Commenti a: E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/ un blog di approfondimento culturale Tue, 30 Aug 2022 14:56:46 +0000 hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 Di: Tommaso https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-2012834 Tue, 30 Aug 2022 14:56:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-2012834 Sette anni dopo i quarant’anni di Rimmel, mi capita tra le mani questo articolo, che avevo dimenticato, non di aver letto, ma di averne sentito parlare con insistenza, nel 1975.
Leggendolo a me pare che il problema di Giaime Pintor è che la sua cultura è spropositatamente sconfinata rispetto alla sua capacità di contenerla e quindi inutile, almeno in questo caso.
Il critico deve criticare, non c’è dubbio, ma prima di fare lo sforzo di cercare punti critici dovrebbe, secondo me fare quello di mollare tutte le sue ancore di salvezza, fatte a forma di pregiudizio e autocompiacimento e ripiene di così tanta cultura e ascoltare, come farebbe “un liceale” quale io ero nel 1975 (penultimo anno di liceo classico). Ora: il raggio di sole nella notte può avere tanti significati, per carità nessuno d’importanza esiziale per l’umanità, ma attaccarsi ad una cronologia, ad una sequenza temporale, buona notte, notte, buio, quindi: niente raggi di sole, per altro creata da lui, mi sembra un po’ “cercare delle conferme con tutte le proprie forze” piuttosto che accendere il giradischi sentire quello che si sente, che può essere anche repulsione, ma deve essere comunque onesta e non basata su Benedetto Croce, Garcia Lorca o quello che si è imparato su di loro e pensiamo sia la verità. Quarantasette anni dopo Rimmel resta per me la più bella canzone d’amore italiana, per me, s’intende e mi arrischio a confessare che la preferisco anche alla Canzone dell’amore perduto di De Andrè. I miei amici d’allora sono nonni da un bel po’ e, sarà forse per la loro sottocultura da liceali post sessantotto l’ascoltano ancora, così i nostri figli e i più grandi fra i loro nipoti.

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Di: MASSIMO https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1964990 Sun, 28 Jan 2018 18:53:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1964990 Pintor non ha nemmeno ascoltato bene la canzone Buonanotte fiorellino, tanto che riporta “tra i tuoi fianchi di neve” invece di “tra i tuoi fiocchi di neve”. E comunque Rimmel è uno dei migliori dischi italiani dell’epoca (per me)

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Di: E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel. | Il Blog di Pierluigi Piccini https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1958546 Sat, 11 Mar 2017 06:49:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1958546 […] https://minimaetmoralia.it/de-gregori-40-anni-di-rimmel/ […]

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Di: Vanessa https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1871930 Tue, 22 Sep 2015 13:28:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1871930 Però ” dominio pieno e incontrollato” no per piacere

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Di: martedì 3 marzo 2015 | Rassegna 2015 https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1502050 Thu, 05 Mar 2015 04:53:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1502050 […] Pagani Quarant’anni. E qualcosa è rimasto. In una notte del 1975, disobbedendo al produttore Lilli Greco, Francesco De Gregori registrò […]

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Di: RobySan https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501673 Wed, 04 Mar 2015 20:43:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501673 …e in più mi par lodevole comunque il lavoro di argomentare…

Gli è che il buon Giaime sapeva leggere e scrivere!

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Di: dario https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501650 Wed, 04 Mar 2015 20:23:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501650 aiuto! trovo il pezzo di pintor condivisibilissimo, e in più mi par lodevole comunque il lavoro di argomentare le proprie idiosincrasie etc… è grave?

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Di: danilo bif https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501552 Wed, 04 Mar 2015 18:38:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501552 Mha!, secondo me è stato scritto sulle pagine scure, e quindi non si capisce una mazza.

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Di: E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel | OverTheDoors News Stream https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501410 Wed, 04 Mar 2015 16:05:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501410 […] By minima&moralia […]

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Di: girolamo https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501140 Wed, 04 Mar 2015 09:05:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501140 Però, se la memoria non mi fa difetto, il pezzo di Pintor (Giaime) uscì su “Linus”, oltre che su “Muzak”. O forse uscì prima su Linus, e poi Muzak fece una sorta di “speciale” pro e contro Rimmel, con i pezzi di Pintor e Dessì (e Castaldo, anche?).
Simone Dessì che difese De Gregori era il nom de plume (all’epoca non si diceva nickname) di Luigi Manconi: che nella difesa non solo si appoggiava a Benedetto Croce, ma ne rimpiangeva la sua scomparsa dai “buoni licei classici” a seguito della contestazione (forse per questo scriveva sotto falso nome?).

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Di: RobySan https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comment-1501104 Wed, 04 Mar 2015 08:06:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670#comment-1501104 Per chi si fosse perso il pistolotto di Giame Pintor:

De Gregori non è nobel, è rimmel
di Giaime Pintor (1975)

S’impone un’autocritica e delle scuse: terminando il mio articolo sullo scorso numero (di Muzak N.d.R.) ho paragonato De Gregori, cantautore romano, con Eugenio Montale, poeta-senatore. Ora è vero che Montale ha vinto il Nobel e che tale premio è paragonabile, per le soddisfazioni morali e materiali, alla vendita di mezzo milione di copie di un disco, ma questo non basta a un paragone che regga. Autocritica dunque per la facile battuta. E scuse al poeta-senatore-nobel e non al cantante-romano-rimmel. Rimmel è l’ultimo disco di De Gregori, e certamente il più venduto e più apprezzato dal pubblico. Di questo disco mi occuperò, disco che mi sembra può essere considerato il manifesto della poetica anni ’60 impreziosita da alcuni arrangiamenti barocchi e barocchetti con un occhio al rock morbido della quarta generazione inglese (Elton John e fratelli) e qualcosa d’altro (folklorismo da banane in testa, Dylan e Cohen guardati con occhio miope quasi cieco, De Andrè incoerente, Gian Pieretti, Gianni Meccia e persino Nico Fidenco…), e su questo tessuto povero-povero egli appoggia pesantemente testi in cui la metafora ermetica campeggia vittoriosa nei suoi vestiti più kitsch.
Non dirò altro sulla musica, anche perché sono snob e le canzonette non mi sono mai piaciute. Più interessante è invece un’analisi un po’ più attenta dei testi e dell’orizzonte “culturale” nel quale il canto degregoriano si muove. In Rimmel la metafora è presa a sé, non collocata all’interno di un discorso “logico”, così come teorizza l’ermetismo pre-bellico, da Ungaretti a Quasimodo: vorrei dire, anzi, che i nessi logici sono evitati in toto, fino ad arrivare alla contraddizione fra alcune metafore più leggibili di altre. Così in Rimmel, la prima canzone del disco, sembra di leggere le storia tipica delle canzonette di un amore finito. E mentre lui cancella “il tuo nome dalla mia facciata”, lei è espressamente autorizzata a “spedire le sue labbra a nuovo indirizzo” (cioè, si evince, ad andare con un altro uomo, a soffrire i suoi baci, “le labbra”, ad altri) e, subito dopo, a “sovrapporre la faccia a quella di chissà chi altro” (cioè a baciare quell’altro continuando a pensare a “lui”). Se il nesso logico, fra la ” spedizione delle labbra” e la “sovrapposizione della faccia” è questo che abbiamo interpretato, allora salta tutta la interpretazione della canzonetta come “amore finito”. E invece no, perché tra metafore incomprensibili, c’è una storia di una fotografia zeppa di particolari (sorridevi e non guardavi, il vento che ti passava nel collo di volpe ecc.) che lei dice essere l’unica cosa che lui possiede di lei stessa, dunque amore finito, almeno sembra.
La metafora dunque è puro gioco delle parole, dunque non più metafora né, tantomeno, allegoria, ma in qualche modo evocazione, intuizione lirica, suono che in qualche modo rimanda: e quasi sempre rimanda ad amori sofferti, ma non sempre. E’ indubbio infatti che c’è un tentativo di introdurre concetti politici o comunque spaccati di vita non esaurita nelle stanche storie d’amore. E qui (in questo senso fa testo la canzone Pablo) c’è un’evidente contraddizione (doppia, fra l’altro) fra ermetismo e pratica, fra teoria dell’evocazione senza storia (propria della corrente ermetica) e riferimenti storico-concreti.
Noi non siamo per il realismo, ma non è un caso da sottovalutare (senza cadere nel peggior crocianesimo) che la fortuna dell’ermetismo dati anni ’30-’40, e cioè si collochi programmaticamente come isolamento dal fascismo, isolamento nell’attività pubblica e nella poesia come risposta “privatistica” alla retorica mussoliniana. Ma doppia contraddizione perché una poetica ermetica, dell’intuizione lirica, è una poetica tendenzialmente idealista, dunque di destra, arretrata negli anni ’70, dunque incapace di rispecchiare tensioni, di farsi portatrici di valori positivi e rivoluzionari. [….]
Pablo, abbiamo detto: è una canzone che narrala storia di un emigrante spagnolo in Svizzera che muore sul lavoro (sembra di capire) “caduto per caso” (ma dovrebbe esserci ironia, spero) con il ritornello finale “hanno ammazzato Pablo, Pablo è vivo”. Un elemento è soprattutto irritante in questa che dovrebbe essere la canzone più lontana dall’ottimismo decadentista del resto del disco: ed è l’esotismo e il tono pastorellesco e laudatore del buon tempo andato del testo. Infatti questo Pablo vive in una Spagna tutta sua, in cui la moglie ingrassata che lui tradisce in Svizzera (e vorrei anche vedere che si mantenesse casto) e un gallo da combattimento in latteria. Una Spagna tutta inventata o quasi, di maniera: da chi ha nei suoi dubbi riferimenti e orecchiamenti culturali Garcia Lorca, ci si potrebbe aspettare di meglio.
E’ evidente, peraltro, che l’evocazione (e la presunzione di far poesia) faccia scivolare il canto degregoriano kitsch in cui non tanto Gozzano è presente, quanto i baci Perugina. Chi osasse citare il decadentismo italiano, peggio quello francese, l’ermetismo o Lorca o persino Dylan nel caso di Buonanotte fiorellino o di Piccola mela, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura. E nemmeno Prèvert, sebbene sia il più vicino a queste melensaggini, può essere un riferimento citato senza ridere. Né, per altro, frasi del tipo “buonanotte fra il telefono e il cielo” possono indurre a pensare di essere al di là della peggiore canzonetta all’italiana. Per di più in questa canzone il modo stesso di cantare si trasforma in uno zuccheroso bisbiglio da cantante confidenzial-lezioso francamente insopportabile, che sbanca chiunque parli di sottile ironia. Anche qui, a parte il senso totale che è quello di una canzonetta d’amore, non mancano le metafore evocative senza nessi logici, e così c’è pure un raggio di sole, che stride e con la notte di cui alla buonanotte, sia con il tono tutto sommato dimesso di tutta la canzone: una metafora volontariamente priva di contestualizzazione e per di più messa tanto per fare, quasi per calcolo statico. Così come non è tollerabile una frase come “i tuoi fianchi di neve” di pavesiana memoria (le colline come i seni delle donne) ma di più stretta matrice Liala.
Se tanto spazio ho dedicato a De Gregori (e ancora un po’ me ne prendo) non è solo per essere lui il caposcuola indiscusso di tutta la corrente di cantautori ermetici (e il migliore, fra l’altro, se escludiamo Guccini, che fa scuola a sé), ma perché il suo successo di pubblico impone qualche riflessione importante. E’ indubbio, prima di tutto, che la canzonetta, proprio per il suo carattere melodico-fischiettabile , abbia un valore grosso nella cultura di massa: e per la sua riconoscibilità (da non sottovalutare in periodi di crisi d’identità culturale) e per il suo valore di socializzazione (e risposta, nei modelli culturali di facile acquisizione, alla disgregazione). Ma questo non spiega ancora il successo che De Gregori ha preso un pubblico tutto sommato intelligente, giovane e di sinistra. Non lo spiega se non con un riferimento doppio: il liceo e Dylan. La pseudo-cultura liceale ha un peso specifico e assoluto enorme nelle canzoni di De Gregori, vorrei dire che egli la riassume sprofondandola dei suoi contenuti per offrirla come pura metodologia dell’approssimazione e della cialtronaggine. Il professore di italiano che fa scrivere agli alunni su un quaderno le “frasi più belle di Dante” (esiste, esiste anche questo), la professoressa di filosofia che fa imparare a memoria la definizione di sostanza di Spinoza (“per substantìa intellego id quod est ecc”) sono i sacerdoti di una cultura inesistente che vive solo grazie a un’erudizione appiccicaticcia e all’ideologia della cialtronaggine: come imparare (dalla filosofia, per esempio) a non dire nulla chiacchierando, non capire e fregarsene, non allargare al di là e al di fuori di libri e bignamini l’orizzonte della propria cultura.
Questo è nelle canzoni di De Gregori (che poi potrebbe essere la persona più colta del mondo, ma questa è l’operazione delle sue canzoni), questo egli trasmette, questo sono abituati da anni a considerare poesia gli studenti: poche evocazioni senza né capo né coda, qualche ammiccamento qua e là a un riferimento universale (uno dei più squallidi epigoni di De Gregori, tal Venditti, arriva persino a questo osceno concetto in una sua canzone “la Divina Commedia che diventa sempre più commedia”!)
Su questo orizzonte di sottocultura spicciola e programmatica, si inserisce Dylan e la poesia psichedelica. Il primo, con le sue ben più robuste volgarizzazioni di Eliot e Dylan Thomas, la seconda con la teoria mai troppa esecrata delle “libere associazioni”, versione ammodernata, di massa, impoetica e incolta dei “maudit” francesi (ogni paragone continua ad essere lesa cultura). In questo calderone ha buon gioco, se ben spinto dalla sua Casa discografica, Francesco De Gregori a diventare un idolo di massa, nonostante qualcuno abbia già cominciato a maltrattando cercando per lui lo slogan, non metaforico, ma indubbiamente evocativo, “Francesco De Gregori, mo’ te tirano li pomodori!”.

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