Commenti a: Un’interpretazione di Synecdoche, New York https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/ un blog di approfondimento culturale Sat, 05 Sep 2020 10:39:57 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Sto Pensando Di Finirla Qui su Netflix l'esercizio di stile di Charlie Kaufman - Siti Web > Notizie di Marketing e comunicazione https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-2010298 Sat, 05 Sep 2020 10:39:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-2010298 […] della soluzione nascosta. Sono esercizi ermeneutici appassionanti e arguti – invito a leggere questo, indubbiamente stimolante, su Synecdoche, New York – ma restano dei rompicapi risolti i quali si […]

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1968149 Tue, 19 Jun 2018 13:22:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1968149 Cara Chiara, grazie per il commento. Sapere che hai letto tutto il testo e tutti i commenti, sappilo, mi fa felice. Spesso ci si immagina questa valanga di testualità sparsa sul web e ci si immagina che soltanto l’1% abbia un pubblico reale. Beh, forse è così, ma è rincuorante il fatto di aver dedicato del tempo a un testo (non mio) che, pur rivolgendosi a una micro-nicchia, viene letto “attivamente”, ed è fonte di stimoli, soprattutto per chi, come te, si definisce un “cinefilo novello”. Chiariamo che qui, che ne sappia io, non ha scritto nessun critico cinematografico (intendo: né nel testo né nei suoi paratesti) e che tutti quelli che hai letto sono, comunque, pareri. Ma nel caso specifico continuo a credere che “capire” Synecdoche non sia possibile, né auspicabile, né necessario, per apprezzarlo.
Comunque scusami, ho scritto un po’ “a braccio” e senza un obiettivo, quindi chiudo qui e ti ringrazio ancora.
M.M.

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Di: AndreaZ https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1968078 Fri, 15 Jun 2018 02:07:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1968078 Ciao, Chiara. In questi giorni sto facendo una Kaufman-immersione e proprio oggi stavo pensando le stesse cose che hai scritto tu: una coincidenza? Io ho provato la stessa sensazione, il bisogno di “schermarmi emotivamente”, come dici tu, soprattutto con Synecdoche. Ho scritto altrove, credo qui, che per me scegliere di vedere Synecdoche non è stato semplice: dopo i primi dieci minuti ho capito dove stavamo andando – io e Kaufman – e ho dovuto interrompere la visione (mi ci è voluto un mese per trovare il coraggio di riapprocciarmi all’opera e non mi sono pentito di averlo fatto). Non ho sperimentato lo stesso effetto con le altre produzioni e mi sono convinto ci sia un valido motivo: Synecdoche è il primo prodotto non filtrato di Kaufman. Non è travestito da qualcos’altro, come ho detto sopra, non può in nessun modo essere frainteso. Il punto è questo. In Synecdoche Kaufman si esibisce da solista e lo fa togliendosi di dosso tutto. Non c’è nulla che ci impedisca di subire l’urto; lui ha in Synecdoche piena autonomia e la esaurisce completamente. Il risultato è che Hollywood si dilegua terrorizzata, gli spettatori, nella stragrande maggioranza e inconsapevolmente, anche. È un effetto lontano dalle provocazioni truculente di Trier, giusto per fare un esempio noto, le persone non fuggono dalla sala in preda al disgusto. È molto più sottile e profondo, potenzialmente devastante. Kaufman non ha bisogno di aggiungere violenza alla spiegazione dell’esistenza umana per sottolinearne la condizione senza speranza, il suo sguardo è limpido, pulito ma non asettico, completo e credibile poiché distanziato. Credo che nella produzione di Synecdoche Kaufman abbia sopravvalutato il suo pubblico. Ha pensato di poter dire la verità ed è stato punito. Paradossalmente, uno svelamento come quello messo in scena in Synecdoche risulta più indigesto di qualsiasi crudeltà visiva: lo spettatore continua a guardare perché non c’è nulla di esplicito a respingerlo, nessuna tortura, personaggi con gli arti tutti al loro posto, non c’è allarme evidente che motivi l’innalzamento di una barriera di difesa; Synecdoche è una trappola per esploratori poco esperti, quando ci si è dentro è già troppo tardi. Lo spettatore ha due possibili reazioni: o è provvisto argini di protezione solidi – che di solito gli fanno archiviare il film nella categoria “bello ma non lo so, non si capisce, è troppo confuso” – oppure, come me, si arrende e dice “sì”. Con Synecdoche Kaufman ha infranto il tabù più sacro, urlato la bestemmia più impronunciabile, e Hollywood gli ha detto no, grazie, vai a rivestirti, siamo pur sempre un’industria fondata sull’intrattenimento. Non so se e quando Hollywood perdonerà a Kaufman la violazione – propendo per il mai. E non so nemmeno se lui abbia davvero voglia di recuperare, se abbia agito per una sorta di purezza artistica o con uno scopo preciso in mente. In ogni caso, con Anomalisa Kaufman torna dietro a un filtro, si nasconde nello stop-motion, e il risultato è l’opera più traballante che abbia prodotto, almeno secondo la mia ininfluente opinione. L’esistenza di Kaufman come artista mi affascina moltissimo, mi sembra lui stesso una metafora perfetta del sequestro cui siamo tutti sottoposti: accettati se filtrati, mediati, edulcorati; respinti quando ci mostriamo per quello che siamo veramente, additati come mostri, esiliati. Mettendo da parte le mie derive para-filosofiche, comunque, ci tengo molto a dire una cosa: a me capita di dover fingere che Synecdoche non esista, mi spiego? Nella mia vita di tutti i giorni, per una questione di sopravvivenza, devo mettere Synecdoche da parte, negare di averlo visto. A volte ci ritorno su, ma solo per un po’, in somministrazione controllata. Lo trovo pericoloso e per questo potentissimo, dovrebbero vederlo tutti, capirlo tutti. O forse no.

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Di: Chiaria https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1968071 Thu, 14 Jun 2018 22:18:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1968071 Ho guardato per la prima volta Synecdoche un paio d’ore fa per la prima volta, dopdoichè facendo un paio di ricerche su internet mi sono imbattuta in questa discussione che trovo oltre l’affascinante, al punto che mi sto rimettendo a vedere il film un’altra volta.
Premetto che non voglio esporre nessuna tesi siccome non sarebbero assolutamente articolate e brillanti come le vostre, ma volevo solo fare notare un dettaglio che potrebbe avvalorare la versione di Palakon (o quella in cui si ipotizza la morte della figlia e il conseguenze suicidio di Cadem). La radio all’inizio del film parla “del primo giorno d’autunno, ovvero l’inizio della fine”. Questo potrebbe accreditare l’ipotesi che Cadem si trovi in una sorta di limbo e che quello sia il primo momento dopo la sua morte.

A parte questa inezia ininfluente rispetto ai dati delle vostre indagini (che ho trovato stupefacenti, al punto che mi sono letta tutti i commenti), quello che mi stupisce sempre di Kaufman è che venga percepito da me – o qualcosa dentro di me – come “troppo”. Mi spiego meglio: mi capita sempre durante la visione dei sui film, dovermi schermare emotivamente o distrarre dalla narrazione perchè è come se percepissi inconsciamente che non sarei in grado di reggere il contenuto psichico della sua opera. Credo che il suo scarso successo sia dovuto -anche- proprio a questo: nonostante si inventi capriole incredibili che possono disorientare o addirittura scoraggiare lo spettatore, ciò che fa è permeato da una visione così disperatamente vera della condizione umana, che non è facile, a livello inconscio, starci a contatto.

Detto ciò grazie infinite per le perle illuminanti che avete snocciolato in questo forum. Io sono solo una novellina cinefila!

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966149 Fri, 23 Mar 2018 09:02:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966149 Guarda, Andrea Z, è esattamente quello che ho detto altrove, con altre parole, senza la metafora musicale o dell’Asperger. Se qualcuno ha pianto per Synecdoche, è stato per il motivo sbagliato. La tragedia rappresentata è grottesca, si meta-piange proprio per questo: non per la tragedia, ma per la sua inutilità, dal momento che tanto, alla fine, moriremo tutti. Ma in tutto questo, come osservi giustamente tu, non c’è alcuna ironia, né alcun dramma, perché Kaufman non crede né all’una ne all’altro.

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Di: AndreaZ https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966148 Fri, 23 Mar 2018 08:32:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966148 Dunque, riportato molto volentieri all’argomento dico che io non vedo dimensione filosofica in Kaufman e non ci vedo neppure ironia. Mi spiego il più semplicemente possibile: a mio parere se Kaufman avesse dei figli e quei figli fossero i suoi film, soffrirebbero di Asperger e sarebbero ragazzini molto speciali. Ecco, Se mi lasci ti cancello potrebbe essere un figlio che ha imparato molto bene a colmare i suoi gap imitando le interazioni sociali dei coetanei normodotati, mentre Synecdoche sarebbe il figlio che proprio non ce la può fare. Chiaramente questo non intacca di una virgola la mia ammirazione – e chiaramente non sto dicendo che Kaufman produca come produce per una forma di incapacità. Anzi, rispondendo anche a Mauro, la sua ultima riflessione mi ha spinto a una considerazione di carattere più ampio. Sono giunto alla conclusione che Synecdoche potrebbe contenere un trucchetto, cioè che nella sua struttura sia nascosto un trick atto a suscitare quel ‘cortocircuito emotivo’ del quale il signor Maraschi parla. Se potessimo leggere Synecdoche come uno spartito musicale, identificheremmo quel trucchetto nella categoria degli Abbellimenti, nello specifico lo definiremmo Appoggiatura. In una melodia, come altri hanno detto meglio di me, l’Appoggiatura crea dissonanze che provocano nell’ascoltatore un grado di tensione, subito seguito da un rilascio: questa alternanza provoca, senza passare dal via, in molti individui, una reazione emotiva e quindi fisica. Anche i film hanno le loro ‘Appoggiature’: i fotogrammi di flussi di ricordi, l’uso subliminale degli effetti sonori e del soundtrack, le inquadrature molto ampie di ambienti e paesaggi, l’idea di un tempo che è trascorso, un finale significativo a chiusura di una fase. Pensandoci ora, mi pare che Synecdoche abbia tutti questi elementi al posto giusto ma li ha, appunto, a suo modo, un modo aspergeriano. Li ha, tuttavia, e questi elementi sono l’Appoggiatura che Kaufman ha infilato nel sistema. Seppur in una modalità del tutto alternativa ed estranea ai parametri comuni, siamo gentilmente – oddio, in alcuni momenti neanche tanto gentilmente – condotti al cortocircuito emotivo (le ansie di Caden, il distacco traumatico dalla famiglia, i suoi rapporti tormentati con le donne, il suo essere sfatto, la presunta morte – sua, della figlia, di chiunque – i funerali, le disgrazie, la solitudine). Proprio per questo, io non riesco a perdonare quel ricongiungimento e non faccio che chiedermi cosa avrei pensato di Synecdoche senza di esso. Proprio per questo, forse, parlando di finali, preferisco Anomalisa. Insistendo sul trick musicale, Synecdoche si comporta molto più come una canzone che come un film. Nel suo procedere per fotogrammi e sintesi e sovrapposizioni, in tensione e rilascio, Synecdoche si innesca e deflagra, e ci emozionamo e magari è solo una reazione fisica somministrata. O forse siamo così disgustati dall’esistenza che, insomma, vogliamo solo un po’ di dopamina.
A Eric devo pensare meglio, da sveglio.

Andrea

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966122 Thu, 22 Mar 2018 12:44:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966122 Gentile Andrea Z, rieccomi. “Eric” è in realtà molto importante, perché è un corto-circuito, l’anello di congiunzione tra il mondo di Ellen e quello di Caden, l’istante in cui il marito di Ellen diventa l’amante di Caden (o viceversa). Caden/Ellen ha avuto un legame con Eric, nel primo caso è un amante immaginario, inventato da Maria per allontanare Olive da Caden, nel secondo caso un marito sbagliato che ha fatto sì che tutta la vita di Ellen fosse repressa.

Ma sto improvvisando, “per puro divertimento”, come dice lei.
M.M.

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966121 Thu, 22 Mar 2018 12:41:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966121 Gentile Zuck, grazie per il commento. Credo che, a proposito di “Synecdoche”, sia impossibile non sovra-interpretare. Altrettanto impossibile è stabilire cosa il film voglia dire, diegeticamente o filosoficamente, in quanto storia o in quanto metafora. Tutto ciò che so è che il film ha una sua logica interna ferrea, quelle che altrove si chiamano “norme intrinseche”, e che le rispetta. Ma la quantità di informazioni, rimandi, trovate, dialoghi tra testo visivo e testo della sceneggiatura… tutto ciò è “troppo” perché possa essere ri-pensato, ri-organizzato, e ri-spiegato in modo lineare, senza produrre – per dire – un documentario di dieci ore, il che sarebbe – comprensibilmente – “un deliberato spreco della vita umana”, come direbbero i Monty Python. Ma quello che stavo dicendo è che, a prescindere da tutto, e a partire dalla certezza che quest’immane produzione di senso abbia una sua logica intrinseca, ciò che mi piace del film è il cortocircuito emotivo che può innescare in alcuni spettatori, che sicuramente provano qualcosa, possono anche piangere, ma a conti fatti non lo fanno per il motivo giusto. Ma mi sono fatto prendere la mano. Grazie ancora per il commento.
M.M.

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966120 Thu, 22 Mar 2018 12:34:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966120 Grazie, pak.ula.

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966076 Tue, 20 Mar 2018 09:41:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966076 Grazie a te, Fabio, per aver letto.

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Di: Fabio https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1966073 Tue, 20 Mar 2018 02:17:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1966073 Grazie Mauro, veramente illuminante in questo universo di complessitá.

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Di: pak.ula https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1965088 Fri, 02 Feb 2018 01:24:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1965088 Tutto molto interessante.

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Di: Zuck https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1965074 Thu, 01 Feb 2018 13:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1965074 “Credo che un po’ tutto Synecdoche ruoti intorno a una sorta di presa in giro di Kaufman: dissemina il prodotto di dettagli studiati, tutti con un senso potenziale, tutti con una potenziale funzione, noi li notiamo […] mentre invece, a ben vedere, questo senso non esiste (o esiste solo nella misura e nei modi in cui noi scegliamo di attribuirlo). In quest’ottica Synecdoche è una perfetta sintesi della vita umana, anche quel pezzo finale lì, quella ‘finta’ apertura. È possibile che anche lei intendesse un po’ questo, parlando della riconciliazione con un’apparenza?”

Non vi nascondo che anche a me, scrivendo (e riflettendovi poi su), è venuto il forte dubbio di riversare in quel potenziale multiforme di cui parli una mia dimensione “filosofica” piuttosto di scovarne una precipua dello stesso Kaufman. E se in Anomalisa e Se mi lasci ti cancello questa apertura, più o meno realizzata come scrivi, può in effetti sembrarmi reale o voluta, in Synecdoche la visione kaufmaniana dell’esistenza si scolora in un nichilismo che trova un appiglio consolatorio forse solo nell’ironico cinismo, amaro, disperatamente surreale, con cui viene affrontato. Ma forse sto ancora sovrainterpretando.

Forse la cruda e spietata sineddoche del titolo fa riferimento, oltre che per quella interna dell’opera che vede Caden reale/Caden rappresentato, per quella Caden/umanità intera, che in qualche modo sembra non lasciarci scampo.

Eppure ancora, scrivendo (e riflettendovi su), il solo fatto che lui/noi al termine prendiamo coscienza dell’equivalenza inquantificabile delle esistenze, e dello svolgersi dell’insulsata inesorabilità del tutto, mi consola in qualche modo. Nonostante quel che intendesse dirmi Kaufman.
E credo sia questa la miglior misura del risultato della sua arte, il non parlare con una sola voce.

z.

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Di: AndreaZ https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1964846 Mon, 22 Jan 2018 15:12:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1964846 Credo che a imprigionarmi un po’ dentro a Caden/Ellen sia quel benedetto Eric lì, a cui ancora, ottusamente, tento di dare una spiegazione. È un rompicapo, un divertimento.
Mi trova (quasi del tutto) concorde, comunque, sempre che questo abbia un qualche peso (e di certo non ne ha).

Andrea

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Di: Mauro Maraschi https://minimaetmoralia.it/cinema/uninterpretazione-synecdoche-new-york/#comment-1964845 Mon, 22 Jan 2018 15:04:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35688#comment-1964845 Cari Andrea Z e Zuck, mi permetto un’osservazione. Concordiamo tutti sul fatto che Caden, da metà film, “si trasformi” (in che senso è da stabilire) in Ellen. Bene, quella riconciliazione finale, a mio parere, riguarda Ellen e sua madre, più che Caden e sua madre. A quel punto del film, Caden è Ellen, ha smesso di essere un potenzialmente nuovo Maestro del teatro, ed è diventato “una delle comparse”, i cui drammi personali, ma anche la banalità dell’invecchiamento, sono quelli di tutti. Banalmente, per Kaufman, ciò che accomuna Faulkner con il più anonimo degli impiegati senza talento di un fast-food di provincia è il fatto di trascorrere la vita a guardare avvicinarsi la morte, e di sentirsi colpevoli, alla fine, di non averla goduta nel migliore dei modi. Poi è anche vero che, nella kaufman-filosofia, come l’avete chiamata, tutti sono kaufman, tutti hanno avuto le proprie esperienze e i propri drammi, ma queste esperienze e questi drammi non sono quantificabili, non si può davvero dire che la morte del padre di uno sia peggiore della morte del cane di un altro, e la conseguenza è che nessuno ha il diritto di rivendicare una maggiore sofferenza. Questo è un altro dei punti che portano i personaggi di Kaufman in un limbo, che li bloccano: «Caden Cotard è un uomo già morto. Vive in un mondo sospeso, tra stasi e riluttanza. Il tempo è concentrato, la cronologia confusa. Eppure, fino a poco tempo fa, si è strenuamente battuto per dare un senso alla sua condizione. Ma adesso si è trasformato in pietra».

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