Adolf Hitler Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adolf-hitler/ un blog di approfondimento culturale Thu, 11 Jul 2019 10:25:03 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Adolf Hitler Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adolf-hitler/ 32 32 L’Italia razzista. La persecuzione contro gli ebrei https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/ https://minimaetmoralia.it/libri/litalia-razzista-la-persecuzione-gli-ebrei/#comments Thu, 11 Jul 2019 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40729 “Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

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hitler roma 1938

“Roma di travertino rifatta di cartone aspetta l’imbianchino, suo prossimo padrone”, scriveva Trilussa a proposito della visita di Adolf Hitler a Roma nel 1938, e non si dica che i poeti a Roma siano soltanto avatar della cartolina della Città Eterna. L’ex vedutista di cose viennesi riconvertito in Führer  e “primo soldato del Reich” (le tre allucinazioni, come le ha chiamate lo storico militare inglese John Keegan ne “La maschera del comando” pubblicato dal Saggiatore) arrivò in treno a Roma alle 20,30 del 3 maggio.

L’imponente rappresentanza sbarcò a stazione Ostiense, all’epoca una stazione fantasma, a mala pena uno scalo di binari, e quindi inventata per l’occasione: la logistica della propaganda trovò utile l’ubicazione di quel binario perché da lì, appena al di fuori delle millenarie mura aureliane, si poteva risalire in parata trionfale fino al Quirinale passando per i gioielli classici di Roma.

In un mese e mezzo venne creato un padiglione basso, con forme quadrate, in linea col monumentalismo ufficiale, una struttura provvisoria con la facciata in travertino e una selva di tubi innocenti ricoperti di legno e stucco per dare l’effetto del marmo. La cosa funzionò e piacque, venne allora rifatta sempre dallo stesso progettista Narducci nel 1940 in vista della mai aperta esposizione universale del ‘42. La fiction fu aiutata dal buio della sera, l’arrivo di Hitler finì avvolto e inquadrato da luci e riflessi spettacolari.

L’invenzione della nuova porta d’ingresso a Roma faceva il paio con i cartelloni pubblicitari disseminati lungo le tratte ferroviarie per nascondere all’imbianchino le baraccopoli di una Roma non all’altezza dell’Impero. Il bluff cialtrone della stazione Ostiense assomiglia a quei canali youtube come Primitive Tool o Jungle Survival: ingegnose e rapide costruzioni temporanee di case e piscine con materiali basici in mezzo alla foresta, sperando che non si metta a piovere e sciogliere l’impasto di argilla, rovinando tutto.

A maggio il primo trancio dell’estate che verrà è seducente, alla sera il caldo blu del cielo diventa un fondale intimo, non più respingente. Poi subentra giugno e l’estate si manifesta con una luce ottusa, sparpagliata, spiazzante. C’è qualcosa di aggressivo anche se non succede nulla. Ufficialmente la visita di Hitler non comporta firme, trattati, convenzioni. Ma è pur sempre lo scellerato Adolf Hitler in pompa magna, mica Gregory Peck in vespa.

Ed è nel riparo da questa luce spietata, nei corridoi e nelle stanze di redazioni e ministeri romani, che si stanno preparando in segreto le leggi razziali, portando a compimento un percorso burocratico già random e accelerato con la creazione delle nuove colonie africane. Il sole che il mattino dopo sbatte sull’enorme spiazzo polveroso della nuova stazione illumina le grandi bandiere con le svastiche messe a cordone del viale d’ingresso, nelle foto ufficiali non c’è vento, le figurine che si vedono camminano in qualcosa più grande di loro, non hanno addosso l’euforia dei pretini di Mario Giacomelli. Ma non importa, Mussolini sta provvedendo ad aggiornare l’Italia sul fuso di Berlino.

E così il 15 luglio esce anonimo il “Manifesto della Razza” sul “Giornale d’Italia” con il titolo “il fascismo e i problemi della razza”, scritto dal Duce, anzi dettato al 25enne Guido Landra, poco dopo sottoscritto da dieci scienziati italiani (Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, lo stesso Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco ed Edoardo Zavattari), programma che fissa i punti fondamentali del fascismo nei confronti della razza, concetti strampalati che sosterranno l’insieme di decreti, leggi e circolari con l’obiettivo di cancellare la comunità ebraica in Italia, in quanto “gli ebrei non appartengono alla razza italiana“.

Poi viene l’agosto che tutto brucia: il 5 esce in 75mila copie l’orrido e violento quindicinale “La difesa della razza” diretto da Telesio Interlandi a cui Mughini ha dedicato un libro che di recente è stato ristampato da Marsilio, “A via della Mercede c’era un razzista”, alludendo alla sede del quotidiano Tevere, che si distinse nella campagna antisemita e che aveva sede nel budello della via del centro. Annunciato nelle circolari addirittura con un codice segreto, parte dal 22 agosto il nuovo censimento degli ebrei, la schedatura per il punto di non ritorno che segnerà il debutto legislativo il 5 settembre con l’esclusione delle persone ebree dalle scuole, e continuerà a lungo. Nota: tra i primi provvedimenti del Minculpop c’è il divieto di traduzione di libri ebrei, di adozione di libri scritti da ebrei, comprese le cartine geografiche.

Soltanto un anno prima, Giuseppe Bottai, “tra i più zelanti sostenitori della crociata antiebraica” come sentenzia la Treccani, di censimento ne faceva un’altro: quello delle osterie romane, a margine di un libro di culto della romanistica di cui Bottai volle scrivere assolutamente la prefazione, “una scorribanda nei sentieri della vita popolaresca romana tra rumorose alzate di bicchieri”. Aggiungi un posto a tavola, anzi no. A proposito di Roma popolare: nei rivoli delle mille cose interdette c’è la raccolta di rottami, l’esercizio da ambulanti, l’essere stracciaroli. Per chi volesse una foto simbolo di questi provvedimenti basta dire che metà dell’iconografia della Roma moderna a cavallo della breccia di Porta Pia finisce idealmente all’indice.

Di tutto ciò che nella realtà delle cose sancirà la visita di Hitler, di quale Italia segretamente già predisposta accolga il dittatore alla stazione e quale Italia inebriata dallo sguardo del potente alleato rompa definitivamente gli indugi sulla questione della razza; della “preparazione terrificante nella metodicità dell’odio razziale, anche prima che tutto sia travasato in norme giuridiche”; delle leggi razziali, “di cui ufficialmente e con tanta decisione si escludeva ogni possibile introduzione”; delle progressive disposizioni limitative e vessatorie, “320 provvedimenti dal 1938  fino al 1943 e un’altro centinaio dopo”; della “discriminazione, spoliazione, e persecuzione dell’antisemitismo burocratico”: di tutto questo e oltre ha scritto un grande libro di ricerca e divulgazione il giornalista Fabio Isman, autore di molti libri inchiesta sui beni culturali.

Per assemblare le oltre 250 pagine de “1938, l’Italia razzista, i documenti della persecuzione contro gli ebrei” pubblicato da Il Mulino con prefazione di Liliana Segre (si spera venga adottato nelle scuole), Isman ha consultato 231 volumi: contando le ore passate negli archivi grazie alle note d’ingresso e uscita ha raggiunto 32 giorni di studio tra gli scaffali di istituzioni e amministrazioni, come quello dell’Archivio centrale di Stato e Banca intesa di Milano.

Ha la copertina grigia, il tono spento, colore della burocrazia. È un libro che non era stato ancora scritto sui “conti italiani della Shoah prima della Shoah” come è stato detto in una delle tante presentazioni, una indagine sull’acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati a partire dall’isolamento serissimo e feroce delle leggi del ‘38, ovvero quanto è stato portato via, anche di nascosto, e quanto recuperato con gran fatica. I lavori della Commissione Anselmi, istituita nel 1998 e conclusa nel 2001 (Commissione per la ricostruzione delle vicende che hanno caratterizzato in Italia le attività di acquisizione dei beni dei cittadini ebrei da parte di organismi pubblici e privati), hanno stilato un elenco di 8mila confische.  Ed è anche un testo sui legami giuridici della legislazione antisemita italiana ancora in piedi in anni recenti. Tanto fu convincente il bluff della stazione Ostiense quanto radicate furono le disposizioni. Nel 2008 un decreto legge abroga 3.300 atti, tra cui la legge 22 dicembre 1939, n. 2194, che vietava agli ebrei di allevare e usare i colombi viaggiatori. Fino alla legge Bersani del 1997 gli ebrei professionisti non potevano riunirsi ufficialmente: era illegale per gli architetti ebrei consorziarsi per fare uno studio. L’Egeli, l’Ente gestione e liquidazione beni ebraici che nasce nel 1939, venne abolito nel 1997 grazie al ministro del Tesoro Azeglio Ciampi.

Tra le cose mai restituite, e di cui si è occupata una commissione del Governo senza risultati, c’è la storica biblioteca della antichissima comunità ebraica romana, razziata nell’ottobre 1943 prima del rastrellamento e sparita chissà dove. Nella ricerca di Isman si legge che “era la più importante biblioteca in Italia, e tra le maggiori in Europa. Nel censimento del 1934 risultano 8mila volumi, 28 incunaboli, 183 cinquecentine, anche quelle stampate a Venezia da Bomberg (tra cui una prima edizione del Talmud, 8 tomi), Bragadin e Giustiniani. Testi del ‘500 da Costantinopoli, Salonicco, Cracovia e Lublino, e del ’700/800 da Venezia e Livorno. Secondo uno studioso degli anni 30, conteneva un quarto dei libri editi dai famosi Soncino (stampatori, tipografi, editori ebrei aschenaziti), con trattati di Avicenna, commenti ad Averroè del Trecento, e libri introvabili altrove”.

Altrove si legge che nel 1961 la ditta romana di trasporti Otto & Rosoni usata come facchinaggio dai tedeschi rispondeva per lettera all’allora presidente della comunità Fausto Pitigliani: “Nessun documento ferroviario risulta emesso da noi, per cui non possiamo precisare la destinazione di detti vagoni. Il trasporto per ferrovia venne curato direttamente dall’amministrazione militare tedesca”.

Nei decenni la biblioteca non è mai saltata fuori neanche a pezzi, smembrata magari tramite l’acquisto parziale da parte di privati, il che fa pensare gli addetti ai lavori che sia nascosta in toto. Dove sia sono solo voci, resta aperta l’indagine dei carabinieri del Patrimonio culturale. Colui che si prese l’incarico di provare a riportare a Roma la memoria della comunità, sprezzantemente razziata non casualmente ma dentro un programma rivolto a tutta Europa, il cacciatore di libri Dario Tedeschi, è morto a Roma a fine 2018.

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Storia di Alfred Nakache, il nuotatore sopravvissuto all’Olocausto https://minimaetmoralia.it/sport/storia-alfred-nakache-nuotatore-sopravvissuto-allolocausto/ https://minimaetmoralia.it/sport/storia-alfred-nakache-nuotatore-sopravvissuto-allolocausto/#comments Fri, 13 Jan 2017 07:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33366 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un'alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell'acqua. L'ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S'è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n'è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell'ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.

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nakache

Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo (fonte immagine).

Alfred Nakache si guarda intorno e cerca di scaldare Paule, sua moglie, che tiene in braccio la piccola Annie, due anni. Prime luci di un’alba pesante. Nakache sa di non aver mai fatto nulla di male a nessuno, ma è ebreo. Anche Paule è ebrea. Alfred è nato nel 1915 a Costantina, in Algeria. Da bambino aveva terrore dell’acqua. L’ha vinto buttandosi in una piscina. È diventato un campione di nuoto. S’è trasferito alla piscina del Racing Club di Parigi, se n’è andato perché dalla tribuna riceveva insulti. Parigi è occupata dai tedeschi, Alfred si sposta nella zona libera, a Tolosa. Nuota e insegna nuoto, Paule è la capitana della squadra di basket. Si sono sposati nell’ottobre del 1937. Alle Olimpiadi del ‘36, in casa di Hitler, Alfred ci è andato, perché pensava, e anche adesso che il treno sta per partire si sforza di pensare, che lo sport non ha nulla a che vedere con la politica.

Si piazza quarto nella staffetta 4×200, con Taris, Cavalero e Talli, proprio davanti al quartetto tedesco. Che anno magico, il ‘41: record francese, poi europeo (era del tedesco Balke), poi mondiale, a Marsiglia. Il cerchio si stringe. Lo aveva già capito nel ‘42, quando i giornali collaborazionisti insistevano a scrivere che un ebreo non poteva gareggiare per la Francia. E uno dei più accaniti contro Alfred era Jacques Cartonnet, ex nuotatore, stesse specialità, un idolo per il giovane Alfred, forse meno potente di lui ma più elegante nella bracciata, un cane che latrava, diventato giornalista sportivo, ma poteva anche mordere. Era stato lui a denunciarli direttamente alla Gestapo? Chissà. Un dubbio l’aveva.

Sul marciapiede della stazione di Bobigny, Alfred ripensa ai campionati di Francia del ‘43. Dovevano svolgersi a Parigi, dove Nakache non poteva metter piede. Il suo club protesta e i campionati sono spostati a Tolosa, con una condizione: che Nakache non partecipi. E lui non partecipa. Ma nemmeno, per solidarietà, tutti quelli, 28, del Toec di Tolosa. E pure altri 12, anche di Lione. Amici, fratelli, a rischio. Il presidente del Toec viene esautorato e sostituito da uno più gradito e vicino ai tedeschi.

I tedeschi sono entrati in Tolosa l’11 novembre del ‘42. Nell’estate del ‘43 un centinaio di ebrei viene arrestato e deportato. Dall’ottobre del 1940 Nakache non è più cittadino francese. È stato abolito il decreto Crémieux, che dal 1870 concedeva la cittadinanza francese agli ebrei d’Algeria e accendeva il risentimento dei musulmani, che si sentivano cittadini di seconda classe. Dai primi del ‘900 nelle edicole si trovano il settimanale della Lega antisemita,L’antijuif algérien, e poi Le Nouvel antijuif e Le petit antijuif algérien. Nakache aveva voluto che Annie nascesse a Costantina, dove aveva respirato un antisemitismo ancora più forte di quello che lo discriminava in Francia. Pericoloso tornarci, pericoloso restare a Tolosa. C’è una via di fuga verso la Spagna. Ci prova, ma rinuncia e torna indietro quando i pianti della bambina possono portare alla scoperta del gruppo. Questo, almeno, dirà un suo fratello, tanti anni dopo. Da Alfred Nakache, non una parola sull’episodio.

Lui e Paule sono arrestati il 20 dicembre 1943. Il loro appartamento saccheggiato, medaglie e coppe rubate. Hanno affidato Annie a una coppia di amici, ma la bambina viene rintracciata e riunita ai genitori nel carcere di Saint-Michel a Tolosa, poi nel campo di Drancy, infine ad Auschwitz. Il treno numero 66 parte lentamente dalla stazione di Bobigny il 20 gennaio 1944. Il viaggio dura 29 ore. All’arrivo, un soldato indica a Nakache la fila di sinistra, a Paule con Annie quella di destra. Nella confusione l’ultima immagine che gli resta di loro è quella di Paule che sale su un camion con Annie in braccio. Quello che non sanno è che la fila di destra andrà direttamente alle camere a gas, l’altra a lavorare, finché ci riesce.

Ad Auschwitz Nakache viene assegnato all’infermeria. L’hanno riconosciuto, sanno chi è, vogliono divertirsi. Come per i pugili organizzano incontri di boxe, per il nuotatore c’è la piscina. Non è una piscina olimpica, non è neanche una piscina, anche se così viene chiamata. È una grande vasca che funge da riserva d’acqua, in caso d’incendio. E lì, nell’acqua sporca, deve tuffarsi Nakache, più volte al giorno, per recuperare gli oggetti lanciati dai soldati. Pugnali, sassi, monete. L’acqua è gelida, e col caldo puzzerà, ma a Nakache non importa, vuole restare vivo e sapere di Paule e Annie. Parla solo francese, è vicino ad altri internati come il pugile Victor Perez, gli accade di conversare con un italiano che si chiama Primo Levi.

Nakache è il prigioniero numero 172763. I tedeschi credono di umiliarlo, ma è lui che li umilia, chiedendo tuffi supplementari, «per allenarsi meglio». È lui che non cede, non si lamenta, sorride spesso. Quando bisogna lasciare Auschwitz perché avanza l’Armata rossa, Nakache è tra i 1.368 che partono a piedi verso Gleiwitz e Buchenwald. Ci arrivano in 47. È stata chiamata la Marcia della morte. Morte di stenti, di fame, di raffiche. Come Perez.

A Buchenwald Nakache passa circa tre mesi. E ci resta per qualche settimana anche dopo la liberazione, un po’ perché in infermeria c’è bisogno di lui, un po’ perché spera di avere notizie sulla famiglia. Non ne ha. Quando torna in Francia pesa 40 chili, era più di 80, e soffre per un ascesso all’orecchio. La sua casa è quella di Alex Jany, amico fraterno e compagno di staffetta. Scopre che, credendolo morto, gli è già stata intitolata, un anno prima, la piscina di Tolosa. Ogni mattina, per settimane, va alla Gare Matabiau nella speranza di rivedere Paule e Annie, fino a che non si convince che sono morte.

Jany e gli altri amici di Tolosa gli sono molto vicini, gli fanno riprendere un po’ alla volta il peso perduto, lo spingono ad allenarsi. E Nakache, dopo tutto quello che ha passato, è ancora capace di un record mondiale della 3×100 mista, nell’agosto del ‘46 con Jany e Vallerey, vince titoli nazionali, è selezionato per le Olimpiadi del 1948, da cui la Germania è esclusa. Gareggia nei 200 farfalla arrivando alle semifinali e nella pallanuoto (sesto posto, vinse l’Italia di Cesare Rubini).

Per tutti, Nakache è “il nuotatore di Auschwitz”, la dignità e la resistenza contro la ferocia. In una bella favola avrebbe vinto una medaglia, ma la vita è un’altra cosa. Lui l’ha rimessa insieme, smette di gareggiare, fa il massaggiatore per i calciatori del Tolosa, nel ‘50 sposa Marie, una ragazza di Sète, e va a vivere lì, in una casetta in riva al mare. Per cinque anni insegna nuoto a Réunion e non perde l’abitudine, tornato in Francia, di una nuotata tutti i giorni. Un attacco di cuore lo uccide mentre sta nuotando nel golfo di Cerbère, il 4 agosto 1983.

Di lui i compagni di grandi tavolate hanno detto che camminava come Charlie Chaplin e aveva la risata di Henri Salvador. È sepolto a Sète nel cimitero di Py, che non è quello cantato da Valery ma l’altro, dov’è sepolto anche Georges Brassens. Sulla tomba aveva disposto che fossero incisi anche i nomi di Paule e Annie. Molte piscine gli sono intitolate. A Montpellier, a Nancy, a Belleville.

Quanto a Cartonnet, condannato a morte nel ‘45 in contumacia non per l’attività giornalistica ma per collaborazionismo e omicidio plurimo, fu arrestato a Roma nel ‘46, ma riuscì a fuggire dall’aereo militare coi motori già accesi che doveva riportarlo in Francia. Attraversò di corsa la pista con le manette ai polsi e saltò su un mezzo pubblico. Non aveva documenti né denaro, qualcuno lo avrà aiutato. Arrestato di nuovo a Foligno a fine ‘47 e collocato nel campo di Fraschette riuscì a scappare anche da lì. Poi, mistero. Pare che sia morto nel ‘67, in Italia, nascosto in un monastero.

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Vera e Franca https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vera-e-franca/#comments Wed, 12 Oct 2016 06:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32252 Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l'Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l'avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

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francajarach

Vera Vigevani è in Italia per una serie di conferenze e incontri: a Roma, il 19 ottobre presso la Fondazione Basso, presenterà il libro Il Carro della vita. Qui e qui gli altri pezzi pubblicati su minima&moralia dedicati alla questione argentina.

La voce di Vera Vigevani, milanese classe 1928, è dolce, decisa e squillante come se fosse animata dalla gioventù coraggiosa di sua figlia, Franca Jarach. Nel 1939 Vera fu costretta dalle leggi razziali ad abbandonare insieme ai genitori l’Italia destinazione Argentina: «Ho compiuto undici anni sulla nave – racconta – . Ero una bambina, ma quelle cose non si dimenticano come quando mi hanno cacciata da scuola in quanto ebrea. È stata la prima ingiustizia che ho conosciuto nella mia vita. Poco più piccola mio padre, che mi aveva spiegato cosa volesse dire fare l’avvocato, mi portò davanti alla facciata del tribunale cittadino e mi parlò della giustizia. Ho sempre creduto fosse una cosa meravigliosa».

Vera, donna colta e determinata che ha lavorato per quarant’anni nella redazione cultura dell’Ansa a Buenos Aires, personifica il Novecento con i suoi drammi e l’esigenza di testimoniare. Sua figlia Franca, vittima della dittatura civico militare argentina, scomparve a diciott’anni il 25 giugno 1976 e di lei non si seppe più nulla fino a pochi anni fa, quando una donna, Marta Alvarez, sopravvissuta al campo di concentramento dell’Escuela de Mecanica de la Armada, le ha raccontato tutto grazie alle ricerche straordinarie delle squadre di antropologi forensi argentini. Franca aveva aderito alla sinistra peronista, che poi si oppose alla dittatura: studentessa dell’ultimo anno delle secondarie, si iscrisse alla Unión de Estudiantes Secundarios (Ues); in seguito dopo la maturità conseguita volle provare il mestiere di grafica e militò nella Juventud Trabajadora Peronista (Jtp).

Alvarez era incinta quando fu arrestata e, come accadde ad altre detenute, il figlio nacque durante la prigionia. Ma fu affidato, tre mesi dopo il parto, alla nonna, mentre nella maggior parte dei casi i bambini vennero strappati alle rispettive famiglie. All’Esma visse tutto l’orrore del Salone delle feste del Casino de Oficiales (la casa degli ufficiali), trasformato nel quartier generale dei militari che in quello stesso edificio vivevano e torturavano. «Verso Marta Alvarez nutro una grande riconoscenza, perché grazie a lei ho scoperto il destino di mia figlia – dice Vera –. Non c’è niente di peggio del non sapere nulla. La maggior parte delle famiglie dei desaparecidos ancora non sanno. Dopo molti anni è stata brava, ha cominciato ad andare dagli antropologi forensi e prosegue a collaborare. A un certo punto ho potuto prendere contatto con lei attraverso gli antropologi e dunque mi ha raccontato la verità. Mia figlia è durata meno di un mese nella prigione dell’Esma, vittima poi dei voli della morte».

A Vera Vigevani, che appartiene al movimento delle Madres de Plaza de Mayo fin dai primi mesi della sua fondazione e ha successivamente aderito alla Linea Fundadora, piace definirsi una militante della memoria. E anche in Italia ha svolto questo prezioso lavoro di ricostruzione storica sulla sorte del nonno Ettore Camerino che restò in Italia, fu deportato e morì ad Auschwitz.

È notizia di pochi giorni fa il ritrovamento del centoventunesimo figlio di desaparecidos, Maximiliano, che dopo quarant’anni ha potuto abbracciare la famiglia biologica, a casa della sorella della madre, Alba Lanzillotto, da sempre impegnata nell’associazione delle Madres de Plaza de Mayo. Alla conferenza stampa ha partecipato il fratello Ramiro Menna, che era stato affidato a un’altra sorella, Quela. Ana Maria fu arrestata all’ottavo mese di gravidanza insieme al compagno Domenico Mena, emigrato alla tenerissima età di cinque anni da Chieti. Mena, guevarista, soprannominato el Gringo, è stato uno dei fondatori dell’Esercito rivoluzionario del popolo decimato dopo il golpe del ’76. In seguito a una probabile delazione finì arrestato insieme a tutto il vertice dell’organizzazione e deportato nel campo di concentramento dentro alla base militare Campo de Mayo, situata vicino al luogo del fermo.

Lo scorso lunedì la Commissione Nazionale per l’identità (Conadi) ha comunicato all’interessato gli esiti dei test genetici ai quali aveva accettato di sottoporsi tre mesi fa, donando un campione del proprio sangue al Banco Nacional de Datos Genéticos, dopo essere stato avvicinato. I dubbi e l’indagine si sono mossi dal certificato di nascita falso, vergato dalla dottoressa Juana Franicevich, la cui firma era già apparsa in altri due casi di ritrovamenti. Lui ha mandato un messaggio WhatsApp alla zia ritrovata, rompendo il ghiaccio, e ha già avuto un confronto difficile con i genitori che si professavano come i suoi naturali. «La sua vita è stata investita da una bufera, perché mai aveva sospettato di essere figlio di desaparecidos. A me, nel giro di quattro giorni, si è rivelato ciò che ho cercato per quarant’anni», ha dichiarato Alba.

È una storia tutta da scrivere come centinaia di altre e, come sottolinea Vigevani, il tempo stringe.

Vera, in che modo si può essere madre di una ragazza desaparecida?

«L’immaginazione è utile a tante cose. Nella mia vita serve ad avere un confronto di idee, di pensieri con Franca. Penso a quello che lei avrebbe detto, alle decisioni che avrebbe assunto in determinate situazioni. È una specie di dialogo immaginario. Conoscendola a fondo posso stabilire uno scambio che in realtà è con me stessa. Non è facile capirlo, però questo esiste in tante situazioni della vita. Ho sempre lavorato nella stanza di Franca, è l’ambito dove spesso ho svolto le mie giornate, dove sono cresciuta, ho imparato e cercato di dare qualcosa agli altri. Nella stanza c’è una fotografia di Franca, scattata dal suo secondo fidanzato poco prima del sequestro, meno male che ne ha avuti. Ha un sorriso dolce che la rappresenta. Non puoi colmare l’assenza, ma di fatto sono una madre. Con le Madres de Plaza de Mayo abbiamo vissuto la realtà di una maternità ampliata, collettiva. C’è stata una crescita particolare insieme alle altre madri con quello che con l’andare degli anni è accaduto a noi stesse. Prima abbiamo cercato di salvare i nostri figli, poi siamo diventate, e questo ci ha portato ai giorni nostri, una specie di forza morale, etica dentro alla società e al paese».

La passione per la politica e l’impegno sociale le furono trasmesse dalla famiglia o erano inevitabili nell’Argentina degli Anni Settanta?

«Franca, nipotina di avvocati, ha ereditato dalla famiglia il senso della giustizia. Ha ascoltato fin da piccola le storie di persecuzione che avevano già segnato la nostra vicenda familiare. Lei, figlia unica, bravissima, sveglia, piena di attenzione ha condiviso molto della mia vita insieme al padre Jorge Jarach: le nostre passioni per il cinema, il teatro, la letteratura e la montagna. Buona parte di quel che Franca era e desiderava diventare, dare al prossimo, alla società argentina derivava dal contesto familiare. Per il resto fu tutto merito del suo impegno e delle circostanze di quella gioventù animata dall’ideale di giustizia sociale e dunque dalla necessità dell’eguaglianza».

A che cosa sognava di dedicarsi?

«Lei in particolare, avendo finito la scuola secondaria, aveva scelto di formarsi nel corso che chiameremmo di Scienze dell’educazione. Considerava l’impegno scolastico alla base della trasformazione della società. Non poté cominciare gli studi».

Lei conserva le pagelle di Franca. C’è una curiosità: aveva dieci in tutte le materie, mentre l’unica voce insufficiente risultava la condotta. Perché?

«La sua scuola, il Colegio Nacional de Buenos Aires, è particolare, dipende dall’università che nella sua storia è stata molto politicizzata. A Roma potremmo paragonarla con il Liceo Tasso da dove sono usciti scienziati, politici. A partire dai tredici anni, l’età in cui è entrata al Colegio, ha partecipato alla vita politica della scuola, fu subito eletta delegata della sua classe al Centro degli studenti. Tutti hanno sentito l’influenza della gioventù impegnata su scala mondiale. La scuola secondaria argentina ha la tradizione dei Centri degli studenti che ne caratterizzano la vita interna, in quegli anni più che mai. In Argentina, quando si insediò la dittatura civico militare, tutto ciò si trasformò in una specie di militanza. Lei aveva una coscienza molto critica, priva di fanatismi, quello che auspico nei ragazzi lo possedeva in forma naturale. È stata presa di mira dalle autorità, dunque in condotta era mala, cattiva in virtù del suo impegno. I dirigenti scolastici ormai erano appartenenti, espressione del clima che condusse alla dittatura. Oltre cento studenti del Colegio finirono desaparecidos. Oggi nella scuola c’è un murale che ritrae Franca. Il disegno è collocato tra due premi Nobel e il presidente Pellegrini ex studenti. Sarà il suo Colegio per sempre».

Dove si diplomò Franca?

«Quando cominciarono le repressioni anche nella scuola mantenne i propri impegni, prese parte per esempio a una occupazione della scuola per difendere il suo Preside allontanato e a un’assemblea proibita in quell’epoca. Quindici ragazzi tra cui mia figlia di conseguenza furono espulsi in pieno regime militare e poi riammessi per iniziativa dei genitori. Lei non volle tornare in quel clima di repressione e dette come privatista i suoi esami in un’altra scuola».

Qual è il ricordo delle prime ore dalla sparizione?

«Sono stati momenti di grandissima paura. Dal 25 giugno 1976 tutte le nostre iniziative furono rapidissime. C’erano il desiderio di salvarla e la viscerale necessità di sapere. Le paure erano sempre più crescenti, perché si cominciava a capire cosa stesse accadendo alle persone sequestrate. Eravamo terrorizzati mio marito, io e i tanti amici che erano con noi. Poco prima avevamo proposto a Franca di trasferirsi in Italia per un periodo. Purtroppo tutto questo non è successo. La sentimmo per l’ultima volta al telefono, quindici giorni dopo la scomparsa. La fecero chiamare dalla cabina appositamente costruita dentro all’Escuela de Mecanica de la Armada e registrammo la conversazione. Sul momento fu un sollievo. Vent’anni dopo ho saputo che Franca era durata meno di un mese all’Esma. A luglio entrarono centinaia di prigionieri in quel luogo, e avevano bisogno di spazio. Mio marito è morto nel 1991 senza avere notizia certa sulla sorte della figlia. Con i voli della morte la dittatura civico militare ha sperato di cancellare non solo le persone ma le storie, che non ci fosse maniera di sapere nulla. Non hanno ottenuto il risultato che desideravano. C’è un gesto emblematico che amiamo fare: posare fiori nel Rio de la Plata ripetendo la frase: Trentamil companeros desaparecidos presente ahora y siempre».

Corrisponde al vero che nessuna Ambasciata europea riuscì a trarre in salvo i propri connazionali rapiti?

«Posso dire con certezza che c’è stato un paese, la Svezia, che si è impegnato fortissimamente seppure fosse un solo caso di sparizione, una ragazza diciassettenne che si chiamava Dagmar Hagelin. Il padre si è mosso, il paese l’ha sostenuto insieme alla rappresentanza diplomatica ma purtroppo era già morta. Però hanno cercato di farlo. Tutte le Ambasciate avrebbero dovuto muoversi e disubbidire. Con l’ambasciatore Enrico Carrara, quella italiana è stata connivente e complice».

Bernardino Osio, primo consigliere dell’ambasciata italiana a Buenos Aires dal marzo 1975 al marzo 1978, ha raccontato del senso di impotenza, dell’assenza di risposte da parte delle autorità argentine alla richiesta di notizie dopo le denunce di sparizione. Aggiungendo: «A differenza del Cile il governo italiano non si è mai commosso eccessivamente di quanto succedeva in Argentina, il primo passo ufficiale risale solo al 1979».

«Traduco la risposta in termini presenti e al futuro, perché il nostro impegno come organismi per la tutela dei diritti umani è sempre stato contrassegnato da tre mete: sapere la verità, avere la giustizia e conservare la memoria. Io ne ho una quarta Nunca mas il silenzio. Se vogliamo che non tornino ad accadere queste storie mai più il silenzio che abbiamo patito noi, ma non solo. Ancora oggi la stampa, la diplomazia, i paesi e i rispettivi governi mantengono silenzi colpevoli mentre si consumano le tragedie, dando corso ai propri interessi e non alla solidarietà. Questo Nunca mas vuol dire non essere mai indifferenti, soprattutto se con la conoscenza della storia si intravedono sintomi di ripetizione dei fatti. Muoversi in tempo perché dai prolegomeni non si giunga alla realizzazione delle persecuzioni e dei genocidi».

Quale effetto ebbe il vostro incontro con il Presidente Sandro Pertini?

«Pertini è stato per noi un balsamo, perché ha esternato la propria indignazione. Questa era la sua parola, indignato per quanto stava accadendo in Argentina. Prima, allo stesso tempo e dopo per anni abbiamo avuto il silenzio dell’ambasciata però ci sono anche i giusti, quelli che salvano vite mettendo a rischio la propria».

Si riferisce a Enrico Calamai?

«Sì, lì abbiamo avuto un giovane console italiano, che è riuscito a salvare molte persone. Non i desaparecidos ma quelli che erano in pericolo e con grande facilità potevano essere presi e ammazzati. In ogni persona c’è questa possibilità di agire con solidarietà o negativamente. Nel silenzio c’è la paura ma anche la connivenza e la complicità, due realtà sempre esistite. Mi piace pensare al Comune di Nonantola, a Villa Emma e ai suoi Giusti che salvarono dall’Olocausto molte giovani vite».

Le chiedo della figura controversa del nunzio apostolico in Argentina, Pio Laghi.

«Ah, be’ vuole che le dica proprio tutto di Laghi. L’abbiamo conosciuto bene. Cercavamo di parlare all’Ambasciata con Enrico Carrara, che chiuse le porte in faccia agli italiani che chiedevano notizie sui propri congiunti. Lui invece ci riceveva. Mi batteva le mani sulle spalle e pronunciava parole di compassione. Ma noi avevamo bisogno dell’azione. Questo è stato Pio Laghi. Ci sono stati anche degli episodi sgradevoli nei quali diceva: “Va be’ allora se l’hanno presa probabilmente non è più viva”. Cose brutte mentre sapevamo che giocava a tennis con l’ammiraglio Massera. Avrebbe potuto chiedere per qualcuno, fare qualcosa e non l’ha fatto. Su questo sì che siamo sicuri, l’abbiamo vissuto. C’erano però due chiese, quella del Terzo mondo che ci è stata vicina, e ha avuto tante vittime, quella è stata dalla nostra parte. E poi c’è stata questa delle alte gerarchie che non sempre ci ha accompagnato».

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In che modo si è intrecciata la professione giornalistica con il dramma personale?

«Nei primi anni ho cercato di approfittare della possibilità derivante dai miei contatti. Era la cosa più facile. Cercavo appoggi. E poi all’Ansa usavamo, questa è una pagina che non si conosce tanto, come nei paesi occupati durante la seconda guerra mondiale delle forme di resistenza proprie dell’informazione. C’è stato il teatro che ha fatto delle cose favolose. Tutte le settimane il teatro abierto, denunciavano dalla scena. E c’era anche la stampa clandestina: un’agenzia di notizie, denominata Ancora, che noi ricevevamo e con cui eravamo in contatto. Da questa redazione arrivavano le notizie. Tentavamo di trasmetterle, ma nessuno le pubblicava nel mondo salvo Le Monde in Francia».

E i giornali italiani?

«In Italia il Corriere della sera durante quegli anni era sotto l’influenza di Gelli e della P2. L’Ansa passava al giornale qualche notizia, ma non venivano pubblicate. E questo lo osservavamo. A un certo punto Giangiacomo Foà, che era il corrispondente del Corriere della sera, è riuscito finalmente il 31 ottobre 1982, essendo cambiata la direzione del giornale, a pubblicare una prima lista degli italiani, dei 297 figli di italiani scomparsi durante la dittatura con il commento: “Per mesi, anzi per anni, le schede degli italiani desaparecidos sono rimaste chiuse nella cassaforte dell’Ambasciata a Buenos Aires”. Questo è stato un fatto importante perché è lì che si è infranto il silenzio. Dopo i giornali hanno cominciato a scriverne, perché naturalmente lo fa un giornale e lo seguono tutti».

Durante la sua testimonianza al Tribunale di Roma, nell’udienza del 9 novembre 2006 al Processo Esma poi concluso con le condanne di cinque gerarchi militari ad altrettanti ergastoli, l’avvocato Maniga le chiese: «Quale le risulta che fosse l’atteggiamento dei militari argentini durante la dittatura nei confronti degli aderenti alla sua religione?».

«Non fu sicuramente il motivo dei sequestri. La ragione era politica per i sospettati di essere oppositori del regime. C’è stata però una percentuale di ebrei vittime molto più alta rispetto alla proporzione generale della presenza ebraica nella società argentina. Sui trentamila desaparecidos si calcola che circa 1800 siano stati ebrei. Questo non dice molto, ma denota un certo antisemitismo seppure non apertamente dichiarato. Nelle forze armate, nella polizia e in chi dirigeva nel complesso la macchina repressiva si palesò una dose di antisemitismo. Molte testimonianze dei sopravvissuti fanno riferimento alle stanze degli interrogatori e della tortura dove spiccavano ritratti di Adolf Hitler».

È possibile tratteggiare una sintesi del ruolo della giustizia italiana nel processo di verità, giustizia e memoria?

«Il ruolo della giustizia italiana per noi è stato importantissimo, perché abbiamo potuto celebrare i processi quando in Argentina non era ancora possibile. Siamo intervenuti come testimoni: finalmente abbiamo potuto dire qualche cosa. Poi però è stato dirimente essere testimoni a Buenos Aires».

Lo scorso 27 maggio nel tribunale di Buenos Aires è stata emessa l’importante sentenza Condor. Per la prima volta un organo di giustizia ha provato l’associazione illecita transnazionale. Trentotto mesi di udienze, 222 testimoni. E c’è stata un’altra sentenza di portata storica, la Megacausa Perla: il giudizio più vasto per i delitti di lesa umanità nel Paese.

«La sentenza del Processo Condor è fondamentale. È una cosa interessante non solo sotto l’aspetto giudiziario. Spesso ho pensato che in America Latina è come se i diversi paesi si contagiassero uno con l’altro in certi periodi. È come se in tempi brevi tutto funzionasse in maniera simile. Condor dimostra che diversi paesi commettevano gli stessi crimini di lesa umanità, e ci sono responsabilità condivise. La causa Perla ha riguardato uno dei campi di concentramento più grandi, quello di Cordoba. Il processo Esma procede invece a rilento. Ma ci siamo battuti recentemente e speriamo che accelerino. Le più giovani tra noi hanno superato appena gli ottanta anni, io ne ho 88. Alcune arrivano a novanta, novantatré anni. A un certo punto non ci saremo più».

Qual è la dinamica tra le due associazioni che rappresentano le Madres de Plaza de Mayo?

«La divisione che si è consumata dopo vari anni, determinata da fatti precisi, continuerà a esserci, perché abbiamo presupposti diversi. La Linea Fundadora cerca di basarsi sull’imparzialità e sull’indipendenza massima possibile dalla politica. Certo non ci si può astenere dal partecipare e dal prendere delle posizioni, però abbiamo cercato di restare più indipendenti possibile. Esistono differenze sostanziali, ma c’è il rispetto. Tutte abbiamo sentito e patito il dolore. La sfida comune è quella della partecipazione democratica, pensando non solamente alle lotte dei nostri figli o alle nostre idee. I giovani non possono essere disposti a ottenere un lavoro in cambio della perdita delle conquiste sociali maturate nei decenni precedenti. Sono sempre un’ottimista incorreggibile come dicono i miei amici e ritengo che non si possa accettare di perdere tutto in così breve tempo. La democrazia ci permette di non sottometterci a questi cambiamenti».

Si aspettava la vittoria di Mauricio Macri?

«È stato uno tsunami, un insieme vertiginoso di decisioni che pregiudicano soprattutto la condizione della classe cosiddetta media. Una velocità impressionante. Siccome lo abbiamo vissuto questo modello economico, lo conosciamo come il contesto che ci circonda, siamo preoccupati. In Argentina almeno tre volte abbiamo vissuto queste politiche e non ci è andata mai bene».

In un’intervista a Buzzfeed Macri ha dichiarato di non avere idea sull’esatto numero delle vittime della dittatura, da novemila a 30mila. Ed è la prima volta che viene messa in discussione questa stima (30mila). Su che cosa si fonda l’attitudine riduzionista del presidente?

«Sì, sul numero delle vittime si fa del negazionismo. Macri ha questa attitudine riduzionista. Come per la Shoah sussistono i negazionismi, e i numeri ne sono un elemento. Non è solo lui, ci sono dei movimenti negazionisti che oltrepassano la figura del governo e toccano direttamente quelle forze, quei poteri economici politici nazionali e internazionali che privilegiano i propri interessi. E nelle loro esigenze c’è anche la richiesta del nostro perdono. “Perché non vi riconciliate?”, dicono. E questo è nato soprattutto quando si è cominciato a giudicare i civili oltre ai militari. A questa linea del negazionismo rispondiamo: non perdoniamo chi non ci ha mai chiesto perdono. Non solo non l’hanno mai chiesto, ma nei processi i repressori, i responsabili del terrorismo di Stato, di un genocidio ideologico e politico rivendicano ciò che hanno fatto. Riconciliarci dunque è impossibile».

A oltre dieci mesi dall’insediamento del presidente Macri come sta evolvendo il rapporto con le associazioni per i diritti umani?

«È un momento importante e credo sia interessante saperlo. Non solamente le madri, le nonne, i familiari diretti, in Argentina sono dieci gli organismi principali per i diritti umani e molti sconosciuti che operano in tutte le regioni. I delitti coinvolsero il paese intero. Nella situazione attuale abbiamo compreso più a fondo qualcosa che immaginavamo. Siamo diventate una sorta di forza morale per cui ci devono ascoltare. E questo lo stiamo vivendo negli ultimi mesi con un governo legittimo votato dal popolo.

Per noi questo risultato elettorale con poca differenza numerica è stato inaspettato. Ma più inaspettata ancora è stata la velocità dei cambiamenti dall’economia alle politiche sui diritti umani e anche verso di noi. Dopo la prima sensazione di sgomento, di tristezza ci siamo riuniti tutti quanti. In Argentina nessuno si è fatto giustizia con le proprie mani, perché siamo stati bravi. Questo è un fatto che deve essere ricordato ed esigiamo la giustizia. Ci opponiamo a un rallentamento dell’attività giudiziaria. Ci ha ascoltato il presidente della Corte Suprema di giustizia. Non contempliamo l’impunità e crediamo che sia un male a livello internazionale perché può portare a nuovi crimini».

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Storia di Johann Trollmann che sbeffeggiò gli ariani e pagò con la vita https://minimaetmoralia.it/ritratti/storia-di-johann-trollmann-di-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/storia-di-johann-trollmann-di-gianni-mura/#comments Fri, 04 Sep 2015 09:42:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28310 Johann Wilhelm Trollmann era chiamato Rukelie, alberello. Forse per via della chioma ricciuta, forse per il fisico asciutto. Bel ragazzo, c’erano molte donne tra il pubblico quando boxava con un’eleganza che precedeva di una trentina d’anni quella di Cassius Clay. Era un ballerino del ring, Trollmann: sfiancava l’avversario e poi lo colpiva, quasi irridente nella facilità di movimenti, così diverso dagli altri pugili tedeschi. Era nato a Wilsche, in Bassa Sassonia, il 27 dicembre 1907, da una famiglia di etnia Sinti. Otto fratelli. Si appassiona al pugilato sotto la guida di un allenatore ebreo. Può combattere sia da peso medio che da mediomassimo. Vince quattro campionati regionali. È selezionato per le Olimpiadi del ‘28 a Stoccolma, ma poi ci va un pugile di Amburgo che Trollmann aveva più volte battuto. Lui, a casa. Perché, spiegazione ufficiale, “il suo stile era poco tedesco”.   Aveva 8 anni la prima volta che salì su un ring. A 22 passa tra i professionisti. Ha un manager abile, il berlinese Ernst Zirzow. Capisce di avere tra le mani un grande pugile, ma anche un divo. Il primo combattimento da pro, contro Willy Bolze, lo vince per k.o. alla quarta ripresa. Nell’ultimo periodo, fino al ‘32, gli oppongono i più forti: l’americano Baisley (pareggio), l’olandese De Boer (vittoria ai punti), l’argentino Russo (andato k.o. alla seconda ripresa). Non è solo un ballerino, Trollmann, ha anche il pugno pesante. La sua popolarità cresce. Piace al pubblico proprio perché è del tutto diverso dagli altri pugili tedeschi. Ma nel gennaio del 1933 il partito nazionalsocialista prende il potere.

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article_DenkmalQuesto articolo è uscito sul mensile Scarp de’ tenis, nel numero di agosto ancora disponibile in edicola, che vi invitiamo a leggere. E che ringraziamo. Vi segnaliamo che Gianni Mura sarà ospite del Festivaletteratura di Mantova il prossimo 11 settembre (qui i dettagli dell’incontro). (Nella foto, il monumento a Trollmann a BerlinoFonte immagine)

Johann Wilhelm Trollmann era chiamato Rukelie, alberello. Forse per via della chioma ricciuta, forse per il fisico asciutto. Bel ragazzo, c’erano molte donne tra il pubblico quando boxava con un’eleganza che precedeva di una trentina d’anni quella di Cassius Clay. Era un ballerino del ring, Trollmann: sfiancava l’avversario e poi lo colpiva, quasi irridente nella facilità di movimenti, così diverso dagli altri pugili tedeschi. Era nato a Wilsche, in Bassa Sassonia, il 27 dicembre 1907, da una famiglia di etnia Sinti. Otto fratelli. Si appassiona al pugilato sotto la guida di un allenatore ebreo. Può combattere sia da peso medio che da mediomassimo. Vince quattro campionati regionali. È selezionato per le Olimpiadi del ‘28 a Stoccolma, ma poi ci va un pugile di Amburgo che Trollmann aveva più volte battuto. Lui, a casa. Perché, spiegazione ufficiale, “il suo stile era poco tedesco”.   Aveva 8 anni la prima volta che salì su un ring. A 22 passa tra i professionisti. Ha un manager abile, il berlinese Ernst Zirzow. Capisce di avere tra le mani un grande pugile, ma anche un divo. Il primo combattimento da pro, contro Willy Bolze, lo vince per k.o. alla quarta ripresa. Nell’ultimo periodo, fino al ‘32, gli oppongono i più forti: l’americano Baisley (pareggio), l’olandese De Boer (vittoria ai punti), l’argentino Russo (andato k.o. alla seconda ripresa). Non è solo un ballerino, Trollmann, ha anche il pugno pesante. La sua popolarità cresce. Piace al pubblico proprio perché è del tutto diverso dagli altri pugili tedeschi. Ma nel gennaio del 1933 il partito nazionalsocialista prende il potere. La boxe è chiamata in un altro modo: Deutscher Faustkampf, pugilato tedesco. Si mette l’accento sul nazionalismo. Nell’aprile dello stesso anno si vieta l’attività agonistica agli ebrei. Erich Seelig, ebreo, detentore del titolo dei mediomassimi, è costretto a lasciare. Minacciato di morte, troverà rifugio in Francia e poi negli Usa. Morirà nel 1984. Il 9 giugno 1933 si battono per quel titolo vacante Trollmann, che alcuni giornali già chiamano Gibsy, e il puro ariano Adolf Witt. Vince nettamente ai punti Trollmann, ma la cosa non sta bene a Georg Radamm, nazista convinto e presidente dell’associazione dei pugili tedeschi. Fa pressione sui giudici perché formulino un verdetto di parità e così accade. Ma a questo punto si ribella il resto del pubblico, nella birreria Bock di Berlino. Inneggiano a Trollmann, Radamm rischia di essere malmenato, Trollman è dichiarato vincitore del titolo. E a questo punto, solo a questo punto, Trollman piange. Sarà l’emozione per una solidarietà così spontanea, o perché giustizia è stata fatta, ma Trollmann piange e questo umanissimo dettaglio sarà alla base di una persecuzione disumana.

Hitler teneva particolarmente alla boxe. In Mein Kampf scrisse: “Nessun altro sport desta un così grande spirito d’assalto, esige così fulminea decisione, rende forte e flessibile il corpo”. Il ring diventa un manifesto di propaganda razziale. È tollerabile che uno zingaro batta un puro ariano? I movimenti sul ring di Trollmann sono definiti “scimmieschi”, “animaleschi”, e il suo stile “effeminato”. Passano otto giorni da quando ha conquistato il titolo e la federboxe, via lettera, glielo toglie. Perché, piangendo, “ha assunto un atteggiamento pietoso, in netto contrasto con le regole di questo sport”. Quindi, dovrà combattere di nuovo, stavolta contro Gustav Eder , il 21 luglio. Eder, che poi diventerà campione d’Europa, è più forte di Witt. Ma, soprattutto, a Trollmann viene proibito di boxare nel suo stile alla Clay (volare come la farfalla, pungere come l’ape). Deve stare inchiodato al centro del ring, pena la perdita della licenza.

Trollman sente che il cerchio si sta stringendo e s’inventa una situazione che nemmeno Chaplin. La farsa inserita nel dramma. Si presenta sul ring con i capelli ossigenati e il corpo cosparso di farina. La parodia del pugile ariano. Come l’albero che è il suo soprannome sta piantato al centro del ring, non danza, non saltella, non vola, non punge, non schiva. Incassa tutti i pugni di Eder e va ko alla quinta ripresa, s’affloscia in uno spolverio di farina. Aveva messo in ridicolo le teorie delle camicie brune, aveva pagato ma non del tutto.

Va a vivere a Berlino, conosce e sposa Olga nel 1935. Hanno una figlia, Rita. Ormai Trollmann combatte solo per pochi spiccioli nelle fiere di paese, nei circhi. Nel ‘38 gli zingari vengono equiparati agli ebrei come subumani. “Gli zingari risultano un pericoloso miscuglio di razze deteriorate. La questione potrà considerarsi risolta quando il grosso di questi asociali e fannulloni sarà sterilizzato”. Così parlava Robert Ritter, psichiatra e neurologo, direttore dell’Istituto di ricerca sull’igiene razziale e la biologia della popolazione. Rom, sinti, tutti schedati come Zigeuner, zingari, “indegni individui primitivi” secondo la puericultrice Eva Justin. Entrambi, a guerra finita, ripresero a insegnare nelle università tedesche , come se nulla fosse stato.

Trollman dovette divorziare, nel settembre 1938, per evitare complicazioni alla famiglia, che cambiò cognome. Accettò di essere sterilizzato per evitare l’internamento. Nel novembre ‘39 fu richiamato dalla Wermacht e inviato sul fronte russo. Ferito, ritornò in Germania per una licenza, nel ’42. La Wermacht non voleva più zingari con la sua divisa, così fu prelevato dalla Gestapo e incarcerato ad Hannover, e in ottobre smistato al campo di concentramento di Neuengamme, vicino ad Amburgo, triangolo marrone e numero 9841, addetto ai lavori forzati più pesanti. Direttore del campo era una gloria del calcio, Tull Harder, già centravanti dell’Amburgo, entrato nelle SS già nel ’33. Al processo disse di ignorare quello che accadeva a Neuengamme (migliaia e migliaia di morti). Fu condannato a 15 anni ma per il Natale del ’51 era già libero, a casa sua. Ed ebbe pure diritto a una pensione. Purtroppo per Trollmann, tra le SS c’era anche Albert Luktemeyer, già arbitro di pugilato. Lo riconobbe e lo obbligò, dopo il lavoro, a incrociare i guantoni con i suoi aguzzini. Doppia razione di cibo, perché avesse il tempo di reggere un po’ di colpi e le ironie e gli insulti di un pubblico che predicava l’annientamento ma, prima, non disdegnava l’umiliazione di quelli da annientare. Non uomini, ma Untermenschen. Trollmann è spostato in un altro lager, a Wittenberge. Anche lì viene riconosciuto e costretto a combattere contro Emil Cornelius. Che non è un soldato ma un kapò, un collaborazionista, un detenuto, spesso criminale comunque, che sta coi nazisti. E questo match, non si sa come, Trollmann lo vince, l’umiliato è Cornelius. Che si vendica pochi giorni dopo. Aggredisce Trollman mentre sta lavorando e lo ammazza a badilate. È scomodo anche da morto, Trollmann. La sua morte viene spacciata per accidentale ma sarà un altro prigioniero, Robert Landsberger, testimone oculare dell’omicidio, a raccontare la verità, a guerra finita. Trollmann muore il 9 febbraio 1943. Quattro mesi dopo, ad Auschwitz, morirà suo fratello Heinrich, anche lui pugile.

Nel 2003 la federazione tedesca, a seguito di un forte movimento d’opinione, consegna a Rita, la figlia di Trollmann, la cintura da campione tedesco dei mediomassimi.

Dal 2004 una viuzza della città vecchia, ad Hannover, è intitolata a Trollman. Una targa lo ricorda ad Amburgo. Nel 2006 Sabina Neumann gira un corto di 6’ intitolato Rukelie. Nel 2013 Eike Besuden dirige il film Gibsy, Trollmann è intepretato da Hannes Wegener. Nello stesso anno, la biografia di Trollmann scritta da Roger Repplinger è tradotta in italiano (Bùttati giù, zingaro, ed. Upra, Roma). In un parco del quartiere di Kreuzberg, a Berlino, dal 2010 c’è un monumento per Trollman. È un ring vuoto con un numero: 9841.

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Atene, i giorni del referendum https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/atene-i-giorni-del-referendum/#respond Wed, 22 Jul 2015 05:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27887 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

A un certo punto, quando mancano tre giorni a un voto decisivo per la Grecia e per l’Europa, Dimitris, trentaseienne architetto di Corinto, mi spiega perché ha capito che, a dispetto di ogni sondaggio e di ogni campagna televisiva, vincerà il NO. È una storia familiare, la sua, ma che rappresenta perfettamente lo spirito greco illuminandolo con una chiarezza che in momenti complessi come questo ci appare spesso sfuggente e quasi irraggiungibile.

Bisogna andare indietro al 4 maggio del 1941, festa di Mezza Pentecoste, quando suo nonno Ilias, dopo la messa, uscì dal villaggio dell’antica Corinto con due dei cinque figli, a piedi nudi per mettere assieme il raccolto di fave. Arrivati ai campi di Skoutela, lavorarono per qualche ora e quando furono pronti a ripartire con le provviste per un anno intero vennero bloccati da due soldati nazisti che requisirono violentemente ogni cosa. Dell’episodio Dimitris non sapeva nulla fino a oggi. Fino a che non gli è stato raccontato che le due bambine, ormai due anziane signore, girano da giorni per le case del vicinato raccontando questa e altre storie, assicurandosi che tutti votino NO. Cristiane e tradizionalmente lontane da qualsiasi sinistra, Giorgia, 85 anni, e Koula, 83, sono adesso orgogliosamente dalla parte di Tsipras per difendere il loro Paese.

La storia della famiglia Theodoropoulos è simile a quella che in infinite versioni diverse, reduplicandosi come un mito antico, ho ascoltato girando per Atene, prima e dopo un referendum storico. A Varkiza, zona residenziale ricca sul mare, un gruppo di amici conservatori per una vita e ora tutti quanti votanti NO e tutti quanti fieri di un leader come Tsipras, hanno voluto raccontarmi le loro varianti. Giannis, ottantenne ex sub, ha scandito bene le parole: “Ho visto morire uomini, donne e bambini con i miei occhi, durante l’occupazione. E adesso rivedo qualcosa di simile: esseri umani uccisi con altre armi, le armi dell’economia, che spingono al suicidio o lasciano morire chi è senza copertura sanitaria. Tutto questo deve finire”. Stelios, mediatore marittimo, ha aggiunto: “Ciò che i tedeschi non riuscirono a fare con la guerra ora cercano di realizzarlo attraverso l’occupazione economica del paese. Ma noi sappiamo difenderci”. Nikos, ex pilota, si è infiammato: “La testardaggine di Schaeuble, la sua durezza, la sua intolleranza nascono da un complesso di inferiorità tipicamente nazista. Un complesso che egli non può che rimuovere, proprio come i tedeschi rimuovono la loro storia. Fino a farci la lezione e pretendere di dettar legge. Ma io sono nato libero e voglio morire libero”.

È la storia con la S maiuscola quel che viene fuori di continuo, in questi giorni in cui Atene è il centro del mondo, e una marea di giornalisti, attivisti, studiosi, analisti di ogni Paese si è riversata attorno all’Acropoli a seguire l’evoluzione finale di una crisi che racconta meglio di qualunque altra vicenda le sorti del vecchio continente. E infatti quel che i greci rivendicano, oggi, è soprattutto il loro senso della storia, accusando quelli che sono percepiti come i maggiori oppositori, i tedeschi, di non averne affatto. “I tedeschi non capiscono assolutamente nulla e mai” mi ha detto Maria, una cinquantacinquenne di Exarhia “perché non vogliono ricordare il passato”.

Non ricordano gli orrori di cui furono responsabili durante l’occupazione, non ricordano il debito che a loro fu tagliato nel 1953, non ricordano gli affari che hanno fatto in una Grecia incancrenita dalla corruzione negli ultimi vent’anni, non ricordano quel accadde in Germania quando il debito li soffocò spingendo al potere Adolf Hitler. Più di una persona mi ha spiegato come questo deficit di memoria storica sottragga ai tedeschi la capacità di giudicare correttamente quel che sta accadendo, rendendoli propensi a imporre regole del tutto ideali che non hanno nulla a che fare con la realtà e finendo per non riuscire a prevedere ciò che è più prevedibile.

Tra gli esiti più prevedibili, per esempio, nonostante quello che è stato ribattezzato “terrorismo mediatico”, c’era soprattutto il NO grande e massiccio con cui oltre il sessanta per cento dei votanti ha sconcertato le attese europee. Ma bastava studiare un po’ di storia – mi dicono. In questo caso, bastava risalire a una vicenda stranota in patria. Quel che accadde alle quattro del mattino del 28 ottobre 1940, quando l’ambasciatore italiano a Atene, Emanuele Grazzi, recapitò a Ioannis Metaxas, primo ministro divenuto in breve dittatore, l’ultimatum con cui Mussolini pretendeva il passaggio in terra greca delle forze dell’Asse. Tre ore di tempo erano concesse per la risposta, ma Ioannis Metaxas non attese. Lesse attentamente e, secondo la vulgata ormai dominante, rispose semplicemente “Ochi”, ossia “No”. In realtà, pare che le cose siano andate diversamente e che la risposta di Metaxas, nel francese delle relazioni diplomatiche, sia stata: “Alors c’est la guerre”. Quel che importa comunque fu ciò che seguì, ossia la reazione militare greca durissima, l’esercito italiano respinto, e l’altro celebre detto “Spezzeremo le reni alla Grecia” (con cui Mussolini tentò di ostentare ottimismo) trasformato nel simbolo di una grottesca inconsistente tracotanza. La forza greca, dunque, il coraggio, la predisposizione a resistere, la disponibilità a morire pur di resistere. Tanto che quell’ “Ochi” di Metaxas, vero o presunto, è dal 1946 festa nazionale: “To megalo Ochi” “Il grande NO”. Ventotto Ottobre. Data che incornicia la targa di molte strade greche.

Ma basta dire un “no” forte e chiaro per andare avanti? Gli analisti si domandano oggi se sia sufficiente, se non sia riduttivo e disperato chiudere le porte e rifiutare gli ultimatum, quando questi ultimatum potrebbero salvare un popolo da prospettive ancora più tragiche. La risposta sta probabilmente nelle parole di un tassista con cui ho parlato la domenica del voto guidando lungo la strada che costeggia le grandi mura del Pireo, costruite da Temistocle per collegare Atene al porto e fare di essa una città marinara, aperta al mondo e alle tradizioni lontane.
Elettore di destra, Kostas a gennaio aveva votato ANEL (il piccolo partito nazionalista poi entrato in coalizione con Syriza) e alle prossime elezioni voterà Tsipras. “Ci vuole forza e coraggio a dire no”, mi ha spiegato, “Non fa piacere dire no. Però quando si rifiuta qualcosa, si apre la porta a qualcos’altro. E per me, peggio di così non può andare”. In questo caso, forse, per capire la portata del “grande Ochi” di cui mi parlava il tassista, più che la storia possono i costumi. Basta guardare e riguardare il gesto con cui i greci accompagnano il loro “no”. Nulla di simile a una scrollata di spalle o al ciondolar della testa a cui siamo abituati. La testa, invece, si alza verso l’alto, gli occhi si chiudono, le labbra si arricciano. C’è del dolore nel dire no, insomma. Perché dire no è più difficile che dire sì. E non è un caso che in greco, diversamente dalla maggioranza delle lingue, il no sia bisillabico. Due giorni dopo il referendum, Nikos, trentacinquenne, mi ha detto: “Ieri ho pensato per la prima volta che il nostro NO potrebbe davvero portarci fuori dall’euro e per un po’ di tempo ho avuto paura. Poi mi sono detto: ma quale paura? Andiamo avanti lungo la strada che abbiamo scelto. Era necessario opporsi, era necessario chiudere questo periodo”.

Scrisse Albert Camus: “Che cos’è un uomo in rivolta? È innanzitutto un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia: è anche un uomo che dice sì”.

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Lillian Roxon, Mother of Rock https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/ https://minimaetmoralia.it/estratti/lillian-roxon-mother-of-rock/#comments Sun, 08 Feb 2015 11:05:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25354 L'8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

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L’8 febbraio 1932 nasceva Lillian Roxon. Pubblichiamo la prefazione di Robert Milliken a Rock Encyclopedia & altri scritti (minimum fax), il libro con cui Lillian Roxon rivoluzionò il modo di raccontare la musica e la cultura pop. La traduzione è di Tiziana Lo Porto.

di Robert Milliken

Nel 1969 il festival rock di Woodstock, nel nord dello stato di New York, radunò alcune delle più grosse band e cantanti degli anni Sessanta. Come evento fu una pietra miliare per un decennio in cui l’esplosione del rock’n’roll era servita a innescare una rivoluzione nella cultura giovanile. Di pietra miliare ce ne fu un’altra quell’anno: la pubblicazione della prima enciclopedia della musica rock. La Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia era la cronaca di una giornalista australiana dal centro della controcultura di New York, dopo un viaggio iniziato trentasette anni prima in Italia.

Il nome di Lillian Roxon è ancora leggenda a Sydney, la città più grande d’Australia dove a metà del ventesimo secolo s’affollavano numerosi gli immigrati italiani. Ed è da Sydney che nel 1959, finiti gli studi e iniziata la sua carriera da giornalista, era partita alla volta di New York, giusto in tempo per la rivoluzione rock e i cambiamenti politici che fecero degli anni Sessanta un punto di svolta per la storia. Visse a New York per il resto della sua vita, fino alla morte, a quarantun anni, nel 1973.

Anche in quella città la Roxon, tra i superstiti della controcultura newyorkese, resta una leggenda. Mentre facevo le mie ricerche per la biografia Mother of Rock: The Lillian Roxon Story, personaggi di New York che non avevo mai visto prima d’allora mi richiamavano solo a sentire il suo nome, anche se era morta trent’anni prima.

Negli anni Sessanta, quando la maggior parte dei media più importanti continuava a trattare il rock’n’roll come una moda passeggera, la Roxon era avanti rispetto ai suoi tempi. Lei ci vedeva qualcosa di più significativo, la scintilla di una più ampia rivoluzione sociale e sessuale. Lillian Roxon decise che la gente che faceva la musica – da Jimi Hendrix e i Byrds a Wilson Pickett e i Pink Floyd – meritava di essere documentata in un’enciclopedia. Per ciò che è riuscita a fare, Steven Gaines, autorità indiscussa nella cultura pop, l’ha descritta come la «madre del giornalismo rock’n’roll».

La Roxon fu una figura chiave del Max’s Kansas City, il bar e ristorante di New York dove si ritrovavano rockstar, manager, uffici stampa e l’appena nato mondo dei giornalisti e fotografi di musica. Lei teneva banco nella famosa stanza sul retro, dove diventò, nelle parole di Loraine Alterman, altra giornalista rock di punta, la «Dorothy Parker del Max’s Kansas City».

Più grande di dieci anni della maggior parte delle poco più che adolescenti e ventenni che muovevano i primi passi nel mondo rock di New York, l’età della Roxon, le sue esotiche origini australiane e l’internazionalità emanata da un’infanzia italiana le davano un’autorità che ad altre mancava. Danny Goldberg, ex giornalista rock che in seguito sarebbe diventato il promoter dei Led Zeppelin e il presidente e amministratore delegato della Mercury Records, ha detto della Roxon che era «estremamente eccitante avercela intorno». Goldberg ricordava il talento della Roxon nello scegliere tra le giovani speranze e nell’incoraggiarle in quello che era un mondo duro, competitivo e spesso solitario: «Cambiava sul serio la vita della gente. Se decideva che qualcuno era speciale diventava il più incredibile dei supporter. E tra gli speciali c’erano artisti come David Bowie, c’era Germaine Greer e c’era gente come me».

Lenny Kaye, che all’epoca era un giovane giornalista rock, in seguito sarebbe diventato chitarrista e collaboratore musicale della poetessa e cantante Patti Smith, con cui continua a esibirsi in concerto. Kaye ricorda Lillian Roxon e Danny Fields, agente e ufficio stampa, altra figura chiave del Max’s, come i suoi «emissari celesti». Dice che la Roxon non voleva nient’altro «che la mia amicizia e che io sapessi che quello che facevo aveva un valore». Ogni volta che Kaye suona a Sydney con Patti Smith, dal palco della sua città dedica sempre una canzone a Lillian Roxon.

Lillian Roxon era nata nel 1932 come Liliana Ropschitz. I suoi genitori, Izydor Ropschitz e la moglie Rosa, erano polacchi di Lvov, una magnifica antica città dell’est della Galizia, Europa centrale. Il padre di Izydor commerciava gioielli. Dopo che durante la prima guerra mondiale la Russia occupò Lvov, la famiglia si trasferì a Vienna in cerca di migliori prospettive di lavoro. Fuggivano anche dall’antisemitismo che esisteva in Polonia già da molto prima che il regime nazista tedesco occupasse il paese. Izydor voleva fare il medico, ma molte università polacche erano a numero chiuso per gli ebrei, se non del tutto inaccessibili.

In Italia non c’erano restrizioni del genere. Izydor si iscrisse a medicina all’Università di Padova, all’epoca la migliore in Italia, e una delle più prestigiose in Europa; si laureò nel 1925. Il tempo di finire gli studi e si era già innamorato dell’Italia e della vita italiana. Tre anni prima Rosa aveva già dato alla luce il loro primogenito, Emanuele, poi detto Milo. La famiglia si trasferì ad Alassio, affascinante cittadina della Riviera ligure, dove l’attività medica di Izydor prosperò. Molto prima dell’epoca del turismo di massa, Alassio era una zona di svago esclusiva per i ricchi e famosi inglesi e americani, inclusi l’attore Charlie Chaplin e lo scrittore Ernest Hemingway.

Lillian nacque quando Milo aveva dieci anni, nella città portuale di Savona, sul Mediterraneo, tra Alassio e Genova. Il loro fratello Jacob, poi detto Jack, sarebbe arrivato quattro anni dopo Lillian. Fu un’infanzia idilliaca. La famiglia Ropschitz viveva in una casa confortevole e da benestanti con balconi di ferro battuto e un grande giardino ombrato da palme. Lillian passò i suoi primi sei anni sgambettando con sua madre, i fratelli e la tata sulla spiaggia sabbiosa di Alassio, e trascorrendo le vacanze con la famiglia a Vienna e Zakopane, località turistica sui monti Tatra nel sud della Polonia.

L’idillio si infranse nell’ottobre del 1936, quando il dittatore fascista Benito Mussolini firmò con Adolf Hitler l’Asse -Roma-Berlino. Fino ad allora la vita ad Alassio era stata cullata da un falso senso di sicurezza. Nella Germania nazista gli ebrei erano stati gradualmente cacciati dai loro lavori e dalle scuole, ed esclusi dalla partecipazione alla vita di tutti i giorni. Il partito fascista in Italia non li aveva discriminati allo stesso modo. Con l’Asse Roma-Berlino le cose cambiarono. Nel dicembre 1938 il governo italiano ordinò alla famiglia Ropschitz di lasciare il paese.

Izydor aveva percepito la crisi ben prima che arrivasse, e aveva iniziato a prepararsi. Mesi prima, quello stesso anno, aveva ottenuto un passaporto polacco dal console generale polacco a Londra. Quando infine scoppiò la guerra il passaporto gli diede lo status di alleato della Gran Bretagna e dell’Australia. Molti altri ebrei che dalla Germania e dall’Austria si trasferirono in Inghilterra vennero stigmatizzati come «nemici stranieri» e mandati nei campi d’internamento. Subito dopo avere ricevuto l’ordine di lasciare l’Italia Izydor portò Milo, all’epoca sedicenne, a Londra per aiutare a organizzare il trasferimento della famiglia. Di lì a poco li seguirono Rosa, Lillian e Jack.

Izydor fece richiesta perché la famiglia emigrasse negli Stati Uniti o in Australia. Ma le rigide quote d’immigrazione negli Stati Uniti escludevano quell’opzione. Nel luglio 1939, l’Australia offrì l’ingresso ai Ropschitz. Furono fortunati. Gli immigrati che all’epoca venivano ammessi in Australia erano per la maggior parte inglesi. Ma con l’ascesa del nazismo e la necessità degli ebrei di lasciare l’Europa, l’Australia e altri paesi ricchi fecero fronte alla crescente pressione internazionale affinché accettassero più rifugiati. E per i Ropschitz l’Australia offriva due grandi vantaggi: era lontanissima dalla conflagrazione che stava per inghiottire l’Europa, ed era calda, soleggiata e rilassata come la vita che erano stati costretti a lasciare ad Alassio. Izydor trovò lavoro come chirurgo su una nave mercantile inglese diretta in Australia. La famiglia salpò nel luglio 1940, e un mese dopo approdò in Australia.

A Lillian i successivi diciannove anni in Australia fornirono la sicurezza e le basi professionali che la guerra in Europa aveva troncato. Ma l’infanzia felice trascorsa ad Alassio condizionò il suo immaginario per il resto della vita. Poco dopo essere arrivata a New York nel 1959, a ventisette anni, le capitò di andare a vedere alla New York University I bambini ci guardano, un film del regista italiano Vittorio De Sica. Scrisse alla madre in Australia descrivendo quella «stranissima esperienza». La storia veniva raccontata attraverso gli occhi di un bambino di quattro anni, ma per Lillian c’era un fatto più importante:

Il fatto è che circa metà del film è ambientato ad Alassio, e in effetti l’hanno girato là. Ho riconosciuto l’isola e la montagna a un estremo della spiaggia e le palme e la stazione e le capanne e quelle barche buffe con sopra i seggiolini e l’acqua. E tutto m’è arrivato nel più strano dei modi, come se di colpo avessi io stessa soltanto quattro anni. Il film è stato fatto nel 1942, durante il regime fascista, non così lontano dal 1938, quando siamo andati via. È stato strano vederlo per metà con gli occhi del bambino del film, e con i miei ricordi, e per l’altra metà con i miei occhi da adulta: di colpo ho visto Alassio come dovevi vederla tu – con tutta quella cosiddetta gente «sofisticata» e gli uomini e le donne vecchie vecchie. Come sai [De Sica] è un genio nel mostrare la vita per com’è, anche allora che era all’inizio della carriera. A un certo punto il bambino sta imparando a nuotare e l’acqua ovviamente è calma ma ci sono delle piccole onde che gli arrivano in faccia e lo spaventano. Te lo immagini cosa sia stato vedere una scena così? Sono ancora scossa.

Quando nell’agosto 1940 la famiglia Ropschitz arrivò a Melbourne, presero il treno verso nord diretti a Brisbane, capitale dello stato di Queensland. Izydor aveva già scritto da Londra per registrarsi lì come medico. L’Australia aveva pochi medici generici, e il Queensland accettava laureati da un selezionato gruppo di università europee, tra cui quella di Padova.

Brisbane era una città insulare dal clima semitropicale con una popolazione prevalentemente anglo-celtica. I Ropschitz decisero che modificare il loro cognome esotico sarebbe stato saggio per mescolarsi alla comunità locale. Il nuovo nome lo inventò Lillian, che aveva otto anni. Per come ha raccontato la cosa anni dopo, mentre un giorno la famiglia camminava sulla spiaggia vicino Brisbane, vide delle rocce vicino all’acqua e suggerì di dare alla parola inglese un suffisso melodioso facendola diventare Roxon. I genitori approvarono. Anche se il padre cambiò ufficialmente il nome di famiglia da Ropschitz a Roxon, le radici europee non vennero mai abbandonate da nessuno dei due genitori. Due anni dopo Izydor ricambiò formalmente il proprio nome, stavolta in Roxon-Ropschitz.

Per Lillian il cambio di nome fu il primo passo nel reinventare se stessa da bambina italiana rifugiata a giovane donna indipendente aperta alle sfide del Nuovo Mondo.

Paradossalmente, la città di provincia a cui i Roxon erano approdati fuggendo dall’Olocausto in Europa, di lì a poco diventò essa stessa epicentro della guerra. Dopo che nel dicembre 1941 il Giappone bombardò Pearl Harbor, il generale Douglas MacArthur, comandante supremo delle forze alleate nel sudest del Pacifico, si stabilì a Brisbane per muovere guerra al Giappone. Quasi centomila truppe americane vennero stazionate in Australia, due terzi delle quali a Brisbane e dintorni. Portarono il jazz, lo swing e nuovi balli. Per la giovane Lillian, già dotata osservatrice del mondo intorno a sé, fu la prima esposizione alla cultura pop americana di cui anni dopo avrebbe finito per diventare cronista.

Lillian andò alla Brisbane State High School, liceo che attraeva studenti brillanti. E finì all’interno di una scena culturale di giovani artisti sovversivi, scrittori e musicisti che si ritrovavano al Pink Elephant Coffee Lounge, nel cuore di Brisbane. Quel variopinto gruppo di persone, tutte più grandi di Lillian, rappresentava il genere d’arte moderna e progressista evitata dall’establishment culturale della Brisbane dell’e-poca. Molti di loro sarebbero diventati tra i più celebri artisti e scrittori australiani. Già all’epoca, come sarebbe accaduto anche in seguito, Lillian spiccava tra i suoi pari. Charles Osborne, uno di «quelli del Pink Elephant» di -Brisbane, ha ricordato Lillian come «una studentessa sicuramente fuori dal comune. Sembrava più grande della sua età, e molto precoce. Appariva assolutamente brillante e molto informata».

Dopo essersi diplomata a Brisbane, la Roxon si spostò a sud trasferendosi a Sydney, la città più antica e dinamica d’Australia, per intraprendere a diciassette anni gli studi universitari. Mentre le altre ragazze della sua età pensavano a sposarsi e mettere su famiglia, la Roxon aveva già in mente di diventare giornalista. A risaltare era la sua personalità, ma anche la bellezza fisica. Non faceva che lamentarsi del suo peso altalenante, ma seduceva gli altri con la sua pelle perfetta, gli occhi luminosi e un incantevole sorriso.

All’Università di Sydney, dove nel 1949 intraprese gli studi d’arte, Lillian Roxon si imbatté in un gruppo di persone ancora più ribelli dei frequentatori del Pink Elephant. I Libertarians, diventati poi famosi come «Sydney Push», erano un gruppo che si ispirava al pensiero radicale di John Anderson, docente di filosofia all’università. Il loro senso d’avventura intellettuale e sessuale li mise in guerra con i costumi sociali conservatori dell’Australia degli anni Cinquanta. Con la sua sicurezza, saggezza, bellezza, parlantina e curiosità intellettuale, la Roxon divenne una figura centrale del gruppo. Viveva con il suo primo fidanzato, George Clarke, un bello studente d’architettura, in una soffitta al centro di Sydney, insolita sistemazione in quegli anni per dei giovani di ceto medio non sposati.

Malgrado i modi libertari dei Push, la Roxon finì per trovare il gruppo troppo chiuso. «Mi annoiavano terribilmente», scrisse anni dopo. Aveva già messo gli occhi sull’America. Il primo passo, un biglietto d’ingresso nel mondo del giornalismo, lo fece all’inizio del 1957, poco prima dei venticinque anni, quando entrò nella redazione di Weekend, un giornale scandalistico e spinto di Sydney. Donald Horne era l’improbabile direttore della rivista. Horne era un intellettuale che nel 1964 avrebbe pubblicato un libro sull’Australia, The Lucky Country, diventato poi un classico. Era anche un giornalista astuto, che assunse la Roxon su due piedi «perché amavo il modo in cui parlava».

Lillian Roxon divenne la reporter preferita da Horne in una rivista consacrata a storie sulle celebrità, al mondo emergente della cultura giovanile e all’avvento della musica rock’n’roll nell’o-pulenza degli anni Cinquanta. Horne la trovava «ambiziosa, coscienziosa e determinata ad affermarsi». Judy Smith, un’amica del giro dei Sydney Push, ricorda come alcuni «seri Libertarians» aggrottarono la fronte quando la Roxon passò al mondo di Weekend. «Ma lei prendeva il giornalismo molto seriamente», dice la Smith. «Era prolifica. Metteva le parole sulla pagina come un pittore dipinge un quadro. Arrivavano dritte con una luminosità rapida e verbale, e questa cosa non cambiò mai».

Nel 1959 Lillian Roxon lasciò Sydney per New York. Attraversando il Pacifico, si fermò alle Hawaii per intervistare una delle figure più eminenti del rock’n’roll, il Colonnello Tom Parker, manager di Elvis Presley. Anni dopo, quando era editorialista per il Sunday News di New York, la Roxon ricordò Parker come «uno di quegli uomini paffuti con gli occhi come marmo splendente e un fuorviante sorriso paterno».

Nella diaspora cominciata ad Alassio, New York diventò l’ultima destinazione della Roxon. La frenesia, l’energia e le attitudini aperte della città fecero da calamita per l’ambizione di praticare i suoi talenti su scala planetaria. All’inizio trovò lavoro nella sede di New York del Daily Mirror di Sydney, quotidiano pomeridiano che Rupert Murdoch, all’epoca magnate alle prime armi, comprò l’anno successivo. Il redattore capo era Zell Rabin, ex fidanzato della Roxon e, come lei, figlio di ebrei europei emigrati in Australia.

Nel 1963 la Roxon passò alla redazione di New York del Sydney Morning Herald, il più vecchio e all’epoca più ricco e influente quotidiano australiano. La redazione era composta da un copioso staff di giornalisti, e si trovava nel palazzo del New York Times, davanti Times Square. Sei anni dopo, in seguito al successo della sua Rock Encyclopedia, Lillian Roxon intraprese una vita da freelance, anche se non smise mai di scrivere per l’Herald e altri quotidiani e periodici australiani del gruppo. Aveva una rubrica settimanale di musica rock sul Sunday News di New York, diventando così la prima giornalista rock donna a scrivere su un giornale a larga distribuzione. Scriveva per Crawdaddy, Fusion, Creem e altre riviste di musica rock venute fuori a metà anni Sessanta. A inizio anni Settanta, con il diffondersi del movimento femminista, le venne commissionata la rubrica mensile «La guida al sesso per la donna intelligente» su Mademoiselle, rivista femminile a larga distribuzione pubblicata da Condé Nast. E nel 1971 iniziò a scrivere e condurre il Lillian Roxon’s Diskotique, programma radio quotidiano sulla musica rock trasmesso da 250 stazioni in tutta l’America.

Se la Roxon iniziò a interessarsi alla scena della musica rock che aveva cominciato ad affermarsi nella prima metà degli anni Sessanta in Inghilterra e America fu perché, scrisse in seguito, riusciva «a vedere la forza travolgente che sarà». Nel 1966 scrisse a un’amica in Australia: «Capisco cosa sta succedendo altrove ma questa roba della musica è grossissima e sarà quella che avrà più successo. È come la Cina Rossa. È enorme ed è lì e non puoi fare finta ancora a lungo che non ci sia». La musica era di per sé interessante quanto bastava. Ad affascinarla ulteriormente era il fenomeno del cambiamento che si portava appresso: nella cultura giovanile, nei costumi e nello stile di vita.

Alle conferenze stampa della cosiddetta «British Invasion» delle rock band in America la Roxon incontrò due persone chiave del mondo rock di New York. Uno era Danny Fields, all’epoca direttore di Datebook, una rivista per adolescenti, che sarebbe diventato ufficio stampa dei Doors e della band inglese Cream, e in seguito manager degli mc5, di Iggy Pop and the Stooges e dei Ramones. L’altra era Linda Eastman, all’epoca fotografa, che in seguito sposò il Beatle Paul McCartney. Danny Fields e Linda McCartney diventarono due degli amici e confidenti più cari della Roxon.

Fields ricorda di avere conosciuto Lillian Roxon a New York nel 1966, durante la conferenza stampa per Brian Epstein, manager dei Beatles. Nel bel mezzo di una serie di domande stupide e ossequiose fatte dagli altri giornalisti, la Roxon galvanizzò l’evento – e stupì Fields – chiedendo: «Signor Epstein, lei è milionario?» Per Fields la domanda della Roxon fu l’unica che riconosceva che il rock era destinato a diventare un grosso business, influenzando e trasformando praticamente ogni aspetto della cultura popolare.

La Roxon conobbe Linda Eastman lo stesso anno a una conferenza stampa a New York per l’arrivo del gruppo rock britannico Dave Clark Five. Linda aveva mollato il lavoro di giornalista di moda per la rivista conservatrice Town and Country. Lei e Lillian riconobbero il reciproco interesse nel raccontare la scena rock, Linda come fotografa, Lillian come giornalista, e avviarono una stabile amicizia. La Roxon pensava che in un territorio dominato dagli uomini il talento fotografico di Linda, più giovane di lei, andasse sostenuto. Purtroppo la loro amicizia non sopravvisse al 1969 e al matrimonio di Linda con Paul McCartney, conosciuto due anni prima a Londra per lavoro. Quando Linda smise di essere una celebre fotografa per diventare una celebre moglie, tagliò fuori Lillian e altri della loro ristretta cerchia newyorkese. La Roxon ne fu distrutta. Blair Sabol, giornalista del Village Voice e amico sia della Roxon che di Linda, scrisse in seguito che «la sparizione [di Linda]… lasciò Lillian a pezzi fino al giorno della sua morte». L’amicizia infranta non venne più risanata fino alla prematura scomparsa della Roxon nel 1973.

Lillian Roxon ebbe anche un’amicizia turbolenta con Germaine Greer, la giornalista femminista australiana. La Greer era arrivata a New York nel 1968 dall’Inghilterra, dove aveva insegnato all’Università di Warwick. Le due donne avevano parecchie cose in comune, e non avrebbero potuto che andare d’accordo: erano state entrambe membri dei Libertarians di Sydney in Australia, dove avevano amici comuni, ed erano entrambe donne di grande intelligenza e indipendenza destinate a lasciare un segno nel mondo. Forse per via della rivalità, l’amicizia diventò quasi immediatamente turbolenta.

Nel Natale del 1968, quando Germaine Greer arrivò a New York sperando di stare con la Roxon nel suo minuscolo appartamento sulla Cinquantunesima Est, Lillian lavorava da mattina a sera alla sua Rock Encyclopedia, cercando di rispettare la data di consegna all’editore. Dirottò la Greer al Broadway Central Hotel, un albergo economico che pensava sarebbe stato adeguato alle sue finanze. L’albergo non piacque alla Greer, che andò a stare da altri amici. Lillian presentò la Greer ai suoi famosi amici musicisti del Max’s Kansas City, ma gli alterchi verbali tra compatriote durante la visita della Greer a quanto pare interruppero per un anno l’amicizia.

Ciononostante, quando nel 1970 Germaine Greer pubblicò L’eunuco femmina, il libro che sarebbe diventato la bibbia del movimento femminista e che avrebbe fatto di lei una celebrità internazionale, lo dedicò a Lillian Roxon e ad altre quattro donne. La pagina delle dediche comincia così:

Questo libro è dedicato a lillian, che vive solo con una colonia di scarafaggi newyorkesi, la cui energia non è mai venuta meno malgrado l’ansia, l’asma e il sovrappeso, che è sempre interessata a tutti, a volte è arrabbiata, altre volte è stronza, ma è sempre coinvolta. Lillian l’abbondante, la dorata, l’eloquente, la ben e mal amata; Lillian la bella che è convinta di essere brutta, Lillian l’infaticabile che pensa di essere sempre stanca. 

La Roxon sosteneva con convinzione il movimento femminista, ma trovò la dedica della Greer ambigua. Anche se nel 1971, quando Germaine Greer andò a New York per la promozione dell’Eunuco femmina, le due passarono del tempo insieme, la loro amicizia non tornò più come prima. Più avanti, quello stesso anno, Lillian scrisse a sua volta un ritratto vivace di Germaine in un articolo per la rivista rock Crawdaddy.

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Quando nel 1969 l’editore newyorkese Grosset & Dunlap pubblicò la Lillian Roxon’s Rock Encyclopedia, non esistevano libri del genere. Inizialmente la Roxon lo aveva pensato come un tascabile. Diventò un hardcover di 611 pagine che elencava più di 500 voci da Acid Rock a Zombies, 1202 rockstar e 22.000 titoli di canzoni. La scrittura brillava del vivido stile della Roxon e delle sue acute osservazioni sulle classiche band e gli artisti dell’era; quarantacinque anni dopo i suoi racconti continuano a colpire. Dei Rolling Stones scrisse: «Quelle dei Beatles erano canzoni risciacquate e appese fuori ad asciugare. Gli Stones non hanno mai visto l’acqua e il sapone». Per la foto dell’autore da mettere nel risvolto di copertina, la Roxon scelse uno scatto di Linda Eastman.

La New York Times Book Review descrisse l’enciclopedia come «concisa nella critica, estremamente aggiornata, meravigliosamente appassionante e probabilmente definitiva». Nel 1971 seguì un’edizione tascabile. La Roxon era convinta che adesso fossero i giornalisti emersi intorno alla scena rock a «fare nascere le star», anche più dei produttori e degli impresari come il Colonnello Tom Parker, perché i giornalisti avevano il potere di stabilire un contatto tra le star e il loro pubblico in un’epoca in cui i quotidiani e il giornalismo su carta regnavano sovrani. Nell’edizione tascabile ringraziò i suoi colleghi «per avere portato così tanta vitalità alla scena e avere dato alle parole la stessa magia della musica».

Ma scrivere l’enciclopedia gravò sulla salute della Roxon. La scrisse per più di otto mesi, dal maggio del 1968, senza prendersi una pausa dal suo lavoro nella redazione del Sydney Morning Herald. In quell’anno pieno di notizie, dovette coprire anche quanto successe dopo l’uccisione di Robert Kennedy e la campagna presidenziale di Richard Nixon. Lillian Roxon s’ammalò di asma, e per curarla le vennero prescritte prevalentemente delle medicine a base di cortisone; le medicine a loro volta le fecero prendere peso.

Malgrado i problemi di salute, l’energia che la Roxon metteva nel lavoro rimase invariata. La incontrai per la prima e unica volta a Londra alla fine del 1972. Era lì per scrivere del gruppo glam rock inglese Slade. Sempre in lotta con asma e peso, risplendeva per la bellezza del volto e l’incantevole sorriso, e per l’entusiasmo nel discutere non solo delle ultime novità musicali ma anche dei più recenti eventi politici e pettegolezzi sullo star system in America.

Il 10 agosto del 1973 Lillian Roxon morì per un grave attacco di asma nel suo appartamento di New York. Aveva quarantun anni. La notte precedente aveva raggiunto alcuni amici per il party promozionale di un artista performativo al Max’s Kansas City. Crudeli paradossi circondarono la sua morte. Rockstar di cui aveva scritto, e persone del giro, iniziarono a morire per abuso di droghe e alcol. La Roxon non aveva mai bevuto, fumato o sperimentato droghe. Rimase vittima di una malattia naturale, aggravata dalla sua estenuante devozione al lavoro.

Rosa, la madre di Lillian, morta a Sydney otto anni prima, aveva sempre riposto una vana speranza che la figlia un giorno sarebbe tornata in Australia, si sarebbe sposata e si sarebbe sistemata. Lillian era uno spirito troppo indipendente per coronare il sogno casalingo della madre. Helen Reddy, la cantante australiana la cui canzone «I Am Woman» è diventata inno del movimento delle donne dei primi anni Settanta, probabilmente lo ha detto meglio di tutti nel suo tributo all’amica:

Rimpianti? Non credo ne avresti. Hai avuto una vita meravigliosa. I tuoi compagni erano i più arguti e intelligenti della loro generazione. Hai visto una nuova forma d’arte levarsi e veleggiare dall’albero maggiore. Hai raggiunto il successo contro ogni probabilità e credo tu sia stata felice di andartene ancora giovane e con il letto caldo. New York ha perso una delle sue leggende, e non voglio entrare al Max’s Kansas City senza vederti tenere banco o senza che mi prendi per mano e dici: «Tesoro, c’è una persona meravigliosa che devi conoscere».

 

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Istruzioni per l’uso del futuro https://minimaetmoralia.it/arte/istruzioni-per-luso-del-futuro-montanari/ https://minimaetmoralia.it/arte/istruzioni-per-luso-del-futuro-montanari/#comments Tue, 10 Jun 2014 06:27:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21353 Pubblichiamo un estratto da Istruzioni per l'uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà di Tomaso Montanari. Vi segnaliamo che oggi, martedì 10 giugno, alle 17 Montanari è a Roma per presentare il libro al Museo Nazionale Romano. Intervengono Massimo Bray e Giuseppe Civati. Modera Paolo Fallai. Introduce Rita Paris, Direttrice del Museo.

Verità

Pablo Picasso iniziò a pensare a Guernica il primo maggio del 1937. Una settimana prima Adolf Hitler aveva fatto radere al suolo la cittadina spagnola di Guernica. Era la prima distruzione pianificata di un centro abitato realizzata attraverso un bombardamento aereo, un evento che annunciava la devastazione prossima di tutta l’Europa. In quel momento Picasso aveva messo la sua intelligenza e la sua arte al servizio della resistenza contro Hitler, e contro il suo amico spagnolo: il dittatore fascista Francisco Franco. Aveva accettato la nomina a direttore del Museo del Prado, a Madrid, e ne stava mettendo in salvo le collezioni.

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Pubblichiamo un estratto da Istruzioni per l’uso del futuro. Il patrimonio culturale e la democrazia che verrà di Tomaso Montanari. Vi segnaliamo che oggi, martedì 10 giugno, alle 17 Montanari è a Roma per presentare il libro al Museo Nazionale Romano. Intervengono Massimo Bray e Giuseppe Civati. Modera Paolo Fallai. Introduce Rita Paris, Direttrice del Museo.

Verità

Pablo Picasso iniziò a pensare a Guernica il primo maggio del 1937. Una settimana prima Adolf Hitler aveva fatto radere al suolo la cittadina spagnola di Guernica. Era la prima distruzione pianificata di un centro abitato realizzata attraverso un bombardamento aereo, un evento che annunciava la devastazione prossima di tutta l’Europa. In quel momento Picasso aveva messo la sua intelligenza e la sua arte al servizio della resistenza contro Hitler, e contro il suo amico spagnolo: il dittatore fascista Francisco Franco. Aveva accettato la nomina a direttore del Museo del Prado, a Madrid, e ne stava mettendo in salvo le collezioni.

È forse anche per questo che la lingua di Guernica è quella della tradizione più nobile dell’arte europea. Questo quadro monumentale (è alto tre metri e mezzo e lungo quasi otto) non esisterebbe senza i modelli di un affresco di Raffaello (l’Incendio di Borgo, nelle Stanze Vaticane) e di un quadro di Rubens (i Disastri della guerra, a Palazzo Pitti a Firenze). Picasso ha «rubato» alcune figure, alcuni gesti di pathos, alcuni elementi chiave nella costruzione stessa del quadro. E ha rubato anche il linguaggio simbolico: è stato lui stesso a dirci che il toro rappresenta la brutalità degli aerei nazisti, e il cavallo raffigura il popolo spagnolo sconvolto e ferito.

Quando un ufficiale nazista chiese a Picasso se fosse lui l’autore di Guernica, egli rispose: «No, l’avete fatta voi». Ma Picasso non si limita a descrivere l’inferno di fuoco e di morte piovuto su Guernica per tre giorni di fila: ci dice anche di chi è la colpa. La Verità in persona si affaccia da una finestra, e con una lampada a petrolio illumina la scena: e, come la Storia, dà torto e dà ragione. Quella donna condanna per sempre i nazisti che distrussero Guernica: nessun revisionismo, cioè nessun tentativo di truccare le carte, potrà dire il contrario. Picasso proibì che Guernica fosse portato in Spagna finché fosse stato al governo il dittatore Franco: perché la Verità non viene a patti, e non si inchina.

Ecco, il patrimonio artistico serve a qualcosa solo se tiene alta e accesa la lampada di Guernica. Per secoli, e in qualche modo anche oggi, gli artisti sono state persone capaci di dire – malgrado tutto, e non di rado malgrado loro stessi – la verità. Le loro opere sono spesso la nostra sola possibilità di conoscerla, la verità. E più quelle opere sono grandi, più è terribile la verità che svelano.

È per questo che asservire il patrimonio artistico alla propaganda dei valori del presente – per esempio asservirlo alle ragioni della politica attuale – significa disinnescarlo, neutralizzarlo: o peggio, pervertirlo, tradirlo, falsificarlo. Se l’arte dice la verità sulla condizione umana difficilmente andrà d’accordo col potere: ed è per questo che in una democrazia basata su una Costituzione come la nostra, l’unico modo di gestire il patrimonio è metterlo al servizio della conoscenza, e dunque della verità, e non al servizio del potere, e dunque della propaganda e della mistificazione pianificata.

Facciamo un esempio. Nel settembre 2013 una grande (cinque metri per due e mezzo) Annunciazione di Sandro Botticelli è stata spedita in Israele, per celebrare i 65 anni dello Stato ebraico. Botticelli la affrescò nella loggia esterna di una specie di orfanotrofio della Firenze del Quattrocento: l’Ospedale di Santa Maria della Scala. E ancor oggi quell’edificio, divenuto Istituto penale minorile, accoglie alcuni ragazzi: quelli che hanno bisogno di imparare di nuovo a vivere, dopo aver sbagliato. Proprio sopra la tomba del benefattore che aveva fondato quell’ospedale (si chiamava Cione di Lapo Pollini, ed era vissuto duecento anni prima), Botticelli regalò a quei bambini senza mamma l’immagine di una mamma dolcissima, felice di accettare il proprio Bambino: Maria, che accoglie Gesù nel suo grembo, affidandosi alle parole incredibili di un angelo equilibrista. E a quei bambini senza casa, Botticelli mostrava una casa calda di tappeti, tende, baldacchini, comodi letti imbottiti, e una loggia aperta su un meraviglioso giardino chiuso, simbolo della misteriosa maternità di Maria.

Botticelli pensava certo che il suo affresco intessuto di luce sarebbe durato, o sarebbe stato distrutto, insieme al muro su cui lo dipinse. Ma, nel 1920, quell’opera venne «strappata» dal muro – non senza patire gravi danni e perdite – e portata agli Uffizi. Nemmeno qui ha trovato pace. È andata fino in Cina per una assurda mostra propagandistica del «brand Italia», e ora è appunto volata in Israele senza alcuna ragione.

Quella Madonna che culla il suo bambino nella pancia, quella casa accogliente e tranquilla perdono un po’ di significato per ogni chilometro che si allontanano dalla sofferenza dell’Ospedale di Santa Maria della Scala (coi suoi bambini di ieri e i suoi ragazzi di oggi), dagli Uffizi, da Firenze. Il passare del tempo scompone il mosaico della storia in tante tessere, che dovremmo sforzarci di rimettere insieme, e non di allontanare. Con amore, possibilmente.

Ma quando il ministro Massimo Bray ha provato a bloccare il viaggio del Botticelli volante – che anche a lui pareva senza senso – è scoppiata quasi una crisi diplomatica. Non si potevano mettere in discussione gli accordi dello sventato predecessore, e il ministro degli Esteri Emma Bonino riteneva l’ostensione di un singolo Botticelli assai più efficace di una seria pianificazione di rapporti culturali. Quando Bray ha chiesto al massimo istituto di restauro italiano, il fiorentino Opificio delle Pietre Dure, una relazione sulle condizioni dell’opera, ne è arrivata una così concepita: la vera relazione tecnica, scritta da una restauratrice, diceva che l’opera aveva subito danni durante spostamenti recenti (il viaggio a Pechino?), e che un’ulteriore movimentazione sarebbe stata «pericolosa». Ma questa verità scientifica veniva schiacciata dalla lettera di accompagnamento del soprintendente dell’Opificio, dove la ragion di Stato induceva a definire «non significative» le preoccupazioni sullo stato di conservazione.

E così Bray si è arreso, e Botticelli è volato a Gerusalemme. D’altra parte esiste un precedente eloquente: nel 1930 proprio Botticelli fu protagonista di una spettacolare quanto criminale mostra voluta da Mussolini a Londra (Francis Haskell ne ha studiato la vicenda in un saggio intitolato «Botticelli al servizio del Fascismo»), esaltata dal Corriere della Sera dell’epoca come «un segno portentoso dell’eterna vitalità della razza italica». E basta sostituire «brand Italia» a «razza italica» per ottenere la retorica propagandistica di oggi. Che travolge la verità della storia dell’arte e della scienza in nome delle ragioni di un potere autoreferenziale.

In una lettera scritta insieme a Sefy Hendler – che insegna Storia dell’arte all’Università di Tel Aviv – e pubblicata in Italia sul Corriere della Sera e in Israele su Haaretz, abbiamo provato a dire che entrambi crediamo profondamente nell’amicizia tra Italia e Israele, e nel ruolo che la cultura può e deve avere nel rafforzarla: il nostro stesso, continuo scambio scientifico è un minuscolo tassello di quell’amicizia. Ma siamo convinti che le relazioni culturali tra i popoli non possano essere rafforzate da scambi di singole opere «feticcio» decise dalle diplomazie senza nessun coinvolgimento della comunità scientifica, e anzi imponendo al museo prestatore e al museo ospitante un «evento» del tutto estraneo alla loro vita. Non siamo più nell’antico regime: nelle democrazie moderne le opere d’arte non sono più pedine della ragion di Stato, ma testi su cui fare ricerca, e da restituire alla conoscenza dei cittadini.

Una vera mostra di ricerca aperta al grande pubblico avrebbe ogni ragione di spostare dall’Italia a Israele, o viceversa, anche cento opere (magari meno fragili del Botticelli): non ha invece alcun senso spedire un’opera singola e irrelata, in un’operazione assai vicina al marketing. Crediamo che la regola fondamentale della conoscenza, e cioè il perseguimento della verità, debba stare anche alla base delle relazioni internazionali: specie quelle che si vogliono fondate sulla cultura. È per questo che dirsi la verità non può in nessun caso mettere in crisi, ma anzi può solo rafforzare, le relazioni culturali internazionali dell’Italia.

Può sembrare curioso – certo sembra ingenuo – ricordarlo in un momento in cui «parole come verità o realtà sono divenute per qualcuno impronunciabili a meno che non siano racchiuse tra virgolette scritte o mimate»: ma «il ruolo dell’intellettuale è tirar fuori la verità. Tirar fuori la verità e poi spiegare perché è proprio la verità […] La verità spiacevole, nella maggior parte dei luoghi, è di solito che ti stanno mentendo».

In questo, in fondo, consiste ogni serio programma di politica culturale, a questo serve il patrimonio culturale: a tenere accesa la lampada di Guernica. A dire la verità.

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Giorgio Falco e la gelida microfisica dell’impotenza https://minimaetmoralia.it/libri/la-gemella-h-giorgio-falco/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-gemella-h-giorgio-falco/#comments Mon, 28 Apr 2014 11:03:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20246 Questo pezzo è uscito su alias/il manifesto.

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tamburo battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile – gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente. La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.

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Questo pezzo è uscito su alias/il manifesto. (Fonte immagine)

Nella scrittura di Giorgio Falco c’è qualcosa di fisiologicamente perturbante. Un senso di compressione esercitato dalla scrittura stessa sul nostro sguardo, un incedere della frase che non ha nulla di neutro ma esiste come un vero e proprio contrapporsi allo sguardo medesimo. Quello che Falco, una riga dopo l’altra, riesce a far accadere è una particolare (rarissima) esperienza: in ogni sua pagina il tempo è pressione, percussione, tamburo battente. Fin da Pausa caffè, il suo esordio del 2004 con Sironi (una raccolta di racconti dilagante e autoptica, splendida intuizione editoriale di Giulio Mozzi ai tempi di una collana indispensabile come fu Indicativo Presente), e passando per L’ubicazione del bene, pubblicato nel 2009 da Einaudi Stile Libero (un libro in cui le case sono le declinazioni concrete di un’allucinazione di salvezza), si ha la sensazione che Giorgio Falco sia dominato da una duplice ossessione: da un lato dal bisogno di ricomporre per via letteraria una genesi del contemporaneo, vale a dire di quella cosa che chiamiamo presente; dall’altro dal desiderio di rendere conto nella lingua di ogni microfenomeno umanamente percepibile – gli infrasuoni, l’ultravioletto, le più minuscole increspature dell’esistente. La combinazione di queste due ossessioni genera una scrittura famelica, un impulso linguistico di continuo all’inseguimento delle cose, della loro forma, della materia che le costituisce, di come il tempo in modo naturale le disgrega.

La gemella H, pubblicato di nuovo da Einaudi Stile Libero, è un romanzo dominato per intero dalla persistenza dello sguardo. Dalla sua ostinazione percettiva che ininterrottamente, svelato il mondo nella lingua, si trasforma in trauma e in incanto.

A partire da una curiosità semiotica simile a quella che spinse Victor Klemperer ad annotare e a esaminare in tempo reale la progressiva nazificazione delle infrastrutture socioculturali tedesche usando come cartina di tornasole le trasformazioni del linguaggio quotidiano, Falco racconta la storia della famiglia Hinner attraverso e oltre il Novecento, dalla cittadina immaginaria di Bockburg, in Baviera, dove le gemelle Hilde e Helga nascono nel 1933 – quaranta giorni dopo la nomina a Cancelliere del Reich di Adolf Hitler –, al trasferimento a Merano, a Milano e poi a Milano Marittima, dove Hans, il padre delle gemelle, perduta la moglie, da giornalista che era si reinventa albergatore, o meglio ancora imprenditore della vacanza, gestore del divertimento estivo («la somma delle esistenze altrui è la nuova vita di Hans Hinner»).

Raccontando come l’ordinario reitera se stesso attraverso la coscienza di ciò che si possiede («Abbiamo il frigorifero elettrico, il refrigerante è al freon […] Abbiamo l’aspirapolvere, risucchiamo briciole, capelli, insetti […] Abbiamo il ferro da stiro a vapore, l’asciugacapelli che mi sorprende ancora […] Abbiamo la lavatrice e la lavastoviglie, il tostapane automatico») e nella certezza di ciò che non si diviene (magnifica l’invenzione letteraria dell’Uomo di Lenhart e della sua modestissima infelicità da scapolo quando appena pagato l’affitto «si sente sprofondare in tutto ciò che non è ancora diventato, e forse mai sarà»), La gemella H collauda un’ipotesi stupefacente: ciò che siamo, le forme del nostro pensiero, il modo in cui viviamo è filiazione diretta delle logiche totalitarie.

Quando terminata la Seconda guerra mondiale la famiglia Hinner muove verso l’Adriatico e l’Europa si ricompone trasformando la lesione del conflitto in una regola talmente intessuta nelle cose da non venire più percepita come tale, ecco ciò di cui si è consapevoli: «Milioni di morti e siamo ancora qui, pronti a nuovi oggetti, a criteri di comportamento volti alla concupiscenza delle cose. Ridimensionata la visibilità dell’ideologia – ora diluita sotto ogni traccia – resta la volontà di vivere secondo quelle stesse dinamiche totalitarie applicate ai rapporti lavorativi e familiari».

Nel passaggio dalla Germania all’Italia, dal giornalismo all’imprenditoria, Hans Hinner sperimenta la felicità gelida del capitale, quella sua straordinaria euforia assiderata che incessantemente trapela – in ognuno con una diversa intensità – come una delle nervature del contemporaneo. Il transito dalla guerra alla pace permette un’ulteriore consapevolezza: la messa in torsione dell’etica, il suo sfiguramento proprio del conflitto bellico, non è qualcosa che termina con la fine della guerra ma prosegue in forme più attenuate e diluite, socialmente compatibili. La miseria – lo chiarisce il comportamento di Helga quando vuole che il suo fidanzato venga assunto come cuoco presso l’hotel di famiglia – è legittima, integrabile e integrata, democraticamente disponibile: è il famigerato mezzo giustificato dal fine.

È una folgorazione: non siamo altro che un processo di adattamento che necessita, per conservarsi, di una serie di travestimenti retorici funzionali a contenere l’incontenibile; al sicuro dalle incandescenze permaniamo in una tiepida vita di penombra che riusciamo persino a immaginare come un rasserenante tepore luminoso. Facendo slittare lo sgomento in eccitazione viviamo in un’inesauribile legittima difesa.

Leggendo La gemella H ci si rende conto che Giorgio Falco ha compreso qualcosa di midollare – superficie e abisso insieme, epoca e istante, strutture socioeconomiche e fisiologia, la microfisica del potere e dell’impotenza (di quella sperimentata proprio malgrado e di quella complice), il millenario tragicomico accumulo del respiro nei petti, l’immenso equivoco su cui tutto si sostiene – e che questa sua comprensione plastica delle cose è prima di tutto istinto, intelligenza viscerale, e solo un attimo dopo cognizione, cultura, pensiero boreale. Attraverso il modo in cui Falco fa esistere la realtà sensibile comprendiamo che l’immagine dello scrittore-microscopio – colui il quale bloccato il fenomeno sotto il vetrino della lingua lo esplora nelle sue componenti più minute – conosce un’ulteriore evoluzione. Come se sotto al microscopio fosse montato un piccolo tapis roulant su cui senza sosta scorre la metamorfosi della materia umana (corpo, spazio, pensiero, piacere, rabbia, immaginazione, biologia), all’attitudine verso lo studio dell’impercettibile Falco unisce una straordinaria capacità balistica: il fenomeno è mobile, spudoratamente cangiante, e dunque per dargli esistenza la lingua deve compiere un movimento al contempo verticale e orizzontale, inabissarsi divagando, deve pedinare il disordine: deve, letteralmente, stare al passo.

«Le voci della sabbia s’intersecano, piccole porzioni di mondo contengono tutto ciò che serve: la ditta va benissimo, ha dieci persone sotto di sé, prendi una sigaretta delle mie, è un capo, è nata la figlia, inizia a perdere i denti, la moglie gli vuole bene, è morta la nonna, i soldi non sono importanti, è diventato prete per fame, ho il serbatoio pieno, quella lì è bella di faccia, chiudo gli occhi per finta».

La scrittura di Falco è un presente battente. Un recettore che capta, stenografa, elenca, preda, restituisce. Pur lavorando con una cronistoria paratatticamente ordinata, Falco lascia evaporare il cronos estraendo da ciò che appare come tempo logico l’assurdo naturale, la discrepanza, l’anomalia: il trauma e l’incanto del kairos.

Con La gemella H – con Hilde «ribelle conformista», con Helga per la quale «la scrittura è ancora il momento delle scuole elementari» – riceviamo non solo uno strumento di decifrazione del ventesimo secolo, dunque una semiotica culturale di qualità inestimabile, ma soprattutto un racconto al calor bianco della nostra origine: un romanzo persecutorio che stringe d’assedio l’umano, lo stana e lo perquisisce.

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Se lo “zio” Hitler si innamora della cassiera di una rosticceria https://minimaetmoralia.it/libri/intanto-che-dicembre-e-passato-fulvio-abbate/ https://minimaetmoralia.it/libri/intanto-che-dicembre-e-passato-fulvio-abbate/#comments Sun, 09 Mar 2014 15:04:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19190 Questo pezzo è uscito in versione ridotta su la Repubblica.

Esiste una pratica letteraria, non formalizzata e non canonica, che potremmo chiamare congedo. È un regolamento di conti – necessariamente provvisorio – con le figure nodali della propria vita. Il combustibile del congedo è un sentimento tanto perentorio quanto elusivo, violentissimo e struggente. Uno stato d’animo che può manifestarsi nella forma della nostalgia, del rimpianto più nero, persino della rabbia davanti all’irreversibilità degli eventi. Perché con il sentire la mancanza è difficile venire a patti. Sentire la mancanza scorre capillare sottopelle, informa di sé ogni pensiero: arriva a essere la filigrana di ogni percezione.

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Questo pezzo è uscito in versione ridotta su la Repubblica. (Immagine: Banksy)

Esiste una pratica letteraria, non formalizzata e non canonica, che potremmo chiamare congedo. È un regolamento di conti – necessariamente provvisorio – con le figure nodali della propria vita. Il combustibile del congedo è un sentimento tanto perentorio quanto elusivo, violentissimo e struggente. Uno stato d’animo che può manifestarsi nella forma della nostalgia, del rimpianto più nero, persino della rabbia davanti all’irreversibilità degli eventi. Perché con il sentire la mancanza è difficile venire a patti. Sentire la mancanza scorre capillare sottopelle, informa di sé ogni pensiero: arriva a essere la filigrana di ogni percezione.

Intanto anche dicembre è passato (Baldini & Castoldi), l’ultimo libro di Fulvio Abbate, è un romanzo di mancanze e di congedi. Congedi da ciò che ci manca, o meglio da chi ci manca. Un romanzo che già a partire dal suo incipit – «Hitler venne ad abitare da noi durante l’autunno del 1961» – chiarisce che ci troviamo in una narrazione che procede attraverso una qualità di invenzione radicalmente individuale, un’attitudine immaginifica proliferante, un’inesauribile fame di linguaggio.

Nella Palermo del 1961, la famiglia Abbate si confronta con due individui molto particolari. Proprio Adolf Hitler viene infatti assunto per ritinteggiare le pareti di casa; al piccolo Fulvio – al quale viene raccomandato di chiamarlo «zio» – il Führer porta in dono un soldatino della Wehrmacht e l’enciclopedia Conoscere. Negli stessi giorni prende possesso dell’appartamento di fronte (trenta metri quadri più bagno e cucinotto) Ettore Majorana che, vestito da suora terziaria, lavora segretamente su progetti incomprensibili e ogni giorno, all’alba e sempre di nascosto, raggiunge casa Abbate dove passa lo straccio e la lucidatrice.

Mentre zio Hitler si innamora perdutamente della cassiera di una rosticceria (via via sprofondando nella palermitanità più aspra al punto da graffitare su un muro quella che in città era ed è «l’alfa e l’omega d’ogni abbecedario»: la parola «suca») e Majorana dà a Fulvio ripetizioni di matematica così da riuscire finalmente a disegnare il cubo – attraverso questi due paradossali testimoni si compone una genealogia (nonché una vera e propria cosmologia personale) in cui memoria e immaginazione sono inscindibili. Forte dell’esempio della madre Gemma, splendida bugiarda («un’indossatrice di menzogne meravigliose»), Fulvio Abbate sa che se il passato è «uno spiazzo vuoto, la terra battuta di un grado zero sociale», a questo silenzio del tempo è possibile contrapporsi solo tramite quell’organismo rampicante che è la capacità di generare personaggi, situazioni, particolari. Tramite, cioè, la letteratura.

La straordinarietà – alla lettera il suo essere fuori da qualsiasi ordinario – della scrittura di Abbate risiede proprio in questo: ciò che ci è accaduto, ciò che siamo, la nostra storia, la storia della nostra stirpe, è sempre troppo poco. Affinché questo troppo poco si trasformi in un capitale occorre l’estro linguistico, lo sguardo che diventa parole, la disponibilità al vorticare, al turbinio. A quel moto rotatorio che accompagna l’intero romanzo: quello di una giostra parigina, delle Colonne Morris o di un prassinoscopio, di una trottola ottagonale o dei cavalli lanciati al galoppo sulla pista anulare dell’ippodromo. L’orbitare del Rotor che in I 400 colpi rende Antoine Doinel antigravitazionale.

Nell’intuire che la felicità del ricordo – del ricordo immaginato, immaginario – ha una forma «circolare e luminosa» (come, infine, quella di un agognato chepì bianco), Abbate ci dimostra che prendere congedo serve a trattenere chi ci manca. E che inventare la memoria trasforma il lutto in incanto.

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Pianeta Roth #4: Il complotto contro l’America https://minimaetmoralia.it/letteratura/pianeta-roth-4-il-complotto-contro-lamerica/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/pianeta-roth-4-il-complotto-contro-lamerica/#comments Tue, 20 Aug 2013 06:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15233 Nelle prime pagine del Complotto contro l’America, il 27 giugno 1940 gli abitanti del quartiere ebraico di Weequahic, a Newark, ascoltano alla radio la diretta della convention nella quale il partito repubblicano deve nominare lo sfidante di FDR per le elezioni presidenziali del novembre successivo. Alle 3.18 del mattino, dopo l’esito fallimentare della ventesima votazione, Charles Lindbergh – il celebre aviatore statunitense che nel 1927 aveva compiuto il primo volo transatlantico in solitario, e che negli anni trenta aveva soggiornato varie volte in Germania stabilendo rapporti di amicizia con il Terzo Reich – fa il suo ingresso trionfale nell’assemblea, e viene praticamente candidato per acclamazione.

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Dopo la clamorosa decisione di Philip Roth di smettere con la scrittura, questa rubrica intende offrire uno sguardo retrospettivo sulla sua opera, dai grandi capolavori ai libri meno noti; l’omaggio parziale e appassionato di un lettore irrimediabilmente compromesso, ma anche l’onesto tentativo di analizzare dall’interno il segreto della sua magia, le sue contraddizioni, le doti di lealtà, ironia, umanità e sapienza letteraria: gli ingredienti che l’hanno portato a essere tra gli scrittori più visceralmente amati da due generazioni di lettori. Qui le puntate precedenti. (Fonte immagine)

Nelle prime pagine del Complotto contro l’America, il 27 giugno 1940 gli abitanti del quartiere ebraico di Weequahic, a Newark, ascoltano alla radio la diretta della convention nella quale il partito repubblicano deve nominare lo sfidante di FDR per le elezioni presidenziali del novembre successivo. Alle 3.18 del mattino, dopo l’esito fallimentare della ventesima votazione, Charles Lindbergh – il celebre aviatore statunitense che nel 1927 aveva compiuto il primo volo transatlantico in solitario, e che negli anni trenta aveva soggiornato varie volte in Germania stabilendo rapporti di amicizia con il Terzo Reich – fa il suo ingresso trionfale nell’assemblea, e viene praticamente candidato per acclamazione[1].

Al pensiero che un simile individuo – che solo un paio di mesi prima aveva pronunciato un discorso di dubbio gusto in cui addossava la colpa della politica interventista del paese nella seconda guerra mondiale al «popolo ebraico» e alla «razza ebraica», confermando le sue simpatie per la politica xenofoba della Germania e del suo führer Adolf Hitler – possa accedere alla Casa Bianca, tutti si riversano in strada in piena notte, presi da una sorta di surreale stordimento, per confortarsi a vicenda e sfogare apertamente la propria indignazione: «Famiglie intere che avevo conosciuto solo vestite, vestite di tutto punto con gli indumenti di tutti i giorni, indossavano pigiami e camicie da notte sotto le vestaglie e giravano in tondo in ciabatte, all’alba, come sospinte fuori di casa da un terremoto. Ma quella che più sorprendeva un bambino era la rabbia, la rabbia di uomini che conoscevo come spensierati fornitori di consigli non richiesti o rispettosi e taciturni lavoratori che per tutta la giornata si guadagnavano il pane sgorgando lavandini o pulendo caldaie o vendendo mele al minuto e poi la sera leggevano il giornale e ascoltavano la radio e si addormentavano nella poltrona del soggiorno, gente semplice che era ebrea per caso e che ora dava in escandescenze in mezzo alla strada e inveiva senza preoccuparsi delle convenienze, risospinta bruscamente nella lotta insostenibile a cui aveva creduto di sfuggire grazie alla provvidenziale migrazione della generazione precedente».

Più che all’eccezionalità degli eventi storici, l’autore rivolge la sua attenzione alla quotidianità di queste persone, all’equilibrio della loro vita semplice che all’improvviso rischia di essere drammaticamente spezzato. Non gli interessa sottolineare i risvolti epocali di uno snodo storico fondamentale, quanto descriverne il riflesso nelle reazioni dei personaggi, sondare l’umanità dei loro gesti, la compostezza o la concitazione del loro sdegno, il raccapriccio e lo stupore di chi assiste alla distruzione repentina di una stabilità erroneamente ritenuta duratura. Roth non intende trovare spiegazioni alla tragedia. Si limita a porre i suoi personaggi di fronte all’imprevisto e a osservare le loro reazioni con lucidità e partecipazione. Sarà la storia, in seguito, a tentare di ricondurre all’ordine il caos e la disperazione sottesi all’esperienza della caducità. La tragedia non accade nonostante la storia. La tragedia è la storia.

Il meccanismo è spiegato molto bene in un’altra pagina del romanzo: «Preso alla rovescia, l’implacabile imprevisto era quello che noi a scuola studiavamo col nome di “storia”, la storia inoffensiva dove tutto ciò che nel suo tempo è inaspettato, sulla pagina risulta inevitabile. Il terrore dell’imprevisto: ecco quello che la scienza della storia nasconde, trasformando un disastro in un’epopea».

Operando un’alterazione nel tessuto reale degli avvenimenti, Roth aspira a riportare allo scoperto la costernazione degli individui di fronte all’inesorabilità del destino nelle vicende umane: in sostanza, a restituire il disastro a discapito dell’epopea. E lo fa con continue zoomate nel cuore dell’evento, con picchiate improvvise dalle altezze di una narrazione evenemenziale nelle minuzie descrittive dei singoli episodi. Egli lascia ai personaggi l’agio di reagire nei loro tempi e nei loro spazi, senza costringerli ad abbandonarsi remissivamente all’inarrestabile ritmo della storia.

Un altro esempio. Pochi giorni dopo la candidatura di Lindbergh, la popolazione si ritrova nuovamente incollata agli apparecchi radiofonici per ascoltare il popolare programma di Walter Winchell, il giornalista ebreo famoso per il coraggio delle sue idee e per la schiettezza con cui era in grado di portarle avanti. Dopo la scandalosa designazione di Lindbergh, gli ebrei si aspettano da lui un attacco deciso alle posizioni antisemite del candidato repubblicano. E nel momento in cui Winchell in effetti sferra la sua offensiva con la dovuta determinazione ed efficacia, un applauso di giubilo si leva dalle finestre del vicinato, e un clima festoso discende sul quartiere a rasserenare la calda notte d’estate: «Gli uomini tirarono fuori le sedie a sdraio dai garage e le piazzarono all’inizio dei vialetti, le donne portarono da casa caraffe di limonata, i bambini più piccoli si misero a correre sfrenatamente da una veranda all’altra e i più grandi si raccolsero a ridere e chiacchierare per conto loro, e tutto perché l’ebreo più noto d’America dopo Einstein aveva dichiarato guerra a Lindbergh». In questo passo, le sedie a sdraio e le caraffe di limonata non sono ingredienti meno importanti del discorso pronunciato da Walter Winchell. Gli uomini che se ne stanno seduti nel vialetto della loro abitazione a sorseggiare una bevanda fresca in un’afosa notte d’estate sottolineano l’eccezionalità della serata assai più delle battaglie combattute durante quelle incandescenti giornate della politica statunitense.

I personaggi del romanzo sono gli stessi che abbiamo imparato a conoscere nella precedente produzione narrativa dell’autore: è la seconda generazione di ebrei immigrati negli States, che negli anni trenta e quaranta hanno portato a compimento il processo di americanizzazione iniziato dai loro genitori, adeguandosi alla logica calvinista del paese che li aveva accolti e gettando le fondamenta di una società basata sull’impegno personale e la responsabilità; è la generazione dei padri dei più celebri protagonisti rothiani, da Alexander Portnoy a Nathan Zuckerman; sono i medesimi personaggi la cui identità era definita sulla base del mestiere che svolgevano, del ruolo riconosciutogli dalla comunità nella quale erano radicati; coloro che avevano stabilito quel delicato equilibrio sociale che nel giro di vent’anni si sarebbe sclerotizzato in uno sterile convenzionalismo morale, contro il quale lo stesso autore si ribellò con veemenza a partire dagli anni sessanta.

Ma cosa accade quando un personaggio che ha edificato tutta la propria esistenza sul senso di responsabilità viene catapultato di fronte alla violenza cieca del destino, che non offre possibilità di riscatto ma solo di rassegnazione, contagiando anche gli individui più strutturati «con quella malattia infantile, tutt’altro che rara, che si chiama: perché-le-cose-non-possono-più-essere-come-una-volta?».

Il gigantesco senso di frustrazione di fronte all’inevitabile è una delle tematiche più feconde nei romanzi di Philip Roth, che non a caso ha posto termine alla propria produzione narrativa con il cosiddetto ciclo delle Nemesi. Nell’uso che ne viene fatto nell’inglese contemporaneo, il termine «nemesis» significa «ciò che non può essere sconfitto». L’inadeguatezza dell’uomo nei confronti del destino – declinata nei romanzi delle Nemesi come impotenza di fronte alla caducità (Everyman), di fronte alla storia (Indignazione), di fronte alla perdita dell’ispirazione artistica (L’umiliazione) e di fronte alla tragedia (Nemesi) – emerge nel Complotto contro l’America dove il lettore non se la aspetta: dalla solida compattezza del passato. Un’alterazione nella trama degli eventi trascorsi può determinare una riscrittura della storia successiva (come sanno gli spettatori di Terminator o dell’Esercito delle 12 scimmie, e in generale tutti gli appassionati del genere fantascientifico).

In questo caso, la connivenza del presidente Lindbergh con la Germania e l’ipotesi inquietante di un’America nazista controllata dallo stesso Hitler getta un’ombra minacciosa su quelli che vengono comunemente ritenuti i fondamenti della democrazia americana. Cosa sarebbero oggi gli Stati Uniti (e cosa sarebbe il mondo intero) se nel 1940 avessero stabilito delle relazioni amichevoli con la Germania e con il Giappone? Se nel 1941 non fossero intervenuti nella seconda guerra mondiale a fianco degli Alleati e in tal modo avessero consentito a Hitler di vincere la guerra?

La prospettiva assume tutta la propria allarmante concretezza in un sogno del giovane narratore, che all’epoca dei fatti ha solamente sette anni. Lindbergh si è da poco candidato alla presidenza, e il bambino sente un gran parlare intorno a sé del male assoluto rappresentato da Hitler e dalla minaccia che egli costituisce, non soltanto in Europa, ma oramai anche in America: un America che il piccolo Philip ha iniziato a conoscere grazie alle immagini raffigurate nei suoi amatissimi francobolli da collezione. Una notte viene svegliato di soprassalto da un terribile incubo che riguarda proprio la sua preziosa raccolta, questo strumento di conoscenza in grado di catalizzare gli avvenimenti della storia maiuscola e di proiettarli nel microcosmo semplificato della percezione infantile: «Fu quando guardai, subito dopo, la pagina opposta dell’album per vedere cos’era successo, se era successo qualcosa, ai miei dieci francobolli della serie dei parchi nazionali del 1934 che caddi dal letto e mi svegliai sul pavimento. Yosemite in California, Grand Canyon in Arizona, Mesa Verde in Colorado, Crater Lake nell’Oregon, Acadia nel Maine, Mount Rainier nello stato di Washington, Yellowstone nel Wyoming, Zion nello Utah, Glacier nel Montana, le Great Smoky Mountains nel Tennessee: e sulla faccia di ognuno di essi, sulle rupi, sui boschi, sui fiumi, sulle cime, sui geyser, sui burroni, sulle coste di granito, sulle acque profonde e sulle grandi cascate, su quanto di più verde, bianco e blu ci fosse in America, da conservare per sempre in queste riserve incorrotte, era stampata una svastica nera».

I boschi, le rupi, i fiumi, i geyser i burroni, le coste di granito e le cascate, nella loro accezione di durezza e durata, sono immagini quanto mai concrete, che alludono a una permanenza apparentemente destinata a rimanere incontaminata nella vertiginosa profondità del tempo, mentre la lunga enumerazione dei parchi nazionali statunitensi estende alla dimensione orizzontale il senso di stabilità che Philip ha percepito intorno a lui in tutta la sua giovane esistenza. La svastica nera fa la sua apparizione sul palcoscenico della frase al termine della lunga elencazione, e rappresenta il culmine dell’incubo che scaraventa letteralmente il ragazzino giù dal letto: la forza del cambiamento che mette in discussione quanto di più solido e duraturo percepiamo intorno a noi; le coordinate essenziali del nostro esistere nel tempo e nello spazio, ovvero il senso della storia e il senso della geografia.

Il passato è l’unica dimensione temporale al riparo dalle minacce dell’imprevisto. Nel passato, esso è stato oramai assorbito dal flusso degli avvenimenti successivi e giustificato in base a una serie di ricostruzioni a posteriori; il vaglio dell’ermeneutica ne ha smussato ogni asperità e ha disinnescato il meccanismo esplosivo contenuto nel cuore delle sue contraddizioni. Scrivendo un romanzo di fantastoria come Il complotto contro l’America, Philip Roth avanza un’ipotesi: cosa sarebbe successo se, nel corso degli eventi, le cose si fossero svolte diversamente da come sono andate? Se quanto oggi ha assunto la consistenza rigida e definitiva del passato fosse rigettato nuovamente nel crogiolo incandescente delle possibilità? Se l’equilibrio sul quale riposa la solida percezione del presente fosse alterato dalle scosse telluriche del non-accaduto?

Manipolando il passato, egli compie in realtà un sabotaggio del presente. Lo confuta, lo smentisce, lo strappa dalla dimensione metafisica della storia e lo restituisce alla piena immanenza del divenire. Pubblicato nel 2004, tra il primo e il secondo mandato del presidente George W. Bush e dopo una serie di scelte sbagliate in politica estera, Il complotto contro l’America mette in discussione i fondamenti stessi della democrazia statunitense, e le impedisce di sclerotizzarsi nelle forme scontate e rischiose dei moral values o del sogno americano (la famosa pastorale, cui sempre corrisponde una contropastorale). È il suo atto d’amore nei confronti dell’America: un amore, puro, estremo, dinamico, appassionato, sottoposto costantemente al vaglio della critica, spinto con coraggio fino al limite estremo del tradimento e della slealtà.

 


[1] Nella realtà storica, alle elezioni presidenziali del 1940 Roosevelt sconfisse con un’ampia maggioranza il candidato repubblicano Wendell L. Willkie. Lindbergh, nonostante abbia manifestato realmente alcuni atteggiamenti antisemiti, preferì rimanere al di fuori dell’agone politico e non si candidò mai per la presidenza degli Stati Uniti.

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Mein Copyright https://minimaetmoralia.it/libri/mein-copyright/ https://minimaetmoralia.it/libri/mein-copyright/#respond Wed, 20 Feb 2013 14:40:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13160 Questo pezzo è uscito su Studio.

Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

Prima di prendere potere in Germania e trascinare il mondo verso il baratro della Seconda guerra mondiale (55 milioni di morti) e dell’Olocausto (9 milioni di morti), Adolf Hitler ha partecipato come soldato alla Prima guerra mondiale, si è dilettato con la pittura impressionista e ha scritto un libro il cui titolo risuona a 70 anni di distanza come una macumba da incubo, Mein Kampf. De La mia battaglia si parla sempre per i suoi contenuti politici e per il suo essere il testo sacro del Partito Nazionalsocialista, oltreché la Bibbia dell’antisemitismo (al pari con i Protocolli dei savi di Sion); in realtà l’opera è stata anche un longseller degno di nota, al centro di una guerra economico-editoriale sfrenata, fatta di critiche, censure, tabù. E royalties.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale i diritti d’autore di Hitler sono posseduti dalla Baviera (uno dei 16 stati federati detti Land di cui è composta la Germania) che ha proibito la pubblicazione del Kampf in Germania e fatto il possibile per limitarla all’estero. Tali diritti scadranno nel 2015 e le autorità tedesche hanno recentemente deciso di stampare un’edizione commentata dell’opera, per evitare che l’aura censorea del tabù e la fine del diritto d’autore (che scade a 70 anni dalla morte dello stesso) la renda un’esclusiva dei neonazisti. La decisione ha fatto ovviamente discutere ma è solo l’ultimo capitolo di una battaglia sotterranea tutta incentrata sul diritto d’autore che dura da quasi novanta anni.

Il libro
Mein Kampf consta di due parti (“Eine Abrechnung”, “Un racconto” e “Die National-Sozialistische Bewegung”, “Il partito nazional-socialista”) scritte e inizialmente pubblicate separatamente tra il 1925 e il 1926. La prima fu in realtà dettata dal futuro führer a Rudolf Hess, suo compagno di carcere dall’aprile al dicembre del 1924, quando Hitler fu arrestato per aver tentato il colpo di stato a Monaco l’anno precedente. I manoscritti furono poi pesantemente editati da un prete, Bernhard Staempfle, che li ripulì dalle verbosità e da alcune “banalità infantili” – come le definì il politico nazista Otto Strasser – che la appesantivano. Il prelato fu una delle vittime della pulizia interna al partito messa in atto dalle Ss il 30 giugno 1934, un repulisti passato alla storia come la “notte dei lunghi coltelli“. Secondo lo stesso Strasser, a costare la vita a Padre Bernhard fu proprio la sua conoscenza della prima debole versione del testo nazista.

Ibrido tra manifesto politico, libero delirio antisemita e autobiografia, l’opera doveva intitolarsi  Quattro anni e mezzo di lotta contro menzogna, stupidità e codardia, e finì col diventare il testo obbligatorio per la famiglia tedesca, dato in regalo alle coppie sposate e ai giovani neolaureati. Eppure Mein Kampf non riscosse subito il successo che potremmo aspettarci: nel 1925 se ne vendettero circa 9 mila copie; entro il 1930 le vendite toccarono quota 54 mila copie; alla fine del 1933, anno delle elezioni vinte dal suo Nsdap (acronimo di  National Sozialistische Deutsche Arbeitspartei, Partito nazionalsocialista tedesco dei lavoratori), se ne erano vendute 850 mila. La propaganda, i comizi e il successo elettorale avevano creato un caso editoriale – non solo in Germania. E la guerra doveva ancora cominciare.

Preso il potere, Hitler ordinò di acquistare sei milioni di copie del suo libro, che divenne così la lettura prima del buon ariano e del buon cittadino. Alla fine del 1945 in Germania si contavano 8 milioni di Mein Kampf. Così il giro d’affari delleroyalties di Adolf Hitler divenne milionario. Ma usciamo dal Terzo Reich, e vediamo come anche all’estero la curiosità morbosa, la politica e la guerra fecero dell’opera un bestseller mondiale.

L’estero
In Italia le cose andarono per le spicce: il libro fu stampato da Bompiani nel 1934 con il titolo La mia battaglia, rendendo Benito Mussolini contento e l’alleato tedesco soddisfatto. L’editore non pagò direttamente le royalties all’autore del testo e dietro questa scelta si cela un sotterfugio politico svelato nel 2004 dal giornalista Giorgio Fabre ne Il Contratto. Mussolini editore di Hitler (Dedalo): secondo la tesi del libro, i lavori per portare il Kampf in Italia cominciarono prima delle elezioni del 1933, vinte poi dai nazisti. Al tempo, scrive Fabre, Hitler e i suoi avevano bisogno di soldi per la campagna elettorale, ma erano restii a chiederli ai fascisti per non minare l’”indipendenza” politica del movimento. L’offerta dello Stato fascista (250 mila lire del tempo come anticipo, pari a 53.625 marchi tedeschi) fu accettata dopo un breve tira e molla; e fu notevole messa a confronto con quella fatta per l’edizione inglese (pari a circa 2000 lire) o quella statunitense (500 lire). Un accordo politico più che editoriale. Un preludio al Patto d’acciaio che legherà i due Paesi – e le due dittature – a partire dal 1939.

Altrove la pubblicazione del testo nazista scatenò ben altre reazioni. Negli Stati Uniti fu l’editore Houghton Mifflin ad annunciarne la stampa nel 1933, col titolo di My Battle. Seguì una raccolta firme pubblica presso il New York City Board of Education per bloccare l’operazione e vietare a Mifflin la vendita di qualsiasi altro testo. La petizione, come ha raccontato la rivista Cabinet, fu bocciata dal Board con una nota pubblica in cui si dichiarava: «Il più grande servigio che si può rendere all’umanità in generale e in particolare alla Germania è mettere My Battle a disposizione di tutti in modo che ciascuno possa decidere se il libro sia degno di nota o sia un’esibizione di ignoranza, stupidità e arretratezza». Nel 1938 la stessa casa editrice concesse i diritti dell’opera alla Reynald & Hitchcock che ne stampò una versione “commentata” – con una sezione glosse di 80 mila parole per un’opera di 320 mila.

E qui si apre la questione legata al copyright: nel 1925, infatti, Adolf Hitler rinunciò alla cittadinanza austriaca dichiarandosi un “tedesco senza stato”, e diventando a tutti gli effetti un cittadino della Germania solo nel 1933. In questo lasso di tempo, rimase quindi escluso dal Copyright Act del 1909 (la legge Usa sul diritto d’autore), che fu estesa anche agli autori apolidi (senza stato) solo nel 1941. In quell’anno, però, Usa e Germania erano in guerra e nessun editore pagò Hitler (come prevedeva la legge Trading with the Enemy Act). Le royalties che avrebbe dovuto ricevere il dittatore nazista furono invece date in beneficenza a enti dedicati alla cura dei reduci o alla Croce Rossa Internazionale.  My battle fu comunque un successo: l’edizione di Reynold & Hitchcock vendette 30 mila copie solo nel primo mese e nel 1945 si calcolò che le royalties hitleriane avevano fruttato al fondo bellico Usa circa 20 mila dollari.

Con la fine della guerra, tutte le proprietà del dittatore nazista passarono alla Baviera. Nel 1960 la sorella di Hitler, Paula, tentò di riprendere possesso di quelle immobiliari mentre il figlio della sorellastra del führer Leo Raubal, avviò un’azione legale per tornare in possesso delle royalties di Mein Kampf ottenendo solamente una copia del poco conosciuto “sequel” dell’opera, Zweites Buch (Il secondo libro). Nessun diritto d’autore, quindi, è mai andato alla famiglia di Adolf Hitler – e ciò riguarda anche quelli legati alla vendita all’asta dei suoi quadri avvenuta nel 2009.

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