Adam Driver Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adam-driver/ un blog di approfondimento culturale Mon, 23 Dec 2019 13:22:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Adam Driver Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adam-driver/ 32 32 Marriage Story, le scene da un matrimonio di Noah Baumbach https://minimaetmoralia.it/cinema/marriage-story-le-scene-un-matrimonio-noah-baumbach/ https://minimaetmoralia.it/cinema/marriage-story-le-scene-un-matrimonio-noah-baumbach/#respond Mon, 23 Dec 2019 14:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41952 Marriage Story, l’ultimo film di Noah Baumbach – in concorso al festival di Venezia 2019 – è stato appellato come il nuovo Kramer contro Kramer. Anche se la storia è totalmente rovesciata: nella vecchia pellicola, la madre andava via lasciando un padre alle prese con il figlio e con una genitorialità che sembrava gli fosse del tutto estranea. Mentre qui, è Nicole (Scarlett Johansson) che decide di trasferirsi a Los Angeles e strappare dalle braccia di Charlie (Adam Driver), il loro unico figlio. Ma il risultato è lo stesso: Marriage Story ha il potere di raccontare il dolore che produce la separazione, il senso di fallimento e frustrazione che congela la vita dei protagonisti che avevano creduto nell’amore, il matrimonio, la famiglia.

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Marriage Story, l’ultimo film di Noah Baumbach – in concorso al festival di Venezia 2019 – è stato appellato come il nuovo Kramer contro Kramer. Anche se la storia è totalmente rovesciata: nella vecchia pellicola, la madre andava via lasciando un padre alle prese con il figlio e con una genitorialità che sembrava gli fosse del tutto estranea. Mentre qui, è Nicole (Scarlett Johansson) che decide di trasferirsi a Los Angeles e strappare dalle braccia di Charlie (Adam Driver), il loro unico figlio. Ma il risultato è lo stesso: Marriage Story ha il potere di raccontare il dolore che produce la separazione, il senso di fallimento e frustrazione che congela la vita dei protagonisti che avevano creduto nell’amore, il matrimonio, la famiglia.

Il film inizia brillantemente nell’illustrare i pregi reciproci dei protagonisti, la voce di Charlie ci racconta quali sono le qualità di Nicole e viceversa. È il loro terapeuta di coppia che gli chiede l’ultimo sforzo: lasciarsi con amore. Così in questo testamento amoroso scopriamo una cosa fondamentale, Nicole e Charlie si sono amati sinceramente, inesorabilmente, totalmente. E avevano tutte le carte in regola per farcela, ma qualcosa è andato storto. E questo qualcosa viene narrato in modo sfumato, lieve: perché spesso le separazioni non sono costituite da fatti precisi ma da una somma di piccoli eventi. Come un albero che nel tempo perde le foglie.

Nicole è un’attrice che ha scoperto il successo anche grazie a Charlie, un talentuoso regista teatrale che attualmente ha uno spettacolo in scena a Broadway, (proprio come Baumbach che ha divorziato dall’attrice Jennifer Jason Leigh ndr). La loro vita ruota attorno alla compagnia teatrale; la vita familiare al cui centro, c’è inequivocabilmente il loro bambino. Ma tutto inizia a precipitare quando Nicole viene chiamata a Los Angeles per girare la puntata pilota di una serie televisiva.

Le cose già non funzionano: la routine familiare ha usurato la coppia, il tempo ha prosciugato la passione, la rivalità artistica ha presentato il conto (Nicole, si sente un’appendice di Charlie), eppure loro si erano promessi – questa crisi – di affrontarla assieme. Divisi ma uniti. Ma quando Nicole arriva a Los Angeles, incarica un legale di seguire le pratiche di divorzio. E s’imbatte in Nora Fanshaw (Laura Dern), un avvocato spietato, che mira esclusivamente agli alimenti, alla custodia del bambino, alla cittadinanza californiana per madre e figlio. Charlie, spiazzato e disorientatosi vede costretto a rispondere per vie legali. Incarica prima un avvocato (Alan Alda) mite e magnanimo che non riesce a spuntare nulla, e poi ripara assoldando Jay Marotta (Ray Liotta), un altro squalo del foro, che combatte con le stesse armi del nemico.

Il risultato è un’emorragia economica e l’inizio di una battaglia legale che scava nell’orrore. Liti, recriminazioni, deformazioni della realtà. Il film riesce a raccontare in modo impeccabile come una crisi matrimoniale possa precipitare in un abisso di violenza verbale e giuridica, che sembra non avere memoria dell’incanto dell’amore. Baumbach strizza l’occhio alla cinematografia di Ingmar Bergman (pensiamo a Scene da un matrimonio e Persona). La Johansson nella primissima inquadratura riecheggia le attrici teatrali del maestro svedese: la tuta nera, i piedi nudi, i movimenti del corpo sul proscenio.

Fino allo scontro centrale (eccezionalmente recitato dai due), dove i protagonisti s’inveiscono contro, in un duello di battute pietosamente reali che sembra non lasciare spazio a un futuro dialogo, al recupero di un legame tanto prezioso: ripresi in una stanza bianca i due protagonisti mettono in scena una battaglia fatta di corpi e parole. Eppure Charlie e Nicole una via d’uscita la devono trovare, perché sono genitori di un bambino amato e perché sono due adulti intelligenti. Il film si divide tra malinconia e sorrisi, battute e lacrime; momenti di grande tenerezza che affiorano grazie a un lessico familiare fatto di piccoli rituali che appartengono a ogni famiglia. I gesti, i corpi, le parole dette e quelle taciute, sono riconoscibili da ognuno di noi.

Girato tra New York e Los Angeles che oltre a essere riprese nella loro magnificenza, sono specchio dei protagonisti e teatri di posa delle loro aspirazioni e dei loro sogni. È un film dotato di un’assoluta armonia, nella scrittura, la colonna sonora originale, montaggio e regia. Notevoli sono le interpretazioni principali; Scarlett Johansson sveste i panni dell’icona bionda e patinata e si trasforma in una madre sbadata e ordinaria mentre Adam Driver dalla sua proverbiale altezza osserva il mondo incerto e si muove a tentoni cercando la giusta misura. Laura Dern in stato di grazia: sofisticatissima, agguerrita e senza cuore. Proverbiale il suo monologo dove spiega a Nicole come comportarsi in tribunale: “…qualunque cosa sia Maria, madre di Gesù – è la perfezione. È una vergine che partorisce, sostiene con fermezza il suo bambino e sostiene il suo corpo morto quando se ne è andato. E il padre non c’è. Non ha nemmeno fatto sesso. Dio è in cielo. Dio è il padre, Dio non si è presentato. Quindi devi essere perfetta: Charlie può essere un cazzone,non importa.”

Il film, protagonista del prossimo Golden Globe, già vanta decine di premi. Prodotto da Netflix, è stato campione d’incassi nelle sale cinematografiche, è ora visibile in streaming sulla piattaforma.

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Paterson. L’America di Jim Jarmusch https://minimaetmoralia.it/cinema/paeterson-lamerica-jim-jarmusch/ https://minimaetmoralia.it/cinema/paeterson-lamerica-jim-jarmusch/#comments Sat, 21 Jan 2017 07:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33417 «It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

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«It’s a sad and beautiful world» diceva Roberto Benigni in una notte spettrale a New Orleans, dopo aver pescato la frase in un taccuino misterioso. Era il 1986. Ed era, ovviamente, Daunbailò. Trent’anni dopo, quella battuta pronunciata in un inglese stentato sembra racchiudere ancora il senso del cinema di Jim Jarmusch, tornato nelle sale a fine dicembre con Paterson. Tredicesimo lungometraggio per il «regista più lento del mondo», come lo chiama l’amico Aki Kaurismaki, assai più prolifico di lui.

Salutato a Cannes come il vincitore morale del festival, insieme a Elle di Verhoeven (che poi si è rifatto ai Golden Globes), o addirittura come il più bel film di Jarmusch, Paterson è senza dubbio un film concepito in perfetto stile Jarmusch, quasi un manifesto, un compendio della sua poetica, ancora capace di opporsi al mainstream dilagante e di offrire un’immagine dell’America antitetica – perché ibrida, rarefatta, sfrangiata – a quella prodotta a L.A., «la centrale degli zombie».

Forse non è il capolavoro di Jarmusch. Quello è e rimarrà sempre, almeno nella mia classifica personale, Stranger Than Paradise, così lunare, così radicalmente off: novanta minuti, sessantasette inquadrature bianche, separate da quattro secondi di nero. Né ha la purezza di Somewhere in California, il corto con Tom Waits e Iggy Pop premiato a Cannes con la Palma d’oro, che è per Jarmusch quello che La ricotta è per Pasolini. Né appartiene al filone più cool di Dead Man o Ghost Dog o Solo gli amanti sopravvivono, dove Jarmusch si è avventurato nella direzione del pastiche e del remake più spudorato, cercando di seguire le orme di quegli stessi registi che un tempo avevano tratto ispirazione da lui.

Ma Paterson è comunque uno dei lavori più coerenti e riusciti di questo caposcuola del cinema indie di fine secolo, che qui ritrova in pieno il suo «tocco», talvolta smarrito dopo l’avvento dei millennial, permettendosi addirittura di fare un film che parla di poesia. «A movie that’s filled with poetry and that is a poem in itself» ha scritto Richard Brody sul blog del New Yorker, firmando una delle recensioni più esatte e lusinghiere. A patto di capire in che cosa consista la poesia del film.

Paterson, tanto per cominciare, è il nome di un autista che ogni giorno guida l’autobus numero 23 per le vie sonnolente della cittadina di Paterson, New Jersey, prima di fare ritorno ogni sera dalla moglie Laura, portare a spasso Marvin, il loro bulldog, prendere una birra al bar del quartiere e rintanarsi nel sottoscala per aggiungere qualche verso su un taccuino segreto dove annota poesie mai pubblicate, di cui nemmeno la moglie conosce bene il contenuto.

Artista solitario, laconico, vagamente a disagio nei propri panni e nel mondo in cui si muove, Paterson è però sempre pronto a sbalordirsi di fronte agli avvenimenti che punteggiano la sua bislacca routine: le chiacchiere sul bus, le lamentele di un collega di origini indiane, i sogni e le ambizioni di Laura, i gemelli di ogni età che continuano ad apparirgli davanti. Le velate minacce di una gang di teppisti. Gli esercizi di un rapper in una lavanderia a gettoni. E poi le conversazioni con Doc e gli avventori (neri) del suo bar, dove manca la tv ma un’intera parete è dedicata a celebrare i cittadini più illustri di Paterson – Lou Costello, il comico, Rubin «Hurricane» Carter, il pugile accusato di triplice omicidio, Gaetano Bresci, l’anarchico, Alice White, la stellina del muto, William Carlos Williams e Allen Ginsberg, i poeti. E Iggy Pop, che lì suonò nel 1970 e che un club di ragazze del New Jersey elesse l’uomo più sexy del pianeta.

Un film delicato, ipnotico, diviso in sette capitoli come i giorni della settimana, scandito da inquadrature e dialoghi essenziali che prestano il fianco all’accusa più comune che si può rivolgere a un film di Jarmusch: «Slow and without a story». Lento e senza una storia. Dove «lento» sta per qualcosa di diverso da quello che intendeva Kaurismaki. Eppure, piaccia o no, è questo il marchio di fabbrica del regista. La sua firma. Le carrellate laterali che si arrestano di colpo, lasciando la scena vuota. Gli scorci di negozi, saracinesche, insegne, muri di mattoni, strade deserte. Con i volumi dei palazzi che sembrano allungarsi verso la macchina da presa, i profili curiosamente trapezoidali, deformati dall’angolo di ripresa, e spigoli di cemento a inquadrare porzioni di cielo.

Il film si apre con un’inquadratura dall’alto: Paterson e Laura a letto, alle sei del mattino, addormentati (una scena che si ripeterà, con piccole variazioni, all’inizio di ogni capitolo). È una scena già vista nel cinema di Jarmusch. Lui e lei a letto, dall’alto. La prima volta forse in Mystery Train, nell’episodio dei giapponesi Jun e Mitsuko, giunti in America dalla lontana Yokohama per inseguire il mito di Elvis. Ma c’è anche, trasfigurata come in un film vampiresco, in Solo gli amanti sopravvivono: Adam e Eve nudi su uno sfondo nero. E poi c’è la scena di Johnny Depp/William Blake che abbraccia il daino ferito a morte, come lui, dopo essersi spalmato sul viso il sangue nero dell’animale, in Dead Man. Una delle immagini più potenti nella filmografia di Jarmusch.

Un incipit semplice, dunque, ma denso di rimandi, con cui Jarmusch sembra volerci dire che Paterson è una specie di ritorno alle origini, forse anche un ritorno ai fondamentali della sua «scrittura». A quella vena intimistica, surreale, in bilico tra B movie e teatro dell’assurdo, che passa per Stranger e Daunbailò e Mystery Train, in cui Jarmusch comincia a giocare in modo sempre più scoperto con le regole dello storytelling, aprendo la strada a tutta una generazione di filmmaker talentuosi che avrebbero rielaborato e rimasticato spunti, volti e tic del primo Jarmusch, spesso condendoli di un umorismo nero, con più fiuto per lo spettacolo o per i temi scabrosi. Da Hartley a Sodebergh, da Buscemi (lanciato da Mystery) a DiCillo (suo ex direttore della fotografia), da Smith a Wang, da Tarantino a Solondz.

Un film di Jarmusch è sempre anche un piccolo congegno di scatole cinesi. «Piuttosto che trovare una storia da filmare e poi arricchirla di dettagli, preferisco mettere insieme i dettagli e da lì provare a costruire il puzzle di una storia». È il principio a cui si è sempre attenuto, pur con esiti molto diversi, nel corso della sua carriera. I significati, le suggestioni si rivelano così a poco a poco attraverso connessioni più profonde e più sottili – tra oggetti, colori, suoni, motivi, immagini – di quelle che legano gli elementi dell’intreccio, spesso impalpabile. Perché i dettagli che Jarmusch mette insieme sono il più delle volte insignificanti. Illogici. Inconsequential è la bella parola inglese, difficilmente traducibile.

Così, l’incontro tra Paterson e i teppisti stipati nella decappottabile non è inserito in un lineare sviluppo drammaturgico, non prelude a niente. Dilatate dalla fissità e dalla frontalità delle inquadrature, le scene finiscono per coagularsi in alcuni istanti di autenticità che coincidono perlopiù con la loro durata, con la percezione del tempo che passa, con i gesti e le parole che non sempre riescono a materializzarsi. Magari anche con l’imbarazzo degli attori, costretti a recitare in stile blue in the face.

«Cercavo un antidoto al dramma, all’azione, ai conflitti, alle donne maltrattate» ha detto Jarmusch di Paterson. «Abbiamo bisogno di film diversi. Con i miei, spero che lo spettatore non si preoccupi troppo del plot. Cerco di trovare una via zen in cui tu sei lì in ogni momento senza pensare a quello che succederà dopo». In Paterson, l’unico colpo di scena accade quando l’autobus ha un guasto elettrico, e tutti i passeggeri scendono in strada temendo che possa «esplodere in una palla di fuoco». L’unico, se trascuriamo un paio di episodi che è meglio non raccontare, dove l’azione, se pure c’è, è comunque rovesciata, messa alla berlina, come le gag sono sempre ritardate, raffreddate, dissolte nella maschera keatoniana del protagonista.

Frammenti di conversazioni, incontri fortuiti, ambienti desolati, o intravisti di sfuggita dalla cabina di un autobus: è questo il materiale narrativo che Jarmusch registra e dispone nelle sette «stanze» del film, disseminate di rispondenze, di strizzate d’occhio e citazioni. E capita allora che un senso o, meglio, una sensazione emerga proprio dal ripetersi di una scena, in cui un dettaglio nuovo o identico ci costringe ad aggiustare la nostra percezione di quello che abbiamo visto o sentito poco prima. Per esempio una colazione in cucina, dove il fruscio di un’auto che passa vicino casa (o era un camion?) ci rammenta un istante perduto della nostra vita, o quel treno languido che in un altro film correva su un ponte sopraelevato vicino a un hotel di Memphis. Mentre la circolarità della storia sembra rispecchiarsi nei cerchi e nei pois (rigorosamente in bianco e nero) che Laura dipinge in giro per la casa, sulle tende alle finestre, sulle tende della doccia, sui suoi vestiti, sui cupcake, fino a volerli sulla chitarra Arlecchino che ordina on line.

La sceneggiatura di Paterson era pronta da sei anni, ma il soggetto risale a un quarto di secolo fa, come dire ai tempi di Bush senior. Jarmusch buttò giù una paginetta dopo una visita alle cascate del fiume Passaic, a Paterson, ispirata dalla lettura dei cinque volumi di liriche che il medico-poeta William Carlos Williams dedicò appunto alla cittadina dove esercitava. E dove crebbe Allen Ginsberg, di cui Williams era il dottore e poi anche il mentore, fino al punto di scrivere l’introduzione all’Urlo e altre poesie.

«Not ideas but in things» è il verso che ricorre in Paterson di Williams, a cui si deve l’analogia tra l’uomo e la città che è al cuore del film (dove quel verso rimbalza nelle parole di Method Man, il rapper della lavanderia, in una delle scene più gustose). Un’analogia, però, che Jarmusch ha esplorato fin dall’inizio della carriera. Nei quadretti urbani che introducono gli episodi di Taxisti di notte, nell’incipit di Daunbailò sulla voce di Tom Waits. Nell’incipit di Dead Man sulla chitarra di Neil Young. In Permanent Vacation, il suo primo, misconosciuto lungometraggio, che si apre con dodici inquadrature di stanze vuote.

È propria in questa analogia – tra una città o un ambiente (o anche un’immagine fissa in cui non accade niente) e i loro abitanti – che si deve cercare la poesia di Jarmusch. Certo non in un virtuosismo di macchina o in un vampiro di nome Christopher Marlowe. Ed è sempre in questa sua predilezione per i paesaggi anonimi, indistinti (per cui tutti i luoghi si assomigliano e tutti i film si riflettono l’uno nell’altro), che Gianni Canova, il cinemaniaco di Sky, in un bel saggio su «Bianco e Nero» individuava «il segno intimamente politico del cinema di Jarmusch». Che non ha mai smesso di cercare un’alternativa ai «modi di rappresentazione» (prosastici) hollywoodiani.

William Carlos Williams era anche il nume tutelare dei poeti della New York School, il cui leader Kenneth Koch era l’insegnante di Jarmusch quando studiava letteratura all’università. Un altro allievo di Koch, Ron Padgett, è il ghostwriter dei versi di Paterson. Per i rapporti fecondi tra il cinema di Jarmusch e i poeti newyorkesi, rimando agli articoli di Stephanie Bunbury, Stephanie Zacharek, Virginia Heffernan, e a questa bella intervista a Ron Padgett. Qui mi limiterò a ricordare che Jarmusch ha detto che sarebbe onorato se qualcuno lo considerasse come un’«estensione cinematografica» della New York School. I poeti sono sempre stati i suoi idoli, intanto perché non ha mai incontrato «un poeta che lo fa per soldi». Lo stesso vale per lui. «Sono un regista amatoriale. Che significa amore. Professionista significa invece che lo fai per soldi, e io non sono un professionista». Lui, l’irriducibile filmmaker che si è sempre rifiutato di venire a patti con i produttori. L’unico (con Woody Allen) che ha sempre preteso di tenersi i diritti sui negativi dei suoi film. Non per megalomania. Per una questione di principio. «Un film fatto da una persona che detiene il controllo creativo: ecco cos’è un film indipendente. E un film è non-indipendente quando le decisioni di mercato e le strategie di distribuzione del film come prodotto filtrano nel contenuto del film e nel modo di essere del film».

L’ultima menzione va agli splendidi attori, da ammirare in lingua originale. Adam Driver, certo, interprete jarmuschiano almeno quanto John Lurie. Ma anche la cantautrice iraniana Golshifteh Farahani, che ha dato vita forse al più bel personaggio femminile – insieme alla vampira Eve di Tilda Swinton – dai tempi della Eva di Eszter Balint, cantante e violinista ungherese. È lei, Laura, che dipinge e ascolta musica araba, con quel bel nome petrarchesco e una squisita inflessione straniera, a ricordarci la qualità migliore di Jarmusch: aver sempre rifuggito sia il punto di vista wasp sia lo sguardo interno a una singola comunità etnica, per rappresentare il proprio paese come una realtà endemicamente ibrida, frantumata in una molteplicità di micro-culture, spesso vissute in modo più intimo, identitario, della sovracultura nazionale, ma anche fonte di un perenne senso di sradicamento.

«Spiazzamento, fusione di razze, è questo che ha fatto l’America». «Per fare un film sull’America, mi sembra logico avere almeno una prospettiva trapiantata qui da qualche altra cultura, perché la nostra è una collezione di influenze disparate». «Del resto, le mie origini sono intricate. Olandesi, ceche, tedesche. Come si chiamano i cani scaturiti da incroci multipli? Bastardi, credo». Dichiarazioni datate quanto la battuta di Benigni, ma ancora assai valide. Tanto che ricordano il discorso di Meryl Streep nella notte dei Golden Globes. Anche se lei parlava dalla centrale degli zombie.

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“Hungry hearts”: intervista a Saverio Costanzo https://minimaetmoralia.it/cinema/hungry-hearts-intervista-a-saverio-costanzo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/hungry-hearts-intervista-a-saverio-costanzo/#comments Mon, 19 Jan 2015 09:09:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25054 Questa intervista è uscita sul Venerdì di Repubblica.

Roma. C'è anche la possibilità di detestarle, le due madri di Hungry Hearts: una trepida mamma vegana che affama il figlio per non contaminarlo con le impurità del mondo e una risoluta suocera che risolve drasticamente il problema del nipotino sottopeso. Saverio Costanzo ha riversato materiali incandescenti nel suo film, che parte come una commedia e poi svolta verso un horror familiare, dove un omogeneizzato di carne può elevarsi a dispositivo del thrilling. Due giovani si incontrano, si innamorano, nasce un bambino (indaco, ovvero dotato di superpoteri spirituali, secondo il vaticinio di una veggente) e monta la tragedia. Che si era già preannunciata in gravidanza con alcuni segnali, perché il diavolo è nei dettagli. Alba Rohrwacher ed Adam Driver, premiati alla Mostra di Venezia con la Coppa Volpi, sono Mina e Jude, lei italiana a New York che lavora nelle ambasciate e lui ingegnere: sono diversi, ma si vede che si amano, il guaio è che certe volte l'amore, anche materno, è il detonatore di esplosioni devastanti.

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Questa intervista è uscita sul Venerdì di Repubblica.

Roma. C’è anche la possibilità di detestarle, le due madri di Hungry Hearts: una trepida mamma vegana che affama il figlio per non contaminarlo con le impurità del mondo e una risoluta suocera che risolve drasticamente il problema del nipotino sottopeso. Saverio Costanzo ha riversato materiali incandescenti nel suo film, che parte come una commedia e poi svolta verso un horror familiare, dove un omogeneizzato di carne può elevarsi a dispositivo del thrilling. Due giovani si incontrano, si innamorano, nasce un bambino (indaco, ovvero dotato di superpoteri spirituali, secondo il vaticinio di una veggente) e monta la tragedia. Che si era già preannunciata in gravidanza con alcuni segnali, perché il diavolo è nei dettagli. Alba Rohrwacher ed Adam Driver, premiati alla Mostra di Venezia con la Coppa Volpi, sono Mina e Jude, lei italiana a New York che lavora nelle ambasciate e lui ingegnere: sono diversi, ma si vede che si amano, il guaio è che certe volte l’amore, anche materno, è il detonatore di esplosioni devastanti.

Anche questo film può essere un detonatore: di polemiche, sebbene Costanzo non emetta giudizi sui suoi personaggi. Per esempio: l’ostinata pratica vegana di Mina, la filosofia più inoffensiva della terra, non viene mai accusata di nuocere ai bambini, eppure, sul web, alcuni vegani un po’ meno inoffensivi se la sono già presa col regista, accusandolo, tra l’altro, di specismo (ovvero di discriminare gli animali dagli umani, soprattutto a tavola) per un’incauta dichiarazione festivaliera nella quale confessava di gradire molto il Big Mac e di propinarlo ai figli una volta al mese. In realtà queste sue scorrerie nel fast food sono più casuali che programmatiche, ma tant’è. Poi c’è il discorso sulle madri, ancora più ostico. Costanzo dice, giustamente, che «ogni film viene illuminato dalla luce dello spettatore», quindi ognuno può vedere quelle madri alla luce delle proprie esperienze, o disavventure, infantili. A chi in tenera età non se l’è passata tanto bene, il senso di possesso della mammina sul figlio e l’atteggiamento manipolatorio della suocera fanno venire i brividi. Ma qui bisognerebbe mettersi d’accordo sul fatto che di certe mamme, o certe nonne, è lecito diffidare. E apriti cielo.

Che ha detto sua madre del film? 

Perché?

Così, per sapere. 

Come spettatrice, mi sembra le sia piaciuto, sì, credo le sia piaciuto. Ha riso.

Le ha chiesto perché?

No, ho un certo pudore, poi mi è difficile pormi come figlio rispetto a questo film.

Questo film, come il precedente La solitudine dei numeri primi, altro horror di ambiente familiare, nasce da un libro, Il bambino indaco di Marco Franzoso. Ma se il romanzo di Giordano era arrivato a Costanzo per mano di un produttore, questo se l’è trovato da solo. Si ricorda ancora quando e dove l’ha letto: un anno e mezzo prima di scrivere la sceneggiatura, su un treno per Udine. «Avevo visto una recensione di Goffredo Fofi. C’è poco da dire, mi ha colpito. E respinto. Sentivo che era una storia che potevo raccontare, ma mi sembrava ci fosse troppa violenza. Però ogni tanto sono tornato a pensarci e un giorno questo pensiero è diventato la prima scena. La sceneggiatura è andata avanti con una scrittura naturale, semplice. Conclusa in una settimana».

La prima scena – che nel romanzo non c’è, ma Costanzo ha un approccio molto libero negli adattamenti dei libri, che legge e poi dimentica per conservare la storia, non i dettagli – è stata un po’ censurata nelle recensioni del film, ma andrebbe raccontata. Ristorante cinese a New York, la porta dell’antibagno in cui Mina si è lavata le mani non si apre, è bloccata. Si apre invece la porta del bagno e insieme a Jude esce una puzza mostruosa, apocalittica: lui ha mangiato qualcosa di molto indigesto e questi sono gli effetti. Imbarazzo, intimità coatta e vertiginosa, finché non li libera un cameriere.

Dopo Le conseguenze dell’amore, ecco Le conseguenze del mangiare: nel suo film, il cibo è pessimo in tutte le sue forme. 

Beh, sì: nella scena specifica, trattasi di merda. Ma è anche divertente. E in effetti c’è una coerenza fra il prologo e l’epilogo, ma non è studiata, costruita. Spesso questo film mi faceva paura. E a volte ridere.

Paura del male che può fare una madre? 

No, quello che ho capito o dovevo capire con Hungry Hearts è che le madri hanno sempre ragione. Ho faticato ad accettare il ruolo della madre più quando sono diventato padre che da bambino: allora non lo discutevo. Ho fatto pace con questa figura e imparato anche a guardarmi con più indulgenza nel ruolo di padre. Ma soprattutto ho capito e accettato che una madre ha sempre ragione.

Anche quando non vuol vedere che suo figlio rischia la vita perché non lo nutre a sufficienza? O quando comincia a purgarlo di nascosto per non fargli assimilare la carne prescritta dal pediatra? 

Se si entra in un’ossessione non si controllano le azioni. Questa è la storia estrema di un’ossessione d’amore che una madre non riesce a gestire. Non sa che fare di tutto l’amore da dare al bambino. Non riesce a contenere il miracolo di cui si rende capace, la maternità. È un’ idiozia darla per scontata. Si dice: la donna fa i figli, l’uomo no. E finisce lì.

Quindi non esistono cattive madri. 

È come dire: non esistono cattive persone. No, io non penso che esistano cattive persone e basta, cattive fino in fondo.

Che reazione ha alla parola famiglia?

Tutti i miei film sono sulla famiglia, questo è sicuro. Cerco di capirla. Ma non saprei rispondere su una cosa così profonda.

Qualche conto in sospeso? 

Se ci sono state delle mancanze lo ho perdonate: sono diventato un padre. Guardo con indulgenza agli eventuali errori dei miei.

Un padre famoso può essere devastante. 

C’è uno scambio di amore nella nostra famiglia di cui non parlo perché sono cose private. Grazie a mia madre il nostro quotidiano era fatto di normalità e discrezione, non mi sono mai socializzato come figlio di Maurizio Costanzo. Se lo dimentichi tu, lo dimenticano anche gli altri. E non ti ferisce chi pensa, come poi è normale, che tu abbia avuto dei privilegi, anche se non li hai mai chiesti né accettati.

In Rosemary’ Baby, film del 1968 di Polanski, Mia Farrow è vittima di congiura satanista condominial-coniugale che la fa mettere incinta dal demonio. Durante la gravidanza ha dei sospetti, ma viene trattata da visionaria. In Hungry Hearts, Mina ordisce da sola il suo complotto, e contro le forze del male (inquinamento, medicina allopatica, suocera carnivora), ma sa anche che gli altri, gli sconsiderati normali, la giudicano pazza. Inevitabile riconoscere un filo rosso fra i due film, ma Costanzo rivendica un’altra sintonia, con Una moglie di John Cassavetes (che, guarda caso, era il marito di Mia Farrow in Rosemary’s Baby, questo però non c’entra niente): «Che bel film, contiene la verità di una donna, tutto il suo amore e la sofferenza che comporta. Ancora oggi, quella di Gena Rowlands è forse la performance femminile più profonda perché non dà per scontata la maternità, è una lotta interiore. Una lotta buona e lieve».

Vecchia passione quella per Cassavetes: Costanzo dice che vorrebbe essere ingenuo come lui. Ma si può voler essere ingenui? «Sì, fidandoti dell’istinto, aspettando che le cose accadano, facendo lavorare l’esterno. Sul set, il mio modo di girare è stato quello di Cassavetes: non andare a cercarti uno stile, racconta semplicemente una storia dando lo spazio all’attore, che è la storia. Rimani su di lui e nel modo più onesto, senza metterti nella condizione di sapere troppo quello che vai a fare. Rosemary’s Baby è entrato nel film malgrado me, perché purtroppo non posseggo il candore di Cassavetes. Dico purtroppo perché lui non va mai a finire in un genere, rimane coerente con la danza umana che mette insieme, mentre io ho una parte evidentemente più orrorifica e in quell’interno di coppia ci vedo molto buio, così emergono degli incubi che appartengono a Polanski. Anch’io poi ho pensato a Rosemary’s Baby: perché Alba ha lo stesso biancore di Mia Farrow, la stessa eleganza, e perché io volevo l’Upper West Side, avevo bisogno di quella New York. Ma sono somiglianze più che altro estetiche».

Seguendo la corrente Cassavetes, sono successe cose, durante la lavorazione: Adam Driver, l’unica faccia giusta per il film, era indisponibile; stava per saltare tutto, ma poi si è liberato. Il minuscolo e nitido appartamento della coppia o la villa della suocera coi trofei di cervi alle pareti (proprietà di una signora dedita alla caccia con l’arco) non erano proprio quelli previsti dalla sceneggiatura, ma alla fine l’hanno arricchita. Il budget poco superiore al milione di euro ha consentito a Costanzo di lavorare, sollevare divani, faticare («ne avevo un gran bisogno»), la mancanza delle sovrastrutture da grande produzione ha eliminato deleghe e dispersioni. E assumendo anche il ruolo di operatore, il regista ha potuto sperimentare direttamente i rischiosi fisheye che deformano l’immagine quando la coscienza di Mina comincia a sfrangiarsi. «Volevo girare le scene con due obiettivi diversi, ma non c’erano né il tempo né i mezzi. È andata bene così».

In questo fecondo disordine creativo tocca parlare di altri disordini, quelli alimentari, già affrontati in La solitudine dei numeri primi. Perché tanto interesse? 

È casuale. In questa storia la protagonista non è anoressica, infatti Alba non è dovuta dimagrire dieci chili come nella Solitudine. Non mangia per un’ansia di purezza, che sarà pure anoressia, ma il tema del film non è il rapporto con il cibo, anche se l’ho girato a New York perché là mangiare una verdura che sa di verdura è un privilegio da miliardari, mentre in Italia è relativamente facile.

Il tormentone sul cibo è un tema filosofico? 

Non so. Aumenta la consapevolezza che distruggiamo la Terra, forse è una reazione, e magari allargando i consumi di alimenti biologici i prezzi di questi alimenti potrebbero scendere. Ma detesto fare sociologia e non c’è niente su cui non cambio opinione se incontro al bar  uno con un’idea più illuminata. E poi il dibattito sul cibo lo trovo noiosissimo.

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A cuore scoperto. Su “Hungry Hearts” di Saverio Costanzo https://minimaetmoralia.it/cinema/hungry-hearts-saverio-costanzo/ https://minimaetmoralia.it/cinema/hungry-hearts-saverio-costanzo/#comments Thu, 04 Sep 2014 10:16:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23107 di Antonia Conti

Jude e Mina si conoscono nei bagni di un ristorante. Si incontrano nelle circostanze meno romantiche che è dato immaginare. Quella porta che per un guasto resta chiusa, che li costringe per alcuni minuti nello stesso spazio, nella condivisione di umori corporei non richiesti, per natura sgradevoli. È subito imbarazzo, è subito manifestazione naturale del corpo, è subito confidenza spiazzante.  L’ironia di un incipit che alla luce di ciò che vedremo non poteva essere più emblematico. Jude e Mina si innamorano e vanno a vivere insieme, condividono l’affitto di un appartamento a New York. Lei, per ragioni professionali, potrebbe essere trasferita, potrebbe tornare in Italia, suo paese di origine, ma lui riesce a dissuaderla e, in un abbraccio stretto, decidono di sposarsi, di passare la vita insieme. Il futuro di Mina sarà in America dunque, sarà al fianco di Jude e del bambino che soltanto lui probabilmente è pronto ad avere.

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di Antonia Conti

Jude e Mina si conoscono nei bagni di un ristorante. Si incontrano nelle circostanze meno romantiche che è dato immaginare. Quella porta che per un guasto resta chiusa, che li costringe per alcuni minuti nello stesso spazio, nella condivisione di umori corporei non richiesti, per natura sgradevoli. È subito imbarazzo, è subito manifestazione naturale del corpo, è subito confidenza spiazzante.  L’ironia di un incipit che alla luce di ciò che vedremo non poteva essere più emblematico. Jude e Mina si innamorano e vanno a vivere insieme, condividono l’affitto di un appartamento a New York. Lei, per ragioni professionali, potrebbe essere trasferita, potrebbe tornare in Italia, suo paese di origine, ma lui riesce a dissuaderla e, in un abbraccio stretto, decidono di sposarsi, di passare la vita insieme. Il futuro di Mina sarà in America dunque, sarà al fianco di Jude e del bambino che soltanto lui probabilmente è pronto ad avere.

Già a partire dalla gestazione nascono le complicazioni e il loro amore giovane e impaziente comincerà a soffrire le prime divergenze, i contraccolpi dell’ingresso nell’età adulta. Mina si affida perdutamente ai suoi valori: alla profonda convinzione che il loro bambino sia puro, Il bambino indaco (come vuole il romanzo di Marco Franzoso, da cui Saverio Costanzo adatta il film), che necessita delle cure speciali che solo una madre ha la lungimiranza di scegliere. Sarà nella diversa attribuzione dei valori, dell’uno e dell’altra, in merito allo svezzamento del piccolo (mai nominato nel racconto) che l’armonia subirà un incaglio; con le angosciose conseguenze verso cui la narrazione ci conduce, attraverso un progressivo (di nuovo) spiazzante e imprevisto terrore. Quanto possono essere forti le proprie ragioni? Quanto si può essere ostinati o accondiscendenti nell’accogliere il cuore scalpitante dell’altro di fronte a scelte nelle quali non ci riconosciamo? Cosa, più della misura del nostro amore, può garantirci che non falliremo nell’esprimerlo?

Saverio Costanzo ci invita a entrare in un tunnel rischiosissimo, disseminato di ordigni delicati, e attraverso uno sguardo che fa dell’aderenza alla materia narrativa il principio e il fine ultimo del suo lavoro, ne esce consegnando al suo quarto lungometraggio una maturità solida e ai personaggi che racconta un’umanità reale e struggente. Non vi è giudizio nella sua prosa filmica, ma soltanto partecipazione ed è in virtù di questa osservazione partecipe che il discorso si apre tratteggiato da una leggera euforia (di “What A Feeling” che tutto avvolge), si piega poi al distorto e al deforme (per cui è legittimo pensare a Polanski), si schiude infine rarefatto e vivissimo – quando ristabilito un ordine – saturo di quell’affetto per i propri personaggi, assimilabile forse solo all’amore incondizionato e arrendevole a cui ci ha abituati il cinema di Wong Kar-wai.

Jude non smetterà mai di ascoltare le ragioni di Mina; anche quando la sua condotta presterebbe più che mai il fianco a una squalifica, la definisce semplicemente “inconsueta”. Il concetto di anormalità è bandito, e se il criterio è quello di arginare ogni sovrastruttura morale e analitica, per anteporre un afflato d’amore e di accoglienza a servizio dello sguardo e a guida della percezione, qualsivoglia siano le derive, qualsivoglia sia la linea che separa ciò che è naturale da ciò che non lo è, non lo potrebbe o dovrebbe essere, a ciascuno è dato il diritto di amare, a ciascuno è restituito il diritto di essere e avere, di ritrovare il mare, l’amore e il proprio figlio.

Hungry Hearts di Saverio Costanzo è il secondo film italiano presentato nel concorso di Venezia 71, preceduto da Anime nere di Francesco Munzi, seguito da Il giovane favoloso di Mario Martone. Tre diverse espressioni di un cinema che ha molto da dire e del quale possiamo gioire: perché è bello, vivo e autentico. Come sono autentici i volti di Alba Rohrwacher e Adam Driver, che si mettono con delicato e irreprensibile abbandono a servizio di personaggi che, senza sforzo, tratteniamo con noi. Jude e Mina continuano ad abitare in un piccolo punto imprecisato del nostro cuore, nei giorni, oltre la visione, oltre la sala, occupando un posto protetto, come la serra defilata (motivo di occlusione non di apertura) che costruiscono sul tetto della loro casa. Nel bene o male, ciascuno con le proprie ragioni, le proprie mancanze, ciascuno con la propria anima spogliata da un’ispirazione di smarginata indulgenza.

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Cosa potrete vedere alla 71a edizione della Mostra del Cinema di Venezia https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/ https://minimaetmoralia.it/cinema/cosa-potrete-vedere-alla-71a-edizione-della-mostra-del-cinema-di-venezia/#comments Thu, 24 Jul 2014 10:07:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22376 di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l'elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all'Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d'Agnolo Vallan.

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di Carlotta Briganti

Mentre sta finendo la conferenza stampa e tutti i film son stati annunciati, vi raccontiamo cosa potrete vedere alla settantunesima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Non parlerò di tutti i film che verranno proiettati al Lido dal 27 agosto al 6 settembre. Per l’elenco ufficiale basta farsi un giro sul sito della Biennale o leggere i quotidiani domani. Provo a fare invece al volo un elenco delle cose più interessanti e/o bizzarre che mi sembrano venute fuori dagli annunci qui all’Hotel St. Regis (luogo della conferenza stampa).

Oltre 3000 tra lunghi e corti arrivati alla commissione. Ed ecco alcuni tra i film scelti dal direttore Alberto Barbera, insieme ai selezionatori Bruno Fornara, Oscar Iarussi, Nicola Lagioia, Mauro Gervasini, Marina Sanna, Giulia d’Agnolo Vallan.

Manglehorn, di David Gordon Green.

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Nel precdente “Joe” aveva salvato Nicholas Cage dalla caduta libera in cui l’attore stava precipitando restituendolo a un ruolo decente. A un anno di distanza David Gordon Green ci riprova con Al Pacino. Gli mette accanto Holly Hunter, Chris Messina e Harmony Korine (proprio lui, il regista di Spring breakers che molti fece agitare alla Mostra di due anni fa). Manglehorn è la storia di un ex detenuto (Pacino) che cerca di cancellare il passato lavorando come ferramenta in una piccola città. Ovviamente il passato tornerà a cercarlo. David Gordon Green è regista di film robusti e ben piantati sulla terra. 

Pasolini, di Abel Ferrara

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Ed ecco il primo film che solleverà casini alla mostra di quest’anno. Con Willem Defoe nel ruolo di Pasolini, Riccardo Scamarcio in quello di Ninetto Davoli. E poi c’è Maurizio Braucci (il più bravo sceneggiatore italiano, vedi alle voci Gomorra, L’intervallo, Piccola patria, Bellas Mariposas…) arruolato nella banda dell’Esquilino. A preoccupare è però più che altro il pratone della Casilina con la scena possibile delle fellatio seriali di Petrolio. A questo si attaccheranno quelli che vanno al cinema per riempire qualche pagina di cronaca. I filologi duri e puri saranno invece tormentati dal fatto che Defoe recita in inglese. A chi glie l’ha fatto notare, pare che Ferrara abbia risposto anche giustamente: “‘fanculo! Non è un saggio accademico. È un film di Abel Ferrara!”

Near Death Experience, di Gustave Kervern e Michel Houellebecq (interpretato da Michel Houellebecq)

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Questo volto devastato appartiene al Michel Houellebecq di oggi. Che insieme a Gustave Kerven ha dato vita a un film cucito addosso alla poetica (oltre che alla figura) dell’autore di Particelle elementari e Estensione del dominio della lotta. Dopo la il dramma c’è la farsa. Dopo la farsa la tragedia. Ma dopo la tragedia arriva il teatro della peste di Artaud, vale a dire il comico e il disturbante. All’insegna del comico e del disturbante questo NDE (Near Death Experience) in cui lo scrittore francese (o ciò che ne rimane, forse la parte più preziosa) domina la scena vestito da ciclista (come il signor Tirone di Ciprì e Maresco) e cerca di farla finita forse senza successo.

Roy Andersson, A Pigeon Sat on a Branch Reflecting on Existence

 

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Non conosciuto dal grande pubblico, secondo alcuni, semplicemente, lo svedese Roy Andersson è tra i cinque registi viventi più grandi del mondo. Al pari di Lynch o Cronenberg. Solo che Andersson è un europeo, e dunque si trova molto più a suo agio a spaziare nei territori che furono di Samuel Beckett e soprattutto (per il cinema) di Luis Buñuel. Ci sono anche i Monty Python e il Jacques Tati di Monsieur Hulot nel suo cinema, solo scaraventati in atmosfere molto meno rassicuranti. Candidabile Leone.

Trois coeurs, di Benoît Jacquot

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Con Benoît Poelvoorde, Charlotte Gainsbourg, Chaterine Deneuve, Chiara Mastroianni. In mezzo a tanta sperimentazione, auteurs, aspiranti tali e autori pazzi, un sofisticato melodramma borghese dovrebbe sulla carta andare bene. Storia di tradimenti, coincidenze, palpitazioni all’inseguimento dell’amore negato proprio a chi lo cerca. Per signore di ogni sesso e età.

Nynphomaniac vol.II integrale, di Lars von Trier

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Ecco la Gainsbourg in una posa decisamente diversa rispetto a quella del film di Jaquot. A proposito di registi pazzi, geniali e furbacchioni. Potrete vedere al Lido la seconda parte non censurata di Nynphomaniac. Per la maggior parte del pubblico maschile (rapida indagine tra i miei amici) era più importante (vol. I integrale) capire quanto a fondo si spingeva Stacy Marin nei suoi pompini anziché scandagliare con più dovizia di particolari rispetto alla versione censurata le sevizie inferte alla quasi milf Charlotte nel vol. II. Pare però che proprio in questo II vol. integrale (insieme alle profondità di CG) ci siano perfino inserti con dei Thomas Mann d’annata. A ogni modo per adesso l’ingombro è sempre lui. Lars. Terrorizzato com’è da qualunque mezzo che non sia guidato da egli stesso, raggiungerà il Veneto nel suo camper. Ma come fare a superare le acque? Ha preso il brevetto di volo (elicottero) e nautico proprio per questo. Agli organizzatori della mostra comincia a stare già pesantemente sul capo opposto dell’antipatia. Vale a dire: è simpatico.

Belluscone, una storia siciliana, di Franco Maresco

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Il ritorno di quel genio di Maresco. Con un film pare molto bello. Un film autodichiaratamente postumo, visto che il berlusconismo vive ormai in questa forma. E un film, in cui, una volta ancora (come nel miglior Sciascia) si parla della Sicilia per l’Italia. Non è (vale a dire) un film su Berlusconi, ma sull’Italia analfabeta già berlusconizzata prima ancora che Silvio scendesse in campo, e (sempre berlusconizzata) persino dopo che il suo astro è tramontato. È anche un film da cui dovrebbe capirsi se Forza Italia è stato il partito della Mafia. Tra Maresco e Ciprì a parer mio non c’è partita. È Maresco colui che resterà. Del resto, basta vedere come fa recitare Dell’Utri nella clip di qui sotto per capire che la classe non è acqua. Un sogno: vedere Franco Maresco e Abel Ferrara che bevono insieme un whisky in uno degli orrendi bar del Lido.

Birdman, di Alejandro Gonzàlez Inarritu

Si tratta del filmone con Michael Keaton, Emma Stone, Edward Norton, Naomi Watts che aprirà la Mostra. Inarritu si era fatto molto amare con Amores Perros, aveva raggiunto il successo con 21 grammi, aveva farto storcere la bocca con Biutiful. Birdman è il varco per capire se ha già fatto la fine di Aronofsky o se un compagno che ha volte ha sbagliato.

Fires on the Plain, di Shinya Tsukamoto

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Che gli vuoi dire a Shinya Tsukamoto, il papà di Tetsuo e Tokyo Fist? Niente, perché Tsukamoto è uno dei grandi del cinema mondiale. Qui alle prese con un remake (ma a modo tutto suo) di un classico antimilitarista. Siamo nell’orrenda macelleria del fronte filippino, alla fine della II guerra mondiale, e un soldato senza più bussola né dimora vaga in uno scenario da puro incubo, non così dissimile da ciò che accade ancora oggi nelle parti calde del mondo. Anche qui, sulla carta: possibile Leone. 

La trattativa, di Sabina Guzzanti

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Dovrebbe essere lo speculare del film di Maresco. Dove lì c’è poesia, qui ci sono i documenti. Dove lì l’ambiguità e la complessità etica è il punto di forza, qui dovrebbe esserlo il romanzo delle stragi a tesi. Vale a dire il fatto che la trattativa ci fu, e che in quel periodo assurdo e quasi già dimenticato che l’Italia visse agli inizi degli anni Novanta la nascita di Forza Italia non fu casuale né certo dettata dal pericolo rosso. La Mafia, ovvero una parte dello Stato. Del resto, che il covo di Riina fu perquisito per precisa disposizione delle istituzioni molti giorni dopo la cattura del boss (non trovandoci ovviamente nulla) e che l’agenda rossa di Borsellino sia scomparsa sono fatti che dovrebbero continuare a far riflettere. A ogni modo, anche qui: dopo la proiezione si prevede un gran casino.

Olive Kitteridge, la nuova serie HBO

2002 Toronto Film Festival - "Laurel Canyon" Portraits

Era già successo, succederà ancora. Una serie televisiva a un festival del cinema. In questo caso si fanno le cose in grande. La nuova serie HBO con Frances McDormand al centro della scena, tratto da Olive Kitteridge, romanzo premio Pulitzer di Elizabeth Strout e ormai libro di culto da qualche anno a questa parte. La serie sarà lanciata negli USA nel 2015, e a Venezia sarà trasmessa integralmente. È una mini-serie, quattro puntate, sulla falsariga della formula (una sola serie) dimostratasi vincente con True Detective. I puristi storceranno il naso (“per quanto sofisticate e complesse, le nuove serie tv non sono cinema!”) Per i maniaci del genere, sarà invece una vera e propria manna.

Giovane e favoloso, di Mario Martone martone-leopardi

Martone racconta Giacopo Leopardi, con Elio Germano nel ruolo del poeta di Recanati. Speriamo sia più del buon film che in teoria dovrebbe essere. Anche perché (letterariamente parlando) dovrà vedersela col Pasolini di Ferrara.

Loin des Hommes, di David Oelhoffen

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Tratto da un celebre racconto di Albert Camus. Ambientato durante la guerra d’Algeria. Con Viggo Mortensen nel ruolo dell’insegnante/protagonista che si ritrova in un’avventura inizialmente più grande del suo ruolo. Un western immerso nel fluido magico del pensiero meridiano.

Alix Delaporte, Le Dernier Coup de Marteau

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Attenzione a Alix Delaporte. Grande talento, arriva il secondo film, una storia di marginalità e sentimenti difficili, con al centro una donna e suo figlio adolescente. La regista aveva dato prova di una grande forza narrativa nel precedente Angèle e Tony. Potrebbe essere questo il film che sfonda porte già abilmente prese a calci l’altra volta. Potrebbe essere, vale a dire, la vera rivelazione di questa Mostra del Cinema. Stiamo a vedere.

Hungry Hearts, di Saverio Costanzo

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Con Alba Rohrwacher, Adam Driver e Roberta Maxwell. Adam Driver il bellone di Girls, nuovo mito erotico delle ragazze aggiornate. Girato tutto a New York. Tratto dal Bambino indaco di Marco Franzoso, rigirato a quanto pare come un guanto in chiave polanskiana. Costanzo gira molto bene. “In memoria di me” era un film bello quanto poco visto. Questa è la prova da cui si capirà se Costanzo è in grado di avere la meglio sul proprio talento (e quindi fare un film maiuscolo) o farsi (come a volte ha rischiato) fagocitare in maniera leziosa dalla propria arte non comune.

Anime nere, di Francesco Munzi

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Attenzione a Francesco Munzi. Il suo potrebbe essere (insieme a quello di Maresco) il più bel film italiano presente al Lido. Munzi aveva esordito benissimo con Saimir. Si era un po’ appannato ne Il resto della notte. Ma qui dovrebbe essere arrivato al suo film capolavoro. Così almeno scommette la redazione de “Lo Straniero”, nella quale c’è qualcuno che il film lo ha già visto e giura: “è un capolavoro”. Storia di ‘ndrangheta, girata in chiave nerissima da puro gotico meridionale. Ad alcuni ricorderebbe Fratelli (The Funeral) di Abel Ferrara. 

L’urlo e il furore, di James Franco

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È molto pericoloso affrontare cinematograficamente William Faulkner. Più pericoloso di lui c’è solo Cervantes, su cui quasi ogni regista si è rotto già le corna. Con Proust e Joyce (volendo escludere l’ultimo John Huston, che però si limitava con saggezza a The Dead, racconto simbolo dei Dubliners) manco saggiamente ci si prova. James Franco, faulknerianamente parlando, si è già fatto parecchio male con Mentre morivo (al contrario il suo Figlio di Dio da Cormac McCarthy non era malaccio) e adesso ci riprova addirittura con L’urlo e il furore, interpretando tra l’altro (udite udite) Benj Compson, il personaggio più difficile, cioè il fratello ritardato della celebre famiglia. Il pericolo è il mestiere di James Franco e questo è un merito a patto che non sia incoscienza o tracotanza. Vedremo. 

Realité, di Quentin Dupieux

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Aaaattenzione a quello che potrebbe, dovrebbe, deve diventare il film culto di questa Mostra! Quentin Dupieux, chi è costui per il grande pubblico? Forse qualcuno lo conosce come Mr. Oizo, lo scatenato musicista elettronico che ideò il pupazzetto giallo fuori di testa (agitava la testa su e giù convulsivamente a ritmo di musica) che finì anche nella pubblicità della Levi’s. I cinefili non dimenticano Wrong Cops, film assurdo del 2013. Il problema è che Dupieux è un pazzo. E anche un genio. E con Realité si scatena raccontando sì Hollywood (come epicentro e metafora del male e dell’assurdo), e però scaraventandosi nella direzione opposta rispetto a quella verso cui puntava il Lynch di Mullholland Drive o il più recente Cronenberg di Maps to the Stars. Non la tragedia allucinata, insomma, ma l’allucinazione dei fratelli Marx e di Hollywood Party, senza dimenticare che Dupieux è nato in francia, dunque gli appartiene anche Tatie, Quneneau e l’Oulipo. Se i cinefili in cattedra e naftalina avessero più coraggio, eleggerebbero Dupieux a eroe continentale.

Good Kill, di Andrew Niccol

EXCLUSIVE: Ethan Hawke and Zoe Kravitz get into Air Force costumes while filming scenes for 'Good Kill'

Il film che farà vergognare gli Stati Uniti di avere Obama come miglior presidente possibile, e l’Accademia di Svezia (con stanza però a Oslo) di avergli conferito il Nobel per la pace. Si parla infatti di droni. Meglio, del pilota di droni Ethan Hawke che ogni mattina si sveglia, va in ufficio (nel deserto del Nevada, cioè proprio nei pressi di una città come Las Vegas), uccide talebani e civili afghani dallo schermo di un videogioco, poi torna a casa da moglie e figli. E, molto umanamente, comincia a impazzire. Ora, Andrew Niccol per chi non lo ricorda ha sceneggiato Truman Show. A distanza di vent’anni il piano se uno ci pensa bene si è completamente ribaltato. Prima sembrava tutto vero ma era in realtà falso. Adesso sembra falso (lo schermo e il joystick di un pilota di droni) ma è tutto tragicamente vero.

Ulrich Seidl, Im Keller

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Ve lo ricordate Canicola? Allora ricordate anche Ulrich Seidl e la sua fama di regista estremo. Che qui (trattasi se non sbaglio di documentario) scopre che la realtà è più folle di ogni immaginazione. Cosa si nasconde, infatti, nei seminterrati dei paesini austriaci? La cosa più tenue che può capitare di vedere è il sadomaso estremo. Oppure un gruppo di vecchietti vestiti alla tirolese che cantano inni nazisti. A dimostrazione che l’Austria è la degna patria odiata da Thomas Bernhard e parodiata da chiunque realizzi che non a caso si trova al centro dell’Europa.

Una menzione infine per The look of silence di Joshua Oppenheimer (bravo, coraggioso e molto discusso documentarista), Italy in a Day di Gabriele Salvatores (interessante esperimento di taglia e cuci da materiale altrui da cui dovrebbe ricavarsi una giornata tipo in Italia) e Io sto con la sposa, film-domumentario-verità su un gruppo di italiani che ha violato le leggi comunitarie per far sì che un gruppo di profughi siriani raggiungesse la Svezia.

Ecco. Magari i film più belli saranno altri, ma questo è ciò che io ricavo in fretta e furia dalla conferenza stampa. Un grazie a Valentina Aversano per la ricerca delle immagini in tempo reale e il montaggio frenetico di questo pezzo fatto in fretta e furia.

Infine: piccolo momento di orgoglio autocelebrativo. Consentitecelo, visto che questo blog è tanto popolare quanto povero in canna e a qualche soddisfazione dobbiamo pure aggrapparci. minima&moralia e Venezia. L’anno scorso uno degli autori di minima&moralia, Giorgio Vasta, aveva scritto uno dei film in concorso, “Via Castellana Bandiera” di Emma Dante. Quest’anno, come l’anno scorso, altri due autori di minima&moralia, Nicola Lagioia e Oscar Iarussi, sono tra i selezionatori della Mostra. Alcuni autori di cui minima&moralia ha parlato in tempi non sospetti sono in giuria quest’anno (Alice Rohrwacher e Roberto Minervini), così come è in giuria – e ne siamo contenti – la scrittrice Jhumpa Lahiri. Il bravissimo Maurizio Braucci ha collaborato al film di Abel Ferrara. Anche quest’anno, come l’anno scorso, la nostra amata Tiziana Lo Porto seguirà i film della Mostra, e (probabilmente come l’anno scorso) Christian Raimo ne stroncherà due su tre, ma il terzo gli sembrerà un capolavoro. Come vedete non ci facciamo mancare neanche la (chiamiamola così) dialettica interna. Viva minima&moralia, e viva pure Venezia, che è una delle poche cose italiane che all’estero si filano.

Buona visione a fine agosto.

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La figlia di Leila. Sulla desolante mancanza di donne in Star Wars Episodio VII https://minimaetmoralia.it/cinema/star-wars-episodio-vii/ https://minimaetmoralia.it/cinema/star-wars-episodio-vii/#comments Sat, 31 May 2014 10:18:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21116 di Francesca Falchi

Il 29 di aprile J.J. Abrams ha annunciato il cast di Star Wars Episodio VII, che uscirà nelle sale il 18 dicembre dell’anno prossimo. Del vecchio cast torneranno Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Kenny Baker, Anthony Daniels e Peter Mayhew (cioè Han Solo, Leila, Luke, R2-D2, C-3PO e Chewbacca). Le nuove leve sono John Boyega, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Max von Sydow e Andy Serkis, l’uomo del motion capture, quello che dava vita a Gollum ne Il Signore degli Anelli. Dato lo stupore di Abrams di fronte alle critiche, c’è da immaginare che con  un attore nero, un ispanico e ben due donne si sentisse in una botte di ferro.

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di Francesca Falchi

Il 29 di aprile J.J. Abrams ha annunciato il cast di Star Wars Episodio VII, che uscirà nelle sale il 18 dicembre dell’anno prossimo. Del vecchio cast torneranno Harrison Ford, Carrie Fisher, Mark Hamill, Kenny Baker, Anthony Daniels e Peter Mayhew (cioè Han Solo, Leila, Luke, R2-D2, C-3PO e Chewbacca). Le nuove leve sono John Boyega, Daisy Ridley, Adam Driver, Oscar Isaac, Domhnall Gleeson, Max von Sydow e Andy Serkis, l’uomo del motion capture, quello che dava vita a Gollum ne Il Signore degli Anelli. Dato lo stupore di Abrams di fronte alle critiche, c’è da immaginare che con  un attore nero, un ispanico e ben due donne si sentisse in una botte di ferro.

Dal 2005, anno in cui è uscito “la Vendetta dei Sith”, a oggi il mondo di fantasy e fantascienza è cambiato, la cultura nerd è diventata largamente mainstream e parecchio più inclusiva, e hanno raggiunto la popolarità franchise che riconoscono che una persona su due è una donna: i film di Hunger Games portano al box office più soldi di quelli di Twilight, Game of Thrones genera isteria collettiva in tutto l’Occidente, Saga di Brian K.Vaughan e Fiona Staples è la graphic novel più venduta negli Stati Uniti.

Il remake della serie tv anni ‘80 Battlestar Galactica ha trasformato quell’Han Solo dei poveri che era il tenete Scorpion nell’affascinante e insubordinata tenente Scorpion, e le prime due stagioni sono state un successo di critica e di pubblico. Perfino Peter Jackson ha maldestramente tentato di inserire una donna ne Lo Hobbit. E J.J. Abrams? Dopo essersi appropriatamente scusato per il sessismo nei suoi film di Star Trek, in cui solo due dei coprimari sono donne, ha ingaggiato solo due donne per Star Wars Episodio VII.

Le fan di Star Wars hanno fatto sentire le loro voci indignate, e Abrams ha tentato di arginare le proteste aggiungendo che ha ancora un ruolo femminile da riempire. Questo  spiegherebbe perché il regista nei mesi scorsi abbia approcciato Lupita Nyong’o e Maisie Richardson-Sellers, due attrici di colore che di certo non erano candidate al ruolo di figlia di Leila e Han, che probabilmente sarà ricoperto da Daisy Ridley. Nessuno ha confermato le voci su chi interpreterà la giovane attrice britannica nell’Episodio VII, ma è evidente che ha l’aspetto e l’età giusti per essere la figlia di Carrie Fisher (e nipote di Natalie Portman).

Non che una drastica sottorapresentazione delle donne sia una novità per Star Wars: a entrambe le trilogie di Lucas si applicava perfettamente il Principio di Puffetta, teorizzato nel ’91 da Katha Pollitt sulle pagine del New York Times, secondo il quale un film, libro, serie tv o altro prodotto culturale non indirizzato ad un pubblico esclusivamente femminile, tendenzialmente avrà una sola femmina nel cast.

Sia Leila Organa che Padme Amidala erano le sole donne in un gruppo di uomini, e attiravano l’interesse romantico del protagonista, assicurandoci che, nonostante i vertiginosi livelli di bromance, il nostro eroe non sarebbe passato al lato omo della Forza.
La principessa Leila, con un blaster per mano e la sua pettinatura iconica ispirata al Messico di Pancho Villa, è stata uno degli idoli della mia infanzia.

È vero che si ritrovava seminuda e attaccata a una catena a fare la velina per un camorrista spaziale a forma di lumaca gigante, e che baciava entrambi i suoi compagni di avventure, serenamente ignara del fatto che uno dei due fosse il suo fratello gemello, però era sveglia e risoluta, sparava come nessun altro, e uccideva lei stessa il lumacone mafioso. In generale, Leila faceva una figura molto migliore della povera Padme Amidala, che era senza dubbio partita come una signorina piena di risorse, per poi restare incastrata in una relazione in cui era perfettamente chiaro chi avesse la spada laser dalla parte del manico, e essere quindi relegata al ruolo di innamorata sofferente di quel frat boy con le turbe che era Darth Vader da giovane.

Io, da piccola nerd che consumava i VHS di Guerre Stellari, non mi sono mai sentita in minoranza, nonostante, stando ai film, il numero di ragazze nello spazio ammontasse a “una per volta”. Questo grazie all’ Universo Espanso. L’Universo Espanso (in breve UE) è costituito da tutti gli spin-off per la tv, i romanzi, i fumetti e i videogiochi ambientati nell’universo di Guerre stellari; storie create da gente a cui Lucas aveva concesso la licenza per utilizzare la sua enorme e multiforme creatura. I sei film erano dettagliatissimi e ricchi di spunti che non venivano sviluppati, pianeti che non venivano esplorati, individui curiosi della cui storia si sapeva poco o niente: l’UE riempiva gli spazi vuoti e, al contrario di quanto succedeva per le altre saghe sci-fi di successo come Star Trek e il Dottor Who, l’Universo Espanso di Guerre Stellari era canonico. Cioè, quello che succedeva nell UE succedeva “veramente” nel mondo di Star Wars, a meno che non confliggesse apertamente con gli avvenimenti dei film.

Le apprendiste jedi tentate dal lato oscuro, le sith in cerca di redenzione, le gelide droidi programmate per uccidere e le scalcagnate cacciatrici di taglie erano cittadine ufficiali della galassia lontana lontana di Lucas, tanto quanto Leila e Luke. Se qualcuna colpiva l’attenzione del regista, che non ha mai disdegnato attingere idee dall’UE, poteva anche fare una breve apparizione in uno dei film, come la maestra jedi Aayla Secura.

Per 35 anni l’UE è stato uno spazio creativo aperto. Poi la Disney ha comprato la Lucasfilm, e lo scorso 25 aprile ha rilasciato un comunicato stampa che proclama che l’UE non è più considerato canonico, e che d’ora in avanti non ci saranno più contributi da autori esterni, ma tutto ciò che circonda Star Wars sarà gestito in prima persona dall’azienda, onde creare da zero una narrazione omogenea.
Dal prossimo anno, la licenza per pubblicare i fumetti di Guerre Stellari passerà dalla Dark Horse Comics (la casa editrice di Sin City e Hellboy) alla Marvel, che la Disney ha comprato nel 2009. La serie animata Clone Wars, che vedeva protagonisti Anakin Skywalker e la sua apprendista padawan Ashoka Tano, e andava in onda su Cartoon Network, è stata cancellata, e a partire da quest’autunno sarà sostituita da “Star  Wars: Rebels” su Disney XD.

Ormai sono ragionevolmente rassegnata al fatto che Topolino comprerà tutto quello che amo e lo renderà un po’ più carino. Anche sull’UE, che era la porta attraverso cui la diversità entrava in Star Wars, si stenderà il pensiero unico Disney.

E la figlia della principessa Leila, Jaina Solo, già conosciuta e amata dalla fanbase dell’Universo Espanso? Anche nei nuovi film sarà un’Arya Stark interstellare, meccanico, apprendista jedi e pilota spericolata? La Jaina dell’EU ha avuto un’insegante pericolosa e carismatica come Mara Jade Skywalker, e compagne leali e avventurose come la compagna d’accademia Tenel Ka e Mirta Gev, degna nipote del famigerato cacciatore di taglie Boba Fett, mentre questa piccola principessa Disney sembra destinata a essere l’ennesima Miss Universo per assenza di concorrenza.

L'articolo La figlia di Leila. Sulla desolante mancanza di donne in Star Wars Episodio VII proviene da Minima et Moralia.

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