Abdur Rahman Khan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abdur-rahman-khan/ un blog di approfondimento culturale Mon, 31 Mar 2014 16:30:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Abdur Rahman Khan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abdur-rahman-khan/ 32 32 Diario afghano, prima parte https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-prima-parte/ https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano-prima-parte/#comments Mon, 31 Mar 2014 16:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19695 Sabato 21 marzo, Kabul

Un’isola di calma ed eleganza in un mare di traffico e clacson. Un fortino sempre più militarizzato. Nel corso degli anni il Serena Hotel – dove giovedì 20 marzo 4 giovani barbuti sono riusciti a infiltrarsi e a uccidere 8 persone al ristorante – si è chiuso su se stesso. Le mura di cemento esterne più alte e robuste, i controlli più attenti. Per difendersi dai taleban, che qui già erano entrati nel 2008 facendo sette vittime. Ma un po' anche dai poveracci che dal bazar sul lungofiume Kabul spuntano sulla grande piazza del parco Zarnegar, gesticolando ai conducenti dei taxi collettivi. Fuori i gas di scarico anneriscono il mausoleo dell’emiro Abdur Rahman Khan, appena restaurato. Dentro, dall’altro lato della strada, l’aria pulita dell’hotel Serena. Le stanze linde, arredate all’orientale ma senza ammiccamenti. Attrezzate sale conferenze.

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Sabato 21 marzo, Kabul

Un’isola di calma ed eleganza in un mare di traffico e clacson. Un fortino sempre più militarizzato. Nel corso degli anni il Serena Hotel – dove giovedì 20 marzo 4 giovani barbuti sono riusciti a infiltrarsi e a uccidere 8 persone al ristorante – si è chiuso su se stesso. Le mura di cemento esterne più alte e robuste, i controlli più attenti. Per difendersi dai taleban, che qui già erano entrati nel 2008 facendo sette vittime. Ma un po’ anche dai poveracci che dal bazar sul lungofiume Kabul spuntano sulla grande piazza del parco Zarnegar, gesticolando ai conducenti dei taxi collettivi. Fuori i gas di scarico anneriscono il mausoleo dell’emiro Abdur Rahman Khan, appena restaurato. Dentro, dall’altro lato della strada, l’aria pulita dell’hotel Serena. Le stanze linde, arredate all’orientale ma senza ammiccamenti. Attrezzate sale conferenze. Un ristorante ricercato, dove perfino l’inglese parlato ai tavoli risulta ovattato. Cene professionali o galanti, qualche scollatura. Occidentali impacciati nei loro ampi vestiti all’afghana. Disinvolti afghani in completi scuri, tagliati con cura dai sarti del quartiere Bahrestan. L’hotel Serena è il posto dove incontrarsi, per chi conta qualcosa in città. Il posto da espugnare, per i Talebani. Un fragoroso effetto mediatico con risorse ridotte. Pezzi grossi locali e soprattutto stranieri, cioè importanti. Nei giorni scorsi due altre stragi erano passate quasi inosservate: al bazar di Maimana (provincia di Faryab, nord-ovest del paese, confine con il Turkmenistan) e a Jalalabad, verso il confine con il Pakistan. I morti erano di più, ma afghani, con un minor peso specifico sul piatto della comunicazione. Colpendo il Serena hotel, la capitale e gli stranieri, i turbanti neri hanno fatto il loro spot elettorale. E già annunciano i prossimi.

Domenica 22 marzo, Kabul

Solo oggi il bazar è tornato a macinare affari a pieno regime, le macchine a intasare le strade e Kabul a essere la città chiassosa e inquinata di sempre. Venerdì e sabato erano ancora giorni di festa. Giorni in cui stare in famiglia o con gli amici, per festeggiare il Nowroz, il nuovo anno. “Ma qui a Kabul non si festeggia più come prima. Una volta si ballava di più, si faceva musica. Ora è tutto cambiato”. A rimpiangere i bei tempi andati è un distinto signore cinquantenne. Abita a qualche centinaio di metri da Chicken Street – la via prediletta dai freakettoni negli anni Settanta che venivano a cercare le prelibate resine afghane -, a qualche edificio di distanza dall’ambasciata dell’India, più volte presa di mira dai barbuti, a due passi dalla sede dell’Unione europea. È un uomo che può rivendicare nobili discendenze. Veste un abito cucito su misura, porta un foulard al collo, i capelli accompagnati all’indietro con il gel. Venerdì ero suo ospite per cena. In una casa retrò, costruita negli anni Sessanta, sopravvissuta alla furia edilizia, arredata con cura dall’anziana madre e amministrata da una governante cicciottella dallo sguardo bonario. Le foto appese alle pareti raccontavano degli avi, dei legami di sangue, della storia passata del paese. Quella attuale non piace molto a quest’uomo che vive molti mesi in Belgio e rientra in Afghanistan solo per stare con la madre e curare gli affari. Per lui, la parentesi del governo talebano, anche se breve, ha interrotto molte tradizioni. “Per fortuna, non quelle culinarie”, aggiunge prima che vengano portate in tavola delle coppe di frutta secca: “deve mangiarle, è tradizione qui da noi”, dice. “Le abbiamo fatte in casa”.

Lunedì 23/martedì 24 marzo, Kabul/Mazar-e-Sharif

8 milioni di dollari e qualche spiccio. Qui a Kabul c’è chi pretende di sapere la cifra intascata in questi anni da Karzai con il suo “sistema mafioso”, fatto di politica e affari. Il posticipo della firma sul trattato bilaterale di sicurezza con gli Usa? Una mossa per prendere tempo mentre negozia la buona uscita e mette al riparo dalle brutte sorprese il patrimonio accumulato. Il futuro quando lascerà l’Arg, il palazzo presidenziale? Anche se il suo candidato – Zalmai Rasoul – non dovesse vincere, continuerebbe a influenzare il quadro politico. Nessuno dei candidati è poi così autonomo. Neanche lo storico rivale, Abdullah Abdullah, leader dei tajiki dell’Alleanza del nord.

A Kabul non si fa che parlare di politica. Della transizione dal sistema di potere Karzai a un nuovo sistema, che dovrà convivere con il precedente, chiunque vinca il 5 aprile. Zalmai Rasoul, già ministro degli Esteri dal 2010 al 2013, è il candidato di Karzai. Ma è debole. Privo di carisma. Senza sostanza. Così dicono in molti, temendo che Karzai gli metta a disposizione le risorse – economiche e non solo – dello Stato e del governo. Mobilitando o facendo comparire  voti essenziali. Un aiuto per sostenere una candidatura sbiadita.

Abdullah Abdullah – anche lui già ministro degli Esteri dal primo governo a interim fino al 2005 – gira in lungo e in largo il paese. In ogni comizio ripete il mantra preventivo e accusatorio delle frodi. Alle presidenziali del 2009 rinunciò al ballottaggio, accusando Karzai di aver rubato. Oggi ammonisce dal “commettere errori”. Ma secondo alcuni si starebbe già annusando con il presidente uscente, per evitare che l’eventuale ballottaggio diventi infuocato e veda entrambe le cordate perdenti. Abdullah Abdullah non è il solo a insistere sulle frodi. Ogni tanto un leader politico si affaccia in tv o alla radio e minaccia peste e corna in caso di brogli. L’accusa è rivolta a tutti. Tutti frodano, pare. Degli 11 candidati nella lista iniziale solo due non avrebbero falsificato le 100.000 firme necessarie per la candidatura, mi raccontano qui a Kabul. Per tutti gli altri, la Commissione elettorale indipendente avrebbe dovuto fare buon viso a cattivo gioco. L’ultimo in ordine di tempo a invocare trasparenza è stato il potente governatore di Balkh, Mohammad Atta. Non è candidato ma sta facendo valere tutto il suo peso politico (aiutando proprio Abdullah Abdullah), con cui condivide l’appartenenza al partito Jamiat-e-Islami.

Chi sembra acquistare peso politico è il terzo grande favorito, Ashraf Ghani, il tecnocrate colto a cui Karzai ha affidato il coordinamento del processo di transizione. Nel 2009 guadagnò un misero 2.9% di voti. Oggi è forte. Rischia di vincere. Anche grazie a una piccola, grande rivoluzione: l’aver rotto la tradizionale formula del ticket presidenziale. Quello che rispetta il peso demografico delle “etnie politiche”: il candidato presidente pashtun (il gruppo maggioritario), il primo vice tajiko, il secondo hazara. Ghani come secondo ha scelto invece Dostum, leader della comunità uzbeca. Senza di lui l’ex rettore dell’università di Kabul e funzionario della Banca mondiale sarebbe un cavallo spompato. Con il secondo vice Sarwar Danish (già ministro della Giustizia), punta ai voti degli hazara delle province centrali. Con Dostum farà il pieno di voti in alcune province settentrionali. Ghani ha mandato giù il curriculum insanguinato del generale Dostum, pur di averlo con sé. Ma a condizione che il leader del Jumbesh-e-Milli facesse mea culpa sui crimini passati: Dostum ha farfugliato qualcosa sulle proprie colpe, “simili a quelle di tanti”.

E Ghani – dipinto come un uomo metodico e supponente votato al potere – ha incassato il suo appoggio. Potrebbe essere quello fondamentale per entrare dalla porta principale dell’Arg. È temuto dai rivali. Tanto da essere al centro di una vera e propria campagna diffamatoria: nei villaggi rurali gira la voce che non sia musulmano. Che sia un kafir, un infedele. E che sua moglie sia perfino ebrea. Certo Ghani non piace ai mullah, ai conservatori religiosi. Ma piace molto ai giovani istruiti. E’ su di loro che conta. Sena disdegnare il consenso dei comandanti locali – quanti hanno guadagnato il potere combattendo negli anni precedenti. Perché in Afghanistan senza di loro non si va da nessuna parte. E senza buoni interlocutori si capisce poco della politica locale: per capirne qualcosa di più mi sono affidato ai miei referenti più fidati: Mir Ahmad Joyenda, già parlamentare, attivista della società civile, commentatore televisivo ambito da tutti; Hamidullah Zazai, direttor di una organizzazione non governativa che promuove il pluralismo dei media. Aziz Rafiee, il volto più noto della società civile post-talebana. Timur Hakymiar, direttore di una fondazione culturale. E l’italiano Fabrizio Foschini, analista politico dell’Afghanistan Analysts Network. Oltre a un paio di altre persone.

Giovedì 27 marzo, Mazar-e-Sharif/Kunduz

1 Toyota corolla, 5 passeggeri, 300 km, 4 ore di percorso, tre posti di blocco, due soste per pisciare e 700 afghanì (9 euro circa) da pagare. E’ il bilancio del viaggio di oggi da Mazar-e-Sharif a Kunduz (passando per Pul-e-Khumri). Mazar è la principale città della provincia di Balkh, il centro culturale del nord-Afghanistan, dove ha sede l’università più prestigiosa e più ambita di questa parte del paese e dove la gente viene per lavorare o cercare lavoro. Qui l’economia tira. Grazie ai traffici transfrontalieri con l’Uzbekistan, favoriti dall’unico tratto di ferrovia dell’intero Afghanistan. E grazie alla gestione autoritaria ma convincente del governatore Mohammad Atta Noor. Ha convinto gli imprenditori locali e stranieri che Mazar può davvero diventare un hub commerciale dell’Asia centrale. Sono arrivati soldi e coperture politiche. Lo scorso giugno è stato inaugurato il nuovo aeroporto internazionale. 63 milioni di dollari, sborsati principalmente dai tedeschi e dagli arabi degli Emirati. È un gioiello di efficienza, a paragone degli altri scali afghani, Kabul compresa. Atta rivendica di aver fatto bene. È un pezzo grosso della politica nazionale. Non è in corsa per le presidenziali del 5 aprile ma come mi racconta Zamir Saar, già giornalista per Pajhwok e lettore di lingua pashto alla Balkh University, sta usando il suo peso politico per assicurarsi un ruolo di primo piano. Quello di governatore o di ministro, se vincesse Abdullah Abdullah, leader dei tajiki dell’Alleanza del nord. Ora che è morto il maresciallo Fahim, il vice-presidente sostituito da Qanooni, i margini di manovra per Atta sono ancora più ampi. Staremo a vedere su quale poltrona si siederà in futuro.

Anche Kunduz, capoluogo dell’omonima provincia, cerca di crescere grazie ai legami con il nord, in questo caso con il Tajikistan. Ma le cose non vanno come dovrebbero. Rispetto a qualche anno fa l’intera provincia è molto più sicura, ma ogni tanto arriva qualche “scossa”. E’ successo un paio di giorni fa, quando un kamikaze si è fatto esplodere tra la folla che seguiva una partita di buzkashi. Venti i morti, molti i feriti. La notizia è stata poco raccontata, fuori dall’Afghanistan. Perché Kunduz non è Kabul. E perché nel frattempo, proprio a Kabul, i turbanti neri mettevano a segno un colpaccio: l’attacco alla sede della Commissione elettorale indipendente, l’organismo che ha il compito di organizzare le elezioni. Gli scontri tra i Talebani e le forze di sicurezza sono andati avanti per ore, catturando l’attenzione dei media. Il contraccolpo psicologico è stato forte: prima l’attacco al Serena Hotel di Kabul, destinato agli osservatori internazionali, che lì alloggiavano. Poi quello agli osservatori nazionali. Due su due. Un successo per la propaganda dei seguaci del mullah Omar, che hanno minacciato e ribadito di voler colpire i seggi elettorali e chiunque sia legato alla “farsa delle elezioni”.

Girando per le animate vie del centro di Kunduz (vedi foto), il ricordo dell’attentato di pochi giorni fa sembra già svanito. Me lo conferma Jamaluddin Saberi, giovane lettore alla facoltà di Legge e scienze politiche dell’università privata Salam. “Più che degli attentati, la gente teme le frodi. In più, è molto disillusa. Anni fa aveva molte aspettative, oggi disilluse”. Per Saberi la partecipazione al voto potrebbe essere scoraggiata dal disincanto, piuttosto che dalla paura degli attentati. Il giorno dopo l’attacco, c’erano migliaia di persone per il comizio di Abdullah Abdullah, che qui macina consenso anche grazie all’appoggio dell’uomo forte della provincia, Mir Alam Khan. Non ha posti governativi, ma almeno duemila uomini pronti a prendere le armi in qualunque momento. Fa quel che vuole nella provincia di Kunduz. E si accorda con chi gli pare, come mi raccontnoa molte delle persone incontrate: Hedajatullah Haqmal, giovane preside della facoltà di Legge e scienze politiche dell’università di Kunduz; l’energica Marzia Rostami, direttrice di un’organizzazione non governativa che lavora per i diritti delle donne e degli adolescenti; Habibullah Shinwari, dell’Afghan Civil Society Forum Organization; il ricercatore Taib Zundai; l’attivista Jawad Aiazi, che cerca di convertirmi all’Islam e di farmi sorbire 30 puntate di un programma tv su uno dei compagni di strada del profeta Maometto, etc etc.

Tra i sostenitori del dottor Abdullah c’è anche Sami, uno dei ragazzi dello staff del Kunduz hotel. Albergo statale gestito in modo svogliato ma simpatico, ha il fascino dei vecchi edifici dalla bellezza tramandata. Di giorno, quando è illuminato dal sole, sembra tornare a splendere. Di notte, quando la città si fa silenziosa e le luci si spengono, diventa spettrale. Gli ampi corridoi deserti, dove bighellonano solo i ragazzi dello staff, pronti a sfottersi e inseguirsi. Il più piccolo è proprio ,Sami, ed è il bersaglio di tutti. Lui sta al gioco e rilancia divertito. Alle 18.30 bussano alla porta. Mi trovo davanti un omone con la barba brizzolata. È il capo della Nds, la National Directorate of Security, i servizi segreti che qui sono un po’ meno segreti che altrove. Dietro di lui, gli uomini armati. “La solita storia”, penso: con un paio di giorni di ritardo le forze di sicurezza si accorgono di uno straniero che scorazza per la città. Poco abituati, quasi increduli, vanno a controllare. A volte finisce bene, con una pacca sulle spalle e tante scuse. Altre volte meno. Come quella volta a Farah, nel sud-ovest del paese, quando in piena notte mi tirarono fuori – “per motivi di sicurezza” – da una stanza offerta dal direttore dell’ospedale provinciale.

Qui a Kunduz è tutt’altra storia. Sono venuti a controllare che l’unico cliente dell’hotel sia in regola. Che non sia una minaccia. È in arrivo un pezzo grosso: Gul Agha Sherzai. Già governatore della provincia di Kandahar e, fino a poche settimane fa, di quella di Nangarhar (al confine con il Pakistan), Sherzai è uno dei personaggi politici più conosciuti del paese. E anche uno dei più criticati. E’ accusato di aver trafficato armi, droga, di aver fatto accordi sottobanco con i Talebani quando era governatore di Kandahar, di essersi intascato milioni di dollari con le tasse sui traffici transfrontalieri con il Pakistan, da wali di Nangarhar. Lui ha sempre negato. Ma le accuse sono aumentate di anno in anno. Così come il suo peso politico. Cresciuto a tal punto che ha rassegnato le dimissioni pur di presentarsi alle presidenziali. Non vincerà, questo è certo. Ma potrà vendersi al miglior offerente, per il ballottaggio.

Il suo arrivo al Kunduz hotel provoca uno sconquasso. I ragazzi dello staff, abituati alla letargia, schizzano da tutte le parti. Ufficiali dell’esercito, della polizia e della Nds si alternano, facendo su e giù tra il primo e il secondo piano. Arrivano degli anziani signori con dei turbantoni in testa, da pashtun doc. Si mettono in fila, l’uno dietro l’altro ad aspettare l’uomo-buldozer, come viene soprannominato (il soprannome gli è stato dato da Karzai, e Sherzai ha scelto prorprio il buldozer come smbolo elettorale). Gul Agha Sherzai arriva su una jeep bianca sulle cui fiancate fanno bella mostra due manifesti elettorali con il suo faccione ben pasciuto. Si avvia verso l’ingresso dell’hotel, riceve un mazzo di fiori. Entra e dispensa molte strette di mano e qualche abbraccio. Sale al primo piano portandosi dietro una scia di persone. Nella sala conferenze concede qualche battuta al pubblico, poi dà l’arrivederci a domani, per il gran comizio. Vedi foto

Sherzai e gli uomini del suo staff vanno via. Rimangono tutti gli altri. Aspettano la cena. Gentilmente offerta dalla ditta. Ci sono sostenitori venuti fin da Kabul. Businessmen che lo rispettano “perché ha ricostruito la provincia di Nangarhar e saprà ricostruire l’intero paese”. Fanno finta di credere nella sua vittoria. Sanno che non ha chance. E che la sua partita si gioca tutta al secondo turno, quando potrà offrire un bel pacchetto di voti al migliore offerente in cambio di un ministero. Finita la cena, tutti a casa. In albergo rimane qualche ospite. E una nutrita schiera di militari. “Noi stanotte non dormiamo”, dicono rassegnati.

KUNDUZ, sabato 29 marzo

I giornalisti di Ariana tv hanno perso di vista il candidato. “È dal governatore di Kunduz, andiamo!”. “No, no, sta raggiungendo il Pamir hotel per il comizio”. Al Pamir Hotel Sherzai ancora non c’è. La sala è semivuota. Qualche decina di persone e i molti volontari che gli organizzano la campagna elettorale. Ne incontro due, entrambi di Jalalabad, che sono qui a Kunduz da una ventina di giorni. Sono venuti in anticipo per assicurare che la sala si riempia. Nel nord Sherzai è debole. Anche qui a Kunduz. I sostenitori vanno trovati con ogni mezzo. Gli si organizza il viaggio dai villaggi, in cambio di qualche spicciolo e di un pranzo assicurato. Prima però dovranno sorbirsi il comizio. Qualcuno dovrà perfino sventolare dei cartelli che inneggiano a Sherzai.

Quando la sala è gremita, arriva il buldozer. Prima di lui parlano i notabili locali, i leader comunitari e religiosi, che cominciamo a riscaldare la sala. Poi è il suo turno. Il dito puntato verso il pubblico, Sherzai alterna accuse a Karzai e agli altri contendenti con battute ben piazzate. Il pubblico applaude e ride. Lui suda e ingrana la marcia. “Il governo Karzai è corrotto”, urla. “Zalmai Rasoul e Ashraf Ghani sono sostenuti dai russi e dagli iraniani”. Rivendica di essere un uomo semplice, che si è fatto da solo. Di aver sempre vissuto in Afghanistan, di essere legato alla sua terra, di rispettare tutte le etnie e di volere una patria forte e indipendente (proprio come lui). Ogni tanto qualcuno del giro più stretto sale sul palco, gli ruba il microfono con una mossa concordata e lancia lo slogan sicuro: “Nari Takbi – Allah Akbar”.

Il comizio si chiude tra grandi applausi e turbanti poggiati sulle teste di alcuni sostenitori. Sherzai sale al piano superiore, dove sono segregate le donne e i bambini. Anche lì viene accolto trionfalmente, mentre il pubblico è invitato a raggiungere la sala da pranzo. Tutti corrono. Si forma una ressa. Con il mio traduttore Enajatullah siamo invitati al piano superiore. Dopo pranzo ci sarà l’intervista, concordata il giorno prima con il suo consigliere politico, che non lo perde di vista un attimo. Appena ci vede, Sherzai non si trattiene: “Karzai? Un gran figlio di puttana”.

Domenica 30 marzo

Non è stato facile lasciare i ragazzi dello staff del Kunduz hotel (vedi foto). Scalcagnati, poco professionali, ma sempre sorridenti e generosi. Ieri sera abbiamo mangiato insieme, divorando due polli in pochi secondi. Ci ha poi raggiunto Khaluddin Dawlat, che ha insistito per fare una foto insieme, così da postarla su facebook (da queste parti uno straniero è cosa rara). Khaluddin lavora per una organizzazione non governativa. Ha una faccia così simpatica da conquistarti subito. Un viso buffo e plastico che sembra di gomma. E’ un bravo ragazzo, dicono tutti di lui, qui a Kunduz. Eppure non disdegna qualche scorrettezza: gli chiedo delle elezioni presidenziali come faccio con tutti – piccoli e grandi, mullah e aspiranti bevitori di vino. Mi mostra la tessera elettorale, senza la quale non si è ammessi al voto. Poi ne mostra un’altra. Poi un’altra ancora. Infine un’altra. 4 tessere elettorali, rivendica tutto contento, con ingenuità disarmante. 4 voti anziché uno. Se tutti facessero come lui, la comunità internazionale potrebbe brindare alla grande partecipazione del popolo afghano alle elezioni del 5 aprile. Mi sarebbe piaciuto saperne di più di lui e dei suoi “traffici elettorali”, ma a un tratto si è accorto di aver detto ciò che non si deve dire. Ha cambiato discorso.

Il giorno dopo, al mattino, ho lasciato Kunduz per Faizabad. Ancora una volta con un taxi collettivo. Una Toyota corolla con 5 passeggeri e un autista dal sorriso smagliante, gli occhi azzurri, i capelli impomatati e una parlantina fitta fitta da togliere il respiro. Tra i passeggeri, un vecchio con la barba e tre ragazzetti dalla faccia furba. Avevano fatto compere a Kunduz, dove le cose costano meno che a Faizabad. Kunduz è collegata al nord a Dushanbe (Tajikistan), a sud con Kabul e a ovest con Mazar-e-Sharif. E’ un centro di passaggio. Faizabad invece è all’estremità nord-orientale del “grande impero” afghano, a pochi passi con il Tajikistan più povero. La Cina è a due passi, ma i commerci ancora latitano, anche perché il governo cinese ritarda la costruzione della strada che dal Wakhan afghano condurrebbe nel Xinjiang, il Turkestan cinese: teme che i musulmani uighuri del Xinjiang possano radicalizzare la lotta con il governo centrale di Pechino, se influenzati dai jihadisti e dai Talebani.

Per questo molti commercianti del bazar di Faizabad fanno spesso la spola fino a Kunduz. I 500 afghani (6,5 euro circa) del viaggio si recuperano rivendendo a prezzi più alti le cose acquistate a Kunduz. Ci vogliono soltanto 4 ore di macchina. L’ultima volta che ero capitato da queste parti venendo proprio dal Tajikistan era nel 2009. La strada – pessima – era in costruzione. Oggi è liscia come l’olio, almeno per gli standard afghani. È una delle più sicure del paese e anche delle più belle

Da Kunduz a Taloqan, a circa un’ora di tragitto, si procede in pianura, immersi nei campi coltivati, di un verde brillante in questo periodo. Si costeggiano canyon scavati dai fiumi, protetti da basse montagne accartocciate su se stesse, dove il colore orca si mischia al verde intenso e al rosa degli alberi in fiore. Nei campi, pastori con le greggi di pecore, mucche, bambini a dorso di asino. Sui bordi della strada, bambine che escono da scuola, donne che tornano verso casa, custodite dal burqa. Superata Taloqan, la strada comincia a salire e scendere, di nuovo a salire con una serie di dolci curve, per poi aprirsi sulle cime innevate che indicano il Badakhshan, una delle province più povere del paese, di cui Faizabad è capoluogo. L’unico checkpoint è proprio al confine tra la provincia di Kunduz e quella di Badakhshan. I poliziotti conoscono l’autista e gli fanno cenno di passare, altrove gli chiederanno qualche soldo.

Più ci si inoltra nel Badakhshan e più si ritrova l’Afghanistan contadino, l’Afghanistan povero e contadino. L’Afghanistan che riesce a vivere senza elettricità (a Faizabad c’è soltanto per 4 ore al giorno), ma che non riuscirebbe a farlo senza gli asini. Animali preziosi come la vita. Se ne vedono tanti anche a Faizabad, che rimane un centro agricolo. Eppure la città è cambiata molto, negli ultimi anni. Shar-e-now, la città nuova, ha conquistato posizioni. Qualche nuovo ponte collega Faizabad ai distretti oltre il fiume. Una volta saliti nella parte alta, nella città vecchia, il colpo basso: il bazar non c’è più. Al posto di quella stretta via sui cui lati si affacciavano le botteghe di legno, un’ampia strada, sterrata per ora, ma talmente larga da aver rotto l’equilibrio del luogo. Rimane Pul-e-Khosti, il ponte sotto il quale si tiene il mercato del bestiame. E rimane la guesthouse della cooperazione tedesca (GIZ), anche se vuota: con il 2014 che si avvicina perfino i tedeschi – che qui hanno fatto cose importanti, sostengono i badakhshì, con “poche chiacchiere e molto pragmatismo” – stanno tirando i remi in barca.

Vengono a trovarmi Khooshqadan Osmani e Wahidullah Haidari. Il primo fa il giornalista. L’altro insegna letteratura dari in una scuola superiore. Osmani è anche uno dei candidati per il rinnovo del consiglio provinciale. In città, ogni tanto spunta qualche suo poster elettorale. Sono pochi, e piccoli. Niente in confronto a quelli dei notabili della città. Tra questi c’è Abu Aman. È un signore con la barba lunga e bianca, vestito da dignitario, lo sguardo un po’ annacquato dei vecchi. Si è fatto la reputazione come muhajed, poi come religioso, infine come politico. E’ stato senatore, capo della sezione provinciale dell’Alto consiglio di pace (l’ente governativo che ha il compito di negoziare con i barbuti), capo della Shura-e-ulema (il consiglio dei religiosi). È candidato alle provinciali. E uno dei sostenitori più accaniti del candidato presidente Abdullah Abdullah. Come lui tajiko, e come lui membro del Jamiat-e-Islami. Abu Aman dice che se Abdullah non dovesse vincere (per lui è scontato che vinca) i Jamiati prenderanno le armi. Perché Abdullah è il presidente che tutti gli afghani vogliono. L’equazione è semplice per lui: se Abdullah non sarà eletto, sarà a causa di brogli.

Abu Aman dice cose interessanti, su cui varrà la pena tornare. Molto meno interessante l’intervista con un altro religioso, il mawlawi Ziahuddin, anche lui membro della Shura-e-ulema. Ha il naso lungo e storto, gli occhi grandi e un po’ invasati, i capelli neri schiacciati sulla fronte, il sorriso generoso. Abita in campagna, a 6 km da Faizabad e due passi dall’università statale, in una casa semplice. Nel cortile scorazzano galline e agnellini. Lo intervisto ma è reticente. Bisogna tirargli fuori le risposte con le pinze. Si sbilancia solo sull’accordo con gli americani, che non gli piace. Sostiene che andrà a votare, ma non dice per chi. “Ancora non sono convinto”. Uscendo di casa, su un davanzale noto un volantino elettorale di Abdul Rasul Sayyaf, il candidato dei mullah e di chi vuole custodire la purezza dell’Islam afghano.

La delusione per l’intervista svanisce di fronte allo spettacolo maestoso del gran finale del buzkashi di Faizabad, un evento che si tiene due sole volte all’anno. Migliaia di persone si accalcano su una collina che domina un grande spazio di terra battuta. Altre sono accovacciate sulle mura che ne delimitano il perimetro. Al centro, i giocatori a cavallo. Oggi è l’ultimo di dieci giorni di competizione. 10 i distretti coinvolti. 2 le squadre a fronteggiarsi. Migliaia i dollari messi in palio, oltre alla fama e al prestigio. Questa volta a conquistare il vessillo blu è la squadra del distretto di Argo. I vincitori a cavallo si fanno travolgere dalla folla. Girano per gli spalti. Tornano a rivendicare l’entusiasmo dei fan. Poi, dopo l’ennesimo giro, si allontanano. Tornano in campagna. A dorso dei cavalli.

I sostenitori salgono sui camion, gonfi di gente. Io punto in direzione opposta, verso la città vecchia. Lì mi fermo in una chaikhana (sala da tè) della piazzetta principale. È al secondo piano, un ottimo punto di osservazione. Entro in sala. Passo inosservato. Un uomo col pakol in testa e la barba nera come il carbone sta tenendo un infuocato comizio improvvisato. Critica tutti i candidati alla presidenza tranne uno, il dottor Abdullah. Gli altri lo ascoltano silenziosi, annuendo con la testa e scambiandosi sguardi complici. Poi si alzano uno a uno. Tolgono le sciarpe dal collo e le stendono con cura. Fanno segno di unirmi. Si aspettano che preghi con loro. “Sono uno straniero”, farfuglio. Sono un po’ increduli. Poi cominciano a pregare. Io li guardo, in un angolo.

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Aspettando i Talebani https://minimaetmoralia.it/reportage/aspettando-i-talebani/ https://minimaetmoralia.it/reportage/aspettando-i-talebani/#respond Fri, 17 Jan 2014 13:00:13 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17597 Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice:per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

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Questo reportage da Jalalabad è uscito sul numero di novembre della rivista Lo Straniero. (Foto di Giuliano Battiston)

“Perché il conflitto continua? È semplice: per una questione di potere. Se ai Talebani se ne concedesse una parte, se fossero coinvolti nel governo, i problemi finirebbero”. Un metro e settanta, capelli radi e ben pettinati, un abito bianco appena stirato, Wahidullah Danish è un giovane attivista e collaboratore del Civil Society Development Center di Jalalabad, una delle organizzazioni della società civile organizzata afghana, proliferate con l’arrivo dei soldi degli stranieri. Studi universitari alle spalle, attivo nella comunità, ha le idee chiare: il conflitto afghano è un problema innanzitutto politico. E la politica ha a che fare con il potere: chi ce l’ha lo difende, chi non ce l’ha lo reclama. Altrove lo si fa nell’agone elettorale, nelle aule parlamentari, con il dibattito delle idee. Qui, anche con le armi, sostiene Danish. Affinché tacciano una volta per tutte, il negoziato è l’unica via. “La guerra ha provocato fin troppi morti. Soprattutto tra i civili e soprattutto qui”, nelle aree turbolente che attraversano il confine tra Afghanistan e Pakistan.

Per quanti come Danish vivono a Jalalabad, capoluogo della provincia orientale di Nangarhar, quel confine vale solo sulla carta. Nelle botteghe del bazar centrale di questa città caotica e tropicale, rivolta verso il subcontinente indiano, la valuta di Islamabad è più diffusa degli afghanì di Kabul; ogni giorno, fagotto sulla spalla, soldi nascosti e pakul in testa, sono circa 60.000 gli afghani che varcano il confine di Torkham; centinaia di migliaia i visti multipli rilasciati svogliatamente dai consolati pakistani in Afghanistan, ogni anno. Molti, hanno famiglie e storie personali al di qua e al di là della Durand Line, la linea di demarcazione tracciata a tavolino nel 1893 da Henry Mortimer Durand (1850-1924), il segretario degli Esteri nell’India britannica che negoziò i confini tra il Raj britannico, di cui faceva allora parte anche l’attuale Pakistan, e l’Afghanistan, allora governato dall’emiro Abdur Rahman Khan.

Per attraversare il confine e visitare parenti e amici, fare affari, tessere relazioni, molti arrivano da Kabul puntando al leggendario Khyber Pass, lungo una strada che scende per una serie di tornanti mozzafiato, si snoda come un serpente per poi aprirsi su pianure rigogliose con i buoi nei campi, i contadini al lavoro e i bambini a tuffarsi nel fiume. Su questa strada, nel novembre del 1842 un giovane ufficiale dell’esercito dell’India britannica, John Nicholson, trovò i resti di buona parte dei sedicimila soldati che qualche mese prima, nella ritirata da Kabul degli inglesi, erano stati attaccati dai membri delle tribù locali. Armati di fucili di precisione a canna lunga, i jezail, e di spade ricurve, le talwar, gli afghani ne fecero sopravvivere solo uno, di quei sedicimila, narra la leggenda raccontata anche da Kypling.

Su questa stessa strada la Nato e gli americani oggi si giocano molto. È da qui che dovranno ritirare (e già stanno ritirando) truppe, mezzi, container. Trasportarli via aerea costa di più. Verranno trasferiti per l’80% su strada. Seguendo due direttrici: da Hairatan, poco sopra la città settentrionale di Mazar-e-Sharif, in Uzbekistan e poi verso l’Europa orientale, lungo la rotta nord. Dal passo di Torkham verso il porto di Karachi, sulla rotta sud. Quest’ultima costa tre volte di meno, ma è molto più insicura: per difendere il passaggio dei mezzi dagli attacchi dei gruppi anti-governativi, gli Stati Uniti si affidano a una costosissima rete di ditte di sicurezza. Un mucchio di soldi, dollari sonanti, che finiscono per rafforzare direttamente o indirettamente i Talebani e i loro sodali. Il ritiro dovrà essere completato entro la fine del 2014. Per quella data, le truppe straniere (quasi tutte) se ne saranno andate. Resteranno i Talebani. Più forti e ricchi di prima. Anche grazie ai soldi di chi è venuto qui per sconfiggerli. Senza riuscirci.

Fare i conti con i barbuti islamisti

A dodici anni dall’avvio dell’operazione militare voluta dagli Stati Uniti, i Talebani restano un attore fondamentale del panorama politico, economico e militare afghano. Per Antonio Giustozzi, tra i massimi esperti di Afghanistan, incontrato molte volte a Kabul, rappresentano “l’unico, vero partito politico di opposizione”. Gli afghani sanno che con i Talebani bisognerà fare i conti. Ecco perché il negoziato è visto come l’unica opzione plausibile, dopo il fallimento conclamato di quella militare. A Qader Rahimi, responsabile per l’area occidentale della Commissione indipendente per i diritti umani, l’idea dell’occupazione militare è sempre sembrata insensata: “le armi non risolvono i problemi, li creano soltanto. Non ho mai lasciato questo paese, neanche nei periodi più terribili, e in trent’anni non ho mai visto risolvere un problema con le armi”. Inchiodato in un abito gessato con cravatta colorata, baffi sottili e atteggiamento compito, per Rahimi il negoziato è ormai indispensabile. Come lui la pensano in molti. Soltanto una minoranza crede che la soluzione politica sia un cedimento ai gruppi antigovernativi. Tutti si augurano un processo di pace. Il difficile, però, è come realizzarlo. “Finora nessuno sembra averne valutato le implicazioni. Se io ora la picchiassi e poi le dicessi, ‘bene, ora vogliamo diventare amici?’, cosa risponderebbe?”, chiede retoricamente Rahimi nel suo ufficio di Herat.

Più a est, a Bamiyan, capoluogo dell’omonima provincia centrale a prevalenza hazara, una posizione simile è quella di Habiba Sarabi, la governatrice, l’unica a ricoprire questo ruolo in tutto il paese. Mi accoglie in una palazzina bassa dai colori pastello, nella parte alta e nuova di questa cittadina resa famosa per i suoi Buddha: “Le armi non sono l’unica soluzione. Alla fine di ogni guerra ci deve essere la pace, che si ottiene solo con un negoziato. Ma va realizzato seguendo una strategia appropriata, perché il modo in cui si costruisce è essenziale”: possono derivarne esiti fruttuosi quanto disastrosi. I metodi adottati finora dal governo afghano sono considerati nel migliore dei casi inappropriati, nel peggiore controproducenti. Quel che manca, dice Sarabi, è la trasparenza e la chiarezza su chi debba parlare con chi, e soprattutto per quale scopo. Su questo, nessuno sembra ancora avere le idee chiare.

Nel marzo 2012 il think tank International Crisis Group ha pubblicato il rapporto Talking about Talks: Toward a Political Settlement in Afghanistan. Gli autori criticano l’approccio da “mercato-bazar” adottato dalla comunità internazionale. Il “pasticciaccio brutto del Qatar” sembra confermare le loro valutazioni sulla confusione negoziale. Dopo quasi due anni di tentativi abortiti, incontri segreti, discussioni tra sherpa, lo scorso giugno è stato inaugurato in pompa magna l’ufficio politico dei Talebani a Doha. Fortemente voluto dagli americani, dai tedeschi e dalla monarchia qatariota, è stato presentato dai Talebani come sede dell’Emirato islamico d’Afghanistan, una sorta di governo in esilio con tanto di bandiera sventolante dei “turbanti neri”. La cosa ha fatto infuriare Karzai, che ha congelato le attività dell’Alto consiglio di pace, l’organo da lui istituito nel settembre 2010 proprio per dialogare con i Talebani.

Politico intelligente, Karzai ha deciso di interrompere anche i negoziati sull’accordo bilaterale di sicurezza con gli Stati Uniti, l’alleato recalcitrante, con cui da anni c’è un rapporto apertamente conflittuale. Da quell’accordo dipende il futuro della presenza americana in Afghanistan e nella regione. Quanti e quali soldati, con quali compiti, sotto quale status. Gli americani chiedono una firma in gran fretta. Karzai tergiversa, alla maniera locale, per guadagnare terreno: dice di voler aspettare i risultati della Loya Jirga (il gran consiglio nazionale) e nel frattempo apre ulteriormente i canali con i paesi non-Nato dell’area (in primis Cina e India). Rispetto a giugno, oggi i toni sono più distesi, ma rimangono le diverse prospettive di Washington e Kabul sui termini dell’accordo di sicurezza. E rimane incerto come procedere nel negoziato con i Talebani. E per fare cosa.

I Talebani di nuovo al potere?

Anche Wahidullah Danish, il nostro attivista di Jalalabad, ammette che la questione è delicata: “Il governo deve sforzarsi di ottenere la pace, certo. Se questo vuol dire condividere il potere con i Talebani, valutare le loro richieste, deve essere disposto a farlo. Ma senza contraddire le nostre leggi. Il problema è sapere quali diritti chiedono i Talebani. Sono gli stessi che chiedo io e la maggior parte degli afghani?”. Formulata in un altro modo, la domanda recita così: il negoziato deve puntare a un futuro governo di “ampia coalizione”, che includa anche i barbuti islamisti? I seguaci del mullah Omar potrebbero perfino tornare al potere, si pensa qui, se questo servisse a porre fine al conflitto. Ma a precise condizioni. “Non avrei problemi ad accettare degli esponenti talebani al governo, se riconoscessero apertamente la legittimità e la validità del quadro legale afghano, la Costituzione”, spiega Yor Mohammad Bakhiri, docente all’università privata Ibn Sina di Mazar-e-Sharif, la città che secondo i piani del governo e della comunità internazionale dovrà diventare un nuovo hub dei commerci e dei trasporti in Asia centrale.

Un discorso simile vale anche per l’energica coordinatrice del Civil Society and Human Rights Network per l’area occidentale, Aziza Khairandish, incontrata a Herat: “Nel governo e nel parlamento già ora c’è gente con una mentalità retrograda ed estremista, penso ai rappresentanti del partito Hezb-e-Islami. I Talebani sono tanto diversi? Se decidono di rispettare la Costituzione e i diritti delle donne non ci saranno problemi”. Ma su questo la chiarezza è indispensabile: “se così non sarà, è inaccettabile che entrino a far parte di un futuro governo o che ci sia un’amnistia che condoni i loro reati”. È la posizione del governo-Karzai. I Talebani possono rientrare nel sistema politico, perfino partecipare alle elezioni presidenziali del prossimo 5 aprile, se soddisfano alcuni criteri, inderogabili: riconoscere l’autorità del governo e la legittimità dell’attuale architettura istituzionale; rinunciare alla lotta armata e ai legami con gli attori esterni; dichiarare il rispetto della Costituzione.

Difficile che i Talebani accettino, dicono in molti. E nel caso accettassero, difficile che mantengano le promesse. Dei Talebani non ci si fida più. Sono soprattutto le donne a non fidarsi. Temono che i loro diritti (i pochi conquistati in questi anni) possano essere sacrificati per un accordo politico tra soli uomini. “In linea di principio sono d’accordo nel dialogo, ma mi chiedo che tipo di dialogo si possa avere con gente che uccide i civili in un modo così atroce. Neanche gli animali fanno cose simili”, obietta Lailuma Sediqi quando gli parlo di riconciliazione. Bassa e tarchiata, fatica a trattenere la rabbia e il sospetto per quelli che si dichiarano “custodi della legge coranica”. È una donna coraggiosa. Il fatto stesso di essere a capo del dipartimento per gli affari femminili a Farah, nella “calda” provincia sud-occidentale, la rende un obiettivo legittimo agli occhi dei turbanti neri. Se le sparassero alla schiena o le facessero saltare la macchina, non se ne sorprenderebbe nessuno.

Non rischia niente di simile Farzana Arsa. Alta e decisa, giovane giornalista della tv privata Metro e studentessa universitaria, abita nella ben più liberale Mazar-e-Sharif. Ma teme comunque un accordo. “I Talebani hanno fatto esplodere delle bombe anche il primo giorno di Eid, la festa islamica. Come possiamo fidarci? Sarebbe una perdita di tempo”. Se ci si sposta da Mazar-e-Sharif di 300 km verso ovest, con quattro ore di macchina e la progressiva immersione nel feudo del generale Dostum, si arriva a Maimana, a due passi dal Turkmenistan. Anche qui c’è chi la pensa come Farzana Arsa. Bilgees Attaye dirige la Developing and Education Organization for Women, ed è preoccupata. “Non c’è alcuna garanzia che una volta ‘presi a bordo’ i Talebani non ripetano ciò che già hanno fatto in passato. Meglio non rischiare”. Ancora più categorica è Enjila Surkhabi, che per la stessa organizzazione segue le attività di genere: “anche se i Talebani dovessero giurare mille volte di interrompere le attività militari, non dovremmo fidarci. Come potremmo, se compiono attentati suicidi contro i civili?”.

Tiriamo le somme: gli afghani dicono che la soluzione militare non funziona; auspicano un processo di pace ma criticano quello portato avanti dalla comunità internazionale e dal governo Karzai. E aggiungono almeno altre due cose importanti.

La chiave regionale e la chiave interna

La prima: se si punta lo sguardo solo sugli attori afghani, sul governo e sui gruppi antigovernativi, si rischia di perdere di vista la natura regionale – non nazionale – del conflitto. Secondo questa lettura, sarebbe in corso un nuovo “grande gioco”, simile a quello dell’Ottocento tra l’Impero russo e la Corona britannica per il controllo dell’Asia centrale. Il terreno della partita, l’Afghanistan. La causa, la collocazione strategica del paese. Le conseguenze, la destabilizzazione, gli interessi conflittuali, il tentativo di attori diversi di favorire i propri interessi. Sul banco degli imputati, il primo nome è sempre lo stesso: il Pakistan, il paese dei puri. “Per ottenere la pace non c’è bisogno di aprire un ufficio politico dei Talebani in Qatar: basta parlare con i loro referenti in Pakistan”, sostiene con decisione Idrees Zaman, brillante direttore del centro di ricerca di Kabul Cooperation for Peace and Unity, che coniuga attività di analisi a progetti di inclusione sociale. “I Talebani non decidono da sé. Questo è il punto”, ribadisce idealmente Ahmad Qureishi, chief reporter per la provincia di Herat dell’agenzia giornalistica Pajhwok, quella consultata dai corrispondenti stranieri. Per lui, “sono i servizi segreti pakistani che gli impediscono di accettare un piano di pace”. Ma i sospetti investono anche le truppe occidentali: “Tra tutti i grandi giocatori della partita, nessuno gioca onestamente. La comunità internazionale non fa pressioni sul Pakistan, il Pakistan fa il doppio gioco, il governo Karzai include anche esponenti dell’opposizione dell’Hezb-e-Islami, il partito di Hekmatyar che ha un’ala politica e un’ala militare. In molti hanno interesse a proseguire la guerra”, spiega meglio Raz Mohammad Dalili, direttore dell’organizzazione non governativa Sanayee Development. Da anni è abituato a sentir parlare di piani di reintegro e riconciliazione, a veder consegnare armi e munizioni, ad assistere a cerimonie infinitamente lunghe riprese dalle telecamere. Ormai crede che sia tuta una farsa, e che il processo di pace “assomigli a certe soap-opera indiane”.

Per Ali Erfan, direttore di Radio Bamiyan, “la Nato avrebbe la forza necessaria per sconfiggere i Talebani. Non lo fa perché in questo modo può controllare l’Asia centrale”. Se gli americani volessero la pace, la potrebbero ottenere. Questo pensa Ali Erfan e questo pensano in molti. Tra loro c’è Baz Mohammad Abid, giornalista di Radio Mashaal, una costola di Radio Free Europe che trasmette nell’area di confine tra Afghanistan e Pakistan. Mashaal è un ometto piccolo e mingherlino, con la pelle scura e un ciuffetto di capelli sempre di traverso. Autore di reportage radiofonici sulla cultura popolare e letteraria delle aree pashtun su entrambi i lati della Durand Line, crede che agli americani non convenga la pace. “Vogliono rimanere qui e contrastare l’espansione economica e politica cinese”, mi dice nell’accogliente sede di Mediothek, un’associazione che promuove il pluralismo dei media e i percorsi di pace, dove ogni venerdì, qui a Jalalabad, si riuniscono i poeti locali a recitare in pubblico i loro versi. Sher Alam Amlawal, docente di scienze politiche all’università privata “Aryana” di Jalalabad, è un notabile della città. Tutti lo conoscono e lo rispettano. Pensa che “se gli Stati Uniti ritenessero utile un accordo con il mullah Omar, lo farebbero oggi stesso. Ristabilirebbero perfino un Emirato islamico!”. Per ottenere una pace di lungo periodo, pensa il professor Amlawal, che mentre parla sgranocchia mandorle e beve tè rosso, “c’è bisogno che gli americani negozino direttamente con i pakistani”. Karzai non sarebbe d’accordo. Ma per gli afghani dopotutto questo conta poco. Quel che conta è ritornare a vivere in pace.

Tutti la vogliono (tranne quelli che lucrano sulla guerra). Ma tutti hanno poca fiducia di ottenerla in tempi brevi. “Perlomeno nei prossimi mesi, non mi faccio illusioni. Quel che posso verosimilmente aspettarmi è un cessate il fuoco”, sostiene per esempio Aziz Rafiee, il direttore dell’Afghan Civil Society Forum Organization, uno dei network più importanti e rispettati della “nuova” società civile. Rafiee è il volto noto della società civile. Il personaggio con cui parlano i diplomatici e gli expat, gli espatriati delle Ong internazionali. Quello che viene intervistato dalle tv, sa parlare agli studenti universitari e viene invitato all’estero. Immaginiamo pure che i negoziati portino risultati inaspettati, ipotizza. “Rimarrebbero comunque diversi nodi irrisolti”. Perché una pace politica, frutto di negoziati diplomatici, è una condizione necessaria ma non sufficiente per stabilizzare il paese. Ed è questa la seconda questione che con più frequenza sollevano gli afghani: il paese paga gli effetti di trent’anni di guerra, durante i quali le comunità, i gruppi etnici, i singoli villaggi si sono combattuti aspramente. Ecco perché “quel che è veramente importante è la pace sociale, la ricostruzione della fabbrica sociale del paese, il recupero della nostra identità condivisa”, spiega Aziz Rafiee. “Oggi non ci si fida più gli uni degli altri. Se non sapremo recuperare la fiducia reciproca, ogni accordo politico sarà un semplice pezzo di carta”.

È la scuola del doppio binario, che si insegna anche nei manuali di peace-building: al processo politico-negoziale va affiancato un più lungo, faticoso e complicato processo di ricostruzione dei legami sociali tra le varie comunità. Come farlo, ancora una volta lo spiega bene Qader Rahimi, della Commissione indipendente per i diritti umani di Herat. “Ci sono due meccanismi per favorire la pace. C’è il meccanismo del dialogo politico, quello promosso dal governo, dalle istituzioni. E c’è il meccanismo del dialogo sociale, promosso dalla gente, dalle comunità. I conflitti sociali, tra comunità, possono essere risolti con le jirga, le shura, i consigli tradizionali”. Anziché di una riconciliazione portata avanti dal governo, che per molti afghani è illegittimo tanto quanto i Talebani, “ci sarebbe bisogno di una riconciliazione comunitaria, portata avanti dai leader tribali, dalla gente che fa parte delle comunità locali e che è veramente rispettata”, aggiunge Baz Mohammad Abid, abituato a vivere in un’area in cui l’assemblearismo delle jirga è ancora forte, anche se mutato e trasfigurato dalla guerra.

È al livello comunitario che guarda anche Naqibullah “Saqib”, il preside della Facoltà di scienze politiche alla Nangarhar University, inghiottito nella sua stanza buia ed enorme, con divani marroni pericolosi come sabbie mobili e fiori finti sui tavolini. “Dopo trent’anni di conflitto bisogna concentrare l’attenzione su percorsi praticabili dal basso, a livello comunitario. Se la gente vuole produrre cambiamenti veri e positivi, può farlo, a quel livello”. Ne sembra convinta anche Sima Samar, portavoce della Commissione indipendente per i diritti umani, icona a livello internazionale dell’Afghanistan più simile a noi. Quello che parla di diritti, democrazia e stato di diritto e sa scrivere in inglese. “Senza il sostegno e la fiducia della gente, nessuna leadership, per quanto capace, è in grado di ottenere la pace, che va costruita tra la gente”. È un percorso lento, che va fatto passo dopo passo, afferma Idrees Zaman, “così da evitare il rischio che i conflitti locali vengano politicizzati e strumentalizzati e diventino conflitti nazionali”.

Prevenire i conflitti comunitari, “significa ridurne gli effetti potenziali in chiave nazionale”, mi dice Asif Karimi. Ha 60 anni, ha vissuto cambi di regime, colpi di stato, scontri sanguinosi e bombardamenti a tappeto di Kabul. Oggi lavora per The Liaison Office, un’associazione che promuove il dialogo in alcune delle aree più difficili del paese, quelle dove ogni straniero puzza di proselitismo. Alla base del loro lavoro e di quello portato avanti da molti altri gruppi, qui in Afghanistan – in un paese attualmente occupato da quasi centomila soldati stranieri, tenuto sotto scacco da circa trentamila “Talebani” -, c’è l’idea che la pace sia responsabilità di tutti: “La pace è come un frutto, deve avere il tempo di maturare, non nasce dal nulla. È come un albero i cui rami rappresentano la giustizia, la sicurezza, la libertà. Il governo deve garantire la solidità dei rami. Ma siamo noi a dover assicurare che l’albero abbia sempre acqua fresca e non appassisca”. Così la pensa Taher Mufid, un rispettato leader religioso di  Mazar-e-Sharif. Una “papalina” in testa, i piedi nudi anche d’inverno, l’abito semplice e lo sguardo dolce, un giorno mi ha ospitato a casa sua. Mi ha parlato della guerra e delle sue cause. Dell’Afghanistan e dei suoi difetti. Dell’Islam come religione di pace.

L'articolo Aspettando i Talebani proviene da Minima et Moralia.

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