Nadia Terranova, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/nadiaterranova/ un blog di approfondimento culturale Mon, 27 May 2019 21:37:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nadia Terranova, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/nadiaterranova/ 32 32 La felicità di far libri, secondo Leonardo Sciascia https://minimaetmoralia.it/libri/la-felicita-far-libri-secondo-leonardo-sciascia/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-felicita-far-libri-secondo-leonardo-sciascia/#comments Tue, 28 May 2019 06:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40330 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Foglio, che ringraziamo. Fonte immagine.

Immaginate, accanto al duomo o in qualunque altro luogo nella cerchia dei bastioni, una roccia scoscesa e brulla che porta al mare; immaginatela lavica e ricoperta di piante escrescenti che offrono frutti gialli e arancioni; immaginate i fichidindia nel centro di Milano: polposi, colorati, nutriti da un sole che non picchia.

Ora pensate a Palermo nel 1969, con tutta la sua energia e tutta la sua ingovernabilità, pensate al caos, al brusio, alla mafia, ai dislivelli sociali, all’irriducibilità delle strade e dei quartieri. Pensate a un fotografo e a sua moglie, a un antropologo, a uno scrittore, a questi quattro amici che decidono di aprire una casa editrice e seguire una follia: investire in cultura. Fra loro – Enzo ed Elvira Sellerio, Antonino Buttitta, Leonardo Sciascia – è quest’ultimo a sfidare la similitudine che bisogna darsi l’ardire di capovolgere: “fare libri a Palermo è come coltivare fichidindia a Milano”.

Allora, quell’anno, mentre Palermo si rivoluzionava, da qualche parte a Milano dev’essere spuntato il primo ficodindia; sì, dev’essere andata senz’altro in questo modo, perché tutto è possibile quando ci sono la volontà, le idee, il talento e soprattutto la disperazione, senza disperazione non si fa nulla e nella Palermo disperata del 1969 nacque tutto. Di quella casa nata fra amici e diventata la madre degli eleganti volumi della collana “La memoria”, volumi che tutti presero a voler sfoggiare (“divenne anche di moda, e basta, per accorgersene, sfogliare una rivista di arredamento dell’epoca, in cui se c’era da mostrare una libreria, un divano, volentieri l’oggetto destinato a simboleggiare quotidiano buon gusto era costituito da uno di quei libretti blu”, scrive Maurizio Barbato), Sciascia fu per vent’anni, fino alla morte, oltre che fondatore, reinventore delle pratiche editoriali.

“Consulente” sarebbe come minimo riduttivo e Salvatore Silvano Nigro usa invece l’espressione corretta, “editore in casa Sellerio”, per presentare la ripubblicazione del volume Leonardo Sciascia scrittore editore ovvero La felicità di far libri. Tornato dopo sedici anni sugli scaffali, non è un semplice tracciato del lavoro di Sciascia,è la sua biografia editoriale: contiene i risvolti di copertina, le schede, le introduzioni ai brani delle antologie da lui ideate e curate. Risponde alla domanda su quanti e quali siano i suoi libri, se quelli che ha scritto, quelli che ha curato, quelli che ha scoperto, quelli che ha antologizzato, e la risposta è: tutti, pure quelli che non ha pubblicato.

La gabbia grafica della pagina di presentazione è stata la sua palestra di scrittura, quella dove poté esercitare, nella costrizione della brevità, la densità e la seduzione di una passione erudita, e come avviene agli scrittori che vivono lavorando in mezzo ai libri, gli scrittori che fanno del leggere un mestiere, il confine fra i propri e gli altrui presto non dovette esistere più; questo pubblicato da Sellerio è un volume postumo di Sciascia, un suo longseller, secondo la definizione che ne diede Giorgio Manganelli: un testo che torna in pista e al secondo giro lascia tutti senza fiato.

“Sciascia i libri li pensava vestiti”, scrive Silvano Nigro, e qui c’è l’armadio di abiti e soprabiti, di paltò e completi da lavoro o da cerimonia con cui la sfida dei Sellerio andava in libreria. Intanto i fichidindia, a Milano, dovevano diventare ogni mese più fitti.

Aprendo quell’armadio, bisogna mettersi seduti e cercare con pazienza i fili rossi. Innanzitutto troviamo Don Lisander, eterna ossessione sciasciana: il tributo ad Alessandro Manzoni passa per il risvolto della Storia della colonna infame, un testo conosciuto “da non più di uno su cento italiani mediamente colti” (era il 1981, non voglio pensare alla media attuale), e poi per quello della Sentenza memorabile, dello stesso Sciascia – che, come Pavese e altri scrittori-editori, praticava l’arte dell’autorisvolto, il luogo dove finisce l’indicazione che dalle pagine è rimasta fuori ma bisogna a tutti i costi conoscere, per esempio che all’autore piace sempre più pubblicare libri come questo, perché “a un certo punto della vita si vuole essere in pochi”, pochi come i venticinque lettori manzoniani (“mantengo la cifra non per immodestia, ma tenendo conto della onnipresente inflazione”).

Secondo filo rosso: le illuminazioni. Quasi sempre, nelle bandelle che Sciascia dapprima scriveva da sé e poi, col passare del tempo, supervisionava ricevendole dai redattori, compare un paragone insospettato, una definizione tagliente che da quel momento si farà indelebile. Quasi sempre, l’intuizione arriva nelle ultime righe: Maria Messina è “una Mansfield siciliana”, Luisa Adorno sfoggia “un brio da far pensare a certe pagine di Brancati”, Domenico Campana coniuga Hawthorne con una metafora “siciliana, gattopardesca”.

In queste brevi schede, piene di briosità, di colta inventiva, gli scrittori siciliani diventano poliglotti, perché Sciascia li inserisce in una tradizione più ampia, grande quanto un continente. Nei risvolti di Sciascia, la Sicilia entra in Europa e l’Europa entra in Sicilia (“una sensibilità più radicalmente europeo-continentale di Sciascia è difficile da immaginare”, scrive ancora Barbato), le frontiere temporali sono abbattute, sono tutti coevi, i contemporanei e i classici.

Alcuni esempi: Le storie del castello di Trezza svelano un Giovanni Verga diverso dalla sua immagine scolastica e ne mettono a nudo l’anima gotica, per cui meritano una nota “estrosa e precisa” di Vincenzo Consolo; Il romanzo e le idee, saggio polemico di Mary McCarthy, è manchevole secondo Sciascia di due esempi, da lui aggiunti nel risvolto, Il Gattopardo e Il nome della rosa; Il villaggio di Stepàcinkovo di Fjòdor Dostojevskij, per raccontare il quale servono il manzoniano “Carneade! Chi era costui?” e lo sciasciano “Fomà Fomíč! Chi era costui?”, nonostante sia un libro del 1859 viene presentato come attuale, da leggersi “nella chiave del senno del poi, a fronte degli avvenimenti tragicamente grotteschi o grottescamente tragici che l’intolleranza ha generato dal suo secolo al nostro”. È messa in minoranza la letteratura statunitense, da cui Sciascia si sentiva ed era lontano, e quando si tratta di accompagnare un libro come quello di Anita Loos, I signori preferiscono le bionde. Ma… i signori sposano le brune la sfida si fa più alta, così oltre al mito cinematografico bisogna tirar fuori un’interpretazione marxista, le lodi di Joyce e il giudizio di Santayana: “il miglior libro di filosofia scritto da un americano”.

Producendo lo stesso effetto straniante, lo stesso capovolgimento, Sciascia definisce Kermesse, il suo libro sui proverbi siciliani (“Occhio di capra: domani piove”), un lavoro scientifico, “di quella scienza certa che è l’amore al luogo in cui si è nati, alle persone, alla cose, alle parole di cui la nostra vita, nell’infanzia e nell’adolescenza, si è intrisa”. Infine, il terzo filo rosso del lavoro editoriale della Sellerio di Leonardo Sciascia: la capacità di indovinare i cassetti giusti. L’esempio più famoso di un inedito sospettato e tirato fuori a forza dalla casa editrice è Diceria dell’untore, l’esordio tardivo di Gesualdo Bufalino (l’autore dichiarò poi che con un po’ di fortuna, continuando a nascondersi, avrebbe potuto andargli ancora meglio ed esordire postumo).

Bufalino, “professore a Comiso, oggi sessantenne”, apparteneva alla genia di scrittori schivi, refrattari o indifferenti alla pubblicazione ma non privi di segreta vanità a cui apparteneva anche il messinese Eugenio Vitarelli, di cui Sciascia pubblicò nel 1983 il romanzo Placida, presentando così l’opera e l’autore: “Conosco Vitarelli da trent’anni. E certamente da più di trent’anni Vitarelli scrive. Assiduamente, regolarmente, giorno dopo giorno: e senza l’assillo di pubblicare, forse anzi senza nemmeno la voglia. Per il piacere di scrivere, di raccontare, di raccontarsi. Non so che cosa ci sia nei suoi cassetti, né so se nell’ordine del tempo questo racconto si appartiene alle prime cose o alle ultime. Lontane, lontanissime sono nella nostra vita le cose che racconta: ma è come se improvvisamente irrompessero nel fuoco di una lente, da confuse e lontane a farli vicine, nitide, precise”.

Infine, le antologie: Delle cose di Sicilia, un progetto curato dal 1980 al 1986 che raccoglie testi inediti o rari di fonti storiche sull’isola, o La noia e l’offesa. Il fascismo e gli scrittori siciliani, di nuovo una visione del mondo, della Storia, dell’isola. Sono di Sciascia pure le curatele mai compiute, quelle che non riuscì a portare a termine per naufragio della tesi, come l’antologia sulle donne nella letteratura siciliana. Ne aveva individuato i tipi che avrebbero nominato i capitoli: la madre, la sorella, la lupa, e infine una galleria di personaggi femminili che fossero leggiadri e vitali, pieni di volontà e desiderio – questi ultimi non riuscì a trovarli, perlomeno non abbastanza da riempire un’intera sezione, tanto che dovette ricorrere, per indicarli, a una russa, la Natascia di Guerra e pace.

Niente Natasce siciliane, niente antologia: un vuoto significativo, che non si poteva mostrare senza dibatterne, e ancora adesso lascia in sospeso più di una domanda. Un vuoto che fece decadere il progetto, ma continua a indicare un altro libro sciasciano, quello che oggi rimane da scrivere.

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Pranzi di famiglia, il nuovo romanzo di Romana Petri https://minimaetmoralia.it/libri/pranzi-famiglia-romanzo-romana-petri/ https://minimaetmoralia.it/libri/pranzi-famiglia-romanzo-romana-petri/#respond Wed, 13 Mar 2019 08:09:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39725 Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.

Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso. Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Ci sono, in certi romanzi, personaggi che si impongono con una forza tale da stare stretti dentro i confini del libro dentro cui sono nati: è così che vengono fuori nuove storie da costole delle precedenti, testi che raddoppiano se letti insieme ma capaci anche di vita autonoma.

Dalla lettura di Ovunque io sia restava Maria do Ceu, spigolosa madre di tre figli e attaccata alla primogenita, Rita, nata con una malformazione al viso. Adesso Romana Petri torna con un nuovo romanzo, sempre di ambientazione portoghese, scegliendo di raccontarla ancora, stavolta non sulla scena ma per sottrazione, attraverso gli effetti della sua morte e gli avvenimenti che scatena.

Pranzi di famiglia si apre così, con Maria che muore il quindici novembre, al mattino presto, in ospedale, senza un familiare accanto; non è presente nessuno dei suoi figli, che pure si davano il cambio per non lasciarla sola. C’è soltanto un’infermiera che registra l’evento con freddezza: mancanza di ossigeno, sussulti, il decesso. In pochi minuti e nel giro di poche righe Maria do Ceu non c’è più, ed è allora che comincia a esserci, con la sua ombra lunga che si allunga sulle vicende degli altri.

Pranzi di famiglia entra nella tradizione dei romanzi che si aprono con la morte del patriarca (o della matriarca, come Teresa Uzeda di Francalanza che scompare all’inizio dei Viceré) e raccontano cosa accade quando una colonna cade giù smettendo di sorreggere quello che c’era da sorreggere e di nascondere quello che c’era da nascondere. Che ne sarà di Rita, “una ragazza di trent’anni sempre furibonda, con quei nervi tanto a pezzi che per farli saltare in aria bastava niente”, minuscola cavalletta di quaranta chili scarsi capace di diventare tutta bocca, tutta un unico urlo?

Rita è la figlia che ha vissuto perché era la madre a tenerla attaccata alla vita, il suo viso deforme è stato tenacemente “riparato” da quindici operazioni a cranio aperto e lei è cresciuta odiando i normali, i sani, a partire dalla sorella Joana, bellissima e corteggiata dai ragazzi (ma li avrebbe volentieri dati tutti a Rita, per sedare il senso di colpa di non essere lei la malata).

Intanto l’altro figlio, Vasco, di fronte alla morte resta paralizzato dal tempo che non ha passato insieme alla madre, un tempo che improvvisamente pesa come sempre pesano i giorni mancati.Infine c’è Tiago, il padre di tutti e tre, sposato con Marta, la donna per la quale ha abbandonato la famiglia: quando compie sessantacinque anni è lei a voler chiamare per invitarli a pranzo, e “come per ogni compleanno, tutti vennero colti da una strana febbre che costruiva e distruggeva insieme.”

Romana Petri sa guardare dentro le famiglie e raccontarle come labirinti dentro cui si perdono tutti, nessuno escluso; è una scrittrice che conosce ogni particolare dei personaggi che crea e li rende credibili, vivi, con la serrata eleganza di una scrittura che nasce insieme ai fatti e da quelli procede per fare i conti con i segreti e la memoria.

Pranzi di famiglia è un romanzo irresistibile per l’intimità che costruisce con i personaggi e l’esattezza con cui incastra corpi, luoghi e desideri, seguendo il ritmo misterioso degli appuntamenti a tavola, quelli in cui le famiglie dovrebbero svelarsi tutto e finiscono per non confessarsi nulla rimandando al prossimo pasto, e poi al prossimo ancora. Tutto ciò che sappiamo della verità è che dobbiamo ancora dircela, sottintende ogni capitolo, ma intanto “è bello mangiare tutti insieme. Non sai mai di chi stai masticando i pensieri.”

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“Resoconto” di Rachel Cusk https://minimaetmoralia.it/letteratura/resoconto-rachel-cusk/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/resoconto-rachel-cusk/#respond Mon, 07 Jan 2019 08:58:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=39102 di Nadia Terranova In quasi tutte le pagine della mia copia di Resoconto di Rachel Cusk, pubblicato in Italia da Einaudi Stile Libero nella traduzione di Anna Nadotti, c’è una sottolineatura, almeno all’inizio, perché poi via via ho smesso di prendere in mano la matita ogni dieci secondi. Semplicemente, ho capito il gioco: tutto mi […]

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di Nadia Terranova

In quasi tutte le pagine della mia copia di Resoconto di Rachel Cusk, pubblicato in Italia da Einaudi Stile Libero nella traduzione di Anna Nadotti, c’è una sottolineatura, almeno all’inizio, perché poi via via ho smesso di prendere in mano la matita ogni dieci secondi. Semplicemente, ho capito il gioco: tutto mi avrebbe colpito, ogni pagina mi avrebbe ricordato una situazione che mi era capitata, una persona che avevo incontrato. Tuttavia, al momento di scegliere una citazione, una soltanto, magari per aprire questo articolo, nessuna fra le mille mi sarebbe venuta in soccorso.

Per scoprire perché, bisogna cercare di capire cosa ha scritto Cusk, come ha lavorato in quel romanzo puro (altro che antiromanzo) che è Resoconto. E perché l’apparente contraddizione tra ipercitabilità e grado zero della citabilità sia una caratteristica organica, e non un limite del libro.

La trama di Resoconto è semplice: una scrittrice va ad Atene per tenere un seminario di scrittura. Fin dall’aereo conosciamo di lei soprattutto le conversazioni, ciò che gli altri le raccontano. La voce che narra questa storia è reticente su sé stessa, salvo brevi illuminazioni, lampi che aprono sipari sulla sua vita, arrivata a uno snodo classico dell’età adulta: una lunga relazione alle spalle che lascia una certa durezza legata anche alla consapevolezza di non voler essere, per il momento e forse mai più, la metà di qualcuno. E intanto, intorno: altri matrimoni che naufragano, altri matrimoni che invece riescono, scrittori che si appigliano alla scrittura, la scrittura che non salva, una città caldissima e viva, il mare che quando vuole si prende tutta la pagina – la scrittrice nuota, e poi torna in barca e sente il suo corpo, quel corpo del quale sappiamo così poco, esplodere in mille pezzi e in mille direzioni. La voce narrante di Resoconto sta parlando al lettore da un luogo preciso, da quel momento della vita che segue l’esplosione che te l’ha mandata in frantumi. Dopo il botto, puoi fare due cose: morire o rinascere, e in entrambi i casi devi sparire. In entrambi i casi, “rimane la tua verità – qualunque cosa sia accaduta. Non aver paura di guardarla.” (Alla fine, una citazione l’ho scelta).

Sparire, dicevamo. Ci sono scrittori che per raccontare chi sono scelgono di farlo, per arrivare in profondità vogliono farsi superficie, la loro pelle e le loro orecchie diventano sismografi, la scrittura sembra un registratore tenuto sempre acceso. Sembra: perché scrivere è già filtrare e la presa diretta è una finzione come le altre. In questo gioco, Rachel Cusk in Resoconto è stata la più brava di tutti, è stata straordinaria: per dire “io” dice quello che gli altri dicono di loro stessi e qualche volta di lei. La sua protagonista è una voce-orecchio, un setaccio di conversazioni, un monocolo sulle persone che incontra, a volte sui luoghi. Gli altri le parlano e per quasi tutto il libro lei racconta cosa dicono: la prima persona non è mai stata così sublime, così raffinata. Gli altri dicono molte cose vere, quasi tutte da sottolineare e nessuna veramente geniale: così è la vita, anche la nostra. Il sismografo Cusk raccoglie segreti, vicende, considerazioni: tutto è dolorosamente autentico e niente è indimenticabile. Così, proprio così è la vita.

Sbaglia chi dice che Resoconto segna la morte del romanzo, anche se vuole fargli un complimento: ogni volta che il romanzo muore vuol dire che è più vivo che mai, talmente vivo che qualcuno non l’ha riconosciuto.

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Libri da leggere e voci da ascoltare: “Una bambina da non frequentare” di Irmgard Keun https://minimaetmoralia.it/letteratura/libri-leggere-voci-ascoltare-bambina-non-frequentare-irmgard-keun/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/libri-leggere-voci-ascoltare-bambina-non-frequentare-irmgard-keun/#respond Wed, 12 Dec 2018 06:30:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38929 Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l'inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Belle copertine, traduzioni accurate e un catalogo che resterà: ogni volta che si ha a che fare con l’Orma editore non si può fare a meno di notare, prima ancora di entrare nel contenuto del singolo libro, che può esistere un modo intelligente, elegante di fare editoria. In questi giorni, accanto alla nuova traduzione di un vecchio libro di Annie Ernaux, La vergogna, arriva per la prima volta in Italia il testo di un’altra autrice da scoprire: Irmgard Keun, nata a Charlottenburg nel 1905 e morta a Colonia, dove si era trasferita da bambina, nel 1982.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Belle copertine, traduzioni accurate e un catalogo che resterà: ogni volta che si ha a che fare con l’Orma editore non si può fare a meno di notare, prima ancora di entrare nel contenuto del singolo libro, che può esistere un modo intelligente, elegante di fare editoria. In questi giorni, accanto alla nuova traduzione di un vecchio libro di Annie Ernaux, La vergogna, arriva per la prima volta in Italia il testo di un’altra autrice da scoprire: Irmgard Keun, nata a Charlottenburg nel 1905 e morta a Colonia, dove si era trasferita da bambina, nel 1982.

Il rapporto di Keun con la letteratura e con il successo è complicato e ricorda quello di un’altra autrice oggi riscoperta (da Adelphi), Jean Rhys, che come lei alternò una grande popolarità a lunghi anni d’insuccesso. Con Rhys, Keuncondivide anche l’aver presto calcato il palcoscenico e l’averlo altrettanto presto abbandonato (Keunaveva fatto l’attrice, Rhys la ballerina), oltre all’alcolismo, una vita sentimentale caotica e un certo nomadismo bohémien.

Ma mentre Jean Rhys scelse di girare senza requie l’Europa, Irmgard Keun vi fu letteralmente costretta: i suoi primi due romanzi, Gilgi, una di noi e Doris, la ragazza misto seta finirono nella lista della “letteratura nociva e inopportuna” stilata dal partito nazista nel 1933. Le donne intraprendenti, libere, inclini all’umorismo e di involontaria sensualità raccontate da Keun non piacevano al regime, sulla sua arte cadde l’anatema della censura e Keun decise di lasciare il paese. Poi fece causa allo Stato per danni, tanto perché sia chiaro ai suoi lettori di oggi di che pasta fosse fatta e quanto di sé abbia messo nei suoi personaggi.

Una bambina da non frequentare, pubblicato ad Amsterdam nel 1936, è il primo libro che Keun scrisse in esilio. Nel 1932 aveva sposato uno scrittore, Johannes Tralow, anche lui finito nella lista nera, da cui divorzierà nel 1937. Nel 1936, quando uscì Una bambina da non frequentare, Keun era la compagna di Joseph Roth, resteranno insieme fino al 1938. Un altro scrittore importante da accostarle è quello di Alfred Döblin, che l’aveva incoraggiata a scrivere. Ma lei sorriderebbe a vedere il suo nome in mezzo agli uomini della sua vita, perché non somigliava a nessuno di loro: ogni suo testo è una voce pungente e fastidiosa, incantevole e solitaria.

C’è un filo comune, nei tre che L’Orma ci propone in catalogo, ed è la sottile ribellione della vita quotidiana di ragazze, donne, bambine, ma se oggi dovessi consigliare a un neofita da quale iniziare, direi da qui, e suggerirei di diffonderlo ovunque: Una bambina da non frequentare dovrebbe essere letto nelle scuole per la grazia con cui instilla l’idea che fare la rivoluzione sia sempre possibile, in ogni momento della giornata, in ogni età della vita.

Protagonista è una ragazzina pestifera, che potremmo definire cugina di Pippi Calzelunghe, Gianburrasca e Franti: proprio l’inizio, il primo capitolo, è un tale rovesciamento di Cuore da ricordare le parole di Umberto Eco quando, nell’Elogio di Franti, ribaltava il punto di vista di De Amicis e dell’io narrante Enrico e indicava “il pudore di questo ragazzo che di fronte all’impudicizia feudale della madre che si getta, davanti alla scolaresca, ai piedi del direttore e di fronte all’intervento melodrammatico di quest’ultimo, cerca un contegno nel sorriso, per non soccombere nello strame.”

La bambina infrequentabile di Keun si presenta in un modo molto simile: le maestre danno l’annuncio della triste morte della signorina Scherwelbein, “la nostra amata e ammirevole preside”, e tutti gli scolari scoppiano a piangere. Non piangono perché sonodavvero tristi, ma perché il naso gonfio e la voce rotta degli adulti suggeriscono che è quella la condotta da tenere. Tanto più si disperano, mimando ciò che i grandi si aspettano da loro, quanto più la scena assume contorni patetici e grotteschi: “Ma veramente io non l’ho proprio mai vista in vita mia. È la vera verità. Abbiamo cominciato il terzo anno di scuola e la signorina Scherwelbein era vecchissima e malata già da tempo, tant’è che conosciamo solo la sostituta…”. È solo il primo di una lunga serie di episodi in cui la prospettiva irritante e magnetica della decenne ci porterà sempre, nostro malgrado, dalla parte della verità.

Questa piccola Franti deve vedersela anche lei con i suoi Enrico Bottini: “Dicono che mia cugina Linda è una bimba bravissima, che deve essermi da modello e da fulgido esempio. Ora dorme nella mia stanza, ha già tredici anni e assomiglia alla giraffa dello zoo della nostra città, tutta lunga e secca con due orecchione maligne e occhi castani fuori dalle orbite”, si legge in un capitolo intitolato, per l’appunto, “Signore e signori, la verità è servita!”, nel quale si scopre che se a dire le cose come stanno è un bambino nessuno gli crede, meglio provare a dirle da ubriachi.

L’infrequentabile allora rilassa i muscoli, aguzza l’ingegno e inizia la recita: una bambina ubriaca, anarchica, fuori posto e un po’ folle è l’unica voce sensata che dobbiamo ascoltare, dentro e fuori la letteratura.

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“L’amore all’inizio”: l’ossessione secondo Judith Hermann https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-allinizio-lossessione-secondo-judith-hermann/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lamore-allinizio-lossessione-secondo-judith-hermann/#respond Tue, 19 Jun 2018 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37561 Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Repubblica, che ringraziamo.

Cosa succederebbe alle nostre vite se da un giorno all’altro un estraneo si mettesse a guardarci dietro il cancello della nostra casa, reclamando l’unica cosa che sappiamo di non volergli né potergli concedere: il nostro tempo? Tempo di ascoltare un uomo che non conosciamo, tempo di guardarlo negli occhi, accogliere un’alterità folle e indomabile che esige divederci ed essere vista, parlare ed essere ascoltata. Tempo di donare un’identità allo sconosciuto che vuole un posto nella nostra vita, lo reclama come se fosse semplice ottenerlo, come se stesse chiedendo qualsiasi altra piccola cosa.

Mister Pfister entra nelle giornate di Stella come dentro un sogno, ogni volta che lei è da sola, e lo è spesso: il marito, che fa il muratore, passa lunghi periodi fuori. Mister Pfister è uno stalker, ma L’amore all’inizio non è una storia di denuncia civile, bensì il lento dipanarsi di un’ossessione, è il cedimento di una vita che si incrina perché è già incrinata, il canto della debolezza umana a cui la protagonista non si può sottrarre. È il primo romanzo di Judith Hermann, nata a Berlino nel 1970 e finora talentuosa autrice di racconti; tre sue raccolte sono state pubblicate in Italia, la prima, Casa estiva, più tardi da e/o, fu un caso internazionale, seguirono Nient’altro che fantasmi e Alice, tradotte invece dalle edizioni Socrates: una voce nuova nella tradizione di Carver e del minimalismo portava sulla pagina dettagli di vite di giovani donne, raccontava viaggi, amicizie, legami, sesso e separazioni con una lingua scarna e puntuale, abilissima nel dire nascondendo e nel commuovere situandosi all’opposto del melodramma.

Con L’amore all’inizio Hermann trova posto nel catalogo dell’Orma, una casa editrice che le si confà, dalla grafica e dalle scelte eleganti come il suo narrare. Qui l’immersione nella quotidianità si allunga fino a diventare un’apnea.

La protagonista, Stella,ha trentasette anni, è un’infermiera, vive con il marito Jason, quando lui non è via per lavoro, e con la loro bambina, Ava, di quattro anni. Abitano in una zona residenziale periferica, un regno di pace perfetta per famiglie,dove non succede mai nulla, una moltiplicazione di case di bambola a ridosso della foresta.Un posto attraversato dalle storie, ma in fondo destinato ad assomigliarsi per sempre (“I posti ti cambiano, ma tu non li cambi. Questo quartiere resta uguale a te stesso, che tu ci sia o no”). Il lavoro di Stella è prendersi cura delle persone, degli anziani e dei malati, la sua vita privata consiste nel prendersi cura della figlia e della casa. Sembra che Stella, fuori dall’occuparsi di qualcuno, non sappia esistere, non ne abbia la possibilità o non si sia mai autorizzata a pensare di poterlo fare.

Intanto,il sospetto di un’infelicità silente fa sempre più rumore (“ancora una volta pensa che nella sua vita tutto è troppo vicino. Il lavoro, la casa, l’asilo. Vorrebbe più spazio, distanze da coprire, solo Jason, pensa Stella, è sempre distante, così lontano che non posso raggiungerlo”). La storia comincia con il primo incontro fra Stella e Jason e forma quasi un racconto a sé: si narra in tre pagine scarse la nascita del loro rapporto in aereo, durante un volo, una situazione fuori dal tempo e dallo spazio, ma libera solo in apparenza, perché in quei tragitti obbligatile emozioni ci dominano prendendo solo due strade, paura e bisogno. Stella ha paura di volare e ha bisogno di Jason, che le tiene la mano. Così si conoscono, così forse si innamorano. Lui la richiamerà solo tre settimane più tardi, e lei non gli chiederà mai cosa l’ha spinto a indugiare. Nella pagina successiva li ritroviamo insieme, sono già genitori, sono già una famiglia. Poco dopo, lo sconosciuto irrompe nelle loro vite: bussa, parla, chiede, infila messaggi nella buca.

È uno stalker, è sconosciuto come lo era Jason, ma Stella non è più la ragazza fragile che chiede a un uomo di sostenerla, è una madre, una compagna, la responsabile di una casa. E Mister Pfister non è Jason: non ha occhi rassicuranti e non sorride. O forse è solo che i tempi sono cambiati: quando ha incontrato il marito, Stella è agitata e Jason è stanco, lei viene dal matrimonio di un’amica e sente che da ora in poi dovrà vedersela da sola, lui da una giornata di lavoro, e probabilmente a stare da solo è abituato.

L’amore, quando inizia, è una somma di componenti estranee che dicono tutte la stessa cosa: quelle due persone erano già pronte a iniziare una strada insieme a qualcun altro. L’ossessione, invece, comincia senza nessuna parola a precederla né ad accompagnarla: così Stella non riesce davvero a parlare di Mister Pfister con il marito, e Jason non sarà mai lucido su ciò che sconvolge la moglie. Entrambi si muovono spinti dall’urgenza di coprire il disamore, senza chiamarlo per nome: che riguardi il loro rapporto o il luogo in cui abitano, è una disaffezione da cui non sanno congedarsi. Non subito, almeno. “Cambiare non è un tradimento. E, se lo è, non viene punito” è una delle semplici verità enunciate in questo libro: solo che arriva alla fine, quando qualcosa si è concluso e una nuova epoca sta – forse – per cominciare. Mister Pfister ha smesso di incombere, eppure non è sollievo quello che sentiamo nell’ultima pagina ma una nube scura che non va via neppure quando il pericolo esterno non esiste più, perché, per quanto noi esseri umani ci sforziamo di fare coincidere l’inquietudine e la minaccia, è solo alla seconda che possiamo trovare soluzioni.

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I genitori raccontati dalla letteratura per ragazzi https://minimaetmoralia.it/letteratura/genitori-raccontati-dalla-letteratura-ragazzi/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/genitori-raccontati-dalla-letteratura-ragazzi/#respond Wed, 13 Sep 2017 05:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35022 Questo pezzo è apparso su Robinson - la Repubblica.

Quella mattina desiderai più di ogni altra cosa avere un padre come quello dei miei compagni di scuola. Un padre normale che mi lasciasse tranquillo perché uno a dodici anni certe cose è meglio se non le sa, non le deve sapere e deve pensare che tutto è bello e che tutto va bene. A dodici anni uno mica può stare a rompersi la testa. L’avete pensato anche voi? Allora non capite niente: auguro a tutti un padre come il mio.”

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Questo pezzo è apparso su Robinson – la Repubblica.

Quella mattina desiderai più di ogni altra cosa avere un padre come quello dei miei compagni di scuola. Un padre normale che mi lasciasse tranquillo perché uno a dodici anni certe cose è meglio se non le sa, non le deve sapere e deve pensare che tutto è bello e che tutto va bene. A dodici anni uno mica può stare a rompersi la testa. L’avete pensato anche voi? Allora non capite niente: auguro a tutti un padre come il mio.”

Nino ha dodici anni ed è il protagonista di Papà sta sulla torre (Giunti), il nuovo romanzo di Francesco D’Adamo, in cui un padre sale sulla ciminiera di una vecchia conceria per protestare contro la crisi e la chiusura delle fabbriche, è un uomo severo, ostinato e giusto, un sindacalista che non molla mai, conosciuto come Testadipietra.

Nino è orgoglioso di essere suo figlio, ma come tutti i figli è anche imbarazzato, mentre i coetanei parlano con i padri di calcio e figurine il suo ripete in continuazione che il lavoro è un diritto inalienabile, e pazienza se un bambino non conosce il significato di quell’aggettivo, bisogna che lo impari, insieme alla parola “dignità”. In una primavera di vento freddo, mentre Nino, il suo amico Goffy e l’affascinante Cassandra Vu vanno a un appuntamento con gli alieni (pensavate che nei libri cosiddetti impegnati non ci si potesse sbizzarrire con la fantasia?), per ventotto giorni Testadipietra si trasferisce sulla Torre a protestare.

Di padri bislacchi – cocciuti, tossici, infantili, esagerati, assenti, alcolizzati, depressi – è piena la letteratura per ragazzi, che sa bene quanto la presunta normalità non sia di questo mondo: la regola non è che i genitori si prendano cura dei figli, bensì il contrario.

In Mio papà sa volare! (Salani, illustrazioni di Polly Dunbar, traduzione di Alessandro Peroni) David Almond racconta la storia di un uomo che è l’opposto di Testadipietra Poletti, ovvero non ha più voglia di far niente; da quando la moglie è morta, la mattina fatica ad alzarsi e si presenta sulle scale in vestaglia sporca, ciabatte bucate, capelli aggrovigliati e barba incolta. Per fortuna c’è Lizzie, la figlia, a preparargli la colazione e tirarlo per la manica, e lo guarda con un misto di rimprovero e accudimento: “Devi avere cura di te, non puoi andare avanti così, non ti pare?” (Lizzie è matura come un adulto, cioè è matura come un bambino).

Finché un giorno non viene bandita una Grande Gara di Uccelli Umani e il papà, che da un po’ si è messo a mangiare insetti e costruire il nido, capisce finalmente a cosa gli serviranno le magnifiche ali di piume, scampoli di camicie, bambù, fildiferro, cartone e spago che si era costruito da solo e giacevano nell’armadio in attesa di essere usate. In questo libro Almond è di nuovo alle prese con i suoi temi più cari: i mostri, i volatili, il buio, ma declinati per bambini più piccoli rispetto ai lettori di Skellig o Il diario di Mina.

Nelle storie di papà strani un finale lieto è utile agli scrittori, non per appiattire la bizzarria ma per raccontare come si può usarla in un modo che non nuoce più a sé e agli altri. Nell’ultimo capitolo della saga di Polleke, di Guus Kuijer, La poesia sei tu (Feltrinelli Kids, illustrazioni di Alice Hoogstad, traduzione di Valentina Freschi), il padre dell’amatissima eroina ormai tredicenne ha ormai ritrovato la sua strada. Spik è un PPP, Padre Particolarmente Problematico, con diverse mogli e qualche problema di droghe alle spalle, ma è anche un poeta e per questa ragione Polleke gli ha sempre perdonato tutto.

Ora è lei che deve affrontare la sua strada, dare un nome alla perdita del nonno, al di là delle religioni, e imparare a credere nell’amore senza dimenticare, come le ha insegnato suo padre, che la poesia si nasconde ovunque, ma soprattutto dentro un paio d’occhi.

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Storie viste dal buco: intervista a Anna Llenas https://minimaetmoralia.it/interviste/il-buco-anna-llenas/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-buco-anna-llenas/#respond Fri, 01 Sep 2017 05:00:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34974 Questo pezzo è apparso su Robinson - la Repubblica, che ringraziamo.

Barcellona. Racconta Anna Llenas che per creare Il buco (Vacío in spagnolo, El buit in catalano, in Italia pubblicato da Gribaudo nella traduzione di Daniela Gamba) ha impiegato cinque anni.

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Barcellona. Racconta Anna Llenas che per creare Il buco (Vacío in spagnolo, El buit in catalano, in Italia pubblicato da Gribaudo nella traduzione di Daniela Gamba) ha impiegato cinque anni.

Classe 1977, autrice e illustratrice da centinaia di migliaia di copie, mi accoglie nella sua casa-studio nella parte alta di Gracia, un quartiere popolato da artisti catalani e stranieri. Da qui si vede Barcellona fino alla linea azzurra del mare, si distinguono nitidi i profili gotici e modernisti, la Sagrada Familia è così vicina che sembra di toccarla, una parte del terrazzo è verandata e dentro questa stanza luminosa ci sono una scrivania, pupazzi e gadget ispirati ai personaggi dei libri di Anna, una colonnina con edizioni originali e tradotte, colori dappertutto.

Cinque anni sono un’esagerazione solo per chi crede che un albo illustrato sia niente più che un libro di poche pagine e considera la lunghezza un metro di giudizio letterario, tutti gli altri non si stupiranno: “In realtà è la prima storia che ho proposto”, confessa Llenas, “ma gli editori la rifiutavano ritenendola troppo difficile”.

Invece Il buco è diventato popolare perché parla attraverso un codice efficace, lieve e didattico, come era accaduto anche agli altri libri, ideati dopo ma pubblicati prima. Nei Colori delle emozioni il mostro rosso, giallo, verde e blu aiutava a distinguere la rabbia, la tristezza, la paura e tutto ciò che ci anima e ci agita; in Mi piaci (quasi sempre) i protagonisti Lolo e Rita imparavano a volersi bene anche dopo che erano venute fuori le loro diversità (“Non sono solo un uomo e una donna”, precisa Llenas, “ma anche due amici, un fratello e una sorella, un genitore e un figlio… L’educazione sentimentale riguarda tutti”).

Qui invece al centro c’è Giulia, una bambina con una vita ordinaria e tutto sommato felice finché il suo mondo non scompare di colpo e lei si ritrova con un buco nella pancia. Come può riempirlo? Cibo, carezze, ricerca di amore e attenzioni: tutti i tappi sono troppo grandi o troppo piccoli per riparare quel corpo di bambina attraversato dal vento freddo. Con un linguaggio semplice e diretto, Il buco affronta uno dei tabù più temibili: l’infelicità infantile. Difficile accettare che non un adulto ma un bambino si disperi, sfiori la depressione e cerchi la cura fuori e poi dentro di sé, riconoscere che l’educazione alla felicità passa attraverso il dolore e la tristezza in un’età da cui pretenderemmo fossero banditi.

La sera prima, al Mercat de les Flors è andato in scena uno spettacolo tratto dal libro, la prima di due repliche da tutto esaurito, da cartellone erano invitati i bambini sopra i cinque anni ma di fatto in platea eravamo quasi tutti adulti. Sul palco quattro ballerine hanno alternato le diverse anime di una persona sola, cioè della bambina Giulia o di chiunque si rispecchiasse in lei, giocando con oggetti e cartoni che ricordavano le immagini del libro (Llenas ha supervisionato la scenografia), danzando dentro e intorno a vuoti di diverse forme e grandezze.

Anna Llenas crede nell’arteterapia, Maria Montessori è un suo caposaldo, un altro è l’illustratrice Sara Fanelli, nata a Firenze e diplomata a Londra, considerata da Quentin Blake fra le più interessanti sulla scena contemporanea. Quando le chiedo di spiegare in altre parole cos’è quel buco distruttivo e buio, e poi indispensabile e vitale, che tanta gente riconosce nella sua storia, mi guarda stupita: “L’ho scritto, non so dirlo in altro modo”.

Poi mi racconta come ha iniziato. Nel 2008, per via della crisi economica, l’agenzia per cui lavorava ha ridotto il personale e lei è rimasta disoccupata, allora si è presa del tempo, per due mesi ha girato il Sudamerica e si è fermata a Buenos Aires. Fermandosi, ha cominciato a disegnare.

Mi mostra le creazioni di quel periodo: donne sognatrici e radicate in corpi colorati e pensieri incontenibili. Quando è tornata in Spagna, ad amici e parenti preoccupati che trovasse un nuovo lavoro ha risposto che non l’avrebbe neppure cercato, piuttosto avrebbe scommesso tutto sulla vita che ora desiderava, rischiando di fallire. Sorrido e non glielo faccio notare, ma ha risposto alla mia domanda precedente: ecco il buco, in altre parole.

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Meraviglie mute. A proposito dei libri senza parole https://minimaetmoralia.it/libri/meraviglie-mute-proposito-dei-libri-senza-parole/ https://minimaetmoralia.it/libri/meraviglie-mute-proposito-dei-libri-senza-parole/#comments Fri, 14 Jul 2017 06:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34776 Questo articolo è apparso su Robinson – la Repubblica

Un bel saggio della ricercatrice Marcella Terrusi pubblicato da Carocci racconta l’universo dei libri senza parole, quelle storie che qualcuno ha scelto di narrare solo attraverso le immagini. Il titolo, Meraviglie mute, riprende un’espressione inventata da Franco Maria Ricci quando stampò nel 1981 il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini; Terrusi la usa per mostrare gli sconfinamenti fra arte, letteratura, dimensione fantastica e linguaggi dell’infanzia.

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Un bel saggio della ricercatrice Marcella Terrusi pubblicato da Carocci racconta l’universo dei libri senza parole, quelle storie che qualcuno ha scelto di narrare solo attraverso le immagini. Il titolo, Meraviglie mute, riprende un’espressione inventata da Franco Maria Ricci quando stampò nel 1981 il Codex Seraphinianus di Luigi Serafini; Terrusi la usa per mostrare gli sconfinamenti fra arte, letteratura, dimensione fantastica e linguaggi dell’infanzia.

“Silent book” è invece una definizione introdotta in Italia dalla scrittrice ed editrice Giovanna Zoboli, che l’ha mutuata nel 2005 da un artista americano per spiegare ai lettori il primo racconto senza parole pubblicato dalla sua casa, Topipittori. Zoboli ha volutode scrivere un preciso momento ricettivo, “l’autonomia silenziosa e pensierosa con cui i bambini stanno soli di fronte alle immagini”, come scrive in un articolo sulla rivista on line Doppiozero.

Se pensate che il silenzio faccia un unico, monotono rumore, invitate più persone a sfogliare lo stesso libro di immagini e interpretarlo ad alta voce:ascoltate quante voci possono risuonare fra quelle pagine, quante parole possono affollarle. Non per nulla la lingua tedesca, che ha i lemmi più esatti per ogni cosa, li chiama “Wimmelbűcher”, libri brulicanti (in inglese: “wordless books”; in francese: “album sans paroles”).

Fra le alternative italiane, la definizione più elegante è forse “libri silenti”, libri che scelgono di tacere per parlare, anzi straparlare. Non è corretto pensare siano indirizzati a chi non sa o non ha voglia di leggere: al contrario, hanno bisogno di una iperlettura, non basta un lettore forte, ne serve uno fortissimo. Servono tutti gli occhi del mondo per decodificare vicende presentate attraverso dettagli, sfumature, piccole mutazioni; c’è in questi libri una potenza evocativa lasciata sola a solleticare le emozioni e sfidare l’intelligenza, ci sono pagine narrative che inondano la fantasia con la pienezza dei vuoti e delle lacune.

I libri silenti sono, allo stesso tempo,destinati alle interpretazioni di lettori straordinari e a quelle di tutti, non conoscono barriere linguistiche: Ibby Italia li dà in mano ai migranti che arrivano a Lampedusa, non conoscono ancora l’italiano e non possiedono un dizionario comune.

Di solito i libri silenti sono firmati da un unico artista che li ha ideati, sceneggiati e disegnati: basti pensare a classici come L’approdo di Shaun Tan (Tunué) o La trilogia del limite di Suzy Lee (Mirror, L’onda e L’ombra, pubblicati da Corraini), oppure, fra le nuove uscite italiane, ad Amici? di Brunella Baldi (Edizioni Corsare), divertita storia di un’amicizia triangolare, o a’45(Orecchio Acerbo), albo storico in cui Maurizio Quarello racconta eventi legati alla Liberazione.

In questi giorni, su un nuovo albo silente, compaiono però non una ma due firme: Professione coccodrillo (Topipittori)reca in copertina i nomi di Mariachiara Di Giorgio, l’illustratrice, e di Giovanna Zoboli, l’autrice. Perché nel libro le parole non ci sono, ma nella sua costruzione sì: nel blog di Topipittori, Zoboli ha deciso di rivelarle, pubblicando per intero la storia che aveva ideato e scritto sapendo fin dall’inizio che poi, a lavoro finito,sarebbe sparita dopo essere stata trasformata da un’interpretazione fatta solo di disegni.

Zoboli, mostrandoci il suo “dietro le quinte”, rivela una scrittura diversa da un racconto ma anche da un soggetto o una sceneggiatura, una scrittura che solo nel momento in cui si dissolve può cominciare a esistere. Un po’ come accade al coccodrillo protagonista, che si sveglia, si prepara, attraversa una città che somiglia per metà a Roma e per metà a Parigi, prende il metrò, arriva al lavoro e infine entra nella piscina dello zoo per recitare la parte che gli umani si aspettano da lui. Con quel colpo di scena la storia che avevamo immaginato finisce e potrebbe iniziarne un’altra; noi che abbiamo sfogliato il libro, incantevole, costruendoci da soli le nostre didascalie, abbiamo allora conquistato una nuova chiave. Possiamo dunque ricominciare a leggere con gli stessi occhi ma creandoci didascalie diverse, immersi in immagini uguali ma anche in un altro, consapevole silenzio.

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Pattinare su carta: intervista a Suzy Lee https://minimaetmoralia.it/libri/intervista-a-suzy-lee/ https://minimaetmoralia.it/libri/intervista-a-suzy-lee/#respond Mon, 03 Jul 2017 06:45:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34726 Questo articolo è apparso su Robinson - la Repubblica. (Immagine: Suzy Lee)

Che succede se un illustratore sceglie di ignorare tutte le regole comunemente accettate da chi crea, pubblica, discute i libri per bambini? Nella peggiore delle ipotesi vengono fuori prodotti autoreferenziali, nella più sorprendente capolavori che ridisegnano gli orizzonti della tradizione un attimo prima che altri si accorgano di com’erano già invecchiati, serviva solo qualcuno che li scavalcasse.

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Questo articolo è apparso su Robinson – la Repubblica. (Immagine: Suzy Lee)

Che succede se un illustratore sceglie di ignorare tutte le regole comunemente accettate da chi crea, pubblica, discute i libri per bambini? Nella peggiore delle ipotesi vengono fuori prodotti autoreferenziali, nella più sorprendente capolavori che ridisegnano gli orizzonti della tradizione un attimo prima che altri si accorgano di com’erano già invecchiati, serviva solo qualcuno che li scavalcasse.

È toccato negli ultimi anni a Suzy Lee, illustratrice coreana residente a Singapore: in L’onda, Ombra e Mirror ha sconvolto il confine interno alla doppia pagina, incorporando la rilegatura, su cui di solito è “proibito” disegnare, nel ritmo e nel significato più profondo delle sue storie. L’idea che tutto accada dentro un libro diventa parte dell’esperienza di lettura, il libro stesso è presente nella narrazione con tutta la sua fisicità; la protagonista è sempre una bambina che scopre qualcosa di sé grazie a un gioco con il mare, con la propria ombra o con uno specchio, un gioco che somiglia a una danza e tiene conto del limite della carta, lo riconosce e riconoscendolo può superarlo.

Incontro Suzy Lee a Torino, durante il Salone del libro che ha come tema “Oltre il confine” e un manifesto disegnato da Gipi che mostra una donna di spalle, in piedi su un libro aperto, le cui pagine cascano indifferentemente dall’una e dall’altra parte di un muro di frontiera; quando arriva allo stand di Corraini, il suo editore italiano, la prima cosa che penso è che sia lei quella donna capace di guardare in tutte le direzioni.

In Linee, il nuovo libro appena pubblicato, ci sono una pista di ghiaccio e un paio di pattini: la bambina disegna con i piedi un movimento solitario, finché cadendo scopre la presenza dell’altro, degli altri, di mille altri. Immagini delicate e potenti che confermano una tradizione precisa: “Ho cominciato a studiare i libri d’arte in Gran Bretagna, poi ho avuto uno shock alle fiere di Bologna, dove ho aperto gli occhi sulle loro enormi possibilità” esordisce, citando Bruno Munari, Gabrielle Vincent, Enzo Mari, Anne Brouillard. “Creo poemi visuali, inizio da un’immagine e poi ne creo un’altra e un’altra ancora, e prima che me ne sia resa conto è già venuta fuori una storia. Mi considero un’artista di libri illustrati, perché questa definizione mette l’accento sulla parola ‘libro’ come mezzo, ed è parte essenziale del mio lavoro”.

Il giorno prima, al Salone, Lee ha tenuto un laboratorio intitolato “Pattinare su carta”, in cui i bambini hanno esplorato quanti e quali disegni possono venir fuori tracciando un’unica linea, senza mai staccare lo strumento con cui stanno disegnando da un foglio srotolato sul pavimento. Le dico che avrei voluto imbucarmi anche se sono fuori età, e che di certo i partecipanti avranno imparato qualcosa di loro stessi, oltre a una prospettiva tecnica. “È la bellezza del mondo dei bambini, per cui la spinta più importante è la curiosità”, conferma. E, come ha spiegato anche in un saggio sul suo lavoro intitolato La trilogia del limite, in questa voracità non bisogna mai aver paura di sbagliare, l’errore va incorporato nel processo creativo: “Errore e arte sono connessi, senza l’uno non c’è l’altra”.

Suzy Lee e il suo alter ego, la bambina che si auto-inventa in ogni scena con curiosità e timore, si specchiano l’una nell’altra e insieme rispecchiano a loro volta il lettore che vuole giocare con ciò che vede e vuole entrare a far parte di quella danza.

Abbasso lo sguardo verso Linee e lo rialzo sulla realtà; sulla carta vedo un personaggio minuto, con occhioni spalancati a volte intimoriti a volte fiduciosi, mentre davanti a me ho una giovane, consapevole illustratrice, fra le più amate sulla scena internazionale, con cui ho diviso un caffè mentre risponde pacata alle mie domande, camicia scozzese e un’espressione limpida dietro le lenti tonde. “Allora, chi è la bambina dei tuoi libri?”, le chiedo infine, e lei ride imbarazzata ma risponde senza esitare: “Io. O forse tu”.

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Stregati: “Le cento vite di Nemesio” di Marco Rossari https://minimaetmoralia.it/libri/stregati-le-cento-vite-di-nemesio-marco-rossari/ https://minimaetmoralia.it/libri/stregati-le-cento-vite-di-nemesio-marco-rossari/#respond Tue, 16 May 2017 06:00:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34384 Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo. Qui il primo pezzo dedicato ai dodici finalisti del premio Strega.

È facile smettere col Novecento se sai come farlo: l’occidente, per esempio, sta dicendo addio al secolo breve da centodiciassette anni. Già, perché il Novecento è iniziato prima di iniziare, è iniziato nel 1899, quando è nata la generazione che sarebbe andata alla Grande guerra, e lì in mezzo nasceva anche Nemesio Viti, il protagonista del nuovo romanzo di Marco Rossari (“Le cento vite di Nemesio”, edizioni e/o, 512 pp., 18 euro). Il protagonista, Nemesio il Vecchio, è in ospedale per un ictus: è un centenario di fronte al Duemila, in coma ma ancora attaccato alla vita, alle donne e alla Storia.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio, che ringraziamo. Qui il primo pezzo dedicato ai dodici finalisti del premio Strega.

È facile smettere col Novecento se sai come farlo: l’occidente, per esempio, sta dicendo addio al secolo breve da centodiciassette anni. Già, perché il Novecento è iniziato prima di iniziare, è iniziato nel 1899, quando è nata la generazione che sarebbe andata alla Grande guerra, e lì in mezzo nasceva anche Nemesio Viti, il protagonista del nuovo romanzo di Marco Rossari (“Le cento vite di Nemesio”, edizioni e/o, 512 pp., 18 euro). Il protagonista, Nemesio il Vecchio, è in ospedale per un ictus: è un centenario di fronte al Duemila, in coma ma ancora attaccato alla vita, alle donne e alla Storia.

È un uomo che ha vissuto tutto: due guerre mondiali, la prima come ragazzo del ’99 e la seconda come partigiano nel posto meno partigiano che esiste cioè Salò, la nascita della psicoanalisi e la depressione da salotto, le avanguardie, il futurismo e il movimentismo, il fascismo il nazismo e il comunismo, gli anni Sessanta, la Guerra fredda, la bohème, la guerra di Spagna (“Ennò, Cristo: pure la guerra di Spagna”).

Ha incontrato vecchie locandiere e donne-ragno, a metà secolo ha amato discinte modelle europee e nell’era della decadenza scaltre badanti peruviane, ha attraversato un numero n di iniziazioni sessuali, ha abitato a Milano Berlino e Parigi (“Che cosa resta a un uomo, pensò, quando ha fallito in tutto? Soltanto Parigi”). Soprattutto, Nemesio è sopravvissuto alla morte di un figlio e ha fatto in tempo a farne un altro, che ha chiamato come lui, scagliando “la fionda del proprio inossidabile seme nella vagina della madre all’importante età di settant’anni, in un’epoca – il 1969, appunto – nella quale le pasticche blu erano associate al massimo a una spiacevole emicrania”: insomma, poteva ancora fare figli e ce la faceva pure a tenerli in braccio. “Sono nato da uno sperma vecchio” è l’inevitabile mantra, degno di una creatura di Philip Roth, ripetendo il quale si sveglia ogni mattina Nemo Viti, unico erede di quell’uomo appena un po’ ingombrante (“Ti presento mio padre, il secolo”).

I motivi per cui Nemesio II si fa chiamare Nemo, nessuno, non sono difficili da immaginare: il diminutivo è orribile, ma se tuo padre è stato il Novecento in persona il minimo sindacale che ti spetta è il diritto all’oblio. Nemo ha trent’anni e tutto quello che desidera è non essere invitato alla grande retrospettiva allo scoccare del Duemila organizzata per celebrare il percorso pittorico del Vecchio, non gliene importa nulla delle sue opere, della sua vita avventurosa e controcorrente, dei titoli esaltati sui giornali, è stufo di discendere dal fondatore del Movimento Movimento Movimento, conosciuto anche con l’acronimo MMM: lo interpreti il lettore, a seconda di come vuole dire addio a quel secolo lì, come stizzito mugugno di perplessità oppure gridolino di nostalgica goduria.

“Sono nato da uno…”, ma sì, meglio non pensarci, eppure allo stesso tempo “Nemesio mi fé, disfecemi Nemesio”. L’indolente bamboccione Nemo ha una settimana per dimenticare il padre, di cui è saturo di sapere tutto, e invece finirà per sapere tutto per davvero; il decrepito leone Nemesio ha avuto cent’anni per fare tutto lui, e invece finirà per fare tutto lui ancora una volta. Se questo di Marco Rossari è il romanzo di sette giorni e un secolo, un romanzo che si può attraversare in tanti modi (per esempio ridendo di meraviglia, perché l’autore è bravissimo nelle citazioni più o meno sotterranee, nei giochi di parole, nei surreali cambi di prospettiva), è anche il romanzo del confronto fra due vite, di un rapporto fra genitore e figlio in cui l’unico modo per andare avanti, ma pure per tornare indietro, è che in tempi alterni l’uno si sbarazzi dell’altro.

“Partire è un po’ vivere”, scrive Rossari lasciandoci scorrazzare come crononauti nei sogni di Nemo e nei giorni di Nemesio. Per sette notti il figlio viene sconvolto come in un incubo dalla vita del padre, e per sette mattine deve alzarsi e occuparsi controvoglia della sua morte imminente e impossibile. E mentre nell’esistenza del Vecchio accade di tutto, la cosa più emozionante di quella del giovane è passare davanti a un muro, sempre lo stesso, dove qualcuno ha spruzzato la scritta “Enrika ripensaci!!! by Kekko”, seguita da un cuore stilizzato, “<3”, che ricorda tanto un fallo. Quella scritta inutile, però, salva Nemo tutti i giorni: “Ripensaci. E Nemo non si ammazzava”. E’ così che vanno certe esistenze.

“Sono nato da… Da non si sa bene chi”, da un uomo che ha passato l’infanzia in una casa in cui girava gente come Cesare, L’Ombroso per gli amici, e una Sibilla che somiglia tanto all’Aleramo. In mezzo, il piccolo Nemesio un po’ smarrito e già destinato a un imponente futuro: “È solo un bambino, disse L’Ombroso, ammiccando in direzione di Nora. È solo un adulto, disse la Sibilla, ammiccando in direzione di Nemesio”. Nora, la madre del Vecchio, è uno dei personaggi più riusciti del libro: robusta donna di fattura ottocentesca, modesta di origini quanto tenace nell’arrivismo sociale, resiste a tutto fuorché alla psicoanalisi.

Ansiosa di seguire la nuova moda che dai caffè di Vienna è arrivata e impazza nei salotti della borghesia milanese (“‘Vi trovo strana’, sibilavano le dame, sorseggiando una cioccolata nei pomeriggi nebbiosi. ‘Ho un male terribile all’inconscio’ ‘Sarà il principio di realtà’ ‘Gradisci l’interpretazione di un sogno?’”), decide di non riprendersi mai più dal trauma di un brutto raffreddore.

Considerato che la medicina era quel che era, Nora aveva perso venti figli prima di metterli al mondo ma, poiché nessuno aveva ancora deciso che l’aborto era una ferita luttuosa, per procurarsi una depressione non c’era bisogno di sottilizzare, bastava un’influenza. Così il secolo comincia un’altra volta nell’anno zero con la pubblicazione dell’“Interpretazione dei sogni” (che in realtà è del 1899, come Nemesio) e la morte di Nietzsche, il venticinque agosto, che segue di non molto quella di Dio. Dio è morto, Nietzsche è morto, e anche la madre di Nemesio non si sente troppo bene. “Sono nato da uno… Uno che passava di qua”, perché in fondo “cosa ci si poteva aspettare da uno sperma vecchio, acquoso, modesto che, per qualche laicissimo miracolo, non certo con l’impeto di un fiume in piena ma piuttosto con l’ignavia dell’ultima goccia spremuta da un limone rinsecchito, era scivolato fino all’ovulo?”.

Si diranno tante cose di questo romanzo di Rossari, traduttore fra i migliori in Italia (parlano con la sua voce, tra gli altri, Charles Dickens, Mark Twain, Dave Eggers e James M. Cain), autore del “Dizionario delle malattie letterarie”, recente libricino di culto pubblicato dalla rinata casa editrice Italo Svevo, le cui pagine tocca separare all’antica, col tagliacarte, per chi ne possiede ancora uno (ma se non avete un tagliacarte, cosa stiamo parlando di Novecento a fare?).

Si dirà giustamente che è un romanzo bizzarro, sagace, brillante, voluttuoso, ambizioso, totale: si spenderanno tutte le parole che si usano per ammazzare il secolo che non ne vuole sapere di crepare neanche a cent’anni, neanche dopo che gli è preso un colpo, neanche se ha un piede nella fossa, e in senso letterale, perché Nemesio il Vecchio, in coma, ha un arto marcio e inservibile. Niente, niente da fare: “capace che quello si riprende”.

Così è e sempre è stato, pensiamo ai funerali periodicamente celebrati da Cesare Segre, Enzo Bettiza e perfino Gianni Togni (ricordate? Era il 1992: “la fine del Novecento tra gli stranieri nel centro, tra questi bar all’aperto, è vero che non sono contento però mi piace stare qui”: il manifesto di una maledizione lanciata sulle culle). Niente, niente da fare: pluriaccoppato, pluritradito, pluriliquidato, quello bussa sempre due(cento) volte.

Francesco De Gregori in “Belle époque”, una delle canzoni portanti dell’album “Sulla strada”, raccontava la notte di un soldato a cavallo fra i due secoli: “fischia il sasso, fischia il vento, sta arrivando il Novecento”. Sembra scritta nel duemiladodici, e infatti è stata scritta nel duemiladodici, quando il secolo era morto da una decade e il suo eterno ritorno se la passava sempre benissimo.

“Sono nato da uno sperma… Come ogni giorno la frase lo svegliò all’alba”. Ogni mattina, per tirarsi fuori dall’ignavia e dal piumone, Nemo deve pensare al sesso del padre, ogni notte alle sue scorribande. “Si poteva far l’amore per la prima volta tante volte”: nessuna di queste ci è risparmiata, dal capezzolo delle balie alla prima notte con la moglie Lotte, passando per tate, fanciulle di campagna, molestatori… Solo così, rivivendo e scoprendo le vite di Nemesio, Nemo riesce ad attraversare quasi indenne la settimana del compleanno del Grande Vecchio, i suoi cent’anni da protagonista, da grande non escluso della Storia, da pittore in mezzo a Vuotisti e Pienisti che ancora litigano sulla forma e il contenuto dell’estetica, sul ruolo dell’arte e sulla sparizione dell’autore.

Solo così può tollerare la festa organizzata dal Comune a due passi dal Duomo e il corpo del padre che improvvisamente si sottrae, lasciandolo da solo con l’appuntamento più odiato. Solo, completamente solo, perché la festa di Nemesio è la festa di ciascuno e di nessuno, dato che le nuove generazioni lo venerano come un dio mentre amici e parenti, tranne Nemo, sono belli che morti. Amanti, mogli, figli: l’espressione “ci seppellirà tutti” non si è mai incarnata con tanto realismo in un essere umano, cioè in un essere letterario.

“Sono nato…”, si è nati e basta, tanto basta quello, ed è tutto, ed è spesso troppo. “Nacque, omissis, morì”, la biografia ideale inventata da Gesualdo Bufalino potrebbe essere l’ideale di Nemo Viti. Per ogni lettera di quell’omissis, Nemesio il Vecchio ha vissuto invece barili di storie d’amore, di guerra, d’avventura: ciascuna, da sola, basterebbe a riempire il bisogno di leggenda di una famiglia intera. Non è vero che tutte le generazioni sono uguali, è una balla che ci raccontiamo per il terrore di essere nati in quella sbagliata, il terrore che ad ammettere di vivere tempi mediocri ci ricaschi addosso il compito di doverla poi arredare quella mediocrità, e allora sì che toccherebbe darci da fare. Non è vero che alcune generazioni soffrono l’ingombro dei padri: gli spazi si inventano e non si ricevono per testamento, la rivoluzione non si fa con il benestare dei carabinieri.

Non è vero che tutte le epoche sono interessanti, è una frase pronunciata per paura che il fallimento della nostra epoca coincida con quello della nostra vita, dunque la rinuncia a prenderla in mano. Così, giorno dopo giorno, notte dopo notte, l’insignificante Nemo Viti compie un percorso di consapevolezza e riscatto, dentro un confronto serrato e impietoso che non smette mai di essere serrato e impietoso e non tenta mai di affermare l’inverosimile, di spararla più grossa. Mai, nemmeno per un momento, Nemo sfida il padre sul terreno su cui perderebbe, e soltanto così potrà conquistare l’unica cosa che il genitore non ha mai avuto: la capacità di lasciare andare. Per ciò, appena prima della fine, noi che viviamo in tempi mediocri, noi che finora ci siamo divertiti, commossi, esaltati alle gesta del Vecchio più interessante di sempre, capiamo per quale dei due protagonisti tifavamo per davvero senza neppure essercene accorti.

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Abbiamo bisogno di poesia https://minimaetmoralia.it/poesia/abbiamo-bisogno-di-poesia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/abbiamo-bisogno-di-poesia/#comments Tue, 21 Mar 2017 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33980 Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia: riprendiamo un pezzo di Nadia Terranova apparso su Robinson – la Repubblica. (Fonte immagine) Rovesciamo subito un luogo comune: la poesia vende. Lo racconta con orgoglio Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani, la cui collana “Poesie per giovani innamorati” ha superato le duecentocinquantamila copie e propone adesso Il […]

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Oggi è la Giornata Mondiale della Poesia: riprendiamo un pezzo di Nadia Terranova apparso su Robinson – la Repubblica. (Fonte immagine)

Rovesciamo subito un luogo comune: la poesia vende. Lo racconta con orgoglio Mariagrazia Mazzitelli, direttrice editoriale di Salani, la cui collana “Poesie per giovani innamorati” ha superato le duecentocinquantamila copie e propone adesso Il cuore in libertà, versi di Emily Dickinson a cura di Nicola Gardini in una nuova traduzione attenta al suono di ogni sillaba e con una grafica elegante in linea con le precedenti scelte (fra gli altri: Pasolini, Baudelaire, il long seller Folle, folle, folle di amore per te di Alda Merini).

L’editoria in crisi può contare su quella strana fame che è il bisogno di poesia, qualunque cosa significhi. “So che la poesia è indispensabile, ma non saprei dire per cosa”, scriveva Jean Cocteau, e il piccolo editore Ronzani si diverte a venderla sul suo sito in forma di oggetto dall’utilità concreta, come un farmaco: Monodose. Un grammo di poesia è una scatola di cartone identica a quella degli antidolorifici da farmacia, ma dentro ogni bustina si trova il testo di un poeta, da Cristina Campo a Sandro Penna a Giorgio Caproni. La prima tiratura si è esaurita nel giro di pochi giorni, e insieme alla ristampa è arrivata un’edizione speciale per San Valentino.

Certo, si obietterà, è facile contare sulle riproposte di nomi già antologizzati e defunti, sull’universalità di componimenti famosi, sul gancio tematico dell’amore e la curiosità dell’oggetto da collezione. Ma la poesia per ragazzi e bambini è anche altro.

Prendiamo Teresa Porcella, direttrice per Motta Junior della collana “Il suono della conchiglia”, premio Andersen 2015 al miglior progetto editoriale: è partita sì dalla Dickinson, con Non c’è nave che possa come un libro (traduzione di Alessandro Quattrone, illustrazioni di Brunella Baldi), ma con l’idea, mantenuta nel tempo, di alternare un classico a un poeta vivente. E ha affidato ogni libro a un illustratore diverso: fra gli altri, Vittoria Facchini accompagna le parole di Guido Quarzo (La rima è un rospo) e Sonia Luce Possentini quelle di Sabrina Giarratana (Poesie di luce).

Infatti, grazie alla particolare forma dell’album, un libro in versi può diventare il luogo unico dell’incontro fra due voci, una testuale e una visiva. E non mi fermo e altre poesie (Orecchio Acerbo, postfazione di Elio Pecora) è firmato, insieme, dal poeta Albino Pierro e dall’illustratrice Mara Cerri, entrambi raccontano lo stesso universo infantile fatto di fionde, burroni, maestre, nascondigli e bracieri. Ancora: sfruttando il doppio binario di parole e immagini, un editore originale come Round Midnight ha stampato le poesie a fumetti di Silvia Vecchini con i disegni di Sualzo, sotto il titolo Disegni DiVersi.

Un altro dato che viene fuori dai contemporanei libri di poesia per l’infanzia è che, nonostante la tradizione importante di Gianni Rodari, in Italia non si pubblicano solo filastrocche: a una predilezione per la ripetitività e la rima a tutti i costi si affiancano versi meno rigidi e più sussurrati, come dimostrano gli incantevoli risultati raggiunti da Vivian Lamarque nelle raccolte in cui evoca i suoi attraversamenti di inverni, i gatti, i vuoti e le assenze, la natura.

Roberto Piumini in Io, Pi (Gallucci, disegni di Cecco Mariniello) così spiega il mestiere: “Con le parole-creta / modella ciò che vuole / lo scultore-poeta”, e le voci più consolidate sperimentano libri originali, come Bruno Tognolini e Chiara Carminati che hanno duettato sulle variazioni del buio e della luce in Rime chiaroscure (Rizzoli, illustrazioni di Pia Valentinis) o Giusi Quarenghi che ha riscritto addirittura la bibbia in Ascolta. Salmi per voci piccole (Topipittori, disegni di Anais Tonelli).

E i ragazzi come reagiscono? I versi indirizzati a loro riescono davvero a suscitare un interesse che spesso non hanno neppure gli adulti? Si può seminare l’idea che la poesia, non servendo a niente, serva a vivere? Osserviamo Kevin e Marion, protagonisti del breve romanzo di Bernard Friot Dieci lezioni sulla poesia, l’amore e la vita (Lapis, traduzione di Janna Carioli). Per motivi diversi, i due sono costretti a frequentare quella che ha tutte le sembianze di un’attività sedentaria e insulsa: un corso estivo tenuto da un poeta, Simon. Invece quelle ore in apparenza barbose li sorprenderanno e stravolgeranno le loro vite.

Se volete replicare l’atmosfera del corso di Simon andate sul blog diecilezionisullapoesia.blogspot.it e scaricate i suoi esercizi. Leggeteli, studiateli, sperimentateli insieme ad alunni, figli, nipoti, scrivete da soli e leggete insieme, giocate e sforzatevi solo di fare del vostro meglio senza curarvi del limite anagrafico, della distinzione fra bambini e adulti: le poesie brutte non sono per nessuno, quelle belle sono per tutti.

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Come svanire completamente: l’amore secondo Baronciani https://minimaetmoralia.it/fumetto/come-svanire-completamente-baronciani/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/come-svanire-completamente-baronciani/#comments Sun, 12 Feb 2017 06:00:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33634 Questo pezzo è uscito su Robinson - la Repubblica. Vi segnaliamo che mercoledì 15 febbraio alle 21 Nadia Terranova e Alessandro Baronciani presentano Come Svanire Completamente al Circolo dei Lettori di Torino nell'incontro Pezzi d’amore, nell’ambito del festival In nome dell’amore ideato e diretto da Antonio Pascale

Serena ha lunghi capelli castani e un viso da bambina triste, vive su una penisola che una volta era staccata dalla terraferma, indossa autoreggenti a righe e canottiere, scrive annunci sui giornali e non sa separarsi dagli oggetti che le ricordano qualcosa: se ne tocca uno, dice, può rievocare il micro-sentimento inscatolato al suo interno.

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Questo pezzo è uscito su Robinson – la Repubblica. Vi segnaliamo che mercoledì 15 febbraio alle 21 Nadia Terranova e Alessandro Baronciani presentano Come Svanire Completamente al Circolo dei Lettori di Torino nell’incontro Pezzi d’amore, nell’ambito del festival In nome dell’amore ideato e diretto da Antonio Pascale

Serena ha lunghi capelli castani e un viso da bambina triste, vive su una penisola che una volta era staccata dalla terraferma, indossa autoreggenti a righe e canottiere, scrive annunci sui giornali e non sa separarsi dagli oggetti che le ricordano qualcosa: se ne tocca uno, dice, può rievocare il micro-sentimento inscatolato al suo interno.

Serena si filma e carica i video su youtube perché ha un solo desiderio, svanire completamente; è come mandare gli ultimi messaggi in bottiglia, è il lento reiterarsi della decisione di non esistere più agli occhi degli altri. Siamo abituati a pensare al web come al luogo dell’esibizionismo dimenticando il risvolto della faccenda, ovvero quella possibilità di sottrarsi alla vita reale che è un sollievo per le persone per cui vivere è un tormento.

Lo strepito della realtà è intollerabile per una ragazza evanescente e malinconica come quella disegnata da Alessandro Baronciani per questo cofanetto che, nella sua forma disfatta e destrutturata, è una messa in scena contemporanea di cosa resta dell’amore quando l’amore non c’è più.

Non sappiamo se Serena sia sparita davvero o si sia solo messa al riparo dai click degli sconosciuti a cui aveva scelto di mostrarsi. Forse cammina ancora sulla riva di una baia greca, accanto a un mare cupo e non da cartolina, stretta in un cappotto anonimo con il cappello sulla fronte per difendersi dal vento. Sappiamo che, nel periodo in cui preparava la sua sparizione, un uomo ostinato l’ha amata. È stato a casa sua, ha conosciuto le sue strade, l’ha baciata, accarezzata, forse è stato tradito e di certo è stato geloso, hanno litigato, è andato a riprenderla quando lei voleva passare la notte per strada, dentro una cabina telefonica, avvolta in una coperta. Poi, quando la storia è finita, lui ha dovuto fare a pezzi il sentimento e quell’amore si è smembrato in cento ritagli di carta.

Di Serena in realtà non sappiamo nulla, ma della ragazza che ancora talvolta gli torna alla memoria possiamo scoprire tutto ciò che entra in una scatola: polaroid, scontrini, ritagli, incontri, addii, fughe, baci eccitati o dolorosi, mani che si sfiorano, sguardi e promesse più o meno mantenute, litigi e discolpe perché “se mai ho usato delle parole contro di te, scusami non erano rivolte a te”.

Alessandro Baronciani racconta come l’amore che ci ha devastato può scivolare in un cassetto e restarci per anni, forse per tutta la vita. Racconta che la fine di una storia è un inganno, perché i ricordi si frammentano in riapparizioni disorganiche e restano in noi come detriti anche dopo che crediamo di aver dimenticato tutto. Baronciani è un sognatore che nelle sue storie a fumetti, da Quando tutto diventò blu a Le ragazze nello studio di Munari a La distanza (scritta insieme al cantautore Colapesce), ha sempre lavorato sull’equilibrio tra essenzialità e profondità, disegnando ragazze dal fascino inconsapevole e inventando storie fondate sui vuoti scatenati dalle loro assenze.

Il risultato di questo nuovo progetto, completamente autofinanziato e autoprodotto, è commovente e maturo, e rispecchia una libertà di percorso fuori dalle regole editoriali. Baronciani a maggio scorso ha creato un sito, comesvanirecompletamente.it, e ha cominciato a presentare la storia di Serena attraverso video e disegni, finché un numero sufficiente di lettori ha deciso che voleva saperne di più e hanno ordinato sulla fiducia un’elegante scatola rosa e bianca, con impressi solo il titolo e il nome dell’autore.

Per realizzare duemila scatole, una a una, Baronciani ha impiegato un mese. Un mese barattato con una serata in cui, come ho fatto io, ognuno di quei sostenitori si è seduto sul divano e ha cominciato a sparpagliare il contenuto tutt’intorno, sovrapponendo a quel caos i propri ricordi. Ora quella tiratura è esaurita, ma grazie al passaparola presto ce ne sarà una nuova.

“La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire”, canta in queste settimane Brunori Sas nel nuovo album, “A casa tutto bene”: a quelli per cui non è così, a quelli che costruiscono una voragine per sparirci dentro, è dedicato questo progetto.

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La più grande scrittrice francese per ragazzi: intervista a Marie-Aude Murail https://minimaetmoralia.it/interviste/la-piu-grande-scrittrice-francese-per-ragazzi-intervista-a-marie-aude-murail/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-piu-grande-scrittrice-francese-per-ragazzi-intervista-a-marie-aude-murail/#respond Mon, 10 Oct 2016 05:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32233 Questa intervista è apparsa su la Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

Rimini. Minuta, agile, lo sguardo da monello francese marcato da un basco, la Marie-Aude Murail che mi viene incontro nella hall dell’albergo è una tredicenne perfetta, una creatura preadolescenziale, un elfo dall’aria libera e solida che ha scelto di obbedire solo al proprio talento e alle proprie convinzioni.

Invece, secondo l’anagrafe, è una donna di più di sessant’anni: ognuno dei suoi romanzi vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo e, come se i premi nazionali e internazionali non fossero bastati ad accreditarla nell’universo degli adulti, ha ricevuto nel suo paese la serissima nomina di Cavaliere della Legione d’Onore. La si potrebbe definire la più importante scrittrice francese per ragazzi, se entrambe non coltivassimo una certa insofferenza per quell’etichetta: «Il fatto è che scrivo perché mi leggano», esordisce appena ci sediamo, «e fra adulti e ragazzi preferisco essere letta dai secondi».

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Questa intervista è apparsa su la Repubblica, che ringraziamo. (Fonte immagine)

Rimini. Minuta, agile, lo sguardo da monello francese marcato da un basco, la Marie-Aude Murail che mi viene incontro nella hall dell’albergo è una tredicenne perfetta, una creatura preadolescenziale, un elfo dall’aria libera e solida che ha scelto di obbedire solo al proprio talento e alle proprie convinzioni.

Invece, secondo l’anagrafe, è una donna di più di sessant’anni: ognuno dei suoi romanzi vende centinaia di migliaia di copie in tutto il mondo e, come se i premi nazionali e internazionali non fossero bastati ad accreditarla nell’universo degli adulti, ha ricevuto nel suo paese la serissima nomina di Cavaliere della Legione d’Onore. La si potrebbe definire la più importante scrittrice francese per ragazzi, se entrambe non coltivassimo una certa insofferenza per quell’etichetta: «Il fatto è che scrivo perché mi leggano», esordisce appena ci sediamo, «e fra adulti e ragazzi preferisco essere letta dai secondi».

Nella sua letteratura trova preciso compimento l’affermazione di Dino Buzzati secondo cui scrivere per ragazzi è come scrivere per gli adulti, solo più difficile: Murail racconta la morte, la sessualità, i traumi, le bizzarrie e i legami familiari con una delicatezza che non nasconde nulla delle spigolosità delle relazioni umane, e gli adolescenti si riconoscono nei personaggi stralunati e vividi delle sue storie.

Leggendola sembra che su ogni tabù sia possibile esercitare un paradosso, accendere una luce nuova, e anche durante il nostro incontro spiega che non ci sono argomenti vietati, «tutto ciò che si può dire è umano e va detto», e allora serve ogni strumento, serve soprattutto l’ironia, non per aggirare i problemi ma per prendere la vita molto sul serio. «Sa quali sono le due parole più importanti della lingua francese?», spiega, «Amore e umorismo. L’amore può essere intollerabile, l’umorismo aiuta a tollerarlo».

Del resto, l’esergo di Romain Gary scelto per Oh, Boy!, uno dei suoi longseller, recita: “L’ironia è una dichiarazione di dignità, un’affermazione della superiorità dell’uomo su ciò che gli capita”. I protagonisti di Oh, Boy! sono tre fratelli di cinque, otto e quattordici anni i cui genitori si sono appena suicidati, un argomento che sarebbe difficile affrontare anche per un pubblico di grandi e che lei sa invece sviscerare con inconsueta grazia: si ride sulle sciagure della vita e ci si ferma a riflettere su dettagli che sembravano scivolare via leggeri.

Nel suo ultimo romanzo tradotto in Italia, 3000 modi per dire ti amo, i protagonisti sono tre amici adolescenti che si ritrovano dopo le medie e imparano a scottarsi mentre si innamorano. Proprio così: non a mettersi al riparo dalle emozioni, che sarebbe un gioco facile e alienante, ma piuttosto a sentire le ustioni dei sentimenti su di sé, provare a lenirle e qualunque sia l’esito sopravvivere lo stesso («I giovani lettori non vogliono essere protetti, servono l’onestà di non nascondere le cose e la volontà di lasciare un po’ di speranza», dice: vale per la morte, vale per l’amore). Chloé, Bastien e Neville si incontrano là dove l’imbarazzo può diventare un mestiere: in teatro. È sul palcoscenico che si rovista nella propria vergogna e in cambio si ricevono applausi, perciò i tre ragazzi mettono in gioco tutto e scoprono come dire quel tutto in prima persona, attraverso le parole dei grandi autori da Shakespeare a Blaise Cendrars.

Sono ossessionati dal teatro perché seguono una vocazione, come tutti i personaggi di Murail: Nodi al pettine raccontava un ragazzo deciso a fare il parrucchiere, Cécile una giovane maestra convinta di fare la rivoluzione insegnando, e Gesù, come un romanzo addirittura la vocazione del Messia. Quest’ultimo, tradotto non da Federica Angelini per i tipi di Giunti come la maggior parte ma da Sara Saorin per CameloZampa (che a metà ottobre pubblicherà anche il racconto Natale su tutti i piani), in apparenza è il più anomalo fra i suoi libri, un vangelo ripercorso all’indietro attraverso la voce di un Simon Pietro smarrito, rimasto solo dopo la crocifissione del maestro. In realtà è organico alla letteratura a cui la scrittrice ci ha abituati: il personaggio di Gesù, con i suoi miracoli e le sue eccentricità, non è molto più strano della protagonista di un altro romanzo, Miss Charity, una ragazzina dell’Ottocento che in solitudine si diverte ad allevare sorci e costruire mondi fantastici. È un libro breve, umano e spirituale insieme, perché, spiega Murail, le è venuto fuori quando è morta sua madre e lei sentiva di poter fare appello solo a una storia essenziale, alla precisione di certe parole bibliche.

Miss Charity è dedicato a Jane Austen, Picnic al cimitero e altre stranezze racconta la vita di Charles Dickens: tra protagonisti orfani e storie di formazione sentimentale, questa narratrice dalla lingua fresca e pungente non nasconde un debito verso il romanzo ottocentesco. «La letteratura spesso viene venduta come il cimitero dei morti, invece è il nutrimento dei vivi», insiste, e ascoltandola penso che per invogliare i ragazzi a leggere classici si potrebbe cominciare regalando loro i suoi libri, i libri di un’autrice che sa esattamente come situarsi fra tradizione e modernità.

Da Dickens e dalla Austen, Murail ha ereditato la capacità di scavare dentro i rapporti familiari dove gelosia, amore, noia, entusiasmo, devozione e tradimento esistono tutti insieme: «In famiglia si impara la complessità dei sentimenti, e l’antidoto alla violenza, crescendo, è proprio l’accettazione della complessità». Aggiunge che leggere significa mettersi tra parentesi, e dentro quelle parentesi si può imparare a vivere: «Quando ero piccola ho letto Roald Dahl e sono stata così felice che ho pensato che avrei amato tutti i libri del mondo, non solo i suoi».

Certo, non tutti i bambini hanno a disposizione la biblioteca e le abitudini in mezzo a cui è cresciuta lei: madre giornalista, padre poeta, un fratello e una sorella narratori anche loro. Con una famiglia del genere la vera stranezza, per la piccola Marie-Aude, sarebbe stata non scrivere affatto, oppure, come poi è successo, esagerare, strafare, pubblicare novanta libri e un centinaio di racconti. Nell’epoca della distrazione, come fa a mantenere questo ritmo di lavoro pre-tecnologico? «Non ho Facebook, c’è una pagina a mio nome ma la gestisce mio marito». Ovvio: dietro ogni grande donna c’è un uomo che le gestisce gli account. E chat e messaggi? «Li uso per comunicare con la mia famiglia ma cerco di non distrarmi, di non fare le cose tutte insieme e soprattutto di non interrompermi: se ci sembra di guadagnare tempo in realtà lo perdiamo, perché poi ne serve altro per riprendere il filo e ricominciare da dove eravamo rimasti». È una saggia verità, immagino che per praticarla serva come minimo un portatile senza connessione. «Scrivo a penna, sempre, ovunque, ogni giorno, accendo il computer solo per dettare il testo finito, poi intervengo quando le mie parole vengono storpiate perché il programma non le capisce bene: correggere una macchina è la mia seconda stesura».

A dimostrazione che è tutto vero, Murail apre una borsa e tira fuori quaderni colorati, cartelle piene di fogli e appunti che si porta dietro in ogni viaggio. C’è anche un piccolo album portafoto e, quando lo apre per mostrarmele, è elegante, antico e naturale quel suo gesto di sfogliare le immagini senza passare le dita su uno schermo. Uno scatto la ritrae in Italia qualche anno fa, nel corso di una passata edizione di “Mare di libri”, festival riminese in cui gli adolescenti sono parte attiva nella scelta degli ospiti e nell’organizzazione degli incontri.

Chiedo se pensa a lettori di un’età specifica quando inizia a scrivere, o se solo a lavoro finito si rende conto del pubblico a cui gli editori indirizzeranno la sua nuova storia. Risponde con una consapevolezza che viene da lontano, tirando fuori, per ultimo, un quaderno-libro scritto quando aveva tredici anni, con tanto di logo dell’immaginaria casa editrice e suddivisione dei racconti per fasce di età degli altrettanto immaginari lettori. Una ragazzina dalla fantasia incontrollata e, insieme, dal consapevole controllo dei meccanismi editoriali. Quel finto libro faceva parte di una collana da lei ideata: pensava di avere buttato tutto ma la sorella di nascosto salvò quell’unico esemplare, per poi farle il regalo di renderglielo anni dopo.

Ora Murail se lo porta dietro come un talismano mentre gira il mondo per incontrare i lettori, quasi tutti coetanei di quella se stessa ragazzina; loro le raccontano che con i suoi libri si sono emozionati, hanno pianto, riso, a volte persino sciolto problemi. Non si stanca mai di ascoltare le vite di chi la legge? Mi guarda stupita, da un altro pianeta: «Semplicemente, non potrei fare altrimenti».

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Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/#respond Thu, 31 Mar 2016 05:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30420 Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l'autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

I vent’anni intercorsi fra quei due snodi valgono cento, la Di Lascia improvvisamente scoperta da tutti non è una sconosciuta, fuori dall’ambiente letterario: è stata vicesegretaria di partito e onorevole, ha diretto un giornale, fondato insieme al compagno e poi marito Sergio D’Elia Nessuno tocchi Caino, la più importante associazione italiana contro la pena di morte, ha coordinato con Adriano Sofri “Un digiunatore al giorno” in solidarietà con le vittime delle guerre nei Balcani, ha incontrato il Dalai Lama, lasciato la facoltà di Medicina e fondato un’associazione per tutelare i pazienti che scelgono l’omeopatia, ha adottato sul mondo uno sguardo più femminile che femminista piegando ogni battaglia al suo linguaggio.

Da quella festa del 1995 a cui presero parte tutti tranne la festeggiata, persino Pannella che al Ninfeo non c’era mai stato prima e non tornerà mai più dopo lo Strega alla “strega radicale”, come la chiamava, da quella sera triste ed euforica sono passati altri vent’anni durante i quali io misuravo la distanza fra le generazioni, fra quella donna vissuta quando tutte le scelte private erano anche politiche e me, venuta su mentre la dimensione partecipativa si sgretolava e i miei coetanei congedavano l’idea che votare, associarsi, manifestare fossero verbi intimamente connessi con l’identità individuale.

Una distanza che si trasformava in abisso, mentre il mondo in cui ero nata invecchiava, servivano strumenti nuovi, magari dovevo essere proprio io a inventarli, toccava alla mia generazione figlia di quell’altra, e mi tornava in mente quel romanzo amato d’istinto, che cominciava così: «La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio ombrato dell’ingresso, che separa la cucina dal bagno, e quello della stanza del divano, sono io».

La creatura in cui mi ero specchiata taceva. Era affidata alle voci degli altri; chi l’aveva incontrata la ricordava, chi non riusciva a dimenticarla ne cercava le tracce, guardava le poche foto in circolazione interrogando quegli occhi in bianco e nero; nascevano biografie, un documentario, una piazza, un’associazione e un premio letterario per Maria Teresa Di Lascia. Quanto a me, registravo notizie laterali e dettagli biografici sull’autrice del libro di cui mi ero impossessata con quella febbre che si manifesta solo nell’adolescenza, quando siamo certi che le storie dei grandi siano state scritte apposta per noi.

Oggi quella voce che in Passaggio in ombra non si zittiva, svelta e assillante come un animaletto indolenzito e spaurito, assertiva come una figlia bastarda troppo e male amata da una famiglia matrilineare, parla di nuovo. Esce per le Edizioni dell’Asino, curata da Antonella Soldo, un’antologia di interviste, articoli, racconti il cui titolo riprende le righe di una lettera a Sofri, Un vuoto dove passa ogni cosa. Quel vuoto è la scrittura. Di Lascia attraversa spedita la storia e gli individui senza mai scambiarli per massa, e dentro quel vuoto ci sono la politica e la vita.

Lì nascono i suoi interventi e la sua letteratura, lì abitava la persona nascosta dietro Passaggio in ombra: «la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita». Il ciarpame è ora raccolto in questo libro, da mettere accanto a quell’altro accolto con stupore nel 1995 da lettori e critici improvvisamente costretti a chiedersi cos’erano impegnati a fare, da quale inutile pensiero erano distratti mentre quella voce chiedeva e scriveva senza sosta.

Se alla Conferenza sui Diritti Umani, a Vienna, Di Lascia viene affascinata dall’idea tibetana dell’agire senza fine, senza premio, senza utile, appena dopo precisa: «queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi». Scopriamo che la scrittrice di Rocchetta è prossima al bene ma non sente il dovere di essere buona, è una razzista dell’intelligenza, una razzista culturale, «secondo me sono una ragazza della via Paal», non ha paura della morte ma ha nausea del tempo che le cancella gli zigomi a matita, svelando un volto di quarant’anni e da bambina pesta.

«Bisogna, mi pare, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto», scrive androgina, lei che l’otto marzo non si prenderebbe neanche il disturbo di abolirlo («è stato già abolito. A ricordarcelo ci stanno soltanto le testate giornalistiche e le televisioni e tutti quelli che, sapendo bene quanto una cosa è stata abolita, la ricordano soltanto come un catafalco», dice ai microfoni di Radio Radicale), lei che di quella festa non vede nemmeno più la retorica, solo la bara vuota in mezzo a una nevrosi collettiva di competitività maschile e femminile.

Quanto alle femministe, basta osservare che fine hanno fatto: «quasi tutte sono finite a scrivere nelle redazioni di giornali» a raccontarsela, mentre fuori, nel mondo, la parità è rimasta imprigionata nella riproduzione meccanica del rito dell’indipendenza, senza un passo avanti verso la realizzazione personale; il legittimo bisogno di essere autonome, una volta esaurito, dovrebbe coincidere con un desiderio di realizzarsi che riguarda tutti, senza distinzioni di sesso.

«Io fra votare Nilde Iotti e votare un uomo intelligente preferisco votare un uomo intelligente, per essere chiari ed espliciti» è la risposta alla paura che una legge uninominale nel 1988 avrebbe potuto penalizzare le donne, ma è anche una frase di odierno buon senso, riutilizzabile come argine ogni volta che le quote rosa minacciano di esondare, perché nascere maschi o femmine è un puro incidente biologico e dovrebbe destare sempre meno preoccupazione, non sempre più chiacchiericcio. E tuttavia è in buona parte femminile la responsabilità della nonviolenza, di cui il femminismo avrebbe potuto essere portatore formidabile, un’occasione mancata sul cui rimpianto però non c’è stupore: «non ho mai creduto che coloro che avessero la cultura della rivoluzione o dei rivoluzionismi sarebbero stati particolarmente in grado di porsi in maniera paritaria e intelligente nei confronti dei rapporti».

Nel 1989 Di Lascia discute la Ru486 definendola “la pillola della solitudine” che secondo lei non restituisce l’utero alle donne ma lo vende a una casa farmaceutica, e teme il ritorno buio a un rito esoterico e privato: abbiamo fatto tanto per far uscire l’aborto dalle case, siamo sicure di volercelo rinchiudere di nuovo? Nel 1991 interviene alla Conferenza internazionale sull’Aids e, mentre l’immaginario comune è arenato su tossicodipendenti e omosessuali, riporta: «voi sapete che su dieci persone sane che si ammalano otto sono donne. E lo prendono con le trasfusioni dopo i parti che avvengono negli ospedali».

Questa era Maria Teresa Di Lascia, e insieme, di nascosto dai più e forse anche da se stessa, una scrittrice che spiava la famiglia, la follia e l’amore dietro una porta socchiusa, la narratrice di un mondo intimo che scansava trappole come l’utilizzo letterario del sociale e il ricatto del civile. «Io credo che la vera arte si occupi sempre di sociale, anche quando non lo rappresenta proprio», esordisce presentando a Roma una mostra contro la pena di morte, e cita Elsa Morante: il processo artistico come ricomposizione nell’immaginario di una realtà atomizzata, senza scopo didattico.

Ancora, sull’aggettivo “civile”, dopo aver insistito per usarlo a proposito di Nessuno tocchi Caino, spiega che serve a designare un impegno fuoriuscito dal parlamento, «ma con questa parola non si vuole certo dividere il mondo in civili e incivili». Per fortuna l’arte dev’essere incivile, e la letteratura della Di Lascia lo è, anche nei racconti, alcuni bellissimi, come La moglie e Compleanno, raccolti in questo volume; è una letteratura sgarbata, ancestrale, fastidiosa – incivile almeno quanto era stata civile la sua breve esperienza parlamentare e quella più lunga di partito, la cittadinanza vissuta con pienezza, senza perdersi nessun dubbio, nessuna possibilità di suscitare dubbi negli altri.

Per Di Lascia la politica è innocenza, intesa come disponibilità totale, gradiente di comprensione della realtà, capacità di accogliere le sfide; un’innocenza non passiva, l’opposto della stupidità, addirittura il suo antidoto. Gli occhi di Chiara D’Auria, sua alter ego protagonista di Passaggio in ombra, sono quelli di una bambina innocente e coraggiosa che diventa grande mantenendo i segreti degli adulti, scansandosi dalle maldicenze di provincia, imparando come difendersi dalla fragile aggressività dei cosiddetti valori maschili.

Nel 1995, su quel palco di Villa Giulia dall’aria festosa e smarrita come quella di un funerale – i funerali non si fanno mai il giorno del funerale – c’erano anche i fratelli. Uno di loro, nel documentario L’audacia e il silenzio curato da Alessandro Galano, ricorda il disappunto di Maria Teresa: come fai a leggere solo quindici libri l’anno, gli chiedeva costernata, e nemmeno quelli giusti. Quindici era un numero irrisorio per la fame di esperienza di una donna che teneva il libro aperto sulle ginocchia e parlava, guardava la televisione e leggeva, litigava e leggeva. «Un litigio non lo si nega a nessuno», diceva, e come tutte le persone di cattivo carattere a chi glielo faceva notare rispondeva che non era vero, lei aveva semplicemente un carattere, «il carattere è il destino delle persone», ripeteva, ed è anche il cuore del suo romanzo, popolato da creature incapaci di uscire da se stesse, inchiodate a un luogo, a un oggetto, marchiate da forza o debolezza, o anche solo da una smorfia, dal nervosismo, dalla paura.

«Io, come tutti, ho fatto solo quello che potevo» conclude in una lettera al padre, aperta con la dichiarazione d’indipendenza dei figli che hanno smesso di essere tali, ovvero la consapevolezza di aver deluso i propri genitori e di essere sopravvissuti senza traumi a quella delusione, perché non è mica un gran dolore, significa solo essere diventati adulti: «non credere che non sappia che sei molto dispiaciuto per l’assetto complessivo della mia vita e per, l’apparente, testardaggine che sembra racchiuderla».

Una testardaggine che le fa dire, appena incontrato Sergio, detenuto di Prima Linea in permesso premio per andare al congresso Radicale: «di questo qui me ne occupo io», e da allora non lo lascia più, si prende cura di lui ogni minuto con quello che nel romanzo sarà definito «il coraggio fragile e spietato del dono seppure transitorio dell’amore». Intanto lavora a Nessuno tocchi Caino, insiste perché nella descrizione dell’associazione non trovi posto il verbo uccidere, come da traduzione biblica di Erri De Luca.

La radicale e la romanziera non sono due persone diverse, anche se scrivendo narrativa Di Lascia dava alla sua voce un’attitudine che l’ampiezza dei suoi interventi non le avrebbe permesso, quella di farsi minuscola, paesana, soffocata. È il respiro rotto della letteratura a rendere universale quella piccola voce, insieme alla capacità di raccontare il dolore, l’inquietudine, il presagio. Passaggio in ombra era il racconto di molte morti, sempre descritte come un sonno perché «c’è qualcosa di inquietante nel sonno delle persone che amiamo; qualcosa che, se ci mettiamo all’ascolto, contiene la profezia della loro morte».

Se ne vanno uno dopo l’altro i personaggi di quel romanzo intimo e corale, mentre chi li osserva aspetta il destino senza paura e senza spocchia, immaginando l’addio con le sole categorie che abbiamo a disposizione, quelle dei vivi, con la paura che dà pace e terrore insieme: che la morte non sia nient’altro che un luogo dove nessuno ti chiama per nome, nessuno ti viene più a cercare.

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Luigi Malerba, scrittore anfibio https://minimaetmoralia.it/letteratura/luigi-malerba-scrittore-anfibio/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/luigi-malerba-scrittore-anfibio/#comments Wed, 10 Sep 2014 08:42:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23219 Il mio primo personaggio malerbiano l’ho incontrato a undici anni: l’Ambanelli della Scoperta dell’alfabeto. Ero tutta contenta, la prof mi aveva assegnato il racconto di uno scrittore che a casa stava sullo scaffale dei grandi. In salotto, indicai impettita Il pataffio a me proibito: «Io questo signore ce l’ho come compito di scuola». La scena è involontariamente emblematica, non sapevo ancora che tutta la produzione malerbiana è attraversata da scarti improvvisi, non sapevo che ogni lettore ha il suo Malerba: lo sperimentatore del Serpente, lo sbeffeggiatore delle Galline pensierose, il linguista paradossale dei Neologissimi.

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MALERBA

(Fonte immagine)

Il mio primo personaggio malerbiano l’ho incontrato a undici anni: l’Ambanelli della Scoperta dell’alfabeto. Ero tutta contenta, la prof mi aveva assegnato il racconto di uno scrittore che a casa stava sullo scaffale dei grandi. In salotto, indicai impettita Il pataffio a me proibito: «Io questo signore ce l’ho come compito di scuola». La scena è involontariamente emblematica, non sapevo ancora che tutta la produzione malerbiana è attraversata da scarti improvvisi, non sapevo che ogni lettore ha il suo Malerba: lo sperimentatore del Serpente, lo sbeffeggiatore delle Galline pensierose, il linguista paradossale dei Neologissimi.

«A scuola dicevano: cerca di essere te stesso, ma se io non avessi cercato di essere un altro non avrei scritto niente», racconta lo scrittore di Berceto in una delle sue ultime interviste. L’uomo che all’anagrafe faceva Luigi Bonardi (1927-2008) è stato un altro in ciascuna delle sue opere, è stato il narratore bugiardo per antonomasia, l’autore di gialli con infinite soluzioni, il collezionista di parole abbandonate, uno dei migliori professionisti italiani nell’arte mai gratuita di spiazzare e mettere a disagio il lettore. Nel 2014 la Quodlibet di Ermanno Cavazzoni, esperto dell’opera di Malerba, e la Mondadori, che ha i diritti di molti suoi libri, hanno rimesso in circolazione i troppi testi che negli anni erano scivolati fuori catalogo, in attesa del Meridiano che uscirà nella primavera 2016 a cura di Walter Pedullà.

Il secondo personaggio malerbiano che ho conosciuto nella mia vita è stata Anna, sua moglie (non l’ho mai sentita definirsi vedova), in occasione di una serata organizzata alla libreria Altroquando di Roma dai Libri in testa, un gruppo di provocatori letterari di cui faccio parte. Anna, prima di sposare uno scrittore, di cognome faceva Lapenna («La battuta l’ha già fatta una studiosa giapponese nella sua tesi»). Le dico che vorrei scrivere di Malerba e farle qualche domanda, mi avverte: solo a patto che si parli di suo marito e non di lei. E lui, quanto parlava di sé? «Nel Diario di un sognatore aveva deciso di raccogliere i suoi sogni più curiosi, sognava tantissimo, viveva notti agitate che finivano ogni mattina su un taccuino. E i critici: che bel libro di racconti ha scritto Malerba!». Lui ci rimase un po’ male: dopo tanti romanzi in prima persona e altrettante faticose smentite («La prima persona non sono io»), aveva scritto la sua unica opera autobiografica in terza e nessuno se n’era accorto.

Il mio Malerba preferito, nel racconto di Anna, è il ragazzo che da Parma si sposta a Parigi e di lì a Roma, dove si presenta ai grandi del cinema, da Fellini a Flaiano. Nessuno crede ai propri occhi: per la forza della scrittura e l’autorevolezza della pubblicazione si aspettavano un anziano erudito, e invece il direttore della prestigiosa rivista Sequenze è un ragazzetto fresco di università. Qualche mese dopo, il poco più che ventenne Luigi prende in affitto una casa in via del Tritone insieme ad Attilio Bertolucci, lavora con Lattuada e Zavattini, comincia a scrivere per il cinema. Diventa Malerba.

Confesso ad Anna che, da bambina, del racconto sull’analfabeta Ambanelli mi aveva colpito l’assenza di superiorità o compassione da parte della voce narrante (allora non lo dicevo così, dicevo solo: diverso dal Libro Cuore). Un uomo grande e grosso che non si vergogna di voler imparare a leggere: be’, quell’uomo mi era simpatico. «Luigi aveva un grande rispetto per il mondo contadino, anche se non lo rimpiangeva perché non frequentava il sentimento della nostalgia», dice. A me piaceva quell’Ambanelli che cerca sui vecchi ritagli di giornale le parole che conosce e quando le trova è felice «come se avesse incontrato un vecchio amico». Oggi il senso del racconto lo trovo tutto nella riga precedente, quando il contadino sente di aver imparato a sufficienza: «Mi sembra che basta, per la mia età». Ambanelli incarna il desiderio di istruirsi senza snaturarsi, capire senza scimmiottare; La scoperta dell’alfabeto è un racconto che riflette sulla cultura ma anche sui suoi limiti.

Del resto, l’idea che una storia debba finire con il raggiungimento di un traguardo etico doveva essere molto antipatica a Malerba. Scrisse Pinocchio con gli stivali per regalare al burattino una sorte diversa da quella, a suo avviso terribile, di incarnarsi in una personcina a modo. Quella scrittura anfibia che procede tra realtà e paradosso lo faceva amare dai bambini, attratti da tutto ciò che capovolge un luogo comune; leggendolo si ha sempre la sensazione che qualcosa nasca storto all’origine, che il mondo e i fatti siano nient’altro che un equivoco. Il lettore adulto si sente preso in giro, quello piccolo sa di prendere in giro qualcun altro. Il primo scansa il sasso tirato, il secondo lo tira insieme all’autore. In Salto mortale la voce narrante è mille voci con lo stesso nome, il delitto al centro della trama viene guardato da cento angolazioni diverse (quel Giuseppe detto Giuseppe che scopre un cadavere, l’ennesimo immancabile nella galleria dei personaggi malerbiani). Chi dice la verità? Chi mente? Cosa pensa l’autore?

«Scrivo per sapere cosa penso», confessava Malerba in Parole al vento. «Diceva “Per essere scrittori si deve essere un po’ stupidi”», aggiunge Anna,  «Stupidi nel senso di capaci di provare stupore, perché se il mondo non ti stupisce come fai a raccontarlo?». Che resti un segreto, vi prego: a quelli intelligentissimi non spifferiamolo mai.

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