Abu Bakr al-Baghdadi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abu-bakr-al-baghdadi/ un blog di approfondimento culturale Fri, 28 Oct 2016 21:58:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Abu Bakr al-Baghdadi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/abu-bakr-al-baghdadi/ 32 32 Il ritorno di al-Qaeda https://minimaetmoralia.it/mondo/ritorno-al-qaeda/ https://minimaetmoralia.it/mondo/ritorno-al-qaeda/#respond Sat, 29 Oct 2016 06:00:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32631 Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell'editoria sociale, giunto all'ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull'Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell'establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L'operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l'organizzazione responsabile degli attentati dell'11 settembre.

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Da oggi fino al primo novembre lo spazio Porta Futuro di Roma ospiterà il Salone dell’editoria sociale, giunto all’ottava edizione. Qui una sintesi degli incontri in programma. Di seguito pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, curatore del programma della rassegna, apparso sull’Espresso, che ringraziamo.

«Geronimo E-KIA, enemy killed in action». È la notte tra l’1 e il 2 maggio 2011. La voce del vice ammiraglio William Harry McRaven, a capo del Joint Special Operations Command degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dall’attesa incerta dei più alti membri dell’amministrazione americana. Con asciutto linguaggio burocratico, McRaven annuncia la morte di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden.

Scovato dagli uomini del Navy Seals nel suo compound di Abbottabad, cuore dell’establishment militare pachistano, il 2 maggio 2011 il nemico pubblico numero uno degli Stati Uniti è ufficialmente morto: «giustizia è fatta», afferma con orgoglio il presidente Obama rivolgendosi al popolo statunitense. Si volta pagina, pensano in molti. L’operazione delle forze speciali chiude per sempre una storia durata fin troppo a lungo. Quella di al-Qaeda, l’organizzazione responsabile degli attentati dell’11 settembre.

A più di cinque anni di distanza da quella notte, è tempo di tirare le somme: la storia di al-Qaeda è davvero finita ad Abbottabad? A giudicare dai successi del Califfo, si direbbe di sì. Abu Bakr al-Baghdadi ha conquistato la scena, eclissando i rivali qaedisti a colpi di teste mozzate, video aberranti, conquiste militari e attentati ispirati o organizzati contro l’Europa e non solo. Sovrano di un vasto territorio in Siria e Iraq, icona di un’ampia platea di aspiranti jihadisti, al-Baghdadi è il nuovo volto del male. Ma il suo protagonismo nasconde più di quanto riveli. Il suo successo potrebbe rivelarsi più effimero di quello del gruppo a cui intende sottrarre l’egemonia del jihad. Se non vediamo al-Qaeda, infatti, è perché ha scelto di abbandonare il palcoscenico. Facendo un passo indietro. Adottando un basso profilo. Cambiando pelle e strategia.

Per capire di quale strategia si tratti, è utile guardare allo Yemen, dove è in corso un conflitto sanguinoso. Qui la filiale più pericolosa della galassia qaedista, al-Qaeda nella penisola arabica (Aqap), ha guadagnato posizioni inserendosi in una partita complicata: da una parte i “ribelli” Houthi, la minoranza sciita che nel settembre 2014 ha conquistato la capitale Sanaa, costringendo all’esilio il presidente Abd Rabbo Mansour Hadi, eletto nel 2012; dall’altra i sostenitori del presidente Hadi, appoggiati dagli Usa e da una coalizione guidata dall’Arabia saudita che include il Qatar e gli Emirati arabi uniti, paesi che temono l’influenza dell’Iran sugli Houthi.

A fine aprile 2016, le forze armate degli Emirati arabi uniti e l’esercito yemenita hanno riconquistato al-Mukalla. Affacciata sul mare Arabico, quinta città e terzo porto del paese, cinquecentomila abitanti, al-Mukalla era stata conquistata il 2 aprile del 2015 dagli uomini di Aqap, che ne avevano fatto il centro nevralgico dei circa 600 chilometri di costa da loro controllati, ottenendone grandi profitti. Lo scorso aprile, le truppe degli Emirati hanno avuto gioco facile: anziché ingaggiare una guerriglia di resistenza, i qaedisti hanno abbondato la città, dopo aver trasferito le competenze amministrative a intermediari non riconducibili alla galassia jihadista. Il perché lo hanno spiegato in un comunicato rivolto agli abitanti dell’Hadramaut, la splendida regione costiera yemenita di cui al-Mukalla fa parte: «ci siamo ritirati per impedire che i nemici portassero la battaglia nelle vostre case e mercati, nelle vostre strade e moschee». Per proteggere la popolazione.

Il comunicato è un modo per capitalizzare con la propaganda una sconfitta tattica. Ma rimanda a una precisa scelta strategica. Risale alla fine degli anni Duemila, e spiega perché al-Qaeda sia tutt’altro che una minaccia disinnescata, anche se poco visibile. Come rivelano i documenti ritrovati ad Abbottabad dagli americani, prima di essere ucciso bin Laden era preoccupato. Lamentava che il nome di al-Qaeda fosse associato esclusivamente alla violenza. Che gli obiettivi politici e la matrice ideologica fossero offuscati. Invocava un cambio di passo, una «nuova fase», che rilanciasse il marchio nel mondo (cambiando perfino il nome dell’organizzazione, se necessario). Alla base, la convinzione su cui il medico egiziano Ayman al-Zawahiri, suo successore, avrebbe fondato il nuovo corso, dopo le primavere arabe: la legittimità passa per il consenso locale, non per l’imposizione e la violenza settaria. Senza il sostegno delle masse, il jihad è inutile. Senza l’appoggio dei musulmani, il Califfato è un castello di carta: la longevità politica deriva dalla persuasione, non dalla violenza. «Non costringiamo nessuno a riconoscere la nostra autorità, non minacciamo decapitazioni, non scomunichiamo chi ci combatte». Così al-Zawahiri in uno degli ultimi audio-messaggi, reso pubblico all’inizio di maggio.

È una stoccata al Califfo. La rivendicazione di un metodo e quella di una storia pluridecennale, che per al-Zawahiri comincia a quindici anni, con la lettura dei testi rivoluzionari dell’ideologo radicale dei Fratelli musulmani Sayyd Qutb, e prosegue ancora oggi. Come dimostra l’annuncio nel settembre 2014 della nascita di una nuova branca, al-Qaeda nel sub-continente indiano (Aqis), con cui l’egiziano intende «issare la bandiera del jihad» su un’area che dall’Afghanistan passa per il Pakistan, l’India, il Bangladesh e arriva fino in Birmania. Un’area su cui, puntando sul recente successo del marchio, anche il Califfo ha provato ad affacciarsi, ma dove l’egiziano ha il vantaggio di potersi affidare a una rete costruita pazientemente nel corso di decenni di militanza armata, propaganda e attentati.

Il metodo del numero uno di al-Qaeda, messo nero su bianco nel 2013 nelle “Linee generali per il jihad”, è opposto rispetto a quello dell’impaziente Califfo. Nel luglio 2014, Abu Bakr al-Baghdadi si è affrettato a dichiarare lo Stato islamico nei territori occupati in Siria e Iraq. Da allora, ha enfatizzato i successi militari, sbandierato scomuniche e massacri, rivendicato nuove affiliazioni, strumentalizzato differenze confessionali. Quando la pressione militare della coalizione internazionale si è fatta più serrata e l’Is ha cominciato a perdere porzioni significative di territorio, il portavoce del gruppo, Abu Mohammed al-Adnani, ha cambiato postura e atteggiamento, mettendosi sulla difensiva: la perdita dei territori non equivale alla sconfitta, perché più importante è la volontà di combattere, gli ideali che guidano la lotta. Così ha dichiarato a metà maggio. Pochi giorni fa, è arrivata la notizia della sua morte: con l’uscita di scena di al-Adnani, lo Stato islamico perde uno dei suoi uomini più importanti, tra i fondatori del gruppo, braccio destro del Califfo e principale propagandista e reclutatore. Segno di tempi burrascosi, per il Califfo.

I cui sogni di gloria si scontrano con la realtà. Come avviene per l’espansione fuori dai confini del Califfato: annunciate in pompa magna nel novembre 2014, le prime province esterne dell’Is – in Algeria, Egitto, Libia, Arabia Saudita e Yemen – oggi perdono colpi, mentre le branche ufficiali di al-Qaeda guadagnano terreno. Perché hanno agito in sordina. Puntando a radicarsi nei contesti locali, a rafforzare i legami sociali, con una concezione meno esclusivista e dottrinaria del jihad, più pragmatica. Non una scelta morale, dunque, ma strategica, che riduce l’esposizione militare e allo stesso tempo rinnova e rilancia il marchio di al-Qaeda nell’affollato mercato del jihadismo contemporaneo. Da gruppo di avanguardia a movimento popolare.

La scelta dei qaedisti di ritirarsi dalla città yemenita di al-Mukalla deriva da qui. Dopo aver governato per un anno tramite consigli locali, dalle retrovie, attenti a introdurre la sharia in modo graduale, si sono fatti da parte. In attesa di riprendersi la città. Il metodo vale anche in Siria, dove Jabhat al-Nusra, il gruppo legato ad al-Qaeda, è diventato uno degli attori principali dell’opposizione armata al presidente Bashar al-Assad. Nella città nord-occidentale di Idlib, per esempio, il fronte al-Nusra si è conquistato il predominio con pragmatismo: dal 2012 al 2014 ha messo le proprie competenze militari al servizio dei gruppi locali, collaborando con forze “moderate” e nazionaliste e tenendo a lungo nascosta la matrice jihadista, per non alienarsi le simpatie locali. Come consigliava al-Zawahiri in una lettera dell’inizio del 2015, i combattenti di Jabhat al-Nusra si sono integrati nel tessuto della rivoluzione siriana. Fino a intestarsela. La strategia ha funzionato. Il radicamento e la forza militare di Jabhat al-Nusra sono tali da renderlo un gruppo molto più pericoloso dello Stato islamico, sul lungo termine.

Ancor più pericoloso dopo l’operazione di marketing con cui a fine luglio l’emiro del movimento,  Abu Mohammad al-Julani, ha prima annunciato e poi pubblicizzato il distacco dalla casa-madre, al-Qaeda. L’operazione, attentamente pianificata, serve ad accreditare Jahbat al-Nusra, diventato ora Jabhat Fatah Al-Sham, come movimento autonomo, non compromesso con i terroristi stranieri. Ma si tratta solo di un’abile scelta mediatica: non c’è stato nessun vero distacco. La scelta del fronte al-Nusra è una mossa di facciata. Nominale, non sostanziale. Dietro c’è la lunga mano del numero uno di al-Qaeda, l’egiziano al-Zawahiri. Che rilancia l’opzione strategica già individuata da Osama bin Laden.

Radicamento sociale, capacità militari messe al servizio delle lotte locali in vista di un più ampio fronte globale. Il percorso siriano è simile a quello seguito nel Sahel, un’area spesso lontana dai riflettori mediatici ma cruciale, come cerniera tra il Nord Africa e l’Africa sub-sahariana. Difficile dare conto di tutti gli attacchi riconducibili a gruppi che operano nell’orbita di al-Qaeda. Più facile individuarne la strategia sottesa. Si prenda per esempio l’attentato del novembre 2015 contro il Radisson Blu Hotel di Bamako, in Mali, rivendicato da al-Murabitun, il movimento jihadista guidato da Mokhtar Belmokhtar. Bestia nera dei servizi segreti, una lunga militanza nei gruppi islamisti algerini negli anni Novanta, Belmokhtar con l’attentato di Bamako è entrato a piedi pari in una delicata partita locale, fatta di resistenze al processo di pace in Mali e all’interventismo militare francese nella regione. Ma ha tracciato anche un punto fermo: nel Sahel, la campagna acquisti del Califfo non funziona. Al Murabitun, ha ribadito “il guercio” (che qualcuno dà nuovamente per morto), è alleato con al-Qaeda nel Maghreb islamico, la branca ufficiale del network qaedista. Più in generale, nel Sahel l’obiettivo di una pletora di gruppi jihadisti rimane lo stesso: unire i mujahedin dall’Atlantico al Nilo. Sotto le insegne di al-Qaeda.

Nel Sahel al-Qaeda ha successo per le stesse ragioni per cui è diventata egemone in Siria: ha costruito un’ampia rete di sostegno integrandosi nelle comunità locali; ha ampliato il proprio bacino di consenso cooptando le dispute locali e facendosene interprete; ha enfatizzato gli obiettivi condivisi di medio termine rispetto all’ideologia; ha fornito risorse e capacità militari ai gruppi ribelli locali, nominandone i leader in posizione di prestigio. Così è successo per esempio in Mali, dove la presenza qaedista è cresciuta grazie all’accordo con il gruppo tuareg Ansar al Dine e i suoi affiliati, oltre che con la creazione del gruppo a maggioranza fulani del Massina Liberation Front, che vanta militanti dal Senegal e dalla Mauritania fino alla regione del lago Chad.

Il risultato? Attacchi sempre più frequenti e sofisticati. Contro le forze di pace sotto mandato Onu di Unisma; contro gli hotel frequentati da occidentali in Mali, Burkina Faso e Costa d’Avorio; contro obiettivi francesi e corporation globali. E un raggio d’azione ormai molto ampio, dalla costa meridionale del Mediterraneo fino al Golfo di Guinea. Tanto che il 29 luglio il Consiglio di sicurezza dell’Onu è stato costretto ad aumentare il numero dei soldati della missione Unisma, autorizzandone «una presenza più attiva e proattiva».

La minaccia qaedista si fa preoccupante anche in Nigeria, dove gli uomini di al-Zawahiri sono stati abili nel soffiare sulle spaccature che l’affiliazione allo Stato islamico del marzo 2015 ha prodotto in seno al gruppo Boko Haram, divenuto “provincia dello Stato islamico in Africa occidentale”. Abu Bakr Shekau, il leader di Boko Haram, ha chiesto a lungo a Bin Laden l’affiliazione formale. Lo sceicco saudita l’ha sempre negata. Il Califfo ha invece concesso a Shekau quel che cercava: un marchio globale da rivendicare. Shekau pensava di ottenerne grandi vantaggi, ma la storia è finita male. Il 2 agosto il magazine dello Stato islamico Al Naba ha comunicato che il “governatore” della provincia dell’Africa occidentale non è Shekau, ma Abu Musab al-Barnawi. Ne sono seguite diatribe a colpi di invettive, lettere infuocate e accuse reciproche di “deviazionismo”: il settarismo ideologico del Califfo ha provocato danni dentro Boko Haram. Un gruppo diventato più debole, e non più forte, dopo l’affiliazione allo Stato islamico: pressato dagli eserciti di Nigeria, Niger, Camerun e Chad, Boko Haram ha perso la rete di sostegno e protezione offerta un tempo da al-Qaeda nel Maghreb islamico, la branca qaedista che intende richiamare nella propria orbita i gruppi militanti dal Mali alla Nigeria.

A est, nel corno d’Africa, a operare sul terreno spesso lontano dai riflettori è al-Shabaab, che ha dimostrato un’inaspettata capacità di tenuta, tornando a bersagliare il governo somalo e obiettivi civili, a Mogadiscio e altrove, nonostante la presenza di 20.000 soldati dell’Amisom, la forza di pacificazione dell’Unione africana, le cui basi sono finite spesse sotto il tiro dei militanti somali. Nell’ultimo periodo, gli attentati si sono moltiplicati, in vista delle elezioni parlamentari e presidenziali che si terranno in Somalia tra settembre e ottobre. Mentre l’Europa annuncia la riduzione del 20% del suo contributo finanziario all’Amisom, e il governo ugandese ha già fatto sapere che entro il prossimo anno ritirerà seimila soldati.

Al-Shabaab ha riconosciuto l’affiliazione ad al-Qaeda soltanto nel febbraio 2012. Dopo anni di stretta collaborazione e, non a caso, dopo la morte di bin Laden. Per lui, l’opacità era un’opzione strategica. «Se ve lo chiedono – scriveva nell’agosto 2010 ad Ahmed Godane, l’allora leader del movimento somalo – è meglio dire che con al-Qaeda c’è soltanto una fraterna connessione islamica, niente di più». Tenendo l’affiliazione segreta, vi esporrete meno e otterrete più facilmente i finanziamenti del mondo arabo-musulmano.

Così pensava bin Laden nel suo covo di Abbottabad, lontano dal fronte di battaglia, meditando sul passato e immaginando il futuro di al-Qaeda. Veterano del jihad, alle spalle tante sconfitte e qualche successo, prima di morire lo sceicco saudita si era convinto che l’idea fosse più importante dell’organizzazione. «Che io muoia non è importante. Perché il mio martirio creerà altri Osama bin Laden». A cinque anni dal raid di Abbottabad, è il figlio Hamza a dare ragione al padre. Il 9 luglio As Sahab, uno dei canali di comunicazione di al-Qaeda, ha diffuso un file audio di 22 minuti, intitolato “Siamo tutti Osama”. Oltre a minacciare vendetta per l’uccisione del padre, Hamza rivendica l’espansione del movimento, dopo quindici anni di guerra al terrore. Subito dopo l’11 settembre «i mujahedin erano assediati in Afghanistan, mentre oggi hanno raggiunto Siria, Palestina, Yemen, Egitto, Iraq, Somalia, il subcontinente indiano, la Libia, l’Algeria, la Tunisia, il Mali e l’Africa centrale». Gli eredi dello sceicco saudita hanno messo radici in mezzo mondo. Aspettano che tramonti la stella del Califfo al-Baghdadi. Pronti a riprendersi la scena.

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Per una storia del jihad https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/per-una-storia-del-jihad/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/per-una-storia-del-jihad/#comments Thu, 07 Apr 2016 05:30:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30470 Pubblichiamo di seguito un estratto dall'ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l'Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all'università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell'Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all'Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l'Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

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Pubblichiamo di seguito un estratto dall’ebook di Giuliano Battiston Stato islamico. La vera storia, realizzato per l’Espresso.

Il 4 giugno 2009, in un discorso all’università cairota di Al-Azhar, Barack Obama reclamò la necessità di un nuovo inizio, «basato su interesse e rispetto reciproci», tra gli Stati Uniti e i musulmani nel mondo, e si assunse la diretta responsabilità «di combattere contro gli stereotipi dell’Islam dovunque si presentino». Sono passati più di cinque anni, ma la battaglia contro le letture stereotipiche del mondo islamico sembra più necessaria di allora. Ancora più urgente è distinguere gruppi, tendenze, obiettivi, ideologie e strategie dei gruppi riconducibili all’Islam politico: la «banalizzazione dell’islamismo», ha ricordato lo studioso Massimo Campanini in un saggio per l’Ispi, «è un lusso che non ci si può permettere se si vuole veramente capire il fenomeno».

Farlo non è semplice. Nel tentativo di analizzare l’islamismo sono possibili due approcci: «il primo vede l’islamismo essenzialmente come un unico progetto con diverse varianti, in cui le similitudini sono più importanti delle differenze», il secondo invece riconosce «le differenze nell’ideologia e nel comportamento dei vari filoni islamisti». Alcuni testi dedicati all’“arcipelago Islam” seguono il secondo orientamento. Tra questi, Islam, Popolo e Stato. Idee e movimenti politici in Medio Oriente di Sami Zubaida, professore emerito di Scienze politiche e Sociologia al Birkbeck College di Londra. Un libro redatto negli anni Ottanta, nel decennio successivo alla rivoluzione iraniana del ’79, quando cioè l’Islam politico rappresentava ancora una novità. Sami Zubaida non critica soltanto le spiegazioni essenzialiste, che assumono il fenomeno islamico «come un’emanazione delle essenze culturali dei popoli musulmani, considerate storicamente senza soluzione di continuità», ma contestualizza la nascita e la natura dell’Islam politico moderno. Quell’insieme di «idee e movimenti, per lo più di opposizione, che in un modo o nell’altro vogliono istituire uno Stato islamico, e che ne cercano il modello nella “storia sacra” della comunità politica dei fedeli delle origini stabilita dal Profeta Muhammad a Medina nel VII secolo».

[…]

L’islamismo politico

È un punto centrale: l’islamismo è un fenomeno moderno, reattivo. Va compreso come una risposta ai processi di modernizzazione, alle trasformazioni sociali, istituzionali e demografiche, nell’ambito di una relazione conflittuale con l’Occidente: uno strumento per liberarsi e contestare la lunga subordinazione politica, economica e ideologica all’Occidente. «Nel secolo tra il 1830 e il 1930 quasi tutto il mondo islamico, dalla costa atlantica del Marocco alla punta più orientale di Java, dalle steppe dell’Asia centrale all’Africa sub-sahariana, fu invaso e/o soggiogato da potenze non islamiche», ricorda Jason Burke in The New Threat from the Islamic Militancy. Schiacciati dalla superiorità tecnologica e militare dell’Occidente, quei Paesi si interrogano sugli errori che hanno condotto a una simile debacle. La resistenza assume forme diverse, «ma la religione gioca ruolo centrale».

In India, in seguito alla fallita rivolta del 1857 contro il regime britannico, la scuola Deobandi – da cui 130 anni dopo sarebbero emersi i Talebani afghani – decide di “ritirarsi”, «per impedire che la propria cultura islamica venisse influenzata dall’Occidente»; negli anni Venti del Novecento in India e Pakistan vengono fondate organizzazioni politiche ispirate all’Islam. Puntano al rinnovamento religioso e culturale attraverso un attivismo sociale non-violento. Le ideologie politiche occidentali vengono selettivamente adottate, quando non sono ritenute immorali. Il revival religioso accomuna Paesi molti diversi. Nel 1928, in Egitto Hassan al-Banna dà vita alla Fratellanza musulmana, che combina una visione religiosa fortemente conservatrice con una visione politica contemporanea. L’obiettivo di costruire una società islamica perfetta, ricorda Burke, passa per la riforma dello Stato, non ancora per la sua abolizione.

Nei decenni successivi si assiste al processo di decolonizzazione. All’inizio degli anni Sessanta le potenze europee si sono ritirate dalla maggior parte del mondo islamico, «ma rimangono sfide importanti». Molti regimi di nuova indipendenza adottano ideologie nazionaliste, vagamente socialiste o  genericamente secolari. Coordinate culturali che vengono percepite come estranee o inutili. I cambiamenti demografici, sociali e culturali provocano trasformazioni strutturali nelle società. Crollano le certezze. Si cercano nuovi ancoraggi ideologici. «Dopo il fallimento delle ideologie secolariste (socialismo, nazionalismo, panarabismo) che avevano dominato l’età della decolonizzazione, i musulmani radicali erano in cerca di una grammatica di senso, di un linguaggio con cui ricostruire e dare significato a un mondo in profonda trasformazione da cui si sentivano estranei», scrive Campanini.

L’islamismo offre un’alternativa, un’alternativa islamica, a quello che lo storico Samir Kassir – protagonista della vita intellettuale libanese fino al suo assassinio nel 2005 – avrebbe definito come «l’infelicità araba». L’infelicità legata allo «sguardo paralizzante» delle potenze occidentali verso il mondo arabo, «quello sguardo che impedisce perfino la fuga e che, sospettoso o condiscendente che sia, ti rimanda alla tua condizione ritenuta ineluttabile, ridicolizza la tua impotenza, condanna a priori la tua speranza», e che a sua volta nutre un senso d’impotenza, un fatalismo rinunciatario, «l’impotenza a essere ciò che si ritiene di essere».

Per comprendere le radici dell’islamismo va inoltre ricordato che è stato incoraggiato, sollecitato e favorito dalle riforme legali e giuridiche adottate nei Paesi finiti sotto l’influenza europea, attraverso il controllo coloniale o mandatario. Un’influenza che avrebbe modificato non solo il rapporto tra i governanti e la classe dei religiosi, gli ulema, ma la stessa architettura istituzionale di molti Paesi mediorientali. «Prima dell’introduzione del modello Westphaliano di Stato-nazione», scrive il ricercatore Aaron Zelin, «il rapporto tra i governanti e gli ulema era più informale». In seguito, si formalizza. Il diritto islamico e la sharia vengono codificati. Con conseguenze notevoli, perché muta il ruolo sociale degli studiosi. «La codificazione suonò come una campana a morte per il ruolo degli studiosi come depositari del diritto….». Ciò che per secoli era stato nelle mani di una classe quasi indipendente di studiosi, diviene prerogativa dello Stato. Cooptati dai governanti, gli studiosi rinunciano all’indipendenza. E con l’indipendenza perdono legittimità e status sociale. La cooptazione degli ulema negli apparati di potere statuali crea un vuoto di potere, uno spazio politico in cui diventa possibile esercitare il diritto a interpretare la religione e i testi sacri fuori dai canali istituzionali. Quegli spazi vengono sfruttati dagli islamisti, anche se privi di credenziali accademiche. Prende così piede un ampio movimento di “contestazione” islamista dal basso. Sarebbe finito per espandersi in tutto il mondo arabo-musulmano e oltre, ma nasce in Egitto. Ed è lì che si radicalizza.

Gli ideologi radicali

Le radici dell’Islam politico possono essere rintracciate nella nascita della Fratellanza musulmana, che avviene in Egitto nel 1928. Coincide non a caso con «un periodo in cui il processo di modernizzazione e di secolarizzazione dello Stato egiziano si era esteso a tutti i compartimenti del politico». Nato in risposta alla spinta dell’imperialismo occidentale e al contestuale declino dell’Islam nella vita pubblica egiziana, il movimento di Hassan al-Banna punta a contrastare queste tendenze con l’attivismo dal basso, senza rinunciare alle critiche all’establishment religioso di al-Azhar, la più autorevole istituzione religiosa del mondo sunnita. Ed è proprio tra i Fratelli musulmani che emerge l’uomo che avrebbe fortemente contribuito a trasformare l’islamismo politico in un’ideologia radicale, Sayyid Qutb, maitre-à-penser del radicalismo degli anni Settanta.

Scrittore e pedagogista, nato nel 1906 in un villaggio dell’Alto Egitto, già ispettore al ministero dell’Istruzione, nel novembre 1948 Sayyid Qutb è costretto a emigrare negli Stati Uniti. Re Faruq, il monarca egiziano, ha disposto un ordine di cattura nei suoi confronti. Non gli vanno a genio i suoi scritti anti-governativi, fieramente polemici. Moralista tormentato, inquieto osservatore delle contraddizioni americane, torna al Cairo il 20 agosto 1950, aderendo al movimento dei Fratelli musulmani, di cui diviene uno dei più importanti ideologi. Nel 1952 sale al potere Nasser, che prima gli offre diversi incarichi governativi, poi lo spedisce in prigione. Il 26 ottobre 1954 l’apparato segreto della Fratellanza cerca di uccidere Nasser. Le autorità ritengono che Qutb sia coinvolto. Finisce in cercare, dove si ammala. Due attacchi di cuore. Un’emorragia polmonare. Viene trasferito nell’ospedale penitenziario. Nel frattempo alcuni membri dei Fratelli musulmani organizzano uno sciopero. Si rifiutano di uscire dalle celle. Vengono trucidati: 23 morti, 46 feriti. Qutb vede i corpi sfigurati. E lancia il suo anatema, ricorda Lawrence Wright nel libro Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre. Mettendosi al servizio di Nasser e di uno Stato secolarizzato, i carcerieri hanno negato Dio. È la scomunica, l’anatema, il takfir. Lo stesso che molti anni dopo avrebbe alimentato le brutali gesta del Califfo Abu Bakr al-Baghdadi.

Sayyid Qutb esce dal carcere, dove lamenta di essere stato torturato, con una convinzione: il paradigma della Fratellanza musulmana, volto a consolidare il movimento religioso all’interno della società egiziana sotto il profilo sociale e organizzativo, va archiviato. Invoca una versione rivoluzionaria, radicale, dell’attivismo sociale della Fratellanza, delineata nei suoi testi poi diventati classici (Pietre miliari; La giustizia sociale nell’Islam; All’ombra del Corano). Occorre liberarsi dal giogo coloniale, sostiene, instaurando un vero e proprio Stato islamico. Anche i governi arabi sono colpevoli, perché non riconoscono l’unica sovranità, quella divina, e così facendo legittimano lo stato di ignoranza pre-islamica.

È una mossa audace, che segna uno spartiacque. Prima di lui, gli ideologi islamisti avevano evitato di attaccare i regimi arabi, per scongiurare la fitna, la discordia nelle società musulmane. Qutb invece contribuisce a delineare le tendenze takfirì, l’inclinazione alla scomunica, diffusa nei decenni successivi. Lo fa definendo «in modo circoscritto la vera identità islamica» e denunciando le società arabe del suo tempo come corrotte e falsamente islamiche. Non invoca esplicitamente la tattica terroristica, né la strategia di costringere alla conversione i recalcitranti, ricorda lo studioso Campanini, ma aspira a instaurare un nuovo ordine sociale, economico e politico, che elimini false leggi e costumi, allontani i cattivi clerici e consenta libertà reale per tutti. Il suo messaggio finirà per influenzare profondamente i “proto-jihadisti”, attivi dalla fine degli anni Sessanta, e più in generale tutto il radicalismo islamista.

Tra questi, uno in particolare merita di essere ricordato: Abdel Salam Faraj. Fondatore del “Tanzim al-Jihad” – il gruppo responsabile nell’ottobre 1981 dell’assassinio del presidente egiziano Anwar Sadat –, seguace e poi critico del pensiero di Qutb, Faraj è l’uomo a cui molti analisti attribuiscono la legittimazione del jihadismo globale contemporaneo. Il suo libro, tradotto in inglese come The Neglected Duty, è un testo fondamentale per i “barbuti” degli anni Ottanta e Novanta, un vero e proprio manuale operativo in cui l’autore esamina il dovere di riformare se stessi e la società in cui si vive (il sesto dovere di ogni musulmano), il dovere di ribellarsi contro il “nemico vicino”, in quel caso il regime egiziano.

Dopo l’assassinio del presidente Sadat, ricorda Jason Burke in The New Threat, la polizia irrompe nelle case dei responsabili. Oltre ai testi di Qutb, trovano il libro di Faraj, leader della cellula e teorico di riferimento. Per Faraj, che verrà impiccato l’anno successivo, la ribellione è necessaria, e il mondo diviso in due. Di qua la luce, di là le tenebre. Qui la giustizia e la purezza, lì la tirannia e la corruzione. Ribellarsi è la premessa per l’instaurazione di un vero e proprio Stato islamico.

[…]

Jihad offensivo e difensivo

Sull’interpretazione di jihad, gli ideologi si sono spesso divisi in passato e continuano a farlo oggi. Sayyid Qutb e Abdel Salam Faraj credevano nel jihad offensivo. La loro giustificazione era storica: gli Stati islamici – il Califfato degli Omayyadi e degli Abbasidi, così come quello ottomano – avevano regolarmente inviato delle spedizioni nei territori non musulmani. La conquista e l’espansione sarebbero intrinseci al progetto califfale. Per Abdullah Azzam, invece, è il jihad difensivo a essere più coerente con l’ortodossia salafita.

Palestinese, cresciuto studiando all’università egiziana di al-Azhar, fortemente influenzato dall’occupazione sovietica dell’Afghanistan, Azzam è uno degli ispiratori di al-Qaeda, l’uomo che ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana. Il suo slogan era «il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi». Carismatico, polemico, lingua tagliente e stile accattivante, in un testo cruciale dell’islamismo radicale, La difesa delle terre islamiche, Azzam elabora una teoria su cui ancora oggi ci si accapiglia: la differenza tra jihad difensivo e offensivo, entrambi violenti. Per Azzam, il jihad offensivo è un obbligo collettivo, deciso dalle autorità islamiche, quando scelgono di controllare i confini del proprio territorio o inviano missioni nelle terre straniere per terrorizzare i nemici di Allah. Più importante, è il jihad difensivo, il dovere individuale di espellere gli infedeli dalle terre musulmane.

La novità del suo pensiero sta qui: prima di lui, il jihad difensivo era considerato un obbligo solo per coloro che risiedessero nel territorio occupato dagli infedeli. Dopo di lui, ogni musulmano, dovunque risiedesse, aveva il dovere di contribuire a scacciare gli infedeli, anche senza una decisione delle autorità islamiche. Il risultato? «Quel che sarebbe divenuto il fenomeno contemporaneo dei foreign fighters», scrive Aaron Zelin.

Dal jihad “classico” al jihad globale

L’importanza del palestinese Abdullah Azzam come ideologo di riferimento del jihadismo classico, diverso rispetto al cosiddetto jihadismo globale, è enorme. Oltre a dare una connotazione fortemente bellicista al concetto di jihad, Azzam ritiene che la violazione del territorio musulmano da parte di non musulmani richieda l’immediato coinvolgimento militare di tutti i musulmani abili, dovunque si trovino. Bin Laden, “autore” della dottrina del jihad globale, la pensava diversamente. «Mentre Azzam propugnava il conflitto e la guerriglia all’interno di zone di conflitto definite, contro nemici in uniforme, bin Laden esortava alle uccisioni di massa fuori dalle aree di attacco». Per rendere le cose più chiare: i militanti islamisti che negli anni Ottanta si sono recati in Afghanistan, per poi spostarsi negli anni successivi in Bosnia e Cecenia, vanno considerati esponenti del jihad classico. Gli emuli di bin Laden, con i loro attacchi contro gli infedeli in Occidente (non nelle terre musulmane occupate dagli infedeli), sono esponenti del jihad globale.

Il passaggio dal jihad “classico” a quello “globale” è cruciale, e segna il  progressivo abbandono dell’idea di jihad organizzato in favore di una concezione più individualistica. E dunque più pericolosa perché più difficile da intercettare e prevenire. «In contrasto rispetto all’orientamento comunitario dell’islamismo», scrive Nelly Lahoud in The Jihadis’ Path to Self-Destruction, il jihadismo si fonda dunque su basi individuali, rigetta l’idea dello Stato-nazione con i suoi meccanismi e processi politici secolari ed enfatizza «il jihad come unica strada per lo Stato islamico/Califfato», l’unico sistema che possa riunire tutti i musulmani, ovunque nel mondo. Da qui, anche una minore enfasi sull’istruzione religiosa, e una maggiore attenzione all’attivismo, al protagonismo militare. Che si accompagna al recupero di alcune correnti della teologia islamica medievale che rimandano a una battaglia tra fedeli e infedeli che non è soltanto globale, ma cosmica.

Il progressivo affrancamento dalla purezza dottrinaria in favore dell’attivismo militare è evidente nel percorso di un altro celebre jihadista, Mustafa Sethmarian Nasar, meglio conosciuto come Abu Musab al-Suri. Un nome importante, da tenere a mente: «se al-Awlaki è stato il propagandista che più ha influenzato l’attuale minaccia contro l’Occidente, e al-Zawahiri e al-Baghdadi sono oggi i comandanti più influenti, allora al-Suri è lo stratega di maggiore rilevanza», scrive Burke in The New Threat.

Nato ad Aleppo, in Siria, nel 1958, cresciuto in una famiglia agiata, una formazione da ingegnere, al-Suri è stato costretto a lasciare il suo Paese nel 1982, per sfuggire alla sanguinosa repressione degli islamisti da parte del regime di Hafez al-Assad, padre dell’attuale presidente siriano. Qualche anno dopo si ritrova a Peshawar, in Pakistan, dove conosce bin Laden e al-Zawahiri. Nel 1992 riparte, arriva a Londra (dove aiuta i militanti diretti in Algeria) e poi in Spagna, contribuendo a mettere in piedi i primi network qaedisti in Europa. Nel 1999 torna in Afghanistan, a Kabul, dove gestisce una sorta di rudimentale think tank, spiega Burke.

Editore, scrittore, pamphlettista e stratega, per elaborare una teoria del jihad militarmente efficace al-Suri ha accantonato i riferimenti dottrinali alla tradizione islamica per recuperare tattiche e strategie dei movimenti ispirati al maoismo. Una scelta che lo avrebbe portato a criticare perfino al-Qaeda: l’attacco alle Torri gemelle non è il coronamento delle ambizioni decennali degli islamisti radicali, ma un atto dalle conseguenze catastrofiche per il jihadismo, perché ha innescato la reazione degli Stati Uniti contro l’Emirato islamico d’Afghanistan, il governo dei Talebani, centrale nella resistenza agli infedeli. Autore di un pamphlet di 1600 pagine, The Call for Global Islamic Resistance, al-Suri si distingue da altri strateghi per l’idea di un jihad più decentralizzato, «senza leader», individuale, un’idea che sarebbe diventata popolare negli anni successivi e che avrebbe trovato risonanza nei sermoni e nelle teorie di un altro influente ideologo jihadista, Anwar al-Awlaki, propagandista di al-Qaeda nella penisola arabica e ideatore di Inspire, la rivista patinata del gruppo di bin Laden.

«Nizam la tanzim», «il sistema, non l’organizzazione». Sta qui l’originalità e l’importanza del pensiero di al-Suri, che auspica una rivolta popolare, interamente auto-organizzata, senza leader né strutture, condotta da cellule di militanti collegate in modo lasco. Unite per colpire obiettivi specifici e poi di nuovo autonome. Nessuna autorità superiore. Nessun leader autoproclamato. Anche al-Qaeda, scrive nel suo libro, «non è un’organizzazione, non è un gruppo, e non vogliamo che lo diventi». Al contrario, «è una chiamata, un riferimento, una metodologia». È un’idea che lo accomuna a bin Laden, ricorda Jason Burke. La convinzione che l’effetto cumulativo delle attività jihadiste avrebbe inevitabilmente provocato una radicalizzazione e una mobilitazione globale, facendo avanzare la causa. La convinzione che l’“idea” sia più importante delle persone e delle strutture. «Vita o morte per me non contano», avrebbe detto bin Laden prima di essere ucciso nel suo covo di Abbottabad, in Pakistan, «perché il risveglio è cominciato».

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Nella biblioteca di Osama Bin Laden: Al Qaeda vs Stato islamico https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/nella-biblioteca-di-osama-bin-laden/#comments Thu, 28 May 2015 16:36:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27054 Questo pezzo è uscito su Reset

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Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

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Kabul

Ci sono almeno due modi per leggere e interpretare i documenti di Osama bin Laden resi pubblici mercoledì scorso. La lettura a volo d’uccello della lista dei libri ritrovati e il “close reading” dei messaggi e delle lettere di natura operativa. La prima serve ad avere un quadro complessivo – anche se parziale – degli interessi di Osama bin Laden, delle sue abitudini personali, del suo universo ideologico-culturale. La seconda serve invece a capire cosa intendesse fare Osama bin Laden della sua organizzazione, e cosa la distingua dal gruppo che ha conquistato l’egemonia nel panorama del jihadismo contemporaneo: lo Stato islamico.

In un articolo pubblicato sul sito War on the Rocks, Clint Watts – già agente speciale dell’Fbi e ora ricercatore senior al Foreign Policy Research Institute di Philadelphia e al George Washington University Center for Cyber and Homeland Security – fornisce indicazioni utili per una lettura selettiva, e ricorda una cosa fondamentale: Bin Laden era un terrorista. Come tale, programmava attentati, elaborava piani strategici, compiva scelte tattiche, forniva indicazioni concrete (spesso disattese) ai suoi seguaci.

Scartabellare la lista delle sue letture per avere un quadro dell’uomo Osama bin Laden ci restituisce un quadro forse utile, ma tutto sommato prevedibile e rassicurante nella sua prevedibilità. Studiare le lettere che inviava ai suoi seguaci, le indicazioni su ciò che in linea di principio era loro permesso e ciò era vietato, ci dice molto sulla natura organizzativa di al Qaeda. E come vedremo anche sulle ragioni per cui, più che gli epigoni di al Qaeda, dovremmo temere i membri dell’organizzazione rivale, lo Stato islamico.

Prima di vedere dove ci portano le due letture, un paio di premesse. I documenti resi pubblici mercoledì sono soltanto una parte di quelli trovati nel rifugio di Abbottabad nel maggio 2011, una vera e propria piccola biblioteca universitaria secondo i funzionari americani. Non sappiamo con quali criteri siano stati selezionati e scelti per la pubblicazione, né quali siano gli altri documenti ancora segretati. Non sappiamo se la pubblicazione faccia parte – come qualcuno sospetta – di una “damage control propaganda” per esorcizzare le domande poste dal giornalista Seymour Hersh sulla veridicità del racconto dell’amministrazione Obama sull’uccisione di Osama bin Laden. Secondo uno dei portavoce della Cia, Jeffrey S. Anchukaitis, l’analisi dei documenti da pubblicare è iniziata nel maggio 2014, proseguirà per tutta l’estate e ha avuto un’improvvisa accelerazione perché la Casa Bianca ha deciso di assecondare “il crescente interesse del pubblico”. Bontà loro.

Molti documenti pubblicati mercoledì erano disponibili dal 2012, ha ricordato Jason Burke dalle pagine del Guardian. D’altronde già nel 2006 il Combating Terrorism Center dell’accademia militare di West Point ha cominciato a declassificare per la prima volta, nell’ambito del progetto Harmony, alcuni documenti del gruppo fondato da Osama bin Laden nel 1998.

La lettura a volo d’uccello

Ma veniamo alle due letture. La prima, a volo d’uccello, ci restituisce l’immagine complessiva un uomo che, a dispetto dei problemi di comunicazione e dell’isolamento coatto, cerca di restare aggrappato al mondo esterno, di comprenderne i cambiamenti, e di veder confermati i propri pregiudizi sul grande Satana.

Bin Laden vive nel compound di Abbottabad con una famiglia numerosa. Tre mogli, diversi figli, una dozzina di nipoti. Sente forte la mancanza degli altri figli e della moglie Khayriyah, che dal 2001 vive agli arresti domiciliari in Iran. Dà loro consigli (“attenzione alle brutte compagnie, soprattutto femminili”, manda a dire ai figli). Non riesce a comunicare quanto vorrebbe anche perché è ossessionato dalla sicurezza. Sa che le tecniche di spionaggio degli americani sono sofisticate. Che ogni piccolo dettaglio potrebbe condurre alla cattura. O alla morte. In una lettera del 7 agosto 2010 scrive a un suo uomo: “il nemico può facilmente monitorare tutto il traffico email […]. La computer science non è una nostra scienza e non l’abbiamo inventata noi. Credo che sia un grande rischio dipendere dalla criptazione per inviare messaggi segreti”.

A una delle mogli che torna da un viaggio all’estero consiglia di lasciare dietro di sé ogni cosa, inclusi i vestiti, perché le cimici potrebbero essere dovunque. La sua ossessione non è campata in aria. Secondo alcuni documenti forniti dal contractor della Nsa Edward Snowden e resi noti dal sito The Intercept, la National Security Agency avrebbe elaborato un piano – Medical Pattern of Life: Targeting High Value Individual #1 – per nascondere strumenti di spionaggio nelle apparecchiature mediche potenzialmente destinate a Bin Laden.

Mentre cerca di mantenere saldo il legame con il resto della famiglia, lo sceicco saudita coltiva i suoi interessi. Prova a interpretare il mondo e le sue trasformazioni. La sua biblioteca è ricca ed eclettica, ma tutto sommato scontata. Noam Chomsky (con Hegemony or Survival: America’s Quest for Global Dominance), pensatore della sinistra radical e contestatore delle politiche imperialiste americane, va bene. Un po’ meno Michel Chossudovsky, che nel suo America’s War on Terrorism finisce per trasformare Bin Laden in un fantoccio nelle mani degli americani. Bin Laden è ossessionato dall’occidente e dagli Stati Uniti, ha scritto la critica letteraria del New York Times, Michiko Kakutani. Nella biblioteca ci sono testi recenti ma ormai classici come Obama’s Wars di Bob Woodward eThe Rise and Fall of the Great Power di Paul Kennedy.

Studia il nemico e vuole sapere quanto il nemico conosca la sua organizzazione. Legge e rilegge gli studi dei più accreditati think tank internazionali, inclusi quelli legati all’accademia militare di West Point, come Rand Corporation e Combating Terrorism Center. Legge Imperial Hubris di Michael Scheuer, l’ex funzionario della Cia che coordinava gli sforzi per catturarlo. Non si lascia ovviamente sfuggire il rapporto ufficiale della Commissione americana sugli attacchi dell’11 settembre, oltre che i rapporti del centro di ricerca del Congresso americano.

La politica, le relazioni internazionali, il cambiamento climatico, l’islamismo politico dei padri del jihadismo contemporaneo (Abdallah Azzam e Sayyd Qutb), l’economia francese degli anni Trenta, l’agricoltura delle palme, le analisi sul terrorismo. C’è un po’ di tutto nella lista dei libri di Bin Laden. Peccato che manchi un testo fondamentale come Le altissime torri, di Lawrence Wright. Perfino Osama avrebbero potuto imparare qualcosa su al Qaeda, la sua creatura.

La lettura operativa

Il grande errore di chi analizza i documenti di al Qaeda, sostiene Watts nell’articolo War on the Rocks già citato, è di concentrarsi eccessivamente sulle idee strategiche, piuttosto che sulle istruzioni operative. “Con i documenti di al Qaeda, preferisco concentrarmi su ciò che fanno, piuttosto che su ciò che dicono. I ragazzi di al Qaeda formulano sempre piani”. Quelle istruzioni operative non sono soltanto interessanti di per sé, dice Watts, ma risultano fondamentali, perché aprono una finestra su un mondo altrimenti inaccessibile: raccontano le motivazioni che si nascondono dietro al reclutamento di un jihadista, spiegano il funzionamento interno di un’organizzazione terroristica, anche nei particolari minori, apparentemente secondari.

Seguiamo allora i suoi consigli e puntiamo l’attenzione sui documenti operativi. Alcuni documenti rivelano aspetti quotidiani, di micro-gestione di una macchina economica e militare complessa. Altri illuminano la futura traiettoria di al Qaeda e spiegano, almeno in parte, il declino di al Qaeda come brand del jihadismo globale e il successo dello Stato islamico. Tra i primi ci sono per esempio alcuni fogli contabili relativi alle spese sostenute tra l’aprile e il dicembre 2009. Osama tiene i conti da vero burocrate. Ce lo immaginiamo nel suo camicione lungo, seduto alla scrivania, gli occhi stretti puntati sul quadernino degli appunti. Una delle mogli che dice “Osama, torna a letto. Si è fatto tardi”. Bin Laden si preoccupa delle spese. Nell’agosto del 2010 scrive a un suo sottoposto, dicendogli di non anticipare gli stipendi mensili agli agenti operativi di al Qaeda. “Potrebbero spenderli e tornare chiedendo un prestito”. Ogni azienda ha i suoi problemi.

Molti commentatori hanno trovato interessante la job application destinata agli aspiranti jihadisti: “Quanto Corano conosci a memoria?”, “Quali predicatori segui?”, “Qualcuno della tua famiglia o dei tuoi amici lavora per il governo?”, “Sei disposto al martirio?”. Domande semplici. Alle quali si prega di rispondere scrivendo “in modo chiaro e leggibile”, includendo soprannomi, hobby. E conoscenza delle lingue straniere. Che non fa mai male.

Queste sono alcune delle indicazioni operative, concrete, che emergono dalla lettura dei documenti resi pubblici mercoledì. Ma facciamo un passo ulteriore. Cerchiamo di capire cosa ci dicono tali documenti sull’organizzazione di Bin Laden, sulla sua parabola militare, sulle differenze rispetto allo Stato islamico. Grazie alle conoscenze ai piani alti del Pentagono e del Dipartimento della Difesa, il giornalista Peter Bergen ha avuto accesso non solo ai documenti pubblicati mercoledì, ma a molti altri, ancora riservati. L’impressione che ne ha avuto è quella di un terrorista che continua a immaginare piani di attacco poco credibili agli Stati Uniti, mentre fatica a tenere le redini di un’organizzazione che si è espansa oltre i suoi propositi iniziali.

I luoghi dove tutto ha preso vita nel 1998, le montagne del Pakistan, non sono più sicuri come una volta. I droni americani colpiscono duro. I vari gruppi affiliati ad al Qaeda in giro per il mondo agiscono troppo di testa loro. Sono tre, in particolare, le questioni che non fanno dormire sonni tranquilli a Bin Laden. Le stesse che mostrano quanto al Qaeda sia diversa dallo Stato islamico.

Le vittime civili e l’unità della comunità islamica

Il 3 dicembre del 2010 Bin Laden scrive all’allora leader dei Talebani pakistani, Hakimullah Meshud. Gli intima di interrompere la campagna di attacchi contro le moschee e i mercati, che ha già causato centinaia di vittime civili. È una lettera dai contenuti molto simili a quella inviata nel 2007 in Somalia, affinché i “fratelli somali riducano il danno dei musulmani del mercato di Bakarah come risultato dell’attacco ai quartier generali delle forze africane”. “Siate compassionevoli con la popolazione”, suggerisce ai guerriglieri locali. Non uccidete i membri delle tribù locali, scrive invece a uno dei leader di al Qaeda nella penisola arabica, il gruppo con base nello Yemen. L’obiettivo è chiaro: non ripetere gli errori compiuti nell’Iraq occidentale.

Sul nome di al Qaeda pesa infatti un’ipoteca negativa. Quella guadagnata con la loro brutalità dai gruppi affiliati ad al Qaeda in Iraq. In qualche occasione bin Laden suggerisce di tenere nascosto il legame con la casa-madre: il 7 agosto del 2010 scrive a Mukhtar Abu al-Zubair, il leader della milizia al-Shabaab in Somalia. “Se ve lo chiedono, è meglio dire che c’è una relazione con al Qaeda, ma semplicemente una connessione islamica fraterna, niente di più”. Tenete la vostra affiliazione ad al Qaeda segreta. Attirerete meno attenzione. E riuscirete a guadagnarvi più facilmente i finanziamenti del mondo arabo. Dichiarare pubblicamente il legame con al Qaeda sarebbe controproducente per i ribelli somali. Così pensa e scrive Bin Laden.

Che arriva perfino a pensare di cambiare nome alla sua organizzazione, anche per ragioni di strategia comunicativa, ricorda Peter Bergen. In un memo interno scrive: “Obama dice ‘la nostra guerra non è contro l’Islam o contro i musulmani, ma contro l’organizzazione di al Qaeda’. Così, se la parola al Qaeda fosse derivata o avesse un legame più forte con la parola ‘Islam’ o ‘musulmani’, o se includesse il nome ‘Partito islamico’, sarebbe più difficile per Obama riuscire a dirlo”. Bin Laden suggerisce alcuni nomi alternativi rispetto all’ormai tradizionale al-Qaeda: “Gruppo del jihad e del monoteismo; Gruppo del monoteismo e della difesa dell’Islam; Gruppo per la Restaurazione del Califfato; Gruppo per l’unità islamica…”.

La questione dell’unità islamica è centrale, per comprendere le differenze tra al Qaeda e lo Stato islamico. Hassan Hassan, co-autore di un libro importante sull’ascesa dello Stato islamico (Isis. Inside the army of terror) recentemente ha ricordato che Bin Laden mirava a rendere popolare il jihad, voleva persuadere gli altri musulmani a unirsi alla lotta, creare un fronte comune. Il leader dello Stato islamico Abu Bakr al-Baghdadi, che su questo eredita l’impostazione del suo predecessore Abu Musab al-Zarqawi, ritiene invece che sia essenziale combattere gli altri gruppi militanti sunniti che si oppongono al suo progetto, e ovviamente gli sciiti. La sua è innanzitutto una guerra interna al mondo musulmano. Portata avanti a colpi di “takfirismo”, la corrente dottrinaria che fa della scomunica degli altri musulmani, considerati eretici, apostati o complici dei miscredenti occidentali, il motore principale del jihad.

Entrambi i gruppi si ispirano al salafismo, la corrente teologica dell’Islam sunnita che punta alla purificazione della fede e che contrassegna ideologicamente gran parte del jihadismo contemporaneo. Ma c’è salafismo e salafismo (ce n’è perfino uno quietista). E come nota il ricercatore Cole Bunzel in un saggio per la Brookings Institution di Washington, al di là di un comune ricorso a un rigorismo testuale nell’interpretazione del Corano, ancorato a una tradizione teologica premoderna, le differenze tra i due gruppi sono più marcate di quanto non appaiano agli occhi dei profani. “Se dovessimo collocare il jihadismo lungo uno spettro politico – scrive Bunzel in From Paper State to Caliphate: The Ideology of the Islamic State – al-Qaeda rappresenterebbe la sinistra, e lo Stato islamico la destra”.

Gli Stati Uniti, la destra e la sinistra jihadista

È vero dunque, come è stato scritto su Foreign Policy, che le lettere ritrovate nel rifugio di Bin Laden illustrano bene le differenze tra al Qaeda, la vecchia scuola del movimento jihadista, e le nuove leve, quelle dello Stato islamico. Sinistra e destra del jihadismo contemporaneo, al Qaeda e lo Stato islamico, differiscono profondamente su quali siano i nemici da combattere, su quali siano le strategie e le tattiche da adottare per sconfiggerli. Lo hanno spiegato in modo chiaro su The National Interest Daniel Byman e Jennifer Williams. Scopo ultimo di al-Qaeda è sì il rovesciamento dei regimi apostati e corrotti del Medio oriente e la loro sostituzione con governi ‘puramente’ islamici, ma l’obiettivo primario rimangono gli Stati Uniti, il “nemico lontano”. I documenti ritrovati nel covo di Abbottabad lo confermano.

“Dobbiamo estendere e sviluppare le nostre operazioni in America, senza limitarci a far saltare in aria gli aeroplani”, scrive Bin Laden al leader dei suoi affiliati in Yemen. Uccidere gli americani è prioritario, rispetto all’uccisione dei soldati o poliziotti yemeniti. In una lettera destinata ad Atiyah Abd al-Rahman, che sarebbe divenuto il capo delle operazioni di al Qaeda prima di essere ucciso con un raid nel 2012, Bin Laden suggerisce apertamente di informare i membri di al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) di rinunciare alle operazioni contro le forze di sicurezza locali, “le fronde”, e di “concentrarsi sul tronco americano”.

Per Jason Burke, tra i documenti resi pubblici mercoledì, molti “sembrano tentativi di mantenere al Qaeda concentrata sulla ventennale strategia di colpire il ‘nemico lontano’, gli Stati Uniti e i suoi alleati occidentali, piuttosto che lasciarsi invischiare in battaglie contro le autorità del mondo islamico”. L’ostacolo principale alla ribellione delle masse arabe, ne è convinto Bin Laden, è il sostegno economico, militare e politico degli Stati Uniti ai regimi arabi e mediorientali. Abu Bakr al-Baghdadi ritiene invece che il fronte principale del jihad sia quello “interno”, dei regimi arabi: il “nemico vicino”. E che per combattere la loro corruzione morale e materiale occorra innanzitutto purificare la comunità islamica, eliminare l’idolatria (shirk), affermare l’unicità di Dio (tawhid), attaccando gli sciiti e le altre minoranze religiose.

Per lo Stato islamico la violenza sanguinaria va dunque indirizzata, prima ancora che contro il “nemico lontano”, gli Stati Uniti, contro il “nemico vicino”, gli sciiti e tutti quei musulmani sunniti compromessi con i regimi oppressivi del Medio Oriente e non solo. Bin Laden e i suoi seguaci hanno sempre avuto un atteggiamento più pragmatico: gli sciiti sono degli apostati, certo, ma attaccarli in modo esplicito sarebbe controproducente, sul breve e sul lungo termine. La rivoluzione di al-Qaeda vuole essere globale. Ha bisogno delle masse, e le masse musulmane faticano a comprendere la violenza contro gli sciiti, oltre a considerare secondarie le differenze dottrinali tra sciiti e sunniti. Al-Qaeda, da questo punto di vista, è un gruppo più orientato al pragmatismo politico: laddove conviene in termini strategici o tattici, segue le vie di mezzo, rinuncia alla purezza dottrinaria. Lo Stato islamico al contrario non accetta compromessi sulle questioni dottrinali, ricorda Cole Bunzel.

Il Califfato

Pragmatismo politico-militare versus purismo dottrinale. Semplificando, potremmo sintetizzare così la differenza tra al Qaeda e lo Stato islamico. Che si riflette anche sulla questione del Califfato. Nei documenti di Abbottabad emerge un Osama bin Laden molto preciso su questo punto: frena, dice di aspettare, nota che i tempi non sono maturi. Se non si sconfigge prima il grande nemico – gli Stati Uniti – ogni tentativo di istituire uno Stato islamico sarà destinato alla sconfitta, pensa. Lo ha dimostrato il rovesciamento nel 2001 dell’Emirato islamico d’Afghanistan, il regime dei Talebani fatto fuori a colpi di B-52.

Osama invita i membri di al Qaeda nella penisola arabica a rinunciare a ogni possibile ambizione a dichiarare un Califfato islamico. I combattenti “per ora” devono “evitare di insistere sulla formazione di uno Stato islamico, e lavorare alla distruzione del potere del nostro grande nemico, attaccando le ambasciate americane nei paesi africani, come Sierra Leone, Togo, e soprattutto attaccando le compagnie petrolifere americane”. Non siate troppo ambiziosi, scrive agli affiliati yemeniti: “Il popolo yemenita non è ancora veramente pronto per un governo formato da al Qaeda”.

Con Atiyah Abd al-Rahman è ancora più preciso. “Dobbiamo enfatizzare l’importanza del tempo nell’instaurazione dello Stato islamico”, scrive in una lettera. “Dobbiamo essere consapevoli che la pianificazione per l’instaurazione dello Stato comincia con la sconfitta della grande potenza che ha rafforzato l’assedio sul governo di Hamas, e che ha spodestato l’Emirato islamico in Afghanistan e Iraq […] Dobbiamo tenere in mente che questa potenza ha ancora la capacità di mettere sotto assedio lo Stato islamico e che tale assedio potrebbe forzare la popolazione a spodestare il loro governi debitamente eletti”.

Osama bin Laden, nel 2011, prima di venire ucciso, è un veterano del jihad. Un politico navigato. Conosce l’importanza dei rapporti di forza, in guerra come in diplomazia. Ha rinunciato a sognare il grande Califfato. Il suo sogno sarebbe poi stato realizzato da Abu Bakr al-Baghdadi, il cui gruppo sin dall’inizio ha puntato, contrariamente ad al Qaeda, alla conquista territoriale, all’occupazione e al governo dei luoghi finiti sotto la propria influenza.

Eppure anche gli esponenti di al Qaeda hanno discusso a lungo l’opzione-Califfato. Lo nota Cole Bunzel nel saggio già citato. Tra la fine del 2001 e l’inizio del 2002, subito dopo la caduta dei Talebani, in Iran si incontrano Sayf-al’Adl e Abu Musab al-Zarqawi. Il primo è lo stratega militare di al Qaeda, il secondo è il militante giordano che avrebbe poi fondato al Qaeda in Iraq, dando la linea allo Stato islamico. Un’opportunità storica, la reputa Sayf-al’Adl.

Abu Musab al-Zarqawi comincia allora a coltivare l’idea. Nel 2005, l’anno successivo al suo giuramento di fedeltà ad al Qaeda, riceve tre lettere da esponenti della casa madre. Perfino Ayman al-Zawahiri, allora vice di Osama e attuale numero uno dell’organizzazione, scrive di sperare che la creazione di uno Stato islamico in Iraq possa “portare allo status di Califfato”. Poi le cose cambiano. I rapporti tra Zarqawi e la casa madre si fanno più tesi. Al Qaeda, pragmaticamente, rinuncia all’idea. Fino a quando Abu Bakr al-Baghdadi non dà vita al sogno mai realizzato di Osama bin Laden.

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Twitter e kalashnikov: la propaganda jihadista https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/ https://minimaetmoralia.it/attualita/twitter-e-kalashnikov-la-propaganda-jihadista/#comments Fri, 23 Jan 2015 10:22:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25119 Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e - peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa - una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

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Questo pezzo include e assembla, rivisitati, alcuni articoli usciti su Pagina 99 e il manifesto.

Kabul/Roma

C’era una volta, nell’Emirato islamico d’Afghanistan, un uomo di nome Wakil Ahmed Muttawakil,  un mullah con qualche chilo di troppo, la barba lunga e folta, gli occhiali dalla montatura pesante. Già portavoce e consigliere personale del leader dei Talebani mullah Omar, mullah Muttawakil è stato l’ultimo ministro degli Esteri del governo degli “studenti coranici”, prima che gli americani decidessero di rovesciarlo con i B-52. Mullah Muttawakil era temuto e rispettato in tutto il paese, ma ancora oggi qui a Kabul si racconta che nel suo ufficio nascondesse con timore un televisore e – peccato ancor più grande agli occhi della polizia religiosa – una parabola satellitare sul tetto. Mullah Muttawakil voleva aggiornarsi, ma contravveniva alle regole che il suo governo imponeva agli afghani: niente film e televisione, una sola emittente radiofonica, La voce della Sharia, per spiegare ciò che era giusto e ciò che era sbagliato.

Da allora tante cose sono cambiate. Mentre Muttawakil scontava due anni nel carcere di Bagram, i suoi ex sodali hanno cominciato a capire che, se i media sono un’arma, vale la pena impugnarli, anziché nasconderli o vietarli. Oggi dispongono di un capillare sistema di comunicazione, gestito dalla Sezione multimediale della Commissione cultura dell’Emirato, sotto la diretta supervisione della shura di Quetta, una delle tre “cupole” dell’organizzazione talebana, quella che detta la linea politica. Dai video a Twitter, da Facebook a Youtube, dalle riviste alle trasmissioni radiofoniche, dai messaggi e dalle suonerie sui telefoni cellulari alle lettere notturne, dalle audio-cassette agli mp3, passando per le taranas, le canzoni patriottiche dai contenuti “tradizionali” e dal ritmo serrato, non c’è mezzo e linguaggio che i Talebani non usino con disinvoltura.

Il sito di riferimento dell’Emirato islamico, “Voice of Jihad”, propone notizie giornaliere e aggiornamenti costanti, analisi settimanali, articoli di approfondimento, interviste ai comandanti della guerriglia o ai rappresentanti del governo ombra, dichiarazioni ufficiali, video di propaganda. In cinque lingue diverse (farsi, urdu, arabo, pashto e inglese). La maggior parte dei contenuti audiovisivi sono realizzati dalla studio di produzione “Al Emarah”, che pochi giorni fa ha lanciato in pompa magna un nuovo video, “La terra delle battaglie epiche”: quasi un’ora e mezzo di riprese, attacchi, attentatori suicidi, musica trionfale, sigillati da una dichiarazione del leader supremo, Amir-ul-Momineen, la guida dei fedeli mullah Omar. Tra i più recenti successi mediatici dei Talebani va senz’altro segnalato il video, piuttosto rudimentale, della liberazione del sergente americano Bowe Bergdahl, catturato nel 2009 e restituito agli americani nel maggio scorso in cambio di cinque turbanti neri “ospitati” a lungo nel carcere di Guantanamo. Il video si chiude così: l’elicottero americano si posa sul terreno, Bergdahl viene frettolosamente recuperato, poi l’elicottero riprende il volo, mentre nel sottopancia scorre la scritta “Don’t come back in Afghanistan”. Un bel colpo.

Talebani e Stato islamico

Eppure, nonostante la capillarità del loro sistema di comunicazione e la diversità dei prodotti editoriali, i Talebani afghani non “bucano il video”. Di sicuro non quanto i barbuti dello Stato islamico. Perché? Le ragioni sono diverse. La prima, la più ovvia, è che il nuovo si vende meglio dell’usato: sul mercato dei media una storia sull’attivissimo e impegnatissimo Abu Bakr-al-Baghdadi vale più di una storia sull’evanescente mullah Omar. Ma oltre a questo e alla maggiore raffinatezza tecnica degli operatori dello Stato islamico, ci sono altre ragioni, legate al rapporto tra obiettivi politici e target mediatici. Se lo Stato islamico punta alla costruzione di un Califfato che includa, rendendoli irrilevanti, gli attuali confini degli Stati-nazione dell’area mediorientale, i Talebani afghani hanno invece un’agenda tutta “domestica”, pensano a ciò che accade all’interno dello Stato-nazione afghano. Quella dei Talebani si presenta come una resistenza nazionale all’occupazione straniera, benché contaminata dal sostegno straniero; quella dello Stato islamico è un’ambiziosa strategia transnazionale di riconfigurazione degli assetti politici e sociali del Medio Oriente e non solo. Da qui, dai diversi obiettivi politici, nascono le diverse strategie di propaganda dei due gruppi.

Per i Talebani afghani il pubblico è soprattutto locale, e va convinto; per lo Stato islamico la platea è in primo luogo mondiale, e va terrorizzata. I Talebani vogliono tornare al governo, cercano il consenso. Lo Stato islamico intende distruggere i governi attuali dell’area, deve terrorizzare, e con il terrore convincere il pubblico jihadista globale che il nuovo cavallo vincente è Abu Bakr al-Bagdhadi. Non è un caso che nel cyberspazio jihadista l’enfasi posta dai Talebani sulla resistenza nazionale abbia provocato forti critiche: per molti islamisti radicali, lo stesso concetto di Stato-nazione è da condannare, perché imposto dagli occidentali, dai colonialisti miscredenti, perché la Ummah (comunità) islamica non conosce nazioni né confini e perché tutti gli Stati attuali sono retti da governanti corrotti e immorali. Che vanno abbattuti. Non con le ragioni, che hanno bisogno di essere giustificate. Ma con la verità, che va soltanto mostrata nella sua cruda immediatezza. Quella di una testa mozzata.

I Talebani pakistani

Le due agende politiche sono dunque diverse, forse incompatibili. Eppure c’è chi prova a tenerle insieme, come i militanti di Tehreek-i-Taliban Pakistan (TTP), un network di combattenti che include vari gruppi islamisti che operano nelle Agenzie pakistane amministrate in modo federale (Fata) e nella provincia del Khyber-Puktunkhwa. L’organizzazione nasce su emulazione dei cugini “afghani”, ma l’errore più grande sarebbe pensare che si tratti dello stesso gruppo. I Talebani pakistani – responsabili della strage di Peshawar del 16 dicembre che ha causato la morte di 141 persone, tra cui 132 bambini – hanno struttura, leadership, metodi di combattimento e obiettivi diversi rispetto ai seguaci del mullah Omar. Con gli “studenti coranici” che hanno governato l’Afghanistan al tempo dell’Emirato islamico e poi combattuto le truppe della Nato, condividono soltanto il nome, una matrice culturale comune e soprattutto quell’ampia terra di nessuno che divide e unisce l’Afghanistan e il Pakistan.

La formazione del gruppo è stata annunciata nel dicembre del 2007, quando i comandanti di alcuni gruppi paramilitari che operavano nelle aree tribali del Pakistan e nel Khyber Pakhtunkhwa (all’epoca NWFP, North-West Frontier Province), hanno deciso di coalizzarsi. L’origine di questi gruppi rimanda alle battaglie combattute in Afghanistan dai Talebani, che accoglievano nelle loro fila anche alcuni mujaheddin provenienti dalle madrase (scuole coraniche) pakistane. Con il rovesciamento del governo talebano nel 2001, i combattenti sono tornati in Pakistan, nelle aree tribali amministrate in modo federale, dove l’autorità dello Stato pakistano è nulla. Con loro, c’erano anche diversi mujaheddin del Caucaso del Nord e dell’Uzbekistan, oltre che esponenti di Al Qaeda. Prima del 2007, non esisteva una struttura di comando e organizzazione per i Talebani pakistani: molti ameers (comandanti) vantavano contatti personali con esponenti di Al Qaeda, ma operavano senza una regia comune. Nel 2007, in seguito all’operazione dell’esercito pakistano contro Lal Masjid (la moschea rossa) a Islamabad, alcuni ameers hanno deciso di unirsi in una grande coalizione di combattenti islamici. È la nascita ufficiale del TTP. Dichiarano rispetto e fedeltà al leader dei Talebani afghani, mullah Omar, ma la stesso atto di nascita del TTP dimostra che intendono perseguire un’agenda diversa rispetto a quella dei “cugini afghani”.

Gli obiettivi espliciti del TTP sono due: rovesciare lo Stato pakistano, considerato asservito agli interessi americani, impedendo la presenza degli stranieri nell’area, e instaurare un governo di tipo islamico. Secondo lo studioso Michael Semple – autore del recente saggio The Pakistan Taliban Movement: An Appraisal, da cui traiamo molte delle informazioni qui fornite – il gruppo di Osama bin Laden ha avuto un’influenza fondamentale nel determinare la retorica jihadista del TTP e l’accanimento contro l’esercito pakistano, alleato degli americani.  L’organizzazione del gruppo è molto meno complessa e sofisticata di quella dei Talebani afghani, la cui articolazione interna ha impedito – finora – importanti fratture e favorito invece la nascita di strutture di governo “parallele” e alternative a quelle statali. Al TTP manca la stessa coesione, ma può vantare una lunga e consolidata rete di collaborazione con l’islamismo globale, che ha trovato nell’area del Waziristan un terreno sicuro per l’addestramento e il reclutamento. Non è un caso che sia Al Qaeda sia l’Islamic Movement of Uzbekistan abbiano riconosciuto ufficialmente il TTP come interlocutore privilegiato e partner per le azioni terroristiche condotte in Pakistan e Afghanistan. Ciò che rende il gruppo temibile, notano gli analisti, è proprio la sua capacità di offrire ansar, protezione e rifugio, ai militanti stranieri nell’area del Waziristan, al confine con l’Afghanistan, e in altre aree limitrofe. In questo modo il TTP ha consolidato legami significativi con alcuni gruppi qaedisti, anche se non ha ancora elaborato una strategia militare né una visione ideologica in linea con le sue scelte tattiche. Quando per esempio l’ex leader del TTP, ameer Hakimullah, è apparso in un video di Al Qaeda dedicato all’attacco contro la base militare afghana di Camp Chapman, il suo è stato un tentativo di guadagnare legittimità interna, nel variegato fronte pakistano, piuttosto che il segno di una reale adesione al qaedismo con ambizioni globali.

Di per sé – spiega Michael Semple – il TTP rimane infatti un amalgama di gruppi di combattenti accomunati dal fatto di considerarsi tali (mujaheddin), e ogni gruppo è radicato in una zona particolare o all’interno di una specifica tribù. Esiste un consiglio della leadership, che include i vari comandanti, e un ameer supremo, mullah Fazlullah, che prova a garantire coerenza alla strategia del gruppo, ma il TTP soffre forti spinte centrifughe. Le divisioni si sono fatte più acute quest’anno, a seguito delle operazioni militari lanciate dall’esercito pakistano, che si è assicurato il controllo di due luoghi fondamentali dell’islamismo armato, Mir Ali e Miranshah, entrambe nel Nord Waziristan. Così che parte del TTP è stato costretto a cercare rifugio sull’altro lato della Durand Line, in Afghanistan, in particolare nella cosiddetta Loya Paktia, l’area che include le province afghane di Paktia, Paktika e Khost, a ridosso del confine.

L’agenda ibrida dei Talebani pakistani

L’agenda del TTP è dunque politicamente ibrida, perché combina la battaglia nazionale contro il governo pakistano con gli appelli (retorici) e il contributo (logistico) al jihadismo transnazionale. Da qui, deriva una duplice strategia mediatica. Da una parte i messaggi rivolti al pubblico dell’area, realizzati e distribuiti attraverso canali locali, tra i quali l’organo principale di produzione, Umar Studio, il network di distribuzione al-Moqatel, e tante radio “pirata” (lo stesso leader del TTP, Mullah Fazlullah, ha guadagnato prestigio e celebrità come “Radio mullah” o “Fm Mullah”, quando nella valle dello Swat lanciava via radio sermoni infuocati). Dall’altra il passaggio per i “distributori” transnazionali, per raggiungere un pubblico più ampio. Già tre anni fa – spiegava tempo fa un articolo su Foreign Policy -, subito dopo la notizia dell’uccisione di Osama bin Laden, il TTP ha reso pubblico un omaggio allo sceicco saudita attraverso la Fondazione mediatica Al-Qadisiyyah, una branca del Global Islamic Media Front, tra i più consolidati network di traduzione e distribuzione dei materiali del jihadismo internazionale.

Di fronte all’attivismo mediatico dello Stato islamico di al-Baghdadi, oggi il TTP sembra però diviso. C’è chi prova a inseguirlo sullo stesso terreno. E chi invece frena. A inizio ottobre, Jamaat-ul-Ahrar, una delle fazioni del TTP, ora autonoma, ha lanciato Ihyae khilafat, versione inglese del suo magazine, pubblicato per quattro anni in urdu. Il primo numero della rivista, che mira ai jihadisti internazionali, include tra l’altro articoli su “I benefici di vivere nel Califfato” e la testimonianza di un presunto militante inglese. Ma il protagonismo del Califfo non convince tutti. Sempre a ottobre il portavoce del TTP, lo sceicco Maqbool, detto Shahidullah Shahid, ha annunciato via Twitter il sostegno del movimento allo Stato islamico e al presunto “Califfo”. Poco dopo, è stato silurato: la sua mossa rischiava di inimicare i Talebani afghani, per i quali l’unica figura religiosa di riferimento rimane il mullah Omar. Al posto dello sceicco Maqbool è stato nominato Muhammad Khurasani, che sarà di certo più prudente.

La battaglia mediatica tra Stato islamico e Al Qaeda

I media servono per confermare o negare nuove alleanze, all’interno dell’ampia e differenziata galassia jihadista. Ma anche per ottenere armi, soldi, sostegno morale e nuove reclute. Il 10 novembre alcuni gruppi jihadisti di cinque diversi paesi (Algeria, Egitto, Libia, Arabia Saudita, Yemen) hanno tributato “fedeltà” ad al-Baghdadi. Pochi giorno dopo, il 13 novembre, con un audio-messaggio il Califfo gli ha risposto, enfatizzando “l’espansione dello Stato islamico su nuove terre” e annunciando la creazione di 5 “nuove wilayah (province)”. Ha poi fatto un passo ulteriore, dichiarando “nulli” e illegittimi i gruppi jihadisti che operano in quei paesi ma che non riconoscono la sua autorità. Il guaio è che tra questi ci sono anche le sezioni locali di al Qaeda: al Qaeda nella penisola arabica (Aqab) e al Qaeda in Algeria e Libia (Aqim). La reazione è arrivata presto. Neanche una settimana dopo l’annuncio trionfante di al-Baghdadi – racconta The Long War Journal -, Aqab ha reso pubblico un video. A parlare non è un militante qualsiasi, ma Harith bin Ghazi al Nadhari, i cui scritti appaiono regolarmente su Nawa-e-Afghan Jihad (La voce del Jihad afghano), una rivista che include contributi dei leader di al Qaeda e dei loro sodali. Nadhari ribadisce che il suo gruppo è fedele al leader di al Qaeda, Ayman al Zawahiri, che Al Qaeda a sua volta “da quasi venti anni” riconosce l’autorità religiosa del leader dei Talebani, mullah Omar. E che l’annuncio del Califfato “non soddisfa le condizioni previste”, perché non è passato per la consultazione dei leader più influenti dell’Ummah islamica, come invece avvenuto per il mullah Omar. Nadhari accusa quindi al-Bagdhadi di aver fomentato le divisioni nella comunità islamica, “una cosa assolutamente proibita nella religione di Allah”. Non è stata certo la prima, ma la più esplicita condanna nei confronti del Califfo e del suo auto-proclamato Stato islamico. Ed è stata affidata a un video, circolato su internet, affinché tutti nel cyberspazio jihadista sappiano chi sono i jihadisti veri, quelli che puntano all’unità della comunità islamica, e i jihadisti falsi. Quelli che fanno il passo più lungo della gamba. E che rischiano di farsi male.

Dall’Afghanistan a Parigi, via Nadhari 

Oltre che l’autore della “scomunica” del “Califfo” al-Baghdadi, Nadhari è anche il primo autorevole esponente di Al Qaea nella penisola arabica – la branca ufficiale di al Qaeda che opera in Yemen e Arabia saudita – ad aver fatto riferimento all’attentato alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo. L’ha fatto venerdì 9 gennaio, con un audio messaggio che non è stato pubblicato attraverso uno dei canali ufficiali di Aqap ma che per gli analisti “appare legittimo”, visto che riporta il logo dell’al Malahem Media Foundation, la branca mediatica di Aqap, e che a parlare è proprio lui, un pezzo da novanta. Al Nadhari non rivendica esplicitamente l’attentato, ma loda “gli eroi mujaheddin”, giustifica la strage accusando la “Francia di aggredire i credenti” e invita “il popolo francese a convertirsi”. Una rivendicazione più esplicita dell’attentato è avvenuta alcuni giorni dopo, con un messaggio di Nasser bin Ali al Ansi, altro pezzo da novanta di al Qaeda nella penisola arabica. Il quale nel suo discorso ha citato tutto il pantheon del qaedismo: Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi e suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale e fondato un brand terroristico esportato in ogni angolo del globo; Ayman al-Zawahiri, attuale numero 1 di Al Qaeda, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sogna la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre militari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista egiziano Sayyd Qutb (1906-1966), il padre dell’islamismo politico contemporaneo, fatto impiccare da Nasser nel 1966. E Anwar Al Awlaki, l’uomo che, secondo quanto riferito da Cherif Kouachi (uno dei due “fratelli attentatori”) a un giornalista di Bfm Tv, avrebbe finanziato l’attacco al Charlie Hebdo, e che secondo l’intelligence statunitense e yemenita, avrebbe incontrato l’altro fratello Kouachi, Said, proprio nello Yemen.

Anwar Al Awlaki: Charlie Hebdo e la “Yemen connection”

Quello di Anwar Al Awlaki non è un nome qualsiasi: nato nel New Mexico nel 1971, di origine yemenita, una vita spesa tra Stati Uniti, Inghilterra e Yemen, “figura religiosa di riferimento per gli attentatori” delle Torri gemelle secondo il Rapporto ufficiale sull’11 settembre voluto dal presidente Bush e dal Congresso americano, Al Awlaki è stato profondamente influenzato – come al Zawahiri – dal pensiero dell’egiziano Sayyid Qutb e da quello del palestinese Abdullah Azzam (1941-1989), uno degli ispiratori di al-Qaeda, l’uomo che – scrive Lawrence Wright ne Le altissime torri. Come al Qaeda giunse all’11 settembre – ha avuto maggiore influenza nel coinvolgimento di Osama bin Laden nella causa afghana, e il cui slogan era “il jihad e il fucile e nient’altro: niente negoziati, niente conferenze, niente dialoghi”.

Al contrario di Abdullah Azzam, Al Awlaki ha attribuito molto importanza alle conferenze, tenendo lezioni dal vivo e sfruttando con estrema efficacia le potenzialità virali del web per disseminare le due idee. Tornato nello Yemen nel 2004, arrestato nel 2006 su pressioni degli americani, rilasciato nel dicembre 2007, Al Awlaki avrebbe garantito la protezione della sua tribù, gli awlaki, ad al-Qaeda nello Yemen, uno dei gruppi da cui nel 2009 sarebbe poi nata al-Qaeda nella penisola arabica. Sempre più esplicito nelle sue invocazioni al jihad e nelle sue condanne agli americani, Al Awlaki è l’autore, nel 2010, di una fatwa contro la disegnatrice di Seattle Molly Norris, organizzatrice il 20 maggio 2010 dell’“Everybody Draw Mohammed Day”, evento per la libertà di espressione, e di disegno. Molly Norris ha dovuto rinunciare alla sua firma: su suggerimento dell’FBI ha cambiato nome, e anche oggi continua a vivere nascosta.

Awlaki diffuse la fatwa contro di lei nel numero di giugno 2010 di Inspire, il magazine patinato di al-Qaeda nella penisola arabica, di cui era l’ideatore e il direttore (nel 2013 Inspire ha incluso anche Stéphane Charbonnier, il direttore di Charlie Hebdo, tra i “target” da colpire). Per i disegnatori colpevoli di “caricature blasfeme”, scriveva Al Awlaki nel 2010 rivolgendosi a Molly Norris e ad altri 8 autori satirici, “la medicina prescritta dal Messaggero di Allah è l’esecuzione”. La stessa medicina prescritta dalle autorità americane a lui: Al Awlaki è stato ucciso il 30 settembre 2011 da un drone Predator nella provincia yemenita di al Jawf, dopo che il suo nome era finito nella lista dei “capture or killing” della Cia, approvata da Obama, nell’aprile 2010. “La morte di Awlaki è un colpo fondamentale al più attivo affiliato operativo di al Qaeda”, disse subito dopo l’omicidio il presidente degli Stati Uniti. “Ha pianificato e organizzato sforzi per uccidere americani innocenti…L’operazione è un’ulteriore prova che al Qaeda e i suoi affiliati non avranno alcun rifugio sicuro nel mondo”. Le idee di Al Awlaki sono però sopravvissute ai droni americani. I suoi sermoni continuano a circolare nella galassia del jihadismo digitale.

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Raccontare il Medio Oriente in fiamme https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-medio-oriente-in-fiamme/ https://minimaetmoralia.it/libri/raccontare-il-medio-oriente-in-fiamme/#comments Mon, 03 Nov 2014 06:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24067 Questo pezzo è apparso su il manifesto. (La foto è di Giuliano Battiston)

Che cosa rimane delle “primavere arabe”, delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e che hanno poi contagiato Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, parzialmente l’Iraq? Alcuni libri recenti ci aiutano a trovare una risposta. Quello di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, è dedicato all’Egitto, ed è un reportage realizzato tra la fase immediatamente successiva alle dimissioni forzate di Hosni Mubarak e quella, più recente, che segna la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, l’ex generale e membro del Consiglio supremo delle Forze armate eletto il 27 maggio 2014 con un voto boicottato dalla maggioranza degli egiziani.

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provincial council candidate Kunduz

Questo pezzo è apparso su il manifesto. (La foto è di Giuliano Battiston)

Che cosa rimane delle “primavere arabe”, delle rivolte iniziate nel dicembre 2010 in Tunisia e che hanno poi contagiato Egitto, Libia, Siria, Yemen, Bahrain, parzialmente l’Iraq? Alcuni libri recenti ci aiutano a trovare una risposta. Quello di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, è dedicato all’Egitto, ed è un reportage realizzato tra la fase immediatamente successiva alle dimissioni forzate di Hosni Mubarak e quella, più recente, che segna la presidenza di Abdel Fattah al-Sisi, l’ex generale e membro del Consiglio supremo delle Forze armate eletto il 27 maggio 2014 con un voto boicottato dalla maggioranza degli egiziani.

È una parabola storica di fondamentale importanza, quella di cui è stato testimone l’autore di Egitto. Democrazia militare (Exòrma, pp. 240, euro 14): «quattro anni di movimenti sociali, di aspirazioni culminate nella repressione», dalle barricate degli attivisti di piazza Tahrir alla strumentalizzazione e al discredito verso i movimenti giovanili, liberali e di sinistra, fino al ritorno all’ordine imposto dall’elité militare con gli strumenti che le sono congeniali: «atti criminali sistematici contro i civili, processi politici, detenzioni di massa, omicidi, minacce, tortura nelle carceri».

Nel mezzo, c’è la cronaca dei momenti più significativi della storia recente del paese: la contestata elezione, il 30 giugno 2012, del presidente islamista Mohammed Morsi, il fallimento dei Fratelli musulmani al governo, «che hanno operato seguendo le stesse logiche di Mubarak»; il Golpe di stato militare del 3 luglio 2013 contro Morsi; il massacro di Rabaa al-Adaweya del 14 agosto 2013, quando la polizia spara sui manifestanti indifesi che contestano il golpe, causando almeno 867 morti: «in poche ore, le speranze di una pacifica transizione democratica di milioni di egiziani si infrangono con una carneficina». E poi il passaggio di al-Sisi dall’uniforme alla giacca e cravatta, simbolo di quell’«ambigua relazione tra elite militare e politica che domina l’Egitto dalla rivoluzione del 1952».

Egitto. Democrazia militare è un reportage “politico”, che però ha il pregio di raccontare le vicende politiche attraverso il filtro di quelle sociali e culturali, oltre che da prospettive molto diverse. L’autore attraversa il Cairo in lungo e in largo, ma non si accontenta, sa che è rischioso «ingabbiare l’opposizione al regime all’interno di piazza Tahrir». Visita le fabbriche di Mahalla al-Kubra, nel Delta del Nilo, dove i Fratelli musulmani sono accusati di «essere dei feloul, uomini del vecchio regime»; a Port Said incontra i familiari degli ultras uccisi dagli uomini vicini al Partito nazionale democratico di Mubarak; si inoltra nel Sinai, dove i jihadisti si alleano con i giovani beduini e con i contrabbandieri e lo Stato è solo repressione e brutalità; da Alessandria passa a Suez, «città di soldati e lavoratori», discutendo con sindacalisti e operai. Al Cairo incontra i rapper le cui strofe hanno ispirato le rivolte; dà voce agli “zebelin”, gli uomini che ogni giorno raccolgono i rifiuti. Finisce poi nei quartieri “6 ottobre” e “Rehab”, nella “piccola Siria”, dove «profughi, rifugiati, politici scappati dalla guerra di Assad trovano un riparo, e forse una nuova vita».

E proprio alla guerra di Assad, o meglio alla guerra contro Assad, è dedicato il libro della giornalista Francesca Borri, Una guerra dentro (Bompiani). I ribelli, scrive l’autrice, hanno tutti una storia simile: sono «operai, ingegneri, camionisti, studenti, commercianti: hanno visto la Tunisia, in televisione, hanno visto l’Egitto, e hanno cominciato a protestare anche loro. Corteo dopo corteo, pacifici». Poi la repressione di Assad, le armi al posto degli striscioni, «la primavera siriana che diventa la guerra di Siria», la fine della resistenza popolare, uno scontro che «sempre più diventa guerra per procura», la popolazione «in trappola tra un regime feroce e un’opposizione disorganizzata, di ventenni in maglietta e fucile», fino alla progressiva affermazione dei gruppi islamisti, «sempre più numerosi e sempre più radicali», prima rispettati, poi temuti.

Più che per la cronaca del conflitto siriano, Una guerra dentro risulta però interessante per le riflessioni dell’autrice sul giornalismo di guerra, per la messa in scena del “dietro le quinte”. L’autrice è onesta: allieva di Antonio Cassese – primo presidente del Tribunale internazionale dell’Aja, scomparso nel 2011 – nel giornalismo vede un mezzo per denunciare le ingiustizie, per dare voce ai senza voce, per risvegliare le coscienze (e quietare la propria). Le risulta facile bersagliare il circo mediatico: giornalisti – compresa lei – che pagano 300 dollari ai ribelli «per il giro turistico della Aleppo sotto attacco»; corrispondenti delle tv che non sanno «chi si oppone a chi e per quali ragioni»; cameraman inesperti che sbarcano in Siria «con giubbotto antiproiettile e bermuda», in tasca una guida Lonely Planet; direttori e capo-redattori cinici che chiedono solo le storie forti, il jihadista europeo, la cecchina in tacco sette. É consapevole, l’autrice di Una guerra dentro: sa che in ogni conflitto si rischia di «essere strumento di propaganda»; che l’assuefazione alla morte trasforma i giornalisti in stenografi anestetizzati; riconosce i limiti e ironizza sull’«aura dell’eroe indomito, tu che rischi la vita per dare voce ai senza voce», il «dito puntato contro tutti gli indifferenti del mondo».

È onesta e consapevole, Francesca Borri. Non abbastanza però per fare quel passo indietro che pure invoca come necessario: «indietro dal fronte, o più esattamente intorno», perché «la guerra non è il fronte, è tutto il resto – tutto quello che sta intorno al fronte e lo genera». La guerra dentro, infatti, è un libro tutto centrato sul fronte, sullo stesso «sangue e bum bum» che chiedono i caporedattori cinici. Un libro in cui si insiste troppo, con scrittura a tratti perfino compiaciuta, sui «bambini stravolti e smagriti, una maglia sdrucita e poco altro, la pelle riarsa, logora sugli spigoli delle scapole», in cui ci si muove sempre tra bombe e pezzi di cranio scambiati per calcinacci, tra i rantoli dei moribondi che «incrinano l’aria rappresa della controra», tra «corpi carbonizzati, occhi spalancati, orbite vuote», tra «stracci di carne, bambini di carbone». Tra bambini nati «in una tomba, in un’alba di missili». Un libro in cui, a dispetto del buone intenzioni, il feticismo del conflitto nasconde «tutto quello che sta intorno al fronte e lo genera».

Fare un passo indietro rispetto al fronte, per capire le ragioni che generano e alimentano la guerra, è l’obiettivo esplicito de La crisi irachena. Cause ed effetti di una storia che non insegna (Edizioni dell’Asino, pp. 60, euro 5), a cura di Osservatorio Iraq–Medio Oriente e Nord Africa e di Un ponte per…, associazione di volontariato e solidarietà internazionale. Il libro ha visto la luce grazie al lavoro di coordinamento di Cecilia Dalla Negra e Stefano Nanni e include contributi di autori diversi, accomunati dall’idea che, «per rilanciare un approccio alternativo ai conflitti» (Giulio Marcon e Francesco Martone), in particolare a quello iracheno, «non si possa prescindere dalla storia, almeno quella degli ultimi trent’anni» (Enzo Mangini, Stefano Nanni). L’interesse maggiore è però rivolto al periodo post-Saddam Hussein.

Dal 2003 parte l’analisi di Roberto Iannuzzi, ricercatore all’Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), che lega la riconfigurazione dell’Iraq su basi etniche e confessionali e la presa del potere della componente sciita ai riposizionamenti strategici di Iran, Arabia Saudita e Turchia, per chiudere sul paradosso attuale: «il fatto che gli Stati sunniti che fanno parte della coalizione anti-Is sono gli stessi che hanno contribuito a far emergere lo Stato islamico». Allo Stato islamico sono dedicati i saggi di Clara Cappelli e di Ludovico Carlino: la prima prova a ricostruirne la strategia economica, il secondo offre un profilo biografico-militare del “califfo” Abu Bakr al-Baghdadi. Il giornalista iracheno Latif al-Saadi, in Italia dal 1994, individua le premesse del settarismo attuale nelle politiche promosse e avallate dalla Coalition Provisional Authority guidata dal governatore statunitense Paul Bremer III, mentre Martina Pignatti Morano fornisce uno spaccato della repressione subita dall’opposizione politica e dai movimenti sociali: «il fatto che la resistenza armata sia cresciuta tra le tribù sunnite, e abbia deciso perfino di allearsi a una fazione lontana dalla cultura irachena come l’Is, è dovuto in parte agli ostacoli posti dal governa alla resistenza civile e nonviolenta».

L’esule iracheno Jasim Tawfik Mustafa invita a evitare facili entusiasmi sul “successo diplomatico dei kurdi”: «anche se, per la prima volta nella storia, i combattenti di tutte le aree del Kurdistan storico combattono contro un unico nemico, non è affatto scontato che le rispettive agende politiche siano compatibili tra loro e soprattutto con le intenzioni dei paesi che appoggiano la nuova “guerra globale contro il jihadismo”». Domenico Chirico critica la miopia della comunità internazionale, immobile di fronte «alla guerra silenziosa» successiva al 2003, mentre Francesco Vignarca punta il dito sull’ipocrisia dell’Europa, che arma i peshmerga «per fermare qualsiasi accusa di inazione» senza «immischiarsi troppo in un pantano» inevitabile.  La crisi irachena è uno strumento utile per comprendere le ragioni della crisi irachena. Meno utile risulta sul “che fare”: troppo rituale suona il generico invito di Giulio Marcon e Francesco Martone al ritorno alle Nazioni Unite «che, uniche, possono avere un ruolo di prevenzione dei conflitti e di costruzione della pace».

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