di Luigi Trucillo
Ogni impianto originale ci spiazza e dirige verso nuovi territori, e leggere la mappa pulviscolare del Breviario delle Indie di Emanuele Canzaniello (Wojtek) attiva una vertigine di collocamento che sposta il lettore ai confini della metamorfosi letteraria. Andando oltre infatti la sua apparenza convenzionale di un saggio sulla scoperta delle Indie avvenuta nel sedicesimo secolo, il libro ci trasporta in una visione lirica sulla inafferrabilità degli eventi degna di una parabola nera volta a scardinare a colpi di estensioni febbrili ogni tipo di identità e categorie. L’enorme stratificazione di dettagli e rare informazioni filologiche presenti nel testo si schiude presto come un guscio che ricopre il ribollire della vera materia trattata: un’interrogazione sul senso stesso e la verità degli accadimenti accatastati nelle dinamiche storiche. A maggior ragione poi se questi tentativi di definizione si scontrano con l’urto inclassificabile della scoperta di un nuovo mondo, l’ontologia rifondante di ogni colonialismo.
Si sa che i poeti in questo periodo sono attirati dal fare i conti con il rimosso storico (basti pensare a libri come ” Historiae” di Antonella Anedda, e a “Lettere a Valentinov” di Gabriele Frasca). Forse perché la storia obbliga ciclicamente a confrontare gli schemi acquisiti con le mutazioni latenti, e vacilla come un pendolo tra la vaghezza e la precisione: proprio come aveva intuito Brodskij, che aveva accomunato la vita e i poeti nella medesima “nobile indeterminatezza”. Anche nel libro di Canzaniello l’illusione, il grande tema inerente alla credibilità storica di un’utopia fondatrice, si mescola all’attivarsi della rappresentazione, la fibra formale delle visioni, trovando rifugio negli equivoci e nelle finzioni della prospettiva occidentale. Da qui parte una poderosa registrazione dei fraintendimenti dell’immaginario che riguarda anche il presente, delle forme inventate che diventano la storia, e il tempo. E’ molto più un libro di crolli che di scoperte il “Breviario delle Indie”; anzi, lega questi due elementi in un vincolo indissolubile, attribuendo all’impulso di conquista una controparte collassata. Al punto che la direzione lineare del tempo espressa dall’istinto di annessione dei conquistatori, viene inghiottita nelle sue pagine dalla circolarità di un tempo ciclico diverso simile a un Uroboro, il grande serpente archetipico che si morde la coda formando un cerchio senza inizio e fine che divora se stesso. Qui, nella cronaca delle brame espansive e sadiane dell’occidente (giova ricordare come il sadismo nomini a sua volta un doppio del mondo che raccoglie la violenza e l’eccesso), a cospetto del contatto con l’ignoto viene evocata la fatiscenza allucinata del logos. Tanto più quando esso si protende verso il proprio specchio oscuro, la violenza mascherata dell’istinto civilizzatore che esorcizza se stessa eccitandosi davanti all’idea di un caos primordiale.
In tutta la meraviglia esperita dal testo di fronte all’enormità della scoperta di un nuovo continente circola infatti l’idea lacaniana che il reale sia un incontro col limite abissale che ci scompagina oltre le nostre rappresentazioni rassicuranti della realtà, ciò da cui non ci si può nascondere a dispetto del carico di scorie che esprime. Così la struttura stessa del libro, composto da un flusso di brevi capitoletti dalla cadenza secca e tagliente, si collega alla visione universale di un’”unità di dismisura” dell’azione umana, fondata sulle maree di uno slabbrarsi esponenziale. “L’impossibile è la somma dell’esistente” afferma l’autore, e una tale smisurata idea della potenza non evoca forse le pulsioni inconsce dell’immaginario collettivo, proposte come offerte votive agli dei della civilizzazione? Non risale a bordo delle navi degli esploratori fino alle foci indistinte dell’origine, il più segreto quesito del testo? Là dove ogni ipotesi chiama in causa l’equivoco e le nuove forme che esso può generare, viene evocato anche l’arbitrio, la visione dell’impossibile propria degli esploratori e della poesia. Sì, perché al di là del proprio interrogarsi con impassibile inquietudine sul rapporto tra la pulsione faustiana della nostra civiltà e il tessuto allucinatorio della rappresentazione psichica, il Breviario delle Indie è soprattutto un’innovativa opera poetica.
Alla fine, e per fortuna, lo scroscio potente di gesti e miraggi che precipita nelle sue pagine grazie alla sua sovversione epistemologica va oltre la lingua, ma alla lingua ritorna, con la sua ricerca di un’intensità espressiva e destrutturante propria della poesia.
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