Nico Morabito, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/nicomorabito/ un blog di approfondimento culturale Sun, 04 Aug 2019 07:07:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Nico Morabito, Autore a Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/author/nicomorabito/ 32 32 Nell’ora del caldo https://minimaetmoralia.it/non-fiction/nellora-del-caldo/ https://minimaetmoralia.it/non-fiction/nellora-del-caldo/#respond Sun, 04 Aug 2019 13:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40873 Sono a Palermo da trentotto giorni e sono trentotto giorni che a Palermo c’è il sole. Trentotto giorni. Li sto contando con delle tacche, su un foglietto appiccicato nell’ingresso di questa ennesima casa non mia, qui, nel cuore della Kalsa, nel punto più lontano dalla mia giovinezza. Ogni mattina, appena sveglio, una tacca: trentotto giorni, e oggi, le tre del pomeriggio, per la prima volta il cielo è una coperta di nuvole, bambagia. Durerà poco, ma intanto nessuno spicchio di azzurro. Il sole, debolissimo, va e viene, come se si divertisse a prendersi gioco di noi, entrando e uscendo da questo secchio scassato di afa e umidità in cui siamo precipitati, e dicendo, sussurrando: suca, forte, ancora più forte.

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Piazza Aragona

Sono a Palermo da trentotto giorni e sono trentotto giorni che a Palermo c’è il sole. Trentotto giorni. Li sto contando con delle tacche, su un foglietto appiccicato nell’ingresso di questa ennesima casa non mia, qui, nel cuore della Kalsa, nel punto più lontano dalla mia giovinezza. Ogni mattina, appena sveglio, una tacca: trentotto giorni, e oggi, le tre del pomeriggio, per la prima volta il cielo è una coperta di nuvole, bambagia. Durerà poco, ma intanto nessuno spicchio di azzurro. Il sole, debolissimo, va e viene, come se si divertisse a prendersi gioco di noi, entrando e uscendo da questo secchio scassato di afa e umidità in cui siamo precipitati, e dicendo, sussurrando: suca, forte, ancora più forte.

Trentotto giorni consecutivi di sole e sfondi per desktop. I turisti estasiati fanno selfie con i carabinieri, vagano per i vicoli del centro, si fanno irretire dalle sabbie mobili del Capo e di Ballarò, oh che bella Palermo, sì è molto cambiata, che spettacolo via Maqueda, quante cose buone da mangiare, guarda hanno aperto anche una bakery, sì però basta con la gentrificazione ne abbiamo passate tante ci manca solo questa, perciò tu di Palermo eri e niente mi hai detto che era così bella, ma che ti dovevo dire, che erano diciott’anni che non ci tornavo e ora sono trentotto giorni che quelli che mi conoscevano all’epoca mi guardano interdetti e sanno dirmi solamente: oh, sì fatto sicco, ma a Parigi mangi?

Peccato che abbia questa cattiva fama, il parlare del clima, del tempo, del sole, del caldo, del freddo. Peccato, davvero. Anche adesso, io sto parlando del tempo e tu stai pensando oh ma questo sta parlando del tempo. Sì, sto parlando del tempo, anzi del caldo. Come si fa a non parlare del caldo, chiunque non parli del caldo sta solo fingendo di non parlare del caldo, in realtà dentro di sé sta parlando del caldo, col caldo, sul caldo. Ma che ne sai tu se non hai vissuto almeno una volta nella vita trentotto giorni consecutivi a Palermo, senza una goccia di pioggia o di vento, soltanto caldo, e luce, tutta quella che vuoi, luce luce luce sempre luce quanta luce questa luce.

Giorni fa, possono essere le dieci del mattino, sto vagando senza meta su viale Croce Rossa cercando di ricordarmi il motivo per cui sono uscito di casa. A un certo punto, sul marciapiede, in direzione opposta alla mia, compare una tipa maglietta bianca pantaloni lunghi, più bassa di me caschetto nero, avanza facendo un gesto che ben conosco e che è tutto nostro, di noi palermitani e di nessun altro. Si sventola con il palmo della mano, movimento tanto inutile quanto necessario. Qualcosa dovendo fare, lei si sventola con il palmo della mano. Gesto di tante cose: dovere e supplizio, spasimo e abbandono. Al momento della collisione incrociamo gli sguardi, lei si ferma, io mi fermo, lei mi fa, con la virgola e tutto: c’è caldo, c’è.

Sono momenti in cui devi prendere decisioni in fretta. La mia è di annuire gravemente, alzando le sopracciglia al cielo, dicendo: e che dobbiamo fare. Constatare, registrare, prendere atto. A Palermo fa caldo. È un caldo speciale? Che ne so, io questo conosco, e a Palermo fa caldo, sempre. Non è il solito spirito tragediatore. È che se pure vai a vivere al Polo Nord, e non ci pensi, perché fa freddo, nel frattempo a Palermo fa caldo, sempre. E non puoi opporti, non puoi ribellarti, non puoi farci niente. Al caldo di Palermo bisogna andare incontro, con la serenità del martire: nessun tornaconto, solo vocazione. Bisogna abbracciarlo, stringerlo, farsi penetrare senza opporre resistenza. Fottimi, o caldo amatissimo, accetterò tutto con devozione. Oppure allontanarsi da esso, per esempio scivolando su un piano inclinato senza voler nemmeno sapere cosa c’è alla fine, come sta facendo la tipa più bassa di me caschetto nero, che ha capito tutto della città, di me, della vita, e ora esce dall’inquadratura continuando a sventolarsi con il palmo della mano, dovere e supplizio, spasimo e abbandono, dicendo, ripetendo, con la virgola e tutto: c’è caldo, c’è.

Piazza Sant'Anna (1)

Palermo è una città complicata, ha sempre lo sguardo da un’altra parte, forse pensando ancora a Federico II e alla grandeur di quando qua era tutta culla della civiltà, di sicuro ignorando ostentatamente ciò che ha sotto il proprio naso: i sinonimi e i contrari, i tesori e le immondizie, l’abbondanza e la penuria, le montagne e il mare. Quel mare che Palermo, come ben sa chi ci ha vissuto, fu sempre mal tollerato, con la funcia, quando non allontanato, ostacolato, cancellato. Fonte di minacce e mali pensieri. Palermo è una città di mare per modo di dire, non è mai esistita una passeggiata, un vero lungomare dove andare a prendere il gelato, farsi i bagni, come le altre città normali. Per tutto questo c’era e c’è Mondello, ennesimo distoglimento pur di non vedere quello che c’è dentro casa. Ecco perché a Palermo fa questo caldo così speciale, perché il mare c’è ma non esiste, e la città finisce con l’assomigliare a una cosa stesa con le mollette ad asciugare, dal tutto porto in giù, solo che nessuno passerà mai a ritirarla.

Palermo la puoi visitare a partire da innumerevoli itinerari e dalle relative intersezioni: l’arte, l’architettura, i morti ammazzati, i rollò col wurstel, la letteratura, il percorso arabo-normanno. Quello che vuoi. Sai, noi abbiamo avuto molte dominazioni una dietro l’altra: quelli venivano, conquistavano, abbellivano, aggiungevano, e poi arrivavano gli altri e via daccapo. Risultato: Palermo è bellissima. Quanti autori, scrittori, musicisti sono passati da qui pensando di trovare la chiave di accesso al mondo, illudendosi di aver tutto capito? Ma, come scrisse Fulvio Abbate, non esiste “lo strumento musicale per suonare Palermo”. Nessuna stanzialità provvisoria o eterna potrà mai essere all’altezza di questa frase, Palermo è bellissima, ed è proprio questo che permette di conservarne la bellezza, perché il reale non sfibrerà mai l’ideale, non si può usurare quello che non si può raggiungere. Palermo è bellissima, puoi dirlo cento, mille, milioni di volte e lassù lassù lassù non ci arriverai mai. 

Ma se proprio vuoi provocare gli dei e avvicinarti alla sommità, o almeno intravedere le forme piene e tonde dell’esperienza in cui il detto sia finalmente possibile, un modo forse c’è: vagare e divagare per la città alle tre del pomeriggio, sotto il pico del sole, possibilmente dai quaranta gradi in poi, tu come sorgente inestinguibile di sudore. Questo è l’unico modo per vincere la secolare lagnusia tutta palermitana: affrontare i negozi chiusi, i fichi d’india rinsecchiti, le scritte sui muri come reperti di altre glaciazioni, lasciare libero lo scarrozzo giorno e notte, il sibilo dei condizionatori truccati, la biancheria stesa in mezzo alla strada, i cani randagi che sbavano di fame e solitudine, la mano a coppetta che guarda l’orizzonte e all’orizzonte non c’è niente.

Nell’ora del caldo il tempo si allunga e si slarga, come quando tiri un tessuto da entrambi i lati, un lembo dal mare che c’è ma non esiste e un lembo dalle montagne che non servono a niente. Ecco cosa devi fare con Palermo, provare a sdillabbrarla, con cura ma senza timori. Sgranare, aumentare lo zoom al massimo, prendere la luce quanta luce questa luce e usarla per saturare tutto: dolori, veleni, errori di giovinezza, ferite di una storia che non smetterà mai di sanguinare.

Nell’ora del caldo a poco a poco si smette di gettare voci, i morti e gli eroi possono riposare in santa pace, non ha più senso porsi domande sulle differenze tra la città reale e quella immaginata, sulla congruità o meno dei turisti che esplorano via Torremuzza come in un safari. Nell’ora del caldo il caldo smette di essere scusa e panacea, e nessuno più si sventola con il palmo della mano. Allora sì, potrai finalmente muoverti come non hai fatto mai, nel conforto della consapevolezza, della calma, della rivelazione. La Cala, via Alloro, piazza Bologni, le statue, le palme, le jacarande, i mandamenti, le edicole votive: la chiave di tutto è lì, a portata di mano, ma attenzione, dura un attimo, uno solo, l’attimo prima della cecità, dell’impotenza, della pazzia definitiva, l’attimo prima di morire definitivamente di caldo e non poter mai più dire in vita tua: Palermo è bellissima.

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Hai fatto la battuta. Selfcasting e intrattenimento autogestito https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/hai-fatto-la-battuta-selfcasting-e-intrattenimento-autogestito/#comments Tue, 20 Oct 2015 05:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28787 Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d'œil rivolto ai miei "amici". Tra le righe: sto partendo, per un po' vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: "Esticazzi". Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell'internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

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luoie-ck

Questo pezzo è uscito su Link Magazine. (Fonte immagine)

Mi trovo a Charles de Gaulle, in attesa di salire su un aereo diretto a New York. Ieri, su facebook, ho postato uno status in cui dicevo delle cose, vere, con un tono fintamente serio, ma in realtà scherzoso, in un doppio-triplo clin d’œil rivolto ai miei “amici”. Tra le righe: sto partendo, per un po’ vi toccherà sopportare aggiornamenti monotematici, abbiate pazienza. Like, reazioni, faccine. Le solite cose. Ora sto scorrendo il muro con il pollice. Mi arriva la notifica di un commento al mio status, è uno scrittore che qualche settimana fa ha accettato la mia richiesta di amicizia. Non abbiamo mai interagito. Questa è la prima volta. Il suo commento è: “Esticazzi”. Mi crolla il mondo addosso. Si è rotto il patto di non belligeranza che, per quanto mi riguarda, tiene in piedi questa faccenda degli status, dei social, dell’internet, di tutto. Non si fa. Sono offeso.

Inizio a pensare a un’immediata risposta, ma ogni frase o citazione che mi viene in mente risulta, più o meno, scherzosa. Riesco a immaginare solo delle battute. Vorrei essere efficace, vincente, definitivo, ma, se si capisse che sto rosicando da morire, non me lo perdonerei mai. Imbocco il corridoio che porta all’aereo, e decido di fare l’unica cosa che è nelle mie possibilità: niente. Salgo a bordo e, dopo otto ore, realizzo per la prima volta di avere un problema: sono prigioniero della mia parte divertente. 

Resta con me, non cambiare timeline

È successo questo. A un certo punto mi sono trasformato in una macchina online che produce intrattenimento autogestito. Un selfcasting ininterrotto e allegro a forma mista di: bollettino informativo e vita vera, versione illuminata e più spiritosa di quel che sono, o di come mi percepisco. A metà tra una versione rionale dell’Ansa (“Hanno deviato il percorso del 61 barrato, sapevatevelo“) e una maldestra imitazione di quella rubrica del tg che esalta tutto senza criterio (“Disco dell’anno!” “Aspè, ma non l’avevi già detto cinque minuti fa per quell’altro?”), mi ammazzo di selfie e condivido link in funzione dell’unica cosa che davvero mi interessa: non annoiare il mio pubblico, siano i 237 followers che, a fatica, ho raccattato in tre anni o i cento milioni di osservatori del Cerchio, nel futuro distopico immaginato da Dave Eggers. Devo rassicurarli, accontentarli “con le canzoni e le serie tv che piacciono a tutti”, con i riferimenti agli anni ’90, a com’eravamo, a come saremo: tranquilli, parliamo la stessa lingua, cuoricini, Zerocalcare, genio, no genio tu!

Ho organizzato la mia vita online in un palinsesto pieno di battute, battute, battute: conosco le fasce di maggiore ascolto, so quando pubblicare contenuti pesanti (il lunedì mattina; il venerdì pomeriggio è un suicidio) o leggeri (meglio un tweet ogni ora piuttosto che una selva di tweet in un minuto). Più trasversale è la condivisione, più feedback avrò (già, il bellissimo film rumeno che ho visto in anteprima a quel Festival non interessa a nessuno). Se ci fosse un cartello attaccato sulla porta del mio stare in rete, reciterebbe qualcosa del tipo: “Resta con me, non cambiare timeline”. E la via più efficace e rapida per mantenere il mio potere in questa koinè è muovermi con destrezza nella Cornice Scherzosa che qualcuno un giorno creò per poi infilarci dentro ogni pezzo dell’internet.

@SuorCristinaS fa la cover di Like a virgin e @Madonna le scrive “Sisters for life”; la pensionata liveblogga l’elezione del nuovo presidente di questa o quella Repubblica; @shondarhimes prende in giro le proprie fans omofobe; @Femen_France annuncia di aver appena rapito un prete per protesta contro il Papa; la @Cia twitta il fact-checking del film Argo; il calciatore @FinallyMario posta una foto contro il razzismo e viene deferito per razzismo.

Chiunque io sia, ogni giorno, a ogni ora, devo dimostrare di saper stare al mondo, ovvero: essere un bravo umorista, partorire una ventina di ironie differenti a comando, scegliere quando è ora di usare il sarcasmo e quando invece produrre una parodia come si deve. È l’Intenzione Comica, che tutto abbraccia: sta lì, in un angolo, come un docile cagnolino di Pavlov con la salivazione sempre in eccesso, pronta a surfare sul piacere della distrazione, del ludico, e provocarne il contagio; vive di una mancata partecipazione affettiva e di pietà[1], e anzi gode nell’avvilire l’altro, mediante “processi di abbassamento e degradazione”[2]; si fa beffe della non corrispondenza dei codici e delle interferenze comunicative; ha come ambizione ultima il Riso che si nutre di strappi infantili e di hybris; ha la pretesa di poter intervenire sul mondo, di cambiarlo, addirittura, con la sola forza di discorsi comici che si legittimano a vicenda, strutturandosi in calchi e Wtf al cubo. A patto di accettare ciecamente le regole del gioco. Stare dentro la bolla, guai a perdersi i fili degli ipertesti precedenti.

Come nel caso dell’archetipo “
Break The Internet – Kim Kardashian”. Per comprendere appieno il senso di quell’assurda didascalia e delle migliaia di parodie che rotolarono per sempre, come balle di fieno, negli anfratti più desolati del web, non solo bisognava conoscere l’originale, ovvero quel servizio fotografico, ma anche un elenco di cose da prendere nella loro totalità: lo champagne, Kanye West, Riccardo Tisci, Jay-Z, Beyoncé, Kanye+Kim+una moto, James Franco+Seth Rogen+un’altra moto e così via. Tutto o niente, dentro o fuori, ecco la bolla. Possiamo metterci in prima fila (e produrre contenuto, come l’1% della famosa regola), o in ultima (e spiare, come fanno i lurker): ci sarà sempre un elemento scatenante che permette tutto questo, sotto forma di prestiti da altri linguaggi, arraffati, masticati, gettati via.

Il legame tra l’Intenzione Comica e il mainstream procede per cannibalismi e pratiche erotiche mal dissimulate. L’una sembra dare il meglio di sé proprio nel corso delle grandi cerimonie, l’altro non può fare a meno dei trending topics per costruire le proprie scalette. Stabilire cause ed effetti è un esercizio sterile, la catena alimentare procede in automatico, con esiti paradossali. Quando una conduttrice rimase a seni nudi durante uno scadente numero di spettacolo su Raiuno, una delle solite testate assatanate di click agì – finalmente – in modo spiazzante. Non pubblicò la gallery dell’intera sequenza dei seni nudi, come prevedibile, ma 37 screenshot di tweet sui seni nudi, opera dei soliti quindici-quarantenni che videro così ripagata la propria devozione al second screen: l’improvvisa eccitazione della curva dell’attenzione dopo “tutti questi venerdì a sorbirmi Cirilli” (gallery cui seguì  un rimpallo virale in ognuno dei prescelti, in un’orgia di retweet, stelline e ciao mamma guarda come mi sono divertito).

Prestito analogo nel caso del “Re dell’internet per una notte” Giancarlo Magalli, che all’improvviso divenne un eroe social, per un motivo elementare: al pari della maggior parte degli esseri umani, anche lui è intrappolato in una vita che lo rende infelice e, come tutti noi, è molto, ma molto meglio di quello che fa o del capo che si ritrova (Michele Guardì, ovvero l’ostacolo alla piena realizzazione del nostro eroe pieno di humour). Percepito come #unodinoi, #magalli (che ama i social: in un’intervista ha dichiarato che ogni tanto organizza cene con gli amici di Facebook; Twitter no, non gli piace) entra nella bolla e si fa volentieri usare per generare infiniti discorsi comici che durano il tempo necessario a voltare hashtag, ovvero adesso, subito.

“Voi ridete senza raccapezzarvi e ridete tutto, cogli occhi, colle labbra, colle mani…”[3]

A prescindere dalla miccia, l’attenzione ama concentrarsi non tanto sull’oggetto della funzione comica, quanto sull’interpretazione onnicomprensiva dell’Io-Scherzo, che ribalta il rapporto causa/effetto mettendo sotto i riflettori la mia simpatia, la mia bravura, la velocità con cui Io riesco a scattare dai blocchi di partenza bruciando gli altri. La proclamazione del nuovo Nobel della Letteratura che-nessuno-conosce è l’occasione ghiottissima per passare nel giro di trenta secondi da una reazione per molti versi opinabile, ma tutto sommato in tema (“Philip Roth is the new Leonardo Di Caprio”) a una reazione che certifica i miei talenti nella ricerca su “Google Immagini” (il famoso Mazzo di Carte Modiano che improvvisamente ci rese tutti uguali e sgomenti di fronte alla Legge del web).

Questa centralità dell’Io-Scherzo da un lato provoca l’accorciamento drammatico del ciclo vitale del divertimento, dall’altro giustifica l’assunto implicito dell’Intenzione Comica: sì, si può ridere di tutto. Specie se ci sono di mezzo un tentato omicidio, una bella ragazza e la televisione.

Nabilla Benattia è la classica bomba sexy, evidentemente necessaria in ogni panorama audiovisivo del mondo. Un giorno, mentre partecipa a un reality francese, pronuncia una frase senza senso (“Allô? Non, mais allô quoi? T’es une fille, t’as pas d’shampooing?”[4]) che la proietta all’istante al primo posto degli argomenti di discussione e di scherno dell’opinione pubblica. L’Allô quoi diventa un tormentone, un libro, un altro reality. Dopo un paio d’anni passati a squattare studi televisivi ma anche serissime analisi sociologiche e filosofiche, una mattina Nabilla viene arrestata con l’accusa di aver preso a coltellate il suo ragazzo Thomas. Forse è troppo, pure per la Francia.

Il caso di cronaca nera scala la gerarchia delle notizie e il cortocircuito tra la rete e i media tradizionali assume i contorni della “spirale infernale”, con in mezzo la politica. Si parte con le gif di Nabilla e Thomas paragonati all’ex primo ministro François Fillon e a Nicolas Sarkozy (quest’ultimo nei panni della vittima), si continua con la parodia dell’affaire in stile Orange is the new Black, e si arriva alla campagna virale #BringBackOurNabilla, ispirata al ben più tragico #BringBackOurGirls, in un amalgama osceno che scatena uno smottamento di proteste e adesso basta.

Ecco. Si può scherzare su tutto, quindi non si può scherzare su niente. Il fiato si rivela cortissimo: non si tratta più di stabilire quanta indignazione sia rimasta nell’aria del tempo (e dunque quanta usarne la prossima volta), o come sopravvivere in un universo in cui bisogna controllare quattro volte una notizia, perché ormai non ci si può fidare di nessuna fonte, ma di trovare la voglia di uscire dall’apnea e porsi una semplice domanda: ok, e dopo tutto questo divertimento?

 

[1] Cfr. L. Joubert, Traité du ris, 1579, citato in P. Santarcangeli, Homo ridens, Olschki, 1989

[2] “Herabsetzung, come dice felicemente la lingua tedesca”: S. Freud, Il motto di spirito e la sua relazione con l’inconscio, Bur, 2010

[3] A. Cantoni, Humour classico e moderno, Barbera Ed., 1989

[4] “Pronto? Ehi, pronto? Sei una ragazza e non hai lo shampoo?”

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Malattie imbarazzanti: il binge viewing https://minimaetmoralia.it/televisione/binge-viewing-serie-tv/ https://minimaetmoralia.it/televisione/binge-viewing-serie-tv/#comments Wed, 30 Oct 2013 10:05:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16165 Questo pezzo è uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

Se fossimo in un celebre programma di Rai Uno, a questo punto qualcuno da casa manderebbe un sms del tipo: “Noi che guardavamo Pappa e Ciccia e Il mio amico Ultraman alle tre del pomeriggio e, se dovevamo fare la versione, registravamo la puntata su una videocassetta”. Ah, la nostalgia. Un attimo prima ti lasci blandire dai ricordi, e un attimo dopo ti risvegli con la fronte madida di sudore: come hanno fatto quei ragazzini innocenti a trasformarsi in questi zombie affamati di tv, accumulatori seriali senza scrupoli che non escono mai dalla propria stanza, come degli hikikomori qualsiasi?

“You’re a hoarder!” “No. I’m a collector, and there is a big, big difference” [1].

Le serie tv, a ben guardarle, ci svelano molto sulle persone, sulle loro abitudini e sulle loro improbabili collezioni: giornali del novembre 1986 (Parks and Recreation), cartoni del ristorante cinese (Girls), gattini vivi (2 Broke Girls), scheletri umani (Csi) e, soprattutto, serie tv, come ci ricorda ogni comedy che si nutre di metatesto, da Community in giù.

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Questo pezzo è uscito sul N.14 di Link Idee per la televisione, Vizi Capitali. Puoi trovare Link, oltre che in libreria, anche in formato digitale per iPad (qui), per Android (qui) e per Kindle (qui).

Se fossimo in un celebre programma di Rai Uno, a questo punto qualcuno da casa manderebbe un sms del tipo: “Noi che guardavamo Pappa e Ciccia e Il mio amico Ultraman alle tre del pomeriggio e, se dovevamo fare la versione, registravamo la puntata su una videocassetta”. Ah, la nostalgia. Un attimo prima ti lasci blandire dai ricordi, e un attimo dopo ti risvegli con la fronte madida di sudore: come hanno fatto quei ragazzini innocenti a trasformarsi in questi zombie affamati di tv, accumulatori seriali senza scrupoli che non escono mai dalla propria stanza, come degli hikikomori qualsiasi?

“You’re a hoarder!” “No. I’m a collector, and there is a big, big difference” [1].

Le serie tv, a ben guardarle, ci svelano molto sulle persone, sulle loro abitudini e sulle loro improbabili collezioni: giornali del novembre 1986 (Parks and Recreation), cartoni del ristorante cinese (Girls), gattini vivi (2 Broke Girls), scheletri umani (Csi) e, soprattutto, serie tv, come ci ricorda ogni comedy che si nutre di metatesto, da Community in giù.

Ma qual è la differenza tra chi colleziona per gaudio e chi accumula per disagio? In una puntata di Raising Hope, Jimmy non accetta che la madre sia una hoarder patologica: “Se una cosa è gratis, lei la vuole”. Gratis. Un attimo: c’entra mica internet, come al solito? Non solo, ma anche.

L’hoarder seriale è uno degli attori chiave del consumo culturale degli ultimi anni. Il mondo va troppo veloce e lui non può permettersi di rimanere indietro e non sapere. Ma, per “sapere”, deve prima “avere”. L’hoarder seriale si muove tra il legale e l’illegale con l’agilità di chi ha smesso di porsi domande, perché non ha tempo per le risposte. Qualsiasi cosa stia facendo, nello stesso istante, là fuori, qualcuno sta trasmettendo one more episode. L’hoarder lo sa e c’è solo un modo per placare quella vocina nel suo cervello: continuare a fare ciò che ha sempre fatto. Per lui il sonno è un intralcio ancora più esiziale dei codici captcha. Si sveglia la mattina con un chiodo fisso, controllare il computer che ha lasciato acceso tutta la notte, e capire se ha fatto bene a scegliere quella compagnia che sul volantino gli prometteva il paradiso[2].

Sempre sospeso tra un completismo (episodio, stagione, serie) e altra legna da ammassare per l’inverno-che-verrà, coglie al volo ogni occasione per eccitare la curva dell’attenzione. Meglio, dell’ansia: la notizia che i Mogwai hanno firmato la colonna sonora di Les Revenants (“Quindi anche i francesi si sono messi a fare serie? Bene a sapersi”), o l’annuncio di novanta nuovi episodi per la seconda stagione di Anger Management (“Novanta? Cos’è, un altro scherzo di Charlie Sheen?”).

Ogni azione compiuta dall’hoarder risponde a un bisogno primario: mettere ordine in una realtà che ormai se ne sta andando per i fatti suoi. Un tempo sua madre sarebbe piombata in camera per ordinargli di andare a tavola, oggi bussa dolcemente alla sua porta: “Senti, quando hai due minuti mi scarichi la seconda parte di quella fiction con Beppe Fiorello?”.

Waiting a whole week for a new episode is so last century

Quando, lo scorso febbraio, Netflix ha rilasciato i tredici episodi della prima stagione di House of Cards[3], gli americani hanno scoperto un altro modo di guardare le serie inedite: l’abbuffata.

House of Cards è uno show concepito espressamente per il binge-watcher. Uno show senza pubblicità, previously on e next on, che atrofizza concetti come spoiler e rating, e che cambia l’esperienza del consumo, “come quando leggi un libro di mille pagine e sei tu a decidere come, quando e se finirlo”. Soprattutto, che ti permette di stare veramente sul pezzo, e prima di chiunque altro (basta avere tredici ore libere da qui a domani mattina e tanta, tanta voglia di sopportare in un sol boccone tutte le cattiverie di quel puparo pettegolo di Frank Underwood). La novità ha stimolato dibattiti sulle ferali conseguenze per la tv di flusso tradizionale, tra chi preconizzava la fine del cliffhanger e chi già rimpiangeva “quelle belle discussioni sui forum alla fine dell’episodio”. The Guardian è arrivato a chiedersi: siamo pronti per la binge-tv?

Sì, e da un paio di lustri oramai. La modalità “abbuffata/maratona” a un certo punto è diventata un’opzione reale, soprattutto per chi non aveva il tempo o la possibilità di essere in pari con la programmazione originale. Merito di piattaforme on demand che hanno allungato la vita di vecchie serie (nel 2012 la serie più vista in streaming su Netflix è stata Prison Break), e merito di pratiche più o meno lecite. Le biografie seriali di molti europei potrebbero aprirsi con “All’inizio non sapevo nemmeno sincronizzare i sottotitoli su VLC” e chiudersi con “e invece ora conosco i rudimenti dello svedese e del danese grazie a Bron e a Borgen”.

In mezzo, qualsiasi cosa. Le maratone necessarie per sostenere una minima conversazione social (HBO e AMC), le maratone revival (come nel pilot di Girls: Hannah e Marnie si addormentano ancora una volta guardando Mary Tyler Moore), le maratone confessabili solo al terzo bicchiere (ABC e CBS) e, alzi la mano chi non l’ha mai fatto, le maratone per sottrarsi al mortale abbraccio della vita reale.

To binge or not to binge

Sabato sera. Fuori piove. Hai appuntamento tra mezz’ora per l’ennesima pizzata in compagnia di gente che a un certo punto ti chiederà, in preda a una febbrile eccitazione, se hai visto l’ultimissima puntata di Ncis andata in onda su Rai Due. Che fai? Ovviamente resti a casa. Perché uscire con certi sconosciuti quando puoi stare con i tuoi veri amici, che sì, saranno pure immaginari ma almeno ti capiscono davvero, parlano la tua lingua, si vestono come te e ridono alle tue battute?

In un episodio di Portlandia, Doug e Claire devono andare a un compleanno ma non ne hanno voglia. Doug propone un’alternativa: “Why don’t we watch this Battlestar Galactica DVD I just got? Season One. I heard really good things about it”. “Ok, one episode”. Una settimana dopo: casa loro è diventata il set ideale per Hoarders (il documentario), Claire teme di avere preso un’infezione ma non si vuole alzare dal divano (“I’m just going to get antibiotics after the next episode”), intanto è stata licenziata e, drama, hanno finito tutti gli episodi. Che si fa? Le persone normali iniziano ad avere le allucinazioni o si iscrivono a qualche setta, Doug e Carrie invece vanno a cercare il primo Ronald D. Moore che trovano e scrivono assieme a lui dei nuovi dialoghi per colmare il proprio vuoto. Alla fine si abbuffano di Doctor Who in compagnia di Edward James Olmos: “There’s actually like another 26 seasons”.

Dunque viva le maratone? Dipende. All’indomani del terzo season finale di The Walking Dead, l’attrice Laurie Holden si è dovuta giustificare con i fan per le presunte incongruenze di Andrea, il personaggio da lei interpretato: “When people watch the entire season, especially the finale, her trajectory will be clear”[4]. Una sorta di induzione alla maratona, unico mezzo per comprendere immediatamente l’arco del personaggio. Bel paradosso, considerato che le serie sono ancora pensate, cotte e mangiate per l’appuntamento settimanale. Ma il punto è che i fan, se sono veri fan, non possono aspettare sei mesi, solo per “avere il quadro generale”. Loro vogliono sapere, subito, cosa ne sarà di Rick, Hershel e dell’allegra prigione nella prateria. Ma vogliono sapere tutto anche delle altre ventisette serie che stanno seguendo in quel momento. E allora? E allora la maratona tematica differita si trasforma in maratona selfcasting live (o quasi): drama, comedy, main, cable, Victoria Grayson e i Lannister, tutti mescolati in modalità shuffle. Finché nausea non ci separi. Perché se è vero che “TV is where action is”, è anche vero che inseguire questa chimera significa dipendere sempre dai palinsesti di qualcun altro. Altro paradosso, e altra frustrazione.

Quando ci scorse Cerbero

Hello, my name is Sarah and I’m a television binger”.

In my defense, at least it’s not binge eating”.

“E tu dove l’hai fatto la prima volta? Con quale serie?”.

“Era un Divx, e iniziava con una canzone di Mama Cass”.

Basta un giro in rete per trovare decine di confessioni del genere. I binge-watcher non vedono l’ora di parlare dei propri eccessi, specie quando divorano cinquanta ore di televisione a settimana. Hanno bisogno di condividere, leggere storie familiari (“Ehi, ma è la mia vita!”), scoprire che persino Aaron Sorkin e Christina Hendricks fanno scorpacciate di The Office o di Deadwood. E, così facendo, sono capaci di ammettere cose veramente turpi: sopportano quei sottotitoli gialli in comic sans perché sono già integrati e non sanno come toglierli, si sorbiscono The Following e Cult perché pensano possa servire a capire meglio la situazione politica del proprio paese, guardano le cinque stagioni di “quella serie che ha cambiato la storia”, ma ogni tanto mandano avanti col telecomando perché si annoiano a morte. D’accordo. Ma qualcuno, in tutta coscienza, se la sente di giudicare i comportamenti e la dieta mediale degli altri?

No, non deve essere facile essere un binge-watcher. Peccare ma non riuscire a controllarsi. Gestire il duplice senso di colpa dell’accumulo e del consumo smodato, e persino il terrore per una punizione che dovrà pur arrivare, come ogni addiction insegna. Ma, tra una decina d’anni, quando magari sarà stato squalificato dall’internet per comportamenti inappropriati, e mentre sfoglierà una cloud o qualsiasi altra cosa già immaginata da Charlie Brooker, il “binge-hoarder-watcher che registrava i telefilm” troverà il modo di assolversi completamente. D’altronde, solo chi ha avuto un esaurimento nervoso per il mancato rinnovo del suo Korean-drama preferito può dire di aver vissuto realmente.

 


[1] Così Billy e la madre Janice in Legit.

[2] “Téléchargez aussi vite que vous parlez”, recita la pubblicità di un gestore telefonico francese.

[3] “The first show for on demand generation”, l’ha definito Ted Sarandos, Chief Content Office di Netflix.

[4] Intervista rilasciata a Tvline.

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I quiz in tv e il denaro diventato ologramma https://minimaetmoralia.it/televisione/quiz-tv-e-denaro/ https://minimaetmoralia.it/televisione/quiz-tv-e-denaro/#comments Tue, 21 May 2013 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13230 Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. (Immagine: Nicola Anthony)

Un uomo, un padre di famiglia, corre come un pazzo per la città. Sta partecipando a un gioco televisivo. Deve raggiungere un luogo segreto cercando di sfuggire a cinque cacciatori armati. Se ci riesce, il premio per lui sarà di un milione di dollari. Altrimenti, morirà. Ora è nei pressi di un molo, sta per farcela ma viene raggiunto all’ultimo istante. I cacciatori lo colpiscono a bastonate. Lo uccidono, sotto gli occhi delle telecamere. Game over. Torniamo in studio. Il conduttore, commosso, esprime ammirazione per lo straordinario coraggio dell’uomo. Fa entrare la giovane vedova e le annuncia un inaspettato premio di consolazione: “Guardate questa donna. A causa della disoccupazione e della crisi, lei e i suoi tre figli vivevano nella miseria. Ma ora le cose cambieranno”. Il conduttore sfila dal taschino un assegno da 10.000 dollari e lo sventola verso il pubblico in visibilio. La vedova scoppia a piangere. Di felicità.

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Questo pezzo è uscito su Link. Idee per la televisione N12 – Insert coin/Game over. Puoi scaricare gratuitamente Link 12 per iPad qui. (Immagine: Nicola Anthony)

Un uomo, un padre di famiglia, corre come un pazzo per la città. Sta partecipando a un gioco televisivo. Deve raggiungere un luogo segreto cercando di sfuggire a cinque cacciatori armati. Se ci riesce, il premio per lui sarà di un milione di dollari. Altrimenti, morirà. Ora è nei pressi di un molo, sta per farcela ma viene raggiunto all’ultimo istante. I cacciatori lo colpiscono a bastonate. Lo uccidono, sotto gli occhi delle telecamere. Game over. Torniamo in studio. Il conduttore, commosso, esprime ammirazione per lo straordinario coraggio dell’uomo. Fa entrare la giovane vedova e le annuncia un inaspettato premio di consolazione: “Guardate questa donna. A causa della disoccupazione e della crisi, lei e i suoi tre figli vivevano nella miseria. Ma ora le cose cambieranno”. Il conduttore sfila dal taschino un assegno da 10.000 dollari e lo sventola verso il pubblico in visibilio. La vedova scoppia a piangere. Di felicità.

Le Prix du danger è un film del 1983 (anche allora, a quanto pare, c’era la crisi), tratto da un racconto di Robert Sheckley. Mette in scena una televisione disposta a tutto in nome dello spettacolo, cinica ma anche rassicurante. Una tv consapevole che sì, esistono i giochi e le regole anche spietate, ma senza i concorrenti, poveri disgraziati da spremere fino in fondo, non c’è storia. Niente di nuovo, almeno agli occhi di noi viaggiatori nel tempo. Se succede qualcosa di turpe, la colpa è sempre della televisione.

Everyone loves game shows, right?

E chissà che faccia ha fatto, la televisione, quando le hanno detto che la crisi, questa crisi, non era come le altre, ma irreversibile, e bisognava farci i conti, malgrado avesse scelto il momento peggiore per arrivare. Non che esistano bei momenti per farsi venire le crisi, ma insomma, mettetevi nei suoi panni. Una televisione già in crisi di suo, che fatica ad arrivare alla fine del mese, a mettere insieme il pranzo con la cena, e che all’improvviso scopre di essere ormai circondata. La crisi è ovunque: centro, periferia e sfondo. Che fare? Niente, si adegua. Mette in atto piani a cui non avrebbe mai pensato. A tutto c’era un limite. Taglia i budget, elimina i rami secchi e quelli ancora vivi, scopre la delocalizzazione, rinuncia al proprio specifico, la diretta. Ma al tempo stesso si guarda in casa e realizza che non tutto è perduto. Afferra come pezzi di legno in mare aperto quei generi low-cost che possano garantirle il massimo col minimo. La crisi non è ancora la fine della corsa, e anzi viene proiettata persino nel luogo più fuori moda del palinsesto: i quiz, i game show, i giochi a premi (Ma perché, esistono ancora?).

E così, mentre cerca nuovi mezzi di sostentamento nella bottiglia d’acqua che il concorrente di Frizzi non berrà mai, e le scenografie si fanno più cupe, la televisione continua a giocare, e regalare non i sogni, che ormai non si portano più, ma contentini per sbarcare il prime time, come facevano le nonne una volta: tieni queste diecimila lire, e comprati le caramelle.

La crisi, questa parola, diventa un osso da spolpare, pretesto e sponda per giustificare deficit di creatività: rilancio di vecchi marchi impregnati di ricordi, giochi usati ma sicuri, programmi-mondo già testati ovunque. Fa così la tv francese, in cui titoli ormai mitologici come Motus (France 2), Question pour un champion (France 3) o Le juste prix (TF1) sono in onda da decenni e lo saranno per sempre, finché la famosa “casalinga sotto i cinquant’anni”, alfa e omega di tutto il sistema, non si decide a invecchiare. Fa così la tv anglosassone, alla costante ricerca di paradigmi da imporre al resto del mercato. E fa così la tv italiana.

Chiedi scusa! Chiedi scusa!

C’è un’immagine che conserviamo gelosamente e che un giorno tireremo fuori dalle nostre cartelle Flickr piene di polvere. Antonella Clerici, strizzata nel suo abito da sera, corre verso la famiglia Rossi urlando “Il frigorifero! Abbiamo vinto il frigorifero!”, mentre la nonna agita i pugni, i nipotini esultano e Stefano Palatresi fa partire il motivetto gioioso. Il frigorifero, fil rouge che attraversa le ere geologiche: dagli italiani che arredavano casa con gli elettrodomestici vinti nei primi giochi radio-televisivi (tra cui il frigorifero, poi citato da Umberto Eco in quel famoso scritto che farà sempre soffrire Mike Bongiorno)[i], fino alle vetrine commerciali dei programmi anni Ottanta. Mancava da un po’, ma ora il premio-frigorifero fa il suo comeback, come una rockstar in pensione che sale ancora una volta sul palcoscenico: alla faccia degli hater che mi volevano morto.

Attenti a quei due, la sfida (Raiuno), dopo una prima edizione a base di lustrini e pon pon, in cui il premio finale era “una cena con una fascinosa donna dello spettacolo”, si rende conto di essere fuori dalla storia e spariglia, tirando fuori dall’armadio la naftalina (Apriti, Sesamo!, Il gioco delle coppie) e frullandola con il momento, l’adesso. Due vip si sfidano a colpi di varietà per far vincere, ad altrettante famiglie, fior di premi: batterie di pentole, impianti hi-fi, materassi e, appunto, frigoriferi. Cruciali, come sempre, le soglie di ingresso al gioco, in questo caso gli indispensabili rvm. La famiglia è seduta in salotto, accenna ai sacrifici quotidiani (“I soldi non bastano mai”), condivide segreti (“La nostra arma vincente è stata accontentarsi”), e alla fine si appella al vip di turno (“Vinci per noi!”).

E se per caso la Clerici (o era Loretta Goggi?) manca d’un soffio l’ambito televisore da molti pollici e la famiglia si rabbuia perché quello, il televisore, era l’unico motivo di questo viaggio della speranza all’Auditorium di Napoli (“Ci si è rotto la settimana scorsa”), niente paura, ci pensa la conduttrice: “E vabbé, se volete potete scambiarvi i premi con l’altra famiglia”. La televisione che aggiusta se stessa: eccolo, il famoso spirito del tempo, che vola subito via una volta sistemati i bisogni primari.

Non tutti però sono così fortunati. Antonio è divorziato, ha due figli che non vede mai, e non ha un lavoro fisso. Un giorno decide di partecipare a un game show e, ovviamente, racconta se stesso. “D’estate faccio il bagnino, d’inverno aiuto un mio amico che c’ha un’azienda di agrumeti”, Antonio sospira. Chissà se avrebbe mai immaginato di ritrovarsi a piangere in tv mentre sul megaschermo scorrevano le foto dei suoi figli. E chissà se noi avremmo mai immaginato di finire così.

La prima edizione di Affari tuoi arriva in un paese che sta facendo i primi conti con l’euro. Un paese che ancora non ha ben chiaro dove stia andando, ma che ha voglia di giocare senza troppi pensieri. Il conduttore pre-crisi si diverte con i pacchi, con la sorte, con i cornetti rossi nascosti chissà dove. Prende in giro i concorrenti che piangono (“Guarda come finge, che scena patetica”), ma soprattutto si può ancora permettere di scherzare sui soldi, sul Denaro. “Ma che ce sei venuto affà” è il coretto che parte puntuale quando il concorrente si trova alla fine con pacchi da pochi centesimi.

Un campionario di tic che scivola man mano verso l’illecito. Chi partecipa, oggi, somiglia drammaticamente al se stesso seduto sul divano, e insieme giocano a specchio riflesso con le proprie disgrazie, in una collettiva seduta di autoanalisi. Le lacrime di Antonio sono quelle di tutti, anche del conduttore post-crisi, nel frattempo divenuto psicologo, fratello, amico. Le ansie e i fallimenti esistenziali formano acceleratori supersonici di emozioni, copioni su cui scrivere ogni sera una storia sempre un po’ diversa dalle precedenti.

Ma c’è un prezzo da pagare. La speranza e il sogno si trasformano in tabù, cose di cui vergognarsi. Come capita al signor Gianni quando si trova con un pacco da venti centesimi e uno da un milione di euro. Gli offrono 300mila euro per uscire dal gioco, ma lui tentenna. Il pubblico rumoreggia. Chi è quel folle che rinuncerebbe a una cifra del genere, oggi come oggi? Lui, Gianni: “Chiedo scusa a mia moglie, a mia figlia, a tutti gli italiani che ci stanno guardando… Ma rifiuto e vado avanti”. Dalla platea partono dei fischi, Gianni abbraccia la sua scatola, indietro non si torna. Venti minuti dopo apre il pacco: un milione di euro. Standing ovation. Delirio. Gianni alza gli occhi al cielo. Un milione di euro in gettoni d’oro. Beato lui.

Ti fidi di te?

“Quale tra questi cantanti ha piazzato per primo un singolo alla numero uno? Mark Owen, Robbie Williams o Gary Barlow?”. Nimesh e Gemma sono una coppia, nella vita e nel gioco. Sono partiti con un milione di sterline, adesso ne hanno 75.000. Parte il cronometro. Iniziano a discutere. Nimesh è sicuro: “È Robbie. Ti ricordi? Feel! Angels! C’mon!”. Gemma esita, avanza un dubbio: “Non può essere così facile, è la penultima domanda”. Ma Nimesh non la ascolta, la conduttrice incalza, il tempo sta scadendo, presto!, e lui punta tutti i soldi su Robbie: “Fidati di me, la so. LA SO”. Certo, come no. Era Gary Barlow. Gemma è allibita, avrebbe tutti i motivi del mondo per fare una scenata epocale. Ma non la fa, in fin dei conti è solo un gioco. Intanto sullo sfondo, come se niente fosse, delle guardie (vere) ricominciano a sistemare le mazzette di banconote (vere).

No, non è un game show di Jocelyn, ma The Million Pound Drop Live (Channel 4). La conduttrice, Davina McCall, è dispiaciuta ma non dovrebbe: è andata esattamente come doveva andare. Perché diciamolo, la televisione ci gode a vederti perdere, magari dopo averti portato a un passo dal sogno. Ci ha sempre goduto, solo che adesso non deve nemmeno sforzarsi di fingere. I tempi sono quelli che sono, e mica possiamo regalare un milione ogni puntata. Bisogna agire, prima ancora che sull’immaginario, sul meccanismo. Farò di tutto per farti piangere.

È la logica dei montepremi che durano il tempo di una parentesi, gonfiati a dismisura come la panna montata, tanto poi ci pensa il caso a dimezzare all’infinito, fino agli spiccetti (L’eredità, Reazione a catena). È la logica che spinge a far perdere l’avversario prima ancora di provare a vincere: Breakaway (BBC2) premia più la mediocrità di chi si nasconde nel gruppo che l’audacia di chi osa scattare in salita e provare a vincere in solitaria la tappa. In The Bank Job (Channel 4), invece, due concorrenti si trovano alla fase finale e ciascuno deve persuadere l’altro a cedere la propria parte di montepremi o, al limite, a dividerla. Ma alla fine, ovviamente, vincono la ripicca e i colpi bassi di chi, è successo, piagnucola miseria, c’è la crisi, tengo famiglia, per favore, ti prego, smezziamoci i soldi, e poi invece poi si scopre che era solo un chiagni e fotti in salsa britannica.

La Promessa Televisiva si è dunque rovesciata. La posta in palio di Money Drop (Canale 5) è la stessa di Chi vuol essere milionario, suo predecessore nei sogni del pianeta: un Milione, che però non arriva più alla fine del percorso, in cui l’eroe ha dovuto superare le prove che la vita gli ha messo di fronte. Il Milione ora è subito là, su un piatto d’argento, e difenderlo non è lo stesso che guadagnarlo. Non solo. Proprio nel momento in cui il Denaro assume centralità fisica, tattile, e gli si dedica la massima spettacolarizzazione (l’arrivo del furgone blindato negli studi televisivi, le guardie, i contanti continuamente inquadrati, il metal detector), prende l’aspetto di un beffardo ologramma. Money Drop è un gioco in cui la delusione è sempre più forte di ogni possibile gioia, un gioco in cui scommetti sulle tue ignoranze, in cui perdi anche se riesci a vincere. E non potrebbe essere altrimenti, quando l’impalcatura si regge su basi tremebonde come le paure e le insicurezze, per giunta moltiplicate per due.

Se è vero che le dinamiche di coppia nei giochi televisivi sono sempre esistite (da Lascia o raddoppia, in cui si poteva consultare l’esperto all’ultima domanda, fino a Quiz Show), è altrettanto vero che qui l’Altro, più che alleato, sembra messo apposta per farti perdere, al limite per farti venire una crisi isterica. Come confermato anche dal successivo The Exit List (ITV), il cui unico principio guida è la memoria a brevissimo termine, il cambio di paradigma è emblematico. La coppia, già confusa da fattori esterni (il cronometro, la voce in sottofondo del presentatore, il gong), sbanda sotto i colpi di dinamiche che non c’entrano nulla con il gioco ma che finiscono per determinarlo: l’amore, l’amicizia, la parentela. Non c’è tempo per mettere alla prova certe relazioni, per evolversi. La coppia torna a casa esattamente com’è arrivata, con in più tutte le frustrazioni e le recriminazioni del caso: un conto è perdere per troppa audacia (only the brave, ricordi?), un altro perché non hai avuto il coraggio di contraddire il tuo fidanzato davanti a tutti (Gemma, ti prego, dicci che hai mollato Nimesh).

Vincere meno, ma vincere

Si dice che in tempo di crisi la gente sia portata a giocare di più. Chissà. Di sicuro è disposta a tutto pur di vincere meno, anzi, pur di vincere quel poco che basta a dire: ho vinto. Al bar sotto casa come negli interstizi di palinsesto. La televisione, specchietto per le allodole, questo lo sa benissimo. E se ne approfitta. Asseconda una tendenza ludica da discount che ormai ha travalicato i generi tradizionali, come nel caso delle domandine sceme a costi esorbitanti che ti ritrovi persino durante le partite di calcio. E non potrebbe essere altrimenti, perché in questa costante mimesi del reale sta tutta la necessità della televisione di essere ancora protagonista, interpretando i ruoli che le riescono meglio: stampella per bisogni in pronta consegna, diversivo mentre fuori scoppiano gli incendi o, meglio ancora, cattiva consigliera. Tre, due uno, che perda il migliore.

 


[i] “I nostri rapporti si raffreddarono notevolmente quando lui pensò di scrivere un saggio su di me, la Fenomenologia di Mike Bongiorno. Non fu molto tenero nei miei confronti”: M. Bongiorno, La versione di Mike, Mondadori, Milano 2007.

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