1992 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/1992/ un blog di approfondimento culturale Fri, 23 May 2014 15:03:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg 1992 Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/1992/ 32 32 Che cosa rimane https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cosa-rimane/ https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cosa-rimane/#respond Fri, 23 May 2014 14:53:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20920 Oggi, come molti di voi ricordano, è l'anniversario dell'assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Lo ricordiamo con questo breve testo inedito, scritto una decina di anni fa.

Chiudere gli occhi e riaprirli era una specie di gioco cha facevo da bambino. Era credere di avere una macchina fotografica incastonata negli occhi. Ogni battito di palpebre un flash, e qualcosa sulla retina rimaneva impressionato. Contavo fino a uno, a due, a tre, e poi mi domandavo: Se adesso riapro gli occhi qualcosa è cambiato? Sono io che faccio accadere le cose con la forza dell’attesa del mio sguardo? Odiavo il tempo immobile. Capitava anche così, spesso, che con gli occhi chiusi, durante queste acmi fasulle suonasse qualcuno alla porta oppure squillasse il telefono. Del resto in un’infanzia, in un’adolescenza passata in una casa, senza tempi scanditi da nulla, il telefono diventava il cuore aritmico domestico (così era nelle sitcom, così era nella vita). E anche quella volta tirai la testa in basso, chiusi gli occhi per cinque, dieci secondi, e il telefono squillò, e disse: “Maude”.

L'articolo Che cosa rimane proviene da Minima et Moralia.

]]>
Oggi, come molti di voi ricordano, è l’anniversario dell’assassinio di Giovanni Falcone, di sua moglie e della sua scorta. Lo ricordiamo con questo breve testo inedito, scritto una decina di anni fa.

Chiudere gli occhi e riaprirli era una specie di gioco cha facevo da bambino. Era credere di avere una macchina fotografica incastonata negli occhi. Ogni battito di palpebre un flash, e qualcosa sulla retina rimaneva impressionato. Contavo fino a uno, a due, a tre, e poi mi domandavo: Se adesso riapro gli occhi qualcosa è cambiato? Sono io che faccio accadere le cose con la forza dell’attesa del mio sguardo? Odiavo il tempo immobile. Capitava anche così, spesso, che con gli occhi chiusi, durante queste acmi fasulle suonasse qualcuno alla porta oppure squillasse il telefono. Del resto in un’infanzia, in un’adolescenza passata in una casa, senza tempi scanditi da nulla, il telefono diventava il cuore aritmico domestico (così era nelle sitcom, così era nella vita). E anche quella volta tirai la testa in basso, chiusi gli occhi per cinque, dieci secondi, e il telefono squillò, e disse: “Maude”.

Due, tre anni meno di me, gli occhi lunghi, ragazzina, senza tette, anzi con una tetta più piccola dell’altra già piccola avrei scoperto, e le cosce invece muscolose da pallanuotista, e le labbra superiore e inferiore perfettamente speculari, una voce ibrida, ancora indecisa tra mascolino/femminino, bambino/adulto, a scuola la conoscevano perché da un po’ di tempo a questa parte camminava scalza per il quartiere, e poi cos’altro? sì, che lasciava un tag che sembrava un pavone incinto su tutte le sedie di legno su cui posava il suo culo, e, passando dalle medie al liceo, aveva deciso di smettere di farsi chiamare Caterina e di autoribattezzarsi Maude (un modello di tenerezza politica acquisito in fretta, la vecchietta di Harold e Maude), e le persone effettivamente avevano accettato l’alias, fin quando però cominciò a uscire con me e Marco e di lì a un paio di settimane furono altri a fare sparire Caterina e anche Maude e a rinominarla di nuovo: Donnaccia.

“Hai visto?” / “Visto che?” / “Io parto”.

Chiudi gli occhi, li riapri. Allora amavo i disastri. L’apocalissifilia propria di una generazione minore, la mia (la mia?), che non aveva mai subito traumi collettivi ma aveva fatto il pieno delle commemorazioni (quanti cazzo di valori vissuti dai padri e padri dei padri, solennità e solennità, resistenze, olocausti, sessantotti, femminismi, emancipazioni culturali… eravamo stati chiamati a celebrare), e allora questa generazione – assai assai memore, appunto – ha da sé sviluppato, per contrasto od orgoglio, un amore morbidissimo, addirittura sano, per le catastrofi e gli annullamenti e l’oblio assoluto. Cosa c’è di più bello di un treno che deraglia? A chi non andrebbe di aprire, per un gesto di grazia, di liberazione, il portellone di un aereo proprio al momento del decollo? Quante volte mi ero aspettato che così senza preavviso, dal cielo, venisse giù in picchiata un autobus a due piani o un asteroide a forma di uovo? Quante volte avevo accarezzato il sogno di un atto di distruzione, eroico, teatrale, gigante, o immaginato la finzione dell’epopea di un anarchico bianco, di un folle esteta della rabbia, di uno che fa esplodere piccoli ordigni, bombe carta, molotov, in mezzo alle campagne disabitate, per il puro piacere della detonazione, del deflagrare della materia da se stessa? Ed ecco.

Che in quel momento la televisione compensava questo desiderio di poter cambiare la storia o di atterrarla semplicemente portando uno shock sismico alla materia degli eventi, mostrando a me e a tutti la versione nazionalpopolare della scena finale di Zabriskie Point. Il montaggio alternato e sovrapposto dei gelidi palazzi nel deserto fatti saltare in aria negli ultimi fotogrammi del film lasciava ora lo spazio del mio immaginario, coattivamente, a un’autostrada trasformata in un piccolo vulcano. Il deserto americano, soffice, dipinto a colori lisergici, diventava ora – in una sorta di epilogo accudito nel grembo per anni –, adesso in televisione, sulla rai tv, Il Quadro Sbagliato. Un paesaggio ritratto con dettagli e toni cromatici completamente sbagliati.

Le automobili rovesciate, piegate e squartate a metà, ghigliottinate, la lamiera accartocciata in carta crespa, la pozzolana sparsa a pioggia dovunque, il guardrail contorto come una curva dello spaziotempo. Maude dall’altra parte del telefono ansimava e diceva: “Io se sto qua a Roma divento completamente pazza, lo so. Lo so”.

La televisione, più dei nostri genitori, sapeva come gestire tragedie lontane di questo tipo, l’aveva imparato una decina d’anni prima con il bambino caduto nel pozzo, e adesso con maestria lasciava fluire l’odore del dolore appena cominciato. Gli echi primordiali di ambulanze che parevano a pile scariche, sirene di polizia in sovrapposizione di onda con quelle dei carabinieri e dei vigili del fuoco, doppler confusi a voci di megafono, grida e sgommate di macchine, le sonorità del disastro, i fumi residui, le persone che solcavano i montarozzi di terreno esploso appena formati in qualità di insetti, inutili e inermi – presenze arrivate, come tutti, dopo.

Il corpo del giudice, di quest’uomo del sud coi baffi alla Amedeo Nazzari già ibernato nella foto in sovrimpressione sulle immagini in diretta, e i corpi della moglie e dei tizi della scorta erano stati appena estratti dal cumulo, ed erano morti, chi proprio lì, chi in ambulanza, chi su una barella di ospedale. La terra che aveva assorbito il calore del tritolo adesso lo rilasciava gradualmente deformando la composizione dell’atmosfera come i contorni di un incendio – questo era ciò che si vedeva. La polvere che si era sollevata fino a cinquanta, cento metri, ora ricadeva, e lentamente, mortalmente, ritornava al suo luogo originario. Mentre il fiato corto dei commentatori – i giornalisti sempre e ovunque – sommergeva già la semplice vista con le parole appropriate da pronunciare: apparivano buoni, dei chierichetti, di fronte al male assoluto.

Io era fulminato dalla scritta sopra il cratere. Capaci. Mi sembrava una firma gentile, ironica. Alcuni individui erano stati capaci di quello. Lo avevano fatto e lo rivendicavano da subito. Un esperimento di fisica riuscito bene. Mio padre sul divano si stringeva, si era andato a prendere un bicchiere d’acqua o la beveva a piccolissimi sorsi, provando forse in quei momenti l’unico sentimento che fosse in grado di destabilizzarlo, il terrore per il futuro.

Telefonai a Marco (quando rispondeva al telefono avevi sempre l’impressione che fosse appena risorto da un’ipnosi): “Hai visto hanno fatto un attentato a Falcone?”.
“Mi stavo facendo un bidé”.
“Marco, hanno ucciso Falcone il giudice, accendi la televisione! Mi ha chiamato Maude per dirmelo!”.
“Mo’ vado”.
“Ma non te ne frega un cazzo?”
“…”
“Non te ne frega un cazzo?”
“Eh?”
“Marco!”
“Non ne ammazzano tanti?”
“…”
“…”
“Ma che cazzo stai a di’!”.
“Che fine vuoi che facesse? Che fosse assunto in cielo?”

L'articolo Che cosa rimane proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interventi/che-cosa-rimane/feed/ 0
Antropologia berlusconiana https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/ https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/#comments Tue, 08 Mar 2011 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3932 Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo.

L'articolo Antropologia berlusconiana proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo. Sarebbe consolatorio, oltre che falso, pensare che un meteorite caduto dalle parti di Arcore circa trent’anni fa abbia cambiato tutto, nella storia politica del nostro paese e soprattutto nella testa dei suoi cittadini. Individuare in un’unica persona non l’incarnazione più evidente ma la causa dei nostri mali sarebbe anche un modo per non prendersi il fastidio di mettersi in gioco: se la Storia la fa un uomo e non un popolo, tanto vale restarsene a casa, rinunciare a partecipare o a lottare quando è il caso. Lo insegna molto bene Haneke nel suo film Il nastro bianco: c’è stato un nazismo prima di Hitler, un fascismo prima di Mussolini, un’amoralità diffusa e un’orgogliosa ignoranza dei diritti e dei doveri democratici prima di Berlusconi. Siamo di fronte a un fenomeno squisitamente italiano, non replicabile in modo identico in Francia, Germania, Stati Uniti. In un altro paese Berlusconi sarebbe rimasto un imprenditore molto valido, forse addirittura – in un contesto più consacrato alla libera concorrenza che all’oligarchia paramafiosa – sarebbe stato un grande imprenditore senza grandi crimini alle spalle; e perché no, senza alcuno. C’è da chiedersi cioè – ed è questa una delle domande più inquietanti e scomode da farsi – se in un sistema con barriere all’ingresso di ascendenza medioevale persino per entrare a far parte della corporazione dei bidelli sarebbe possibile assistere all’ascesa di un nuovo (veramente nuovo) magnate dell’economia che non abbia bisogno di ricorrere agli stallieri raccomandati dagli zii di Sicilia. Si commette un grave errore quando si associa Berlusconi a Citizen Kane: Kane non vince le elezioni, e se anche arrivasse a farsi eleggere Presidente dell’Unione, avrebbe comunque il limite aureo dei due mandati a ridimensionarlo per forza di cose.
Lo scarso senso dello Stato che viene catalizzato e alimentato come forse mai prima da un’entità come l’Italia berlusconiana, il familismo amorale, l’amore per il particulare fanno da sempre parte della storia di un Paese che – quintessenza fantasmatica di speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare – esiste da molto prima che ci sia la formazione di uno Stato e continua paradossalmente a esistere idealmente allo stesso modo perfino dopo che uno Stato si è formato. Speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare. Siamo inoltre un Paese in cui l’etica delle intenzioni prevale puntualmente su quella dei risultati, e solo una cattiva coscienza talmente implicita da sfuggire agli orizzonti della consapevolezza rende meno assurda la circostanza che ad avvantaggiarsene sia proprio chi si gloria continuamente di aver conseguito grandi risultati brandendo pugni di mosche; i paladini vale a dire del partito-azienda o del partito-squadra-di calcio, i quali, se si trovassero davvero a essere giudicati in base a certi spietati parametri calcistici o aziendali per i risultati conseguiti in oltre quindici anni di vita politica, si vedrebbero costretti a togliere il disturbo seduta stante.
Fa parte ormai della nostra tradizione anche il fatto di essere un Paese dalla cultura millenaria ma dal continuo ritardo pluridecennale in termini di maturità politica e civile rispetto alle democrazie avanzate, il quale, quando impatta con il nuovo (che ha mirabolanti strumenti per decifrare e pochissimi per gestire in modo sano), si trasforma in uno strano gabinetto del Dr. Caligari, uno sgangherato laboratorio sociopolitico affacciato all’improvviso sul baratro di un futuro che per gli altri è ancora e solo all’orizzonte. L’incontro ritardato con la modernità agli inizi del Novecento, se da una parte ha regalato al mondo delle arti l’avanguardia dall’altra ha fornito a quello politico e sociale il know-how del fascismo. In modo analogo, l’incontro ritardato con la dopomodernità dei mezzi di comunicazione di massa non pedagogici e non ideologici in termini novecenteschi (le tv commerciali) rischia di trasformarci ora nella prima videocrazia compiuta d’Occidente. Aver vissuto per secoli nella ferocia della premodernità e aver sposato il lato più amorale e scatenato della postmodernità senza aver dato modo a una modernità da noi brevissima di maturare le debite difese: è forse questo, uno dei problemi.
È vero infine che le tv commerciali arrivano negli anni Ottanta, ma se dovessi prendere la data cruciale in cui tutto ciò che sembrerebbe incompatibile se non antitetico a un discorso istituzionale scopre a portata di mano l’incredibile vertiginoso sogno di potersi proprio istituzionalizzare, indicherei allora il 1992. Quello è l’anno in cui lo Stato ha davvero vacillato. Lì – tra Tangentopoli e le stragi di mafia – qualcosa è successo, la naturale oscenità del potere non è stata più tale perché ha conquistato per un attimo la scena, è stata visibile: è come se la macchina avesse funzionato per una breve stagione a sipario aperto mostrando a tutti i movimenti delle ruote dentate che però poco o nulla avevano a che fare con il normale funzionamento di uno Stato democratico. Questa sensazione la si è avuta pienamente non dopo la morte di Falcone ma dopo quella di Borsellino, la seconda più della prima perché nel caso di Borsellino si trattava di una morte annunciata quanto può esserlo la fine di una legislatura, e il suo compiersi è stata la più grossa e traumatica certificazione dell’abbraccio tra Stato e Antistato che si potesse offrire. Dall’evitato pericolo di un crollo disastroso, due anni dopo nasce Forza Italia: non è un caso che questo sia avvenuto nel momento di maggiore debolezza istituzionale in cui il nostro Paese ha versato dalla fine della II guerra mondiale. Ancora una volta, il berlusconismo è un evento storico, non la Natività laica che fa comodo a tanti italiani, berlusconiani o antiberlusconiani che siano.

L'articolo Antropologia berlusconiana proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/feed/ 4