Adolf Eichmann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adolf-eichmann/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Oct 2013 17:30:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Adolf Eichmann Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adolf-eichmann/ 32 32 Tutto il tempo che serve per leggere “Le benevole” di Littell https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-il-tempo-che-serve-per-leggere-le-benevole-di-littell/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutto-il-tempo-che-serve-per-leggere-le-benevole-di-littell/#comments Wed, 09 Oct 2013 17:30:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15758 Sabato 12 e domenica 13, per il Romaeuropa Festival, andrà in scena al Teatro Eliseo a Roma “Die Wohlgesinnten” dello Schauspielhaus Wien e di Antonio Latella, un lavoro ispirato al romanzo di Jonathan Littell “Le benevole”. Per quest’occasione è stato pubblicato nella rivista del Teatro di Roma il seguente testo. L’intero pdf della rivista è […]

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Sabato 12 e domenica 13, per il Romaeuropa Festival, andrà in scena al Teatro Eliseo a Roma “Die Wohlgesinnten” dello Schauspielhaus Wien e di Antonio Latella, un lavoro ispirato al romanzo di Jonathan Littell “Le benevole”. Per quest’occasione è stato pubblicato nella rivista del Teatro di Roma il seguente testo. L’intero pdf della rivista è scaricabile qui.

di Christian Raimo

Le benevole raccontano la storia finzionale di Maximilien Aue, un ufficiale delle SS, intellettuale, melomane, omosessuale, convinto nazionalsocialista, che negli anni della Seconda Guerra Mondiale viene mandato a sterminare ebrei in Ucraina, partecipa alla battaglia di Stalingrado, si occupa dei campi di concentramento, riesce a sfuggire molte volte alla morte e a reinserirsi nella vita civile per raccontarcela in prima persona questa storia, cominciandola con una spietata invocazione al lettore: “Fratelli umani, lasciate che vi racconti com’è andata”. Questa è la microsinossi e questo è l’incipit magnetico che vi fa chiedere se vale la pena dedicare almeno 40 ore della vostra vita a leggere Le benevole di Jonathan Littell. Non è una domanda pleonastica. Perché la fatica di spendere 40 ore minime riservandole alle mille fittissime pagine di questo romanzo denso, respingente, clinico, claustrofobico, non sarà – come si dice spesso parlando bene dei libri – ripagata. Si tratterà invece di uno sforzo di dedizione assoluta, cognitivamente sfiancante, per un tempo ponderoso che sarà sottratto dalla vostra vita, e che forse genererà in voi un meccanismo che vi richiederà ancora altro tempo – per informarvi su come Littell si sia documentato, per confrontare il testo con le fonti storiche. Per questo quando ho finito di leggere Le benevole e ho letto le recensioni, le articolatissime discussioni tra chi ne ha parlato – questo romanzo che è stato un libro best-seller in Francia, un flop attaccatissimo in America, un caso critico in Italia – ho pensato chissà quanti fra questi l’hanno veramente letto tutto, questo libro sfibrante, esorbitante, esigentissimo. O chissà se qualcuno di loro – come me – arrivato alle quasi cinquanta pagine centrali (quando Maximilien Aue viene chiamato a collaborare con Adolf Eichmann, l’uomo della Banalità del male, per migliorare l’efficienza dei campi di lavoro di Auschwitz e Birkenau) che Littell dedica alle discussioni della burocrazia militare, ha avuto un conato di insofferenza per la noia atrocemente insopportabile di quelle conversazioni e ha gridato internamente: “Basta, sparategli uno a uno, come all’inizio, come in Ucraina”, rispecchiandosi per un secondo con Aue, raggelandosi, per poi magari leggere sotto una specie di ipnosi invece quelle righe in cui Littell prova a decifrare il sadismo dello sterminio: “Lo haeftling è un essere inferiore, non è nemmeno umano, quindi è del tutto legittimo picchiarlo. Ma non è solo questo: dopotutto, nemmeno gli animali sono umani, ma nessuna delle nostre guardie tratterebbe un animale come tratta gli haeftlinge. La propaganda svolge effettivamente un certo ruolo, ma in modo più complesso. Solo giunto alla conclusione che la guardia delle SS non diventa violenta o sadica perché pensa che il detenuto non sia un essere umano; anzi, la sua rabbia aumenta e si trasforma in sadismo quando si accorge che il detenuto, lungi dall’essere una creatura inferiore come gli hanno insegnato, dopotutto è proprio un uomo, come lui in fondo, ed è questa resistenza, vede, che la guardia trova insopportabile, questa persistenza muta dell’altro, e quindi la guardia lo picchia per tentare di far scomparire la loro comune umanità”.
Con questo romanzo, tanto impeccabile da un punto di vista documentale e formale da sembrare delirante, questo scrittore americano di origine ebrea naturalizzato francese fa quello che nessuno prima aveva tentato in modo così megalomaniaco, e spregiudicato: percorrere per intero l’ambizione di scrivere il libro definitivo sul Novecento – “il secolo lunghissimo” si potrebbe dire alla luce di questo tomo – tentando di inglobare in una scrittura paradossalmente ottocentesca o primonovecentesca i traumi del secolo appena passato: i genocidi, le atrocità della guerra, il conflitto tra le nazioni, quello tra le classi, e l’ideologia che produce violenza in ogni sua forma. E poi – ambizione ancora più titanica – ha voluto trascinare il lettore in un processo di fascinazione per la disumanizzazione.
Il risultato è un romanzo che funziona come una sequenza di macchie di Rorschach: illumina non tanto quella “zona grigia” che Primo Levi indicava nei Sommersi e i salvati – lo spazio controverso tra carnefici e vittime della Storia – ma le nostre differenti zone grigie. Ogni lettore che ha a che fare con Le benevole si trova catapultato in una terra rischiosissima, assimilato a un altro essere umano che è quanto di intellettualmente, emotivamente, esperienzialmente più distante da sé può immaginare. E per questo le reazioni al libro si rivelano opposte: chi ne resta avviluppato, chi lo giudica il libro più importante degli ultimi anni, chi lo detesta, chi lo liquida. “È virtuosisticamente mimetico: una elaborazione incredibile di un decennio di documentazione”. “È artificiosissimo, derivativo: le descrizioni sono una copia dei filmati d’epoca”. “È un libro che ha l’enorme pregio di rompere con la teologia dell’unicità teologica dell’Olocausto e di secolarizzare la Storia, parlando di quella violenza di Stato che ancora oggi tenta di risolvere i conflitti attraverso le stragi di massa”. “La vera natura dell’ufficiale delle Ss di Littell non è nazista e la sua perversione è un modo per mascherare, nascondere e confondere una lotta tra identità interiori differenti ispirata probabilmente a quella del suo autore”. Quest’ultimo giudizio, insultante, per esempio è di Yehoshua.
Ma se è forse un po’ vero quello che dice Blanchot (autore amatissimo da Max Aue stesso) che scrivere significa essere in relazione con ciò di cui non ci si può ricordare, Le benevole ha anche due grandi meriti che si potrebbero chiamare politici. Primo, ci mette in guardia contro la neutralizzazione dell’orrore, avvisandoci che si avvicina l’epoca nella quale persino un evento assoluto come la Shoah potrebbe finire fra i fatti storici come gli altri, invitandoci ora, subito a problematizzare questo imminente cambio di paradigma. E poi. E poi lancia una meravigliosa crociata contro la religione dell’identità: nessun critico che ho letto si è soffermato a sufficienza su una lunga sezione in cui Max Aue in una sorta di dialogo platonico discute con il professore di linguistica Voss cercando di venire a capo delle differenze culturali tra le varie popolazioni dell’Ucraina, scivolando via via che la conversazione va avanti nell’impossibilità di definire cos’è un ebreo, cosa un cosacco, cosa un russo, cosa un tedesco. Fosse anche solo per questo, conviene concedere a Littell quelle 40 ore. In un romanzo che ci mostra un’istologia dell’Assurdo, alla fine ci regala anche l’immagine di una speranza pentecostale.

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La controversia, ovvero il modo in cui oggi Hannah Arendt ci è incredibilmente vicina https://minimaetmoralia.it/interventi/la-controversia-ovvero-il-modo-in-cui-oggi-hannah-arendt-ci-e-incredibilmente-vicina/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-controversia-ovvero-il-modo-in-cui-oggi-hannah-arendt-ci-e-incredibilmente-vicina/#comments Thu, 06 Jun 2013 06:39:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14563 The Controversy, la controversia, così, semplicemente, viene chiamato il feroce dibattito che si scatena intorno ad Hannah Arendt quando pubblica sul New Yorker, in 5 parti, dal 16 febbraio al 16 marzo del 1963, un ritratto di Adolf Heichmann che poi sarà raccolto in un libro di grande successo Eichmann in Jerusalem. A Report on the banality of the Evil, tradotto in Italia con una fortunata inversione di titolo La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (Feltrinelli 1964).

La storia di questa disputa intellettuale, destinata a modificare in modo radicale i termini del discorso pubblico sulla deportazione e lo sterminio degli ebrei d’Europa, è oggi restituita alla nostra attenzione da due testi: il film di Margarethe Von Trotta, Hannah Arendt, e la raccolta di documenti curata da Corrado Badocco nell’edizione italiana, Eichmann o la banalità del male, pubblicata da Giuntina.(qui la recensione di Corrado Stajano sul Corriere della sera).

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“Assistere a questo processo è un obbligo che ho verso il mio passato”

Hannah Arendt, 2 gennaio 1961

“Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”

Hannah Arendt, Eichmann in Jerusalem

The Controversy, la controversia, così, semplicemente, viene chiamato il feroce dibattito che si scatena intorno ad Hannah Arendt quando pubblica sul New Yorker, in 5 parti, dal 16 febbraio al 16 marzo del 1963, un ritratto di Adolf Heichmann che poi sarà raccolto in un libro di grande successo Eichmann in Jerusalem. A Report on the banality of the Evil, tradotto in Italia con una fortunata inversione di titolo La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme (Feltrinelli 1964).

La storia di questa disputa intellettuale, destinata a modificare in modo radicale i termini del discorso pubblico sulla deportazione e lo sterminio degli ebrei d’Europa, è oggi restituita alla nostra attenzione da due testi: il film di Margarethe Von Trotta, Hannah Arendt, e la raccolta di documenti curata da Corrado Badocco nell’edizione italiana, Eichmann o la banalità del male, pubblicata da Giuntina.(qui la recensione di Corrado Stajano sul Corriere della sera).

Il film di Von Trotta forse non sarà mai distribuito nelle sale italiane; resta il libro, che sta in qualche modo alla base del film e raccogliemolti dei documenti sui quali la regista tedesca si è basata per scrivere la sceneggiatura.

Hannah Arendt, infatti, non è una biografia della pensatrice tedesca (sul suo non dirsi filosofa ascolta qui la risposta a Gunter Gaus 00:54): Hannah Arendt è la storia della disputa, della controversia appunto, seguita alla pubblicazione degli articoli sul New Yorker. Von Trotta ha scelto di isolare questo episodio perché, come riportato dal New York Times  “It’s better for filmmakers to have a confrontation, not just abstraction”.

Così si è confrontata con un episodio chiave della biografia di Hannah Arendt, un singolo episodio che per la prima volta, dopo Norimberga, poneva la discussione sull’Olocausto in uno spazio pubblico al quale anche i gentili potevano assistere. È con Eichmann in Jerusalem, infatti, che la storia dell’Olocausto, diventato tema a se stante, autonomo da quello più generale dei crimini nazisti, è entrata in modo perentorio nell’immaginario dei lettori. Attraverso una rivista non specialistica, un tema confinato fino a quel momento alle memorie private e alle pubbliche commemorazioni nonché al dibattito fra gli studiosi, è uscito da angusti confini ed è entrato, per sempre, nella coscienza collettiva dell’occidente, oltre che nella sua memoria.

Pubblicarlo sul New Yorker, toglierlo alla domesticità di una storia che rientrava in un dramma privato, quello degli ebrei, questo fu il primo e più importante peccato commesso da Arendt.

Il processo

Corre l’anno 1960 quando i servizi segreti israeliani rapiscono in Argentina il burocrate nazista Adolf Eichmann: ex colonnello delle SS, ha collaborato alla conferenza di Wansee.

Scopo della conferenza, citando Hannah Arendt “era coordinare tutti gli sforzi diretti a realizzare la soluzione finale” attraverso la discussione delle misure giuridiche (cosa fare dei mezzi ebrei?), omicide (come ucciderli così tanti e in fretta?).

A Wansee si decide che la “soluzione finale sarebbe iniziata dal Governatorato generale, dove non esistevano problemi di trasporto”. Per poi spostarsi verso est dove sarebbero stati necessari i convogli ferroviari.

Logistica, efficenza, risparmio. Di questo si sarebbe dovuto occupare Eichmann.

Aprile 1961: inizia il processo contro Adolf Eichmann. A Gerusalemme.

L’evento in sé ha un valore storico: lo Stato d’Israele, nato nel 1948, si colloca a livello internazionale come paese alleato delle potenze occidentali; nel 1956, sostenuto da Inghilterra, Francia e Stati Uniti, ha intrapreso la seconda guerra arabo israeliana in risposta al governo egiziano di Nasser che ha nazionalizzato il Canale di Suez impedendo il passaggio alle navi dello stato ebraico.

I conti con la Germania sono politicamente chiusi: lo stato tedesco, diviso in due, ha nella parte occidentale il più saldo alleati degli Stati Uniti in funzione antisovietica. Naturale dunque che Israele e Germania siano, sullo scacchiere internazionale, dalla stessa parte. Ma c’è ancora un conto aperto: simbolico, più che materiale. I criminali nazisti, responsabili dello sterminio degli ebrei, sono stati processati a Norimberga dagli stati vincitori, poi dai tribunali dei singoli stati con tempi e modalità diverse. Israele, nato dopo la fine del conflitto bellico, non ha potuto tenere i suoi processi.

Il caso Eichmann, dunque, deve sanare questo vulnus aperto nell’immaginario del paese: il criminale deve essere portato per la prima volta davanti a un tribunale composto interamente da ebrei e da loro processato. Serve per stabilire un principio: Israele è, al pari delle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale, uno Stato sovrano che può condurre un processo di portata internazionale.

Serve per ristabilire un’identità: nei primi anni Sessanta i conti con il passato sono ancora in buona parte da fare e i giovani, israeliani, ma anche tedeschi, o italiani, non ne vogliono sapere di sentirsi raccontare, di nuovo, una storia con la quale sentono di non avere niente a che fare.

Per questo il processo deve essere trasmesso in Tv, per questo deve essere un evento, uno spettacolo, entrare negli occhi degli spettatori e non solo nella loro coscienza.

Il pubblico ministero, Gideon Hausner; Moshe Landau, il presidente. Protagonisti insieme a David Ben Gurion, primo ministro d’Israele, il “regista invisibile” del processo.

Entra la corte “Beth Hamishpath”, scrive Arendt all’inizio de La banalità del male. Ed è la corte, più che l’imputato, la vera protagonista del processo.

“Con me”, dice Hausner nell’arringa iniziale, “ci sono 6 milioni di perseguitati”, mai, nessuno, prima, ha pronunciato queste parole in una corte di giustizia, neanche a Norimberga dove la legge ha parlato per conto dei vincitori. Ora lo fa per conto delle vittime.

I testimoni invitati a parlare sono scelti attraverso quello che la storica francese Annette Wieviorka definisce un vero e proprio casting.

Le loro testimonianze, rese per la prima volta in alcuni casi in yiddish, devono annichilire, e anche se non hanno niente a che vedere nello specifico con il ruolo svolto da Eichmann nell’organizzazione dello sterminio, rispondono alla domanda: come tutto questo orrore è stato possibile?

Arendt sottolinea immediatamente il valore politico di questa domanda, nient’affatto retorica, ma aggiunge: “La giustizia vuole che ci si occupi soltanto di Adolf Eichmann, figlio di Karl Adolf Eichmann, l’uomo rinchiuso nella gabbia di vetro costruita appositamente per proteggerlo: un uomo di mezza età, di statura media, magro, con un’incipiente calvizie, dentatura irregolare e occhi miopi, il quale per tutta la durata del processo se ne starà con lo scarno collo incurvato sul banco (neppure una volta si volgerà a guardare il pubblico) e disperatamente cercherà riuscendovi sempre di non perdere l’autocontrollo, malgrado il tic nervoso che gli muove le labbra e che certo lo affligge da molto tempo. Qui si devono giudicare le sue azioni, non le sofferenze degli ebrei, non il popolo tedesco o l’umanità, e neppure l’antisemitismo e il razzismo”

L’affermazione di Arendt desta stupore, dapprima. Poi incredulità. Poi rabbia.

La controversia

Il 16 febbraio esce il primo articolo. Il 19 febbraio Hannah Arendt parte per l’Europa. Al suo ritorno, scrivono Ursula Ludz e Thomas Wild nella prefazione di Eichmann o la banalità del male, l’intero appartamento è pieno di “posta inattesa e inviata dopo la nostra partenza”.“Il reportage di H. A. aveva scatenato indubbiamente il maggior scandalo che un libro avesse mai provocato negli ultimi decenni”.

Che un semplice report potesse dare vita a una disputa di quelle dimensioni risulta, nell’immediato,  incomprensibile per Arendt.

Assemblee pubbliche nelle quali gli ebrei si scagliano gli uni contro gli altri: dopo dieci minuti, scrive Hans Morgenthau osservando un dibattito al City Campus, “tutti stanno gridando dandosi dei bugiardi. Una psicanalisi collettiva”. Tre anni per calmare le acque, rapporti personali, fra gli intellettuali newyorkesi che non torneranno mai più ad essere gli stessi. “Una guerra civile”, come l’avrebbe definita l’editor di Partisan Review,  Irving Howe.

Hannah Arendt è una star nella New York dei primi anni Sessanta, il suo Le origini del totalitarismo è stato uno spartiacque per i liberals della East Coast, alle prese con le purghe del maccartismo e l’involuzione domestica della cultura americana degli anni Cinquanta. La battaglia contro il comunismo, scrive Arendt, “prosegue quella contro il nazismo”, ma non si può stare dalla stessa parte di chi, ai comunisti, nega ogni libertà di pensiero.

Non è facile: durante gli anni Trenta infatti, e ancora fino ai primi anni Quaranta era stato possibile dichiararsi americani e marxisti, se non addirittura comunisti. La rivista Partisan Review aveva ospitato interventi di Horkeimer, Adorno, Kracauer, Marcuse, Fromm, e pubblicato Walter Benjamin.

Ma dopo la fine del conflitto mondiale e l’inizio della guerra fredda l’anticomunismo è diventato un dogma nella religione civile degli americani. Essere comunisti equivale a tradire la propria patria. Il caso Rosenberg, che per la prima volta, in tempo di pace, manda alla sedia elettrica due cittadini americani per spionaggio, è uno spartiacque. Prendere posizione equivale a schierarsi pubblicamente in favore del comunismo.

Durante il processo Rosenberg il giudice Kaufman afferma: “I consider your crime worse than murder… I believe your conduct in putting into the hands of the Russians the A-Bomb years before our best scientists predicted Russia would perfect the bomb has already caused, in my opinion, the Communist aggression in Korea, with the resultant casualties exceeding 50,000 and who knows but that millions more of innocent people may pay the price of your treason”.

Il “crimine del secolo” secondo la stampa americana.

In una società dove antisemitismo e anticomunismo si intrecciano ancora in modo radicale le parole di Kaufman sono condivise da molti e dello sterminio degli ebrei proprio non si parla.

È anche grazie a Arendt, alla sua natura nomade, alla sua capacità di alzare lo sguardo dalla tragedia e indicare una forma di pensiero altra per raccontarla, e per raccontarsi, che gli ebrei americani iniziano a diventare protagonisti e non più gregari della narrazione pubblica condivisa.

Quando Hannah Arendt prende la parola per dichiarare che il processo Eichmann, in quanto processo esemplare, per quanto giusto, reca con sé, sempre, un elemento di rottura del patto fra i cittadini e la legge, ovvero il diritto, la memoria dell’arringa di Kaufman è troppo viva per non ricordare a chi le è vicino, ma non solo, che in tali circostanze si può finire  dalla parte del giudice, ma anche del giustiziato.

Reazioni durissime, dunque. Karl Jaspers afferma che Arendt è caduta in un’imboscata stumbled into an ambush, e pure lei stessa si sente vittima di una persecuzione organizzata dal movimento sionista.

Uno dei temi sollevati dal suo libro infatti, fra i più spinosi e oggetti della controversia, è la collaborazione dei leader sionisti dei paesi occupati e la passività degli ebrei di fronte alla deportazione.

I primi articoli contro escono su Partisan Review, fuoco amico, poi il New York Times che affida il commento a Michael Musmanno, giudice a Norimberga, aveva seguito il processo Eichmann in Gersulamenne citato da Arendt nei report: “difende Eichmann” il suo giudizio.

“Soft on Eichmann, hard on the Jews”, rincara Kevin Mc Donald.

L’estetica del male, aggiunge il critico letterario Lionel Abel, affermando che quello di Arendt è un giudizio fondamentalmente estetico e non motivato, una storia al di là del bene del male, una storia dove non c’è spazio per la redenzione (dove la redenzione è la nascita dello stato di Israele), un modo per fare pace con una narrazione, più che un dramma storico.

In difesa della Arendt interviene Mary McCarty, la quale afferma in The hue and the cry (ora pubblicato nel volume Eichmann o la banalità del male) che gli attacchi alla filosofa stanno assumendo le dimensioni di un pogrom: As a gentile I don’t understand. Ovviamente il commento non calma le acque.

Alcuni temi

Invitata in Germania in occasione dell’uscita del libro, il 9 novembre del 1964 Arendt e Joachim Fest affrontano alcuni dei temi sollevati dal report su Eichmann.

Un dialogo radiofonico, oggi trascritto per la prima volta in italiano in Eichmann o la banalità del male che vale la pena essere ascoltato con il “testo a fronte”.

Obbiedenza: Eichmann, dice Fest, è una persona talmente piccola che un osservatore del processo si domandò se non fosse stato forse acciuffato e portato in tribunale l’uomo sbagliato. La sua stupidità è scandalosa. In ciò non c’è nulla di abissale, né di demoniaco: è la semplice incapacità nel mettersi nei panni degli altri, risponde Arendt.

Eichmann dice: ho obbedito perché la legge dello Stato è la legge che devo seguire. Cita Kant.

E Arendt osserva “Tutto il pensiero morale di Kant va infatti a finire nel fatto che ogni uomo deve in ogni azione riflettere se la massima guida il suo agire possa diventare una legge universale. E’ per così dire l’esatto contrario dell’obbedienza. Ognuno è legislatore.

Nessun uomo per Kant ha il diritto di obbedire. “Obbedire in questo modo lo facciamo solo finché siamo bambini, come è anche necessario, perché da piccoli l’obbedienza è una cosa molto importante. Ma questa cosa dovrebbe però avere una fine  al più tardi entro il quattordicesimo o quindicesimo anno di vita”. p. 42.

Responsabilità: Chi ha preso il potere ha affermato  “li abbiamo appoggiati solo perché non andasse a finire peggio. Non dicono così? Ma però peggio non poteva andare a finire – e allora adesso è ora di finirla una volta per tutte con questa giustificazione” p. 46.

Giustizia: “La burocrazia, dunque il massacro amministartivo, crea naturalmente, come ogni burocrazia, un anonimato: la persona viene cancellata. Quando l’imputato compare davanti al giudice ritorna subito ad essere uomo. Ed è questo che rende propriamente grandioso un processo giudiziario no? Vi ha luogo un vero dibattimento. Perché se adesso dico: Io però ero solo un burocrate, allora il giudice può ribattere dicendo: Ma senti un po’ tu non stai qui per questo. Stai qui perché sei un uomo e hai fatto certe cose”. p. 50

C’è un racconto di Franz Kafka, si intitola Due che passano correndo:

Quando di notte si passeggia per una via e, già visibie da lontano – perché la strada dinanzi a noi è in salita e c’è la luna piena -, un uomo corre verso di noi, noi non lo agguanteremo, anche se è debole e cencioso, anche se qualcuno lo rincorre urlando, bensì lo lasceremo andare.

Perché è notte, e non abbiamo colpa se dinanzi a noi la strada è in salita nella luna piena, e oltre tutto quei due hanno forse inscenato la caccia per loro divertimento, forse entrambi inseguono un terzo, forse il primo viene inseguito pur essendo innocente, forse il secondo vuole uccidere, e noi diverremmo complici dell’assassinio, forse i due non sanno nulla l’uno dell’altro e corrono a letto ciascuno sotto la propria responsabilità, forse sono sonnambuli, forse il primo è armato.

E infine, non abbiamo forse il diritto di essere stanchi, e non abbiamo bevuto tanto vino? Non ci par vero che anche il secondo sia ormai scomparso dalla vista.

Il diritto di essere stanchi, ci dice Arendt, non ce l’abbiamo.

L’essenziale è visibile agli occhi.

Di questo parla Hannah Arendt di Von Trotta: il processo, la scrittura, le polemiche, la reazione di Arendt, Mary McCarthy, Hans Jonas.

E la domanda, la prima domanda che ci si pone dopo averlo visto è: perché un film?

Perché raccontare per immagini questa storia, in tutti i suoi dettagli? Il visibile reca in sé una grammatica che in questa storia può servire soltanto per descrivere, ridondante.

L’intellettuale rompe lo specchio magico della duplicazione, scrive Adorno, e allora spezza l’anello che non tiene, e fa intravedere lo squarcio della realtà che prima era celata agli occhi.

Un film come questo, visto peraltro senza conoscere la storia nel dettaglio, senza conoscerene i protagonisti, né il contesto, quale funzione conoscitiva può avere?

Non è un kolossal, non è onirico, non nasce da una spinta generazionale come quella che animò Anni di piombo. Un film inutile dunque? Un vuoto esercizio retorico su un personaggio storico evidentemente caro a Von Trotta?

Da anni ormai la rappresentazione filmica dello sterminio degli ebrei ha assunto canoni che possiamo definire classici. Ci sono film che ricostruiscono storie singole nel contesto specifico dell’Olocausto, i kolossal, i film che cercano di affrontare in modo ironico quello che è stato definito l’irraccontabile.

Poi ci sono quei film che non hanno niente a che spartire con questa storia ma ce la infilano dentro perché, comunque, fa gioco (This must be the place).

Margarethe Von Trotta, con questo film, fa quello che ha fatto Arendt con La banalità del male: ha rivolto lo sguardo altrove. Ha rifiutato il canone del suo tempo. Ricostruendo lucidamente quanto vedere sia importante per capire e non per credere.

Nel nostro caso, così come nel caso di Hannah Arendt.

Arendt vuole vedere Eichmann, per questo chiede al New Yorker di andare a Gerusalemme (non è la rivista a invitarla come erroneamente scritto da Stajano).

Vuole sentire le sue parole. Rendersi conto. “Non si accettano giudizi morali da chi all’epoca non c’era”, afferma il Council of Jews from Europe contro la pensatrice. Lo sterminio degli ebrei appartiene alle vittime e ai testimoni, non agli intellettuali.

Von Trotta, occupandosi della Controversia, rivendica un ruolo intellettuale nell’occuparsi visivamente di un tema tornato ostaggio di un nuovo canone negli ultimi venti anni. Quello holliwoodiano di Spielberg, quello europeo di Lanzmann.

All’ultimo festival di Cannes, non più di un mese fa, il regista francese Claude Lanzmann, autore di Shoah, presentando il suo ultimo film, ha attaccato duramente Hannah Arendt. Riaprendo, di fatto, la Controversia. Un attacco feroce, come lo fu nel 1963, dettato, come allora dalla pretesa che possa esistere un monopolio nel discorso ora visivo su un tema (qui il commento de il manifesto).

Von Trotta nel film contesta l’idea che possa esistere tale monopolio. “Io non amo nessun popolo”, dice Arendt nel film, “amo gli uomini, nella loro individualità”.

Le idee, nella loro individualità. Perché nessuno ha il diritto di obbedire, neanche a un’estetica, a una retorica, a un discorso. Questo dice Von Trotta, in Hannah Arendt.

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Soldati e Soldaten https://minimaetmoralia.it/libri/soldaten/ https://minimaetmoralia.it/libri/soldaten/#comments Wed, 13 Mar 2013 09:54:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13511 Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Nel 1973, l'Università di Princeton mise a punto un esperimento che confermò molti sospetti sul funzionamento del comportamento umano a seconda del contesto di riferimento. A un gruppo di studenti di teologia venne chiesto di scrivere un breve saggio sulla parabola del Buon samaritano. Una volta assolto il compito, ogni studente avrebbe dovuto consegnare l'elaborato in un edificio diverso dell'università, dove il testo – venne detto loro – sarebbe stato registrato e mandato in onda nel corso di una trasmissione radiofonica. Mentre gli studenti, finito di scrivere, attendevano istruzioni, al loro cospetto si presentò un uomo che cominciò a parlare ad alta voce: "Ma siete ancora qua? A quest'ora dovreste esservi già avviati! L'assistente è lì che vi aspetta. Fate presto!" Gli studenti iniziarono a disperdersi camminando a passo svelto.

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Questo pezzo è uscito su Lo Straniero.

Nel 1973, l’Università di Princeton mise a punto un esperimento che confermò molti sospetti sul funzionamento del comportamento umano a seconda del contesto di riferimento. A un gruppo di studenti di teologia venne chiesto di scrivere un breve saggio sulla parabola del Buon samaritano. Una volta assolto il compito, ogni studente avrebbe dovuto consegnare l’elaborato in un edificio diverso dell’università, dove il testo – venne detto loro – sarebbe stato registrato e mandato in onda nel corso di una trasmissione radiofonica. Mentre gli studenti, finito di scrivere, attendevano istruzioni, al loro cospetto si presentò un uomo che cominciò a parlare ad alta voce: “Ma siete ancora qua? A quest’ora dovreste esservi già avviati! L’assistente è lì che vi aspetta. Fate presto!” Gli studenti iniziarono a disperdersi camminando a passo svelto.

In quello stesso istante, ai piedi di ogni diverso edificio dove ognuno avrebbe dovuto recarsi, venne fatto collocare un uomo che si dimenava steso per terra, tossendo e lamentandosi e tenendo gli occhi chiusi. Non notarlo era impossibile (ovviamente si trattava di attori che simulavano uno stato di grave malessere e difficoltà), e tuttavia solo sedici studenti in teologia su quaranta deviarono dal percorso per aiutare l’uomo in “difficoltà”. Interpellati successivamente, la maggior parte degli studenti che non avevano prestato soccorso dichiararono di non essersi nemmeno accorti che qualcuno ne avesse bisogno.

Qualche anno prima, nel 1961, mentre l’ex “esperto della questione ebraica” delle ss Adolf Eichmann era sotto processo a Gerusalemme, lo psicologo sociale statunitense Stanley Milgram diede vita a un altro esperimento. A quaranta maschi adulti compresi tra i 20 e i 50 anni, reclutati tramite annuncio sul giornale, venne detto che avrebbero dovuto collaborare, dietro ricompensa, a una ricerca sulla memoria e sulle forme dell’apprendimento. Ogni partecipante veniva messo di fronte al quadro di controllo di un generatore elettrico composto da 30 interruttori posti in fila orizzontale. Sotto ognuno di essi era segnalato il voltaggio, che andava dai 15 V ai 450 V, da una scossa “leggera” a una “molto pericolosa”. Di fronte a ognuno dei partecipanti veniva poi fatto sedere, sopra una sorta di sedia elettrica, un secondo uomo (anche qui, un attore), al polso del quale veniva fissato un elettrodo collegato con gli interruttori. Ogni partecipante doveva leggere delle domande all’uomo sulla sedia elettrica, e imprimere scosse di intensità crescente per ogni risposta errata. Il direttore dell’esperimento incitava con energia a non lasciarsi intimidire dalle (finte) urla di dolore dell’uomo che riceveva le scosse, e così la maggior parte dei partecipanti (nonostante sintomi di tensione e qualche protesta quando ci si avvicinava alle scosse più dolorose) “obbedì agli ordini”.

Tutto questo accadeva in un paese democratico e cosiddetto libero, durante un tempo di pace che, oltre al nascente rock’n’roll, covava le spinte che avrebbero portato presto a vincere importanti battaglie civili, tra cittadini che – a parte l’eventuale sottrazione di un piccolo compenso, o una leggera ammonizione – non avevano nulla da temere da chi rappresentava l’autorità nell’esperimento a cui avevano accettato di sottoporsi, o in cui erano stati coinvolti a propria insaputa.

Soltanto immaginando noi al loro posto (cercando cioè di non perdere di vista i pericoli di un comportamento valutato come “assurdo” o “inumano” solo da chi ha la fortuna di osservarlo dall’esterno) si può uscire meno spiazzati dalla lettura di Soldaten (Garzanti, 460 pp., 24,50 euro), il libro con cui Sönke Neitzel e Harald Welzer, il primo storico, il secondo sociologo, entrambi tedeschi, hanno cercato di ricostruire psicologia, coinvolgimento, umori ed emozioni dei soldati della Wehrmacht durante il nazismo. Per farlo, si sono serviti delle conversazioni di migliaia di militari tedeschi prigionieri degli Alleati, registrate su vinile da questi ultimi per quasi tutta la durata del II conflitto mondiale. Si tratta di documenti molto interessanti perché, non sapendo di essere ascoltati, ufficiali e sottufficiali tedeschi dell’esercito, della marina e dell’aviazione parlano a ruota libera, in un clima e con una disinvoltura ben diversi da quelli che faranno da sfondo al processo di Norimberga o a quello di Eichmann.

Gli esiti sono destabilizzanti, in particolare per la tradizione che vorrebbe la Wehrmacht decisamente meno informata e coinvolta – specie sulla questione ebraica, sui crimini di guerra e sull’ideologia nazista in generale – rispetto alle élite del partito e alle sue emanazioni dirette. Al contrario: crudeltà, sadismo, ma soprattutto una sovrana indifferenza pur nella consapevolezza sono i sentimenti più frequenti che emergono in modo impressionante da queste conversazioni. Se si tiene conto che in totale, durante la guerra, servirono nella Wehrmacht quasi diciotto milioni di soldati, si capisce che si sta passando al setaccio un campione del popolo tedesco sin troppo rappresentativo.

“Il secondo giorno, in Polonia, ho dovuto sganciare delle bombe sulla stazione di Poznan. Otto delle sedici bombe sono cadute sulla città, dritte sulle case. Non ho gioito. Il terzo giorno sono passato all’indifferenza e il quarto ci ho preso un certo gusto. Era il nostro giochetto prima di colazione. Mi è dispiaciuto per i cavalli, per le persone neanche un po’” (Phol, sottotenente della Luftwaffe).

“Abbiamo fatto una cosa bellissima, durante il volo di ritorno (…) Siamo scesi in picchiata sulle strade, e quando le automobili ci venivano incontro, accendevamo i fari, così pensavano che fossimo un’altra automobile. Allora sparavamo con il cannone. Abbiamo fatto grandi cose! Era bellissimo, divertentissimo” (Baeumer, sottufficiale sempre della Luftwaffe).

“Poi hanno scavato le fosse, hanno tirato su i bambini per i capelli e li hanno ammazzati. L’hanno fatto le ss. I soldati stavano lì a guardare” (Bruhn, generale di divisione, parlando del trattamento riservato agli ebrei).

“Una volta stavo parlando con il maresciallo che mi disse: «ne ho fin sopra i capelli di queste fucilazioni di massa degli ebrei. Questa strage non è mica compito nostro! Possono occuparsene semplici teppisti!” (Amberger, radiotelegrafista su un bombardiere Ju 88).

Un’uniformità ai limiti della monotonia circonda le conversazioni rubate dagli Alleati. I soldati si vantano l’uno con l’altro di aver ucciso a sangue freddo dei civili, di aver assistito o partecipato a veri e propri crimini di guerra. Dai loro racconti emerge di tanto in tanto la nausea, il ricordo della stanchezza e dell’orrore, ma mai un senso di colpa, mai l’empatia nei confronti delle proprie vittime, e soprattutto mai un dubbio sul fatto che ci sia almeno una volta qualcosa di sbagliato nella propria condotta. Se ad esempio ci si lamenta della questione ebraica, lo si fa solo perché uccidere tutti quegli uomini quelle donne e quei bambini alla lunga può far perdere il lume della ragione, e dunque sarebbe meglio che il compito venisse affidato a dei comuni criminali invece che a dei professionisti della guerra.

Che lo sterminio degli ebrei sia però un abominio di per sé, non viene neanche preso in considerazione. Naturalmente non si parla mai dell’ipotesi della propria morte, poco di quella dei compagni, e perfino quando è chiaro che la guerra è perduta si cerca di aggrapparsi, contro ogni evidenza, alle più assurde argomentazioni in grado di dimostrare il contrario pur di non farsi sbalzare fuori dal quadro di riferimento (sociale, psicologico, emotivo) che ha accompagnato questi uomini dall’ascesa del nazismo fino a Stalingrado.

Il “quadro di riferimento”: e cioè il contesto in cui si vive e si provano emozioni e ci si sente parte di qualcosa e si riconosce autorevolezza a qualcos’altro, e si dà un nome ai valori condivisi, e ci si costruisce infine un’identità – si tratta, mutatis mutandis, dello stesso “cerchio magico” che condiziona, in modo così apparentemente incomprensibile, i partecipanti agli esperimenti americani del 1961 e del 1973, con la decisiva differenza che qui (nella Germania nazista) il cerchio è infinitamente più allargato, i soggetti dell’esperimento non solo non vivono in un paese democratico ma non sono dei civili (l’obbedienza gerarchica rappresentando uno dei pilastri della vita militare), e non operano in tempo di pace (rischiano la vita a ogni momento, e sanno che non eseguire un ordine potrebbe avere in ogni momento esiti irreparabili). L’esperimento, insomma, è la loro stessa vita.

Poiché la pietra dello scandalo di Soldaten non è la circostanza che i soldati della Wehrmacht obbediscano agli ordini, ma che la loro coscienza e il loro foro interiore assolvano senza sosta le peggiori atrocità – o le lascino svanire sullo sfondo –, Neitzel e Welzer chiedono continuamente al lettore di tenere presenti delle costanti in grado di influenzare qualunque individuo calato in una società a proposito della percezione che ha del tempo in cui si trova a vivere. Da una parte, scrivono, sarebbe poco realistico pretendere che la Storia venga giudicata dalla fine quando ancora non ci si è giunti. La Storia, mentre accade, per chi la vive non è nemmeno storia ma quotidianità, e viene misurata da ci è immerso fino al collo (i soldati in guerra) con un metro completamente diverso.

Estremamente difficile allora, per un soldato tedesco sotto il nazismo nel corso della guerra, giudicare olocausto e antisemitismo con parole o attraverso retoriche che, prima della fine del conflitto, non erano ancora state compiutamente coniate e elaborate, o erano a un livello d’elaborazione e diffusione così embrionale e “temporaneo” da non avere l’influenza e soprattutto da non mostrarsi nell’incontestabile statura che avrebbero assunto una volta rotti ben due di questi “cerchi magici”, quello della guerra e quello del nazismo.

In più, fanno notare Neitzel e Welzer, è estremamente difficile interpretare, proprio mentre si verificano, le grandi cesure storiche come altrettanti momenti di discontinuità per chi li vive. “La Germania ha dichiarato guerra alla Russia. Pomeriggio lezione di nuoto”, annota il giovane Kafka nel suo diario il 2 agosto 1914. Allo stesso modo, scrivono Neitzel e Welzer, “malgrado la radicalità del nazionalsocialismo, il 31 gennaio 1933 i cittadini tedeschi non si svegliarono in un mondo nuovo. Era lo stesso del giorno precedente, solo le notizie erano nuove. Sebastian Haffner (giornalista e storico tedesco che fuggirà poi in Inghilterra nel 1938 con la fidanzata ebrea) non descrive il 30 gennaio come una rivoluzione, ma come un cambio di governo – e nella repubblica di Weimar ciò non costituiva un evento inconsueto”.

La capacità di continuare a percepire il presente come “la normalità” anche quando, centimetro dopo centimetro, ci si è spostati nell’orrore assoluto, è una delle più traumatiche evidenze davanti a cui ci mette il libro di Neitzel e Welzer –  e, allo stesso tempo, è il buco nero che non dovremmo cessare di indagare una volta chiuso il libro.

Di conseguenza, due sono fondamentalmente gli approcci (direi antitetici) con cui si può affrontare questo Soldaten. Il primo è usarlo in chiave assolutoria, spingendo il determinismo storico fino alla negazione del libero arbitrio. Il secondo, molto più sensato, è fondare anche su questi documenti una scuola del sospetto che vada bene per il XXI secolo. E cioè allo scopo di non stancarci di chiedere: quanto di ciò che oggi consideriamo “normale”, fuori dall’illusione della contingenza (questa la parola da sostituire a “presente” perché il presente diventi finalmente un tempo redimibile dai suoi contemporanei) possiede i tratti del mostruoso?

“00.57 Vedi tutte quelle persone là sotto?
01.06 Rimani invariato. E apri la corte interna.
01.09 Sì, ricevuto. Credo siano circa venti.
01.13 Eccone uno, sì.
01.18 Non so se quello…
01.21 E’ un’arma.
01.22 Sì.
01.32 Pezzo di merda.
01.33 Vedo persone armate.
01.43 Chiedo il permesso di attaccare.
02.00 Bene, attacchiamo.
02.02 Ricevuto, sparare.
02.03 Mi sa… non riesco a prenderli, sono dietro l’edificio.
02.10 È un missile anticarro?
02.13 Sparo.
02.14 Ok.
02.44 Bene, sparo.
02.49 Spariamo
02.50 Bruciali tutti.
02.52 Dai spara!
02.59 Continuate a sparare.
03.23 Bene, li ho presi.
03.41 Oh sì, guarda quei bastardi, morti.
03.44 Bello.
04.44 Bello.
04.47 Bel colpo.
04.48 Grazie”.

Questo scambio non ha nulla a che fare con la II guerra mondiale. È stato diffuso da Wikileaks ed è il dialogo tra i militari a bordo di due elicotteri statunitensi, i quali a Baghdad, il 12 luglio del 2007 – dopo essersi convinti caricandosi l’un l’altro che ci fossero armi lì dove non ce n’era in realtà l’ombra – aprirono il fuoco e uccisero un gruppo di civili, tra cui il fotografo della Reuters Namir Noor-Eldeen.

In questo caso il destino delle persone a terra venne segnato non appena uno dei soldati americani a bordo dell’elicottero credette di riconoscere un’arma. Nel giro di pochi secondi le armi si “moltiplicarono” per errore nell’immaginazione degli altri militari (o meglio, attraverso i rapidissimi passaggi della loro conversazione), così i civili – innestandosi nel “cerchio magico” della vita militare contemporanea in tempo di guerra un inedito elemento di tecnologia, velocità, comunicazione a distanza e gioco linguistico i cui cortocircuiti sono tutt’altro che infrequenti – si trasformarono in nemici da distruggere. E furono in effetti distrutti.

Cosa c’è che non va allora per esempio nelle guerre che (non) guardiamo alla tv? E nelle situazioni di pace (i nostri governi, i nostri mezzi di informazione, le nostre comunità, noi stessi) che le preparano, le dichiarano e poi forniscono loro una griglia linguistica e interpretativa e perfino un inconscio da mandare alla deriva? Siamo sicuri che ciò che oggi ci sembra così normale da non costituire un problema di coscienza, nei prossimi decenni sarà ancora valutato come tale?

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