Commenti a: L’Ikea del romanzo https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/ un blog di approfondimento culturale Tue, 07 May 2019 19:58:50 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Non lettrice https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1992717 Tue, 07 May 2019 19:58:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1992717 Non ho letto nulla di D’avenia e non credo lo farò più.Ne avevo l’intenzione ,ma ho cambiato idea, ho perso interesse . Ho trovato più interessante L argomentare del recensore anche nella discussione che ne è seguita e ho apprezzato anche leggere gli interventi di stroncatore Io credo che leggere un buon libro è vivere , leggere un cattivo libro è come se ci venisse rubata la vita. Mi piace pensare che se fossi una scrittrice , leggerei tutte le critiche e le recensioni per vedere che vita ha preso il mio romanzo in ognuno . Non sarei mai intervenuta in questa discussione e soprattutto non nel modo in cui lo ho fatto L ‘autore . E questo mi basta.

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Di: Alessandro Pagano https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1970621 Tue, 18 Sep 2018 21:33:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1970621 Un’occasione mancata: il tono sempre più polemico degli interventi di Simonetti, poco meno che eleganti – “Se non cogli o non vuoi cogliere la differenza tra questi due concetti mi sa che è inutile che ci mettiamo a discutere di fenomenologia” – (degno di una ripicca da scuola primaria) fa sembrare inutile il tentativo di Alessandro D’Avenia d’imbastire un dialogo. Siccome lo conosco personalmente, ho letto il suo romanzo e l’apprezzo, non indugio più a lungo: Alessandro non ha bisogno di Alessandro, ma credo che meriti una critica migliore. C’è un continuo rimbalzo, mi sembra, dalla veste di critico a quella dello scrittore – “Gli scrittori veri lo sanno benissimo, o lo sentono, che «la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura»” – mentre il camuffamento è quantomeno illegittimo. Fa bene Alessandro a non replicare, ma io lo posso fare e lo faccio, anche a sette anni di distanza, visto che mi è dato di farlo. Ossequi.

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Di: Gianluigi Simonetti https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-5710 Sat, 16 Apr 2011 16:32:14 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-5710 Ma a che serve riprendere un thread dopo quattro mesi, senza addurre nuovi elementi chiari, e anzi precisando, contraddittoriamente, che il discorso non ti interessa più? Forse solo ad avere l’ultima parola. In tal caso te la lascio, tanto più che ci ripeti che hai una laurea e un dottorato, e sicuramente saranno serviti, come si evince dai tuoi dotti sia pur vaghi spunti teorici – ma una volta non ritenevi la critica “tanto più pericolosa quanto più si fa accademica”?

P.s. Ovviamente non ho mai scritto di ritenere la mia interpretazione “inconfutabile” in assoluto; ho dubitato invece che la tua lettura, nel merito, la confutasse (invitandoti molto democraticamente a interpretazioni alternative). Se non cogli o non vuoi cogliere la differenza tra questi due concetti mi sa che è inutile che ci mettiamo a discutere di fenomenologia.

P.p.s. Su Rimbaud la pensiamo in modo opposto. Sostanzialmente è da non-scrittori pensare che la vita sia o possa essere ‘altrove’. Gli scrittori veri lo sanno benissimo, o lo sentono, che «la vera vita, la vita finalmente riscoperta e illuminata, la sola vita pienamente vissuta, è la letteratura». Ed è per questo che magari non credono in nulla, ma la letteratura la prendono maledettamente sul serio.

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Di: Alex D'Avenia https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-5666 Tue, 12 Apr 2011 16:13:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-5666 Quanto a Rimbaud diciamo la stessa cosa da due punti di vista diversi. Lettere grondanti di malinconia non indicano che quella vita da mercante sia la vita rispetto alla poesia, ma che la vita non sia stata trovata neanche lì…
Ma il discorso non mi interessa più di tanto. Non ho più portato avanti la discussione – e mi spiace – perché le posizioni “inconfutabili” mi portano ad una immediata perdita di interesse. Mi spiace inoltre si fraintendano le mie parole e mi si rimandi alla dicotomia forma-contenuto… Una laurea e un dottorato in filologia classica a qualcosa mi saranno servite. Sembra si ignori la critica fenomenologica e tutta la scuola di retorica della narrativa. In un romanzo la storia è già contenuto. Non si può prescinderne. Proprio la logica del dono che il protagonista scopre e mette in atto rende inefficace l’interpretazione sul discorso del consumo di valori alti. Anche Antigone finirebbe coll’essere consumista. Strumenti inadeguati rendono le interpretazioni inadeguate… e spesso inconfutabili. La chiamavano petizione di principio nelle aule di filosofia. Buon lavoro e grazie ancora per il dialogo.

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Di: Enrico Macioci https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1576 Sun, 19 Dec 2010 07:51:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1576 errata corrige: Rimbaud è stato il più grande, ma non il primo di questi profeti eccetera eccetera.

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Di: Enrico Macioci https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1575 Sun, 19 Dec 2010 07:50:04 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1575 Una parola su letteratura e vita, in riferimento a Rimbaud che mi sta a cuore.
A certi livelli di visione, realmente profetici, il pendolo tra vita materiale e immaginazione, tra spirito e materia diventa insopportabile. Penso al suicidio di Trakl, a quello di Celan o della Cvetaeva, alla follia di Campana o ancora prima al rimbambimento precoce di Holderlin, o a quello di Nietzsche. Un eccesso di visione fulmina. Terra e cielo non si integrano più.
Rimbaud è stato il primo e il più grande di questi veggenti; non direi né che abbia lasciato la scrittura per la vita, né che abbia lasciato la vita per la (non più) scrittura. Egli propone a mio avviso un problema che esula dal letterario (il ragazzo detestava la “letteratura”) e che sconfina nell’antropologico: il “Natale sulla Terra”, la “carità” come chiave, la “Verità in un’anima e in un corpo” sono tutte testimonianze di un dramma che va ben al di là d’intenzioni razionali o di manifesti estetici (benché egli sia stato, specie nelle ILLUMINAZIONI, esteta sommo): Io è un Altro, appunto. Ma un tale fuoco è raro, molto raro; tanti pur grandi scrittori non ne sperimentano che le lingue più estreme e più tiepide, in punta di polpastrello, per poi ritrarsene.
Sul “come” e il “quanto”, due parole: mi sembra giunto il tempo in cui la questione della trama debba segnare il passo; per me non esiste storia – fosse pure di Beckett o Bernhard – senza trama; ma la trama in sé e per sé, preconfezionata, pre-fissa, è chiaramente una deminutio, un’afasia forzata e un meccanismo anti-creativo.
La domanda invece è: questa storia aumenta lo spettro della mia coscienza, mi arricchisce, mi rende diverso (anche se non necessariamente migliore)? Se la lettura d’un romanzo si rivela meno d’un’esperienza esistenziale, allora equivale a un fallimento.
Dico questo senza aver letto il romanzo di D’Avenia, e dunque in linea del tutto generale.

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Di: Gianluigi Simonetti https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1572 Sat, 18 Dec 2010 18:41:36 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1572 @Alessandro, il dialogo è interessante, e ti ringrazio per la disponibilità con cui ti spendi, ma mi sembra che su alcune cose siamo destinati a pensarla in modo diverso. Rimbaud per esempio: per te smette di scrivere per tuffarsi nella vita, come in una cosa “più grande”. Io ho sempre pensato esattamente il contrario: una volta detto ciò che aveva da dire, che è poi l’unica cosa che conta, Rimbaud sceglie un esilio volontario per autodistruggersi e seppellirsi lontano – cosa che puntualmente accade, e in un tempo incredibilmente breve. Quasi tutte le sue lettere dall’Africa grondano stanchezza e orrore per il mondo – ed è normale che sia così: è un dato di fatto che agli scrittori veri la vita quasi sempre va stretta. “L’arte è una forma di vita per chi veramente non vive”: lo dice Montale, non propriamente un poeta maledetto.
Allo stesso modo trovo poco condivisibili alcune delle tue posizioni teoriche. Che la verità del romanzo sia nella “storia”, cioè nella trama, è affermazione molto discutibile: decine di capolavori sostanzialmente privi di “storia” sono lì a dimostrarlo. Del resto, se è la “storia” che ti sta a cuore, a scapito delle parole, perché affidarti a un romanzo, che è un oggetto fatto appunto di parole, e che si occupa meno di azioni che di punti di vista e mondi interni (e che grazie a questi strumenti produce una sua conoscenza specifica – quella di cui parla Kundera)? Se ci si vuol limitare a illustrare una” storia”, molto meglio il videogioco, o la televisione, o il cinema (sarà per questo che tanti romanzi recenti, e il tuo non fa eccezione, sembrano dipendere da una cultura cinematografica?). In effetti il contenuto di verità di un’opera letteraria, la sua “realtà”, sta nell’insieme dei suoi livelli, nel loro spessore, nel modo in cui interagiscono e si moltiplicano; beh, mi sembra davvero difficile negare che in questa miscela giochino un ruolo decisivo proprio le forme. Insomma, lo sanno tutti, mica solo gli strutturalisti, che in letteratura il “come” conta quanto il “cosa”, se non di più; l’opposizione meccanica tra forma e sostanza non ha ragione di esistere, perché in letteratura la forma è sostanza.
Stando così le cose, la tua affermazione sul primato della “storia” rischia di essere vera soltanto nel recinto della letteratura di consumo: ma questo non fa che confermare, a posteriori, l’esattezza della mia interpretazione del tuo libro. Credo vada a mio onore l’aver trattato il tuo romanzo come un’opera “dalla grande ambizione conoscitiva”, quale tu la definisci: l’ho presa sul serio, e l’ho letta su più livelli, verificando aspetti strutturali diversi, tra cui la lingua e la ‘voce’, in senso bachtiniano (tra parentesi, e una volta per tutte, senza confusione alcuna tra autore e narratore; la confusione è nel personaggio, non nell’articolo). Evidentemente, l’ipotesi di lettura integrale di un’opera è una pura utopia; la critica letteraria procede sempre per campionature – soprattutto nella misura brevissima di un articolo – ed è così che cerca faticosamente di raggiungere, senza peraltro riuscirci, una certa oggettività. Se ho concesso poco spazio alla trama (ma qualcosa c’è), non è perché soffermandomi temevo di contraddirmi, ma al contrario perché a quel livello, nel tuo libro, è tutto talmente evidente che non c’è bisogno di analisi: è vero che il protagonista amplia la sua visione nel corso del libro, ma portandola da un minimo di banalità – consumo di merci e di sentimenti inautentici – a un massimo di banalità – consumo di cultura e di sentimenti presunti autentici. Se ho mancato quei passaggi di particolare “irradiazione” di cui parli, e che altri hanno apprezzato, ti invito a segnalarli a me e ai lettori di questo blog. Dubito che la tua lettura servirà a confutare la mia, ma certo potrà ampliare utilmente la gamma delle interpretazioni possibili.

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Di: Stroncatore https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1570 Sat, 18 Dec 2010 12:01:30 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1570 Ti ringrazio per la tua risposta, e per la pazienza con cui cerchi il dialogo, abbassando giustamente i toni della discussione. Per quanto riguarda la sostanza del discorso, mi spiace dirti che resto in disaccordo con quello che dici. Certo, per secoli la letteratura ha fatto a meno della critica, e la società faceva a meno della democrazia. Nei paesi totalitari la critica è poi di nuovo scomparsa, a meno che non fosse di regime. Il legame fra critica e democrazia mi sembra storicamente forte, e proprio perché oggi la critica deve fare i conti con un pubblico di massa mi sembra che abbia il compito di diventare ancora più esigente sul piano estetico ma anche ideologico. Se diventa troppo consensuale, si fa specchio del degrado della democrazia. Frasi del genere “i critici sono solo scrittori falliti” mi sembrano dunque pericolose (senza troppo drammatizzare, ovviamente). E forse anche tu sei stato troppo assertivo nello scriverla (d’accordo, in un testo contro le antologie, ma parlando della critica in generale, e apparentemente sono idee che poi producono degli effetti, se c’è chi le utilizza per delegittimare una critica al tuo romanzo della quale, nonostante il tuo dissenso, hai invece apprezzato la serietà). Il blog di uno scrittore affermato è uno spazio per definizione pubblico e contribuisce a definire la sua identità di autore, quello che scrivi sul tuo è dunque suscettibile di essere criticato, anche quando scrivi che sei uno scrittore e insegnante “perdutamente innamorato della realtà” (frase che ora cito senza ironia), perché, che tu lo voglia o no, è una frase ideologica inserita in quel contesto, essere innamorato della realtà non è come essere innamorato della vicina di casa, se un altro scrittore affermato scrivesse nel suo blog che odia la realtà e gli esseri umani, credo che tu stesso ci vedresti l’espressione di una criticabile ideologia. Ripeto: la mia impressione è che il tuo blog, com’è giusto che sia, si rivolga ai tuoi estimatori, ma che lo faccia tramite un discorso poco coerente col tuo legittimo desiderio, e la tua capacità, di dialogare con gli eventuali critici del tuo romanzo. Se lo sdoppiamento fra autore e narratore appartiene al cuore stesso dell’arte narrativa, quello fra autore e autore mi sembra invece allontanarci da un’idea seria del (contro)potere della letteratura, a meno che non sia perseguito, sino in fondo, con sane finalità polemiche (Romain Gary) o per gusto della sperimentazione estetica (Pessoa). Tengo a precisare che non esprimo un giudizio sul D’Avenia privato, ma sul tuo status d’autore. Cordialmente.

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Di: Alex D'Avenia https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1569 Sat, 18 Dec 2010 09:46:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1569 @Gianluigi: grazie per l’interessante dialogo. Se tu fossi a Milano, o di passaggio, sarebbe bello parlarne a voce.

Intendiamoci, sono fermamente convinto che la letteratura debba rivelare qualcosa che altrimenti rimarrebbe nascosto nelle pieghe della vita e, in questo senso, non in senso assoluto (quella è una metafora mitica o una pia illusione romantica) può imporle un ordine. Il cogito viene dopo il sum, così anche le parole. Ma queste sono visioni del mondo…

Non sono di quelli che si accontentano di romanzi ‘corretti’ e auto-assolutori. Non ho scritto il mio romanzo con questo scopo. Non avrei studiato letteratura antica per tutta la vita e non la insegnerei.

Nel romanzo c’è una grande ambizione conoscitiva, ma operata, attraverso un cuore e una mente sedicenni. Non era un esperimento facile. La sostanza del romanzo, nella tua lettura, viene omessa. Sfugge che proprio il protagonista amplia la sua visuale di pagina in pagina. Prima vede pochissimo, poi sempre di più. L’ampliare la visione è la sostanza del romanzo e c’è un punto che arriva, narrativamente, al culmine del mistero, ma questo è assente nella tua interpretazione, pur essendo l’asse portante della storia.

La critica si sofferma a volte solo sul come e si astiene da giudizi sull’effettivo confronto con la realtà e, starei per dire, con la verità. Credo sia il punto (non debole, perché penso sia una scelta) incompleto della tua recensione. È quindi necessario rifarsi al fatto molto elementare che la parola umana è non soltanto espressione di soggettività, ma anche, o meglio anzitutto, affermazione circa l’elemento oggettivo. Essa significa prima di tutto la constatazione: questo è questo; e solo secondariamente un’espressione del sentimento: io sento questo così.

Questo tipo di verità in un romanzo è narrativa, non staccata dalla storia. La verità di un romanzo è la storia. Anche io sono convinto che il romanzo sia, come dice Kundera, l’unico modo di dire alcune cose. Ma in un romanzo le cose si dicono non solo con il “come” delle parole, ma con il “cosa” della storia. Proprio questo è l’aspetto su cui la recensione sorvola, approfondendo l’aspetto del come, ma non il “cosa” narrativo. Ci sono parole, non una storia, nella recensione. Romanzo è, da romanzo va trattato, non da insieme di parole artificiosamente messe accanto.

La critica oggi forse deve mantenere il suo sguardo “strutturalista”, che a volte è però l’unico sguardo (lo dico da filologo classico) e riabbracciare anche la sostanza. Steiner, Todorov e qualcun altro qualcosa al riguardo hanno detto. Chissà perché molti li odiano.

Grazie per la riflessione che hai provocato.

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Di: Alex D'Avenia https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1568 Sat, 18 Dec 2010 09:16:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1568 @Stroncatore: le tre posizioni che metti in relazione non sono contraddittorie. Nel post del blog mi scaglio contro le terribili antologie scolastiche che fanno a pezzi la letteratura e la testa dei ragazzi, che cominciano a odiare la letteratura prima ancora di averla letta.
La seconda è relativa alla risposta data ad un critico ‘accademico e snob’ (lui sì), per un giudizio sul mio libro che evidenziava la non lettura del testo. Frasi decontestualizzate sono spesso opponibili.
Si tratta invece di un’unica visione che ha gradi e sfumature, come nella realtà. A volte mi sembri un po’ troppo assertivo e sicuro nel giudicare gli altri, ma forse è solo il tuo modo di discutere. Per secoli c’è stata letteratura senza critica e non eravamo nel totalitarismo. La critica nasce per ragioni storiche e culturali ben precise e non è un’eterna, astorica e necessaria idea platonica, ma un portato storico e culturale, come tale passibile di mutamenti, trasformazioni, estinzioni, rinascite. Adesso è alle prese con una rinascita, che deve fare i conti -credo- un po’ di più con un pubblico di massa.

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Di: Gianluigi Simonetti https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1560 Fri, 17 Dec 2010 15:46:37 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1560 L’articolo che ho scritto parla da sé, non ho niente da aggiungere; per questo non intendevo intervenire nella discussione – nemmeno per replicare agli insulti di Lettore, e tantomeno ai suoi fragili rilievi ‘tecnici’. Intervengo invece per ringraziare D’Avenia per la civiltà del suo intervento, e in parte anche per dargli ragione: effettivamente siamo ancora “nell’onda lunga post-romantica”, e dai libri ci aspettiamo forse non redenzione, ma una rivelazione certamente sì: scoprire qualcosa che non sappiamo, qualcosa che altri strumenti di conoscenza non colgono, qualcosa che la vita stessa, da sola, non contiene e non dice. Ma a parte il fatto che sarebbe irrealistico pretendere una rivelazione da ogni opera, mi interessa precisare che il mio scopo non era stroncatorio. Volevo vedere intanto come è fatto il libro, che come tutti i libri può piacere o meno; e poi capire come mai tanti romanzi recenti – non dico pianificati, ma certo promossi e talvolta limati dall’industria culturale – sono fatti nello stesso modo, animati da analoghi principi formali e ideologici, al di là delle differenze apparenti. Ovviamente un’arte che non si prende sul serio e che si accontenta di “qualche grado in più” c’è sempre stata, anche in piena rivoluzione romantica; l’impressione è che oggi molti scrittori (non tutti) si stiano abituando a considerare ‘corretto’ un romanzo che intrattiene, fa sentire migliori e crea consenso – ma al prezzo di deporre, magari senza neanche accorgersene, quelle ambizioni conoscitive profonde e spiazzanti che per molto tempo hanno costituito il sale della letteratura, il senso del suo esistere, le ragioni del suo primato (ebbene sì) sulla vita stessa.

Questo è quello che ho provato a fare, in un saggio che del resto non parla solo di D’Avenia, e che trovate sul «Ponte». Questo credo debba fare la critica, come dice giustamente Stroncatore. Non ho mai pensato invece di spiegare agli scrittori come si scrive la letteratura ‘vera’. Se lo sapessi non lo spiegherei, ma scriverei anch’io un romanzo – come tutti.

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Di: Stroncatore https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1559 Fri, 17 Dec 2010 13:53:44 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1559 L’intervento garbato di Alessandro D’Avenia merita un commento educato. Il problema è che, indipendentemente dalla distinzione fra autore e Lettore, D’Avenia resta vittima di uno sdoppiamento. Altrove, scrive che i critici « essendo artisti mancati » si « scagliano » sulla letteratura « dimostrando che quello che non sanno fare (creare) lo sanno almeno imbottigliare. Categoria tanto più pericolosa, quanto più si fa accademica », e rivendica che dietro il suo « “pop” c’è molta più profondità di quanto i critici snob credano… Ma si sa, ognuno fa quel che sa fare: io sto in classe con 20 adolescenti ormonali e pop e devo far arrivare loro Omero, Dante e Shakespaere. Altri stanno dietro una scrivania, con i loro libri che sanno sempre di nuovo… o di vecchio ». Idee non molto dissimili da quelle espresse da Lettore, che ha lanciato la discussione con questa frase : « Non se ne può più di mediocri che spiegano la letteratura a chi prova a scriverla ». Se è forse vero che i migliori critici restano gli scrittori che si sono cimentati con la critica, è invece sicuro che l’utopia di una letteratura senza critica altro non è che la trasposizione culturale del totalitarismo, altro che facili polemiche sulle ideologie… Su questo blog D’Avenia risponde invece al critico accademico e snob con accademica cautela, argomentando in particolare sulla base della distinzione fra autore e narratore, distinzione che avrà pure imparato da un manuale universitario, o no? Per carità, è giusto e legittimo cambiare registro secondo il contesto e l’interlocutore (il cattedratico o il liceale), e sarebbe moralistico pretendere il contrario. Ma resta un modo per adattarsi prosaicamente (intelligentemente) alla realtà, una realtà di cui non tutti abbiamo la fortuna di essere « perdutamente innamorati ».

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Di: Alex D'Avenia https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1557 Fri, 17 Dec 2010 10:25:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1557 Sono contento di aver saputo da M. (il “lettore” e collega freudizzato) della recensione sul mio libro ospitata da questo blog, di cui non conoscevo l’esistenza: mea culpa, avendo grande stima della casa editrice (mi accontento di leggerne i libri) e soprattutto di Nicola Lagioia, che ho avuto la fortuna di conoscere a Roma qualche tempo fa (un saluto a Nicola se mi leggerà).

La recensione è interessante e mi ha dato spunti di riflessione. Essendo di parte, non argomenterò. Sono rimasto perplesso dai toni della discussione seguita, anche se a ben vedere è interessante scoprire che ci si “accanisca” così attorno a un libro (con indebito scantonare nella vita dell’autore). La letteratura è uno dei tanti modi di stare al mondo e ciascuno la fa come crede. Mi sembra che a volte siamo offuscati dall’onda lunga post-romantica e ci aspettiamo chissà quale redenzione e quale rivelazione dai libri (e dai critici che ce li devono spiegare a tutti i costi). Non ci stiamo prendendo troppo sul serio? Rimbaud dopo aver rivoluzionato la poesia, da genio qual era lo fu fino in fondo, abbandonò tutto rendendosi conto che la letteratura è solo una parte piccola della vita. Ci sono cose molto più grandi: la vita stessa per esempio…

Tendiamo sempre a proiettare sulla vita tutta il pezzo che ne vediamo, cercando di convincere a tutti i costi gli altri della nostra verità tribale. La letteratura è semplicemente una strada per “vedere” con qualche grado in più di angolo visuale e abbracciare il reale con maggiore pienezza. Il libro forse questo riesce a farlo. Per mia fortuna sta avendo grande riscontro e sono moltissimi i lettori che ritrovano il gusto della lettura e mi chiedono consiglio per la lettura di altri libri.

Ringrazio ancora l’autore della recensione, che, sul finale, ritengo non arrivi a scorgere alcuni punti, che molti lettori trovano e che irradiano dal centro del romanzo e lo sottraggono al semplice loop comunicativo (in cui è immerso il protagonista con il suo linguaggio, che ad una lettura più attenta rivela una chiara evoluzione. E qui concordo sulla confusione autore-voce narrante sollevata da Lettore). Non si fa parola del libro da mesi eppure il passaparola, dopo un anno dall’uscita, lo alimenta. Mi colpisce il fatto che in fondo si dia del cretino a tutti i lettori che apprezzano una cosa che a noi non piace. Questo elemento potrebbe essere ulteriore spunto di riflessione e discussione.

Per amor di verità, ci tengo a dire che la casa editrice ha pubblicato solo e soltanto ciò che avevo scritto e non ha imposto nessuna strategia di marketing o pianificazione a tavolino. Le responsabilità sono solo mie e non ho niente di cui rimproverarmi: ho scritto, mi sono divertito ed emozionato e ho regalato qualcosa di questo a migliaia di persone, in epoca di grande crisi, soprattutto di lettori giovani (parola di professore). Tranquillizzerei anche Stroncatore: non ho una mafia di sobillatori che scrivono per me. Le varie imprecisioni esistenti su quella pagina di wiki sul conto del libro lo dimostra: a partire dal cognome sbagliato… Ma pazienza.

La mia ricerca continua. Spero di riuscire a tornare sul sito e sulla discussione. Se non riesco, non me ne vogliate e non ve la prendete con Lettore, che a volte mi vuole bene più di quanto me ne voglia io. Questo è il bello degli amici.
Con gratitudine.

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Di: Lettore https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1555 Thu, 16 Dec 2010 17:03:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1555 Allibito.

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Di: Stroncatore https://minimaetmoralia.it/estratti/likea-del-romanzo/#comment-1553 Thu, 16 Dec 2010 16:33:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3448#comment-1553 Per concludere. Lettore non è altro che l’incarnazione dei mali celati dall’apologia ipocrita dei valori alti e dei buoni sentimenti: disonestà intellettuale e avidità di riconoscimento.

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