A sangue freddo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/a-sangue-freddo/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Mar 2021 06:45:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg A sangue freddo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/a-sangue-freddo/ 32 32 L’epistolario di Truman Capote https://minimaetmoralia.it/editoria/lepistolario-di-truman-capote/ Fri, 19 Mar 2021 05:56:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48166 Questo pezzo è uscito su Tuttolibri de La Stampa, che ringraziamo di Nicola Lagioia “Ovviamente ti prego di tener conto che non potrò propriamente finire il libro finché il caso non sarà giunto alla sua conclusione legale, o con l’esecuzione di Perry e Dick (la più probabile), o con la commutazione della pena (assai improbabile). […]

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Questo pezzo è uscito su Tuttolibri de La Stampa, che ringraziamo

di Nicola Lagioia

“Ovviamente ti prego di tener conto che non potrò propriamente finire il libro finché il caso non sarà giunto alla sua conclusione legale, o con l’esecuzione di Perry e Dick (la più probabile), o con la commutazione della pena (assai improbabile). Con i ricorsi alle Corti Federali ancora disponibili tutta la faccenda si trascinerà di sicuro almeno fino all’estate prossima”.

Chi scrive è Truman Capote. Il destinatario della lettera è Bennet Cerf, suo editore nonché tra i fondatori di Random House. È il 10 settembre del 1962, Capote si trova a Palamos, Costa Brava. È arrivato in Spagna tempo prima per ritoccare con calma A sangue freddo. Il libro procede bene, ma Truman non potrà licenziarlo fino a quando non sarà conclusa la vicenda giudiziaria di Perry Smith e Dick Htckock, i due assassini che il 16 novembre del 1959 sterminarono la famiglia Clutter nella loro casa di famiglia a Holcomb, Kansas. Essendo alle prese con una non fiction novel, inventarsi un finale non spetta allo scrittore. Se è vero che nel tempo Capote ha stretto con i due assassini, in particolare con Smith, un rapporto molto intenso – una relazione in cui calcolo professionale e trasporto emotivo si confondono –, le ragioni del libro sono più forti di ogni cosa. L’anno successivo, tornato a New York, Truman scrive al fotografo e costumista Cecil Beaton. I due si vogliono bene, sono amici da molti anni. E così, nel gorgo della confidenza, Truman allenta ulteriormente i freni inibitori, e confessa: “sto malissimo per la tensione e l’ansia. Perry e Dick attendono l’esito del ricorso alla Corte Federale per avere un Nuovo Processo: se dovessero ottenerlo (un nuovo processo) avrò un esaurimento nervoso o qualcosa del genere”.

Un nuovo processo potrebbe salvare la vita ai due imputati. Al contrario, una data certa per la condanna a morte segnerebbe in modo certo il confine cronologico oltre il quale A sangue freddo potrà venire pubblicato. Perry Smith e Richard Hickcock saranno giustiziati il 14 aprile del 1965. Il romanzo che trasformerà il già celebre scrittore in una leggenda inizierà a uscire a puntate sul «New Yorker» nel settembre dello stesso anno, arriverà in volume unico nelle librerie il 17 gennaio 1966.

Le lettere sopra riprodotte, insieme a moltissime altre, sono riunite in libro di grande valore, È durata poco, la bellezza, a cura di Gerald Clark, tradotto in italiano da Francesca Cristoffanini per Garzanti. Il libro raccoglie buona parte delle lettere scritte da Truman Capote tra il 1936 e il 1982, da quando era un preadolescente fino a due anni prima dalla morte. Come la celebre biografia curata da George Plinton – sempre Garzanti – raccontava la vita di Truman attraverso le parole degli altri, cioè i tanti (amici, nemici, amanti) con cui lo scrittore di New Orleans – nato per la seconda volta a New York, la terza in Kansas, la quarta in Europa, finito malinconicamente sulla West Coast, in California – aveva avuto a che fare nel corso di un’esistenza turbolenta e spettacolare, in questo caso è lui a raccontarsi di proprio pugno attraverso le missive che manda agli altri: dall’infanzia bistratta nel Sud ai primi successi, da Colazione da Tiffany a A sangue freddo, dalla sensazione di onnipotenza successiva al Ballo in Bianco e Nero all’azzardo di Preghiere esaudite, il romanzo mai concluso sul “regno del nulla” (il bel mondo dove, da abusivo, Capote riuscirà a intrufolarsi, a diventare nume e giullare prima di tradirlo con inaudita crudeltà e stupefacente candore) che costò allo scrittore il bando definitivo da parte di chi fino a quel momento gli aveva aperto le case delle proprie ville e i pontili dei propri yacht, segnando per la sua vita sociale, emotiva e per la sua carriera letteraria l’inizio di un tracollo.

Emblematiche, per capire l’uomo e l’artista, le due lettere con cui si apre la raccolta.

La prima risale all’autunno del 1936. Truman ha appena dodici anni e sua madre si è risposata con Joe Capote, un uomo d’affari cubano. La lettera è indirizzata ad Archulus Persons, il suo padre biologico, un balordo sempre a rischio di finire in galera che trascura il piccolo senza farsi alcuno scrupolo. La lettera è un capolavoro di nitore e vibrante icasticità (nella corazza dello stile ciò che vibra è forse un certo tipo di dolore).

“Come sai il mio cognome è cambiato da Persons in Capote, per tanto apprezzerei se in futuro ti rivolgessi a me come Truman Capote, dal momento che tutti mi conoscono con questo nome”.

Ma un futuro insieme, per loro due, non ci sarà.

La seconda lettera (la datazione è incerta tra 1939 e 1941) ha come oggetto Thomas Flanagan, all’epoca uno studente di un anno avanti rispetto a Capote alla Greenwich High School.

“Io sottoscritto dichiaro solennemente che qualunque affermazione possa aver fatto sul conto di Thomas Flanagan, o qualunque affermazione io possa avergli attribuito, era calunniosa e falsa”.

Flanagan, destinato a diventare un accademico e scrittore a propria volta, conserverà questo documento per quasi cinquant’anni: il non ancora maggiorenne Truman Capote aveva diffuso delle maldicenze sul suo conto e il calunniato aveva preteso una ritrattazione. Il pettegolezzo elevato a opera d’arte sarà del resto uno dei segni distintivi del Capote di Preghiere esaudite, e vedere nel principio la fine fa effetto.

Nelle lettere – che i destinatari siano addetti ai lavori o amici di baldoria, che si tratti di protestare per non essere stato incluso nella Modern Library “a differenza di Mailer, Salinger, Malamud” o di descrivere la bellezza di Ischia, che ricorrano le allusioni ai suoi rivali letterari o il nome di “Nelle”, la Harper Lee de Il buio oltre la siepe che fu compagna di giochi del Capote bambino e verso la quale Truman ha in queste lettere solo parole di riguardo – Capote conserva la brillantezza che gli conosciamo. Presumendo tuttavia di non avere un pubblico più numeroso di una persona alla volta (almeno fino ad ora), mostra lati di sé che altrimenti forse presenterebbe in modo diverso. Alcune missive risultano preziose perché rivelano segreti della sua tecnica narrativa.

Nel 1960, per esempio, mentre è alle prese con A sangue freddo scrive a un tale Donald Cullivan, un ingegnere di Boston che aveva conosciuto Perry Smith sotto le armi diventandone amico, tanto da deporre al processo come testimone della difesa. Nel suo romanzo verità, Capote si era riproposto di non far intervenire mai il narratore, cioè se stesso. Tutto doveva apparire al lettore come se stesse osservando la realtà senza la mediazione di un maestro di finzioni. C’erano, tuttavia, informazioni che Capote aveva preso di prima mano, e di cui soltanto lui era depositario. Come fare? “Ora, il problema è questo, è una questione tecnica”, scrive dunque a Cullivan, “nel libro non c’è la prima persona – vale a dire che io non figuro e, tecnicamente, non posso farlo. Ora, verso la fine del libro voglio inserire una scena tra te e Perry in cui userò del materiale tratto dalle mie conversazioni con Perry – in due parole, ci sarai tu al mio posto”.

Sono state spese molte parole, negli anni, per dare conto dell’influenza di Capote sulle generazioni successive e avvicendarlo ai nostri contemporanei. Se la prima operazione è doverosa, il secondo tentativo è un salto nel buio. Quante volte ci siamo ritrovati a far dialogare per esempio A sangue freddo con L’avversario di Emmanuel Carrère? A parte l’indagine su un fatto di sangue e la rinuncia alla finzione, non c’è altro da cui queste due importanti opere letterarie siano accomunate. L’avversario è un concerto per voce sola, A sangue freddo è un’opera polifonica. Nel primo caso c’è un narratore invadente (un’invadenza calcolata, consapevole, la cifra di molti libri di Carrère) che interviene, commenta, filosofeggia su tutto, dice “io” a ogni paragrafo. Nel secondo caso l’io narrante è assente. Se ne dovrebbe dedurre che Carrère è un narratore più spericolato di Capote, e che mettendo la propria stessa persona nel lato in luce di una vicenda tremenda (in questo caso il massacro di un’intera famiglia per mano del bugiardo patologico Jean-Claude Romand) rischi di più, mostrando senza orpelli debolezze e fragilità. Niente di tutto questo. Carrère si protegge più di Capote. Tra Carrère e Romand c’è infatti una voragine che non si può colmare, i due sono così diversi (socialmente, caratterialmente, antropologicamente) che noi lettori non li immagineremmo mai a ruoli invertiti. Il rapporto che lega Capote a Perry Smith e Dick Htckock è diverso. Nel biopic del 2005 con Philip Seymour Hoffman, gli sceneggiatori a un certo punto fanno pronunciare a Hoffman-Capote una frase che probabilmente lo scrittore non ha mai detto, ma che rende l’idea. “È come se io e loro fossimo cresciuti nella stessa casa”, dice Capote parlando di Perry e Dick, “solo che io sono uscito dalla porta d’avanti e loro da quella sul retro”. Truman Streckfus Persons, vale a dire, sarebbe potuto essere uno di loro se non fosse diventato Truman Capote.

A sangue freddo è scritto con uno stile perfetto, blindato, adamantino, il quale però lascia trapelare a ogni riga questa inquietudine, questo coinvolgimento, forse anche questo dolore. Proprio il fatto che lo stile sia perfetto ma non sufficiente (perfetto, non sufficiente) rende il libro magnifico.

Questa e altre considerazioni vi verranno facili leggendo È durata poco, la bellezza, la biografia epistolare che per quasi cinquant’anni fa brillare sotto il nostro sguardo questo bambino prodigio, questo adulto problematico, uno scrittore armato solo del proprio talento e di un’audacia rara, capace di salire dal niente sul tetto del mondo per constatare che nulla è eterno e tutto si corrompe. La bellezza, la forza delle sue pagine migliori non hanno salvato lui, possono accompagnare noi ancora per un po’.

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Ventitré cose che ho imparato leggendo “A sangue freddo” di Truman Capote https://minimaetmoralia.it/inchieste/ventitre-cose-che-ho-imparato-leggendo-a-sangue-freddo-di-truman-capote/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/ventitre-cose-che-ho-imparato-leggendo-a-sangue-freddo-di-truman-capote/#comments Sun, 20 Oct 2013 16:51:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15932 Oggi si discute molto di giornalismo narrativo. Da un paio d'anni con Cristiano De Majo ho messo su un laboratorio di scrittura non fiction in cui ragioniamo su testi non-finzionali appunto (memoir, reportage, inchieste, biografie...) che abbiano valore letterario. A un certo punto non potevamo non imbatterci nella pietra miliare della non-fiction del Novecento, il modello assoluto. Dalla lettura di A sangue freddo ho imparato molte cose. Qui ho provato a elencarne ventitré.

0. La vicenda di A sangue freddo è quella di due assassini, Dick e Perry, che sterminano una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote legge questa notizia sulla cronaca locale, si fa mandare dal New Yorker come inviato e passa circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo. Conosce la piccola comunità della cittadina teatro del delitto, Holcomb, conosce Dick e Perry, accumula 8000 pagine di annotazioni e viene coinvolto dal punto di vista letterario e poi umano da questa storia in modo irreversibile. La storia del rapporto tra Capote e A sangue freddo è raccontata da due splendidi film, uno omonimo di Bennett Miller del 2005 e Infamous di Douglas McGrath del 2006.

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Oggi si discute molto di giornalismo narrativo. Da un paio d’anni con Cristiano De Majo ho messo su un laboratorio di scrittura non fiction in cui ragioniamo su testi non-finzionali appunto (memoir, reportage, inchieste, biografie…) che abbiano valore letterario. A un certo punto non potevamo non imbatterci nella pietra miliare della non-fiction del Novecento, il modello assoluto. Dalla lettura di A sangue freddo ho imparato molte cose. Qui ho provato a elencarne ventitré.

0. La vicenda di A sangue freddo è quella di due assassini, Dick e Perry, che sterminano una tranquilla famiglia della provincia americana. Capote legge questa notizia sulla cronaca locale, si fa mandare dal New Yorker come inviato e passa circa sei anni nella scrittura di questo reportage narrativo. Conosce la piccola comunità della cittadina teatro del delitto, Holcomb, conosce Dick e Perry, accumula 8000 pagine di annotazioni e viene coinvolto dal punto di vista letterario e poi umano da questa storia in modo irreversibile. La storia del rapporto tra Capote e A sangue freddo è raccontata da due splendidi film, uno omonimo di Bennett Miller del 2005 e Infamous di Douglas McGrath del 2006.

1. L’epigrafe “Frères humains qui après nous vivez” è tratta dalla Ballata degli impiccati di François Villon. È il secondo capolavoro che leggo in tre mesi che inizia così. Anche Le benevole di Littell cita, solo meno esplicitamente, Villon e i suoi fratelli umani: complici, indissolubilmente complici, carnefici e vittime, nella valle del pianto che è questa terra.

2. Non avevo letto Truman Capote quando sei anni fa mi trovai di fronte quest’articolo di Gabriele Romagnoli che, scrivendo un editoriale in prima pagina su Repubblica sul delitto di Erba, iniziava così:

“E se Truman Capote andasse a Erba? O meglio, non essendo più lo scrittore americano tra noi, se qualcuno portasse il suo libro A sangue freddo sul luogo del quadruplice delitto? E ne ricavasse suggestioni? Di tipo letterario, certo, ma anche sociale e, perfino, investigativo? Arrivando, in attesa della conclusione, a qualche intermedia, ma non meno significativa conclusione? Ci pensavo mentre mi preparavo ad andare a Ferrara. Al liceo Ariosto”.

Glossava l’articolo ipotizzando che, come per il delitto di A sangue freddo, probabilmente anche per Erba si sarebbe scoperto che i colpevoli non erano interni a questa comunità coesa, ma erano di fuori. Tre giorni dopo venivano incriminati Olindo e Rosa, i vicini di casa.

3. Il pezzo di Romagnoli è indicativo di come molti (me compreso) pensino, abbiano pensato il reportage narrativo oggi. Ossia sostituendo la presunta forza intuitiva della letteratura all’impegno sul campo dell’indagine. Truman Capote si trova a fare qualcosa di completamente diverso quando si fa mandare dal New Yorker a Holcomb: non sa quanto rimarrà, non si dà limiti, sa che la fede nella letteratura lo aiuterà fino a un certo punto, ha bisogno di moltissimo tempo e di moltissima osservazione.

4. Un primo livello di analisi necessario a un reportage narrativo è quello dell’esame quantitativo, obiettivo: da un punto di vista dell’antropologia, si direbbe etico e non emico. Non solo colori, impressioni, considerazioni, ma numeri, condizioni materiali.

“L’agricoltura è sempre un’impresa incerta, ma dal Kansas occidentale chi se ne occupa si considera un giocatore nato poiché deve combattere con precipitazioni estremamente ridotte (la media è quarantacinque centimetri) e con angosciosi problemi di irrigazione”.

“La casa per la maggior parte progettata dal signor Clutter che si era dimostrato architetto razionale e giudizioso, se non eccessivamente estroso, era stata costruita nel 1948, con una spesa di quarantamila dollari. (Attuale valore: sessantamila dollari).”

5. Un secondo, complementare livello di analisi implica l’attenzioni alle qualità, per esempio appunto, ai colori, ai suoni, agli odori:

“Quanto all’interno c’erano morbide distese di tappeti color sangue di bue che celavano a tratti lo scintillio dei pavimenti verniciati, sonori; un immenso divano da soggiorno ricoperto di una stoffa granulosa intessuta di fili bianchi lucenti, di metallo argenteo, un angolo per la prima colazione costituito da un banco ricoperto di plastica bianca e blu”.

6. Capote ha la capacità di creare dei microracconti che drammatizzino il quotidiano; ciò è possibile grazie alla sfrontatezza che deve avere lo scrittore nel sentenziare frasi sul mondo. Questo serve sia a regalare semplicemente bellezza, sia a alimentare una specie di suspense:

“Dopo avere bevuto un bicchiere di latte e essersi messo in capo un berretto foderato di pelo, il signor Clutter uscì all’aperto, mordicchiando una mela, a godersi la mattinata. Era il tempo ideale per mangiare mele; dal cielo purissimo scendeva la più abbacinante luce del sole e un vento dell’est faceva frusciare, senza strapparle, le ultime foglie sugli olmi cinesi. L’autunno ripaga il Kansas orientale di tutti i mali imposti dalle altre stagioni: i rabbiosi venti invernali del Colorado e le navi alte fino ai fianchi, sterminatrici di pecore; il fango e le strane brume di terra della primavera; e l’estate, quando persino i corvi ricercano l’esigua ombra e la cuprea infinità delle spighe avvampa”.

Oppure – qui vediamo una specie di strana naturale premonizione di quello che accadrà dopo, semplicemente attraverso la citazione dello spago:

“Il brivido del vicino crepuscolo attraversò l’aria e sebbene il cielo fosse ancora di un azzurro intenso, gli alti steli dei crisantemi nel giardinetto lanciavano ombre sempre più lunghe; il gatto di Nancy giocava vicino a loro, afferrando con lo spago con cui Kenyon e il vecchio legavano le piante. Improvvisamente Nancy arrivò attraverso i campi in groppa alla grassa Babe, Babe che tornava dalle sue gioie del sabato, un bagno al fiume. Teddy, il cane, le accompagnava, e tutti e tre erano lucidi di spruzzi d’acqua”.

7. L’utilizzo sovrabbondante, millimetrico dei dettagli ha – come suo speculare – il tentativo di trovare in un’espressione la sintesi di pagine di descrizione e riflessione. Tipo:

“Tuttavia, come spesso osservava il signor Clutter, ‘due centimetri di pioggia in più e questa regione sarebbe il paradiso terrestre’”

8. La capacità iperdescrittiva di Capote si appunta soprattutto sui dettagli fisici dei volti:

“Era un volto mutevole e gli esperimenti guidati dallo specchio avevano insegnato a controllarne le espressioni, a sembrare ora inquietante, ora malizioso, ora sentimentale; un leggero movimento del capo, una contrazione delle labbra, e lo zingaro corrotto si trasformava nel nobiluomo romantico. Sua madre era una Cherokee puro sangue, e da lei aveva ereditato i colori: la pelle color iodio, i liquidi occhi scuri, i capelli che teneva imbrillantinati, abbastanza folti da permettergli lunghe basette e una frangetta untuosa. I doni di sua madre erano evidenti: meno lo erano quelli del padre, un irlandese lentigginoso, dai capelli sale e pepe. Pareva che il sangue indiano avesse cancellato ogni traccia di stirpe celtica. Tuttavia le labbra rosee e il naso all’insù ne confermavano la presenza, insieme a una specie di malizia, di arrogante egocentrismo irlandese che spesso animavano la maschera cherokee e ne prendevano l’assoluto controllo quando egli suonava la chitarra e cantava”

9. L’utilizzo di elenchi di apposizioni e attributi che servono a creare delle mappe dei personaggi o addirittura delle micronarrazioni:

“Dove trovasse il tempo, e ancora riuscisse a ‘dirigere praticamente quella enorme’, a essere un’eccellente studentessa, presidentessa del suo Lega Giovanile Metodista, abilissima cavallerizza, ottima musicista (piano e clarinetto), vincitrice annuale della fiera della contea (pasticceria, conserve, lavorio di cucito, composizioni floreali)…”;

“Quando era arrivata a Holcomb, bambinetta malinconica, fantasiosa, sottile, pallida, sensibile, allora di otto anni, uno in meno di Nancy, i Clutter l’avevano adottata con tale calore che la ragazzina della California, senza padre, in breve era divenuta quasi una della famiglia”.

10. Le metafore sono ipercesellate tanto da risultare quasi inverosimili nella loro perfezione:

“Aveva una voce dolce e affettata al tempo stesso, una voce che, sebbene morbida, formava ogni parola con esattezza, emettendola come un anello di fumo soffiato dalla bocca di un religioso”.

11. Con una sicurezza assoluta dei propri mezzi, Capote evita di anticipare il fattaccio del libro. Segue in parallelo vicende di vittime e assassini, senza mai fare un accenno a quel che sta per accadere, creando si potrebbe dire una tensione naturale, una specie di tecnica da horror di Dario Argento che consiste semplicemente nel descrivere di più, molto di più, alcune scene che non hanno nulla di apparentemente significativa, come aumentando la percezione. Soltanto a pag. 43 nell’edizione italiana, questa tensione naturale trova una sua specie di sollievo, quando Capote scrive:

“Ora, in quel suo ultimo giorno di vita, la signora Clutter appese nell’armadio la vestaglia di cotonina che indossava, infilò una delle sue lunghe camicie da notte e dei calzini bianchi puliti”.

Nel secondo e ultimo segnale di questo tipo ci imbattiamo soltanto a pag. 73:

“Quella sera, dopo esserseli asciugati e spazzolati e raccolti in un leggero foulard, prese dall’armadio gli indumenti che avrebbe indossato l’indomani per andare in chiesa, calze di nailon, scarpe nere, un abito di velluto a coste rosso, il più grazioso che aveva, fatto da lei stessa. L’abito con cui sarebbe stata seppellita”.

12. Capote ricomincia sempre. Ogni paragrafo gli serve per ripartire da un altro punto di vista, rimettendo in carica la molla dell’attenzione. A pag. 45, ricomincia come se si fosse all’improvviso ricordato di scrivere un romanzo ottocentesco, tipo Il rosso e il nero:

“Tra Olathe, un sobborgo di Kansas City, e Holcomb, che si potrebbe definire un sobborgo di Garden City, corrono più o meno seicento chilometri. Garden City, un centro di undicimila abitanti, aveva cominciato a accogliere i suoi fondatori poco dopo la Guerra Civile. Un cacciatore girovago di bufali, il signore C.J. (Buffalo) Jones aveva avuto un’influenza notevole sul successivo sviluppo di quel gruppo di casupole, in un opulento centro di fattorie con locali dove si faceva baldoria, un teatro e un albergo più raffinato che si potesse trovare tra Kansas City e Denver…”.

Poi, come capita spesso nei romanzi dell’Ottocento, pensate a Stendhal certo, ma anche a Verga o Manzoni, ecco comparire una specie di “personaggo eventuale”, un “chiunque”:

“Chiunque abbia compiuto il viaggio da una costa all’altra dell’America, in treno o in auto, è probabilmente passato da Garden City, ma è ragionevole che pochi viaggiatori se ne ricordino”.

Oppure, a pag. 84:

“Nel giro di ventiquattro ore, otto treni passeggeri attraversano Holcomb senza fermarsi. Di questi, due raccolgono e depositano la posta, operazione che, come spiega con fervore la persona incaricata ha il suo lato rischioso…”

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Il pozzo senza Orfeo https://minimaetmoralia.it/societa/3279/ https://minimaetmoralia.it/societa/3279/#comments Mon, 22 Nov 2010 09:22:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3279 Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

di Christian Raimo

Ora che la nostra attenzione è magnetizzata dagli occhi più o meno pixelati di Ruby e sull’omicidio di Sarah si sta delineando una più limpida verità giudiziaria, possiamo parlarne senza farne gossip.

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Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore.

Ora che la nostra attenzione è magnetizzata dagli occhi più o meno pixelati di Ruby e sull’omicidio di Sarah si sta delineando una più limpida verità giudiziaria, possiamo parlarne senza farne gossip. Il rischio fondamentale per uno scrittore nell’avvicinarsi a una vicenda come quella di Avetrana è di pensare che la propria intelligenza sui simboli del male, sullo spettacolo del dolore, possa funzionare meglio come chiave d’accesso di quella investigativa della polizia o di quella documentaria dell’informazione.

È la suggestione di poter fare A sangue freddo semplicemente col proprio intuito e con qualche mirabilia retorica; una presunzione che abbiamo tutti che ci muoviamo in questo genere ibrido tra commento, reportage, racconto, analisi. Per dire, una cantonata esemplare e memorabile la prese Gabriele Romagnoli quando qualche anno fa scrisse un lungo pezzo su Repubblica intitolato proprio La strage di Erba secondo Capote. Invitato in un liceo di Erba con A sangue freddo sotto braccio, applicò insieme la strumentazione euristica del libro arrivando a concludere che l’impianto accusatorio della polizia era un po’ deboluccio, che nell’omicidio forse non c’entrava né l’odio né la psicosi e che probabilmente il colpevole – come era stato per il delitto di Holcomb – veniva da fuori: il male, quel male, era esterno alla comunità. Cinque giorni dopo arrestarono Olindo Romani e Rosa Bazzi, vicini di casa, rei confessi.

Ma non siamo disfattisti. Perché dall’altra parte dello spettro delle reazioni può restare a un certo punto, in mezzo a tanti commenti e analisi, soltanto il desiderio di silenzio, di un silenzio che rischia però di essere mera afasia, voglia di liquidare tutta l’attenzione (anche normale per un caso del genere) come terribile morbosità. Dopo l’indigestione di informazione, ecco scaturire per contrasto un immediato richiamo all’inedia – come ha scritto Stefano Nazzi sul post.it: “Venite via, basta. Parte uno, partono tutti. Lasciate Avetrana, è ora. Scrivo di cronaca, me ne occupo per lavoro. Credo che vada raccontata: è ciò che accade, e ciò che accade va descritto, si capiscono i mondi e la gente, l’Italia è anche, e molto, quello che è successo, quello che si è visto e ascoltato in questi 50 giorni. Però c’è un limite. Ora è un gioco, una grande gioco che fa paura”. È una reazione comprensibile certo, soprattutto con i giornali on-line che propongono sondaggi del tipo: “Vi aspettavate che la cugina fosse coinvolta nell’omicidio?”. Così rispetto a una realtà iper-rappresentata e iper-narrata (da Cogne a Garlasco a Perugia a Erba a Avetrana), la tentazione diventa quella di evitare il confronto, di smettere di dire la propria, per non entrare nel circolo vizioso del gossip sulla morte. (Anche se qui il pericolo peggiore è che, per smarcarsi dal chiacchiericcio o dall’accanimento mediatico, si sprofondi in qualche altra retorica mortale – vedi il sentimentalismo necrofilo di una Barbara Palombelli e del suo “occhi di cerbiatto, Bambi che sei tu”).

Ma il timore più grosso che forse ci spinge a invocare a una fuga da Avetrana è la paura di rimanere imprigionati in questa sorta di cerchio magico che con le sue narrazioni mitiche via via sempre più avvolgenti e fuorvianti (la scomparsa della ragazzina, il mostro facebook che seduce gli innamorati innocenti, lo zio bugiardo e orco, il gineceo…) ci cattura magneticamente: non riusciamo a parlare d’altro, come si dice. Mentre sullo sfondo del nostro inconscio collettivo appare il dispositivo mitologico della piccola postmodernità italiana, la tragedia di Vermicino, con le sue giornate di infinita diretta e il suo riverbero emotivo che dura da generazioni. Nel racconto dell’omicidio di Sarah Scazzi vediamo che quest’incantesimo non solo ne replica l’immagine ancestrale (l’innocente nel pozzo), ma ne svela anche il meccanismo di senso: quel pozzo che attira verso di sé chi anche soltanto si avvicina sul bordo a guardare. Prima i complici presenti sulla scena del delitto, poi la televisione con i suoi riti, infine tutti noi, che ne rimaniamo incantati.

C’è una storia raccolta nelle Fiabe italiane di Calvino che si intitola Bastianello. Ci sono a un certo punto lui e lei, i protagonisti che si sono appena sposati; e il giorno del matrimonio, al banchetto, la neo-moglie va in cantina a riempire la brocca perché il vino è finito. Mentre il vino scende dalla botte, lei comincia a divagare col pensiero fino a immaginare: “E se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”, e comincia a piangere a dirotto. Passa del tempo, e siccome la figlia non risale, la madre scende lei in cantina e trovandola in lacrime, le domanda cosa è accaduto. La figlia le dice: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”. A sentire il racconto della figlia, anche la madre scoppia a piangere, mentre il vino allaga la cantina. E dopo un po’ anche il padre, non vedendo risalire né la moglie né la figlia, decide di scendere pure lui. Chiede: “Perché piangete?”. E la figlia gli ripete: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… oh che dolore!”. E il padre piange anche lui, mentre il vino continua a fuoriuscire e inondare tutto. Finché, visto che non risale nessuno, non scende anche lo sposo. Va in cantina, vede che tutto il lago di vino per terra, i tre in lacrime, e chiede pure lui: “Perché state tutti a piangere?”. La sposa glielo ridice: “Ho pensato: e se restassi incinta, e questo figlio si chiamasse Bastianello, e se poi questo figlio si ammalasse e morisse… che dolore!”. Allora lo sposo sbotta: “Per questo piangete! E fate sprecare per terra tutto questo vino! Ma voi siete proprio stupidi! E io dovrei passare la mia vita con gente stupida come voi? Preferisco andarmene in giro per il mondo da solo finché non avrò incontrato tre persone più stupide di voi!”.

La cantina di Bastianello che risucchia tutta la famiglia, fa sprecare il vino e manda a monte il matrimonio ricorda proprio un po’ il pozzo mediatico di Avetrana: un buco nero dove il familismo amorale dell’Italia premoderna si fonde perfettamente con la soapizzazione tossica della fiction post-moderna. Lo sposo capisce che se non vuole rimanere anche lui imprigionato in cantina a affogare nel vino è meglio che se ne scappi al più presto.

Eppure negli stessi giorni di Avetrana, abbiamo assistito a un’altra storia dal fascino mitico, quella dei 33 minatori cileni sequestrati anche loro da un pozzo nella terra e dall’attenzione dei media. Anche lì c’era un paese dimenticato, la faccia oscura di una nazione diventata ricca e ipertecnologizzata grazie al rame e ai suoi profitti. Ma nel caso del tunnel di Atacama, la differenza sta (anche indipendentemente dal lieto fine) nella risoluzione della storia: lì si è provato da subito a rompere l’incantesimo. E il pozzo invece di risucchiare l’intero Cile con le sue proiezioni emotive, ha risputato fuori uno a uno i minatori, trasformando un mito di morte in un racconto di resurrezione.

A spezzare il cerchio magico del pozzo maledetto nel caso dei minatori è stata a ben vedere la politica, ossia l’idea che un’altra narrazione collettiva fosse possibile. Il presidente Sebastian Piñera ha scelto di mettere la sua faccia e il suo corpo nella vicenda e di trasformarsi in una specie di trentaquattresimo minatore, rischiando sì di venire travolto dal fallimento se le operazioni di salvataggio non fossero andate a buon fine, ma assicurando soprattutto che il destino nazionale dovesse essere un destino comune.

Nel caso di Avetrana, quello che vediamo mancare è proprio questo genere di politica, quella di un racconto condiviso, nonostante la fame di questa co-narrazione sia evidente. Qualche giorno fa sono cominciati a arrivare anche i pullman nel paesetto pugliese, e la notizia è stata stigmatizzata. Ma forse non bisogna fare così i moralisti con i voyeur: perché non si dovrebbe voler vedere con i propri occhi quello che accade lì? Perché si dovrebbe impedire alla gente, come ha deciso di fare il sindaco, di riconoscersi in una delle poche narrazioni collettive che ci è data? Piuttosto la domanda che dovremmo farci è un’altra: perché in Italia non c’è nessun Orfeo che venga a catturarci fuori dall’averno di Avetrana? Perché non c’è nessun’altra retorica se non quella della continua mostrificazione per parlare di ciò che accaduto intorno alla vita e alla morte di Sarah Scazzi?

In questo senso la Rai, il servizio televisivo pubblico italiano continua a mancare completamente il suo ruolo, gonfiando di un devastante rumore di fondo l’unica voce di senso presente: quella di una polizia che sta indagando come in un giallo d’altri tempi – senza marcatori, tracce biologiche, ricostruzioni del dna, ma utilizzando invece il confronto delle testimonianze, l’esame delle contraddizioni… Ma ancora più della Rai, a mancare è una politica che rappresenti una voce di responsabilità, che incarni un padre capace di prendere su di sé il dolore di questa tragedia che tocca tutti. Non un uomo della Provvidenza, ma un principio di etica pubblica, un senso di responsabilità che si dovrebbe accendere in tutti noi. Noi che dopo aver assistito ai contorni terribili di questo dramma, ci sentiamo chiamati anche a dire la nostra, a non fare la figura degli sposi che scappano per paura di rimanerci invischiati, ma a essere tanti piccoli Orfeo che sappiano porgere la mano a Euridice senza voltarsi indietro.

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