Abraham Lincoln Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abraham-lincoln/ un blog di approfondimento culturale Fri, 05 Jun 2015 09:08:55 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Abraham Lincoln Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abraham-lincoln/ 32 32 Culto e potere nel Messico della NarcoGuerra https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/culto-e-potere-nel-messico-della-narcoguerra/#comments Thu, 04 Jun 2015 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27162 di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto dal libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli della Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. GiulioAndreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non cel’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

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santamuerte

di Fabrizio Lorusso

Pubblichiamo un estratto  dal  libro NarcoGuerra. Cronache dal Messico dei Cartelli  della  Droga di Fabrizio Lorusso.

Henry Kissinger diceva che il potere è un afrodisiaco. Giulio Andreotti, padrino della politica italiana del XX secolo, soleva ripetere che il potere logora chi non ce l’ha. E ci sono persone che per averlo e mantenerlo affidano il proprio destino a forze occulte. Soprattutto in Messico, dove stregoni, maghi, guaritori, santi proibiti e rituali esoterici sono sempre stati presenti nelle cronache dei famosi e dei potenti, degli impresari, dei politici, delle stelle dello spettacolo o dei miti della televisione e del grande schermo. La tentazione di trovare favori, miracoli, successo e potere attraverso “lavori speciali”e magie affascina un po’ tutti, ma forse di più i politici.

L’ex governatore dello stato meridionale di Oaxaca, Ulises Ruiz, l’ex leader del sindacato nazionale degli insegnanti, Elba Esther Gordillo, che attualmente è reclusa nel penitenziario di Santa Martha Acatitla per malversazione di fondi, e il ministro della Pubblica Sicurezza del governo Calderón (2006-2012), Genaro García Luna, condividevano senza dubbio un interesse spiccato per l’esoterismo e tutte le credenze legate all’occulto. Il giornalista José GilOlmos, autore in Messico del libro Los brujos del poder (Gli stregoni del potere), ha descritto la passione di UlisesRuiz per la magia nera, la santeria cubana e il culto alla Santa Muerte: ossa, figure caraibiche, talismani e sacerdoti, sempre al suo seguito in qualità di consiglieri, lo circondano. Durante il conflitto e le proteste a oltranza degli insegnanti nel 2006 a Oaxaca, l’apparato repressivo del cinico governatore lasciò un saldo di 25 morti, decine di feriti, 7 desaparecidos, 500 arresti e 380 casi di tortura.

I flussi di speranzosi pellegrini verso la località di Catemaco, terra di stregoni e fattucchiere nell’atlantico stato di Veracruz, sono costanti e rispecchiano il sottofondo di pensiero magico e misticismo che in terra azteca hanno radici solide e profonde.Vari personaggi famosi, secondo cronache locali, avrebbero preso parte a cerimonie e cercato preziosi consigli politici o economici sulle rive della laguna di Catemaco: da Carlos Salinas, presidente dal 1988 al 1994, all’economista e politico Pedro Aspe, da CuauhtémocCárdenas, ex candidato delle sinistre nel 1988, ad Andrés Manuel López Obrador, candidato progressista alla presidenza nel 2006 e 2012, da Marta Sahagún, moglie dell’ex presidente Fox, al conduttore televisivo Raúl Velasco. Tutti interessati a intercettare le vibrazioni cosmiche quanto i consensi delle masse.

Secondo gli stregoni, la magia nera o bianca è in cima alla classifica delle richieste dei governanti. Anche la figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica che in Messico è oggetto di culto e venerazione da parte di milioni di devoti, è utilizzata, insieme ad altri santi popolari e altre icone devozionali, per provare a esaudire sogni di gloria e piani politici. Molti santoni eseguono lavori con la Santissima Muerte, anche se in realtà l’essenza del suo culto è un’altra. Infatti, si tratta di una devozione popolare alla morte che da secoli è praticata in Messico clandestinamente e solo dall’inizio del nuovo millennio s’è diffusa esponenzialmente nonostante l’opposizione della Chiesa.

Oggi i simpatizzanti e i praticanti del culto sono stimati tra i 5 e i 10 milioni in tutto il mondo, e, in effetti, non sono molti i punti di contatto con la stregoneria e la magia. Queste sono pratiche, non culti, e si utilizzano per modificare la realtà esterna, per ottenere effetti desiderati attraverso evocazioni, rituali, formule e con la forza di volontà. La Santa Muerte s’identifica con una divinità o ente, la morte, raffigurata dall’immagine medievale scarnificata che portarono gli spagnoli e le congregazioni cattoliche in America durante la conquista. La spada e la croce. E la Muerte. La Grande Falciatrice ossuta con la roncola e il mondo tra le mani assomiglia alle famose Catrinas del disegnatore messicano José Guadalupe Posadas, ma in realtà è un’altra cosa. Nella sua versione santificata la chiamano Niña Blanca, Bonita o Flaquita.

Lo studioso di religioni Stefano Bigliardi,specializzato nel concetto di miracolo, ha approfondito in Messico la conoscenza del culto della Santissima Muerte e ha sottolineato la differenza tra la categoria dei milagros, cioè eventi di tipo sovrannaturale e straordinario, e quella dei paros, più adatta a descrivere il tipo di favori che concede la Santa Muerte, a detta dei devoti. La Niña Blanca “fa i paros”, ovvero protegge, blocca la mala-vibra e la sfortuna, ti aiuta a trovare lavoro, salute, amore e denaro, a non essere rapinato, a eludere una fine violenta, a sconfiggere i tuoi nemici e a scansare i pericoli e le incertezze. Insomma, paro è un termine colloquiale messicano, riferibile anche all’infarto, cioè al paro cardiaco, ed è una voce del verbo parar che significa “fermare”, per cui la Santa evita, para o ferma il verificarsi di situazioni pericolose e attacchi contro i suoi accoliti, più che manifestarsi al di fuori delle leggi della natura.

Il cantante popolare messicano BetoQuintanilla, el mero león del corrido,cioè il leone del genere musicale dei corridos, diceva nella sua canzone dedicata alla magrolina o Flaquita: 

Sono già in milioni a pregare per Lei, la Chiesa comincia a tremare/ apertamente ormai ci sono preti che la iniziano ad adorare/ mafiosi e uomini della legge se la cominciano a tatuare/ anche politici e dirigenti le fanno l’altare.

In fondo i corridos raccontano la realtà, i bassifondi e la cultura popolare meglio di qualunque altra espressione artistica o giornalistica, e il potere, a volte, unisce il sacro e il profano,lo spirito e la carne.

Ogni culto ha degli aspetti exoterici, esteriori, ma anche esoterici, cioè occulti e misteriosi. Sono exoterici i rosari per la strada dedicati alla Niña Blanca o la venerazione aperta del popolo per altri santi non canonici come il guaritore NiñoFidencio, Pancho Villa o Juan Soldado. Sono esoteriche le formule che uno stregone o un brujomexicano usa per legare eternamente a noi la persona amata o i rituali d’iniziazione di una setta, per esempio. 

Storicamente la politica, nella sua accezione di esercizio del potere, ha mostrato una certa attrazione per l’esoterismo e ciò che è segreto e occulto. La vicinanza della medium personale della moglie di Abraham Lincoln e dell’astrologa di Nancy Reagan, Joan Quigley, con i loro rispettivi mariti presidenti fu emblematica, così come l’ascesa della Skull and Bones, la società segreta più influente d’America, grazie all’adesione di Bush padre e figlio. In Italia, Letizia Moratti, ex ministra dell’Istruzione e sindaco di Milano dal 2006 al 2011, altresì nota come “la Thatcher italiana”, si avvalse dei servizi di un celebre sensitivo che avrebbe addirittura influito sulla formazione del consiglio comunale. Silvio Berlusconi è senza dubbio conosciuto all’estero e in Italia per la sua vita eccentrica. La rivista L’Espresso ha mostrato che la sua villa in Sardegna s’ispira a una simbologia erotico-esoterica, forse perché l’imprenditore e politico appartenne alla loggia massonica Propaganda due o p2, poi dichiarata illegale e sovversiva dal Parlamento nel 1982. Il Venerabile Maestro e fondatore della loggia, Licio Gelli, strinse vincoli importanti col generale argentino Emilio Eduardo Massera, membro di spicco della giunta militare che instaurò un regime dittatoriale, responsabile di centinaia di morti e 30.000desaparecidos tra il 1976 e il 1983, nel Paese sudamericano.

In Argentina, vi furono simbiosi interessanti e inquietanti tra culto e potere. Negli anni Settanta, José López Rega, stregone influente tra i collaboratori storici del presidente Juan Domingo Perón, era il contatto argentino della p2 e arrivò a ricoprire la carica di ministro del Benessere Sociale. Mabel Camera fu la pitonessa del “presidente della crisi finanziaria”, Fernando de la Rúa, mentre negli anni Novanta il capo di stato populista Carlos Menem aveva alla sua corte una chiaroveggente personale. Anche in Africa la stregoneria non è solo un’eredità ancestrale o di tipo tribale, quanto piuttosto un elemento integrante della vita politica e del sistema capitalista, esportato dagli europei all’epoca delle colonizzazioni e in seguito mantenuto senza troppi cambiamenti sostanziali: sono tanti i governanti che si servono della divinazione, della magia o della stregoneria per vincere elezioni e guadagnare potere, per indovinare le mosse giuste in campagna elettorale o durante una crisi interna.

Senza dubbio l’America deve molto al continente nero in termini religiosi, data la presenza molto forte di tradizioni africane come la santeria, il vudù, il candomblé e il palo mayombe, soprattutto nei Caraibi e in Brasile. Queste, così come il culto alla Santa Muerte e la stregoneria, non si relazionano necessariamente alla magia nera o a influssi spirituali negativi, anzi. Ma tutto dipende da chi e come le utilizzano e per quale scopo.

In Messico, all’epoca del presidente conservatore Vicente Fox (2000-2006), Genaro García Luna era a capo dell’oggi soppressa Agenzia Federal de Investigaciones (AFI) e aveva una statua della Flaquita nel suo ufficio. In seguito, il presidente Felipe Calderón (2006-2012) lo nominò ministro della Pubblica Sicurezza. A quanto pare, García Luna a un certo punto sostituì la tipica figura della Santa Muerte, la Parca scheletrica con la falce e il saio da francescano, con quella dell’Angelo della Morte, o Ángel de la Muerte, proprio secondo quanto andava raccomandando ai fedeli l’autonominato arcivescovo della Santa Muerte, padre David Romo. Si tratta di un personaggio controverso, oggi in carcere condannato a dodici anni per frode elettorale e a sessantasei per partecipazione a banda organizzata a scopo di rapimento, furto ed estorsione.

Per anni Romo tentò senza successo di trasformare il culto spontaneo e orizzontale alla Santa Muerte in una specie di religione, dotata di un’istituzione verticale, una dottrina ufficiale, dei sacerdoti, dei diaconi e cerimonie ben definite. Nel 2005 il ministero degli Interni messicani tolse il riconoscimento legale alla sua Chiesa Santa Cattolica Apostolica Tradizionale Messico-StatiUniti o, più brevemente, Iscat Mex-Usa, ma l’attività del padre continuò fino al suo arresto nel 2011. La modella e attrice messicana Carmen Campuzano è anch’essa devota della Santa Muerte, che l’avrebbe aiutata, temporaneamente, a uscire dai suoi gravi problemi di dipendenza dalle droghe. Il giornalista José GilOlmos racconta che anche la mitica attrice dell’era dorata del cinema messicano, MaríaFélix, la venerava. E così pure la cantante e attrice cubano-messicana Niurka Marcos e il suo ex compagno, l’attore di telenovele Boby Larios, i quali nel 2004 si sposarono giurando fedeltà proprio di fronte alla Chiesa di padre Romo.

Comunque sia, la Santa Muerte raccoglie consensi e devoti in paesi lontani dal Messico e“insospettabili”: dalla Germania alla Spagna, dall’Italia alla Danimarca, dal Giappone agli angoli più impensabili dell’America centrale, meridionale e settentrionale, la migrazione, il turismo e internet hanno contribuito alla sua rapida diffusione e massificazione. Le gerarchie ecclesiastiche combattono l’espansione di questa devozione che, malgrado tutto, pare inarrestabile e autonoma rispetto a istituzioni e sacerdoti. Nel mercato di Sonora a Città del Messico, noto per l’immensa varietà dei prodotti esotici, esoterici e curiosi che vi si vendono, il merchandising legato alla Niña Bonita è superato solo da quello della Madonna di Guadalupe, la santa patrona nazionale. Non hanno funzionato in passato i tentativi del Vaticano di “liberare dal diavolo” i devoti della Flaca, né altre strategie contro la Santa Muerte come le minacce di scomunica, la “semina” di altari del santo cattolico rivale, san Giuda Taddeo, o l’assoldamento di esorcisti specializzati nella capitale. Il fatto è che non c’è nessun Satana da estirpare dall’anima dei cosiddetti santamuertistas. Quello che c’è è la crisi della Chiesa in America, endemica come l’emorragia di fedeli di fronte all’avanzata dei pentecostali e dei protestanti o delle multinazionali della fede come l’americana Scientology e la brasiliana Pare de Sufrir (“Smetti di soffrire” o Chiesa universale del Regno di Dio). Ciononostante,il Vaticano resta comunque al vertice di un potere religioso e temporale, globale e millenario.

Tra i potenti, includendo narcos e boss mafiosi, la religiosità è un elemento identitario e fondamentale. La connessione mediatica delinquenza-Santa Muerte è nata in seguito alla cattura nel 1998 del famigerato rapitore seriale Daniel Arizmendi López, El Mochaorejas (“Il Mozzaorecchie”), che nel suo appartamento nascondeva un altare alla Niña Blanca che poi, con il consenso delle autorità carcerarie, poté portare nella sua cella del penitenziario La Palma. Pochi media hanno parlato, però, dell’immagine della santa nazionale messicana, la Madonna di Guadalupe, che, subito dietro all’effigie della morte, occupava un posto d’onore nel suo altare casereccio. Era giocoforza creare il mito della Madonna dei delinquenti.

Nell’aprile 2001 venne arrestato Gilberto García Mena, alias “ElJune”, luogotenente del boss OsielCárdenas, l’allora capo del cartello del Golfo. Nel giardino della sua villa l’esercito trovò un bel santuario della Bambina Bianca, per cui la Santa Muerte cominciò a essere associata anche alla narco-cultura e ai signori della droga. Le operazioni militari della narcoguerra si preoccupano sempre più di distruggere gli “spazi sacri” dedicati alla Santa Muerte, soprattutto nel Nord del Paese, dove la violenza raggiunge picchi intollerabili e si punta sul colpo mediatico pur mostrare risultati.

Nel dicembre 2010, a Nuevo Laredo, in pieno territorio dei narcos Zetas, il sindaco Ramón Garza Barrios proibì ufficialmente la vendita di immagini della Santa Muerte per le strade e richiese al ministero delle Comunicazioni e i Trasporti l’eliminazione da strade e androni dei suoi altari. Nonostante le persecuzioni e le sparate mediatiche, i santi preferiti dai narcos, in realtà, sono molti più di quanto non si creda: la Madonna di Guadalupe e san Giuda sono importantissimi, così come il Robin Hood del Sinaloa Jesús Malverde, oltre alla Santissima. Secondo alcune voci, diffuse dalla stampa messicana, nel 1996 perfino il potentissimo “Señor de los Cielos”, Amado Carrillo Fuentes, capo dell’allora egemonico cartello di Juárez, avrebbe ordinato la costruzione di un piccolo santuario in suo onore, ma è indubbio che i fenomeni dei narco altari e delle narco elemosine, ossia le prebende elargite dai narcos alla Chiesa o a culti “alternativi”, abbiano coinvolto negli anni diversi tipi di istituzioni religiose, di santi e devozioni. La Muerte non è l’unica a ricevere doni e attenzioni.

La studiosa argentina Lía Dansker ha lavorato presso vari istituti correzionali per minorenni di Città del Messico e ha riscontrato come san Giuda sia il più amato tra i giovani reclusi, provenienti in gran parte dai quartieri marginali della capitale, mentre la Santa Muerte, anche se in crescita, resta al secondo posto in classifica. Entrambi i culti si inseriscono comunque su un fondo cattolico comune. Lía s’è guadagnata la fiducia dei giovani reclusi coi suoi aneddoti sul “cugino argentino” della Santa Muerte, il popolare San La Muerte, e su un’altra icona proibita ma celeberrima: il GauchitoGil. In Argentina, come espressione di devozione e lealtà nei loro confronti, non si fanno solo tatuaggi o promesse, ma si arrivano a impiantare le figurine di plastica o di resina dei santi sottopelle con un’operazione chirurgica improvvisata. Se le ferite si infettano o il corpo del fedele rigetta la statuina, il miracolo non sarà concesso; se invece l’operazione funziona, il santo accompagnerà per sempre il suo accolito nelle sue avventure.

Il misticismo e il potere si accoppiarono nella Germania nazista: una corte di maghi, astrologi e occultisti circondava Adolf Hitler. Il Führer li incluse tra le file delle SS. Il capo di quest’organizzazione militare, Heinrich Himmler, soleva ritirarsi nel suo castello di Wewelsburg per effettuare rituali iniziatici ed esoterici, mentre Hitler consultava il suo astrologo personale prima di prendere decisioni importanti. Anche il suo alleato italiano, Benito Mussolini, pare avesse trovato in Giuseppe Cambareri un consigliere esoterico di fiducia. Il misticismo nazi si basava su miti, leggende e visioni politico-religiose che giustificavano la superiorità della razza ariana e i deliri di onnipotenza dei suoi ideatori. Oggi il nazismo esoterico caratterizza, per esempio, un partito politico come Alba Dorata in Grecia e parte del neofascismo italiano. Un nazista esoterico noto in America Latina fu Miguel Serrano, diplomatico e intellettuale cileno, amico del poeta filofascista Ezra Pound e autore di Hitlerismo esoterico Adolf Hitlerl’ultimo Avatara. L’organizzazione Nuova Acropoli, fondata in Argentina dal poeta Jorge Ángel Livraga Rizzi nel 1957 e presente in Messico, Italia e una quarantina di altri paesi, è stata descritta dal Parlamento europeo nel 1984 come «gruppo fascista e paramilitare». Il giornalista argentino Alfredo Villetta ha definito la sua ideologia come un mix di elementi «esoterici, di teosofia, di orientalismo,di alchimia, astrologia e un po’ di filosofia greca». I neonazi sono usi a mischiare e ricreare tradizioni e simboli, siano essi musicali, religiosi o letterari, appropriandosi dei più adeguati alla diffusione della loro ideologia e all’avvicinamento di seguaci verso cause politiche trasformate in culti e dogmi.

Nel barrio di Tepito dicono che la Santa Muerte non «nasconde la gente cogliona, né innalza gli stronzi». È un ragionamento che non fa una piega, soprattutto quando si tratta di culto, potere, ideologia e religiosità, dato che esistono limiti all’ambizione materiale e spirituale che non andrebbero superati. Tepito è un quartiere enclave di artigiani, commercianti e sopravviventi del caos metropolitano in cui la Santissima è la patrona, «più tosta della Madonna», e «fa sgami, paros, non solo miracoli», secondo i suoi seguaci. In fin dei conti, i devoti chiedono una vita e una morte buone. Dalbarrio bravo non si scappa, ma ci si resta per imparare, perché la saggezza di quartiere può essere diretta e tagliente come una lama o star nascosta tra i vicoli e i doppi sensi sottili della parlata locale.

In Messico la Santa Muerte sta avendo un discreto successo anche tra le classi alte, ma molto più radicata è la sua venerazione tra quelle popolari, sempre più escluse dalle attenzioni di Chiesa, stato e istituzioni. Quando la morte si fa presente nella società, il suo culto si fortifica. E quando i diritti umani sfumano, la Santa Muerte prende il posto di chi dovrebbe garantirli. La Flaca è un sostegno spirituale che dà protezione, lavoro, salute, denaro e sicurezza. Nel Messico della narcoguerra sono beni scarsi, soprattutto per quei devoti silenziosi che dal potere fuggono più che cercarlo.

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Intervista a Seth Grahame-Smith https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-seth-grahame-smith/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-seth-grahame-smith/#respond Tue, 29 Apr 2014 18:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20039 Questa intervista è uscita su Repubblica Sera.

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

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Questa intervista è uscita su Repubblica Sera. (Fonte immagine)

Riscrivere Orgoglio e pregiudizio di Jane Austen come una storia zombie? Che orrore! Raccontare che Abraham Lincoln fosse un cacciatore di vampiri? Assurdo. Invece c’è chi l’ha fatto, e con successo. Seth Grahame-Smith, trentasettenne newyorkese dall’aria scanzonata ma tutt’altro che ingenuo, professionista della scrittura tra narrativa, saggistica, televisione, fumetto e cinema (sceneggiatore ad esempio di Dark Shadows di Tim Burton), ha infatti messo a frutto la sua passione “nerd” per zombie, vampiri, lupi mannari, storie fantastiche e paurose, e ha pubblicato Orgoglio e pregiudizio e zombie e La Leggenda del Cacciatore di Vampiri: Il diario segreto del presidente (da cui nel 2012 il film di Timur Bekmambetov). Due romanzi di successo usciti in Italia per Nord, a cui si aggiunge in questi giorni La bugia di Natale, pubblicato da Multiplayer.it, una rivisitazione della Natività con zombi e magie, con i Re Magi che sono tre ladroni che si incontrano per caso e salvano il Bambino.

Come le è venuta in mente una storia del genere?

All’improvviso, in piena estate, guidando sulla Robertson, a Los Angeles, per riportare un film da Blockbuster. Mi è ronzata in testa una semplice domanda: chi erano i Re Magi?, e cosa facevano lì quella notte? Così ho iniziato la ricerca: tornato a casa ho letto i Vangeli di Luca e Matteo, dove sono più citati i Re Magi, poi ho cercato le tradizioni in cui spuntano quei tre saggi nei secoli successivi. Mi ha subito colpito che ci sono un sacco di leggende su di loro, ma se ne parla poco nel Nuovo Testamento, giusto una manciata di righe. Vengono da Est, vanno da Erode, bruciano incenso e mirra, si presentano alla mangiatoia e non fanno nient’altro di cui parlare, ma partecipano alla più famosa nascita di tutti i tempi: perché non raccontarla attraverso una lente così sconosciuta?

…e mescolare storia e religione, personaggi storici, come Ponzio Pilato e Re Erode, e altri inventati o appartenenti alla tradizione delle Sacre Scritture?

Sì. Diciamo che io prima di tutto sono un umanista, e la storia e la politica mi hanno sempre affascinato: sono convinto che guardando al nostro passato possiamo cercare un senso a ciò che succede oggi, e capire cosa potrebbe accadere. Al discorso storico in questo caso si aggiunge quello su fede e spiritualità, che sono state una parte importante della mia educazione. Con La bugia di Natale però non ho scritto un libro cristiano, piuttosto un libro “pro-fede” nel senso che, se osservi Baldassarre, lui arriva da non credente e se ne va che crede, e in questo processo cura il suo malessere profondo e comincia a capire il potere stesso della fede. Questa duplice anima, storica e spirituale, all’interno della fiction, è molto importante per me. Mi piacerebbe che persone senza alcuna fede leggessero il libro e dicessero: “Wow!, che cavalcata divertente!”. Poi vorrei che un credente lo leggesse e dicesse: “Wow!, questo libro mi ha toccato nel profondo, spiritualmente”. Non era facile provarci: affrontare storie universali ed esplorare territori nuovi da narratore, cosa sempre eccitante per me.

Non è però la prima volta, per lei. Ha riscritto Jane Austen e la biografia di Lincoln, ora le sacre scritture appoggiandosi a classici della letteratura d’appendice, horror e del fumetto. Dove nasce la sua passione per questo mash up? 

Sono stato a lungo un fan dell’horror, ma allo stesso tempo potrei dire che il 90% delle mie letture sono biografie e storie “non fiction”, come le biografie dei presidenti, che ho sempre amato. Prendiamo il mio libro su Lincoln: com’è nato? Mi piace vagare per librerie e osservare cosa venga letto. Un paio di anni fa, durante il bicentenario lincolniano, quando il film Twilight aveva appena fatto il botto, si trovavano quasi solo biografie di Lincoln e storie di vampiri. Unire le due cose era stato un collegamento istantaneo del mio cervello. Potrei dire che ne è uscito sia il mio rispetto per queste figure storiche che il mio modo di cercare un senso a quel che accade oggi nel mondo.

Cioè una continua lotta tra poteri malvagi e buoni per il controllo del mondo? In effetti, il romanzo non si conclude con l’assassinio di Lincoln, ma arriva agli anni 60. Senza svelare troppo, possiamo dire che alla fine Lincoln assiste al discorso di Martin Luther King del 1963, “I have a dream”. Ci sarà un sequel ambientato da quel periodo?

Per ora posso soltanto dire che sono attualmente al lavoro su qualcosa del genere.

Allora dovremo riparlarne. Ma perché cercare un senso al nostro mondo usando figure del soprannaturale?

Fantasmi, zombie, vampiri hanno avuto successo finché la narrazione ha avuto la funzione di affrontare le nostre paure più profonde: la mortalità, l’amore, la fede e la morte. Paure di tutti. Gli zombi sono stati una facile metafora per i tempi più duri: numerosi gruppi di esseri demoniaci senza faccia né cervello che cercano instancabilmente di distruggerti senza pensare ad altro. Il successo dei vampiri ha invece a che fare con la nostra paura della morte e la ricerca dell’immortalità. Anche se oggi, grazie al cinema, pensiamo che i vampiri dovrebbero essere sexy, sono figure spaventose da decapitare alla prima occasione possibile, e vorrei riportare tutti a considerarli tali. Diciamo che per quanto io scriva con ironia, vorrei davvero anche spaventare i lettori, perché da sempre abbiamo sovrapposto queste creature alle nostre paure, e ancora oggi possiamo farlo. E penso che più le cose peggioreranno nel mondo, più crescerà l’interesse per l’horror.

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Lincoln. Genealogie di un immaginario https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-lincoln/ https://minimaetmoralia.it/cinema/recensione-lincoln/#comments Sat, 23 Feb 2013 08:37:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13204 Vedendo Lincoln mi è venuta in mente una storia che avevo letto qualche anno fa, una di quelle storie del cinema che più mi ha fatto riflettere sull’immaginario storico dei registi. L’anno è il 1915: in Europa la Grande guerra è a una svolta, tutti si rendono conto che non sarà quel lampo promesso dalla Germania, ma una lunga, estenuante carneficina. Il fervore dei volontari va man mano affievolendosi, serve nuova linfa per mobilitare il fronte interno.

Gli alti comandi dell’esercito inglese pensano che il cinema possa essere questa linfa.

Hanno sentito parlare, forse addirittura visto, un film, non un film qualunque, ma il più grande successo cinematografico dai tempi dei Lumière. L’ha girato un regista americano, ci ha messo tre anni per realizzarlo, ha speso 112,000 dollari. Per 13 bobine, pari a tre volte un normale film dell’epoca. Ha incassato 15 milioni di dollari. È stato il primo film a essere proiettato alla Casa Bianca, di fronte al presidente Woodrow Wilson. Si intitola The birth of a Nation. Il regista si chiama David Wark Griffith.

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Vedendo Lincoln mi è venuta in mente una storia che avevo letto qualche anno fa, una di quelle storie del cinema che più mi ha fatto riflettere sull’immaginario storico dei registi. L’anno è il 1915: in Europa la Grande guerra è a una svolta, tutti si rendono conto che non sarà quel lampo promesso dalla Germania, ma una lunga, estenuante carneficina. Il fervore dei volontari va man mano affievolendosi, serve nuova linfa per mobilitare il fronte interno.

Gli alti comandi dell’esercito inglese pensano che il cinema possa essere questa linfa.

Hanno sentito parlare, forse addirittura visto, un film, non un film qualunque, ma il più grande successo cinematografico dai tempi dei Lumière. L’ha girato un regista americano, ci ha messo tre anni per realizzarlo, ha speso 112,000 dollari. Per 13 bobine, pari a tre volte un normale film dell’epoca. Ha incassato 15 milioni di dollari. È stato il primo film a essere proiettato alla Casa Bianca, di fronte al presidente Woodrow Wilson. Si intitola The birth of a Nation. Il regista si chiama David Wark Griffith.

Il film racconta la guerra, la guerra civile americana, la mette in scena, ricostruendo per la prima volta un episodio ancora legato alla memoria dei vivi, con mezzi ingenti, colossali. Si confronta dunque, The birth of a Nation con un immaginario vivido, il cui ricordo è presente, ben presente negli spettatori.

Ma il cinema è un’arte di visiva che niente, ancora, ha a che fare con la memoria: e Griffith si affida alla pittura per ricostruire i campi di battaglia.

L’ha raccontato qualche anno fa Giaime Alonge, nel bel libro Cinema e guerra. Il film la Grande guerra e l’immaginario bellico del Novecento. Scrive Alonge «La lunga sequenza della battaglia di Petersburg della Nascita di una Nazione si configura come una vera e propria summa degli stilemi che abbiamo individuato nei panorami e nelle pagine di Tolstoj e Hugo. Come in Guerra e pace e La Certosa di Parma, il campo di battaglia è uno dei luoghi in cui nel film si incrociano il piano della macrostoria e quello della microstoria».

E la mascrostoria è ricalcata dalle immagini che la pittura ha saputo creare.

Le icone si trasformano in immaginario condiviso e il cinema vi aderisce, riproponendole fin dalle sue origini. Riproponendole e trasformandole in immagini in serie: ripetute, nate in seno all’era meccanica della riproducibilità artistica e giunte su supporti analogici fino alla nostra contemporaneità. Immagini che diventano seriali. Ma continuano a essere icone. A imporsi al nostro immaginario.

La più bella definizione di icona in rapporto all’immaginario storico l’ha data, a mio parere, lo studioso francese Michel Vovelle, definendola un’immagine «che racconta e per ciò stesso contribuisce a costruire l’avvenimento in tutto il suo spessore, politico, sociale e culturale espressione di uno sguardo collettivo, obliquo, rivelatore per questo motivo, sia di ciò che si vede, sia di ciò che non si vede ».

Griffith traspone lo sguardo collettivo, obliquo della società americana nei confronti della guerra civile, e lo trasforma in cinema, in questo modo assegnando al rapporto fra immagini e immaginario un tempo più lungo, che consente di sfuggire alla dialettica dell’immagine che fotografa l’avvenimento «che in certa misura può portare alla conoscenza del tempo breve e dei momenti in cui tutto vacilla» (Vovelle).

Così The birth of a Nation agisce anche nei confronti delle litografie che raffigurano la morte di Abraham Lincoln, il 14 aprile del 1865. Griffith studia nel dettaglio le immagini in bianco e nero di Currier & Ives, e le riproduce nella scena dell’assassinio di Lincoln.

Anche in quella circostanza macrostoria e microstoria si incontrano, il protagonista del film, infatti, è presente a teatro quando l’assassinio viene perpetrato.

Anche in questo caso, grazie al film, il dipinto rinnova la sua veste di matrice delle icone ed entra a pieno titolo nell’immaginario novecentesco, tracciando un percorso di rappresentazioni ineludibile.

Almeno fino al Lincoln di Spielberg.

Il film, a The Birth of a Nation, si rifà esplicitamente, sia per il tema, sia per alcune scelte iconografiche come quelle legate alla rappresentazione della guerra.

Nel film di Spielberg i campi di battaglia ricordano i dipinti ottocenteschi, l’immaginario di Griffith, e fanno venire in mente quanto Jean-Loup Bourget  ha scritto di Barry Lyndon. In quel film Kubrick «taglia prima del corpo a corpo di cui si odono solo le sorde eco off, perché in altro modo distruggerebbe quell’ordine così perfetto».

Spielberg sembra voler inserire nel corpo a corpo delle battaglie l’ordine perfetto di cui parla Bourget. Malgrado la brutalità, infatti, lo sguardo abbraccia tutte intere le scene di guerra, per poi soffermarsi sui particolari, in una danza macabra che ricorda comunque una coreografia ben orchestrata.

Rifacendosi a una rappresentazione aerea, totale, onnisciente che, appunto richiama Griffith, che a sua volta richiama Tolstoj attraverso lo sguardo dell’ottica e il montaggio alternato.

Lincoln è il ritorno a questo sguardo, si distacca da un secolo che ha imparato a rappresentare, della guerra, la parte terrestre, parziale. Rivendica lo spazio del narratore onnisciente nella costruzione dell’immaginario contemporaneo. Rimanda al verosimile che poi è, Manzoni dixit, «materia dell’arte, un vero, diverso bensì, anzi diversissimo dal reale, ma un vero veduto dalla mente per sempre o, per parlar con più precisione, irrevocabilmente: è un oggetto che può bensì esserle trafugato dalla dimenticanza, ma che non può esser distrutto dal disinganno».

Spielberg lo fa con la guerra civile, con le logiche del potere, con i rapporti familiari, con la macrostoria e la microstoria. Lo fa mettendo in scena dialoghi minuziosi, nei quali l’aspetto umano dei protagonisti è sempre ingrediente fondamentale per spiegare l’andamento delle scelte politiche, lo fa ricostruendo le stanze, gli arredi, le luci di una quotidianità che vediamo scorrere sotto i nostri occhi in tutti i suoi dettagli.

Lo fa, infine, svelando il gioco della mediazione, dell’inganno, facendoci entrare da spettatori di prima fila allo spettacolo dell’anatomia del presidente Lincoln, i cui chiaroscuri (come padre, politico, marito) non cessano mai di svelarsi per tutto l’andamento del film.

Il narratore onnisciente Spielberg rende omaggio ai luoghi della memoria di una nazione accondiscendendo ai suoi stereotipi, mettendo in scena barbe e capelli, abiti e generali a cavallo, mamies e vecchi servitori neri.

Normale che per tutto il film, dunque, ci si aspetti di vedere alla fine,  la scena dell’assassinio, ultimo omaggio a un immaginario la cui genealogia abbiamo qui brevemente tracciato.

Ma non lo fa.

Si rimane sbigottiti di fronte a questa assenza: traditi, delusi. E poi sorpresi, incantati, anche, in qualche modo, felici. Perché in questo viaggio nel tempo che è Lincoln, viaggio nel tempo per l’immaginario storico che rievoca, la fine non è nota.

La fine è lo sguardo parziale, terrestre, è il volto del figlio, è la prima persona singolare. È l’umano che il Novecento e il grande cinema, anche quello di Spielberg, ci ha insegnato a raccontare e a ricercare, nella rappresentazione della storia.

Un omaggio alla realtà, anch’essa trasformata in icona dalle immagini, la realtà delle lacrime di un bambino che all’improvviso fanno capire che il punto di riferimento iconografico non è, appunto, la litografia di Currier & Ives, ma il volto disperato del figlio di Kennedy o quello di Martin Luther King, impressi nella pellicola, durante i funerali dei loro padri.

E potrebbe chiudersi con le parole di una vecchia canzone popolare, diventata inno nelle battaglie per i diritti civili.

Freedom’s name is mighty sweet
And soon we’re gonna meet
Keep your eyes on the prize
Hold on

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