Michele Crescenzo, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/michelecrescenzo/ un blog di approfondimento culturale Wed, 29 Sep 2021 21:50:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Michele Crescenzo, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/michelecrescenzo/ 32 32 Lawrence Ferlinghetti, da New York a San Francisco il pilastro della poesia https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-ferlinghetti-da-new-york-a-san-francisco-il-pilastro-della-poesia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lawrence-ferlinghetti-da-new-york-a-san-francisco-il-pilastro-della-poesia/#comments Tue, 28 Sep 2021 08:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49275 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. New York 6 aprile, 1997. Lawrence Ferlinghetti guarda l’atlantico. Le onde si sollevano in creste bianche e la spuma resta sospesa in aria per poi frangersi scintillando nel sole come una pioggia di vetri rotti. L’uomo socchiude gli occhi umidi […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

New York 6 aprile, 1997. Lawrence Ferlinghetti guarda l’atlantico. Le onde si sollevano in creste bianche e la spuma resta sospesa in aria per poi frangersi scintillando nel sole come una pioggia di vetri rotti.

L’uomo socchiude gli occhi umidi e si gratta la folta barba bianca. Pensa ad Allen Ginsberg e al suo funerale di ieri allo Shambhala Center a Manhattan. Ripensa alla timidezza del suo amico, alle tante risate insieme, al processo per l’Urlo, alla poesia L’Agonia di Allen Ginsberg  che ha scritto su di lui in questi giorni. Gli tornano in mente anche gli amici della Beat Generation come Jack Kerouac e perfino i suoi genitori arrivati a New York attraversando proprio quell’oceano circa cento anni prima dall’Italia e dalla Francia.

Brandelli di nuvole corrono verso l’oceano che continua a contorcersi freneticamente. Si mette la mano in tasca e afferra il biglietto aereo per San Francisco. Si volta di scatto e si incammina verso l’AirTrain JFK. Basta pensare ai morti, si torna a City Lights, si torna a casa.

Andiamo/ venite / andiamo.
Vuotiamo le tasche e scompariamo.
mancheremo a tutti gli appuntamenti
ci rifaremo vivi fra anni
con la barba lunga
vecchie cartine di sigarette
attaccate ai pantaloni
foglie nei capelli.
Non ci preoccupiamo più dei pagamenti.
Che vengano pure
a prendersi tutto ciò
per cui stavamo pagando.
E si prendano anche noi.

Estratto tratto da Junkman’s Obbligato della raccolta di poesie “A Coney Island of the Mind” 1968. (Qui il link al video della sua lettura).

Lawrence Ferlinghetti è stato un poeta, artista, attivista e fondatore della libreria City Lights di San Francisco morto il 22 febbraio del 2021 a 101 anni. Detestava l’automobile definendola “l’infernale motore a scoppio” e aveva un istintivo senso degli affari, basato sul principio del “piccolo è bello”. City Lights, che ha avviato in collaborazione con l’editore della rivista Peter Martin nei primi anni ’50, è ancora tra i negozi più accoglienti, con i suoi tavoli e sedie, fasci di riviste e cartelli che dicono: “Prendi un libro, siediti, e leggi”.

Per molti anni, ha indicato il suo cane, Homer, come “addetto alla pubblicità e alle pubbliche relazioni” di City Lights. Il poeta ha ricordato al The Guardian che il suo cane riceveva posta tutti i giorni e che la sua carriera nelle pubbliche relazioni è stata stroncata quando si è messo a fare pipì contro la gamba di un poliziotto. Per questo e altro, il padrone gli ha dedicato la poesia Dog.

Nei libri di Ferlinghetti si possono trovare delle date di nascita diverse ma non ha mai negato di essere nato a Yonkers, New York, da madre francese, Albertine Mendes-Monsanto, e padre italiano, Carlo Ferlinghetti, banditore d’asta di Brooklyn, che aveva accorciato il cognome in Ferling per mascherare le sue origini italiane e ottenere più lavoro.

Il padre però non l’ha mai conosciuto perché è morto sei mesi prima della sua nascita, aveva solo 46 anni. Sua madre rimase sconvolta dal lutto fino a finire in ospedale così Lawrence fu affidato ad una zia che lo portò in Francia, a Strasburgo dove visse i primi sei anni della sua esistenza. Tornata negli Stati Uniti, la madre venne assunta come governante da una famiglia chiamata Lawrence “Poi mi ha lasciato lì”, ha detto Ferlinghetti sul The Guardian “È semplicemente scomparsa un giorno e quella famiglia mi ha cresciuto”.

All’inizio degli anni ’40, frequentò l’Università della Carolina del Nord, dove un professore lo introdusse alla poesia. Si arruolò poi nella Marina durante la Seconda Guerra Mondiale, prendendo anche parte allo sbarco del D-Day in Normandia nel giugno del 1944. Inviato nella città giapponese di Nagasaki settimane dopo il bombardamento del 1945, rimase testimone di quegli orrori che lo introdussero a diventare un convinto pacifista.

Tornato dalla guerra, conseguì il Master alla Columbia University di New York e il dottorato in Letterature comparate alla Sorbona di Parigi dove studiò letteratura francese mentre traduceva poeti e romanzieri nel suo tempo libero.

In quel periodo incontrò George Whitman, proprietario della libreria in lingua inglese Shakespeare and Company. Ferlinghetti ha sempre affermato di aver preso esempio da lui quando fondò City Lights Bookstore nel 1953 a San Francisco. City Lights divenne presto un punto d’incontro per gli scrittori boemi che si rifiutarono di accettare quella che Ferlinghetti soprannominò la “Coca-Colonization” dell’America. Come disse l’autore al The Guardian “Una volta iniziato, non siamo riusciti a chiudere le porte”. Infatti per molti anni il negozio è stato aperto fino alle due del mattino e tutt’ora rimane aperto fino a mezzanotte, sette giorni su sette.

City Lights diventò presto l’ufficio postale che conservava la posta degli scrittori mentre viaggiavano. Fu, inoltre, il primo negozio a vendere pubblicazioni di autori omosessuali. Le sue bacheche erano zeppe di volantini e stampe alternative. Era il posto dove si annunciava una manifestazione politica o si cercava un passaggio, un compagno di stanza, un lavoro o un partner sessuale.

Nell’agosto 1955, due anni dopo, Ferlinghetti fondò la sua casa editrice chiamandola con lo stesso nome della libreria e pubblicò la sua raccolta di poesie, Pictures of the Gone World, come numero 1 della serie Pocket Poets, piccoli tascabili 4in x 5in, in bianco e nero, che continuano ad apparire anche oggi. In quel periodo decise di tornare al cognome italiano “Ferlinghetti”.

I successivi due Pocket Poets furono Kenneth Rexroth e Kenneth Patchen ma fu il quarto della serie “Howl and Other Poems” di Ginsberg a garantire il successo della casa editrice grazie soprattutto al dipartimento di polizia di San Francisco, come ha sottolineato più volte lo stesso Ferlinghetti.

Il proprietario della libreria aveva sentito leggere Ginsberg a un evento alla Six Gallery di San Francisco, nell’ottobre 1955. Al ritorno a casa, inviò al poeta un messaggio, lo stesso che Ralph Waldo Emerson mandò a Walt Whitman per Foglie d’erba: “Vi saluto all’inizio di una grande carriera” (Nel 2015 fu pubblicata una raccolta della corrispondenza tra i due intitolata proprio “Greet You At The Beginning Of A Great Career: The Selected Correspondence of Lawrence Ferlinghetti and Allen Ginsberg 1955–1997.)

Howl and Other Poems fu pubblicato nel 1956 in un’edizione da 1.000 copie ma il 25 marzo 1957 la polizia sequestrò 520 copie, perché era “preoccupata che potesse turbare la coscienza dei bambini”. Il poema Howl infatti contiene molti riferimenti all’uso delle droghe, anfetamina, LSD, morfina, marijuana, a pratiche sessuali, sia eterosessuali sia omosessuali.

L’ispettore doganale si lamentò con il tribunale dei minori che emise un mandato di cattura nei confronti di Ferlinghetti. Nove esperti di letteratura testimoniarono in favore del poeta. Con il supporto dell’Unione per le Libertà Civili Americane, Ferlinghetti vinse la causa quando il giudice Clayton Horn, lo assolse dalle “accuse di oscenità, dichiarando che censurare il poema avrebbe comportato una limitazione anticostituzionale della libertà d’espressione”. Il caso fu ampiamente pubblicizzato, con articoli comparsi su Time, Life ed Evergreen (dove comparve un articolo di Ferlinghetti stesso) assicurando un’ampia diffusione del libro, diventato poi uno dei poemi americani più popolari al mondo.

Ferlinghetti ha scherzato sul fatto che la polizia “ha rilevato l’account pubblicitario della casa editrice e ne ha fatto un lavoro decisamente migliore”.

Ferlinghetti oltre che editore è soprattutto un poeta. La sua prosa è irriverente, lusinghiera, disinvolta e sciolta. Le sue storie provocatorie e divertenti. “Il linguaggio e l’umorismo di Ferlinghetti, e le cose che stava dicendo, erano cose che piacevano, potevano essere comprese dall’uomo medio della strada”, ha detto l’autore e critico letterario Gerald Nicosia alla National Public Radio (NPR) nel 2019.

Vi siete mai fermati a considerare
la biancheria intima in astratto?
Se scavate fino in fondo
vengono fuori problemi scioccanti.
L’intimo è qualcosa che dobbiamo affrontare tutti.

L’intimo può davvero metterti nei guai.
Avete visto le pubblicità di intimo da uomo e da donna
così simili ma tanto diverse?
L’intimo femminile tiene le cose su.
L’intimo maschile tiene le cose giù.

Prendete i busti da donna per esempio.
In realtà sono delle forme fasciste di governo occulto
per convincere la gente di qualche non-verità
dicendovi cosa si può del non-si-può.

Estratto tratto da “Underwear” della raccolta di poesie Starting from San Francisco (New Directions, 1967). (Qui il link al video del suo reading).

Oltre alle sue numerose raccolte di versi, tra cui A Coney Island of the Mind Minimum fax traduzione di Damiano Abeni, Moira Egan 1958) tradotta in nove lingue, The Secret Meaning of Things (1969) e Endless Life (1981), Ferlinghetti ha scritto tre romanzi: Love in the Days of Rage (1988), ambientato durante la rivolta studentesca del 1968 a Parigi, Her (1960), un’opera più sperimentale, un classico “romanzo di poeti” e per i suoi cento anni ha pubblicato Little Boy  (Edizioni Clichy tradotto da Giada Diano). In collaborazione con Rexroth, ha preso parte a molti eventi di poesia e musica jazz sulla costa occidentale e i due hanno registrato un disco insieme.

e sto aspettando
che l’Ultima Cena sia di nuovo servita
con uno strano e nuovo aperitivo
e sto aspettando perpetuamente
una rinascita della meraviglia

Sto aspettando che il mio numero sia estratto
e che papà ritorni a casa
le tasche piene
di splendidi dollari d’argento
e sto aspettando
che finiscano i test atomici
e sto felicemente aspettando
che le cose vadano molto peggio
prima di andar meglio

e sto aspettando
che sia concepito un modo
per distruggere tutti i nazionalismi
senza che sia ammazzato nessuno
e sto aspettando
che fringuelli e pianeti cadano come pioggia
e sto aspettando che chi ama e chi piange
dorma ancora insieme
in una nuova rinascita della meraviglia

Estratto tratto da “I Am Waiting” dalla raccolta di poesie “These Are My Rivers: New & Selected Poems 1955-1993 (New Directions, 1993). (Qui il link al video del suo reading).

Ferlinghetti non amava essere associato ai Beat, sebbene ne traesse beneficio e, nonostante il suo amore per Ginsberg, era incline a lamentarsi della commercializzazione della Beat Generation anche se ha ammesso al The Guardian che “è ancora l’unica ribellione in circolazione”. Politicamente si è schierato sempre.

Decise di recarsi a Cuba per vedere di persona il regime di Castro e nel 1961 scrisse One thousand fearful words for Fidel Castro che termina con “Fidel… ti do il mio rametto di alloro”. Nel 2012 ha rifiutato un premio dal Pen club ungherese, in segno di protesta contro le politiche del primo ministro, Viktor Orbán.

Nel 1988 fu responsabile della ri-nominazione di dieci strade in onore di scrittori associati alla città di San Francisco, tra cui Jack Kerouac e Alley. Nel 1994 è stata inaugurata Via Ferlinghetti, prima volta in cui una strada della città è intitolata a uno scrittore vivente. In occasione del 100º compleanno a San Francisco sono stati organizzati convegni, mostre e conferenze che celebrano il poeta, artista e pacifista della controcultura americana, il sindaco della città ha perfino proclamato il 24 marzo Lawrence Ferlinghetti Day.

Interrogato da NPR, in occasione del suo centesimo compleanno, per il segreto della sua longevità, ha scherzato: “Fai una bella risata e vivrai più a lungo”.

Lawrence Ferlinghetti è morto il 22 febbraio di quest’anno a causa di una malattia polmonare interstiziale. Nel primo pomeriggio, un piccolo memoriale di fiori e una lattina di Pabst sono state lanciate fuori dalla porta della City Lights Books. E la sera, nell’adiacente Jack Kerouac Alley si è tenuta una veglia di circa cento persone che ha bevuto vino e letto i suoi versi. Poiché Ferlinghetti aveva raggiunto l’età di 101 anni, i presenti appartenevano a diverse generazioni. In quell’occasione un giovane poeta di nome Scott Lord ha letto un proprio componimento quasi urlando: “Essere un poeta a 16 anni significa averne 16. Essere un poeta a 40 anni è essere un poeta. Essere un poeta a 101 anni significa essere Lawrence Ferlinghetti».

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Jesmyn Ward, la scrittrice pluripremiata che non ha mai dimenticato il Mississippi https://minimaetmoralia.it/libri/jesmyn-ward-la-scrittrice-pluripremiata-che-non-ha-mai-dimenticato-il-mississippi/ https://minimaetmoralia.it/libri/jesmyn-ward-la-scrittrice-pluripremiata-che-non-ha-mai-dimenticato-il-mississippi/#respond Mon, 30 Aug 2021 07:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49160 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. New York primavera 2001. Jesmyn Ward è seduta per terra nel bagno in un appartamento nel West Village. Ha il cellulare in mano, ma non riesce a compilare il numero della sorella. Alza gli occhi e nota solo ora che le […]

L'articolo Jesmyn Ward, la scrittrice pluripremiata che non ha mai dimenticato il Mississippi proviene da Minima et Moralia.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

New York primavera 2001. Jesmyn Ward è seduta per terra nel bagno in un appartamento nel West Village. Ha il cellulare in mano, ma non riesce a compilare il numero della sorella. Alza gli occhi e nota solo ora che le coinquiline hanno appeso delle polaroid dei loro amici su tutte le pareti, lei si è chiusa lì per star da sola e ora si ritrova un mare di pallidi hipster che le posano davanti con sguardi annoiati e quell’espressione belloccia tipica dei ricchi.

Quelli non sono come lei e non solo per il nero della sua pelle. Quei volti appartengono a un ambiente protetto e confortevole, dove si parla a bassa voce e le camicie vengono ordinate negli armadi per gradazione di colore. Lei è un’intrusa, si trova in quella casa soltanto perché – quando era piccola – uno dei datori di lavoro della madre (che faceva la donna di servizio) le ha pagato una scuola privata. Grazie a quell’aiuto e ad altre borse di studio ha conseguito un BA presso la Stanford University in California nel 1999 e un master nel 2000.

Anche se ha fatto le stesse scuole delle sue coinquiline, non ha mai sentito di appartenere a quel mondo, la sua vera casa è il Mississippi con la sua famiglia e i suoi quattro fratelli. Ma, nonostante la laurea in inglese a Stanford e un master in comunicazione, in sei mesi non era riuscita a trovare lavoro e aveva iniziato ad accumulare debiti. Era venuta a New York per fare dei colloqui, ma dopo i primi due giorni è dovuta tornare subito a DeLisle a causa di una telefonata in lacrime della madre che gli aveva comunicato che suo fratello minore Joshua, 19 anni, era morto in un incidente stradale. Il ragazzo era stato tamponato a forte velocità da un guidatore ubriaco, un uomo bianco sulla quarantina, che aveva accelerato da dietro spingendo l’auto contro un idrante che era salito dal pavimento, aveva staccato il metallo come il coperchio di una scatola di sardine e gli si era schiantato sul petto.

Dopo il funerale era stata contattata dalla Little Random, una divisione della casa editrice Random House, che gli aveva proposto un lavoro a New York. Così si era ri-trasferita e aveva trovato alloggio insieme ad alcune ex compagne di scuola.

Jesmyn Ward sospira. Si alza dal pavimento del bagno e chiama la sorella che le racconta che l’autista ubriaco che ha investito il fratello è stato condannato solo a cinque anni. Cinque fottuti anni, ha pensato la Ward. Questo è quanto vale la vita di mio fratello in Mississippi. Cinque anni.

Questo episodio viene raccontato dalla stessa autrice nell’articolo sul quotidiano Guernica dove sottolinea che la polizia aveva scoperto che l’autista era stato in diversi bar e aveva anche bevuto nei casinò, ma l’uomo era sulla quarantina ed era bianco. Suo fratello aveva diciannove anni ed era nero. L’uomo fu condannato, inoltre, a restituire a sua madre $ 14.252,27, ma ha scontato tre anni e due mesi di pena prima di essere rilasciato e non ha mai pagato nulla.

Soltanto pochi mesi dopo la sentenza sul fratello, l’autrice è uscita dalla metropolitana a Midtown Manhattan e ha visto il fumo inondare New York e le torri gemelle crollare al suolo. Era l’11 settembre 2001.  È stato un anno terribile, ma che è diventato fondamentale per il suo processo di scrittrice. “Ero così infelice, il dolore per la perdita di mio fratello erano così freschi e dopo l’11 Settembre la situazione peggiorò”, dice la Ward al Los Angeles Times, “Per fortuna New York mi ha chiarito le idee. Ho pensato, cosa potrei fare della mia vita per darle un significato? E scrivere è stato questo per me”.

“Non avevo più scelta”, ricorda sul NPR. “Non potevo scappare da quella voglia di raccontare storie su di noi e sulle persone che amavo. Non potevo più scappare. Non ero così sicura di poterlo fare, ma ho pensato che dovevo provarci. E se ci fossi riuscita, allora avrei fatto qualcosa di utile con il tempo che mi è stato concesso”.

Nel 2003 si inscrive in un programma di scrittura creativa presso l’Università del Michigan, dove ha conseguito un MFA. Due anni dopo, nel 2005, mentre stava scrivendo il suo primo romanzo, lei e la sua famiglia sono state vittime dell’uragano Katrina. La loro casa a DeLisle si è allagata rapidamente e sono stati costretti a nuotare verso un camion per cercare di trovare un posto più sicuro. Cercarono di raggiungere una chiesa locale, ma finirono bloccati in un campo pieno di trattori. Si salvarono per miracolo.

Questo episodio l’ha convinta ancora di più a scrivere del Mississippi e delle sue terre, ma continuava a ricevere solo lettere di rifiuto. Al Los Angeles Times ha raccontato che il suo primo romanzo non interessava a nessuno. “Ho pensato che forse avrei dovuto semplicemente lasciare tutto e fare qualcosa che mi potesse dare uno stipendio fisso e più remunerativo come l’infermiera. Mi sono detta di fare ancora un altro tentativo così ho fatto domanda per alcune borse di studio. Per fortuna solo pochi mesi dopo ho saputo che il mio romanzo era stato accettato da una piccolissima casa editrice di Chicago chiamata Agate e anche che avevo vinto la borsa di studio Stegner. È stato fantastico, come vincere alla lotteria”.

Il primo libro di Jesmyn Ward si intitola Where the Line Bleeds (La linea del sangue trad. di Monica Pareschi, NN Editore) ed è ambientato nella cittadina fittizia di Bois Sauvage, la città in cui ambienterà tutti i suoi futuri romanzi. Il romanzo racconta la storia dei gemelli Joshua (il nome in omaggio al fratello scomparso) e Christophe. Joshua trova lavoro nel Golfo del Messico, ma Christophe ha meno fortuna: incapace di trovare un impiego e nel disperato tentativo di alleviare la povertà della sua famiglia, inizia a vendere droga. Quando il loro padre tossicodipendente (scomparso da tempo) riappare, provoca uno confronto aspro tra lui e i fratelli. Jesmyn Ward racconta il mondo che conosce e ama, quello nero, povero, disperato, ma contrassegnato anche da intensi legami familiari e da un senso di comunità che bilancia speranza, dolore e trionfo.

Già in questo primo romanzo appare evidente lo stile letterario di Jesmyn Ward, molto vicino alla poesia e alla metafora. Una somiglianza stilistica che la avvicina a William Faulkner, Ernest J. Gaines e Toni Morrison.

Dall’autunno 2008 alla primavera 2010 Jesmyn Ward ha vissuto a San Francisco grazie alla borsa di studio Stegner, dopodiché ha ottenuto la cattedra alla Grisham Writing Residency all’università di Ole Miss in Mississippi dove ha vissuto accanto alla casa di Faulkner. Nel 2011 ha pubblicato Salvage the Bones (Salvare le ossa, NN Editore, traduzione di Monica Pareschi) che vince il National Book Award per la Fiction. Il romanzo ha ricevuto un’accoglienza ampiamente positiva. Il New York Times l’ha descritto come una rappresentazione riuscita della vita e della cultura del sud attraverso una prosa potente e diretta che si immerge nella metafora poetica. Il Washington Post ha commentato che ci vorrà molto tempo prima che la sua magia svanisca e che il romanzo ha già l’aria di un classico.

Salvage the Bones è la storia delle precarie condizioni di una famiglia afroamericana della classe operaia nel Mississippi prima e dopo l’uragano Katrina attraverso lo sguardo di Esch Batiste, una ragazza di quindici anni incinta di un amico dei fratelli. La Ward ha raccontato al The Paris Review che ha scritto il romanzo, dopo essere stata “infastidita del modo in cui Katrina si era allontanata dalla coscienza pubblica”.

“Vincere il National Book Award for Fiction è stata una benedizione, ma anche una maledizione perché dopo ho avuto problemi a scrivere”, ammette la Ward al Los Angeles Times. “Sentivo il peso di essere accanto a nomi come William Faulkner e Alice Walker, che sono tra le mie influenze. Con Faulkner ho affinato il mio stile e – come lui – uso un’unica città del sud come centro del mondo letterario. Con Walker, c’era invece un libro specifico che ci univa, “Il colore viola”, che ho letto alle medie. Era la prima volta che leggevo qualcosa di una donna nera del sud che mi ha fatto sentire come se fosse possibile essere una donna nera del sud che scrive sui neri del sud”.

La notte dei National Book Awards, Nikky Finney, che aveva appena vinto il premio per la poesia, la prese da parte e le diede un consiglio. “Quando ti siedi a scrivere, dimentica tutto questo. Ritorna alla scrivania, a quando hai scritto il romanzo. Ecco perché sei qui, perché sei stata in grado di stare su quella scrivania”. Con il consiglio di Finney in mente, Jesmyn Ward mette da parte le ansie, attiva il programma di blocco di Internet e si concede almeno due ore al giorno per scrivere.

Nel 2017 pubblica Sing, Unburied, Sing (Canta, spirito, canta. NN Editore, traduzione di Monica Pareschi) il suo terzo romanzo che vince il National Book Award 2017 per la narrativa facendo diventare Jesmyn Ward la prima donna e la prima afroamericana a ricevere questo premio per due volte. Il romanzo ha ricevuto recensioni estremamente positive ed è stato acclamato come uno dei migliori romanzi dell’anno dal New York Times, dal New StatesmanFinancial Times e BBC. Il romanzo ha vinto anche l’Ainsfield-Wolf Book Award for Fiction nel 2018 e il Mark Twain American Voice In Literature Award nel 2019. Il Washington Post lo ha paragonato a Lincoln in the Bardo di George Saunders e Beloved di Toni Morrison. L’ex presidente degli Stati Uniti Barack Obama ha incluso il romanzo nella lista dei migliori libri letti nel 2017.

Sing, Unburyed, Sing è la storia di Joseph, detto Jojo, e della sua famiglia. Il padre di Jojo, Michael, sta per essere scarcerato, così sua madre, Leonie, tossicodipendente, carica la famiglia in auto per dirigersi a nord verso il penitenziario di stato. La famiglia attraversa il paese rimanendo unita, accalcata e irritata. Non appena lasciano la relativa sicurezza della loro fattoria nel bosco, le insidie ​​e le tentazioni del mondo esterno si affollano, minacciando di far deragliare il loro. Sing, Unburied, Sing diventa un road book, una storia di fantasmi e d’amore tra fratelli.

Nel 2018 Jesmyn Ward ha tenuto un discorso per l’inaugurazione dell’anno accademico alla Tulane University sul valore della tenacia e sull’importanza del rispetto per sé stessi e gli altri. Il discorso ripercorre le sfide affrontate dall’autrice e la casa editrice NN Editore  ne ha fatto un libro intitolato Naviga le tue stelle con le illustrazioni di Gina Triplett e la traduzione di Alessio Forgione.

Ad inizio gennaio 2020, Jesmyn Ward, suo marito e i figli si sono ammalati di quella che pensavano fosse l’influenza. Lei e i figli sono stati subito meglio, ma il marito no. Bruciava di febbre. Non riusciva a respirare. Lei l’ha portato al pronto soccorso, dove dopo un’ora in sala d’attesa, è stato sedato e messo attaccato ad un ventilatore. I suoi organi hanno ceduto: prima i reni, poi il fegato. È morto entro quindici ore dal suo ingresso nel pronto soccorso. Aveva solo trentatré anni.

“Senza la sua presa a coprirmi le spalle, a sostenermi, sprofondai in un dolore caldo e muto”. Ricorda l’autrice in un articolo su Vanity Fair. “Il tempo sembrava essersi fermato in Mississippi tra il lockdown e i miei figli che seguivano le lezioni a distanza e ogni tanto strofinavano la faccia contro il mio stomaco e gridarono istericamente: mi manca papà”. Intanto in America scoppiava la contestazione dei Black Lives Matter e nello stesso articolo racconta “Mi sono svegliata con la gente per strada, con Minneapolis in fiamme. Mi sono svegliata con le proteste nel cuore dell’America, i neri che bloccavano le autostrade. Mi sono svegliata con adolescenti in felpa con cappuccio, con masse di persone a Parigi, a Londra, da marciapiede a marciapiede, che si muovevano come un fiume lungo i viali. La gente marciava, e non avevo mai saputo che potessero esistere fiumi come questi, e mentre i manifestanti cantavano e calpestavano, mentre facevano smorfie, gridavano e gemevano, le lacrime mi bruciavano gli occhi. I neri americani non erano soli in questa guerra. Sono tutti testimoni dell’ingiustizia. Sono testimoni di questa America che ci ha messo da parte per quattrocento fottuti anni. Singhiozzo, e nelle strade scorrono fiumi di gente”.

Giugno 2020, Union Square, New York, Black Lives Matter cattura l’attenzione del pianeta (di Terry W. Sanders)

Quando la pandemia si è stabilizzata Jesmyn Ward ha impostato le sveglie prima di quella dei bambini e ha ripreso a scrivere il suo nuovo romanzo. “Il mio impegno mi ha sorpreso. Anche in una pandemia, anche nel dolore, ho dovuto scrivere, ho dovuto amplificare le voci dei morti che cantano per me, dalla loro barca alla mia barca, sul mare del tempo. Quasi tutti i giorni, ho scritto una frase. In alcuni giorni, ho scritto mille parole. Il mio dolore è sbocciato in depressione, proprio come dopo la morte di mio fratello a diciannove anni. Io, come allora, ho pensato a cosa potrei fare della mia vita per darle un significato e scrivere è diventato questo per me”.

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Walter Tevis lo scrittore dell’alcolismo che ha conquistato Hollywood e Netflix https://minimaetmoralia.it/cinema/walter-tevis-lo-scrittore-dellalcolismo-che-ha-conquistato-hollywood-e-netflix/ https://minimaetmoralia.it/cinema/walter-tevis-lo-scrittore-dellalcolismo-che-ha-conquistato-hollywood-e-netflix/#comments Thu, 29 Jul 2021 07:30:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49137 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. New York 1983, Walter Tevis entra nel suo monolocale nell’East Side, si sfila le scarpe da ginnastica e sale sul suo letto soppalcato. Ha in mano la copia appena stampata di The Queen’s Gambit (La regina degli scacchi; traduzione di […]

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New York 1983, Walter Tevis entra nel suo monolocale nell’East Side, si sfila le scarpe da ginnastica e sale sul suo letto soppalcato. Ha in mano la copia appena stampata di The Queen’s Gambit (La regina degli scacchi; traduzione di Angelica Cecchi. Minimum Fax). Passandosi il libro tra le mani ripensa a quando più di dieci anni prima gli venne in mente l’idea per la scena iniziale di questo romanzo: Beth, una venticinquenne alcolizzata, entra nella cucina di una fattoria sperduta in Ohio e si versa una tazza di caffè istantaneo, poi ci aggiunge qualche sorso di gin. Si volta e cammina veloce verso la sala da pranzo evitando scacchiere e bottiglie di liquore vuote abbandonate sul pavimento. Si siede al tavolo e studia un libro sugli scacchi perché presto dovrà difendere il suo titolo di campione degli Stati Uniti.

Tevis aveva scritto solo un capitolo su Beth, ma poi ha abbondato l’idea. In quel periodo gli era difficile concentrarsi perché trascorreva tutta la notte completamente ubriaco. Quando, poi, riprese a scrivere di lei decise però di utilizzare un altro incipit, raccontando di quando rimase orfana a soli otto anni. La scena iniziale di Beth adulta e ubriaca l’ha utilizzata Netflix (con piccole differenze) nelle prime immagini della serie tv dedicata proprio al romanzo di Tevis circa quarant’anni dopo la pubblicazione. La serie tv è stata un successo. Il 28 ottobre 2020, The Queen’s Gambit diventa la serie più vista in un singolo giorno su Netflix. A ventotto giorni dalla messa in onda è stata seguita da circa 62 milioni di persone, classificandosi come la serie esclusiva Netflix con sceneggiatura non originale più vista di sempre.

Anya Taylor-Joy in “La Regina degli Scacchi”, serie TV Netflix

Walter Tevis è un autore decisamente anomalo: ha avuto successo raccontando realtà sconosciute nel panorama culturale come il biliardo e gli scacchi, e – contemporaneamente – è riuscito ad essere un autore di riferimento nel mondo della fantascienza. Ha scritto solo sei romanzi, ma quattro di questi sono stati trasposti in film (con attori come Paul Newman, Tom Cruise e David Bowie) e i suoi libri sono stati tradotti in diciotto lingue. Ha scritto sull’incapacità di gestire il proprio talento, sull’alcolismo, sulla competizione e depressione. Tutti argomenti che conosceva bene e, attraverso le sue esperienze, ha creato storie che vengono lette e riproposte anche oggi. Matteo Sacchi su Il Giornale l’ha definito “uno dei più grandi scrittori americani del ventesimo secolo e probabilmente voi non lo sapete”.

The Queen’s Gambit è il romanzo più importante che Walter Tevis abbia scritto perché la vita immaginaria di Beth Harmon rispecchia molto la sua. Lei cresce in un orfanotrofio, dove all’età di otto anni impara il gioco degli scacchi da un bidello. Diventa dipendente dai tranquillanti dati a tutti i bambini per mantenerli calmi e sottomessi. Il giovane Tevis, invece, ha imparato a giocare a scacchi all’età di sette anni (nel 1935) e quando ne aveva nove gli furono diagnosticati un cuore reumatico e la corea di Sydenham e fu messo in una casa di cura per un anno. Lì è stato drogato tre volte al giorno con fenobarbital. “L’ho adorato”, ha detto del farmaco. “Questo potrebbe essere uno dei motivi per cui sono diventato un ubriacone”.

Dopo un anno, torna dalla famiglia che si era trasferita nel Kentucky. Tevis ha dichiarato al The San Francisco Examiner che la vita in quella regione lo ha fatto sentire come se fosse “venuto dallo spazio”. Anche Ruth Harmon viveva in Kentucky, ma mentre lei si ossessiona agli scacchi, Tevis trova conforto in un gioco diverso: il biliardo. “Le sale da biliardo di Lexington mi hanno salvato”, ha detto al The Ringer. Ha trascorso intere notti a girare per il Phoenix Hotel a guardare i giocatori d’azzardo giocare per un sacco di soldi. Tevis si innamorò non solo del gioco, ma anche della cultura e dello stile della sale da gioco. Giocare era l’unico momento in cui si sentiva bene, proprio come succedeva a Beth con gli scacchi.

Dopo aver seguito un corso di scrittura dallo scrittore A.B. Guthrie Jr. (Premio Pulitzer per la narrativa nel 1950), Tevis ha scritto il racconto The best in the country che raccontava di una sala da biliardo. Guthrie lesse il lavoro di Tevis e lo mise in contatto con un agente che ha venduto la storia a Esquire per 350 dollari.

Tevis ha iniziato a insegnare inglese alla Irvine High School fuori Lexington, dove ha continuato a scrivere racconti per riviste. Nei sei anni successivi ha venduto storie a Playboy, Redbook, Saturday Evening Post, Colliers e Cosmopolitan. Non riusciva a concentrarsi per la scrittura di un romanzo. “Sono troppo bohémien per adattarmi alla routine e alla disciplina per scrivere quando non ne ho voglia”, ha detto nel 1959. Durante quegli periodi era contento di insegnare e, per sua stessa ammissione, amava il suono della sua voce. La famiglia di sua moglie però non era particolarmente entusiasta di aver sposato qualcuno con prospettive così limitate. Ma soprattutto, il padre di Tevis disapprovava i suoi sogni di essere uno scrittore. Alla fine, l’agente di Tevis lo convinse che “The Best in the Country” era promettente come romanzo. Lo ha esortato a lasciare il suo lavoro di insegnante e dedicare più tempo alla scrittura e iniziò a scrivere di Eddie Felson, il protagonista di The Hustler. Eddie, proprio come Beth Harmon, possiede un incredibile talento naturale e aspira ad essere il migliore. Tevis ha chiamato il suo primo romanzo This Lovely Green, in onore di una poesia di Edward Marvell che amava particolarmente. Il suo agente ha venduto il libro ad Harpers che preoccupati che potesse essere scambiato per un tomo di giardinaggio hanno rinominato il libro The Hustler (Lo spaccone Minimum Fax, trad. Tullio Dobner). Contrariamente alla sua paura più profonda, il libro è stato un trionfo: Il Time ha paragonato Tevis a Hemingway e il produttore Robert Rossen, ha pagato a Tevis $ 25.000 per i diritti producendo un film di successo con Paul Newman e Jackie Gleason.

L’autore americano aveva solo 31 anni.

“Ho preso i soldi che ho guadagnato dal film e sono andato a vivere in Messico”, ha detto al Louisville Courier-Journal, “e ho scoperto che si poteva ottenere gin per 80 centesimi al litro. Sono rimasto ubriaco per otto mesi”. Per fortuna era riuscito a rimanere sobrio abbastanza a lungo da finire – nel 1963- il suo secondo romanzo, il libro di fantascienza The Man Who Fell to Earth (L’uomo che cadde sulla Terra, traduzione di Ginetta Pignolo, Minimum Fax) che è diventato in poco tempo un classico e un film del 1976 diretto dell’autore britannico Nicolas Roeg con la rock star David Bowie.

Dopo il 1963, sia i lettori che Hollywood attendevano con fremito il prossimo lavoro di Walter Tevis, ma avrebbero aspettato a lungo.

Con due grandi successi alle spalle, l’autore americano ha iniziato a lavorare come insegnante di inglese all’Università dell’Ohio. Qui insegnava durante il giorno e beveva durante la notte. Aveva delle idee come la scena iniziale di The Queen’s Gambit ma non riusciva a portarle a termine, le sue uniche pause dall’alcol erano il biliardo e gli scacchi. Tevis ha fatto di tutto per nascondere la sua dipendenza alcolica, scegliendo di ubriacarsi a casa a tarda notte quando era solo. “Non sono mai stato ubriaco in classe o qualcosa del genere”, ha detto al Louisville Courier-Journal nel 1980. “Ho solo bevuto da mezzanotte alle 4 del mattino, poi mi alzavo e andavo a lezione”

Nel 1974, l’Atlantic Monthly lo mandò a Las Vegas per raccontare il National Open. Molto di ciò a cui ha assistito lo ha poi usato in The Queen’s Gambit. “Più giocavo e più perdevo, più perdevo più avevo materiale per il mio romanzo” ha detto Tevis a Book Beat nel 1983. “C’è stata più eccitazione competitiva, più aggressività di quanto non abbia visto in qualsiasi altro tipo di attività, e trascorro molto tempo nelle sale da biliardo intorno ai giocatori di biliardo che giocano per un sacco di soldi”.“Agli inizi degli anni settanta ho cercato di uccidermi”, ha confessato al The San Francisco Examiner. “Qualche anno dopo lo stavo progettando di nuovo. Nel 1975 ho capito che le persone si suicidano perché hanno paura di lasciare il lavoro o divorziare dalle loro mogli. Il cambiamento è più difficile della morte. È sciocco, se ci pensi. Il punto è andare avanti e cambiare, poi se non funziona puoi sempre ucciderti più tardi”. Nel 1974 Walter Tevis ha smesso di bere ed è entrato in psicoterapia. Due anni dopo si è trasferito a New York, deciso a dedicarsi soltanto alla scrittura. La grande mela ha aiutato la sua produttività “Ho New York City a mia disposizione”, ha detto al The Ringer. “Qui non ho scuse per annoiarmi”.

Nel 1978, Walter Tevis era sobrio da due anni, divorziato e il suo punteggio di scacchi era passato da 1166 a 1421 grazie a Modern Chess Openings, lo stesso libro che Beth Harmon legge nell’orfanotrofio che accende il suo amore per il gioco. Ad inizio anni ottanta pubblica due romanzi di fantascienza, uno sull’alcolismo intitolato Mockingbird (Solo il mimo canta al limitare del bosco, trad. di Roberta Rambelli, Minimum Fax) e The Steps of the Sun (A pochi passi dal sole, collana Urania, Mondadori) ed era pronto a riprendere il suo progetto più ambizioso. “Avevo appena finito due romanzi di fantascienza.” a raccontato al Chess Life  “Ero stanco di inventare un intero universo e volevo tornare a scrivere del mondo reale così mi è tornata l’idea di oltre dieci anni prima: un romanzo sugli scacchi”. Su quel gioco aveva scritto già un racconto per Playboy intitolato “The King is Dead“, e un articolo per Atlantic Monthly sul National Open, ma un romanzo era tutta un’altra storia. “Penso che sia interessante raccontare degli scacchi perché la maggior parte delle persone che ci gioca lo fa solo se ha problemi di personalità. Quando hanno bisogno di qualcos’altro nella vita”, ha detto Tevis a Book Beat. “Sai, liberarsi di un po’ di quell’ansia spostandola in qualcosa che fosse relativamente sicuro.” Nella stessa intervista ha dichiarato che l’idea di scrivere di un personaggio maschile non gli è mai venuta in mente. “Mi piacciono le donne intelligenti. Non ho mai nemmeno pensato di scrivere di un uomo… I personaggi maschili di cui stavo scrivendo stavano iniziando a sembrare troppo simili.” Tevis ha volutamente omesso nel romanzo la presenza di tornei di scacchi solo femminili. Non sa se ci sarà mai una donna campionessa forte come il personaggio che ha creato, ma non pensa che ci sia alcuna ragione fisica o biologica per cui una donna non possa diventare forte come i migliori maestri maschi. “Penso che sarebbe bello se le donne non giocassero affatto nei tornei femminili”, dice. “Fare così rafforza solo la nozione di inferiorità delle donne. Mi piacerebbe vedere gli scacchi come un gioco senza distinzioni di sesso”.

Molti giocatori [sia di scacchi che di biliardo] sono solitari che cercano di fuggire dai problemi personali”, ha detto alla rivista Chess Life. “Mi piace scrivere di persone che sono in qualche modo emarginate dalla società. … Personaggi molto intelligenti, fuori luogo. Mi piace scrivere di alienazione”. Beth Harmon, infatti, è un’emarginata che riesce a sentirsi bene solo giocando a scacchi, mentre Fast Eddie è un uomo solitario, rabbioso e infastidito dagli atteggiamenti arroganti della classe superiore. Probabilmente la maggiore alienazione è presente però in TJ Newton, l’alieno protagonista di The Man Who Fell to Earth, che è uno straniero che arriva nel Kentucky e non riesce ad adattarsi. Il suo corpo è goffo e non sperimenta alcuna relazione reale e significativa perché tutti pensano che sia strano, quindi lo evitano.

”Scrivo di perdenti e solitari: se c’è un tema comune nel mio lavoro, è quello” ha detto Tevis al The New York Time. “Il biliardo è un gioco asociale, e così anche gli scacchi, non sono sport di squadra. Non si conquistano le ragazze del liceo giocando a biliardo”.

In un’intervista al Chess del 1983 Tevis disse che sarebbe interessato a fare un sequel di The Queen’s Gambit un giorno. “Mi piacerebbe ancora usare quella scena di Beth ventenne in quella fattoria. Poi si dice che si raggiunga un picco negli scacchi in età molto giovane, a differenza di altri sport che usano il cervello la cui abilità aumenta con l’età”. Purtroppo, non ne ha avuto il tempo perché è morto l’anno dopo. È riuscito però a pubblicare Colour of Money (Il colore dei soldi, traduzione di Tullio Dobner Minimum Fax) il sequel quello del suo primo libro, The Hustler. Ha immediatamente venduto i diritti cinematografici. Sebbene il film somigli poco al libro di Tevis, è diventato un successo di critica e botteghino, e ha fatto vincere a Paul Newman il Primo Oscar e rilanciato la carriera di Tom Cruise. Ma Tevis non si è goduto nulla di tutto ciò. Otto giorni dopo la pubblicazione del libro, morì di cancro ai polmoni all’età di 56 anni.

In The Queen’s Gambit, Beth Harmon subisce una perdita umiliante per un avversario inferiore. Nel libro si chiede: “E se fosse finita? E se avesse rimosso dal suo cervello qualunque intreccio sinaptico alla base del suo dono?” Questa sembra una frase diretta proprio a Tevis che era rimasto bloccato nella scrittura per quasi due decenni.

Nella scena finale del libro, dopo aver terminato un prestigioso torneo sovietico, Beth non sa cosa fare da sola in quel paese straniero. Va in un parco vicino, vede un vecchio seduto da solo davanti a una scacchiera e lo sfida a una partita. “Il messaggio qui è”, dice Tevis al Chess nel 1983, “nel dubbio: gioca a scacchi”. E sembra una risposta allo stesso Tevis: se sei rimasto bloccato per tanto tempo, se hai provato a suicidarti più volte, se hai pensato di non essere più in grado di scrivere bene come gli inizi, nel dubbio scrivi ancora.

E così ha fatto.

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Colson Whitehead e le notti di pandemia in cui osserva la sua silenziosa New York https://minimaetmoralia.it/letteratura/colson-whitehead-e-le-notti-di-pandemia-in-cui-osserva-la-sua-silenziosa-new-york/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/colson-whitehead-e-le-notti-di-pandemia-in-cui-osserva-la-sua-silenziosa-new-york/#respond Mon, 28 Jun 2021 12:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48962 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. Maggio 2020, tarda notte, Manhattan. Colson Whitehead non riesce a dormire, si alza dal letto senza svegliare la moglie Julie e si avvicina alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo scuro, il lembo di una nuvola sfiora l’alone […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

Maggio 2020, tarda notte, Manhattan. Colson Whitehead non riesce a dormire, si alza dal letto senza svegliare la moglie Julie e si avvicina alla finestra. Alza lo sguardo verso il cielo scuro, il lembo di una nuvola sfiora l’alone bianco della luna. L’uomo afferra la maniglia ed esce sul balcone. Il silenzio sembra diffondersi su tutta l’isola fino a sommergerlo. Il virus del covid-19 ha trasformato la sua città, non è più New York, è qualcos’altro. Era tornato nel suo appartamento a Manhattan per finire il suo ottavo romanzo Harlem Shuffle, un’opera di fantascienza ambientata ad Harlem negli anni ’60 (l’uscita è prevista per il 14 settembre 2021) gli mancavano una ottantina di pagine e voleva concluderlo entro l’estate e invece  – ha raccontato al The Guardian – ha trascorso il periodo di lockdown a seguire le notizie, ad assicurarsi che il Wi-Fi non si interrompesse, insieme alla moglie ha aiutato i figli a seguire le lezioni su internet, hanno cercato di preparare dei buoni pasti e di mantenersi tutti sani di mente. “In circa sei settimane” – racconta nella stessa intervista “ho avuto solo un’ora libera e ho scritto una pagina”.

Colson Whitehead poggia una mano aperta sulla guancia e continua ad osservare la notte calma. Un’autombulanza senza sirena passa senza fermarsi, poi torna il silenzio. Lentamente, però, l’udito si affina, così riesce ad individuare alcuni rumori di sottofondo: il pianto di un bambino, della musica da un appartamento, il suono di una televisione accesa seguito da una risata roca.

Sono suoni tenui, appaiono timidi, come se chiedessero permesso. Sono completamente diversi da quelli della New York in cui è cresciuto. Nel 2003 pubblicò la raccolta di saggi: The Colossus of New York (Il Colosso di New York traduzione di K. Bagnoli, Milano, Mondadori) dove raccontava di una metropoli che urlava, si agitava, un luogo che era esuberanza, caos, promessa e dolore. Il The New York Times l’aveva definito come un tour de force di voci che saltella incessantemente dalla prima alla seconda alla terza persona, in un ritmo forsennato che mima efficacemente il rumore della grande mela. Il primo capitolo inizia con ”Cominci a costruire la tua New York privata la prima volta che ci metti gli occhi sopra”. Cosa capirebbe una persona che la vedesse ora per la prima volta? Nello stesso libro scrisse: ”La città ti conosce meglio di qualsiasi persona vivente perché ti ha visto quando sei solo.” Questa frase aveva un senso prima della pandemia, quando essere soli a New York sembrava qualcosa di raro e intimo, mica come ora dove tutti sembrano essere abbandonati, segretati e spaventati. Il covid-19 ha trasformato la sua città in un cimitero. All’improvviso gli torna in mente l’African Burial Ground National Monument un museo nato all’inizio degli anni ’90 quando alcuni operai edili scoprirono per caso dei resti scheletrici in quello che si rivelò essere il primo e il più grande cimitero afroamericano degli Stati Uniti. Ricorda bene quel posto perché ci aveva fatto delle letture e il Beyond Midtown l’aveva indicato come il luogo ideale per leggere The Underground Railroad (La ferrovia sotterranea, traduzione di M. Testa, Sur, 2017). Il romanzo racconta la storia di Cora, una schiava in una piantagione in Georgia, rimasta sola ed emarginata dopo che sua madre Mabel è scappata senza di lei. Quando Caesar, appena arrivato dalla Virginia, le racconta della Underground Railroad, decidono di fuggire. Nel romanzo di Whitehead, la Underground Railroad non è una semplice metafora (come è stata nella realtà) ma diventa una vera ferrovia segreta di binari e tunnel sotto il suolo dell’America meridionale. Cora intraprende un viaggio straziante, stato per stato, alla ricerca della vera libertà incontrando mondi diversi in ogni fase della sua strada. Il 5 agosto 2020, un cratere su una luna di Plutone è stato chiamato Cora proprio per omaggiare l’eroina del romanzo di Whitehead.

Il libro ha vinto sia l’Award National Book che il Premio Pulitzer per la narrativa (con la seguente motivazione “intelligente fusione di realismo e allegoria che unisce la violenza della schiavitù e il dramma della fuga in un mito che parla all’America contemporanea) ha ricevuto anche l’Arthur C. Clarke Award per la letteratura di fantascienza, l’Andrew Carnegie Medal for Excellence 2017 ed è stato selezionato per l’Oprah’s Book Club. Il 14 maggio 2021 Amazon ha diffuso la serie TV omonima scritta e diretta da Barry Jenkins (regista di Moonlight).

Michiko Kakutani al The New York Times l’ha definito “potente, quasi allucinatorio… Possiede l’agghiacciante potere concreto delle narrazioni sugli schiavi raccolte dal Federal Writers’ Project negli anni ’30, con echi di Beloved di Toni Morrison, Les Misérables di Victor Hugo, Ralph L’uomo invisibile di Ellison e le pennellate prese in prestito da Jorge Luis Borges, Franz Kafka e Jonathan Swift… Ha raccontato una storia essenziale per la nostra comprensione del passato e del presente americano”. Al quotidiano on line Scroll.in Whitehead spiega come questo parallelismo tra passato e presente non era voluto anche se i dialoghi che ha scritto nel romanzo sono gli stessi che ha usato  quando è stato fermato dalla polizia soltanto per essere nero e per essersi trovato al momento sbagliato e nel posto sbagliato.

Colson Whitehead osserva un aereo che attraversa il cielo scuro verso est, la sua traiettoria è lineare come se fosse stato tirato di lato da un sottile filo invisibile.

Gli è sempre piaciuto volare, viaggiare, fare eventi e tenere conferenze. Ha raccontato al Entertainment Weekly quanto amasse quelle interazioni sociali che non si riescono a replicare parlando con una videocamera . Se non ci fosse stata la pandemia adesso starebbe in Europa o in Asia a promuovere The Nickel Boys (I ragazzi della Nickel, 2019 traduzione di S. Pareschi, Mondadori) che è stato nominato uno dei migliori libri del decennio dal TIME ed ha vinto il secondo Premio Pulitzer (nel 2020, dopo quello del 2017) diventando il quarto scrittore (e unico afroamericano) a vincerne due. I giudici hanno definito il romanzo “un’esplorazione spartana e devastante dell’abuso in un riformatorio nella Florida dell’era di Jim Crow che è in definitiva una potente storia di perseveranza umana, dignità e redenzione”.

The Nickel Boys si basa sulla vera storia della Dozier School, un riformatorio in Florida che ha operato per 111 anni e la cui storia è stata smascherata da un’indagine universitaria. Come riporta il The Guardian  nel 2011 sono state scoperte sepolture non segnalate di più di cinquanta ragazzi. Le analisi dei cadaveri hanno riportato che tra le cause dei decessi ci sono state ferite da arma da fuoco, traumi causati da percosse e grave stato di malnutrizione. E, attraverso i racconti dei sopravvissuti, sono stati svelati i maltrattamenti e gli abusi subiti dagli alunni fino alla fine degli anni Sessanta. Il romanzo racconta la storia di Elwood Curtis, un giovane afroamericano condannato a scontare una pena detentiva nel riformatorio con l’accusa di aver guidato una macchina rubata. Lì incontra Turner, un ragazzino di strada che è alla sua seconda permanenza al riformatorio. I due diventano amici nonostante le personalità contrastanti: Elwood crede negli ideali promossi da Martin Luther King, è un ottimista e desideroso di rendere il mondo un posto migliore; Turner, invece, è un cinico che non ha fiducia nel fatto che gli Stati Uniti potranno mai liberarsi dal loro passato fondato sulla schiavitù e genocidio.

Su Entertainment Weekly l’autore confessa che “c’è molto di me in questo libro. Mio fratello è morto l’anno prima che lo finissi e ho riportato molta della dinamica tra me e lui in questa storia”.

Colson Whitehead abbassa lo sguardo dal cielo scuro e lo rivolge verso Brooklyn dove ha vissuto nei quartieri di Clinton Hill e Fort Greene per circa due decenni. La sua residenza nel distretto lo ha portato a essere annoverato come “scrittore di Brooklyn”, uno stereotipo che ha preso in giro nel 2008 per il New York Times con il saggio I Write in Brooklyn. Get Over It.

Nel 2018, Whitehead è stato nominato il dodicesimo autore dello stato di New York, seguendo le orme di Grace Paley e Kurt Vonnegut. La motivazione del premio ha indicato come Colson Whitehead sia uno di quegli scrittori capaci di usare più generi letterari, dal noir al romanzo di formazione, dall’horror zombi alla storia, mantenendo una scrittura ferma e chiara. Fino ad ora, però, Colson Whitehead ha ambientato un solo (dei sette romanzi) nella grande mela: il post-apocalittico Zone One (Zona Uno, traduzione di P. Brusasco, Torino, Einaudi, 2013) che racconta una versione alternativa di New York, che è stata distrutta da una piaga che ha trasformato la maggioranza della popolazione in zombi. “Ho visto La notte dei morti viventi in tenera età e gli zombi sono diventati parte del mio panorama psicologico”, afferma Whitehead al The Guardian. “Ho fatto sogni di zombie ogni notte per anni”.

Il cielo verso est ha cambiato colore, si è tinto di stirature azzurre e celesti. Sta arrivando l’alba. Colson Whitehead si volta verso casa ma sente il rumore inconfondibile della metropolitana newyorkese. Nel saggio The Colossus of New York aveva scritto che in questa città “si vive ogni minuto come se si fosse in ritardo per l’ultimo treno”. Dà un ultimo sguardo alla sua città. Speriamo che il treno riparta presto, pensa. Si volta ed entra in casa.

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Paul Auster, lo scrittore simbolo di Brooklyn che insegue le coincidenze della vita https://minimaetmoralia.it/letteratura/paul-auster-lo-scrittore-simbolo-di-brooklyn-che-insegue-le-coincidenze-della-vita/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/paul-auster-lo-scrittore-simbolo-di-brooklyn-che-insegue-le-coincidenze-della-vita/#respond Tue, 01 Jun 2021 09:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48786 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone. 1980, Brooklyn. Paul Auster è seduto alla scrivania sotto due lampade accese. Le tende delle finestre sono chiuse giorno e notte. Preferisce scrivere sulla sua Olympia accanto alle decorazioni sulle tele che al muro di mattoni davanti casa. […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. L’illustrazione è di Pia Taccone.

1980, Brooklyn. Paul Auster è seduto alla scrivania sotto due lampade accese. Le tende delle finestre sono chiuse giorno e notte. Preferisce scrivere sulla sua Olympia accanto alle decorazioni sulle tele che al muro di mattoni davanti casa. Sospira. Sono ormai diversi anni che è tornato dalla Francia e ha pubblicato solo una raccolta di poesie. In Europa ha lavorato con la scrittrice Lydia Davis come critico e traduttore, hanno avuto la convinzione che la loro povertà fosse romantica fino a quando la situazione non è diventata disperata. Sono tornati negli Stati Uniti con nove dollari ma questo non ha evitato di sposarsi nel 1974 e di divorziare nel 1977.

Squilla il telefono, la voce di un uomo con un forte accento spagnolo chiede se quella fosse l’agenzia Pinkerton. Paul Auster dice di no e attacca. Lo stesso uomo richiama il giorno dopo e chiede di nuovo della stessa agenzia investigativa. Lui ribadisce che ha sbagliato numero ma subito dopo inizia a immaginare cosa sarebbe successo se avesse impersonificato un investigatore privato e si fosse offerto di occuparsi di un caso. Inizia, così, a scrivere la storia di uno scrittore solitario di nome Quinn che, in tre notti diverse, riceve una telefonata da un uomo che cerca “Paul Auster. Dell’agenzia investigativa Auster”.

Le prime due volte, Quinn dice semplicemente all’uomo che ha composto il numero sbagliato, ma la terza notte finge di essere Paul Auster, investigatore privato. Quello che segue è “City of Glass” la prima parte di The New York Trilogy (La trilogia di New York, Rizzoli, 1987 – Einaudi, 1996 trad. di Massimo Bocchiola) una antologia di tre romanzi brevi pubblicati dal 1985 al 1986 che hanno fanno conoscere Auster come un autore originale che oscilla tra tradizione e innovazione.  Trilogia di New York è ambientato in una città allucinata, in cui tutto si confonde e sfuma. La prima parte, ‘City of Glass’, è un thriller poliziesco e psicologico. “Ghosts” – la seconda storia – è l’inquietante storia di un uomo costretto a pedinare sé stesso. La parte conclusiva, “The Locked Room”, è l’autobiografia di un autore letterario scomparso. Jan Kjærstad, scrittore e critico norvegese, l’ha descritto come un “cristallo che rifrange la luce in colori che raramente sono stati visti prima”. L’Enciclopedia Treccani ha definito l’opera come una parodia postmoderna del romanzo poliziesco, la trilogia scardina le convenzioni del genere, mescolando echi della grande tradizione americana (N. Hawthorne, H. D. Thoreau, E. A. Poe, H. Melville) a suggestioni del nouveau roman, per costruire un universo, sia narrativo sia urbano, dominato dal caso.

Il romanzo ebbe un successo europeo prima che statunitense. Quando uscì in Inghilterra nel novembre 1987, la prima tiratura di cinquemila copie andò esaurita in una settimana ed è stato subito osannato in Francia. È stato meno celebrato nel suo paese d’origine, anche se la situazione è cambiata quando, a metà degli anni novanta, ha realizzato, con Wayne Wang, il film “Smoke”. Si cominciò allora a prestare maggiore attenzione ai suoi delicati e ponderati lavori come The Music of Chance (La musica del caso, Guanda, 1990 – Einaudi, 2009, trad. di Massimo Birattari) Leviatano (Leviatano, Guanda, 1995 – Einaudi, 2003, trad. di Eva Kampmann) e Mr. Vertigo (Mr. Vertigo, 1994 trad. di Susanna Basso)

Con i suoi vestiti neri e la sua esperienza nella poesia francese, il suo amore per Samuel Beckett e le incursioni nel cinema indipendente, Auster è diventato presto un intellettuale elegante ma accessibile, un tipo di scrittore d’avanguardia che abbraccia un pubblico mainstream. Insieme a Lou Reed e Woody Allen, è oggi uno dei simboli di New York, così tanto che hanno proposto a lui e alla seconda moglie – la scrittrice di origini norvegesi Siri Hustvedt – di girare uno spot pubblicitario per Gap ma lui ha rifiutato. “Non mi piace la pubblicità”, ha spiegato al the Guardian.

“Il risultato del suo lavoro è quello di costruire un’architettura narrativa tradizionale con interni decisamente moderni” dice Don DeLillo, autore newyorkese e grande di Paul Auster, talmente tanto che quest’ultimo gli ha dedicato “Leviathan”. Tra i due c’è una reciproca influenza letteraria, in “Mao II“, ad esempio, uno scrittore solitario afferma “anni fa pensavo che fosse possibile per un romanziere alterare la vita interiore della cultura. Ora i fabbricanti di bombe e gli uomini armati hanno conquistato quel territorio”; questa osservazione potrebbe essere il motto segreto di “Leviathan”, il libro inizia infatti con la notizia che un uomo di nome Benjamin Sachs, un romanziere, è stato fatto a pezzi da una bomba che stava assemblando.

Diversi sono i temi ricorrenti usati dall’autore americano (su wikipedia c’è perfino una lista) come l’ambientazione a Brooklyn, la presenza di uno scrittore ossessivo come personaggio centrale e l’assenza del padre ma quello più ricorrente nella sua vita come nelle sue opere è sicuramente “la coincidenza”. Questo tema è presente sia nei romanzi Moon Palace (Einaudi, 2007, trad. di Mario Biondi) The Music of Chance  e Leviathan che nella sua vita, tanto che Paul Auster ha raccolto nel libro Experiment In Truth (Esperimento di verità Einaudi, 2001, trad. di Massimo Bocchiola) e The Red Notebook (Il taccuino rosso, Einaudi 2013, trad. di Magiù Viardo) alcuni racconti dove il caso ha condizionato eventi realmente accaduti. Le storie riguardano incredibili coincidenze (avvenute sia all’autore che a suoi amici) che sbalordiscono il lettore. “Il caso fa parte della nostra realtà: siamo continuamente plasmati dalle forze della coincidenza, l’imprevisto si verifica con una regolarità quasi paralizzante in tutto le nostre vite” afferma Paul Auster in un’intervista su jstor.

Quando Paul Auster aveva cinquant’anni, e dopo aver sofferto alcuni periodi di cattiva salute, scrisse una serie di libri incentrati sul rapporto con la morte e i suoi fantasmi come Timbuktu (Einaudi, 1999, trad. di Massimo Bocchiola) The Book of Illusions, (Il libro delle illusioni, Einaudi, 2003, trad. di Massimo Bocchiola) e Oracle Night (La notte dell’oracolo, Einaudi, 2004, trad. di Massimo Bocchiola)

Durante i suoi sessanta anni, invece, Auster ha scritto del suo passato, sia nei suoi romanzi come Invisible (Einaudi, 2009, trad. di Massimo Bocchiola) che racconta la storia di uno studente della Columbia alla fine degli anni ’60 (Auster studiava lì propri in quel periodo) sia attraverso due saggi come Winter Journal (Diario d’inverno, Einaudi, 2012, trad. di Massimo Bocchiola) e Report from the Interior (Notizie dall’interno, Einaudi, 2013, trad. di Monica Pareschi) dove rievoca le sensazioni e gli avvenimenti della sua infanzia.

“Penso che quei due libri abbiano gettato le basi per il mio ultimo romanzo 4321(Einaudi, 2017, trad. di Cristiana Mennella)” dice al the Guardian e racconta nella stessa intervista che quando aveva invece quattordici anni, un ragazzo a pochi centimetri da lui fu ucciso colpito da un fulmine. “È qualcosa che non ho mai superato”, afferma “eravamo al campo estivo colti da una tempesta elettrica nel bosco. Qualcuno ha detto che dovevamo raggiungere una radura e dovevamo strisciare, in fila indiana, sotto una recinzione di filo spinato. Un fulmine colpì la recinzione mentre il ragazzo immediatamente avanti a me la stava oltrepassando. La mia testa era proprio vicino ai suoi piedi. Non mi resi conto che il ragazzo era morto sul colpo così l’ho trascinato nella radura”.

Se il fulmine fosse caduto solo pochi secondi dopo, sarebbe stato lui a morire. “Sono sempre stato ossessionato da quello che è successo, dalla sua totale casualità”, dice. “Penso che sia stato il giorno più importante della mia vita.” Un incidente simile si verifica nell’ultimo romanzo di Auster, 4321. Archie Ferguson, un tredicenne pieno di promesse, affascinato da The Catcher in the Rye di J.D. Salinger e dai suoi primi baci, corre sotto un albero durante una tempesta al campo estivo. Quando un fulmine lo colpisce e viene ucciso da un ramo che cade. Ma questo è il destino di solo uno dei quattro Archie Ferguson nel romanzo. La narrativa di Auster ha sempre esplorato i momenti in cui le vite, grazie al caso e alle circostanze, prendono direzioni diverse, e nel 4321 questa idea viene presentata nella sua forma più pura. Il romanzo inizia con la nascita di Ferguson il 3 marzo 1947 da Stanley, che gestisce un negozio di elettrodomestici a Newark, New Jersey, e Rose, che lavora per un fotografo. Quelle che seguono sono quattro versioni della storia di Ferguson. I quattro Archie hanno lo stesso punto di partenza (gli stessi genitori, gli stessi corpi e lo stesso materiale genetico) ma, mentre attraversano l’infanzia e l’adolescenza, prendono strade divergenti. Ogni Ferguson vive in una diversa città del New Jersey e ha una diversa configurazione di famiglia e amici. Man mano che le loro storie si svolgono in capitoli a rotazione, diventano persone sempre più distinte: si sente l’influenza del denaro, o la sua mancanza; divorzio; formazione scolastica; e tutti gli altri fattori che determinano le prime vite. Auster presenta quattro ritratti dettagliati dell’intensità della giovinezza – di imbarazzo e frustrazione, ma anche di passione per i libri, i film, lo sport, la politica e il sesso. Tutti gli Archie sono pieni di intelligenza e tutti sono aspiranti scrittori. Tutti si innamorano dell’accattivante Amy Schneiderman, anche se ogni relazione si svolge in modo diverso. Un Ferguson ha un incidente d’auto e perde le dita, uno è bisessuale, un altro ha un amico che muore improvvisamente.  Paul Auster lo descrive come il “romanzo più realistico che abbia scritto”. Ha iniziato a scrivere 4321 all’età di 66 anni, l’età in cui suo padre è morto improvvisamente. Il pensiero che anche lui potesse morire lo fece lavorare in fretta, finendo il romanzo di 866 pagine in tre anni e mezzo invece dei cinque previsti.

Paul Auster oggi ha pubblicato diciotto romanzi più diversi libri di poesia, saggistica e opere cinematografiche come SmokeBlue in the Face e Lulu on the Bridge. Vive in un bell’edificio in pietra calcarea di inizio secolo, il tipo di casa a schiera che rende Park Slope uno dei migliori quartieri di Brooklyn. L’appartamento è al terzo piano ed ha finiture in legno e soffitti alti. L’autore ama sedersi sulla sua poltrona a raccontare storie agli amici o parenti. Racconta spesso che ha iniziato a fare lo scrittore il giorno in cui, all’età di otto anni, incontrò il suo eroe del baseball Willie Mays a una partita dei New York Giants e, raccogliendo tutto il suo coraggio, gli chiese un autografo. Ma né suo padre né sua madre avevano una matita, e alla fine il giocatore scrollò le spalle e se ne andò. Auster era disperato e da quel giorno – così ha dichiarato al Columbia Magazine  – non uscì più di casa senza una matita: “Se hai una matita in tasca, c’è una buona probabilità che un giorno inizierai ad usarla.” Ma la storia che preferisce è su una chiamata avuta dopo il successo di Trilogia di New York, quando al telefono una voce con un forte accento spagnolo ha chiesto del signor Quinn. “Ho pensato che fosse una specie di scherzo” racconta al New York Times  “Niente affatto – l’uomo era serio. Così ho preso il mio taccuino. Poteva trasformarsi in una buona storia”

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Jennifer Egan voleva rubare un portafoglio a New York e invece ha scritto un Pulitzer https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/jennifer-egan-voleva-rubare-un-portafoglio-a-new-york-e-invece-ha-scritto-un-pulitzer/#comments Fri, 23 Apr 2021 12:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48442 Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo. New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito su La voce di New York, che ringraziamo.

New York 2006. Tarda sera. Jennifer Egan inspira a fondo, apre la porta del ristorante ed entra nella penombra e nel brusio. Nell’aria c’è odore di pesce alla piastra e di vestiti bagnati. Vede la madre al tavolo e la raggiunge subito. È stanca e ha bisogno di una serata con lei per sfogarsi. Le racconta del suo ex Steve Jobs che ha un tumore al pancreas, delle difficoltà di pagare il mutuo della casa acquistata in Fort Greene Brooklyn nel 2000, della convivenza con il marito – il direttore teatrale David Herskovits – e i due figli Raoul (5 anni) e Manu (3), e soprattutto di quanta fatica facesse per scrivere un libro storico su New York (quello che sarebbe poi diventato Manhattan Beach). Aveva trascorso tutta la giornata in biblioteca e non era riuscita a ricavarne nulla; più faceva ricerche sul libro, più rimandava a scriverlo facendo nuove ricerche. Aveva una scaletta ben precisa, ma stava andando tutto a rotoli.

In una pausa va nel bagno delle donne dove rimane a fissare prima il suo volto stanco, poi nota un portafoglio che spunta dalla borsa di una donna. “Ho pensato che sarebbe stato facilissimo allungare la mano e prenderlo. Mi sono connessa con la prospettiva della persona che ruba”, spiega l’autrice su Entertainment Weekly “E ho pensato, domani inizierò a scrivere di questo e vediamo cosa succede”. Questa scena è diventata il primo capitolo di A Visit From the Goon Squad (Il tempo è un bastardo minimum fax, 2011 traduzione di Matteo Colombo) vincitore del Premio Pulitzer 2011, il libro ha vinto anche il National Book Critics Circle Award per la narrativa nel 2010, ha ricevuto recensioni positive dalla critica ed è apparso in molte liste dei migliori romanzi degli anni 2010.

La Egan aveva intenzione di scrivere solo un racconto su Sasha, una cleptomane che ha un appuntamento con un uomo di nome Alex, che è nuovo in città ed è stupito quando più tardi scopre che la ragazza ha una vasca da bagno nella sua cucina (come si usava a New York negli anni ‘70). Dopo aver scritto il racconto, ha iniziato a pensare a come potesse essere Bennie Salazar, il capo di Sasha e dirigente discografico e ha scritto anche una storia su di lui. E poi una terza storia e una quarta. Seguendo solo la sua curiosità ha scritto un romanzo di racconti intrecciati su Sasha, Benniee e altri personaggi, che, man mano che invecchiano, cambiano la loro vita in direzioni impreviste. Le storie si spostano avanti e indietro nel tempo dagli anni ‘70 al presente e al prossimo futuro (c’è un capitolo futurista creato solo come una presentazione in PowerPoint). Molte delle storie si svolgono a New York e dintorni, anche se altre ambientazioni includono San Francisco, Napoli e un safari in Kenya.

“Volevo evitare la centralità. Volevo la polifonia. Volevo una sensazione laterale, non una in avanti. Le mie regole di base erano: ogni pezzo deve essere molto diverso dagli altri e avere un punto di vista nuovo – racconta l’autrice su BOMB Magazine – Per me il tempo non è lineare. Una cosa che facilita questo tipo di viaggio nel tempo è la musica, ecco perché io penso che la musica abbia finito per essere una parte così importante del libro. Inoltre, stavo leggendo Proust. Lui cerca, con grande successo, di catturare il senso del tempo che passa, la qualità della coscienza e i modi per aggirare la linearità”.

Jennifer Egan è conosciuta soprattutto per la sua immaginazione (quasi preveggente) e per l’ingegnosità delle sue costruzioni letterarie fuori dagli schemi. Goon Squad è una meditazione proustiana sulla musica rock e sul tempo perduto che attraversa il passato, il presente e il futuro, cambiando protagonisti e voci a ogni capitolo. The Keep (La fortezza minimum fax, 2014 traduzione di Martina Testa ) è una favola neogotica di tecnologia e paranoia ambientata in un castello dell’Europa orientale. Black Box (Scatola nera minimum fax, 2013 traduzione di Matteo Colombo) è una spy story nata per essere pubblicata su Twitter, ossia scandita in singoli tweet (brevi porzioni di testo non più lunghe di 140 caratteri).

Delle volte è sembrato addirittura che Jennifer Egan fosse in grado di predire il futuro. Nell’ultimo capitolo di Goon Squad, che è stato pubblicato nell’era dell’iPhone, ma scritto principalmente prima che arrivasse sul mercato, ha introdotto lo Starfish, un telefono touch-screen per bambini (due genitori discutono su quando permettere alla figlia di usarne uno, forse la prima rappresentazione in letteratura di quella battaglia persa.) Per il suo secondo romanzo, Look at Me (Guardami minimum fax, 2012 traduzione di Matteo Colombo e Martina Testa), ha inventato una piattaforma di social-media dove persone normali si sottopongono alla sorveglianza continua della webcam (“survivor” era uscito l’anno precedente). Uno dei personaggi principali di Look at Me è Z., un terrorista libanese che insegna matematica al liceo nel Midwest mentre organizza un attacco contro gli Stati Uniti. Egan ha lavorato al libro per sei anni e mancava solo una settimana alla pubblicazione quando le torri del World Trade Center furono colpite. Gli agenti dell’F.B.I. consultati dalla scrittrice le avevano detto che il terrorista medio era giovane, insensibile, abbastanza inetto. Ma lei ha reso Z. un poliglotta ben istruito e sofisticato, integrato nella cultura che sogna di distruggere, proprio come, si è scoperto, i principali dirottatori dell’11 settembre.

Jennifer Egan ha replicato al The New Yorker che tutte quelle erano soltanto “facili previsioni dovute all’energia della logica” ( definizione di Jane Smiley che consiste di canalare il presente verso una serie di possibili futuri). Con Manhattan Beach (Mondadori, 2018 traduzione di Giovanna Granato) il suo ultimo romanzo – quello che stava scrivendo quando ha incontrato nel bagno del ristorante la donna con il portafoglio – l’autrice americana rovescia ogni aspettativa e presenta al lettore un romanzo storico dove la protagonista – la diciannovenne Anna –  cerca di scoprire la verità su suo padre all’interno di un mondo popolato da criminali, marinai, sommozzatori, banchieri aristocratici e uomini del sindacato. La National Book Foundation ha inserito il libro nella lista del National Book Award 2017 nella categoria Fiction. La rivista Time lo ha selezionato come uno dei suoi dieci migliori romanzi del 2017.

Jennifer Egan non ha sempre voluto fare la scrittrice. Quando era ragazza viveva a San Francisco e il suo obbiettivo di allora era solo quello di partire per un anno sabbatico in giro per l’Europa prima dell’università (immaginava di fare archeologia). Per recuperare i soldi per il viaggio lavorò in un bar e anche come modella. “Sapevo com’era stare di fronte a una telecamera, sapevo cosa significa essere mercificata – ha detto Egan – ed è uno strano mix tra la denigrazione e l’esaltazione”. In Europa però, in una stanza sterile di un ostello a Reims, ha avuto il primo di quelli che ora identifica come attacchi di panico, ma che all’epoca credeva fossero flashback dell’LSD. Li chiamava The Terror e pensava che stesse impazzendo. “Ero sola ed ero impaurita – ricorda – l’unica cosa che facevo era tenere un diario segreto, scrivere era l’unica cosa che mi faceva stare bene e in quel momento ho deciso che sarei stata una scrittrice”.

L’autrice tornò in America e studiò letteratura, innamorandosi di William Faulkner, Ken Kesey e John Fowles. A una cena a San Francisco, l’estate dopo il suo secondo anno, Egan ha avuto una conversazione con un uomo che le ha detto che lavorava ai computer Apple. “Continuavo a chiedergli: ‘Cosa fai esattamente?’ E lui rispondeva genericamente – ha detto l’autrice americana – poiché sembrava così giovane, ho pensato che stesse cercando di nascondere il fatto che aveva un lavoro precario o umile”.

Era Steve Jobs. Aveva ventotto anni ed era già famoso. “Steve era fondamentalmente una persona timida che era costantemente al centro dell’attenzione. Penso che gli piacessi perché non avevo idea di chi fosse”. I due sono usciti insieme per un anno. Facevano lunghe discussioni sulla presunta contraddizione di Steve tra la sua devozione alla filosofia buddista e il suo obbiettivo di convincere la gente a comprare computer. “È stato molto divertente averlo così innamorato di me – ha detto – Lo chiamavo nel suo ufficio dalla biblioteca e, qualunque cosa stesse facendo, veniva sempre al telefono. Ho trovato esilarante che avesse questa gigantesca azienda legata a lui. Sembrava incredibilmente travolgente, ma anche divertente”. Quando le disse che valeva centinaia di milioni di dollari, lei scoppiò a ridere. “Era pazzesco!”

La relazione finì quando Steve Jobs propose il matrimonio, una formalità, in un certo senso, poiché sapeva che lei avrebbe rifiutato. “Ammetto che ci sono stati momenti in cui mi sono sentita oscurata da lui”, ha detto la Egan. “Non dal fatto che fosse una specie di star, se vuoi. Ma di più quando parlava di andare alla Casa Bianca e di essere amichevole con le persone nell’amministrazione Reagan, e di avere conversazioni sul potere e sulla diplomazia. Mi sono sentita davvero sminuita da questo. Tipo, ho sentito, Oh, mio Dio, non sono niente. Niente di quello che faccio è importante”.

Dopo il college, Egan è andata a Cambridge con una borsa di studio in inglese. Un’amica del liceo l’aveva avvertita di evitare un suo orribile ex fidanzato, David Herskovits, che studiava classici in quella stessa scuola. Ma qualcosa nella descrizione dell’amica ha stuzzicato la sua curiosità così si è presentata all’improvviso nella stanza di Herskovits per il loro primo incontro. “Era mezzogiorno e si stava radendo, e c’erano ancora i resti di una cena – ha ricordato – Mi sono resa conto di averlo capito completamente già in quei primi quindici minuti: ama dormire fino a tardi, ama intrattenere, è un cuoco straordinario. È una persona così gioiosa, celebrativa, raffinata”.

Nell’autunno del 1987 i due si trasferirono nell’Upper West Side di New York e si sposarono nel 1994. L’anno dopo venne pubblicato il primo romanzo The Invisible Circus (La figlia dei fiori, Piemme, 2003 traduzione di Vincenzo D’Antonio) di Jennifer Egan che raccontava la storia di Phoebe, una diciottenne sensibile e smarrita che si imbarca in un viaggio in Europa per scoprire il motivo del suicidio della sua sorella maggiore (nel 2001 hanno tratto un film con Cameron Diaz).

L’autrice americana oggi vive a Clinton Hill in Brooklyn, lavora tutti i giorni scrivendo a mano seduta su una poltrona Ikea nel suo ufficio, o, quando il tempo è bello, su una poltrona reclinabile Zero Gravity che lei ha installato sotto l’albero di magnolia nel suo cortile. Immagina di avere ancora venti anni di buona scrittura e ha un piano per scrivere altri sette libri. Il prossimo utilizzerà le stesse idee strutturali di Goon Squad e alcuni dei personaggi. Poi vuole scrivere un romanzo tratto da Manhattan Beach, seguendo il figlio di Anna Kerrigan negli anni Sessanta. Ha una scaletta ben precisa, ma chissà se in un bagno o in qualunque altro luogo si soffermerà su un particolare per creare una storia completamente nuova.

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La Olivetti Lettera 32 di Charles D’Ambrosio https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-olivetti-lettera-32-charles-dambrosio/#respond Wed, 05 Apr 2017 13:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34089 di Michele Crescenzo

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto "Drummond e figlio". Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato.

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(fonte immagine)

Olivetti Lettera 32. È proprio quella che Charles D’Ambrosio usa quando lavora a una nuova storia. La stessa macchina da scrivere che riparano i protagonisti del suo racconto “Drummond e figlio”. Certo, utilizza anche il computer. Comincia da lì, segna qualche frase, appunta idee. Ma quando inizia a scrivere per davvero, il computer non è lo strumento adatto. È troppo ordinato, impostato. Usare un foglio word è come scrivere giù nel vuoto, un vuoto smisurato[1].

Quando si sbaglia basta premere il tasto “Canc” per far ricomparire una riga bianca. Con la sua Olivetti Lettera 32 no. Con lei bisogna sfilare il foglio A4 e cancellare con la penna, scrivere appunti di lato, incurvare le parole per il poco spazio, evidenziandole, ricalcandole, ignorando gli errori ortografici e tutta quella roba che il computer esegue per noi, che è sia fastidioso che scostante[2].

Quando le annotazioni diventano troppe, prende un altro foglio e ricomincia da capo. Riscrivendo tutti i periodi, ripensando all’uso e al suono di quelle  parole.

Questo è il lungo e analitico lavoro di riscrittura di Charles D’Ambrosio che rende la sua prosa densa e precisa. Il Seattle Time l’ha definita fluida, addirittura insinuante. Una frase segue l’altra con un ritmo irrefrenabile che sembra imitare la logica alterata della follia, i piccoli passi e le svolte improvvise che portano la gente dai viali illuminati ai vicoli bui[3].

Charles, D’Ambrosio, cresciuto a Seattle ma che vive a Portland, scrive solo racconti. Quasi tutti apparsi in testate come The New Yorker, The Stranger, The Paris ReviewZoetrope All-StoryForse è perché nel racconto sento tutto dentro di me in una sola volta. Come una fiamma. Un romanzo ha bisogno di un respiro più ampio, di una strutturata mappatura della storia, un’analisi precisa. Io non sono così. A me piacciono i particolari, rincorro un’idea in senso concettuale, come un’immagine che galleggia fuori là all’orizzonte, non so cosa significhi ma io la inseguo, non avendo idea di cosa effettivamente succederà. Questo con un romanzo è impossibile.[4]

I personaggi dei suoi racconti sono falegnami sul set di un film porno, uno sceneggiatore di successo finito in un ospedale psichiatrico, un ragazzo malinconico che cuoce due patate al forno e le porta con sé in una notte di neve per condividerle, infine, con un perfetto sconosciuto. Tutti hanno una ferita, causata da amori finiti male, lutti prematuri, famiglie poco presenti, ma vengono raccontati quasi sempre quando è ormai cicatrizzata. Quando il dolore è consuetudine. In questo modo D’Ambrosio porta agli occhi del lettore storie di personaggi che si muovono ai bordi di un fallimento o di una sofferenza con un inconsueto equilibrio. Come un tavolo con tre gambe che non cade mai.

Nel 1995 è stata pubblicata, negli Stati Uniti, la sua prima raccolta, The Point. “La punta”, titolo di un racconto che mostra l’America ferita del dopo-Vietnam attraverso gli occhi di un tredicenne che ha l’inusuale compito di riaccompagnare a casa amici della madre, troppo ubriachi dopo le feste. A differenza dell’editore americano, minimum fax, nel 2008, ha deciso di intitolare questa raccolta “Il suo vero nome” , rendendo omaggio a un altro racconto, la storia di un viaggio tra due sconosciuti. Un amore inaspettato, intenso e tragico. Il New York Times ha affermato che il finale di questo racconto è uno dei più memorabili della narrativa recente.

Nel 2006 minimum fax ha pubblicato la  seconda raccolta ” Il museo dei pesci morti”. Termine  usato da un personaggio del racconto omonimo per indicare la parola “frigorifero” perché, essendo un immigrato salvadoregno,  non riesce a pronunciare bene quella parola in inglese.

È questa l’America raccontata da Charles D’Ambrosio,  marginale e malconcia, che, per motivi diversi, chiama le cose con altri nomi, attribuendogli valori inaspettati. Amore, lavoro e famiglia acquisiscono nuovi significati, definizioni costruite dal loro contesto. Proprio come l’ Olivetti Lettera 32, per tanti rappresenta solo il residuo di un tempo passato, un oggetto lasciato a impolverarsi in qualche casa arredata in stile retrò, ma per l’autore è un insostituibile compagno di scrittura.

[1] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[2] http://quarterlyconversation.com/the-charles-dambrosio-interview

[3] http://www.minimumfax.com/libri/scheda_libro/82

[4] http://www.bookslut.com/features/2006_07_009377.php

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