi e disparate fantasie di sottomissione»; anzi, la commentatrice americana si spinge oltre: essere sottomessa è il “sogno” delle donne poiché tali fantasie offrono «un sollievo, una pausa, un’evasione dalla noia e dal duro lavoro dell’esser eguali» agli uomini. Ovviamente parole che hanno scatenato un inferno, fra “ben detto” e “sono solo stronzate”. Senza voler accogliere né l’una né l’altra posizione, proviamo a capire di cosa si parla.

Secondo il ragionamento espresso dal Newsweek e ribadito da molte altre voci, la donna ama esser sottomessa, lo vuole, è un suo desiderio. Ma sarebbe da aggiungere: “potrebbe” amarlo, “potrebbe” desiderarlo. Fatto salvo che qui si parla di fantasie, di proiezioni, ovvero di pratiche che magari si leggono volentieri perché restituiscono quel malizioso senso del “non si fa eppure lo faccio”, l’infrazione del divieto, la piccola e in fondo innocente perversione della nostra immaginazione. Eppure esiste un confine fra l’immaginare e il praticare queste “fantasie”. Inoltre viene messo in gioco l’argomento della scelta: proprio perché il voler essere sottomessa è una decisione, un atto del libero arbitrio, nel compierlala donna si libera dalle catene – le catene della tradizione che l’hanno imprigionata, per secoli, alla sottomissione involontaria all’uomo. Come dire: per secoli voi uomini mi avete tenuta relegata all’ambito domestico, asservita a vincoli sociali che mi hanno di fatto resa oppressa; ecco, ora io donna mi sono talmente emancipata da questa sovrastruttura che sono io stessa a scegliere, volontariamente, di esser sottomessa. Detta in altre parole: ci sono donne che desiderano essere sottomesse.

Entra così in gioco un’estensione del dominio della sottomissione: il desiderio. Tema quanto mai importate. Ben prima e meglio del pensiero (con buona pace di Cartesio e del suo Cogito ergo sum) è il desiderio che ha generato la coscienza che l’uomo moderno ha di sé. Così almeno ci ha detto la filosofia – sempre il buon vecchio Hegel, sempre la sua Fenomenologia dello spirito, ma stavolta faziosamente riletta negli anni Trenta del Novecento da quel genio che risponde al nome di Alexandre Kojève, filosofo francese di origini russe, maestro di desiderio (nonché dello psicanalista Jacques Lacan, che ha fatto del desiderio il suo pane quotidiano). Cerchiamo di capire. Secondo questi grandi pensatori la nostra autocoscienza, ovvero ciò che siamo agli occhi di noi stessi, si genera da ciò che desideriamo. E cosa desideriamo? Ciò che ci inquieta, un impulso che ci fa sperimentare la mancanza di cui soffriamo e che vogliamo colmare. Seguendo questa linea allora desiderare una cosa vuol dire volerla assimilare, e assimilarla significa interiorizzarla, perciò mutarla, negare la sua estraneità.

Ecco la dialettica del desiderio: si tratta di una dinamica annichilente, che si può soddisfare solo negando, quindi distruggendo, ciò che desideriamo. Ora, questa immagine di dissoluzione forse ben si addice alle pratiche di sottomissione che la donna, secondo alcuni, desidera. È una pratica di piacere e, sin quando rimane tale, può anche rispondere a queste attitudini. Ma il dominio e la sottomissione sono scivolosi. Possono diventare distruttivi, rivelarsi pericolosi se non gestiti in piena coscienza e consapevolezza. Se diventano irragionevoli allora si trasformano in pericolosi alibi della violenza. Del resto è un’anomalia: nel regno animale non esiste questo tipo di rapporto, la “femmina che si sottomette” è una specificità della “specie superiore” umana. Tanto che vien da chiedersi se, in fondo, non sia soltanto il retaggio di un condizionamento sociale durato secoli.

Insomma, il tam tam mediatico generato dal libro sia occasione per riflettere. La donna può esser dissoluta, amante del piacere, scoprirsi licenziosa e quindi pascersi dei principi di questo libro – perché questi incoraggeranno le passioni sinora dipinte come spauracchi da moralisti frigidi e stremati. E potrà, se vorrà, anche sottomettersi. Sarà libera di farlo. Ma non sarà libera nel farlo. La libertà d’esser servo di un padrone alimenta la dialettica del desiderio, ma non significa esser liberi. La libertà è irriducibile, è là dove c’è sottomissione non esiste libertà. Nessun dominio è compatibile col dirsi umani.

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Perché la nostra mente è come una sinfonia https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/perche-la-nostra-mente-e-come-una-sinfonia/#comments Mon, 23 Apr 2012 09:55:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7550 Pubblichiamo l'intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

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Pubblichiamo l’intervista di Marco Filoni, uscita su «Repubblica», al neuroscienziato Antonio Damasio sul suo libro «Il sé viene alla mente» (Adelphi).

Una delle capacità del nostro cervello è quella di creare mappe. Ma se dovessimo creare noi una mappa del nostro cervello, in grandi parti dovremmo scrivere: hic sunt leones. Il cervello è un territorio impervio e in gran parte sconosciuto. Alcuni scienziati, come esploratori coraggiosi, tentano di conquistare terreno per scoprire il funzionamento di questo splendido, misteriosissimo organo. Antonio Damasio è uno di questi. Anzi, è forse il più audace e temerario degli esploratori. Neuroscienziato di fama mondiale, nato a Lisbona, oggi insegna a Los Angeles dove dirige anche il Brain and Creativity Institute. Deve la sua notorietà ai suoi studi sulla fisiologia delle emozioni, sulla memoria e sull’Alzheimer, nonché ai suoi fondamentali libri (tradotti in Italia da Adelphi). In questi giorni è a Venezia, dove stasera ritirerà il Premio Bauer-Ca’ Foscari e inaugurerà la rassegna di incontri internazionali “Incroci di Civiltà”. Proprio oggi esce per Adelphi anche il suo ultimo libro, Il sé viene alla mente, un libro su come il cervello costruisce la mente cosciente.

Lei inizia il libro con una citazione di Pessoa: l’anima come “una misteriosa orchestra” e la conoscenza di sé “come una sinfonia”.

Sono portoghese e Pessoa fa parte della mia cultura. E l’analogia con l’orchestra ci spiega bene cosa sia la vita umana. Pensiamo a un brano da suonare. C’è un progetto da realizzare, il brano stesso, poi c’è il direttore d’orchestra, i musicisti, ecc. Ma affinché il progetto si realizzi non basta suonare le note nel modo corretto: ci sono anche i tempi da rispettare, la linea verticale della partitura. Ecco, la vita umana è un po’ la stessa cosa.

E la coscienza che parte gioca?

La coscienza è un grandioso brano sinfonico. Possiamo dire che è l’ingrediente principale della mente, la quale altrimenti sarebbe soltanto cervello, capace di poche operazioni di base. La mente cosciente invece ha differenti livelli di “sé”: il sé primordiale, il sé nucleare, il sé autobiografico. Noi condividiamo con diversi animali un tipo di coscienza molto semplice, che si può distinguere con il termine sentience. In inglese equivale a coscienza, ma per esser più precisi è la condizione dell’essere senziente. E infatti è un termine più antico di coscienza, deriva dal latino sentire. Questo è sostanzialmente un “sé primordiale” che permette di avere sensazioni, come provare dolore e piacere. Ma non di riflettere su queste sensazioni.

Cosa che possiamo fare noi esseri umani.

Grazie ad altri livelli come il sé nucleare e il sé autobiografico. Così siamo in grado non solo di essere senzienti, ma anche “riflettenti”. Ovvero abbiamo la capacità di speculare su noi stessi e su quello che ci succede. Anche nella prospettiva della storia e la memoria: ogni cosa che ci accade è un’eco di quello che abbiamo passato e assume senso in ciò che succederà poi.

La coscienza è quindi ciò che ci permette di dare senso alle cose?

Proprio così. Il livello di base ha a che fare con le sensazioni, il resto della coscienza dà un quadro migliore e più chiaro di quello che significano le cose.

E questo aspetto riflessivo che rapporto ha con il corpo?

Ogni azione materiale è modellata e forgiata dal cervello. C’è una costante fusione fra cervello e corpo. Tanto che basta tagliare questo legame che tutto collassa. È il caso dei danni al tronco cerebrale, come avviene in certi casi di coma: tutto crolla, fisicamente e mentalmente.

Nel libro cita una massima di Francis Scott Fitzgerald: «chi per primo inventò la coscienza commise un gran peccato».

Mi piace molto Fitzgerald: è stato uno scrittore brillante e mi lega a lui il fatto che abbia passato gli ultimi anni della sua vita a Los Angeles, dove vivo. Quando Fitzgerald cercò di scrivere per il cinema, fallì miseramente. Questo perché era troppo letterario, troppo sofisticato, mentre gli Studios volevano storie veloci, dialoghi facili e poca riflessione. Da questo suo fallimento si può evincere l’idea che aveva: il fatto che la coscienza, pur straordinaria, ha un lato oscuro, perché ci dice chi siamo e dove falliamo. Ha una doppia faccia.

Possiamo dire che la coscienza è una sorta di sceneggiatura della nostra vita?

Sì, è giusto, e possiamo mettere le due metafore che abbiamo usato in parallelo: come esseri viventi abbiamo alla base una sinfonia e poi, quando raggiungiamo il livello del linguaggio, abbiamo una sceneggiatura. E questo è quello che facciamo: scriviamo le cose, tutte le volte.

Quindi siamo noi che “scriviamo” la nostra coscienza?

Ne siamo gli autori in larghissima parte, ma non del tutto. In passato la natura ha scritto per noi. Perciò non siamo completamente padroni del nostro destino: spesso ci troviamo a far fronte a cose che non volevamo ma semplicemente sono successe.

E questa consapevolezza è sempre un bene?

Più sappiamo come siamo fatti, più possiamo capire come funzioniamo. Certo, c’è la doppia faccia, quasi pericolosa (e mi viene in mente Hitchcock), di cui parlava Scott Fitzgerald, che ci mostra la tragedia della vita: vivere e morire. Eppure questa conoscenza è la sola possibilità che abbiamo di aiutare gli altri a vivere meglio.

Perché le veniva in mente Alfred Hitchcock?

Lo amo molto, in particolare il film L’uomo che sapeva troppo. Verso la fine del film, il protagonista interpretato da James Stewart, dice più o meno così: “anche un po’ di conoscenza può esser troppo pericolosa”. E in effetti nel film farà una brutta fine.

Che importanza ha la biologia nel suo lavoro?

Tutto si può capire meglio se lo si guarda in una prospettiva biologica. I nostri sistemi biologici sono sistemi economici, ovvero sistemi che operano in un ambiente sociale. Questo ci può aiutare a comprendere la nostra società che, in fondo, si comporta come un sistema biologico, basato sul successo e sul fallimento. I sistemi morali, religiosi, economici, così come le leggi o la medicina e le arti, non sono altro che una proiezione di un sistema biologico.

E questo vivere biologico come si concilia con la coscienza che abbiamo di noi stessi?

La nostra condizione di viventi è una lotta contro la malattia e la morte. È una battaglia costante, dobbiamo sempre lottare per mantenere una “condizione omeostatica”. Questa condizione oscilla fra il buon funzionamento e il cattivo funzionamento. Sin dall’inizio biologico ed evolutivo, storicamente, appaiono questi yin e yang, uno nella forma del piacere e l’altro nella forma del dolore. E vivere è stare nel mezzo. Dobbiamo navigare fra il troppo dolore che ti uccide e la troppa felicità, che ti uccide lo stesso.

È soddisfatto delle sue ricerche?

No, per nulla: sono riuscito a chiarire alcune idee, ma ne ho scoperte altre da sviluppare e studiare. Per dirla ancora con Scott Fitzgerald, alla fine del Grande Gatsby: siamo una nave che va sempre controcorrente, un po’ andiamo avanti e un po’ torniamo indietro.

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