Commenti a: Svevo, Joyce: storia di un’amicizia https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/ un blog di approfondimento culturale Sat, 08 Feb 2025 07:24:18 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Adolfo https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-2020353 Sat, 08 Feb 2025 07:24:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-2020353 secondo me erano amanti

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Di: La coscienza di Zeno e Piccole Donne – MANUELA PIEMONTE https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-2009238 Thu, 16 Apr 2020 20:39:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-2009238 […] * Vedi Svevo, Joyce: storia di un’amicizia. […]

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Di: Verdiana https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-249086 Thu, 21 Feb 2013 12:31:40 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-249086 Molto molto interessante questo carteggio su Svevo e Joyce…
Grazie per averlo pubblicato.

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Di: Dinamo Seligneri https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203262 Tue, 21 Aug 2012 21:31:45 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203262 C’è un vecchio trucco, che va sempre bene, pare. I ragazzi ci provano pure oggi.
Quando il filosofo si fa duro, o il romanzo sembra formalmente impraticabile, lo studente che vuole il sei attacca colla biografia…
Non se la pigli nessuno, non è polemica né contro tizio e caio, ma mi pare che dei libri di Joyce ne parlino sempre gli stessi, i soliti critici, che non ci capisco mai niente di che ne dicono, oppure ne parlano i biografi, e fanno le biografie, mettendo in primo piano la persona storica Joyce, quando la sua opera, un’opera sensoriale, molecolare, pluristilistica, raccontata da innumerevoli narratori, flussi e pulsioni corporali è un pieno superamento della persona storica e artistica che sia… (dovrebbero vietare le biografie di Joyce? non scherziamo. Ma bisognerebbe tenerle al loro giusto peso).
Di Svevo, non se ne parla mai, quasi, certo non se ne parla quanto meriterebbe, e quel che si dice è accademia, scuola media-superiore.
Mah. Contenti noi.

Sul loro rapporto, mi fa piacere che due geni letterari potessero volersi tanto bene, non è cosa comune, così come non è comune che uno scrittore si faccia in quattro e dia fondo alle conoscenze per vedere ben inserito in Italia e nell’Europa culturale il libro di un suo collega… ma ricordiamoci due cose ovvero che La coscienza di Zeno è un capolavoro unico e che Joyce non temeva affatto il talento dei suoi pari…
sicuramente, se Joyce non avesse scritto l’Ulisse e il Finnegans, la produzione di Svevo sarebbe stata nettamente superiore alla sua. E credo che Joyce lo sapesse, e ciò la dice lunga sulla consapevolezza che aveva della portata dell’Ulisse.

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Di: LM https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203254 Tue, 21 Aug 2012 19:49:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203254 Diano, penso così: se lei usa fonti scorrette per esprimere giudizi quanto mai sommari, si ha tutto il diritto di demolire la portata scientifica delle sue fonti, per vieppiù far emergere quanto affrettato sia il giudizio critico che ne ricava. Questo è attacco alla persona? O lo è il liquidare il suo interlocutore dicendo che piglia lucciole per lanterne? Sono intervenuto solo perché mi è saltata agli occhi la sua opinione sprezzante circa la sopravvalutazione de La coscienza di Zeno. Non perché lei non abbia diritto di preferire questo a quello, figuriamoci, ma perché lo fa in questo contesto, utilizzando a suo favore dati biografici di nessun valore scientifico, nonché un giudizio ambiguo espresso da Blazen in una lettera privata, Blazen che del resto fu uno dei più grandi ammiratori dell’opera di Svevo…

Poi, quello che è seccante, a proposito di disprezzi, mi lasci dire, è che sembra che i libri siano stati scritti solo per certi di voi. Lo sappiamo tutti che Joyce scrisse a Svevo domandandogli di mandargli a Parigi alcuni materiali lasciati a Trieste. Ma non certo il manoscritto del suo più importante romanzo. Infatti la lettera, in dialetto triestino, è del 5 gennaio 1921 (se la cerca la troverà anche su internet). In tale data Ulisse era praticamente completo, salvo la rocambolesca revisione per la successiva pubblicazione in Francia, con la libraia Silvia Beach nelle vesti sia di coraggiosa editrice sia di paziente dattilografa… dato che il testo veniva ritenuto osceno sia dagli editori normali che dalle dattilografe normali. Dunque Joyce chiese a Svevo di mandargli certi fogli, che qualcuno ha computato in quattro chilogrammi, che contenevano solo appunti, e non poteva essere altrimenti, perché l’Ulisse era già stato in buona parte pubblicato a puntate su The Little Review di New York, in una versione non credo così lontana da quella dell’intero volume del 1922, a Parigi.

Vabbè… Mi consola il fatto che anche lei riconosca che i miei maestri mi hanno insegnato bene.

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Di: Francesca Diano https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203233 Tue, 21 Aug 2012 15:24:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203233 @ Nunzia.
Posso assicurarle che nemmeno i parlanti inglesi e gli stessi studiosi di Joyce sono in grado di leggere e capire a fondo Finnegans Wake. Infatti il testo è ancora un puzzle – non del tutto decifrato – dopo tutto questo tempo. Ecco il perché della mia ipotesi che, ripeto, è la mia personale. Dunque non si crucci.
@ Massino
Guardi che io non mi arrabbio affatto. Anzi, è sempre interessante uno scambio di diverse posizioni, soprattutto se fatto ocn rispetto e senza sfociare nel personale. Mi pare evidente dal tono dei miei commenti. Non è nemmeno nella mia natura. Non capisco dunque francamente la ragione di quando lei afferma: “…nel lavoro di Svevo – che Lei, Diano, tende a considerare poco importante, al punto di asserire con malcelato disprezzo che è un autore sopravvalutato…” L’espressione “malcelato disprezzo” rivela come lei presuma che ciò che per lei è importante debba esserlo per tutti. E se qualcuno si discosta dal coro, allora va bollato. Ho sempre considerato Svevo un autore sopravvalutato e per una serie di precisi motivi che qui non sto a spiegare, perché non è il contesto. Se analizza il termine “sopravvalutato” vedrà che semanticamente non contiene l’idea del disprezzo. Né infatti nutro disprezzo per Svevo, che invece ritengo abbia avuto il grande merito di aprire una porta alla grande stagione mitteleuropea. Questa è una sua deduzione, un’affrettata conclusione.
E ancora: “A proposito di malanimo, tipo quello che traspare dalle sue parole, Diano…” lei mi attribuisce, in modo sgraziato, un atteggiamento che non ho né ho manifestato. Sono tutte sue deduzioni, che nascono forse dall’aver colto, in tutto quello che ho scritto, solo le parti che non approva o che non si conformano a quanto lei pensa. Dove legge che io voglia mai demolire le gerarchie altrui? Anzi, le rispetto moltissimo, ma sarò pur libera di esprimere quel che penso e che ho dedotto da quanto ho letto e capito? O tutti devono sempre in Italia conformarsi a una linea ideologica generale in modo acritico?
Questo tipo di attacchi personali, del tutto gratuiti, che purtroppo sono frequenti sui blog letterari italiani, finiscono per impedire un sereno confronto sulle diverse posizioni.
E ancora una volta lei torna a portare il discorso sul giudizio di valore di Svevo, quando ho spiegato in ben due commenti che il discorso verteva su ben altro. E cioé sull’interesse che questa testimonianza della figlia ha da un punto di vista psicologico. Si è attaccato a quel “sopravvalutato” per imboccare una direzione che qui non c’era né intendeva esserci.
Se fa attenzione, tutte le cose che lei scrive un questo suo precedente commento riprendono quello che avevo detto anche io in fondo.
Tra l’altro ho specificato – le sarà sfuggito? – che: “artisti e letterati, più sono grandi più hanno degli aspetti spesso poco edificanti dal punto di vista personale. L’analisi di una biografia spesso mette in rilievo piccolezze e fragilità che però non influiscono, né devono influire, in alcun modo sul giudizio di quanto hanno lasciato, ma di sicuro aiutano a capire meglio cerri meccanismi, a ricostruirne la genesi. La grandezza sta nel trasformare sofferenze e fragilità in arte e in motore per la creazione.”
Dunque i suoi maestri le hanno insegnato bene, ma forse non intendevano negare in assoluto l’importanza di conoscere molto bene anche i fatti biografici.

Quanto al fatto che lei ritenga scorretto e poco scientifico da parte mia affermare che Joyce abbandonò il manoscritto dell’Ulisse in casa Svevo, ho il piacere di confermarle che non è una mia illazione nata dal mio terribile malanimo, ma quanto risulta da una lettera da Parigi di Joyce a Svevo, che chiede espressamente che gli venga inviato il manoscritto che era rimasto lì. Per quanto possa apparire incredibile anche a me, così è.
Le confermo anche, per esperienza personale, che una figlia che dà delle testimonianze dirette sulla vita di un padre, (o di una madre) ricordi ed eventi condivisi, sono non solo preziosissimi per chi studia le opere di quelle persone, ma possono spesso fornire una chiave di lettura originale della genesi di un’opera. Soprattutto quando si ha la fortuna di trovare chi abbia condiviso con quegli autori una vita.

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Di: LM https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203225 Tue, 21 Aug 2012 13:35:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203225 @Nunzia

frequento Ulisse, ma Finnegan’s Wake non mi sento obbligato a leggerlo: penso si tratti di un testo che richiede un controllo totale della lingua e della cultura di Joyce.

@Diano non si arrabbi. Tentavo di dire, ma senz’altro mi sono spiegato male, che i rapporti umani non sono mai lineari, e che in vent’anni di consuetudine può succedere di tutto, anche tra due enormi scrittori come Svevo e Joyce, che non hanno nessun obbligo di essere parimenti stati due grandi uomini. Quello che conta, per me, è che tutte le meschinerie che possono essere avvenute in quel rapporto umano, niente tolgono alla bellezza contenuta sia nel lavoro di Svevo – che Lei, Diano, tende a considerare poco importante, al punto di asserire con malcelato disprezzo che è un autore sopravvalutato -, che nel lavoro di Joyce, che invece tende a descrivere come inarrivabile. Ripeto, ognuno ha diritto a costruirsi le sue gerarchie, ma che diritto ha di utilizzare materiali memorialistici di poco valore critico per demolire le (non) gerarchie altrui? Quando studiavo io, non tantissimi anni fa, i maestri obbligavano i discepoli, specie quelli come me, che pigliano lucciole per lanterne, a ignorare il dato biografico. Mi sono perso qualcosa, per cui ora, ai fini del giudizio critico, conta anche la lontana testimonianza di una familiare, quasi più dei fatti reali documentabili?

Sul rapporto letterario tra i due, di scritto c’è poco. Joyce non scrisse nulla di critico su Svevo. Si limitò a mandare un messaggio di cordoglio alla rivista Solaria, probabilmente seccando i responsabili, che avevano annunciato un articolo di Joyce, che avrebbe dovuto apparire nel numero dedicato allo scrittore triestino, da poco morto. Svevo, invece, ci ha lasciato il testo di una conferenza su Joyce, comprese le minute. Da essi sappiamo che non aveva grande consuetudine con l’Ulisse, né tanto meno era in grado di valutare il romanzo dal punto di vista delle sue novità formali (del resto Svevo stesso scrisse di non essere un critico, forse rivelando di aver sbagliato ad accettare l’invito a tenere la conferenza su Joyce).

Sappiamo però che Joyce fece la fortuna letteraria di Svevo, utilizzando la propria reputazione letteraria a favore dell’amico. Questa raro gesto di nobiltà, se non ricordo male, Joyce non lo fece per nessun altro (né è così comune nel mondo delle lettere). Vorrà dire che lo considerava uno scrittore importante, oppure, diciamo così, lo considerava uno scrittore da non sottovalutare, uno scrittore del quale a tutt’oggi risulta ardito assai asserire che è sopravvalutato? Insomma, Diano, in fatto di gerarchie letterarie farò così male ad affidarmi all’istinto di un Joyce piuttosto che al suo?

A proposito di malanimo, tipo quello che traspare dalle sue parole, Diano, nei confronti di Svevo, non potrebbe esserlo anche quello di Bazlen? Che ad ogni modo, nella sua lettera a Montale, prima di ferocemente ingiuriare, scrisse l’elogio più grande che io abbia mai letto: ” non aveva che genio: nient’altro “. Ipotizzo…

Infine, Diano, in termini scientifici, penso non sia corretto scrivere il ” manoscritto dell’Ulisse, che era rimasto a Trieste e che poi Joyce richiede “. Anche a logica: possibile che uno scrittore come Joyce lasci per anni in un baule lontano dalla propria casa l’opera alla quale sta lavorando?

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Di: Nunzia... https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203207 Tue, 21 Aug 2012 11:40:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203207 Grazie mille. Raccolgo questa sua con spavento e estremo fascino… conosco l’inglese, ma non così bene (temo) da affrontare “FW”. Proverò magari un giorno con la traduzione a fronte…

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Di: Francesca Diano https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203204 Tue, 21 Aug 2012 11:25:59 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203204 Io mi dedico dagli inizi degli anni 80 allo studio della tradizione orale e del folklore irlandese e ho vissuto per lungo tempo in Irlanda. Una parte consistente dei miei studi riguarda le tradizioni funebri irlandesi. Fino a una cinquantina di anni fa (e in modo molto più sfilacciato anche oggi) soprattutto nelle zone rurali e nel Gaeltacht, dove si parla solo gaelico, i funerali si svolgevano secondo la tradizione in due momenti culminanti: la veglia funebre (wake) e la lamentazione funebre (caoìneadh o keen). Una veglia funebre irlandese è un evento molto complesso, in cui si compiono gesti e riti rigidamente codificati, come mangiare, bere, fumare tabacco, ricordare la vita del defunto, raccontare barzellette, storie e leggende, organizzare giochi ecc. A volte si giunge allo scurrile e al grottesco. E’ la cosiddetta Merry Wake, la veglia allegra.
Il keen invece è la recita, da parte di donne appositamente reclutate per questo, di lunghe o lunghissime e raffinatissime eulogie in versi, parte improvvisate e parte memorizzate dalla tradizione. In una veglia funebre irlandese viene di fatto celebrato e facilitato un momento liminale in modo sicuro e definitivo sia per il defunto che per la comunità.
Il testo sperimentale di Joyce, Finnegans Wake, la veglia funebre di Finnegan, si ispira a una famosissima ballata tradizionale sulla veglia di questo Tim Finnegan, un testo ricco di ironia e humour, tipicamente irlandese.
Vivendo in Irlanda si impara come negli irlandesi sia presente – a tutti i livelli sociali – questa capacità visionaria, affabulatoria, della parola creativa, la capacità di creare e sistemare universi attraverso la parola. E l’opera di Joyce è di fatto un testo che va letto in tutta la sua ironia visionaria e dissacrante. Un testo dalla struttura circolare – come circolare è il tempo nella tradizione celtica – in cui realtà e sogno si mescolano – come nello spazio del mito e del sogno – ma soprattutto come in quella dimensione liminale di passaggio tra la vita e la morte. In cui cessano le regole e le strutture logico-razionali. La lingua sperimentale di Joyce crea questo. Dunque, un esperimento mai visto, ma sempre all’interno di una tradizione – quella delle raffinatissime dispute retoriche dell’antica sapienza celtica e della crearività linguistica irlandese. Ecco, io credo che Finnegans Wake di Joyce vada letto in questo modo. Ma si pone il problema della traduzione. In questo caso, come traduttrice io stessa e pur sostenendo l’importanza delle traduzioni, perché sono un mezzo potente di conoscenza e diffusione del sapere, io credo che sia del tutto non solo impossibile, ma inutile farne una traduzione, perché la lingua creata da Joyce non esiste a livello delle strutture linguistiche razionali, piuttosto attiene a quel livello di struttura profonda e universale che è prelinguistico. Va alla fonte insomma del linguaggio, alle sue origini. Il che avviene in parte e con altri mezzi in una veglia funebre irlandese tradizionale.
Se consigliarle di riprovare? Sì, ma in inglese se conosce l’inglese e partendo da questo punto di vista.
Su Finnegans Wake io ho una mia opinione, che può trovare d’accordo o meno. Joyce, il geniale creatore di una narrazione innovativa, il re della parola – non meno del suo conterraneo Oscar Wilde – ha scritto un’opera che non va, che non può essere letta. Porta all’estremo limite la parola umana per polverizzarla e trasformarla, per tornare a renderla ciò che era alle sue origini primordiali: puro suono.

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Di: Nunzia... https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203200 Tue, 21 Aug 2012 10:45:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203200 Cara Francesca (e Larry, e chiunque in ascolto), le/vi chiedo un consiglio spassionato.

Ho letto con piacere “Gente di Dublino”.
Ho letto con enorme ma enorme piacere “Dedalus”.
Ho letto riletto e straletto – e contnuo a leggere, come libro della vita – con ammirazione empatia e vera felicità di lettore “Ulysses”. Impegnativo, per carità, ma è un impegno continuamente ripagato per 100. (penso solo alla scena in cui S. Dedalus è sulla spiaggia e pensa agli animali e gli animali si trasformano uno nell’altro nella sua testa e forse nella trama dell’universo…)

Però con “Finnegan’s Wake” non ce l’ho fatta. Non sono mai riuscito ad andare oltre pagina 3.

Con tutto Beckett per es. non ho problemi, ma “FK” non ce l’ho fatta.

Poi qualche tempo fa su questo stesso blog uscì un pezzo interessantissimo di un critico anglosassone su “Finnegan’s Wake” e stavo per ripropormi all’impresa ma lascia perdere.

Ora, sinceramente, mi consigliate di riprovarci sul serio?

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Di: Francesca Diano https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203199 Tue, 21 Aug 2012 10:33:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203199 Grazie Nunzia di aver ricordato Ezra Pound, poeta che amo moltissimo e uomo davvero unico, nonostante le enormi cantonate cui tu accenni.
Sì, è così, artisti e letterati, più sono grandi più hanno degli aspetti spesso poco edificanti dal punto di vista personale. L’analisi di una biografia spesso mette in rilievo piccolezze e fragilità che però non influiscono, né devono influire, in alcun modo sul giudizio di quanto hanno lasciato, ma di sicuro aiutano a capire meglio cerri meccanismi, a ricostruirne la genesi. La grandezza sta nel trasformare sofferenze e fragilità in arte e in motore per la creazione.
Che Joyce avesse molti e durissimi nemici in Irlanda però è anche vero. L’Irlanda del suo tempo era un luogo assai diverso dall’Irlanda di oggi, angusto, soffocante, oppresso dagli inglesi e da un cattolicesimo soffocante. Aveva tutti i difetti e i pregi di un irlandese, compresa quella geniale capacità affabulatoria e visionaria che, più di tutti, si rivela in Finnegan’s Wake.

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Di: Nunzia... https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203197 Tue, 21 Aug 2012 10:20:50 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203197 Stiamo parlando però di pesi massimi. Cioè uno è un peso massimo (Svevo) mentre l’altro (Joyce) proprio un architrave dell’intera cultura occidentale.

Le questioni private son spinose, e alla fine chissà quanto rilevano. Ad esempio, la genialità di Joyce non andava in disaccordo con una certa paranoia: vedeva nemici ovunque, specie in Irlanda, era convinto che tutta una serie di persone ce l’avessero con lui.
E – magari non trattato con i guanti di velluto in casa Svevo – che trattamento riserverà decenni dopo al povero Beckett? Cercherà non solo di farne il proprio (nemmeno retribuito) portaborse, ma proverà senza successo a piazzargli e imporgli la povera figlia schizofrenica. Cioè farà di tutto perché il povero Beckett cerchi di sposarla.
Era solo, Joyce, ma non così isolato. Non dimentichiamoci dell’uomo che (pur prendendo cantonate storiche in materia politica) fu il più generoso della sua generazione quanto a sostegno ai grandi autori del suo tempo. L’uomo che presentò a Joyce la Beach che pubblicò poi “Ulysses”. Insomma, quell’Ezra Pound sotto la cui ombra nessun artista dell’epoca poté dirsi mai veramente solo.

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Di: Francesca Diano https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203191 Tue, 21 Aug 2012 09:59:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203191 Caro Massino, temo lei abbia preso lucciole per lanterne e scambiato le mie osservazioni sull’atteggiamento della figlia di Svevo nei confronti di Joyce e del rapporto con suo padre per un giudizio liquidatorio e riduttivo su tale rapporto. Cosa che non è, a meno che non ci si impegni a vederle, quelle osservazioni, come tali. Ho anche aggiunto infatti che tra Svevo e Joyce c’era una grandissima stima reciproca, cosa risaputissima, dunque non l’ho certo ridotto a quello che lei mi fa dire. Mi sono invece limitata – e diverrtita – ad analizzare le parole pronunciate da Livia Svevo e a leggere attraverso e sotto di esse un innegabile anche se sottilssimo, chiamiamolo così, malanimo che LEI, Livia, lascia trapelare pur tentando di celarlo. Difficile non percepirlo.
Non direi poi che una testimonianza così diretta possa essere presa alla leggera, come lei fa, bollandola come “memoria svagativa della figlia di Svevo, interessante ma priva di valore scientifico.” Non è “scientifico”. A parte che non capisco bene l’uso dell’espressione “valore scientifico” quando si parla di storia della letteratura o di critica letteraria, che tolti i documenti, è poi tutta costruita sull’interpretazione e sull’ermeneutica dei vari critici e dunque sempre passibile di revisioni e diverse interpretazioni, io invece, proprio per quello di cui mi occupo, (tradizioni orali) attribuisco un’enorme importanza alle testimonianze, soprattutto se dirette, perché è su quelle che si costruisce la storia, oltre che sui documenti – quelli che immagino lei intenda per “scientifico”. Le testimonianze dirette, si sa, sono filtrate dalla personalità, dalla psiche, dalle scelte preferenziali della memoria e perfino dalle alterazioni dei fatti del soggetto testimone ed è proprio in questo che risiede l’interesse di tali documenti. Perché permettono una ricostruzione più tridimensionale, più ampia. Certo, è necessario leggere tra le righe, tenere a mente avvenimenti e documenti, ma poi l’analisi delle testimonianze dà a tutto questo una profondità di prospettiva maggiore, permette di vedere anche quello che a volte i documenti scritti non dicono. Non direi che i ricordi della figlia di Svevo, che vide e ascoltò, possano essere liquidati con tanta leggerezza.
In un rapporto come quello tra Svevo e Joyce, lungo, complesso, ambivalente, sia nel bene che nel male, come testimoniano moltissime lettere e testimonianze, ci sono molte luci e ombre e dire che fosse tutto bello (e nemmeno tutto brutto, come lei vorrebbe farmi dire) non mi pare “scientifico”.
Lei dice: “Risulta a tutti che Joyce visse con la sua famiglia in povertà abbastanza nera. Lui insegnava inglese privatamente, si può immaginare con quali entrate. Nora faceva la serva per portare due soldi a casa, e chi se ne frega se la signora Svevo la trattava da serva.”
Ribadisce quindi, perché è cosa che tutti sanno infatti, quello che dicevo io. Però poi non può dire “chi se ne frega se la signora Svevo la trattava da serva”, perché invece frega moltissimo e ancora conferma quello che io volevo mettere in rilievo nelle parole della figlia. E cioé qualcosa di poco edificante che avveniva in casa Svevo accanto e sotto ai ricchi scambi letterari. Una sorte di undercurrent molto interessante.
Che c’entra poi, in questo discorso, la sua affermazione: “Ciò non ha impedito la comparsa di Ulisse – e questo è quello che conta” Non si sta discutendo sul genio di Joyce o sulla sua mostruosa capacità di affrontare le difficoltà e le sofferenze. Non era questo l’oggetto del discorso. Se è per questo, per me Joyce se li mangia tutti quelli del suo secolo. E anche del successivo.
La lettera di Joyce al fratello, in cui considera con amarezza l’esclusione dalla vita sociale di casa Svevo, vita sociale molto attiva, forse non frega a lei, ma evidentemente fregava a Joyce ancora dopo moltissimi anni e il fatto che Joyce non abbia mai, ma proprio mai né scritto né parlato di Svevo, se non per raccomandare la sua opera, vorrà pure dir qualcosa. Questo è un fatto. O no?
Poi, come lei accenna giustamente, ognuno ha le sue gerarchie ed è giusto che ciascuno se le tenga. Se lei può anteporre il piccolo mondo di Svevo all’universo abissale di Pirandello, chi sono io per contraddirla?

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Di: LM https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203185 Tue, 21 Aug 2012 08:50:28 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203185 Questa testimonianza va presa per quello che è, memoria svagativa della figlia di Svevo, interessante ma priva di valore scientifico. Però ridurre un rapporto ventennale, quello tra Joyce e Svevo, a un ribollio di meschinità, risentimenti e invidie, come fa Francesca Diano, mi sembra eccessivo, per non dire fuorviante. Risulta a tutti che Joyce visse con la sua famiglia in povertà abbastanza nera. Lui insegnava inglese privatamente, si può immaginare con quali entrate. Nora faceva la serva per portare due soldi a casa, e chi se ne frega se la signora Svevo la trattava da serva. Ciò non ha impedito la comparsa di Ulisse – e questo è quello che conta – dopo quindici anni di lavoro durante i quali Svevo fu vicino a Joyce sia intellettualmente che economicamente, e di nuovo chi se ne frega se non lo invitava alle sue serate mondane (anzi, forse fu questo il più alto segno della stima che ebbe per lui…). Quello che è a tutt’oggi stupefacente è che Ulisse sia nato e si sia sviluppato tutto dentro la testa del suo autore, lontanissimo dal dibattito letterario allora in corso e fuori da qualunque consorzio artistico culturale. Forse, mi viene da dire, è proprio questa lontananza una condizione primaria per produrre opere di tale portata. E la stessa cosa si può dire del non affatto sopravvalutato Svevo (che di sopravvalutati ce n’è a bizzeffe, prima di tutto Pirandello…). Comunque, ognuno si fa le sue gerarchie. Io ai primi posti mi tengo Svevo e Tozzi.

Larry Massino

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Di: Francesca Diano https://minimaetmoralia.it/interviste/svevo-joyce-storia-di-unamicizia/#comment-203114 Mon, 20 Aug 2012 22:48:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9082#comment-203114 Noto, in questi ricordi della figlia di Svevo, qualcosa che stride, di fastidioso. Si sa che Svevo deve moltissimo a Joyce, anche se si tende a non dirlo a voce troppo alta. E non solo perché senza Joyce sarebbe rimasto sconosciuto e oscuro, ma perché ha preso a piene mani, soprattutto in quello che la critica plaude come a un capolavoro, La coscienza di Zeno, opera molto sopravvalutata. Si veda a questo proposito cosa scrisse Bazlen a Montale dopo la morte di Svevo. Questo contributo di Joyce a Svevo è evidente anche da quello che dice la figlia a proposito del manoscritto dell’Ulisse, che era rimasto a Trieste e che poi Joyce richiede. Il rapporto che Svevo aveva con Joyce è stato un rapporto molto ambivalente e ci sono varie testimonianze del fatto che ci fosse un certo rancore sotterraneo. Del resto, pur stimandosi molto reciprocamente, Joyce non scrisse mai su Svevo e si rifiutò anche di scrivere la prefazione all’edizione inglese di Senilità.
Non mi piace il modo in cui la figlia di Svevo, in tono apparentemente bonario, dipinge Joyce e la moglie come due incapaci di farsi bastare i denari (capirai, con la miseria che lo pagava la Berlitz e le poche altre cose) e si guarda bene dall’accennare che la moglie di Joyce, Nora, andava a fare in casa loro praticamente la domestica, ma poi aggiunge – e il modo in cui lo fa è velenoso – che a Parigi aveva trovato la miliardaria che lo manteneva.
In una lettera che Joyce scrisse nel 1932 al fratello Stanislaus, precisa come in casa di Svevo, dove si riceveva molto, lui non fu mai considerato un ospite ma sempre e solo l’insegnante che andava a dare lezioni. Da testimonianze risulta anche che la moglie Livia aveva atteggiamenti sprezzanti nei confronti di Nora e che se la incontrava per strada fingeva di non conoscerla. Diceva che non poteva frequentare il loro ambiente perché non aveva i vestiti adatti… però le andava bene sfruttarla come stiratrice….
Anche il “credo si sia ispirato a mio padre per il personaggio di Bloom” vorrebbe suggerire una presenza e un contributo di Svevo all’Ulisse, che invece non c’è stato.
Insomma, a me pare che la testimonianza della figlia di Svevo perpetui quell’atteggiamento di snobismo che la donna ricca che Svevo s’era sposato e nella cui ditta s’era sistemato aveva nei confronti di Joyce e di sua moglie e il velato e controverso risentimento che Svevo nutriva nei confronti del tanto più geniale Joyce.

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