11 settembre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/11-settembre/ un blog di approfondimento culturale Mon, 19 Sep 2022 07:33:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg 11 settembre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/11-settembre/ 32 32 Mina Loy, artista nello strale del sole https://minimaetmoralia.it/poesia/mina-loy-artista-nello-strale-del-sole/ https://minimaetmoralia.it/poesia/mina-loy-artista-nello-strale-del-sole/#comments Mon, 19 Sep 2022 07:33:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51143 Le poesie di Mina Loy, dopo anni di irreperibilità, sono state ristampate quest’anno da Rina Edizioni con il titolo The Lost Lunar Baedeker, in concomitanza con l’esposizione di una sua opera alla Biennale Arte di Venezia. Sono due eventi importanti per una figura come quella di Mina Loy, amata e screditata in vita, denigrata e […]

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Le poesie di Mina Loy, dopo anni di irreperibilità, sono state ristampate quest’anno da Rina Edizioni con il titolo The Lost Lunar Baedeker, in concomitanza con l’esposizione di una sua opera alla Biennale Arte di Venezia. Sono due eventi importanti per una figura come quella di Mina Loy, amata e screditata in vita, denigrata e dimenticata da morta. Ma come spesso accade, in questi casi, per fortuna, l’arte rimane nonostante l’incuria, la polvere, l’oblio che coprono scrittrici e scrittori che in vita hanno fatto parlare di sé e delle loro produzioni artistiche. Non è stata una eccezione per Mina Loy, non sorprende per il polverone che ha alzato in vita per la sua condotta e per le sue opere, non stupisce che anziché ristudiarla e cercare una collocazione nel panorama artistico e letterario mondiale, si sia preferito dimenticarla. È un film già visto se si pensa a molte donne del passato, e Mina Loy non è stata risparmiata da questa rassegna.

Nata a fine 800 a Londra sente la morsa di una vita già preconfezionata per lei, dentro i confini di rispettabilità e obblighi imposti a ogni brava ragazza dalla società. Già a quindici anni inizia il suo viaggio lunghissimo, Monaco, Parigi, Firenze, New York, Città del Messico, Europa, New York, Colorado, intersecando artisti e scrittori, sfiorando e anticipando correnti artistiche, vivendole in un continuo corpo a corpo con la parola, con l’arte, con la vita. Gertrude Stein, Duchamp, Cocteau, Apollinaire, Marinetti, Parini, Joyce, T. S. Eliot, Ezra Pound, Marianne Moore, solo alcuni dei nomi che diventano parte della sua vita, della sua vicenda artistica. Per i primi cinquanta anni del 900 viaggia, seguendo il desiderio di una vita diversa, dell’arte, della poesia, dell’amore, dell’eros. Si scontra su molte cose, possiamo dire che si schianta spesso nei passaggi della vita incentivando così il biasimo della società. Tradita, umiliata, schernita, rinchiusa Mina Loy si rialza ogni volta, e sempre grazie alla sua arte e alla mano tesa di una donna, tra le altre quella di Peggy Guggenheim, che in lei vede l’umano e l’artista.

Dipinge, scrive, crea abiti, paralumi e opere della più diversa natura. Le poesie hanno per guida la luna, come dice il titolo della raccolta, una guida donna che si muove molto lontano dalla terra e ha ben diverso modo di vedere e parlare delle cose e delle persone. Con la sua ricerca di un’identità affonda nella poesia cercandosi, trovandosi e perdendosi, tracciando con i suoi versi una mappa di sé stessa, verso dopo verso, costruendosi un’autobiografia. Il suo è un procedere, un andare avanti, anche dopo il buio della torre che a volte segrega la mente e il corpo, seguendo la forza e la luce dell’invenzione artistica, dell’innovazione poetica, vedendo sempre oltre il cono d’ombra di chi la vorrebbe cementata dentro una tradizione.

Per molti è una musa, per altri una occasione, di certo è una personaggia che alimenta il proprio mito vivendo a modo proprio. È una donna che con la sua ricerca di identità – col suo modo di vivere al di fuori di regole prestabilite, di scrivere in versi senza timori di sperimentare, di dipingere strappando ogni confine imposto – ha tracciato solchi importanti nell’arte, che nel tempo molte altre artiste seguiranno. Vivendo in un mondo ormai vecchio, obsoleto, che si rigira nei propri canoni, Mina Loy è già oltre nella modernità:

ALL’INFERNO

Per sgomberare le strade dalla primavera
dai rifiuti dei nostri progenitori
e seppellire gli archivi del subconscio
sotto aiuole vergini

Davvero—

La nostra persona è una porta nascosta per l’infinito
Strozzata dai rottami della tradizione

Dee e ganimedi
Carezzano la santità dell’Adolescenza
Nello strale del sole.

C’è un disincanto e una parola aguzza in Mina Loy, talvolta la ferocia di chi guarda la realtà nella sua crudezza e sa prenderla in giro così come una vita può anche difendersi. Lo sguardo sui gruppi di artisti che di volta in volta frequenta, il loro schernirli in versi nelle loro vanità irriducibili, lo sguardo sulle donne, dove il verso le sprona mostrando loro l’assurdità di modelli patriarcali – “occhi di mille donne / fissi sull’irrealizzabile” -, lo sguardo sull’arte come domanda di costruzione di una decostruzione.

SULLA PORTA DI CASA

Gli occhi di un migliaio di donne
Inchiodati sull’irrealizzabile
Cospargono la toeletta della cartomante
Scheggiato marmo di Carrara
Su cui sparpaglia
Le colorate mappe del destino
Nell’angolo
di una poco propizia camera da letto

«Appassionata
Doppiamente appassionata
Mesta
Vedi queste tre carte
Ma qui c’è una doppia Vittoria
E qui una vecchia
Malata           per cui sei preoccupata
Questo è il Diavolo
E questi due scheletri
Sono le mortificazioni
Stai                  per intraprendere un viaggio

A sera              riguarda l’amore
Qui c’è il Fante di Cuori
Che volta le spalle a una donna
Vestita di lacrime per il proprio matrimonio

Sulla porta di casa
C’è una lettera d’amore
E un letto          e un tavolo
E quest’asso di picche rovesciato
“Con rispetto”

Significa                          che un uomo
Ha                          diciamo
Intenzioni poco onorevoli

Eccoti                     vestita di lacrime
Per un tradimento
Il Fante di Cuori
È in pensiero per una lettera
Compirà un viaggio a sera
E davvero                     cara
Dovrei dire
Non passerà molto tempo prima che tu lo veda
Perché sta qui sulla porta di casa

E guarda
Qui ci sei tu
E qua è lui
In carne e in spirito
Sulla porta di casa»

Mischiato tra la brillantezza anilina delle carte dei Tarocchi

La ruota alata File dietro file di coppe
Fioritura di un magenta passionale
L’Eremita                   —porta fortuna—
La Luna                       Carceri di
Bastoni
Un uomo tagliato in due
Significa tradimento
E la donna nuda
Simboleggia il mondo

Questi occhi

Di Petronilla Lucia Letizia
Felicita
Filomena Amalia
Orsola Geltrude Caterina Delfina
Zita Bibiana                Tarsilla
Eufemia,
In cerca della favoletta d’amore
Che non si avvera mai
Sulla porta di casa

Il tempo, per lei uno “stravolgente sarto”, non la coglie interdetta negli anni, ma sempre lucida e attenta, pronta a riconvertire scarti del quotidiano in arte, parole ammaccate dal tempo in versi. L’ultimo periodo della sua vita la coglie così, artista oltre il tempo: anche nell’affondare le mani nel passato si vede da una siderale distanza “vestita di stracci di memoria/ scarsi perfino per uno scheletro”. Muore nel ‘66, ma già scrive la sua vecchiaia in una poesia che data 1984, una vecchiaia vivisezionata quasi:

UNA VECCHIA

Il passato si è decomposto
gli eventi si fanno incerti
il futuro è di nessun uso

il presente      dolore.

Neppure il dolore ha più la precisione
con cui colpiva nel tempo della gioventù.

Piuttosto è una falena
che erode gli organi interni
appesa o in caduta libera
dentro un armadio sgombro

Lo specchio ti Tormenta
oppure l’impossibile
è possibile alla senilità
permette all’un tempo vivace
snella silhouette di sé
di mantenere una vasta riserva
di eccessivo riserbo
per l’Enfio estraneo che sarà
esorcizzato solo dalla morte

Il dilatarsi del tempo ha completamente cancellato
la tua lunga realtà.

Mina Loy
12 luglio
1984

Mina Loy vede ogni cosa prima che accada – la frantumazione del corpo, la fine della servitù dell’immaginario, la decostruzione e costruzione di una identità –, nei suoi quadri e nei suoi versi il suo è un corpo del post umanesimo, oltre identità, generi e ruoli. Mina Loy che a oltre poco più di mezzo secolo dalla scomparsa inizia a essere attuale, ma sempre oltre, scrivendo anche dalla faccia oscura della luna.

 

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L’incipit di “I miei stupidi intenti”, il romanzo di Bernardo Zannoni premio Campiello 2022 https://minimaetmoralia.it/letteratura/lincipit-di-i-miei-stupidi-intenti-il-romanzo-di-bernardo-zannoni-premio-campiello-2022/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/lincipit-di-i-miei-stupidi-intenti-il-romanzo-di-bernardo-zannoni-premio-campiello-2022/#respond Tue, 06 Sep 2022 07:46:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51070 Bernardo Zannoni ha vinto il Premio Campiello con il romanzo I miei stupidi intenti, pubblicato da Sellerio. Pubblichiamo l’incipit del libro, ringraziando editore e autore. Mio padre morì perché era un ladro. Rubò per tre volte nei campi di Zò, e alla quarta l’uomo lo prese. Gli sparò nella pancia, gli strappò la gallina di […]

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Bernardo Zannoni ha vinto il Premio Campiello con il romanzo I miei stupidi intenti, pubblicato da Sellerio. Pubblichiamo l’incipit del libro, ringraziando editore e autore.

Mio padre morì perché era un ladro. Rubò per tre volte nei campi di Zò, e alla quarta l’uomo lo prese. Gli sparò nella pancia, gli strappò la gallina di bocca e poi lo legò a un palo del recinto come avvertimento. Lasciava la sua compagna con sei cuccioli
sulla testa, in pieno inverno, con la neve.

Nella notte burrascosa, tutti assieme nel grande letto, guardavamo nostra madre disperarsi in cucina, alla penombra di una lampada e del soffitto basso della tana.

«Maledetto, Davis, maledetto!», piangeva. «Ora cosa faccio? Stupida faina!».

Noi la guardavamo senza fare rumore, vicini per il freddo. Alla mia destra c’era mio fratello Leroy, dall’altra parte invece Giosuè, che non ho mai conosciuto. Doveva essere morto poco dopo il parto, forse schiacciato dal peso di nostra madre, quando si era stesa per riposare.

«Disgraziato, disgraziato!», piangeva lei. «E adesso chi li cresce questi figli di nessuno?».

Quei primi giorni la vita era una bella sensazione. Respirando piano piano sotto le coperte, scivolavi nel sonno più vivace. Eri fragile e forte allo stesso tempo, nascosto dal mondo, in attesa di uscire.

«Chi li cresce? Chi li cresce?», diceva nostra madre. Poi si avvicinava al letto e si stendeva, lasciandoci la pancia. Appena la sentivo, mi ci attaccavo con tutte le forze. Gli altri miei fratelli cominciavano subito una piccola zuffa. Leroy era il più grande e si avventava di prepotenza, le femmine, Cara e Louise, facevano squadra. Otis, il più piccolo, veniva spesso lasciato fuori.

«Chi li cresce? Chi li cresce?», diceva nostra madre. Ogni tanto la sentivo sussultare dal dolore, se qualcuno di noi la mordeva troppo. Giosuè spuntava da sotto la sua pelliccia, immobile.

 

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11/9, vent’anni dopo https://minimaetmoralia.it/interviste/11-9-ventanni-dopo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/11-9-ventanni-dopo/#respond Fri, 10 Sep 2021 07:15:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49206 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo. Nella vasta pubblicistica sull’undici settembre 2001 non esiste nulla di simile al progetto fondamentale realizzato da Garrett M. Graff. Attingendo a migliaia di trascrizioni mai pubblicate, documenti declassificati, interviste originali e storie orali di quasi cinquecento funzionari governativi, primi soccorritori, testimoni, sopravvissuti e famigliari delle vittime, lo […]

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Messaggero, che ringraziamo.

Nella vasta pubblicistica sull’undici settembre 2001 non esiste nulla di simile al progetto fondamentale realizzato da Garrett M. Graff. Attingendo a migliaia di trascrizioni mai pubblicate, documenti declassificati, interviste originali e storie orali di quasi cinquecento funzionari governativi, primi soccorritori, testimoni, sopravvissuti e famigliari delle vittime, lo storico e analista politico ha assemblato criticamente le memorie sugli attacchi terroristici che hanno spostato gli assetti geopolitici del mondo. Nei racconti la paura si mischia con il coraggio, il dolore è mitigato dalla speranza che non tutto sia stato perso e impressiona l’istinto umano di reazione al caos.

Dal 2016 Graff, già docente della Georgetown University e direttore per l’Aspen Institute del programma sulla cybersecurity e tecnologia, ha intervistato centinaia di testimoni e scandagliato gli archivi statunitensi, portando alla luce la ricchezza di cinquemila storie orali, in precedenza lasciate giacere nei faldoni. La preziosa ricerca, unica nel genere, è stata pubblicata in prima edizione nel 2019 con il titolo The only plane in the sky. An oral history of 9/11 ed è divenuta bestseller nelle classifiche del New York Times e Washington Post.

 

Nelle pagine del libro, strutturato in 64 capitoli e composto da 480 storie, la memoria del trauma nazionale statunitense ha il sapore della polvere che impastava la bocca come il terrore. Nel 2001 Graff aveva vent’anni e si trovava all’università. Nel 2016 da redattore di Politico, con il quale ha vinto il prestigioso premio giornalistico National Award Magazine, ha cominciato a tessere il mosaico di ricordi dell’undici settembre con una serie di interviste a 28 persone che nelle otto ore successive agli attentati erano vicine al Presidente Bush, evacuato e tenuto a bordo dell’Air Force One.

Che cosa è rimasto impresso nelle memorie degli americani?

«La confusione, la paura e l’incertezza vissute. Non sapevamo, quando gli attacchi fossero cominciati effettivamente, quanti fossero stati ed eravamo inermi. La percezione cristallizzata del caos è la chiave per entrare nella profondità della lacerazione e delle sue conseguenze».

Il ritiro dall’Afghanistan chiude l’era plasmata dagli atti terroristici e dalla reazione?

«Siamo immersi nella realtà creata dall’11 settembre, che continua a riscrivere in molti modi la geopolitica e la nostra vita. Avvertiamo gli esiti della paura e della destabilizzazione provocata dall’azione statunitense in Iraq con l’onda lunga dell’ascesa dell’Isis, la Siria, la crisi dei rifugiati alle porte dell’Europa fino alla Brexit».

Dieci dei tredici Marines morti nell’attentato suicida nei pressi dell’aeroporto di Kabul avevano tra i venti e ventitré anni. Che cosa sa questa generazione dell’11 settembre?

«I lettori mi hanno sommerso di messaggi significativi. Ricordo le parole di una militare che nel 2001 frequentava le scuole medie. Mi ha scritto che all’epoca era troppo piccola per capire tutto. Dopo tre missioni in Afghanistan e in Iraq aveva l’urgenza di spiegare e raccontare al figlio ciò che era successo all’America, perché lo aveva lasciato per andare in guerra».

Quale sentimento trasmettono i sopravvissuti di New York?

«È emozionante e commovente soffermarsi a leggere come ogni loro piccola decisione quel giorno abbia marcato involontariamente la distanza tra vivere e morire. Penso allo chef Michael Lomonaco del ristorante Windows on the world, situato ai piani superiori della Torre Nord, che dalle 8.30 sarebbe dovuto essere in cucina».

E invece?

«Quella mattina tardò per acquistare gli occhiali e perse l’ultimo ascensore che lo avrebbe condotto alla morte, come è accaduto a decine di colleghi del locale. Non dimentico la fuga dalla sala delle conferenze del Pentagono avvolta dalle fiamme dopo l’attacco: chi evacuò attraversando l’uscita di sinistra morì, coloro che presero la strada a destra si salvarono».

La frazione di tempo che colpisce maggiormente nei racconti di quella giornata sono i 17 minuti intercorsi dalle 8.46 alle 9.03, tra il primo e il secondo schianto sulle Torri Gemelle. Che cosa emerge dalle testimonianze?

«In quello spazio temporale è svanita l’innocenza dell’America e la paura si è radicata nelle coscienze. L’impatto iniziale è stato considerato un incidente dovuto a un guasto tecnico o al malore del pilota di un piccolo velivolo. New York non si fermò. Le persone continuarono a raggiungere i posti di lavoro. Al Campidoglio di Washington e al Pentagono videro le immagini e tornarono alle riunioni di routine. Il Presidente Bush era in Florida e proseguì la visita nella scuola Emma Booker».

Quale fu l’effetto del secondo crollo?

«Gli Stati Uniti realizzarono che si trattava di terrorismo e reagirono come chi ha paura. Prima di questi attentati il Paese non esprimeva la paura nello spazio pubblico. Negli ultimi venti anni la società è stata trasformata dalle fobie e dall’angoscia non solo della minaccia di matrice islamista. La violenza interna è esplosa come testimonia l’escalation delle sparatorie di massa di questo ventennio. Si è diffusa l’idea di non essere al sicuro in nessun luogo».

Tra le storie del libro impressiona l’evacuazione marittima di Lower Manhattan. Chi è Michael Day?

«Un giovane tenente della Guardia costiera che riuscì a organizzare la messa in sicurezza di cinquecentomila persone. Un’operazione più grande degli inglesi a Dunkerque. L’appello radio fu essenziale: tutte le imbarcazioni disponibili conversero per evacuare le persone terrorizzate dall’onda di polvere e detriti che volavano ovunque. Arrivarono traghetti, pescherecci, moto d’acqua, imbarcazioni da diporto. Day racconta di aver infranto più regole quel giorno che in trent’anni di carriera».

Chi svuotò lo spazio aereo statunitense?

«Ben Sliney era al primo giorno di lavoro come direttore delle operazioni dell’Amministrazione Federale dell’Aviazione. In novanta minuti vietò il decollo di qualunque aereo e soprattutto determinò l’atterraggio di 4500 vettori che indipendentemente dalla destinazione furono costretti a rientrare nell’aeroporto più vicino. Gran parte dei protocolli furono stabiliti nell’emergenza».

La memoria dell’11/9 è separabile dalla successiva “Guerra al terrore”?

«Non credo. La storia ha varcato i confini dell’America. Il mondo si è sempre più diviso dopo i passi falsi commessi in questa lunga lotta».

L’obiettivo di un esito politico e militare differente in Afghanistan era realistico?

«Da diciotto anni la questione è sempre stata il quando e come avremmo perso. Non sono mai esistiti piani realistici per uscire bene da quel contesto. Nessuno ha mai creduto in un governo afghano centralizzato con un esercito in grado di controllare tutto il paese in un periodo di tempo ragionevole. Tuttavia non immaginavamo che sarebbero crollati in undici giorni».

La coincidenza del ventennale amplifica il senso del ritiro?

«Sì. I predecessori del Presidente Biden, incapaci di uscirne, hanno mantenuto la guerra a una bassa intensità. In politica i simboli contano, e lui ha finalizzato il ritiro a un costo alto nel periodo più emblematico».

La paura come ha cambiato la politica statunitense?

«Questa è un’eredità triste. All’inizio il Presidente Bush pose attenzione, affinché la guerra contro Al Qaida non diventasse una crociata ostile ai musulmani. Uno dei primi luoghi in cui Bush si recò fu una moschea in Virginia e insistette su questo aspetto. La distinzione non ha retto. Parte della politica statunitense ha preso una strada viziosa contro i migranti, accentuando l’islamofobia».

È possibile congiungere gli attentati del 2001 all’assalto al Campidoglio del 2021?

«Sì. La retorica del Partito Repubblicano, che ha cambiato volto con Trump, e dell’estrema destra è fiorita sulle macerie delle Torri Gemelle e sulle paure della società, accentuando il razzismo».

In che modo New York si avvicina all’anniversario?

«Il 9/11 Memorial and Museum aiuta a capirlo. È un luogo complesso e controverso, perché prova a narrare una storia irrisolta. Gli effetti del trauma devono ancora essere svelati pienamente».

 

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Lode all’impotenza https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lode-allimpotenza/#comments Mon, 14 Jul 2014 21:59:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22105 “Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

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“Non c’è nulla di intelligente da dire su un massacro. Si suppone che tutti siano morti, e non abbiano più niente da dire o da pretendere”. Questa frase di Kurt Vonnegut da Mattatoio n°5 mi viene ogni volta, da ultima, in provvidenziale aiuto, quando prima la ragione poi l’istinto poi i muscoli involontari hanno terminato il loro lungo corso di reazioni, e io rimango afasico, abulico, sperando che questo senso di letteralmente infantile impotenza mi restituisca almeno una forma di adesione alla realtà.

Se siamo umani, non c’è nulla di intelligente da dire sugli ultimi bombardamenti a Gaza, su questa fase di guerra che non è ancora ufficialmente guerra o lo è appena diversamente dal solito. Le immagini parlano da sole, si dice; ma in definitiva non è nemmeno vero: alle volte le immagini, infilate in un’homepage infastellata di commenti ai mondiali o in una timeline qualunque, non dicono nulla. I ragazzi israeliani assassinati, il ragazzo palestinese bruciato vivo, i razzi di Hamas, la ferocia idiota di Benyamin Netanyahu, l’inefficacia politica di Abu Mazen, i cento morti di quattro giorni di raid… Lo scandalo della tragedia lascia il passo, è terribile dirlo ma è innegabile, a una sensazione di ripetitività, di moto inerziale. Le analisi geopolitiche sono delle versioni aggiornate, sempre un po’ al peggio, delle analisi geopolitiche di un anno o cinque o dieci anni fa. Il conflitto israelo-palestinese è diventato una figura retorica che indica qualcosa di irrisolvibile e ricorsivo.

Stamattina leggevo questo editoriale su Internazionale di Gideon Levy, riassumeva l’escalation delle ultime settimane e a un certo punto diceva: “Il seguito, però, è già scritto da un pezzo nelle cronache di tutte le operazioni insensate e sanguinarie condotte a Gaza in ogni epoca. Stupisce, semmai, che da un’operazione militare all’altra sembra che nessuno impari niente. L’unica cosa che cambia sono le armi impiegate”. Ieri leggevo uno status di Ida Dominijanni su facebook che diceva: “Ho letto vari post e relativi dibattiti su quello che sta succedendo a Gaza. Posso dire una cosa che non piacerà a nessuno? Io la ripetitività del conflitto israelo-palestinese non la reggo più. E nemmeno quella dei relativi dibattiti”.

Nel thread che si sviluppava Dominijanni riceveva un po’ di insulti. Pro-Hamas, pro-Netanyahu, occorre schierarsi, le rimproveravano, dire la propria, anzi – come veniva ribadito – occorre urlarla, la propria. Lo sdegno, la rabbia contro l’indifferenza!
È possibile, mi chiedevo, che una posizione come quella di Dominijanni venga scambiata per indifferenza? È possibile che un invito al silenzio, che una resa alla ferale stanchezza venga presa per connivenza? Non solo è possibile, è naturale. Fa parte di una sorta sopravvivenza emotiva pubblica.

Sempre in questi giorni leggevo un bellissimo libro ormai introvabile che fu pubblicato nel 2008 da Isbn, Il sesso del terrore di Susan Faludi. A un certo punto si racconta del linciaggio mediatico a cui fu esposta dopo l’11 settembre Susan Sontag, rea di aver scritto un breve pezzo sul New Yorker che mostrava troppi tentennamenti e punti interrogativi. Aveva incluso frasi del tipo ”Un briciolo di coscienza storica potrebbe aiutarci a capire ciò che è accaduto e cià che sta per accadere?” e “Nessuno dubita che l’America sia forte. Ma non è l’unica dote che deve avere”. Per quel quel breve editoriale Sontag fu appellata da una stampa insolitamente compatta come “un alleato del diavolo”, “una boriosa”, “una squilibrata”, “malata di idiozia morale”, “straordinariamente stupida”… e la cosa continuò per un bel po’ con politici che le auguravano l’inferno e giornalisti che la ridicolizzavano: ce l’hai contro gli stupratori ma tolleri i terroristi.

Ammutolire, fermarsi, non urlare, è un peccato grave di fronte alle immagini di una strage. Non cedere alle reazioni di pancia, un errore da intellettuali vigliacchi.

Ho letto centinaia, anzi migliaia di pagine sul conflitto israelo-palestinese. Insegno storia, mi capita quasi ogni anno di dedicare un approfondimento alla questione. Ci sono dei testi che spiegano in modo scrupoloso, intelligente, storicamente inappuntabile, cosa è accaduto lì negli ultimi 70 anni, e anche prima. Ho letto romanzi, fumetti, ho visto film, speciali tv, anche cartoni animati, compulsato articoli, dossier, infografiche… Ho conosciuto personalmente alcuni che hanno vissuto lì, che c’hanno lavorato, che hanno fatto i volontari, che c’hanno studiato, che c’hanno perso letteralmente la vita, tipo Vittorio Arrigoni. Sono una persona che riconosce la complessità, come moltissimi altri, mi piace chi sottolinea l’importanza dei contesti. Eppure a un certo punto raggiungo una specie di stallo emotivo. Non so più che dire. Non desidero più approfondire. Non mi sorprende, non mi sciocca più nulla. Niente mi aiuta a ragionare.

Un anno fa contattai, perché volevo raccontare la sua storia in modo più approfondito, una donna di cui avevo letto un’intervista su internet. Era su Una città, una rivista fatta benissimo, a cui sono affezionato, e che è composta esclusivamente di interviste – interviste fatte a chiunque, a Zygmunt Bauman come all’operaia appena assunta dalla Zanussi. Questa, una testimonianza senza praticamente domande, l’avevano realizzata Barbara Bertoncin e Mattia Sansavini a Caterina Brau, insegnante in pensione, sopravvisuta all’attentato del 27 dicembre 1985 all’aeroporto di Fiumicino ad opera di un commando terroristico palestinese legato a Abu Nidal – ci furono 13 morti, e circa 100 feriti: una di questi fu Caterina Brau, che perse una gamba.

Quello che mi colpì nell’intervista è che parlava poco del momento della strage, ma parlava del dopo.

Parlava di sé.
“Il ritorno alla vita normale? Mah, in realtà non è stato più come prima.
Ma in fondo nella vita delle persone capita sempre un evento che segna un prima e un dopo, una malattia, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara… uno qualsiasi di questi eventi fa in modo che niente sia più come prima.
Prima camminavo molto, ero un tipo abbastanza sportivo, andavo in bici, correvo… Non ho più potuto, però la vita è andata avanti, certo con delle limitazioni. Ma, cosa vuoi, una volta che rischi di morire, poi sì, ti dispiace non fare certe cose, però tutto sommato non è che sia una cosa così terribile.”

Parlava della condizione della vittima.
“All’epoca non c’era niente per le vittime di questo tipo di eventi. Io poi, essendo non-credente da sempre, non c’avevo neanche un sacerdote. Ho avuto l’appoggio dei miei genitori, di mio marito e anche degli amici, che sono stati molto importanti. E poi la gente, ho ricevuto tante attestazioni d’affetto. Dalle istituzioni invece niente. In Italia ancora non erano previsti risarcimenti per le vittime del terrorismo.”

Parlava degli attentatori, dell’unico sopravvissuto del commando, Khaled Ibrahim Mahmoud, arrestato e uscito di galera nel 2008.
“La prima volta che il ragazzo palestinese è stato messo in semilibertà sul Corriere è apparsa l’intervista a una delle vittime, un uomo. Ricordo che era molto arrabbiato che questo giovane potesse andare a coltivare un giardino dopo quello che aveva fatto. Non ricordo il nome, ma siccome non condividevo assolutamente la sua opinione, non mi è venuto neanche in mente di cercarlo.
Quel poveraccio aveva solo diciott’anni. Una storia terribile: aveva perso tutta la famiglia a Sabra e Chatila quand’era ancora un bambino. Se ci pensi, il passaggio tra il suo prima e il suo dopo, quel giorno in cui, a otto anni, è tornato a casa e non ha più trovato i suoi cari, è stato forse peggiore del mio. Dopo quella strage, l’avevano arruolato in un gruppo terroristico che gli deve aver fatto un vero lavaggio del cervello e alla fine si è ritrovato in questa situazione con i compagni morti. Perché sono morti tutti tranne lui. Erano quattro e tre sono morti; c’era anche il famoso quinto uomo che doveva essere il capo, ma non si è presentato…
Che dire? A diciott’anni è facile sbagliare, coinvolgersi in cose più grandi, essere additato come l’autore… cioè, lui sicuramente ha sparato, lo ammette, non è che neghi questo fatto, però secondo me lui era una pedina in un ingranaggio più grande. Questa vicenda del Medio Oriente non è mai del tutto chiara, non si sa chi spara a chi.
Comunque ha fatto 26 anni e ora è fuori. Va bene così. È giusto che abbia un’altra opportunità. È quello che penso anche dei terroristi nostrani: devono pagare però è giusto che poi abbiano un’altra possibilità.
Capisco che per una vittima sia difficile accettarlo, ancor di più per i familiari, perché magari ti hanno tolto un padre, però quando si è giovani si fanno un sacco di cavolate.”

E parlava del perdono, della possibilità di una rappacificazione.
“No, non ho mai pensato di incontrarlo. In fondo facciamo parte della stessa storia ma con ruoli diversi, siamo due che si sono sfiorati per caso.
Non posso dire che mi sia indifferente perché ho comunque seguito le sue vicende da lontano, ci ho pensato ogni tanto a come stava, a cosa voleva dire per lui essere l’unico vivo del gruppo, però non ho mai avuto il desiderio di incontrarlo. Credo che sarebbe malsano, per tutti e due; no, non mi piace neanche l’idea. Voglio dire, non lo odio, ma non lo amo neanche. Queste cose all’italiana del perdonismo, del Carramba che sorpresa, non fanno per me.
È successo, te ne devi fare una ragione, dopodiché, senza perdonare, senza odiare, le strade si dividono…”

Questa di Caterina Brau insomma è una pagina che ho salvato sul desktop. (Qui c’è tutta l’intervista). E mi ricordo che quando – dopo essermi preparato, documentato su quegli anni, Abu Nidal, i suoi rapporti conflittuali con Arafat e ambigui con il Mossad, ma anche i dilemmi etici sul tema del perdono, i ragionamenti sul paradigma della vittima – telefonai a questa donna, sapevo non solo citare a memoria dei passi di quest’intervista, ma dimostrarle che avevo fatto mio il suo punto di vista. Volevo che me ne parlasse ancora, che ci potessimo incontrare anche, dal vivo, e che potesse svolgere, attraverso la sua semplice presenza umana, una funzione testimoniale, facile da utilizzare, utile come bussola in tempi di risentimenti e desideri di semplificazione e vendetta come questi. Mi rispose che non voleva parlarne più di quella storia, che la vita va avanti, e che tutto quello che aveva da dire, l’aveva detto nell’intervista. Insistetti, ma poi, di fronte alla sua reticenza, accettai. Lì per lì ci restai male. Ma come, mi dicevo, sei riuscita a fare un percorso personale certo doloroso, eppure così chiaro e consapevole, e adesso non lo condividi?
Ecco, oggi, a distanza di un anno, capisco perfettamente il perché di quel no.

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Anni zero https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/ https://minimaetmoralia.it/libri/anni-zero/#comments Thu, 26 Nov 2009 09:13:37 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1228 Questo articolo è apparso su Repubblica di Giorgio Falco Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica

di Giorgio Falco

Un tentativo di decifrare quest’epoca sfuggente benché apparentemente notiziabile in ogni sua forma scritta, visiva, sonora. Anni zero 2001 – 2009 Almanacco del decennio condensato è un’antologia di articoli e saggi scritti negli ultimi otto anni. Mi sono chiesto se fosse più adeguata la definizione decennio condensato o piuttosto decennio concentrato, ma concentrato oltre a qualcosa di ristretto e soprattutto assorto, prevede l’eliminazione – come nel caso delle conserve alimentari – dell’acqua. Condensato, benché simile nel processo, pare più morbido e asettico, quasi materno e alieno latte condensato, e questi anni violenti e tragici ci hanno abituato – almeno nella parte di pianeta che consideriamo essere il mondo – all’occultazione, all’evanescenza. Condensato dà l’idea di trasformazione e non di eliminazione, trasformazione continua per una vita allestita sotto una grande cappa, che alterna il vapore alla liquidità, al sole beige accecante. Gli anni zero nell’antologia iniziano con l’assassinio di Carlo Giuliani e – passando attraverso l’11 settembre, guerre, disastri ambientali, crisi economiche ed emergenze sanitarie – terminano con la morte di Michael Jackson.
Pur con alcuni esiti disuguali, il merito del libro – e della sequenza che diviene linguaggio interno all’opera – è quello di far coesistere autori e argomenti molto diversi tra loro senza creare l’effetto per cui tutto è equivalente, in un mondo triste e gioioso, intervallo ininterrotto di segni e messaggi, di verità labili, intercambiabili. Contro l’ingenuità opportunistica e ironica del cinismo, senza cedere a moralismi condivisibili e ricattatori, è bene ricordare che tra la cassa da morto di Michael Jackson e lo spazio concesso a un rifugiato politico o a un apolide, c’è differenza; tra il maiale nell’allevamento intensivo – magari il virus è partito proprio da quell’anonimo maiale (le stelle sono tante/milioni di milioni/ diceva un jingle profetico anni fa) – e un terzino coreano allenato (o allevato?) dall’olandese Gus Hiddink, c’è differenza; tra il sistema di controllo finanziario e la visita di un otorino dopo gli attentati dell’11 settembre, c’è differenza; così come tra un villaggio per pensionati scandinavi in Tailandia e un centro di permanenza temporanea. Il nostro compito è intercettare quei punti di contatto nei quali si cela la struttura dell’intero fluire, l’illimitata circonferenza senza centro, bordo sul quale viviamo. Ogni ferita – per quanto suturata da infiniti eventi – porta la voglia di fare una cernita dei fatti più significativi, la lista da cui partire per un’analisi, evitando il compiacimento e la suggestione del ricordo ninna nanna. L’Italia di questi anni è stato un luogo potente, una nazione faticosa, sfinente e stimolante in cui vivere. Gli anni zero lasciano la vertiginosa oscillazione collettiva tra indifferenza e indignazione, due stati d’animo che a prima vista sembrano opposti, ma in verità quasi coincidono, perché entrambi delegano l’azione a qualcun altro, soprattutto quando l’indignazione si esprime in sterili campagne web, surrogati delle nostre voci, quelle vere. Almeno nella segretezza dei nostri pensieri indifferenti, si combatte, a volte, qualcosa, mentre l’indignazione è oscena, si risolve tutta in se stessa, platealmente, e quasi mai porta ad agire, attende da dio, dal poliziotto, dal giudice, dal caporeparto, dal numero di contatti la risoluzione di quel sentimento. Sono stati gli anni in cui abbiamo accettato una pellicola tra i fatti e la narrazione dei fatti, e quella pellicola è diventata tutto, il camuffamento visibile del reale, grazie al quale abbiamo creduto di raggiungere – con la continua messa in onda di immagini, parole e suoni – una vicinanza maggiore; anni zero in cui l’archivio – visivo, scritto, sonoro – ha cercato di fagocitare ogni cosa, per diventare, pur nella frammentazione, una sola, immensa immagine e parola, sincronizzata e replicabile, un unico infinito suono; e al tempo stesso, ogni singola immagine e parola, ogni piccolo suono, ha cercato di diventare autorevole, per il solo fatto di esistere all’interno dell’archivio: anche questo spiega il successo di YouTube e la diffusione definitiva del web. Sono stati gli anni zero – italiani – in cui si è consolidata l’abitudine di chiamare per nome persone coinvolte in fatti pubblici, cruenti, tragici, futili, docili, forse un prolungamento del reality, delle sue logiche di eliminazione e falsa condivisione confidenziale: Erika, Chiara, Alberto, Belen, Eluana, Meredith, Raffaele, il piccolo Tommy, il piccolo Samuele, Amanda, Olindo, Silvio, Rosa, Mike. Il corpo sociale distrutto è diventato un insieme illimitato di nomi, di pelle valicabile inserita nella sparizione, come se tutti questi nomi fossero l’unico grande corpo rimasto, senza testa, senza organi, come Giorgio, che adesso sta finendo questo pezzo.

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