Commenti a: Il ruolo dell’uomo nel mondo: sull’Enciclica Laudato Si’ https://minimaetmoralia.it/interventi/il-ruolo-delluomo-nel-mondo-sullenciclica-laudato-si/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Aug 2015 19:29:46 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Enrico Ciampaglia magistrato in Venezia https://minimaetmoralia.it/interventi/il-ruolo-delluomo-nel-mondo-sullenciclica-laudato-si/#comment-1831739 Fri, 28 Aug 2015 19:29:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27541#comment-1831739 LA CIVILTA’ DELL’AMORE.

Nell’Enciclica “Laudato sì”, Papa Francesco propone la sua visione filosofica e teologica dell’essere umano e della creazione. Il mondo proviene da una decisione, ammonisce il Successore di Pietro, non dal caos o dalla causalità. Vi è una scelta libera espressa nella parola creatrice. L’universo non è nato come risultato di un’onnipotenza arbitraria, da una dimostrazione di forza o di un desiderio di autoaffermazione. Il mondo, infatti, è il libro scritto dalla mano potente di Dio e in esso si manifestano la sua bellezza e il suo amore. La creazione appartiene dunque all’ordine dell’amore. L’amore di Dio è la parola fondamentale di tutto il creato, degli organismi che lo popolano, degli ecosistemi nei quali essi vivono in relazione necessaria tra loro, e dello stesso uomo, che è stato creato per amore, un amore che si dona, un amore gratuito, e dotato di intelligenza e amore proprio perché possa amare allo stesso modo tutto ciò che è nel mondo, seminando a sua volta bellezza e amore. Una singolarità, questo è l’uomo, che trascende l’ambito fisico e biologico, come mostrano la sua capacità di riflessione e di ragionamento, la creatività, l’interpretazione, l’elaborazione artistica, e altre singolari capacità, con le quali è chiamato a collaborare alla creazione divina. Una identità personale in grado di entrare in dialogo con gli altri e con Dio stesso (in questi termini, l’Enciclica “Laudato sì”).

Ma vi è un ma…

L’uomo non è soltanto natura e materia ma anche volontà e spirito. Non è soltanto necessità e causalità ma anche potere e libertà. Non è soltanto azione involontaria, istinto e follia ma anche amore, egoismo e malvagità in azione. Il mito di Adamo ed Eva, rei di aver ceduto nel loro cuore alla tentazione di una libertà senza responsabilità, di un potere e di una conoscenza illimitati, senza amore per sé e l’altro da sé, spiega la condizione umana e i molti mali, psicologici, individuali, sociali e persino ambientali, che affliggono il nostro mondo. Tanto più gravi quanto maggiori sono il potere e la conoscenza che l’uomo acquista grazie al crescente progresso tecnico-scientifico, illudendosi poter fare tutto quello che gli pare alla ricerca della propria felicità mondana. Si tratta di un vero e proprio delirio di onnipotenza. “La libertà umana, infatti, si ammala”, ammonisce il successore di Pietro, “quando si consegna alle forze cieche dell’inconscio, dei bisogni immediati, della violenza brutale, dell’egoismo”, che è un vero e proprio peccato: “il peccato dell’indifferenza, e “In tal modo è nudo ed esposto di fronte a suo stesso potere, che continua a crescere senza avere i mezzi per controllarlo” (ivi).

Un delirio di onnipotenza che si annida negli stessi “modelli di pensiero” che governano il mondo della finanza e dell’economia, della tecnica e della scienza, e che sollecitano i singoli uomini a riempire di beni futili il vuoto esistenziale del loro egoismo, il non senso della loro vita, rendendoli impermeabili e sordi a ogni altra considerazione. Si badi, occorre riconoscere che la scienza e la tecnica, espressioni della creatività umana, che è un dono divino, non solo hanno posto rimedio a molti mali che affliggevano e limitavano l’essere umano, ma sono anche in grado di produrre cose utili a migliorare la qualità della vita e persino belle. Nondimeno, ammonisce il successore di Pietro, la potenza della tecnologia è oramai tale che ci pone di fronte a un bivio drammatico, il bivio delle scelte irreversibili. Fatto è che l’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza, perché l’immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell’essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori, la coscienza dei propri limiti, a principiare dalla consapevolezza che è possibile usare male il proprio potere.

Tutto questo è a maggior ragione pericoloso in un mondo nel quale i falsi miti della modernità: progresso indefinito, inesauribilità delle risorse, individualismo egocentrico, consumismo sfrenato, concorrenza senza regole, libertà assoluta del mercato, massimizzazione del profitto, tecnocrazia, automazione esasperata della produzione, diritto alla proprietà privata quale valore assoluto e intoccabile, in uno alla concentrazione progressiva della conoscenza e del potere nelle mani di pochi uomini, dà a costoro, ai “padroni del potere e del denaro”, il dominio sull’insieme del genere umano e del mondo intero, minacciando la pari dignità umana, quasi che alcuni uomini abbiano più diritti di altri. Difatti, nel mondo del consumismo sfrenato e della svalutazione del lavoro umano, dell’esaurimento delle risorse naturali e del debito ecologico, coloro che hanno autonomia e libertà sono, in realtà, solo quelli che fanno parte della “minoranza che detiene il potere economico e finanziario”. Basti pensare alla disoccupazione di massa, alla chiusura progressiva delle piccole attività produttive e, in chiave globale, al crescente debito estero, divenuto infine sistema di controllo politico dei popoli nonché strumento di accaparramento delle risorse naturali altrui.

Ebbene, è l’ideologia neoliberista, questo modello di pensiero divenuto “pensiero unico dominante”, a riassume in sé tutti quei miti, il cui comune filo conduttore consiste nel rifiuto tendenziale che il “potere finanziario, economico e tecnico-scientifico” oppone a qualsiasi condizionamento, controllo e limite sociale, politico, istituzionale, giuridico, etico e morale. Le conseguenze sul piano pratico di tutto questo, di questa “adorazione del potere umano senza limiti”, sono evidenti. Da un lato, l’assoggettamento dell’individuo, della società e della politica – una politica preoccupata solo di conservare e accrescere il potere – all’economia, a un mercato che da solo non è in grado di garantire lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale, e dell’economia reale a quella finanziaria, entrambe alla ricerca ossessiva della massimizzazione del profitto, di una ricchezza artificiosa e di corto respiro che avvantaggia pochi. Dall’altra, il degrado psicologico, morale, culturale, sociale, urbanistico e ambientale che caratterizza il mondo moderno, sull’orlo di un precipizio senza fondo, un degrado che colpisce soprattutto i più deboli e pregiudica la vita delle future generazioni. Eppure, “i poteri economici continuano a giustificare l’attuale sistema mondiale, in cui prevalgono una speculazione e una ricerca della rendita finanziaria che tendono a ignorare ogni contesto e i loro effetti sulla dignità umana e sull’ambiente, a dimostrazione che il degrado ambientale e il degrado umano ed etico sono intimamente connessi” (ivi). Il nome di questo sistema mondiale è “Capitalismo globale”.

Urge, dunque, cambiare registro. Occorre adottare al più presto un nuovo atteggiamento, di condivisione dei beni e di cura dell’altro, che va verso l’altro abbandonando l’autoreferenzialità dell’io, e un nuovo “modello di pensiero”. Un modello di pensiero, associato a una conversione del cuore, in direzione del bello e del bene comune, che il successore di Pietro, rivolgendosi a tutti gli uomini di buona volontà, suggerisce loro di chiamare “ecologia integrale” o “ecologia umana” o più semplicemente “Umanesimo”. Consapevoli che una scienza parcellizzata, che non tiene conto di tutto ciò che la conoscenza ha prodotto nelle altre aree del sapere, compresa la filosofia e l’etica sociale, è priva di uno sguardo d’insieme e della necessaria profondità, e non è, pertanto, in grado di offrire soluzioni globali alle grandi questioni del nostro tempo; che una tecnica separata dall’etica difficilmente sarà in grado di autolimitare il proprio potere; che un potere finanziario autoreferenziale e fuori controllo tende a soffocare l’economia reale, come dimostrano le ricorrenti crisi del sistema monetario e il salvataggio a tutti i costi delle banche; che gli interessi del mercato, di un mercato “divinizzato” dal neoliberismo, quasi fosse in grado per magia di risolvere tutti gli squilibri sociali ed economici che ha generato, e di tutelare il bene comune, a cominciare dall’ambiente, non possono essere considerati una regola assoluta; che il principio di massimizzazione del profitto svincolato da ogni altra considerazione è una distorsione dell’economia. Consapevoli, in ultima analisi, che un potere senza limiti è un potere malefico. E che la libertà, come insegna il mito fondante dell’occidente cristiano, va coniugata con la responsabilità, figlia dell’amore. Solo su questa base sarà possibile fondare una civiltà, “La civiltà dell’amore”, davvero degna dell’uomo e conforme al progetto divino.

Queste considerazioni sul rapporto libertà-responsabilità, calate nella drammatica realtà del mondo moderno, dove emergono forme sempre più globali, impersonali e pervasive di potere, anche mass-mediatiche e informatiche, suggeriscono che il mito biblico del peccato originario è quanto mai attuale: un “tesoro di verità e di sapienza” che l’uomo di fede legge alla luce della natura trinitaria di Dio, una comunione perfetta di potere-intelligenza-amore, a immagine e somiglianza della quale l’uomo, secondo quelle stesse antiche scritture, è stato creato. Per amare sé e l’altro da sé. In modo gratuito. Facendo dono di sé. Altro che “adorazione del potere umano senza limiti”! Quanto più aumenta il potere e dunque la libertà di fare, e la conoscenza tecnico-scientifica è essa stessa potere, anzi il sommo potere, tanto più deve aumentare il senso di responsabilità verso l’altro da sé, vale a dire il senso del limite, il senso di ciò che non si deve fare per il bene comune e l’amore dell’altro. Un sentimento radicato nel cuore stesso dell’uomo, perché è espressione del principio morale dell’amore: “Posso farlo ma per amore dell’altro non devo né voglio farlo”. Un sentimento e un principio che però possono vacillare, sotto i colpi dell’incuria egoistica, indifferente alla sorte dell’altro, e della malvagità, che si nutre dell’altrui infelicità. Il peccato originale, originale in senso logico ed eziologico ancor prima che cronologico, sta dunque nel silenzio interiore del principio morale, nella mancanza di amore, nella privazione di questo bene supremo, di questo dono divino, che la ragione umana è in grado di comprendere, grazie alla riflessione, e che la fede chiama “Spirito Santo”, rivolgendosi a Lui con queste parole di preghiera: “Spirito Santo, che con la tua luce orienti questo mondo verso il Padre e accompagni il gemito della creazione, tu pure vivi nei nostri cuori per spingerci al bene. Laudato si” (ivi).

E’ la mancanza di amore che ci danna. E’ solo l’amore che ci redime. E con l’uomo salva il mondo intero. Il mito del peccato originale e l’immagine della natura divina, una e trina, si saldano, dunque, in un contesto di fede, al messaggio d’amore testimoniato, secondo i vangeli, da una delle tre persone divine. Quella Verità sovrannaturale che dopo essersi incarnata in un uomo chiamato Gesù, incamerando in sé una parte del mondo, divenuta essa stessa frammento di materia, ha rifiutato di adorare il demone del potere, resistendo alla tentazione demoniaca di diventare “padrone assoluto del mondo”, “il re di questa terra”, e ha indicato a tutti gli uomini la via della salvezza, sacrificando per amore di Dio e dell’uomo la propria vita. Il nuovo Adamo ha vinto, di fronte alla tentazione del potere assoluto, là dove il primo Adamo aveva fallito. Dentro il proprio cuore.

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