Commenti a: Romanzi che assomigliano a serie televisive https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/ un blog di approfondimento culturale Fri, 20 Jan 2012 18:37:57 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: luca borello https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/#comment-136980 Fri, 20 Jan 2012 18:37:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6102#comment-136980 Smetto di sentirmi strano ad aver abbandonato le correzioni ed accuratamente evitato libertà. Gracias.

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Di: Nicola Cordeschi https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/#comment-130396 Wed, 11 Jan 2012 19:27:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6102#comment-130396 Non so se il mio commento è più pertinente per il primo degli articoli o per il secondo. Dato che sono collegati e nel dubbio lo appiccico su entrambi. In ogni modo non si può che sottoscrivere. La letteratura è viva perché è complessa. E perché in segreto non vuole mai accarezzarti, e anche quando lo fa, quando sembra farlo, il suo desiderio non dichiarato è sempre quello di prenderti a schiaffi (e di prendersi, a schiaffi, con un impulso talvolta così forte da rischiare di distruggere l’opera stessa, o l’uomo). Perché la letteratura non è un prodotto, è un accadimento a cui non bastano mestiere e neanche semplicemente talento. Occorre malgrado gli sforzi e in virtù degli sforzi. Si potrebbe a questo punto sostenere che non può essere legittimo attendersi da un testo appunto La Letteratura. Si potrebbe dire a Lagioia che misurare un testo o una serie televisiva sulla base di questa aspettativa sia un criminale atteggiamento binario che a qualcuno potrebbe sembrare da Santa Inquisizione. Che sia l’approccio sbagliato per accostarsi a un testo, a una serie televisiva, un quadro, un’architettura. E questo forse è vero… I prodotti creativi dell’uomo come specie non si esauriscono nell’arte (fatta salva e data per assiomatica la possibilità di intendersi sul concetto di arte e della sua immediata osservabilità e riconoscibilità). Eppure, una critica di questo tipo sarebbe scorretta perché fuori fuoco. L’ambiguità secondo me deriva dal seguente fraintendimento: il problema non è voler accanirsi nel voler misurare tutto col gli occhi della letteratura – il problema semmai è il suo contrario: voler presentare a tutti i costi come letteratura ciò che spesso non lo è. E soprattutto quando è fatto da persone competenti la cosa non è che sia semplicemente ‘singolare’ o roba da mettersi allibiti una mano sulla bocca aperta a forma di O, diventa proprio più straniante del più straniante dei racconti di Oblio di Wallace (per dire). Lo slittamento di oggi (o di ogni tempo? mi vengono in mente i cliché che proprio Flaubert riconosceva negli atteggiamenti dell’uomo) è forse questo: l’uomo di oggi nella sua condizione minore pretende di presentare come arte ciò che appunto è minore. Interessante sarebbe capire perché. E magari poi non è nemmeno tanto lontano da quei perché fondativi del meccanismo di attrazione-senso di colpa-rassicurazione nel guardare la TV di cui parlava Wallace in un suo saggio. Perché la letteratura comunque vestita ha fra le sue forme sempre quella di pugnale. E non ci piace tenere un pugnale in mano, o che ci sia rivolto contro. Almeno non subito. E Libertà è fin troppo poco pugnale, fin troppo poco libero. È un’appendice del mondo come lo conosciamo. Forse una bella appendice – personalmente, alla domanda: “Ma mi piacerebbe aver scritto io Libertà, aver pensato io i Soprano?” oppure “Ci vuole mestiere, ci vuole capacità per aver scritto Libertà?”, la risposta è sì, forse a entrambe le domande. L’importante è non confondersi su quello che si è fatto. E magari la confusione non è degli autori, della loro consapevolezza, che io in Frantzen (nonostante dimentichi che la Letteratura sia ormai un fatto mondiale) voglio credere giustamente alta. Il problema è semmai della massa di persone giudicanti che sta intorno al fenomeno e quindi semmai di sociologia della letteratura. Perché esistono splendidi libri di intrattenimento dai quali ogni tanto piace essere accarezzati – a me piace essere accarezzato, perché insieme a un bel sonno della coscienza produce almeno dopamina – ogni tanto si ha bisogno di sentirsi dire che siamo vivi, che siamo qui, e che ci saremo sempre, anche domani, anche dopodomani, come accade con le serie televisive appunto. E nel suo genere Libertà è godibilissimo. Ma è godibilissimo appunto ‘nel suo genere’, nella sua ‘categoria’ – perché Libertà ha o appartiene a una categoria, per quanto sfumata possa sembrare, nel suo compromesso col mondo che non lo promuoverà mai a tale – e questo è uno stato di cose e una linea di confine che non dovrebbe essere nascosta – Lagioia ha perfettamente ragione: un libro che biasima il mondo utilizzandone i codici, lo nasconde. Non si può che condividere (anche se purtroppo a quanto pare condiviso non è, a giudicare dai canoni coi quali spesso vengono assegnati i premi letterari, qui nel bel paese, che hanno come risultato quello di legittimare il nostro bisogno di conforto producendo l’illusione di star facendo allo stesso tempo qualcosa di ‘culturalmente elevato’ (come se la letteratura, anche quando si impone alta e intellettuale, non se ne sbattesse sempre i coglioni del ‘culturalmente elevato’), corretto, pregevole, un po’ come quando guardando la TV segretamente vogliamo che qualcuno ci dica che stiamo facendo bene, che è giusto così, che siamo migliori di quello che segretamente sappiamo invece di essere, per dirla con Wallace appunto. Libertà è una sana iniezione di botulino esterofilo che non fa che irrobustirci in questa convinzione. È la Legittimazione Ufficiale della sindrome da rassicurazione del bel paese, in quanto noi Italiani e lui L’Autore Americano. Fighissimo. Amato dentro e fuori e che piace a mamma papà e pure a me… Leggo che una giornalista si è ritrovata nel modo in cui la Bovary è menzionata nell’articolo? È quantomeno divertente – pur non conoscendo i fatti trovo che si debba possedere una bella dose di inventiva ellittica per poter cogliere da quest’articolo un discorso extratestuale di quella portata 🙂 Personalmente io tendo se non a fidarmi, a leggere con animo bendisposto le recensioni dei libri ad opera di scrittori – di certi scrittori ovviamente. Forse sbagliando e contrariamente a quel noto adagio di certa critica di ‘distinzione di competenze’ che recita “a ciascuno il suo” (forse più che di distinzione bisognerebbe parlare invece di esattezza), visti appunto i recenti pareri su Libertà sia statunitensi che nostrani mi avvicino invece sempre più con diffidenza alle recensioni di critici o giornalisti di professione (non che non ce ne siano di valide ovviamente). È che credo – forse romanticamente, forse sbagliando – che per uno scrittore a differenza di un giornalista critico letterario non sia un’azione gratuita e indolore parlar male di un testo. Che non ci sia compiacimento semmai delusione per un’occasione disattesa. “Non mi son mai lasciato intimorire dalla stupidità e dalla virulenza di un critico” – dichiarava Nabokov e più o meno era quello che pensava Hemingway quando gli presentavano quella parolaccia di un aggettivo che per lui era ‘simbolico’ – e alle volte mi viene davvero quasi da immaginare che certi critici siano una specie di strana creatura, una straniante antilope in un acquario, una figura snella asessuata e un po’ freddina che infilati i guanti da chirurgo si adoperi poi a fare da esattore, da poliziotti anti-mafia, ad irrompere dentro un romanzo con la mala grazia di chi entra in una stanza senza bussare o chiedere permesso, con il desiderio nascosto di trovare marmellata sulle venature del marmo e briciole sul pavimento come formiche dentro uno stomaco; e che escano fieri e soddisfatti, invece, compiaciuti – un po’ auto-compiaciuti – accendendo un lievissimo e autorevole sorriso di assenso quando non trovano briciole o pareti incrinate, e tutto è conforme alle norme antisismiche e anti-incendio, soddisfatti dal bello prodotto dalla migliore delle domestiche prezzolate e in regola coi contributi (se questo è iperbolico per Franzen gli esempi in cui è semplice realismo si sprecano, almeno qui in Italia). Forse esagero; ma io credo – mi piace pensare – che uno scrittore invece si accosti a un testo con sorpresa, un certo timore gentile e allo stesso tempo come un ladro. E che non possa che essere dispiaciuto di un suo eventuale e inevitabile ruolo di detrattore. Perché forse agli scrittori (e direi anche a un certo tipo di lettori, ovviamente) non piace entrare in stanze che hanno già visitato – o peggio, in stanze vuote. Perché in quelle stanze non c’è nulla che ci possa davvero spaventare. E soprattutto nulla che si possa cercare di rubare…
Rileggendomi un attimo mi sono reso conto di ripetere cose di fatto già contenute nell’articolo, il che è sgradevole quindi mi fermo. 🙂 Concludo solo dicendo che quello che mi aveva spinto a scrivere era soprattutto un sentimento di empatia profonda e quasi ‘da abbraccio’ che mi ha generato la frase:
“…salvo poi agire in noi a tradimento, trasformando nel tempo la nostra percezione del mondo e di noi stessi”
Quanto è maledettamente vero! Tondelli scriveva che bisognerebbe aspettare non solo che un autore muoia ma che tutta la sua generazione si estingua affinché un testo sedimenti e possa emergere il suo reale valore in una prospettiva diacronica; ma la frase di Lagioia non appartiene alla comunione fra libri e scrittori nel tempo, quanto proprio ad ognuno di noi, singoli e individui prima che collettività e storia – mi ha riportato alla mente una frase di Cortazar che diceva (cito a memoria potrei non essere fedele al millimetro): “Un buon racconto è come il seme dell’albero maestoso: si farà strada, crescerà dentro di noi e farà ombra nella nostra memoria”. Io mi sentirei di estendere questa frase a tutta la letteratura e forse a tutta l’arte. Il problema è che molti prodotti di oggi (e forse più chi li presenta per quello che non sono) si limitano a fare ombra solo sul nostro presente.

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Di: Enrico Macioci https://minimaetmoralia.it/letteratura/romanzi-che-assomigliano-a-serie-televisive/#comment-127769 Thu, 05 Jan 2012 14:24:00 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6102#comment-127769 Condivido in toto le parole di Lagioia.
Libertà è appena un buon libro, un meccanismo – con tutto ciò che d’inanimato, eccessivamente formale, precostituito e inerziale ciò comporta – ben funzionante. Poco male, ma anche poco bene.
E lo stesso dicasi per La trama del matrimonio di Eugenides, che mi sembra forse appena migliore, appena più vivo.
Il re pallido invece – per restare nell’ambito degli autori citati da Lagioia – zoppica, annaspa, ma in parecchi punti arde. Tu lo leggi e pensi: ok, non sto perdendo il mio tempo bensì le mie coordinate, ok, eccomi qua che leggo e magari rimango perplesso, ma ne vale la pena stare qui a farmi deformare la vi(s)ta da Wallace.

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