adrian tomine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adrian-tomine/ un blog di approfondimento culturale Fri, 11 Sep 2020 11:59:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg adrian tomine Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adrian-tomine/ 32 32 Consigli di lettura per settembre https://minimaetmoralia.it/libri/letture-settembre-biferali/ https://minimaetmoralia.it/libri/letture-settembre-biferali/#comments Fri, 11 Sep 2020 11:58:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44055 di Giorgio Biferali

Sono terminate da non molto le nostre “piccole vacanze”, e mentre si discute un po’ di tutto, dal razzismo atavico ai nuovi canoni di bellezza, da Nolan che fa film noliani al fantamercato calcistico, fino, addirittura, all’imminente riapertura delle scuole, tra test sierologici e banchi monoposto, ho l’impressione che questo mese di settembre, nonostante tutto, possa rappresentare il momento ideale per tornare a guardarsi un po’ intorno e rimettere a fuoco tutto quello che ci circonda.

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di Giorgio Biferali

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Sono terminate da non molto le nostre “piccole vacanze”, e mentre si discute un po’ di tutto, dal razzismo atavico ai nuovi canoni di bellezza, da Nolan che fa film noliani al fantamercato calcistico, fino, addirittura, all’imminente riapertura delle scuole, tra test sierologici e banchi monoposto, ho l’impressione che questo mese di settembre, nonostante tutto, possa rappresentare il momento ideale per tornare a guardarsi un po’ intorno e rimettere a fuoco tutto quello che ci circonda. Per rimettere a fuoco la realtà e riprenderci il tempo che abbiamo perduto, oltre a programmare i nostri prossimi viaggi e a immaginare il nostro posto in un mondo che sta cambiando rapidamente e profondamente, secondo me, i libri, o meglio una lista di libri, potrebbe farci ritrovare un po’ di equilibrio, farci sentire un po’ meno smarriti.

John Niven, La lista degli stronzi (traduzione di Marco Rossari, Einaudi)

“Oggi, negli Stati Uniti, c’erano solo due modi per convincere un medico a passare da casa tu: essere ricco o essere morto”. Basterebbe questa frase per convincere chiunque abbia un po’ di buon senso a leggere questo romanzo. L’idea è semplice, siamo nel 2026, Ivanka Trump è il primo presidente donna degli Stati Uniti, e Frank Brill, malato di cancro e prossimo a morire, decide di investire tutti i risparmi, tutto il tempo che gli rimane, per uccidere i cinque “stronzi” che figurano nella sua lista, tra cui c’è anche Donald Trump. La scrittura è rapida, luminosa, brillante, ci si mette poco ad affezionarsi a un personaggio umano, “troppo umano”, come Frank, che non essendo un serial killer, anzi, non essendo proprio un killer, nel momento di uccidere si fa prendere da crisi di ogni tipo. È un futuro che somiglia tanto al nostro presente, e questo, per fortuna, scongiura qualsiasi rischio di leggere un romanzo distopico.

Javier Cercas, Terra Alta (traduzione di Bruno Arpaia, Guanda)

Nella vita, bisognerebbe leggere almeno un romanzo di Javier Cercas. Anzi no, bisognerebbe leggerli tutti. Per come sono scritti, che hai l’impressione di trovarti davanti a uno di quelli che Pontiggia chiamava “contemporanei del futuro”, perché ti aiutano a ritrovare il tuo lato migliore, quello più vulnerabile, sincero, umano, perché anche quando capisci che l’autore sta giocando con la scrittura, con il romanzo, con te che stai leggendo, niente di tutto questo è fine a se stesso, anzi, ha un che di miracoloso. Qui ci troviamo nella comunità autonoma della Terra Alta, in Spagna, nella provincia di Tarragona, con un detective, Melchor, costretto a fare i conti con diversi casi irrisolti, primo fra tutti il suo passato, che non vuole lasciarlo in pace. Un personaggio strano, Melchor, che ha imparato ad amare i classici quand’era in carcere (soprattutto I Miserabili, che lo aiuta nelle scelte importanti), che quando c’è il silenzio intorno a lui non riesce a dormire, che non beve alcol, ma solo Coca-Cola. Indimenticabile.

Règis Jauffret, Papà (traduzione di Tommaso Gurrieri, Edizioni Clichy)

“Mi direte che la vita è solo un pacchetto di anni che ti sbattono in faccia quando nasci per permetterti di avere il tempo di abituarti a morire”. Jauffret, dopo Microfictions, attraverso poche immagini, e aggrappandosi a quello che è rimasto dei suoi ricordi, recupera la figura paterna alla luce della propria identità, di un ruolo difficilissimo, quello di padre, che adesso ricopre anche lui. Amore e rabbia, amarezza e umanità, realtà e fiction, non più “micro”, anche perché, come confessa il padre-figlio Regis, “si può datare in circa diecimila anni”. “Come se tu non sapessi che scrivere di se stessi è una forma di incontinenza”. Un altro capolavoro.

Michele Masneri, Steve Jobs non abita più qui (Adelphi)

Fa pensare ad Arbasino, sì, ma anche a Tom Wolfe, a tutti quegli autori tipo Capote e Thompson che scopri in un pomeriggio qualunque all’università quando annunciano che di lì a poco ti parleranno del genere “reportage”. Si trovano nomi noti e meno noti, e Masneri dà del tu a tutti, li accoglie con leggerezza nella giostra del suo linguaggio, e tutto quello che succede, per come lo racconta, meriterebbe la prima pagina del Times. I neologismi, le parole composte, le lingue che si confondono, l’ironia pungente ma anche ingenua, felice, buona. Un viaggio indimenticabile, una guida della California che neanche la versione più radical hipster della lonelyplanet può offrirti. Si percepisce lo stato d’animo del racconto, quel sentimento capace di lasciarti in sospeso, a metà tra il fascino per tutto quello che stai guardando e la giusta distanza che serve per poterlo raccontare. Ogni tanto, durante la lettura, pensavo mamma mia quanto è bravo Masneri. E mi tornava in mente quella frase: “è così noioso essere bravi, si rischia di diventare abili”.

Chris Ware, Rusty Brown (traduzione di Francesco Pacifico, Coconino)

Sembra di vedere uno di quei film che non dimenticherai mai, già lo sai mentre lo guardi, lo capisci fin dalle prime scene. RustyBrown è il personaggio che apre queste piccole grandi storie, è il centro dell’universo, per davvero, è l’universo che gira intorno ai suoi disagi, alle sue insicurezze, alla sua vulnerabilità, non il contrario. Gli adulti sono tristi, il più delle volte, i ragazzi hanno paura degli altri ragazzi, e anche di diventare tristi come gli adulti. Meglio la paura della tristezza. Siamo tutti RustyBrown, o almeno io sì, lo sono stato, lo sono ancora, un supereroe che sente tutto, anche quando parlando a bassa voce, anche se dicono cose brutte. È l’unico modo per esserci, e per salvarsi.

Adrian Tomine, La solitudine del fumettista errante (Rizzoli Lizard, traduzione di Vincenzo Filosa)

Sembra facile raccontare la propria vita, ma non è così, altrimenti saremmo tutti scrittori. Adrian Tomine racconta Adrian Tomine, il fumettista errante, che viaggia da un paese all’altro per portare in giro i suoi libri, tra illusioni, malintesi, premi mancati. Lampi di una carriera in cui non si sa bene dove andare, né cosa cercare, in cui quello che troviamo, alla fine, non è poi così male come sembrava. È il mondo che ci ha deluso o siamo noi a essere perennemente insoddisfatti? Questa è la vera domanda. La cosa bella, una delle cose belle, ecco, è che Tomine non risponde, forse perché non conosce la risposta, forse perché non ha più voglia di cercarla. E fa bene, ha scritto un libro meraviglioso.

Jia Tolentino, Trick Mirror (traduzione di Simona Siri, NR edizioni)

Nella stesso filone di autori come Sherry Turkle e JonRonson, che è quello della non-fiction sensibile e brillante, Jia Tolentino (nata il 20 novembre 1988, di un giorno più giovane di me), giornalista del New Yorker, scrive un libro generazionale, epocale, in cui si mette a nudo (racconta anche di quando partecipò a un realitiy show) e parla dell’essere donna, del femminismo, del rapporto con gli altri, dei social network, dell’egomania ai tempi di internet, e lo fa ferocemente, spontaneamente, anche rischiando di sbagliare, a volte, o di essere troppo approssimativa. E come dice lei, “dovremmo vergognarci quando non riusciamo a esprimere solidarietà senza metterci al primo posto”.

Thomas Girst, Tutto il tempo del mondo (traduzione di Daniela Idra, add editore)

“Le cose buone richiedono tempo, si sa”. Non conoscevo Thomas Girst, curatore di mostre, professore, manager culturale di BMW, e adesso anche scrittore. Ha scritto un libro importante, che già dal titolo, una frase fatta che di solito si usa per rimandare qualche impegno o per autoconvincerci che abbiamo ancora un po’ di tempo per portare a termine qualcosa, lascia intuire il protagonista delle sue storie. In un momento storico in cui andiamo sempre di corsa, in cui sembra che cose come i tempi morti e la noia non esistano più, Girst ci racconta delle vite particolari, dal postino Cheval all’opera di John Cage che verrà suonata fino al 2640, che oggi potrebbero sembrarci impensabili, ma che ci fanno riflettere sul modo in cui si insinua il tempo nelle nostre vite, e ci fanno riprendere un po’ di respiro, e ritrovare noi stessi.

Byung-Chul Han, La società della stanchezza (traduzione di Federica Buongiorno, nottetempo)

Non così lontano da Girst, almeno concettualmente, e rifacedosi a Foucault, Nietzsche, Kafka, Handke, Melville, Byung-Chul Han ridefinisce il concetto di stanchezza, che non rappresenta affatto un elemento negativo delle nostre vite, ma che invece diventa il sentimento, il varco spazio-temporale dentro cui possiamo riprenderci la nostra vita. Non è la vita contemplativa a renderci passivi, ma, paradossalmente, quella attiva, che ha un ritmo troppo frenetico, e rischia di trascinarci in un vortice di azioni meccaniche che non dovremmo fare. È una “stanchezza dagli occhi limpidi”, attraverso cui possiamo reimparare a guardare le cose, ritrovando lo stupore di un bambino che gioca.

Marc Augé, Piccole felicità malgrado tutto… (traduzione di Cristina Guarnieri, Castelvecchi)

Questo libro piccolo piccolo, che non richiede troppo tempo e si può leggere anche quando si è stanchi, fa pensare a quel libro cult di Kurt Vonnegut uscito qualche tempo fa per minimum fax: Quando siete felici, fateci caso. Il grande teorico dei non-luoghi, anche se apparentemente meno ottimista di Vonnegut, attraversa il linguaggio, i luoghi comuni, le pubblicità, i malintesi, le illusioni, i desideri del genere umano, per trovare la felicità. Anzi, le felicità, al plurale, per dimostrare a tutti la loro esistenza. E lo fa con grazia, rivelandoci lentamente che è negli incontri, nei rapporti umani, nel continuo confronto con gli altri. Alla fine, invecchiare non basta per smettere di sentirsi felici.

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Gallant, Roth, Purdy e gli altri https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/ https://minimaetmoralia.it/libri/non-scrivere-di-me-livia-manera-sambuy/#comments Wed, 22 Apr 2015 14:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26265 Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

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Questo articolo è uscito sul Corriere della Sera. (Nella foto: Livia Manera Sambuy con Philip Roth)

Comincia come un romanzo, Non scrivere di me di Livia Manera Sambuy: un soggiorno in Africa, un flashback innescato dalla lettura di un racconto di Hemingway, lo scoprirsi diversa dalla ragazzina di un tempo; il realizzare di esserlo perché in mezzo c’è stata una vita – una vita di letture. Comincia come un romanzo, questo libro appena uscito per Feltrinelli con una copertina di Adrian Tomine perfetta sia per l’atmosfera che per il suo evocare il New Yorker, rivista che ricorre spesso nel testo e di cui Tomine è stato più volte copertinista, e del romanzo ha il respiro nonostante sia un libro di non-fiction, la raccolta degli incontri dell’autrice con alcuni grandi scrittori nordamericani. Diciamo “autrice” ma potremmo dire protagonista, perché è forte, ancorché delicata, la presenza nel libro dello sguardo e della voce di Livia Manera, a cominciare dalle scelte fatte.

È sufficiente scorrere l’archivio storico del Corriere della Sera per capire che nella sua carriera ha attraversato l’intero spettro della letteratura angloamericana; tuttavia, tra tanti incontri, ha scelto di rievocarne otto, cosa che appare come una precisa scelta di poetica. Due grandi scrittori poco noti in Italia – Mavis Gallant e James Purdy; due grandi invece celebri – David Foster Wallace e Philip Roth; due autori che ben incarnano un certo spirito pratico degli Stati Uniti, Richard Ford e Paula Fox; due scrittori-giornalisti, sorta di specchi dell’autrice stessa, Joe Mitchell e Judith Thurman. Ma gli specchi, in Non scrivere di me, sono ovunque.

Il primo è proprio Mavis Gallant, che Livia Manera incontra quando si è appena trasferita, da sola, a Parigi, esattamente come fece la scrittrice canadese nel 1950, e con cui stabilisce un’amicizia fatta di confidenza, ironia e riconoscimento; l’ultimo è Philip Roth, leggenda vivente con cui Manera instaura un legame forte, che porterà a due documentari, una conoscenza profonda e una lunga frequentazione – sarà lo stesso Roth a canzonarla amorevolmente con le parole di Groucho Marx “Oh Lydia, oh Lydia, my encyclopedia…”samb
Il risultato di questo gioco di specchi è un viaggio all’interno della letteratura come vita, e dunque come sistema di relazioni. Il che, ed è tra le cose di Non scrivere di me che più incanteranno il lettore, genera un ulteriore livello di riflessi: Manera incontra Gallant che le parla di quando stroncò De Beauvoir e incontrò Sartre; Manera incontra Ford che le racconta del suo amico Carver; Manera visita Purdy e vi trova John Uecker, già compagno di Tennessee Williams; Manera incontra Thurman e da lì ci reca a sfiorare Colette, Karen Blixen e Salinger; Mitchell evoca Edmund Wilson e addirittura il nostro Niccolò Tucci, autore oggi dimenticato che arrivò a pubblicare proprio sul New Yorker

Nicole Krauss scrive, in una frase citata dall’autrice, che la letteratura ha il potere di aprire canali di comunicazione altrimenti preclusi, ma è indubbio che anche Livia Manera ha questo potere: si intuisce, tra le righe, una grazia e una capacità di essere amica discreta, sponda e specchio per le scrittrici e gli scrittori che incontra, che finisce per portare molto oltre la cronaca letteraria.

Se, come dice Wallace – forse l’unico, nella sua già parossistica chiusura al mondo, a sfuggire a questa grazia, alla possibilità stessa di un legame, nonostante l’incontro narrato nel libro sia particolarmente toccante  – “una delle ragioni per cui gli scrittori di narrativa diventano tali è che nulla di veramente importante può essere detto in modo diretto”, Non scrivere di me dimostra invece che quando l’incontro e l’intervista non sono più stretta attualità culturale, quando subentrano il coinvolgimento emotivo e una sensibilità del tutto particolare a conferir loro ulteriori filtri, è lì che la figura e il pensiero dell’autore riappaiono sotto una luce nuova.

È possibile che il lettore si avvicini a questo libro per i nomi più celebri, per scoprire qualcosa in più su Roth o Wallace, e splendidi sono in effetti i loro ritratti; ma il vero dono che si ricava dalla lettura di Non scrivere di me è quello della ricostruzione di un piccolo “canone maneriano”, sicuramente diverso da quello di molti lettori italiani, anche appassionati di letteratura americana: e andrà a finire che ci ritroveremo a ricercare negli scaffali di casa quel vecchio Einaudi di James Purdy finito chissà dove; che andremo in libreria per acquistare i BUR dei racconti di Mavis Gallant, o i libri di Joe Mitchell recentemente ripubblicati da Adelphi.

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