Aby Warburg Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aby-warburg/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 Oct 2021 16:27:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Aby Warburg Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aby-warburg/ 32 32 Ludwig Binswanger e Aby Warburg: “La guarigione infinita” https://minimaetmoralia.it/cultura/ludwig-binswanger-e-aby-warburg-la-guarigione-infinita/ https://minimaetmoralia.it/cultura/ludwig-binswanger-e-aby-warburg-la-guarigione-infinita/#respond Wed, 13 Oct 2021 07:00:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49376 "La guarigione infinita. Storia clinica di Aby Warburg" raccoglie la storia clinica di Warburg redatta da Binswanger, alcune lettere di Warburg e la corrispondenza tra i due anche successiva alle dimissioni, ed è un libro estremamente prezioso per avvicinare il mistero e i segreti di Aby Warburg. Ringraziando l'editore pubblichiamo qui due estratti, il primo capitolo della storia clinica redatta da Binswagner e una lettera di Warburg al fratello Max del 16 aprile 1924.

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Portrait d’Aby Warburg et Ludwig Binswanger, Clinique Bellevue, Kreuzlingen / Fonte dell’immagine

Nel 1921, dopo alcuni periodi trascorsi tra diverse case di cura tra Amburgo e Jena, il critico d’arte Aby Warburg venne ricoverato nella clinica Bellevue, a Kreuzlingen, allora diretta dal dottor Ludwig Binswanger che si prenderà cura personalmente di Warburg. Le peregrinazioni di Warburg tra diverse case di cura iniziò nel 1918, quando aveva minacciato di uccidere i suoi familiari, e se stesso, con una rivoltella. Com’è noto durante questo soggiorno a Kreuzlingen, nel 1923, l’anno prima delle sue dimissioni dalla clinica, Aby Warburg pronunciò la famosa conferenza sul rituale del serpente dal titolo Immagini dalla regione degli Indiani-Pueblo del Nordamerica che ripercorre la sua esperienza di viaggio e di studio nel Nuovo Messico (dve si recò nel 1895, dopo la celebrazione del matrimonio del fratello Paul), e che servì a Warburg per dimostrare il miglioramento delle sue condizioni e chiedere le dimissioni dalla clinica. Il soggiorno a Kreuzlingen è allora un momento decisivo per Warburg, per il fatto di trovarsi in uno dei centri più importanti dell’epoca e seguito da uno dei maggiori psichiatri del tempo (a cui anche Sigmund Freud chiederà notizie circa la salute di Warburg), ma anche perché, come hanno messo in luce alcuni studiosi della sua opera, gli anni della malattia, questa lotta con i demoni da cui il critico esce vincitore, risultano fondamentali per una comprensione della sua biografia. Anche per questo La guarigione infinita. Storia clinica di Aby Warburg (pubblicato da Neri Pozza con la cura di Davide Stimilli e la traduzione di Chantal Marazia e lo stesso Stimilli), che raccoglie la storia clinica di Warburg redatta da Binswanger, alcune lettere di Warburg e la corrispondenza tra i due anche successiva alle dimissioni, è un libro estremamente prezioso per avvicinare il mistero e i segreti di Aby Warburg. Ringraziando l’editore pubblichiamo qui due estratti, il primo capitolo, corrispondente al giorno dell’arrivo di Warburg, della storia clinica redatta da Binswanger e una lettera di Warburg al fratello Max del 16 aprile 1924, esattamente tre anni dopo il suo ingresso nella clinica.

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16 aprile

Il paziente arriva oggi in carrozza salone a Costanza con il professor Berger, l’infermiera Frieda Hecht e un impiegato dell’istituto bancario, e attraversa il confine in automobile. È partito il 15 mattina da Jena, dopo aver assunto 1 g di Trional. È stato necessario costringerlo con la forza a consegnare le chiavi della valigia. Durante le prime ore è relativamente tranquillo. Verso sera l’agitazione cresce a tal punto che, dato che non assume Medinal, gli viene praticata un’iniezione di ioscina. A Stoccarda aveva fatto tanto chiasso che, soprattutto in considerazione dell’attuale situazione politica, il professor Berger aveva ritenuto opportuno calmarlo. Come aveva fatto anche in altre stazioni, gridava continuamente che si stava perpetrando ai suoi danni un gravissimo errore giudiziario, che era completamente innocente e che non aveva mai fatto nulla di male. A Costanza non voleva salire né sul treno né sulla vettura, che già lo aspettava, dato che pensava che sarebbe stato portato in prigione e non al sanatorio. All’arrivo è molto agitato, non si toglie il cappotto, non si siede. Continua a chiedere se si trova in una prigione. Crede che i suoi bagagli gli siano stati rubati. Inveisce contro il suo impiegato, contro il professor Berger e contro l’infermiera. Sostiene che presto verrà giustiziato. Della sua opera, che attualmente è in corso di stampa, sarebbe stata fatta carta da macero, poiché si considererebbe lui un criminale. Qualcuno gli avrebbe messo del veleno nel cibo e nelle valigie, e perciò vorrebbe essere personalmente presente quando si disfano i bagagli. Le idee deliranti si susseguono. È in uno stato costante di confusione mentale, è difficile da stabilizzare, continua a saltare fuori della stanza. La mimica facciale non è affatto così preoccupante, come in realtà si potrebbe dedurre dal contenuto dei pensieri, ma è piuttosto vacua e leggermente tesa; lo sguardo scrutatore, talvolta ha un sorriso malizioso o ironico. Fa subito mille domande, chiede che cosa gli sia permesso, insiste energicamente sulle sue richieste, ma se le dimentica piuttosto in fretta. Si preoccupa soprattutto di poter chiudere la propria stanza, «Se non mi date una chiave, me ne vado», ma si accontenta anche di un chiavistello. Poi prende subito il tè delle quattro, ma durante tutto il pomeriggio è molto agitato; si aggira per tutto l’edificio, entrando anche nelle camere altrui e rivolgendosi ai pazienti. Perciò dalla sua stanza vengono tolte le maniglie delle porte che si aprono sul reparto.

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Lettera al fratello Max, 16 aprile 1924

Quest’ultimo periodo mi ha portato un eccitante miscuglio di speranza di liberazione e di consapevolezza della difficoltà quasi insuperabile che si oppone a una prossima uscita da questo inferno. Kraepelin è stato qui, proprio un giorno prima che venisse Cassirer, il che mi ha reso il compito di parlare con entrambi molto più difficile. Il colloquio con Kraepelin, visto dall’esterno, è andato liscio per il signor consiliarius. Era stato predisposto dai Binswanger a un giudizio favorevole e lo ha trovato confermato all’esame spirituale della carne. I signori non si sono dati molta pena. Del fatto principale, che segnala ai miei occhi il cambiamento nelle mie condizioni, della conferenza sul viaggio indiano, che ho iniziato ancora sotto l’effetto dell’oppio e nonostante tutto ho portato a termine, Kraepelin non sapeva niente, perché i signori Binswanger non hanno ritenuto necessario dargliene comunicazione. Considero questo un errore psichiatrico di prima grandezza, giacché ne consegue che i signori – contrariamente alla loro solita accentuazione del significato della ravvivata attività scientifica per la mia convalescenza – giocano a carte false con me (nella misura in cui vedono questi sforzi scientifici come tentativi secondari, lodevoli), mentre io sono fermamente convinto che dal 21 aprile 1923 (conferenza) alla visita di Cassirer il 10 aprile 1924 si manifesti una crescente forza endogena per la liberazione dal disturbo psichico. Per me l’occupazione con la mia ricerca professionale è chiaramente un sintomo che la mia natura vuole ancora una volta tirarsi fuori da questa palude da sé sola. I signori mi sono ancora debitori della risposta alla mia domanda, perché allora questo successo non sia stato posto al centro della prognosi. Sussiste comunque una valutazione del tutto diversa. E questo disaccordo è della massima importanza in vista dei prossimi passi che devo osare, perché temo che da questo intervallo, sia pure relativamente breve, a Villa Maria, la mia capacità di pensare, che sta appena sbocciando, venga disturbata con esigenze di adattamento a cose pratiche. Su questo problema mi sono già espresso, prima ancora che venisse Kraepelin, in uno scritto che sarà stato inviato anche a te. A fronte di una tale inclinazione dei medici non posso più credere con intima convinzione che si tratti di un tentativo onesto. La visita – per la quale sono grato al destino – di Cassirer mi ha dato la prova che sono sulla retta via con le mie severe autoflagellazioni mentali. Te ne farà lui relazione. Si è appurato che i miei pensieri più generali, che già da anni ho annotato indipendentemente dalla mie osservazioni empirico-storiche, si vogliono d’un tratto chiudere in un sistema, che, sulla base di queste idee, potrebbe addirittura contribuire all’edificazione di una nuova visione del mondo. Tu hai letto il mio studio su Schifanoia. Io avanzavo in quel testo l’esigenza di una «psicologia storica dell’espressione umana». Dopo il colloquio con Cassirer ho, nonostante tutto, il coraggio di ampliare ancora il tema e dire: «Teoria generale del movimento umano come fondamento di una scienza generale della cultura».

 

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La “letteratura assoluta” di Roberto Calasso https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-come-strumento-che-illumina-gli-intrecci-della-mente-lopera-di-roberto-calasso/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-letteratura-come-strumento-che-illumina-gli-intrecci-della-mente-lopera-di-roberto-calasso/#respond Mon, 22 Feb 2021 07:00:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47900 La corposa monografia di Elena Sbrojavacca, "Letteratura assoluta" mantiene la promessa del sottotitolo, ovvero una lettura organica e stimolante delle Opere e il pensiero di Roberto Calasso

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Come epigrafe al suo Il libro di tutti i libri, pubblicato nel 2019, Roberto Calasso, scrittore e presidente di Adelphi, ha scelto una citazione di Goethe che recita: «Così, libro dopo libro, il libro di tutti i libri potrebbe mostrarci che ci è stato dato perché tentiamo di entrarvi come in un secondo mondo e lì ci smarriamo, ci illuminiamo e ci perfezioniamo». Queste parole venivano utilizzate da Calasso per dare la misura dell’oggetto di studio in cui si era immerso, i testi dell’Antico Testamento, ma in una chiave più ampia si può dire che la frase di Goethe apre anche a un modo attraverso il quale provare ad addentrarsi nella sua opera, in particolare dentro la grande opera unica che il direttore di Adelphi ha iniziato a costruire nel 1983 con La rovina di Kasch e che ha l’ultimo capitolo in La tavoletta dei Destini, pubblicato nel 2020. Si tratta fino a questo momenti di undici volumi, diverse migliaia di pagine, a cui vanno affiancati non solo i suoi altri libri, dal più recente Come ordinare una biblioteca a L’impuro folle o a I quarantanove gradini, ma anche le centinaia di libri a cui ha lavorato per Adelphi fin dagli inizi della storia della casa editrice a fianco di Roberto Bazlen e Luciano Foà. Un protagonista assoluto della cultura italiana degli ultimi cinquant’anni a cui però non sono stati dedicati studi particolarmente completi, anche forse per lo spavento che può generare accostarsi e addentrarsi in un’opera complessa che si muove senza continuità e con incredibile intelligenza dalla cultura vedica al mondo contemporaneo spalancando continuamente improvvisi e impressionanti abissi di senso.

A colmare finalmente questa vistosa lacuna arriva adesso la corposa monografia di Elena Sbrojavacca, Letteratura assoluta, pubblicata da Feltrinelli, che mantiene la promessa del sottotitolo, ovvero una lettura organica e stimolante delle Opere e il pensiero di Roberto Calasso. Sbrojavacca dedica la sua attenzione principale agli undici volumi della grande opera unica di Calasso, seppure anche gli altri testi hanno nella sua argomentazione un ruolo rilevante (per esempio La letteratura e gli dèi, raccolta delle Weidenfeld Lectures tenute dall’autore presso l’Università di Oxford nel 2000, è considerato un «accesso laterale all’Opera» ed è protagonista del primo capitolo). L’autrice oltretutto decide con coraggio di percorrere la via più complessa all’interno di questo già tortuoso itinerario, non muovendosi quindi solo assecondando l’ordine cronologico di pubblicazione, ma operando anche una precisa lettura diacronica dei libri, isolando alcuni grandi temi capaci di comunicare con l’opera nella sua interezza, non perdendo mai di vista «il suo rapporto ambiguo con il presente e la sua idea della letteratura come strumento che illumina gli intrecci della mente». Riguardo al primo punto, l’idea di letteratura che innerva ogni pagina di questa analisi critica e che è una delle eredità più importanti che lascia questo libro, l’analisi prende le mosse dalla querelle nata sull’inserto della “Stampa”, “Tuttolibri”, in occasione dell’uscita di Quarantanove gradini, quando Angelo Guglielmi accuserà Calasso di una mancanza di attenzione sulle specificità del presente, critica a cui Calasso risponderà dicendo che la letteratura, come tutte le cose essenziali, «non ha funzione – e tanto meno quella di fornire un “conforto a fare le scelte per l’oggi” (Guglielmi) –, ma si appaga del capire ciò che è, rivelando ciò che è in una forma».

Per ciò che invece riguarda il rapporto tra la letteratura e la mente, a cui l’autrice dedica la seconda parte del libro, basti fare riferimento a un personaggio che segna l’opera calassiana sia dal punto di vista dell’editore che dello scrittore. Nel 1974 infatti Adelphi pubblica, come primo volume della “Collana dei casi”, Memorie di un malato di nervi, con postfazione proprio di Calasso, di Daniel Paul Schreber, il presidente della Corte d’Appello di Dresda che nel 1893 entrerà in una grave crisi psichica di cui questo libro è testimonianza oltre che sintomo, e prova per l’autore, della sua guarigione (in uno sforzo compositivo per fuggire dalla follia che può ricordare un altro libro adelphiano, Il rituale del serpente di Aby Warburg, sua lezione presso la casa di cura di Kreuzlingen per dimostrare la sua sanità mentale). Sempre nel 1974 Calasso pubblica L’impuro folle, il suo primo libro, da molti lettori considerato il suo testo più oscuro, «un prologo celeste all’Opera che ruota attorno al delirio allucinatorio del presidente Schreber». Partendo da questa importante evidenza, Sbrojavacca muove attraversando l’opera di Calasso attorno alla domanda su cosa sia la mente, cosa significhino e come arrivino la coscienza e la conoscenza, non mancando di soffermarsi sulle strade che percorre la mente per muoversi nel mondo e interpretarlo e aprendo così al dualismo tra analogico e digitale, «uno dei cardini di tutta la costruzione calassiana».

Lo stesso editore di Adelphi in un’intervista per la Rai nel 2006 spiegava che la grande protagonista dell’Opera è questa polarità, questo «movimento associativo del pensiero» che dalle pagine di La rovina di Kasch giunge fino all’Innominabile attuale, da una parte una modalità di pensiero che dice che «a sta per b, e implica che a annulli b e lo uccida, talvolta per scoprirne il funzionamento», dall’altra che «a sta per b, ma come una scheggia di granito che sta per la montagna da cui si è distaccata» (La rovina di Kasch). L’analisi di questa complessa dualità del pensiero, attentamente studiata da Sbrojavacca, è un importante esempio del modo di lavorare dell’autrice che solo apparentemente indaga gli epifenomeni dell’opera di Calasso, muovendosi invece sempre con precisione tra tutta la sua opera in cerca di connessioni e collegamenti rivelatori.

Letteratura assoluta è un libro che giustamente non prova a semplificare il pensiero di Calasso, ma che anzi si immerge nelle sue complessità e spigolosità, isolando con successo elementi tematici e interpretativi che, nell’analisi puntuale e rigorosa di Sbrojavacca, funzionano come strumenti importanti per muoversi più compiutamente nell’Opera dello scrittore. In una delle sue lezioni sulla letteratura (ripubblicate recentemente proprio da Adelphi), Vladimir Nabokov ha parlato della letteratura come regno del superfluo e di quell’inutile che però risulta essenziale per vivere: «Il sapere di cui ho cercato di farvi partecipi è lusso, puro e semplice. Ma, se avrete seguito le mie indicazioni, potrà aiutarvi a provare il senso di appagamento puro e assoluto che dà l’opera d’arte ispirata e ben costruita, e quel senso di appagamento, a sua volta, contribuirà a creare una sensazione di serenità, di benessere mentale più genuino». Tornando alle parole di Guglielmi sulla poca aderenza al presente dell’opera di Calasso e alla risposta dello scrittore su “Tuttolibri”, possiamo dire che quando riusciremo a provare il piacere di cui parla Nabokov leggendo Calasso, un po’ lo dovremo anche a questo libro, coraggioso e «inattuale», di Elena Sbrojavacca.

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Come il mondo vero finì per diventare pixel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-il-mondo-vero-fini-per-diventare-pixel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/come-il-mondo-vero-fini-per-diventare-pixel/#comments Sat, 07 Jun 2014 05:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21286 Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Riccardo Falcinelli apparso su Pagina 99.

di Riccardo Falcinelli

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.

Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.

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Pubblichiamo la versione integrale di un articolo di Riccardo Falcinelli apparso su Pagina 99.

di Riccardo Falcinelli

Si leggono libri, si guardano film, si frequentano mostre, si osservano fotografie e ci si interessa di design. Mai, come nel mondo contemporaneo, la consuetudine con le forme artistiche, espressive o di intrattenimento è stata a portata di mano. E di certo insieme a tutto questo si passa molto tempo a interagire col computer. Possiamo anzi dire che oggi la maggior parte delle esperienze – anche quelle estetiche – sono filtrate in qualche maniera, magari piccola o parziale, da uno schermo.

Si leggono libri, dicevamo: ma spesso li si è conosciuti prima di leggerli tramite la recensione di un blogger, o li si è acquistati online, così che quando quel libro ci arriva a casa (se lo abbiamo scelto di carta) abbiamo in mano l’esemplare di qualcosa già visto su amazon tramite una copertina piccola come un francobollo.

Si guardano film, dicevamo: magari in streaming o scaricandoli più o meno legalmente; su monitor, tablet o telefonino. Si frequentano mostre: e spesso, dopo averle viste, si ricercano in rete i dipinti più amati per eleggerli a sfondo del proprio monitor; oppure si frequentano mostre esclusivamente virtuali come le bacheche a tema di Pinterest.

E si osservano fotografie: e oltre alle infinite gallerie sul web, oltre Flickr e Instagram, i nostri telefoni abbondano di foto private o di grandi autori del passato. Lo schermo, come una finestra aperta su mille mondi esperibili, rimanda alla realtà là fuori da qualche parte. Non tutta la realtà: quella che ci interessa in un determinato momento; e questo non riguarda solo dipinti, film o libri ma anche la frequentazione delle altre persone, tramite i social network, o il sesso, tramite il dating online e la pornografia.

Marshall McLuhan anticipava cinquant’anni fa il peso che le tecnologie avrebbero avuto sulle nostre vite, individuando nei mass media un potenziale che amplificava le esperienze ma che, allo stesso tempo, le avrebbe frammentate. Non abbiamo smesso di interagire col mondo ma il mondo lo conosciamo sempre più spesso tramite filtri che influenzano il nostro punto di vista sulle presunte interazioni “reali”. Lo schermo è un medium ed è una mediazione: non abbiamo smesso di guardare dipinti o di leggere romanzi ma la loro disponibilità virtuale sta cambiando il nostro sguardo su queste forme.

Oggi, stesi sul divano di casa, si possono leggere dieci pagine di un romanzo o si può guardare un film; cercando nel frattempo su internet la biografia di un certo attore; finendo su facebook; per poi tornare al romanzo. Questa non è l’esperienza di un adolescente sregolato: questa è la norma nel mondo contemporaneo e le virtù – per chi sa cosa farsene – sono maggiori dei pericoli.

Le fruizioni molteplici e incrociate non erano di certo vietate in passato e, con un po’ di fantasia, possiamo immaginare un antico romano mentre legge e allo stesso tempo discute con gli amici dei dipinti esposti in biblioteca; è però la tecnologia che ha portato queste possibilità a maturazione, o – diranno gli apocalittici – a implosione.

Il lettore di Moby Dick che viveva in un mondo senza tv, radio o internet finiva per avere di Melville un’idea più compatta, delimitata e unitaria di quella che possiamo averne noi oggi. L’idea di “autore” formulata dalla cultura romantica era figlia di precise pratiche comportamentali e dei medium disponibili all’epoca; a quest’idea ancora facciamo riferimento eppure quelle pratiche e quei medium non esistono più. La tv prima, il computer poi, hanno moltiplicato le contaminazioni e le distrazioni frammentando l’esperienza del fruitore.

A guardare le cose in prospettiva, però, quell’unitarietà era solo apparente. I lettori forti hanno sempre finito per saltare con la mente di palo in frasca. Anzi: cos’è la critica letteraria o cinematografica se non un peregrinare con la fantasia mettendo in relazione cose lontane alla ricerca di un nuovo senso? McLuhan sosteneva che i medium sono “protesi”: non semplici strumenti, non semplici tecnologie, bensì estensioni dei nostri sensi. E oggi, tra le sensibilità amplificate dagli schermi, c’è appunto quella di tessere relazioni tra elementi eterogenei. Se un film, un libro o una foto mi scorrono davanti su uno stesso device, metterli in relazione non solo è facile, ma inevitabile.

La prima protesi – ma non riconosciuta subito come tale – fu la fotografia. Tutte le foto hanno fin dall’origine una caratteristica fisica comune: sono rettangoli, prevalentemente di carta. In principio, a queste si chiedeva di restituire la realtà “naturale”, quella del mondo intorno a noi; le cose presero una piega più complessa quando si cominciò a usare la fotografia per documentare altre immagini, ad esempio fotografando i dipinti del passato. Nell’Ottocento – per la prima volta nella storia – si poté poggiare sul proprio tavolo immagini dai contenuti eterogenei: affiancando il ritratto di un amico e un dipinto di Raffaello. A noi sembra un fatto banale ma gli uomini del passato non potevano farlo.

Fu Aby Warburg (1866-1929), fondatore dell’iconologia moderna, a cogliere in questo gesto un enorme possibilità per la fantasia e per il ragionamento. Affiancando una venere di Botticelli e una foto presa da una rivista di consumo, Warburg cominciò a rintracciare alcune somiglianze visive tra le posture delle due figure, investigando quelle invarianti antropologiche che fanno sì che una donna si atteggi in modo simile in un dipinto fiorentino del ’400 e in una foto mondana di inizio ’900. Warburg chiudeva così con la vecchia storia dell’arte, preannunciando un nuovo modo di “guardare” di cui è debitore il nostro sguardo moderno. Anche il cubismo e il futurismo hanno risentito in maniere diverse del medium giornalistico e pubblicitario che ci pone sotto gli occhi oggetti disparati e eterogenei. Ancora oggi, quando si sfoglia una rivista illustrata o un giornale, è comune trovare una cruda foto di reportage affiancata a una foto di moda, ma senza la possibilità di rendere maneggiabili quelle due immagini – fisicamente maneggiabili e confrontabili – il salto dal palo alla frasca sarebbe rimasta una bizzarria e non avrebbe innescato un ragionamento sensato e proficuo. In questo senso, per Warburg, il medium ha permesso il messaggio.

Anche la televisione ha prodotto qualcosa di simile. Lo zapping, da almeno trent’anni, ci ha messo nelle condizioni di assistere a linguaggi diversi e giustapposti: la fiction con il reportage, la pubblicità con lo sport in diretta. La prima conseguenza è stata la perdita di verità del reale. La fiction somiglia ai fatti di cronaca, e la cronaca è raccontata con tutti gli escamotage narrativi della fiction. Più di un osservatore ha sottolineato come l’attentato alle Torri gemelle dell’11 settembre 2001 si sia presentato ai nostri occhi (e alle nostre menti) assecondando tutti gli stilemi visivi di un film catastrofico. È dunque legittimo chiedersi: sono i terroristi a imitare il cinema americano per farsi “capire” meglio dai destinatari? O siamo tutti noi a proiettare sulle torri gemelle un’immagine psicologica che ci siamo formati guardando i film di fantascienza?

La tv è di certo responsabile del gusto per l’assemblaggio caratteristico della cultura postmoderna. In un saggio cruciale a questo proposito, Imparando da Las Vegas, l’autore Robert Venturi (1925) metteva sotto gli occhi dei colleghi architetti non le idee astratte e utopistiche del Modernismo ma una città reale e decisamente particolare. Las Vegas è una giustapposizione non tanto di muri e di strade quanto di testi, di scritte pubblicitarie, d’insegne, di nomi, di parole, di lampadine e di neon. Ma attenzione: Las Vegas è una città “limite”, non una città finta. Tutte le città in cui abitiamo hanno caratteristiche simili: anche in Italia i nomi delle strade – scritti nel marmo e spesso dedicati a personaggi famosi – si mostrano vicino all’insegna luminosa del supermercato, e di certo i cassonetti dell’immondizia (in colori diversi) non erano stati previsti dagli urbanisti che hanno disegnato i nostri quartieri. Ecco, dice Venturi: un architetto come Le Corbusier non ha mai pensato alla città reale, quella davvero “in atto”. L’urbanistica di Las Vegas è un medium che funziona come la televisione, non come l’Atene di Pericle. Imparare da Las Vegas vuol dire dunque imparare da una città in cui la sovrapposizione è la norma.

Chi ha imparato dallo zapping è invece David Foster Wallace (1962-2008), la cui scrittura risente, sotto molti aspetti, della logica del minestrone televisivo. Wallace preferisce alla “trama” un discorso libero e torrenziale che procede per digressioni continue: non si accontenta del respiro della pagina “da narrativa” e sfora di frequente nelle note al piede (anche più lunghe del testo principale), fino a prevedere note all’interno delle note. Con Wallace ci troviamo sempre nel mezzo di un continuum. Il racconto sembra non avere una fine precisa, né sembra mai iniziato ufficialmente, come fosse stato scritto per chi “si fosse messo all’ascolto soltanto adesso”, come amano ripetere gli anchormen della tv. Wallace inizia a scrivere prima di internet ma anticipa la logica infinita con cui si inseguono i link. Una scrittura entropica, come la società di cui parla, che restituisce l’immagine di un libro che non può più essere circoscritto, delimitato, salvato da distrazioni o contaminazioni. Non l’incapacità di scrivere il Moby Dick, bensì l’impossibilità di possederlo in testa come facevano i lettori del passato.

Ma in fondo tutto questo è un male? Muoversi tra i frammenti non comporta la rinuncia a una visione del mondo: dalla giustapposizione può scaturire uno sguardo sulle cose, e quindi una sensatezza. Warburg, attraverso la protesi fotografica, frammenta il Rinascimento per costruire un’idea più umana del ruolo che le immagini hanno nella nostra vita. Wallace allinea brandelli restituendoci un’immagine precisa (quanto paradossalmente unitaria) del mondo contemporaneo. Anzi procedere per analogia e per giustapposizioni sembra essere la condizione necessaria per qualsiasi conoscenza che non si fermi al risaputo. Il magma di contenuti che ci viene addosso ogni giorno è perciò allo stesso tempo causa di dispersione e occasione culturale. A saperle usare, le protesi ci permettono di afferrare nessi imprevisti tra le cose, andando più lontano; ma per attivarne gli elementi fecondi bisogna correre dei rischi, primo fra tutti quello di sporcare i propri convincimenti o di perdersi. L’idea che ci facciamo delle opere d’ingegno (libri, film, foto e dipinti) non prescinde mai dalle pratiche e dai mezzi con cui ci entriamo in relazione. In questo senso, oggi più che mai, il medium prima di essere un messaggio è un punto vista.

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Stare in società: una replica di Antonio Scurati a Tomaso Montanari https://minimaetmoralia.it/arte/replica-di-antonio-scurati-a-tomaso-montanari/ https://minimaetmoralia.it/arte/replica-di-antonio-scurati-a-tomaso-montanari/#comments Fri, 03 Jan 2014 08:57:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17246 Pubblichiamo una replica di Antonio Scurati all'articolo di Tomaso Montanari Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly.

di Antonio Scurati

Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.

Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione.

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eatalyfirenze

Pubblichiamo una replica di Antonio Scurati all’articolo di Tomaso Montanari Il Rinascimento in salsa tonnata, da Eataly. (Immagine: G. Cervone per il Corriere Fiorentino)

di Antonio Scurati

Tomaso Montanari è un onesto intellettuale. Difende principi e valori largamente condivisi, anche dal sottoscritto. Per questo motivo ho deciso di rispondere al suo basso attacco polemico. Tomaso Montanari è, però, anche un intellettuale onesto. Uno di quelli che fanno della probità e della rettitudine una bandiera continuamente sbandierata. Per questo motivo la disonestà intellettuale lo disonora specificamente. L’articolo con cui attacca (anche) me per attaccare Farinetti, e Farinetti per attaccare Renzi, rientra, temo, in questa fattispecie.

Innanzitutto, brevemente, il fatto. Qualche tempo fa, Oscar Farinetti, patron di Eataly e, sia detto per trasparenza, mio caro amico da diversi anni, in vista dell’apertura del negozio di Firenze, mi chiese di concepire una breve narrazione del Rinascimento fiorentino destinata ad accompagnare il percorso all’interno del punto vendita. Anzi, una narrazione brevissima: il Rinascimento in trenta immagini e trecento righe. Qualcosa che, adottando le modalità fulminee e visuali di comunicazione oggi prevalenti nei new media, facesse opera di divulgazione culturale in un luogo con altra vocazione. Non i mercanti nel tempio ma un richiamo al “tempio” nel mezzo del mercato. Essendo convinto che la divulgazione sia oggi una delle grandi sfide poste al mondo della cultura, ed essendo da sempre interessato a rintracciare possibili punti di contatto tra arte colta e cultura di massa, ho accettato. Non sono, purtroppo o per fortuna, uno storico dell’arte ma ho grande rispetto per questa disciplina. Si trattava, mi son detto, di far leva sulle mie abilità di narratore. Trenta micronarrazioni, e altrettante immagini, che rievocassero, o in alcuni casi evocassero per la prima volta, agli occhi e nelle menti di visitatori intenti ad altro, alcuni aspetti salienti di una delle più grandi imprese di civiltà mai realizzate dall’uomo. Dei “punti luce”, per così dire.

Montanari depreca scandalizzato questo piccolo tentativo. Lo accusa innanzitutto di essere banale (ma non esiste critica più banale di questa), lo rimprovera poi di ripercorrere luoghi comuni (ma dovrebbe sapere che l’impianto retorico del sistema educativo europeo, e anche del sistema artistico e letterario, finché hanno funzionato, si fondava sulla forza conoscitiva dei loci communes, come spiegano magistralmente Ernst Robert Curtius e Aby Warburg), gli imputa infine di essere un “Bigino” (ed in effetti lo è ma Montanari dimentica quanto l’arte dell’insegnamento abbia perso rinunciando alla forza educativa dell’aneddotica, delle sintesi ad usum delphini, degli exempla, dei racconti gnomici). Fin qui, però, quello di Montanari rimaneva un giudizio sommario, tendenzioso e fazioso ma legittimo. Un’opinione come un’altra.

Quando, però, Montanari passa dalla riprovazione all’argomentazione, cade nella disonestà. Volendo fornire esempi di questa scrittura a suo dire sciatta, dozzinale e scorretta, invece di citare dal mio lavoro cita da qualche testo di presentazione, a me ignoto, e probabilmente redatto dagli uffici comunicazione di Eataly. Sono, effettivamente, parole un po’ grossolane, enfatiche e approssimative, come quasi tutte le parole del marketing, ma sono paratesti e Montanari li presenta come se fossero il testo in questione. Sarebbe come se si criticasse un romanzo sulla base della quarta di copertina composta da un redattore editoriale. O come se si disprezzasse un dipinto a causa di una didascalia improvvida o inesatta. Il mio lavoro svolto per Eataly, torno a dire, non è certo un’opera d’arte ma solo una piccola, anzi piccolissima, opera di divulgazione culturale, ma la scorrettezza dell’attacco nei suoi confronti rimane. Poiché, però, Montanari è intellettuale onesto, voglio credere che questa scorrettezza sia frutto di accecamento dovuto a furore polemico e non a malafede. Attendo, dunque, volentieri le sue scuse.

Mettiamo, però, da parte questa secondaria questione personale. La polemica di Montanari solleva, forse, indirettamente un paio di altre questioni interessanti e meritevoli di approfondimento. La prima riguarda il rapporto tra intellettuali e imprenditori. Un rapporto che in Italia nel dopoguerra ha avuto una storia anche mirabile e che poi è scaduto a servaggio o cessato del tutto. Farinetti, amicizia a parte, rappresenta ai miei occhi un caso d’imprenditoria virtuosa, forse addirittura un modello. È un imprenditore e come tale va giudicato (se poi si vuole criticare il suo sostegno a Renzi, lo si faccia apertamente e onestamente senza intorbidare le acque e avvelenare i pozzi; io stesso, pur guardando al sindaco di Firenze con interesse e speranza, in passato non gli ho risparmiato le critiche). Farinetti è un imprenditore che ha reinvestito in una nuova impresa (Eataly) ingenti capitali risultanti dalla vendita della sua precedente attività (Unieuro) in anni in cui molti imprenditori italiani passavano alla finanza speculativa. È un imprenditore che reinveste sistematicamente i profitti nell’impresa in un Paese in cui sempre più spesso i suoi colleghi li occultano in società offshore. È un imprenditore, insomma, che rischia il capitale, non lo presta, e rischia i propri capitali, non quelli delle banche. È, inoltre, un imprenditore che investe su di una formidabile idea imprenditoriale (Eataly, con la sua visione di portare il cibo di alta qualità a tutti) e non su economie di relazione. È un imprenditore estraneo a ogni illegalità in un Paese di concussi e corruttori; che fa impresa con una forte attenzione al suo valore sociale (l’agricoltura sostenibile, la filiera corta, le produzioni artigiane, sotto il patrocinio di Slow Food) e all’educazione alimentare. È un imprenditore che contribuisce significativamente a rendere desiderabile – “appetibile”, se preferite – l’Italia nel mondo in un momento in cui il mondo ci tiene in discredito. È, infine e soprattutto, un imprenditore che assume a tempo indeterminato, dopo un periodo di prova, con stipendi di quindici mensilità, migliaia di lavoratori in un momento in cui ovunque se ne licenziano a migliaia. Ebbene, a mio modo di vedere, collaborare con un’impresa del genere, soprattutto nell’Italia di oggi, non è affatto deprecabile per un intellettuale. Rimarrò convinto che questo tipo di collaborazione possa, anzi, essere un’opportunità feconda di conseguenze positive, su entrambi i versanti, finché qualcuno non mi convincerà del contrario. Ma per far questo ci voglio argomenti e ragionamenti, non bastano le insinuazioni, i sarcasmi da bar, le calunnie o le suggestioni veteromarxiste.

L’altra questione interessante è quella relativa ai rapporti tra cultura intellettuale e cultura materiale in un’epoca post-ideologica. Diciamoci le cose come stanno: viviamo in un mondo in cui le espressioni della cultura materiale, o delle arti applicate, hanno soppiantato e talora espropriato quelle della cultura artistica e intellettuale. È accaduto prima con il design industriale, poi con la moda e ora, infine, con l’enogastronomia. Non vi è dubbio che la cultura del vino e del cibo stia progressivamente occupando – usurpando? – nell’immaginario sociale il luogo che fino a ieri fu della pittura, della musica colta, della letteratura, della filosofia (anche io ho descritto, raccontato e criticato nei miei libri questo processo storico). Il fatto che il negozio fiorentino di Eataly sia stato inaugurato in uno stabile che ha a lungo ospitato una libreria è da questo punto di vista emblematico. All’estero, del resto, quando guardano con ammirazione alle espressioni della cultura italiana guardano alla gastronomia, alla moda, all’arredamento d’interni, all’arte culinaria molto più che all’arte poetica, cinematografica o pittorica (salvo che si tratti di un’arte del passato). Food, fashion and interior design, questo siamo oggi agli occhi del mondo. Ci piaccia o non ci piaccia (e a me non piace). A fronte di ciò, la domanda che, però, un’intellettuale si pone – ammesso che riesca per un attimo a deporre lo sdegno al cui fuoco fatuo il suo ego tanto si scalda – è: dove sono io in questa impietosa corrente? Come assumo al fondo della mia produzione le contraddizioni di questo processo storico?

La separazione. Questa la risposta che sembra dare uno come Montanari anche quando riflette, e non solo quando polemizza (molto spesso, a dire il vero). La sua difesa dell’arte come bene comune e della funzione civile del patrimonio artistico e storico della Nazione – difesa che mi trova pienamente solidale e schierato con lui – pare suggerire che questo patrimonio debba rimanere rigidamente separato da tutti gli altri aspetti della vita di quel popolo cui appartiene e che gli appartiene. Ogni contatto tra le diverse sfere di vita, tra gli ambiti differenti eppure prossimi dell’esistenza, è stigmatizzato quale fonte d’impurità, di sacrilega contaminazione. È una concezione dello spazio dell’arte quale luogo sacro, nel senso etimologico di separato, inviolabile (ma anche di “maledetto”). Chiunque violi con il proprio comportamento la pax deorum, il concorde equilibrio stabilito tra la cittadinanza e gli dei dell’arte, viene sottoposto a bando morale. Montanari, e quelli che la pensano come lui, si autonominano guardiani del confine.

Ebbene, non sono d’accordo. Dei tre regimi di pensiero che si possono adottare quando posti di fronte al processo storico in cui la cultura materiale prevarica sulla intellettuale – regime confusivo, separativo, distintivo – io opto per il terzo. Rifiuto il regime confusivo. Quello, per intenderci, proposto dalla scena, cui tutti in questi anni abbiamo assistito, nella quale chiunque affetti un salame proclama: “Io faccio cultura”. Ma rifiuto anche quello separativo. La scultura di Michelangelo e la viticoltura toscana sono e devono rimanere cose ben distinte ma non separate. La distinzione presuppone un’intelligenza dei legami, la separazione li recide.  Dei legami e del discernimento. Se un mercante spregiudicato trova il modo di commercializzare i propri prodotti nelle gallerie degli Uffizi, è giusto opporsi. Se un brillante imprenditore desidera rendere omaggio, tra gli scaffali del suo negozio, ai maestri esposti agli Uffizi, si può magari invece perdere l’occasione per una cieca indignazione.

L’aneddoto riguardante la vita di Michelangelo narrato tra le mura di Eataly è un nodo passante, non chiude il discorso in un cosmo asfittico dominato dal culto smodato del food. Fa, anzi, segno verso ciò che ne esorbita. Ti dice che c’è dell’altro e dell’oltre. Fa segno verso la città di Firenze come immenso, inestimabile ecosistema artistico – giustamente tanto cara a Montanari – e come sistema culturale e sociale nel quale gli uomini per lo più faticano, mangiano, dormono e, talvolta, nei giorni fortunati, alzano gli occhi verso la bellezza e verso il pensiero delle cose ultime. Il pensiero della distinzione non emargina l’arte in uno spazio separato ma la colloca al centro. Ne fa il nodo di una laica religiosità che, anche qui seguendo l’etimo (quello lattanziano), lega l’individuo in un vincolo di pietà a tutto ciò che è umano attraverso l’onnipresenza del “divino”.

Il che significa che per difendere l’arte bisogna stare in società. Il polemismo di Montanari sembra suggerire, invece, una nostalgia neo-comunitaria. Contrappone una Kultur dei valori essenziali della piccola comunità degli eruditi a una Zivilization incivile della cultura di massa dominante in società. Al di qua della linea di separazione la piccola ma feroce comunità di monaci guerrieri agli ordini di Marco Travaglio, al di là della linea, nell’impurità, tutto il popolo, quel popolo al quale lo stesso Montanari rivendica la proprietà consapevole delle pietre sacre della Nazione. (Va notato, però, che, d’altro canto, Montanari dimostra di saper stare in società quando accetta di fare da consulente di un ministro il cui vicepresidente è Angelino Alfano).

Io credo, invece, che il luogo del conflitto per la difesa affermativa, non meramente reattiva, del valore culturale dell’arte non possa che essere la società. Se abbiamo la volontà, o la vocazione, a renderci parte attiva dei rapporti di forza dispiegati nel campo culturale, dobbiamo difendere la società e, per farlo, dobbiamo stare in società. Per difendere la società ce ne dobbiamo appropriare ma la società è sempre il “luogo dell’altro”, il campo del molteplice eterogeneo, irriducibile, irredento. Nell’“aperto della società” non vi sono che tattiche, nessuna strategia è possibile, perché, come insegnava De Certau, la tattica ha come luogo solo quello dell’altro, è un calcolo che non può contare su una base propria, né dunque su una frontiera che distingue l’altro come totalità visibile. Non disponendo più di un luogo che possa essere circoscritto come proprio, isolato in un ambiente, l’intellettuale è chiamato a insinuarsi dappertutto portandovi la propria conflittualità, e portando nel fondo della propria produzione la contraddizione che questo comporta – avrebbe detto Adorno – non per rimanere ciò che è ma per diventarlo, di volta in volta, nella zona di bruciante contatto con l’altro da sé.

Questa linea di condotta discende da una teoria: si tratta di capire che la marginalità oggi non assume più la figura dei piccoli gruppi ma quella dell’emarginazione diffusa, che la marginalità si universalizza perché, svanite le culture popolari e tradizionali, è l’intera massa sociale a trovarsi ai margini dei processi di produzione culturale, confinata nella posizione del consumatore. Nella comunità si è identici, alla comunità si appartiene; la società, invece, è il luogo dove tutti sono esclusi, nessuno escluso. Il romanzo, diceva Kundera, è il paradiso degli individui. La società individualizzata nella quale viviamo, che c’impone come un obbligo istituzionale la solitudine dell’individuo, ne è l’inferno. Proprio per questo motivo, è la società il luogo della critica. E nel margine di questa emarginazione di massa, oggi l’intellettuale si ritrova in società con quello che un tempo si chiamava popolo. Oggi, infatti, non sono più l’arte e la letteratura a filtrare la cultura diffusa. La Nazione italiana la fecero nell’Ottocento scrittori e popolo cantando all’unisono le opere di Verdi ma gli italiani di oggi sono stati rifatti negli anni ’80 dagli esperti di marketing distaccati alla televisioni da Berlusconi. Da quest’altro lato dello schermo, ammassati tutti assieme, stanno oggi scrittori e popolo. Soli tra le rovine delle loro pietre sacre.

Il fantasma della comunità adombra, mi sembra, una reazionaria nostalgia di trascendenza. Ci seduce e ci commuove tutti. Ma di fronte a una visione laica, materialista, anche disperata, se vogliamo, c’è solo il piano d’immanenza dei rapporti di forza sociali o anti-sociali. Se la cultura di massa della nostra società non attribuirà un valore alle comunità intellettuali, le comunità intellettuali non sopravvivranno (si veda l’attuale, veloce agonia dell’Università). Se la cultura di massa non attribuirà un valore al capitale culturale dell’arte rinascimentale, essa non sopravvivrà. Ma è la fuori, nell’aperto del permanente criticismo sociale che si darà battaglia. Anche tra gli scaffali di Eataly. Anche e soprattutto quando un popolo impoverito invece della rivoluzione sogna il tonno di coniglio.

Se, invece, gli intellettuali onesti imboccano la via del biasimo professionale, il rischio è che i moralizzatori (vedi il nome di questo blog) diventino diffamatori, che la loro difesa della cultura scada a un perenne sindacato in difesa di loro stessi, che i professionisti dello scontento diventino piccoli untori in tempo di peste. L’arte è patrimonio della Nazione non degli storici dell’arte. Ma sono certo che, almeno su questo, Montanari sarà d’accordo con me.

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Tracce – Il dolore https://minimaetmoralia.it/estratti/tracce-il-dolore/ https://minimaetmoralia.it/estratti/tracce-il-dolore/#comments Thu, 24 Jun 2010 08:36:02 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2592 Questo saggio sulla rappresentazione del dolore fa parte di Tracce. Atlante warburghiano della televisione. Il volume applica il metodo iconografico usato dallo storico dell’arte Aby Warburg per ricostruire la storia della tv e i suoi debiti con le arti e la cultura che l’hanno preceduta. Da Filottete a Vermicino.

di Alberto Abruzzese e Manolo Farci

Il dolore, scrive Elaine Scarry, occupa una posizione eccezionale nell’intero tessuto delle condizioni psichiche, poiché è l’unico stato privo di un oggetto.

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Questo saggio sulla rappresentazione del dolore fa parte di Tracce. Atlante warburghiano della televisione. Il volume applica il metodo iconografico usato dallo storico dell’arte Aby Warburg per ricostruire la storia della tv e i suoi debiti con le arti e la cultura che l’hanno preceduta. Da Filottete a Vermicino.

di Alberto Abruzzese e Manolo Farci

Il dolore, scrive Elaine Scarry, occupa una posizione eccezionale nell’intero tessuto delle condizioni psichiche, poiché è l’unico stato privo di un oggetto. Il dolore non intende nulla, è del tutto passivo, sofferto piuttosto che voluto o diretto. Il dolore manca di ogni attribuzione, è soltanto per se stesso. “Nell’impossibilità di essere condiviso […] il dolore è refrattario al linguaggio”[1]. Il sofferente tende al silenzio o al grido, l’agonia accerchia e divide, rendendo le parole sempre eccedenti e superflue. Eppure, nonostante il dolore separi chi lo subisce dagli altri, la sua esperienza rivela una muta solidarietà con chi osserva lo spettacolo di tale angoscia: questo avviene perché “dinanzi a ogni emblema di sofferenza ognuno, a suo modo, si sente chiamato in causa”[2] e trova occasione per meditare sulla propria sofferenza possibile. L’esperienza individuale del dolore si salda così con il senso universale del soffrire e istituisce un rapporto di comunicazione del tutto peculiare, dove l’assoluta singolarità dell’atto di dolore deve dissimularsi e oggettivarsi per poter essere riconosciuta e trasmessa a livello sociale. La televisione è il dispositivo comunicativo contemporaneo che più di ogni altro tradisce costantemente il dolore, nel senso che lo rende tangibile, lo trasforma in una storia appetibile, ne fa un osceno lievito per gli indici di ascolto. L’episodio del Vermicino del 1981 ha rappresentato il primo esempio italiano di storytelling audiovisivo di un dolore trasmesso in diretta[3]. La banalità e la cornice “quotidiana” della vicenda raccontata – i tentativi disperati di salvare un bambino caduto in un pozzo – ha involontariamente trasformato la storia di Alfredino nel prototipo perfetto di tragedia televisiva. Il meccanismo narrativo della televisione ha reso, difatti, l’evento funzionale molto più alla sua ripresa televisiva che alla riuscita dell’operazione stessa[4]. Ma, allo stesso tempo, ha mostrato come la televisione, al di là dei suoi dispositivi finzionali e spettacolari, risponda a una vocazione antropologica più profonda. Un tempo i processi materiali che determinavano l’esperienza collettiva erano territorialmente interpretati in rituali formativi, dal gruppo delle comunità e dei villaggi sino alle folle delle piazze seicentesche. I drammi sociali[5] traducevano alcuni processi esperienziali fondativi, come nascita e morte, in un significato, dotandolo di una forma estetica appropriata che diventava poi parte integrante della sapienza comunicabile. Nel momento in cui le traiettorie di sviluppo della civiltà metropolitana rendono le formule tradizionali sempre meno efficaci, spetta ai dispositivi comunicativi come la televisione farsi carico di traslare eventi come il dolore o il lutto “nella logica metaterritoriale dei loro circuiti, nei modi simulacrali della loro messa in scena, nelle forme narrative dei loro linguaggi funzionali”[6].

Se vista in una prospettiva socioantropologica, la rappresentazione del dolore in televisione non fa altro che esaltare la peculiarità di questa esperienza rituale, l’unicità del soffrire e la sua vocazione a trasformarsi in un oggetto sociale condivisibile. “La tv usa il dolore altrui, in compenso lo trasforma in altro. Per chi va in tv, raccontare diventa una specie di illusione di garanzia: è il suo racconto, ma non gli appartiene più”[7]. Nell’arena mediatica, il dolore si oggettiva in un repertorio di maschere della sofferenza che costituiscono il lessico comune attraverso cui il patire si fa esperienza quotidiana esperibile. Per questo, esiste una soluzione di continuità tra una maschera classica della tragedia greca come il Filottete di Sofocle e il volto di Lino Banfi che a La vita in diretta (2009) confessa commosso il suo dolore per il tumore della figlia.
Allo stesso tempo i talk show del dolore tracciano una nuova geografia emotiva, dove lo svelamento della sofferenza privata – spesso legata a eventi traumatici del passato – funziona come una terapia di gruppo recitata di fronte alle telecamere: “il fatto stesso di parlare, di liberarsi della propria angoscia permette al singolo (l’ospite) di stare meglio e alla collettività (il pubblico) di esorcizzare tale ansia”[8]. Il successo dei talk show del dolore dimostra quanto la narrazione psicologica della sofferenza sia diventata il nostro modo principale di esprimerci, di manifestare i sentimenti, di possedere un’identità[9]: l’esternazione del dolore diventa uno strumento necessario a un percorso di catarsi identitaria. Vediamo, allora, che nella televisione agisce il medesimo impulso che ha sempre portato la civiltà umana a tradurre il dolore in una ragione ultima, ad attribuire un senso salvifico alla sofferenza umana: cos’è la passione di Cristo, se non il dolore con cui si fondano le religioni cristiane? La potenza affettiva di un corpo martoriato viene tradotta in armi e moneta, in strumento di civilizzazione e progresso umano[10]. Tradurre il dolore in una ragione che lo legittimi è stato sempre anche l’obiettivo ultimo del potere, che ha usato una prassi ordinaria e razionale come la tortura per appropriarsi della sofferenza del corpo e farne spettacolo convincente della sua forza. Il dolore viene al tal punto stilizzato da trasformare la messa in scena della tortura in una sorta di “grottesco dramma compensativo”[11], una pantomima teatrale il cui obiettivo è quello di disumanizzare totalmente il suppliziato, mostrando il suo corpo “come qualcosa che viene volentieri alienato dalla vittima stessa (anche in punto di morte) per il piacere e l’esaltazione dell’oppressore”[12]. Esiste un comune immaginario visuale e una comune matrice stilistica che giace al fondo della rappresentazione del corpo del dolore e che, partendo dall’abbandono masochistico dello Schiavo morente di Michelangelo – “un San Sebastiano appagato che ha inghiottito i dardi dei suoi tormentatori e che ora veleggia sulle ali delle sue fantasticherie solitarie”[13] – arriva sino alle torture erotizzate dei film di James Bond o di Quentin Tarantino, per approdare in una serie televisiva come 24. Tale immaginario può essere definito con il concetto di formula del pathos, ossia un motivo figurativo che rappresenta le vittime come se traessero piacere o almeno accettassero fatalmente la razionalità del proprio annientamento. 24 (2001) testimonia non solo di una precisa strategia attuata per giustificare, in una particolare congiuntura storica come la lotta al terrorismo del post-11 settembre, l’utilizzo legalizzato della tortura, ma dimostra come le immagini di violenze e di strumenti di ogni genere di sopraffazione, un tempo appannaggio di una cultura libertina raffinata, sono ormai uscite dai club amatoriali o dalle sale cinematografiche per entrare nel privato domestico. In Ciao Darwin – fortunato e bizzarro game show andato in onda tra il 1998 e il 2003 e riproposto, nel 2007, col sottotitolo L’anello mancante, che ironizza sul meccanismo darwiniano dell’evoluzione della specie – i due rappresentanti delle squadre in gara vengono inseriti all’interno di cabine trasparenti di forma cilindrica, i “cilindroni”, che si riempiono d’acqua per ogni risposta data sbagliata, finché il concorrente che “annega” perde. Il meccanismo della tortura, ben camuffandosi all’interno di una cornice di disimpegno, mostra la violenza profonda che soggiace dietro ogni economia del piacere: “il piacere – spinto al suo limite estremo, cioè nella necessità assoluta di riconoscersi – è violento, perché per realizzare un linguaggio all’altezza dei linguaggi oggi praticati socialmente (tutti a loro modo violenti), è necessario il massimo conflitto, è necessaria appunto una sorta di guerra”[14].
Ecco allora che la celebrazione dell’effimero mostra la sua stretta relazione con il dolore, la sofferenza, finanche con la morte stessa. La voluttà del consumo non devia il suo sguardo neppure alla vista della carne e del cadavere: dal gesto del boia che alza alla folla la testa grondante di sangue del decapitato al cuoco Dario Cecchini che azzanna la carne cruda di un animale in televisione. L’immagine del cadavere chiude definitivamente il ciclo della sofferenza, poiché risveglia nello spettatore un ancestrale meccanismo di fascinazione e repulsione per il dolore più estremo, quello della morte. La televisione assorbe la ricchezza di situazioni e modalità che le innumerevoli ambientazioni filmiche e fumettistiche hanno riservato alla figura del cadavere, come dimostra la serie televisiva Dexter (2006). Lo spettatore televisivo gode di autentico piacere nel vedere a lavoro un serial killler. “Di fronte alla morte non siamo più soltanto nel ruolo di detective ma anche di assassini e di cadaveri, con una identificazione sempre più forte verso queste due figure di ‘diserzione’ dalle leggi sociali. Tutto ciò spiega l’assunzione del delitto metropolitano come la forma emblematica di ogni morte”[15]. Il linguaggio del corpo martoriato dal serial killer traduce la violenza in violazione e la violazione in voluttà: “il cedimento della carne favorisce la convulsione voluttuosa”[16], che si prova ogni volta che si sottrae l’io all’ordine reale delle mediazioni culturali e delle istituzioni storiche e ci si autoannulla nell’impersonalità della carne. Nell’eclissi di ogni organismo politico, sociale e culturale, la carne emerge come “lo sdoppiamento del corpo di tutti e di ciascuno secondo fogli irriducibili all’identità di una figura unitaria”[17]. Quando il dolore perde le radici individuali da cui deriva, quando smarrisce la sua storia privata, l’unica capace di dargli un senso e un valore ultimo, allora si trasfigura nell’orrore. Minando le radici della nostra stessa vulnerabilità di esseri viventi[18], l’orrore ci ricorda quanto l’uomo, tanto più nel suo essere corpo, sia votato alla morte. Ma, in fin dei conti, il pensiero della morte è l’unica riflessione che ci consente di aprirci davvero all’altro, di metterci in gioco come esseri singolari, di superare la nostra finitudine, di eccedere oltre le dialettiche che hanno costituito l’individuo autosufficiente della modernità. Se è vero che “due cose sono inevitabili: non possiamo evitare di morire né possiamo evitare di ‘uscire dai limiti”[19], allora è probabile che, oltre l’apparenza inautentica ed effimera della sua messa in scena, anche la televisione provi a replicare a questa inevitabilità.

[1] Scarry E., La sofferenza del corpo. La distruzione e la costruzione del mondo, il Mulino, Bologna 1990, p. 19.
[2] Natoli S., L’esperienza del dolore. Le forme del patire nella cultura occidentale, Feltrinelli, Milano 2002, p. 9.
[3] Si veda Salmon C., Storytelling. La fabbrica delle storie, Fazi, Roma 2008.
[4] Abruzzese A., Buovolo M.L., Pisanti A., Masi S., Spettacolo e metropoli. Attore, messa in scena, spettatore, Liguori, Napoli 1981.
[5] Si veda Turner V., Dal rito al teatro, il Mulino, Bologna 1986.
[6] Abruzzese A., L’intelligenza del mondo. Fondamenti di storia e teoria dell’immaginario, Meltemi, Roma 2001, p. 174.
[7] Taggi P., Un programma di. Scrivere per la tv, Il Saggiatore, Milano 1997, p. 272.
[8] Grasso A., Radio e televisione. Teorie, analisi, storie, esercizi, Vita e Pensiero, Milano 2000, p. 92.
[9] Si veda Illouz E., Intimità fredde. Le emozioni nella società dei consumi, Feltrinelli, Milano 2007.
[10] Si veda Abruzzese A., “Nel segno di Zorro”, in Farci, M., Pezzano, S., Blue Lit Stage. Realtà e rappresentazione mediatica della tortura, Mimesis, Milano 2009.
[11] Scarry E., cit., p. 50.
[12] Si veda Eisenmann F.S., The Abu Ghraib Effect, Reaktion Books, London 2007.
[13] Paglia C., Sexual Personae. Arte e decadenza da Nefertiti a Emily Dickinson, Einaudi, Torino 1993, p. 213.
[14] Abruzzese A., Buovolo M.L., Pisanti A., Masi S., cit., p. 51.
[15] Abruzzese A., L’intelligenza del mondo, cit., p. 179.
[16] Galimberti U., Il corpo, Feltrinelli, Milano 1986, p. 462.
[17] Esposito R., Bios. Biopolitica e Filosofia, Einaudi, Torino 2004, p. 176.
[18] Si veda Cavarero A., Orrorismo ovvero della violenza sull’inerme, Feltrinelli, Milano 2007.
[19] Bataille G., L’erotismo, ES, Milano 1997, p. 135.

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