Adriano Sofri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adriano-sofri/ un blog di approfondimento culturale Thu, 12 Apr 2018 08:09:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Adriano Sofri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/adriano-sofri/ 32 32 Il cruccio di un lettore selvaggio https://minimaetmoralia.it/libri/cruccio-un-lettore-selvaggio/ https://minimaetmoralia.it/libri/cruccio-un-lettore-selvaggio/#respond Thu, 12 Apr 2018 06:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36896 Questo pezzo è uscito su Alias, l'inserto del Manifesto, che ringraziamo.

di Andrea Inzerillo

Una prova di ostinata fiducia nella lettura. Un elogio del mestiere di traduttore e delle vite più o meno ordinarie che si celano dietro figure abitualmente considerate “di servizio”. Un’analisi della materia di cui è fatto un libro, dagli aspetti redazionali a quelli tipografici. Una questione filologica che diventa un vero e proprio enigma, un caso letterario. Un invito alla ricerca: Una variazione di Kafka, il libro di Adriano Sofri appena pubblicato da Sellerio, è un po’ tutto questo.

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Questo pezzo è uscito su Alias, l’inserto del Manifesto, che ringraziamo.

di Andrea Inzerillo

Una prova di ostinata fiducia nella lettura. Un elogio del mestiere di traduttore e delle vite più o meno ordinarie che si celano dietro figure abitualmente considerate “di servizio”. Un’analisi della materia di cui è fatto un libro, dagli aspetti redazionali a quelli tipografici. Una questione filologica che diventa un vero e proprio enigma, un caso letterario. Un invito alla ricerca: Una variazione di Kafka, il libro di Adriano Sofri appena pubblicato da Sellerio, è un po’ tutto questo.

Quella che potrebbe apparire come una questione oziosa – un passo della Metamorfosi non corrispondente al testo originale: errore di traduzione o qualcos’altro? – assume immediatamente un valore metodico;il tentativo di dare risposta a un’ossessione si configura come l’atteggiamento che ogni lettore può sognare di avere nei confronti della propria passione letteraria. Non c’è dubbio che per farlo occorra molto tempo a disposizione, e i detrattori di Sofri potranno agevolmente soffermarsi su questo aspetto – magari aggiungendo che l’orizzonte politico sembra ormai lontanissimo dagli interessi dell’autore,dedicatosi a quel che parrebbe essere(e forse in parte è) una sorta di divertissement borghese. E tuttavia prendere il tempo da dedicare alla ricerca e alla scrittura di un libro come questo significa assumere una posizione meno scontata di quel che appare, e non priva di interesse,che richiede di essere esplorata più a fondo.

Secondo un biografo citato nella seconda di copertina, «una singola sillaba in Kafka può suscitare le emozioni del lettore fin nel profondo». E su una sola sillaba si potrebbe passare una vita intera, a condizione di essere capaci di istituire un orizzonte di senso,di trasformare quelle emozioni e farle risuonare, creando uno spazio in cui esse possano costruire una cosmologia che sorprende pagina dopo pagina perché, ad esempio,strettamente intrecciata con la storia letteraria e politica del Novecento. Il punto di partenza di Sofri è la traduzione italiana del più noto dei racconti di Kafka, e più precisamente quella che sembrerebbe essere una curiosa svista della traduttrice Anita Rho: se il testo originale recita «lampioni elettrici della strada» (Straßenlampen), la versione italiana parla di «tranvia elettrica» (Straßenbahn). «Ma come si fa a prendere un tram per un lampione?». È questa l’origine di un percorso che decide di non porsi limiti e di percorrere programmaticamente tutte le deviazioni nelle quali incorre, anche le più azzardate,alla ricerca di corrispondenze tanto irrealizzabili quanto affascinanti. Ci si imbarca così in un’indagine che attraversa la geografia di molti luoghi, dalla Spagna all’Uruguay, da Praga a Trieste, rievocando imprese letterarie e culturali diverse e lontane, da Karl Kraus alla Revista de Occidente di Ortega y Gasset, alla costante ricerca di nessi e prove di una tesi che si va precisando via via e assume una sempre maggiore consistenza. Anche se è da subito evidente che il fatto che Kafka sia o meno l’autore di una delle rarissime varianti del racconto (questa la tesi) è solo una delle questioni in campo,e in fondo neanche la più importante. Questo libro è essenzialmente un saggio letterario, ma appartiene a quella famiglia di rari saggi capaci di interpellare nel profondo la scrittura saggistica stessa. Forse è l’oggetto della narrazione a determinare questa condotta, dal momento che la scrittura di Kafka ha interrogato altri autori importanti– da Walter Benjamin a Deleuze&Guattari, da Luciano Zagari a Elias Canetti – capaci di offrire altrettanti spunti innovativi. Che nessuno di essi sia citato nel libro di Sofri è un ulteriore elemento di interesse nei confronti di un’operazione che vuole essere, in fin dei conti, un omaggio alla grandezza della letteratura kafkiana.

E tuttavia questo non è soltanto un libro su Kafka. Il fil rouge è semmai una domanda essenziale e nascosta:come si scrive un saggio? Molte forme di saggistica istituzionalizzata – la stragrande maggioranza di una produzione accademica superflua e anestetizzata – sembrano impedirsi strutturalmente una lettura viva e inibire di conseguenza possibilità di innovazione. La posizione di Sofri, dichiaratamente amatoriale, traduce una passione profondamente umanistica in cui la finesse ha più importanza della géometrie, e nasce da un debito esplicitato nei ringraziamenti: «un’occasione importante che mi indusse a occuparmi più da vicino di Kafka fu l’amore che gli aveva dedicato per tutta la vita Antonio Cassese». Vengono in mente altri testi, di tipo molto diverso, che potrebbero dialogare con questo libro in quanto modelli trasversali per chiunque provi a misurarsi con questa forma di scrittura: dal saggio di David Foster Wallace su Strade perdute di David Lynch al Domenico Scandella detto Menocchio di Carlo Ginzburg, dalle Lezioni americane di Calvino al ritratto di Lucentini realizzato da Domenico Scarpa – ognuno aggiungerà a piacimento i riferimenti che segnano i piccoli e grandi momenti spartiacque della propria carriera di lettore.

Se Una variazione di Kafka può aggiungersi a questa lista di punti di riferimento che gli studenti di qualsiasi disciplina potrebbero leggere con profitto è perché condivide uno spirito più che un’impostazione, e anche perché, pur con i limiti che gli specialisti potranno riscontrare – anche se non è da escludere che il testo possa giovare ai più rigorosi tra i germanisti di professione –, è come quegli altri un’operazione vitale, e c’è da augurarsi contagiosa.

Parlando del modo in cui si dovrebbe scrivere un libro di filosofia, Gilles Deleuze lo ha paragonato a una specie di romanzo poliziesco. Sofri probabilmente non è consapevole di aver preso quasi alla lettera l’indicazione di Deleuze, realizzando un libro che è un inno all’intus legere anche per il fatto di spingerei lettori ad assumere il medesimo atteggiamento. Così sembra di poter leggere infatti alcune affermazioni che chiedono di essere interrogate, come a costituire uno dei tanti strati e delle tante sottotrame di un libro che invita il lettore a replicare lo stesso gioco che l’autore ha giocato nell’esplorare la scrittura di Kafka.

È il caso del duplice riferimento – improvviso,inatteso – a un pubblico prevalentemente femminile cui si starebbe rivolgendo: «Sto pretendendo dai lettori – dalle lettrici, più probabilmente» (p. 99); «Potete immaginare che gloria sarebbe per me se qualcuno, o probabilmente qualcuna […]» (p. 124) (corsivi miei). Più che una forma di galanteria, uno dei campanelli presenti nel testo, quasi ad accertarsi di non perdere il lettore nei meandri di una ricerca che non ha gli aspetti di una ricerca ordinaria.

D’altra parte non si tratta di un libro rivolto a un pubblico di studiosi, ma di un dialogo aperto a qualsiasi tipologia di lettore. Lo stile di Sofri è preciso e ironico, di una leggerezza densa di studio e di pensiero. Di qui l’organizzazione del testo, diviso in due parti: il saggio principale e le note, che costituiscono a loro volta un altro saggio, un «libro ombra», l’upside down di quello che leggiamo. I due godono di esistenze potenzialmente autonome, anche se sbaglieremmo a pensare il secondo come l’apparato scientifico del primo visto che ne rappresenta semmai il diario di bordo, l’elenco ordinato e ragionato delle tappe affrontate e la possibilità concreta di dar spazio a tutte le eventuali derive. Da questo punto di vista non esiste differenza stilistica tra le due parti, pervase come sono della soggettività della ricerca. Quale vera ricerca, in fondo, può esserne esente?

È questo forse il punto essenziale, ciò che più contrasta con la pratica di una presunta e asettica scientificità così diffusa nei nostri tempi. Non tutte le ricerche sono utili. E per quanto avvincente, non è l’oggetto di questa ricerca a distinguerla da molte altre. Né è determinante il talento dell’autore, il cui linguaggio è qui essenziale,chirurgico: i mondi che ha scoperto sono talmente tanti da non poter perdere tempo in chiacchiere o notazioni superflue. Sottoposto al vaglio di una commissione di valutazione della ricerca universitaria, non la passerebbe liscia. Eppure questo libro svela i meccanismi che possono motivare e rendere appassionante una ricerca, e sembra dire a ogni potenziale ricercatore: «fa’ in modo di assumere questo atteggiamento, oppure dedicati ad altro».

“Passione” non è forse il termine più esatto: sarebbe meglio definirlo un vero e proprio tormento. Tra Straßenbahn e Straßenlampen, l’alternativa che tormenta Sofri è feconda ancorché irrisolta, o forse feconda proprio perché irrisolta, e si sarebbe quasi tentati di affermare che «di fronte a due così incerte interpretazioni, se ne può dedurre a buon diritto che siano entrambe inesatte» e tuttavia, come nel cruccio sull’origine della parola “Odradek” che preoccupa il padre di famiglia dell’omonimo racconto di Kafka, «nessuno si affannerebbe in simili studi» se dietro una simile questione non si celasse qualcosa di importantissimo. Che altro non è se non la posta in gioco di ogni lettura, e il suo nesso inestricabile con la vita. Non soltanto dunque il percorso che partendo dall’Internazionale dei traduttori di Kafka ci conduce da Borges all’elogio di Google (anche Google è una lei, scommette Sofri), dal Kinematographen-Theater della Praga primo-novecentesca alla guerra civile spagnola, o che ci porta a scoprire l’esistenza di personaggi dimenticati come l’ebrea-artista-intellettuale-comunista-puttana Margarita Nelken. Ma un più generale e segreto patto che lega il lettore al libro che ha tra le mani, una promessa di felicità e una prova di emancipazione: la possibilità di far parte della costruzione del mondo letterario se si crede fino in fondo nelle potenzialità che esso dispiega. Un rimescolamento dei ruoli non semplice, non frequente, non scontato, eppure significativo, reale e vitale.

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Un vuoto dove passa ogni cosa. Vita controvento di Maria Teresa Di Lascia https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/un-vuoto-dove-passa-ogni-cosa-vita-controvento-di-maria-teresa-di-lascia/#respond Thu, 31 Mar 2016 05:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30420 Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l'autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

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Questo pezzo è uscito sul Foglio il 12 marzo scorso: ringraziamo la testata e l’autrice.

È il 1975 quando una studentessa che viene da un minuscolo paese della provincia di Foggia si avvicina al Partito Radicale: si chiama Maria Teresa Di Lascia, studia Medicina a Napoli e sogna di diventare missionaria laica, viaggiare e curare gli altri.

È il 1995, la ragazza di Rocchetta Sant’Antonio avrebbe quarantuno anni ma è morta di cancro l’anno prima. Il romanzo che in sordina ha fatto in tempo a consegnare a Feltrinelli le sopravvive, sbaraglia Le maschere di Luigi Malerba e trionfa al premio Strega, eccezionalmente assegnato postumo (era accaduto al Gattopardo di Tomasi di Lampedusa per lo stesso editore). Molto prima di Elena Ferrante, a Villa Giulia c’è una gara giocata da un libro e non da un autore, il quasi esordio di un nome nuovo ai lettori, un best seller che non offre che la propria storia. Come L’amica geniale – ma non ci sono altre somiglianze – anche Passaggio in ombra è una saga familiare ambientata nel sud dell’Italia.

I vent’anni intercorsi fra quei due snodi valgono cento, la Di Lascia improvvisamente scoperta da tutti non è una sconosciuta, fuori dall’ambiente letterario: è stata vicesegretaria di partito e onorevole, ha diretto un giornale, fondato insieme al compagno e poi marito Sergio D’Elia Nessuno tocchi Caino, la più importante associazione italiana contro la pena di morte, ha coordinato con Adriano Sofri “Un digiunatore al giorno” in solidarietà con le vittime delle guerre nei Balcani, ha incontrato il Dalai Lama, lasciato la facoltà di Medicina e fondato un’associazione per tutelare i pazienti che scelgono l’omeopatia, ha adottato sul mondo uno sguardo più femminile che femminista piegando ogni battaglia al suo linguaggio.

Da quella festa del 1995 a cui presero parte tutti tranne la festeggiata, persino Pannella che al Ninfeo non c’era mai stato prima e non tornerà mai più dopo lo Strega alla “strega radicale”, come la chiamava, da quella sera triste ed euforica sono passati altri vent’anni durante i quali io misuravo la distanza fra le generazioni, fra quella donna vissuta quando tutte le scelte private erano anche politiche e me, venuta su mentre la dimensione partecipativa si sgretolava e i miei coetanei congedavano l’idea che votare, associarsi, manifestare fossero verbi intimamente connessi con l’identità individuale.

Una distanza che si trasformava in abisso, mentre il mondo in cui ero nata invecchiava, servivano strumenti nuovi, magari dovevo essere proprio io a inventarli, toccava alla mia generazione figlia di quell’altra, e mi tornava in mente quel romanzo amato d’istinto, che cominciava così: «La creatura sgraziata che mi viene incontro dallo specchio ombrato dell’ingresso, che separa la cucina dal bagno, e quello della stanza del divano, sono io».

La creatura in cui mi ero specchiata taceva. Era affidata alle voci degli altri; chi l’aveva incontrata la ricordava, chi non riusciva a dimenticarla ne cercava le tracce, guardava le poche foto in circolazione interrogando quegli occhi in bianco e nero; nascevano biografie, un documentario, una piazza, un’associazione e un premio letterario per Maria Teresa Di Lascia. Quanto a me, registravo notizie laterali e dettagli biografici sull’autrice del libro di cui mi ero impossessata con quella febbre che si manifesta solo nell’adolescenza, quando siamo certi che le storie dei grandi siano state scritte apposta per noi.

Oggi quella voce che in Passaggio in ombra non si zittiva, svelta e assillante come un animaletto indolenzito e spaurito, assertiva come una figlia bastarda troppo e male amata da una famiglia matrilineare, parla di nuovo. Esce per le Edizioni dell’Asino, curata da Antonella Soldo, un’antologia di interviste, articoli, racconti il cui titolo riprende le righe di una lettera a Sofri, Un vuoto dove passa ogni cosa. Quel vuoto è la scrittura. Di Lascia attraversa spedita la storia e gli individui senza mai scambiarli per massa, e dentro quel vuoto ci sono la politica e la vita.

Lì nascono i suoi interventi e la sua letteratura, lì abitava la persona nascosta dietro Passaggio in ombra: «la morte verrà quando verrà e nessuno ci potrà fare niente. Mi porteranno via, per queste strette scale dei palazzi moderni, e avranno un gran da fare per svuotare tutto il ciarpame che è stato la mia vita». Il ciarpame è ora raccolto in questo libro, da mettere accanto a quell’altro accolto con stupore nel 1995 da lettori e critici improvvisamente costretti a chiedersi cos’erano impegnati a fare, da quale inutile pensiero erano distratti mentre quella voce chiedeva e scriveva senza sosta.

Se alla Conferenza sui Diritti Umani, a Vienna, Di Lascia viene affascinata dall’idea tibetana dell’agire senza fine, senza premio, senza utile, appena dopo precisa: «queste riflessioni non mi hanno impedito di massacrare una ragazza tedesca che stava con noi». Scopriamo che la scrittrice di Rocchetta è prossima al bene ma non sente il dovere di essere buona, è una razzista dell’intelligenza, una razzista culturale, «secondo me sono una ragazza della via Paal», non ha paura della morte ma ha nausea del tempo che le cancella gli zigomi a matita, svelando un volto di quarant’anni e da bambina pesta.

«Bisogna, mi pare, essere asciutti come marinai o come donne che hanno già pianto», scrive androgina, lei che l’otto marzo non si prenderebbe neanche il disturbo di abolirlo («è stato già abolito. A ricordarcelo ci stanno soltanto le testate giornalistiche e le televisioni e tutti quelli che, sapendo bene quanto una cosa è stata abolita, la ricordano soltanto come un catafalco», dice ai microfoni di Radio Radicale), lei che di quella festa non vede nemmeno più la retorica, solo la bara vuota in mezzo a una nevrosi collettiva di competitività maschile e femminile.

Quanto alle femministe, basta osservare che fine hanno fatto: «quasi tutte sono finite a scrivere nelle redazioni di giornali» a raccontarsela, mentre fuori, nel mondo, la parità è rimasta imprigionata nella riproduzione meccanica del rito dell’indipendenza, senza un passo avanti verso la realizzazione personale; il legittimo bisogno di essere autonome, una volta esaurito, dovrebbe coincidere con un desiderio di realizzarsi che riguarda tutti, senza distinzioni di sesso.

«Io fra votare Nilde Iotti e votare un uomo intelligente preferisco votare un uomo intelligente, per essere chiari ed espliciti» è la risposta alla paura che una legge uninominale nel 1988 avrebbe potuto penalizzare le donne, ma è anche una frase di odierno buon senso, riutilizzabile come argine ogni volta che le quote rosa minacciano di esondare, perché nascere maschi o femmine è un puro incidente biologico e dovrebbe destare sempre meno preoccupazione, non sempre più chiacchiericcio. E tuttavia è in buona parte femminile la responsabilità della nonviolenza, di cui il femminismo avrebbe potuto essere portatore formidabile, un’occasione mancata sul cui rimpianto però non c’è stupore: «non ho mai creduto che coloro che avessero la cultura della rivoluzione o dei rivoluzionismi sarebbero stati particolarmente in grado di porsi in maniera paritaria e intelligente nei confronti dei rapporti».

Nel 1989 Di Lascia discute la Ru486 definendola “la pillola della solitudine” che secondo lei non restituisce l’utero alle donne ma lo vende a una casa farmaceutica, e teme il ritorno buio a un rito esoterico e privato: abbiamo fatto tanto per far uscire l’aborto dalle case, siamo sicure di volercelo rinchiudere di nuovo? Nel 1991 interviene alla Conferenza internazionale sull’Aids e, mentre l’immaginario comune è arenato su tossicodipendenti e omosessuali, riporta: «voi sapete che su dieci persone sane che si ammalano otto sono donne. E lo prendono con le trasfusioni dopo i parti che avvengono negli ospedali».

Questa era Maria Teresa Di Lascia, e insieme, di nascosto dai più e forse anche da se stessa, una scrittrice che spiava la famiglia, la follia e l’amore dietro una porta socchiusa, la narratrice di un mondo intimo che scansava trappole come l’utilizzo letterario del sociale e il ricatto del civile. «Io credo che la vera arte si occupi sempre di sociale, anche quando non lo rappresenta proprio», esordisce presentando a Roma una mostra contro la pena di morte, e cita Elsa Morante: il processo artistico come ricomposizione nell’immaginario di una realtà atomizzata, senza scopo didattico.

Ancora, sull’aggettivo “civile”, dopo aver insistito per usarlo a proposito di Nessuno tocchi Caino, spiega che serve a designare un impegno fuoriuscito dal parlamento, «ma con questa parola non si vuole certo dividere il mondo in civili e incivili». Per fortuna l’arte dev’essere incivile, e la letteratura della Di Lascia lo è, anche nei racconti, alcuni bellissimi, come La moglie e Compleanno, raccolti in questo volume; è una letteratura sgarbata, ancestrale, fastidiosa – incivile almeno quanto era stata civile la sua breve esperienza parlamentare e quella più lunga di partito, la cittadinanza vissuta con pienezza, senza perdersi nessun dubbio, nessuna possibilità di suscitare dubbi negli altri.

Per Di Lascia la politica è innocenza, intesa come disponibilità totale, gradiente di comprensione della realtà, capacità di accogliere le sfide; un’innocenza non passiva, l’opposto della stupidità, addirittura il suo antidoto. Gli occhi di Chiara D’Auria, sua alter ego protagonista di Passaggio in ombra, sono quelli di una bambina innocente e coraggiosa che diventa grande mantenendo i segreti degli adulti, scansandosi dalle maldicenze di provincia, imparando come difendersi dalla fragile aggressività dei cosiddetti valori maschili.

Nel 1995, su quel palco di Villa Giulia dall’aria festosa e smarrita come quella di un funerale – i funerali non si fanno mai il giorno del funerale – c’erano anche i fratelli. Uno di loro, nel documentario L’audacia e il silenzio curato da Alessandro Galano, ricorda il disappunto di Maria Teresa: come fai a leggere solo quindici libri l’anno, gli chiedeva costernata, e nemmeno quelli giusti. Quindici era un numero irrisorio per la fame di esperienza di una donna che teneva il libro aperto sulle ginocchia e parlava, guardava la televisione e leggeva, litigava e leggeva. «Un litigio non lo si nega a nessuno», diceva, e come tutte le persone di cattivo carattere a chi glielo faceva notare rispondeva che non era vero, lei aveva semplicemente un carattere, «il carattere è il destino delle persone», ripeteva, ed è anche il cuore del suo romanzo, popolato da creature incapaci di uscire da se stesse, inchiodate a un luogo, a un oggetto, marchiate da forza o debolezza, o anche solo da una smorfia, dal nervosismo, dalla paura.

«Io, come tutti, ho fatto solo quello che potevo» conclude in una lettera al padre, aperta con la dichiarazione d’indipendenza dei figli che hanno smesso di essere tali, ovvero la consapevolezza di aver deluso i propri genitori e di essere sopravvissuti senza traumi a quella delusione, perché non è mica un gran dolore, significa solo essere diventati adulti: «non credere che non sappia che sei molto dispiaciuto per l’assetto complessivo della mia vita e per, l’apparente, testardaggine che sembra racchiuderla».

Una testardaggine che le fa dire, appena incontrato Sergio, detenuto di Prima Linea in permesso premio per andare al congresso Radicale: «di questo qui me ne occupo io», e da allora non lo lascia più, si prende cura di lui ogni minuto con quello che nel romanzo sarà definito «il coraggio fragile e spietato del dono seppure transitorio dell’amore». Intanto lavora a Nessuno tocchi Caino, insiste perché nella descrizione dell’associazione non trovi posto il verbo uccidere, come da traduzione biblica di Erri De Luca.

La radicale e la romanziera non sono due persone diverse, anche se scrivendo narrativa Di Lascia dava alla sua voce un’attitudine che l’ampiezza dei suoi interventi non le avrebbe permesso, quella di farsi minuscola, paesana, soffocata. È il respiro rotto della letteratura a rendere universale quella piccola voce, insieme alla capacità di raccontare il dolore, l’inquietudine, il presagio. Passaggio in ombra era il racconto di molte morti, sempre descritte come un sonno perché «c’è qualcosa di inquietante nel sonno delle persone che amiamo; qualcosa che, se ci mettiamo all’ascolto, contiene la profezia della loro morte».

Se ne vanno uno dopo l’altro i personaggi di quel romanzo intimo e corale, mentre chi li osserva aspetta il destino senza paura e senza spocchia, immaginando l’addio con le sole categorie che abbiamo a disposizione, quelle dei vivi, con la paura che dà pace e terrore insieme: che la morte non sia nient’altro che un luogo dove nessuno ti chiama per nome, nessuno ti viene più a cercare.

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Come stanno i giornalisti oggi in Italia? Una conversazione con Adele Cambria https://minimaetmoralia.it/interviste/come-stanno-i-giornalisti-di-oggi-in-italia-una-conversazione-con-adele-cambria/ https://minimaetmoralia.it/interviste/come-stanno-i-giornalisti-di-oggi-in-italia-una-conversazione-con-adele-cambria/#comments Sat, 07 Nov 2015 16:08:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29021 Il 5 novembre scorso è scomparsa Adele Cambria, giornalista e scrittrice protagonista della vita culturale italiana: storiche le sue collaborazioni con L'Europeo, Il Giorno, Paese Sera, Lotta Continua, in seguito La Stampa e L'Unità. Recitò per Pier Paolo Pasolini nei film Accattone, Comizi d'amore e Teorema. Come scrittrice ha pubblicato, tra gli altri, il libro Nove dimissioni e mezzo (Donzelli). Per ricordarla pubblichiamo un'intervista inedita di Luciana Cimino, che ringraziamo. Il colloquio risale a tre anni fa (fonte immagine).

di Luciana Cimino

Avevo preparato una grande quantità di domande, perché tante erano quelle che volevo farle da quando ho letto per la prima volta il suo libro, Nove dimissioni e mezzo, che penso sia un testo fondamentale. Ma volevo iniziare però dalla Calabria…

In questo periodo sto collaborando con il quotidiano di Aldo Varano, Zoom Sud, su cui ho scritto un pezzo che ha suscitato un dibattito molto ampio. Ho raccontato l’amore e la scoperta della sessualità a Reggio Calabria negli anni ’50... pensi che all’epoca ero fidanzata con un giocatore di pallanuoto, un bel ragazzo, che studiava ingegneria, con il quale andavo sulla spiaggia quando fuggivo dall’ora di storia dell’arte e un giorno gli prestai Tenera è la notte di Scott Frizgerald, mi ha guardato come se lo avessi insultato e dopo mi scrisse un biglietto in cui mi rispose: “Ti amo tanto, ma non puoi pensare che io legga altri libri all’infuori dei testi dell’università”.

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Il 5 novembre scorso è scomparsa Adele Cambria, giornalista e scrittrice protagonista della vita culturale italiana: storiche le sue collaborazioni con L’Europeo, Il Giorno, Paese Sera, Lotta Continua, in seguito La Stampa e L’Unità. Recitò per Pier Paolo Pasolini nei film Accattone, Comizi d’amore e Teorema. Come scrittrice ha pubblicato, tra gli altri, il libro Nove dimissioni e mezzo (Donzelli). Per ricordarla pubblichiamo un’intervista inedita di Luciana Cimino, che ringraziamo. Il colloquio risale a tre anni fa (fonte immagine).

di Luciana Cimino

Avevo preparato una grande quantità di domande, perché tante erano quelle che volevo farle da quando ho letto per la prima volta il suo libro,  Nove dimissioni e mezzo, che penso sia un testo fondamentale. Ma  volevo iniziare però dalla Calabria…

In questo periodo sto collaborando con il quotidiano di Aldo Varano, Zoom Sud, su cui ho scritto un pezzo che ha suscitato un dibattito molto ampio. Ho raccontato l’amore e la scoperta della sessualità a Reggio Calabria negli anni ’50… pensi che all’epoca ero fidanzata con un giocatore di pallanuoto, un bel ragazzo, che studiava ingegneria, con il quale andavo sulla spiaggia quando fuggivo dall’ora di storia dell’arte e un giorno gli prestai Tenera è la notte di Scott Frizgerald, mi ha guardato come se lo avessi insultato e dopo mi scrisse un biglietto in cui mi rispose: “Ti amo tanto, ma non puoi pensare che io legga altri libri all’infuori dei testi dell’università”.

Spesso esiste un particolare sentimento di odio-amore negli emigranti calabresi. In che rapporti è in questo momento con Reggio Calabria?

Io amo il mare dello Stretto di Messina, mi fa proprio bene, anche se non ho più casa lì perché mia nipote preferisce altre mete e ha venduto la sua porzione di casa nel vecchio agrumeto ad una “signorotta” locale che non voleva neanche farmi passare nella mia porzione di terreno per entrare, mi ha minacciato anche delle volte, prendendomi per il bavero della giacca e alla fine sono stata costretta con dolore a vendere quella casa a cui ero molto legata. Il mio avvocato dì quelle parti nonostante le mie rimostranze per il torto subito mi ha detto: “Adele, tu torni a Roma, io resto qui”. Che è una frase che dicono in tanti quando cerchi di affrontare certe questioni.

Lei dice che la Calabria è “una regione scavalcata dalla Resistenza”, e per anni ha subito questo che possiamo definire un “senso di inferiorità”.

È vero, avevo questo complesso di inferiorità. Ma anche durante la rivolta di Reggio, ero in albergo come inviata de L’Europeo, e cosa facevano i vari Pansa, Pierini e vari? Giocavano a carte, bevevano, aspettavano il telegiornale e cantavano le canzoni della Resistenza in Val D’Ossola, ed io mi sentivo un “negro”.

Ma lei pensa che questa mancata Resistenza abbia influito sulla costruzione di una coscienza civile forte?

Penso che una Resistenza bellissima al Sud fu quella organizzata da Maria Occhipinti durante la rivolta dei “Non si parte!” a Ragusa. Però fu strozzata dal giudizio di Togliatti, il quale riteneva che quella rivolta fosse orchestrata dai fascisti e dai latifondisti, quando in realtà era un moto del popolo che si era ribellato alla monarchia e al fascismo. Diciamo è sempre esistita una certa distanza… e questo ha influito molto.

Restando al rapporto tra sinistra e Calabria: riguardo i moti di Reggio lei ha proposto un’analisi affatto comune. Perché il Pci non comprese quello che stava succedendo?

Di appartenenti all’MSI c’è ne erano tre. Il resto erano tutti democristiani. Venne a Reggio Gerardo Chiaromonte, inviato dal Comitato Centrale, vide un po’ quello che succedeva all’inizio, poi disse: “Torno in hotel a leggere Goethe”. Rimase due giorni e poi tornò a Roma. Dopo mandarono il povero Pietro Ingrao, il 9 Agosto, difeso dalla celere, con cartelli con su scritto “i compagni di San Batello chiedono al compagno Ingrao perché Reggio non può essere capoluogo”, delle cose strazianti.  Quindi arrivò  nel 1972 a Villa San Giovanni Giorgio Almirante, per le elezioni comunali. Io scesi con Lello Massobrio di Lotta Continua per fare un filmato. A Reggio in quelle elezioni l’MSI prese il 70%, insomma ottennero il massimo risultato col minimo sforzo.

Esiste ancora l’isolamento – quasi geografico – della Calabria, come se fosse un’isola, oppure l’unità col resto dell’Italia negli ultimi trent’anni è diventata più concreta?

Ho scritto il mio sogno tempo fa: che i calabresi da migranti diventassero viaggiatori. Invece si è tornati proprio all’emigrazione intellettuale.

In Nove dimissioni e mezzo lei spiega: “Quando Gaetano Baldacci mi mandava a Roma diceva che avevo ‘un occhio vergine sui personaggi’, visto che non conoscevo nessuno, non avevo amici illustri…”

L’occhio vergine l’ho sempre mantenuto. La mia pensione, prima dell’insediamento di Monti, era arrivata a 1.500 euro dopo sessant’anni di giornalismo, perché quando mi dimettevo non avevo i soldi per pagare i contributi. Adesso è ridiscesa a 1489, e questo è il fatto: l’occhio vergine si paga. Questa casa è stata comprata con i sacrifici di quattro generazioni di agricoltori e  professionisti, diceva mia madre, che mi urlava: “ E tu la riempi di comunisti e donnacce”, Lotta Continua e femministe.

In quel tempo lei ha avuto la fortuna di incontrare tutti i nomi più importanti della letteratura del Novecento,  da Pasolini ad Elsa Morante, passando per Moravia. Cos’è cambiato oggi nel ruolo dell’intellettuale?

Dopo Pasolini per me c’è solo Adriano Sofri in quel ruolo, è l’unico che ha qualcosa da dire. Ma in linea di massima oggi non esiste più quella leva intellettuale perché scarseggiano proprio dei punti di vista originali sul mondo, non c’è richiesta di una qualità di scrittura alta.

Lei è stata anche una delle primissime a scrivere di maternità consapevole, dei sentimenti che si provano durante la maternità, dei conflitti che vive una donna in carriera, una delle prime giornaliste a scrivere di aborto.

Una ginecologa triestina mi prescrisse il diaframma: forse sono l’unica ad averlo usato in Italia, perché non funzionava bene, quindi non mi sono mai trovata nella condizione di abortire. Poi ho sottoscritto i modelli “ho abortito e ho aiutato ad abortire”, ma insomma, penso che sia una violenza che si somma ad un’altra violenza. Nel corso degli anni sono diventata più spietata, perché penso sia assurdo che tutte le donne italiane, maggiorenni, consapevoli, si lascino mettere incinta quando non vogliono o non possono avere un figlio. Ormai ci sono tutti i metodi possibili a livello anticoncezionale per scongiurare un aborto.
Poi c’è un problema di strutture che lo praticano, c’è un tasso di obiezione altissimo, a Roma c’è rimasto solo il San Camillo, nella provincia di Reggio Calabria solo a Polistena, una cosa incredibile.

Nelle redazioni parecchio tempo fa, le donne dovevano scrivere con uno pseudonimo maschile, è stato così anche per lei?

Al Mondo di Panunzio avevo il mio nome. Poi siccome c’erano tre firme femminili, Giulia Massari, pur avendo più anni di me, spesso si firmava come “L’inviato”.

In seguito c’è stata una fase, durata molto, in cui alle donne venivano dati argomenti da donna. Oggi esistono delle differenze? Perché si è perso quel modo di fare cronaca mondana, come facevate lei e Camilla Cederna?

Perché noi non lo abbiamo più voluto fare, mi ricordo che quando lavoravo con un giornale del Movimento Politico dei Lavoratori (ho fatto anche questo) c’era un tipografo che mi aveva conosciuto al Giorno e faceva: “Ma signora Cambria, ma perché lei scrive di tutte queste cose noiose, politiche, serie, di inquinamento? Ma si ricorda le sue prime a “La Scala”?”

Com’è stata, invece, l’esperienza di Effe?

Il mio sogno è quello di fare un giornale di sole donne e mi ricordo che a Effe, oltre a litigare sempre, ero l’unica professionista… e quindi detestata. A volte ripassavo i pezzi, senza manipolarli ovviamente, li correggevo, li pulivo. Ho lanciato Anna Vannucci, che è diventata una brava giornalista. Dicevo facciamo un po’ di autocoscienza, così almeno non ci strappiamo i capelli, insomma autocoscienza, senza essere pagate, era un urlo generale!

Lei sostiene che “il giornalismo si fa con l’odore dei fatti”, un’espressione che a me è piace molto. Pensa che questa convinzione anche con l’uso della tecnologia sia sempre valida?

Ai tempi del Giorno di Baldacci noi avevamo delle macchine che ci portavano sul luogo, il fatto di stare dietro una scrivania impoverisce ovviamente le pagine dei giornali. Perché occorre stare sul posto per capire tante cose. Un’altra mia utopia è che qualsiasi firma che scrive su un giornale o un settimanale debba dare un curriculum con le sue letture e le sue idee politiche, visto che l’obiettività non esiste. E quindi le notizie che vi darò non sono filtrate attraverso il mio deputato preferito, che magari mi ha fatto avere un contratto milionario, ma attraverso le mie letture e le mie idee sia etiche, che politiche. Questo sarebbe bellissimo.

A un certo punto lei scrive che “il giornalismo ruba la vita”: mi chiedevo se alle donne la rubasse di più.

Certo, è difficile mettere insieme figli e lavoro. Quando poi come nel mio caso si crescono da soli, perché si divorzia, è molto difficile.

In Nove dimissioni e mezzo racconta che ai tempi della Stampa avrebbe voluto far causa all’editore, cioè agli Agnelli, e il suo avvocato le disse: “Puoi anche farla e vincerla, ma poi non scriverai mai più da nessuna parte”…

Allora me ne sono andata in Inghilterra…

È un ricatto ancora vivo questo?

Certamente… infatti voi come state? Come stanno i giornalisti oggi in Italia?

L'articolo Come stanno i giornalisti oggi in Italia? Una conversazione con Adele Cambria proviene da Minima et Moralia.

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Steinbeck https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/ https://minimaetmoralia.it/fiction/steinbeck-giordano-tedoldi/#respond Fri, 23 May 2014 10:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18325 Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell'antologia di autori vari La qualità dell'aria.

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

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hockney

Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria. (Immagine: “Portrait of an Artist (Pool with two figures)”, David Hockney. Fonte.)

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

Può capitarti che sei in vacanza, sei a sciare, sei andato sul ghiacciaio del Cervino, e la sera hai voglia di comprare un po’ di roba al supermarket perché da mangiare, a casa, non c’è più niente. Compri questo fottio di roba al supermarket alle falde del Cervino e ti presenti alla cassa con un carrello stracolmo e la carta di credito non funziona. Non funziona perché il tuo amante della banca, la banca che ti ha dato la carta, ha deciso di togliertela. Lui non ti darà spiegazioni. Te la vuole togliere e basta. Gelosia. Non ti resta che far pagare qualcun altro, tirare fuori dei contanti come un pezzente qualunque, peggio ancora, come un pezzente con carta di credito tagliata da grandi forbici, balbettare una scusa umiliante o fingerti indignato e lasciare la spesa che hai impiegato anni a fare. Col cazzo che poi ci puoi tornare, a quel supermarket, l’unico seriamente fornito di Cervinia, dopo una figura così.

Il comportamento delle banche non è mai razionale. Io con le banche, nella mia vita, ho avuto rapporti ottimi, pessimi, discreti, buoni, decenti, graduati insomma. Non ho mai incontrato un direttore di banca che sapesse quello che stava facendo. Figuratevi i suoi sottoposti. C’è il tipo del direttore di banca megalomane, che pensa di meritare il posto di Alan Greenspan alla Federal Reserve, ma purtroppo è costretto a starsene nella sua discreta filiale di Centocelle. C’è quello lumacone, che è disposto a farti un trattamento di tutto riguardo se regali un caminetto alla moglie. C’è quello che si sente preside di scuola, e ti prende da parte e ti dice così non si fa. C’è quello che quando lo vai a trovare dopo essere stato sul ghiacciaio del Cervino, dopo che lui ti ha smerdato al supermarket dove avevi fatto la spesa, non si degna di salutarti, di prenderti in considerazione. Tu gli restituisci la carta di credito e gli dici: “Brutto figlio di puttana e allora?” E lui: “Purtroppo c’era uno scoperto di cinque, dieci, ventimila euro”. E tu: “Ringrazia Iddio che mi manca un braccio sennò ti strozzavo, quant’è vero Iddio ti strozzavo”.

Sì sì, tra di voi, lettori, lo so che ci saranno quegli ingenui, quegli stronzetti vestiti firmati dalla testa ai piedi che pensano che sto esagerando. Quei testa di cazzo con il vizio di toccarsi ogni cinque secondi il colletto della camicia. Li conosco, stronzetti come voi. Fate una prova, stronzetti, fatevi un mese, o due mesi, a duecento euro al mese. Prosciugate i vostri conti, dite che il papà è stato arrestato per bancarotta fraudolenta, dite che la mamma s’è beccata un esaurimento nervoso e non tiene più in pugno la famiglia e la filippina s’è licenziata perché non prendeva lo stipendio dall’11 settembre. E vediamo se non vi cambia la vita. Stronzetti con quei colletti delle camicie che non stanno mai fermi, ve li toccate ogni cinque minuti. Io delle ragazze le ho letteralmente raccolte dalla strada. Non mignotte, ragazze rispettabili, istruite, laureate in lettere senza uno straccio di lavoro, laureate in filosofia che facevano ripetizioni di tedesco per tenere a bada i genitori che non aspettavano altro che la laurea per cacciarle di casa a pedate. Normalmente queste poveracce finiscono nel giro dei concorsi pubblici. E allora è finita. $Auschwitz$. Arcipelago Euro.

Il mondo gli si chiude attorno, non respirano più: cominciano semplicemente a tribolare. Passano di scalino in scalino, ogni scalino una prospettiva migliore dello 0,0001%, alla fine non sanno neanche più se stanno salendo o scendendo, se si sono slogate una gamba, gli sbalzi di carriera, infinitesimali, le intontiscono completamente. Cominciano a rosicare anche. Vedono alla tv le modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg, gente che presumibilmente non vale un’unghia più di loro e che fa una vita migliore. Che non ha mai seguito le tappe di una carriera, è semplicemente stata presa, sollevata e piazzata lì. E le nostre amiche si lamentano? Nient’affatto. Pensano di essere fortunate perché non rischiano il posto di lavoro come gli operai Fiat di Termini Imerese. Ragazze di questo tipo, che ci hanno rinunciato in partenza, ne ho conosciute tante. Cristo santo non avrebbero le palle per rapinare una banca neanche se la banca glielo chiedesse. Sono oneste, loro. Non si metterebbero a fare una truffa neanche se la truffa fosse sicura. Non sparerebbero a un ricco, uno di quei ricchi volgari, sfondati, osceni, no, non gli sparerebbero neanche se quello avesse un cancro al fegato grosso come un bignè fritto. Io queste ragazze, tutte le volte che posso, di persona, o al telefono, cerco di cambiarle. Di farle ragionare. La banca, rapinala. La truffa, falla. Il ricco col cancro, ammazzalo. E loro niente: niente di niente. Oneste. Povere ma oneste.

Di una di queste mi sono pure innamorato. E glielo dico in continuazione: “Ti piace tanto la miseria? Ti piace tanto farti prendere per il culo da questi morti di fame che poi i soldi manco ce li hanno, guardali, gli imprenditori italiani, ne salta uno ogni anno, sono tutti indebitati fino al collo, sanno solo fare operazioni di maquillage finanziario da ciarlatani provetti. Ti fai spremere come un’arancia da questi figli di puttana superpubblicizzati e iperindebitati. Ti rassegni a friggere le patatine in una topaia del quartiere studentesco mentre loro si fanno fuori il Vitello Grasso all’Adlon di Berlino. Che cazzo di morale è la tua?”, dico a questa donna di cui sono innamorato. Non c’è verso di farla ragionare. Continua a friggere le patatine con l’olio di semi. E a Berlino ci va sì, ma con i boy-scout, col sacco a pelo, a Kreuzberg, il quartiere delle pulci umane. Ci andrà fino a sessant’anni coi boy-scout, col sacco a pelo. E con l’olio di semi per friggere nel sacco a pelo.

“Che cazzo vuoi bella mia?”, le direi. “Ti sembra di vivere in un mondo libero, equo, dove ciascuno può giocarsi le sue carte indipendentemente dall’aspetto che ha, dalle proprie private inclinazioni sessuali, e soprattutto dai soldi?” E lei zitta, umile, con quei vestitini da studentessa di sinistra, sottili come carta da zucchero, rugosi come carnagione malata, con i capelli raccolti da un nastrino unto color fegato, a friggere nel cucinino del nostro appartamentino le patatine con l’olio di semi vari che ci dà quel bell’alito micidiale. Porco dio. Cazzo è difficile amare una donna sotto certe condizioni, ma forse non è nemmeno così difficile. Forse è come quando l’incubo che stai facendo comincia a durare così tanto, a estenuarti per così tanti minuti e ore di sonno, che ti sembra un sogno. Ti ci abitui. Ami gli incubi, dici: sono carne della mia carne. Carne magra, sempre carne però. Che soldi prendono i sogni? Ogni volta che giaccio con la mia donna, spero che quell’alito micidiale, in fondo, non cambi mai.

Mi presto a tutte le facili ironie di questo mondo, ma la preferisco così, con l’alito della dieta, l’alito del vuoto di stomaco. Il mondo, là fuori, con tutte le sue bellezze naturali e tutte le sue avventure, mi stanca più facilmente della bocca della mia donna. Da bravo nazionalsocialista per dispetto, credo non verserei una sola lacrima se la bomba più sofisticata e devastante dell’arsenale americano riducesse la Terra a una crosta inanimata e radioattiva. Io c’ho il mio pigiama bucherellato e mi faccio addosso alla mia donna, le tocco la fica e la sento quasi sempre bagnata, le ficco la lingua in bocca, e dell’alito me ne sbatto. E lei dice: “Hai voglia?”, e io: “Due morti di fame come noi che altro hanno da fare?”, e lei: “Ma tu non sei mai stato un morto di fame”, e io: “Stai zitta cazzo, chiudi il becco”, e lei lo dice alla fine: “Come vuoi che mi metta?”

E si volta docile come un’antica pantera da circo, come una bambina sprovveduta che è abituata da sempre a prendere ordini, a sentire una figura paterna che la tiene in pugno. Suo padre, del resto, l’ha sbattuta fuori di casa a calci non appena si è laureata. Dico io, una si laurea e invece di fare una festa al castello degli Odescalchi con invitati dal jet-set e dallo show-biz tu la sbatti fuori di casa a pedate. Gratificante. “Mi piace così”, dice lei, “così ti sento, ti sento fino in gola”. E io: “Ci andresti con uno di quei bastardi ricchi che a trent’anni hanno un conto di cinquecentomila euro liquidi?”, e lei: “Oh che dici non so nemmeno quanti sono cinquecentomila euro in lire”, e io spingo e mi preoccupo: “Perché, se lo sapessi ci andresti?”, e lei: “Tu pensa solo a chiavare”, e io: “È quello che sto facendo, ma non riesco a togliermi dalla mente che tutto, anche me, te, e questa sacrosanta scopata, ruoti attorno ai soldi”.

La mattina, appena svegli, bevendo il caffè, io ho gli occhi infossati di uno che ha dormito poco, e lei è come senza faccia, se la nasconde nei capelli oleosi e fila di corsa in bagno, segno che non ha dormito per niente. “Oggi comincia una nuova vita”, le dico attraverso la porta e lei: “Speriamo solo che non ci sia traffico, non voglio arrivare tardi a scuola come ieri”. E io: “Fregatene della scuola, non andarci”. E lei: “Oh amore che dici”. E io: “Ti ho detto non andarci, ci penso io”. E lei: “Che vuol dire ci pensi tu? Ci vai tu a spiegare Tomasi di Lampedusa ai ragazzi?” E io: “Quando è troppo è troppo. Tomasi di Lampedusa! Porco dio! Senti bella, ti hanno insegnato che non va bene fare le cose solo per portare a casa uno stipendio da fame?” E lei, uscendo dal bagno: “Ti prego, non mettertici anche tu”. E io: “Potresti fare la tv, potresti leggere le notizie del tg, che cazzo hai in meno di quelle troiacce?” E lei: “Non lo so che cosa ho”. E io: “Ecco, non lo sai. Ci hai rinunciato e basta. Non ti poni il problema”. E lei: “Non mi posso porre problemi insolubili”. E io: “Vai, vai a insegnare, fila, di corsa”. E lei: “Ma amore…” E io: “Vai, ho detto!”

Questa stronza perdente della mia donna. Si prostituisce per Tomasi di Lampedusa. Le puttane a domicilio e quelle delle passerelle sono più felici e non pagano le tasse. Il pomeriggio quando torna mi trova a letto, che me ne sto sotto le coperte, e la informo che ho deciso di lasciarla. Insomma, ci ho riflettuto, non mi conviene. Non mi conviene per niente. Sì, è romantico, due cuori e una capanna. Ma si mangia da schifo. E la casa è troppo piccola, la cucina sembra lo stanzino delle scope. E non mi si venga a dire che non ci possiamo permettere di meglio. Ce lo potremmo permettere, se solo lei si decidesse a fare la tv invece dell’insegnante di italiano. “Senti, mi imbarazza proporlo”, dice lei, “potresti prendere un po’ dei tuoi soldi e migliorare le cose”. E io: “I miei soldi non si toccano. Sono per le emergenze”. E lei: “E questa non ti sembra un’emergenza? Mi stai lasciando, cazzo!” E scoppia a piangere. Cosa che non smetterà di fare fino alla fine. E io: “Maledetta vorresti intaccare il mio patrimonio e continuare a fare l’insegnante di italiano. Ma io ti riporto nella strada, nella strada da dove ti ho presa”. E lei: “Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?” E io: “Ti lascio, veditela un po’ tu”. E lei: “E dove te ne vai ora?”, e io: “E dove vuoi che vada? Torno da mamma”.

La notte da mamma va liscia. Lei è sorpresa di rivedermi. No, non è molto sorpresa. Da che cazzo dovrebbe essere sorpresa mia madre, ormai lo sa. Mi conosce. Non ho mai dato nessuna speranza, nemmeno a quattro anni. Passiamo mezz’ora a svuotare la mia ex camera da letto, che era stata trasformata in una specie di ripostiglio per i vestiti che mia madre si è messa in testa di vendere nella sua boutique. “Non riesci a tenertene una che sia una”, dice mamma. E io: “Questa era la volta buona, credimi, avevamo anche deciso i nomi dei bambini”. E mamma: “E poi che è successo?”, e io: “Non lo so, non me la sono sentita”. E mamma: “Be’, almeno meglio di quell’altra, che voleva farti vivere a Bombay”. E io: “Era mezza indiana. Mezza italiana e mezza indiana”. E mamma: “Che forse con una mezza indiana si deve andare a vivere a Bombay?” E io: “Non avresti qualcosa di forte?”, e mamma: “Ho la vodka, ho il novello”. E io: “La vodka, la vodka”. Mamma mi lascia la vodka in camera e se ne va a dormire. Accendo la televisione e vedo un documentario di Adriano Sofri sulla Cecenia. Sembra gente dei castelli romani. Ora c’è anche qualcuno che osa dire che ai castelli romani c’è gente di livello. Se ne sentono tante. Troppe. A questo punto c’è un’unica soluzione, rimettermi a fare la corte alle ricche.

Le ricche sono tutta un’altra faccenda. Con le ricche si fanno delle vacanze assurde dove ci si prende a schiaffoni in spiaggia nell’ammirazione generale dei morti di fame, che in generale si trovano al di là di alte transenne elettrificate. Si vive all’estremo, all’eccesso. Questo mondo schifoso che insulta le persone prive di denaro. Devo rapire una ricca. Devo prendere di mira la figlia di una coppia ricca, la figlia di uno di questi Montezemolo, una figlia di gente così, rapirla, portarla con me in vacanza, vivere a un altro ritmo. La cosa è alla mia portata.

Mia mamma è alta un metro e sessanta. A volte quando la vedo dico: cazzo, è per colpa sua che non sono alto un metro e novanta. Nella vita bisogna cercare di supplire alle deficienze fisiche con l’accumulo di denaro. Il denaro è una droga. Manipolare il denaro mi inebria, mi dà una sensazione di potenza che non ha nulla a che vedere con l’effimero sballo delle droghe. Devo ammettere che col denaro si riesce a vedere la trascendenza, la sua pelle di squalo. E io che mi ero messo in testa di salvare i poveri. Le povere diavolesse. Ci vuole una ricca, ho una nostalgia inaudita di lusso. Però chissà se ho veramente voglia di questa cosa. Forse è solo un film giapponese. È una voglia di cartapesta. E poi mi viene anche un’idea. Adesso mi alzo, me ne esco dalla mia stanzetta e vado in quella di mia madre e la violento. Che poi mia madre non è ancora completamente appassita. Me la scopo e poi vendo la storia ai giornali e alle tv. Dico che con i pochi soldi che avevo nessuna me la dava, quantomeno nessuna di decente, cosa che poi non è tanto lontana dalla verità, e io, che pure sono un ragazzo bello e istruito, sano come un dio, mi sono dovuto sbattere mia mamma. Già me la vedo la giornalista che mi sfrutta, mi strumentalizza.

Rifletto sulla possibilità che un simile scandalo possa davvero interessare il sistema mediatico. Mi rispondo che sì, a occhio e croce dovrebbe esserne ghiotto. Mi alzo, mi metto a pensare se davvero ho le palle per fottermi mamma. Lo farei per la gloria. No, lo farei per i soldi. Per fabbricare i soldi. Per far fare ai soldi tanti figli con tutto il patrimonio genetico dei padri. Mi ributto sul letto e cerco di calmarmi, non è facile, l’erezione è chiaramente un’erezione finta, da ubriaco, un’erezione da Viagra. “Per stanotte mamma te la sei sfangata”, dico e la faccio finita con questa storia.

Il giorno dopo sono già lì alle sette di mattina che sto rifacendo la valigia, che poi non avevo nemmeno completamente disfatto la sera precedente. Mamma è sorpresa, ritiene che sia quantomeno bizzarro venire da lei, annunciando di aver fatto ritorno a tempo indeterminato, e poi riandarsene bruscamente. Ma io le rispondo che è meglio così, che restare è pericoloso, e quando mamma mi chiede che voglio dire con pericoloso, faccio solo capire che sono in cerca disperata di fama, di soldi, di successo in qualsiasi forma e ottenibile con qualsiasi mezzo, quindi questa spregiudicatezza morale mal si concilia con la vicinanza stretta al ventre materno. Mentre parliamo, io e mamma, continuo a pensare al progetto di chiavarmela. L’ha mai fatto qualcuno? Di solito si sente di genitori che strapazzano i figli, mai viceversa.

Adesso vado in cucina e con un brutto coltello obbligo questa signora estranea – già cerco di mettere distanza – a soddisfarmi. Poi vado da Mediaset al sabato sera e firmo la liberatoria per la trasmissione della moglie di Costanzo. No, non funziona. Cagate. Velleità. Giappone. Addio mamma. Vado a caccia di una ricca al di sotto dei trenta che mi faccia divertire. Capelli neri lunghi sulla schiena e la carnagione chiara chiara e abitudine al lusso. Anzi, fame di lusso. Il lusso è una cosa che pochi capiscono nella sua essenza, io lo considero il talento di una superiore visione delle cose. Non ha niente a che fare con l’accumulo, semmai col consumo. Dietro al lusso c’è la saggia filosofia che i soldi si devono sperperare, anzi, che ogni cosa si debba sperperare, ogni cosa, non c’è nulla che valga la pena di risparmiarsi e di essere risparmiato.

C’è una spiegazione al fatto che i migliori sarti siano uomini: a contatto con i capi di abbigliamento, specie quelli di una certa pretesa, il cervello delle donne va in pappa. Frequentare una donna che ami il lusso vuol dire frequentare una donna di intelligenza superiore alla norma, di indubbio charme, che, tuttavia, manda in fumo la capacità di connettere e dire cose sensate non appena appunti gli occhi su una vetrina di qualche sarto (immune in quanto uomo). La cosa che può apparire terribile o perfino crudele, è che tale fenomeno nella sua implacabile regolarità non ammette eccezioni: vale per madri, sorelle, nonne, suore laiche, missionarie con stigmate/coliti e premi Nobel cotonate. Quindi dopo il fallimento della mia convivenza con una professoressa d’italiano che pare sicura di sé solo quando l’argomento è Il Gattopardo sono andato a scavare nel Passato, operazione sempre vomitevole, alla ricerca di qualcuna il cui viso, nella mia memoria, fosse rimasto impresso per la sua bramosia di lusso, potere, viaggi, sesso e nessun buon senso nel vestirsi. Vado a trovare colei che, per proteggerne l’anonimato, chiamerò Luisa Rossi, da una canzone di Battisti.

All’epoca Luisa era la donna da avere se volevi una fidanzata schizofrenica. La madre e il padre, lo so per certo benché per sentito dire da certa gente che non la stimava granché, la madre e il padre pensarono di affiancarle un “manager”. Così lo chiamavano, in realtà era un tutore. Uno che avrebbe dovuto gestire i conti correnti, sorvegliare le spese, e forse infine interdirla e spedirla in un esilio dorato sul lago di Lugano. Nelle mie conversazioni con Luisa spesso ricorreva, non sempre scherzosamente, questa faccenda dell’esilio in villa sul lago di Lugano. Luisa diceva che avrebbe semplicemente trasferito la propria vita romana, con tutti i suoi eccessi, le sue profonde crisi, come le chiamava lei, lì sul lago di Lugano. Quindi l’avrebbe avuta vinta comunque, riteneva. Avrebbe trasferito a Lugano anche tutti i suoi uomini. Sui suoi uomini posso dire una cosa: i suoi uomini raramente le dicevano di essere in viaggio, e sì che era gente che viaggiava parecchio, perché altrimenti le avrebbero dovuto portare un regalo. Cose di un certo livello. Non chincaglierie etniche, manufatti marziani, boiate luccicanti o tintinnanti. Oro vero. Diamanti. Rubini. Gioielli che suscitassero invidia. Di solito il fidanzato ufficiale di Luisa non partiva più. Nemmeno con lei, intendo dire. Viaggiare con Luisa significava crampi sicuri alla mano che firma le ricevute della carta di credito.

Da allora Luisa è certamente cambiata. Non è più una bambina. Non ha più ventisei anni, quanti ne aveva quando ci spellammo vivi fingendo di stare insieme. Acqua passata. Dai miei ultimi contatti telefonici con Luisa posso dire sinceramente che è cambiata. Parla con minore foga e sembra ascoltarti. Sembra guarita, a differenza della professorina. Una donna ricca che ascolta e che è guarita. Ha raggiunto la fine dei cicli d’esistenza. Forse non ha nemmeno più orgasmi. E se la cosa non è solo apparenza ma anche sostanza, forse Luisa può aiutarmi a venire fuori da questa impasse. Da questo momento in cui mi sento inutile, sterile, e per giunta mi annoio a morte. Né dovrei pensar male per via del fatto che Luisa Rossi mi dà appuntamento per il nostro incontro a un bar latteria. Ho un brivido, un mal di stomaco. I bar latteria che frequentavo con la professorina d’italiano, quella pezzente…

Mi faccio forte e entro nel bar. Luisa è accasciata a un tavolino, sulle prime non mi vede. La faccia rossa, invecchiata, e i grandi occhi verdi, ancora bellissimi, che mi chiedono compassione. Non si alza nemmeno forse perché non gliela fa, e io, che mi ero ripromesso di farlo comunque, le prendo una mano e gliela bacio a lungo. Luisa mi dice che non ha più un soldo, dorme nell’ufficio del grafico pubblicitario che le ha trovato un lavoro. Le domando come sia possibile che non abbia più un soldo, una delle donne più ricche della capitale. Lei non risponde, si limita a dirmi dove si trova l’ufficio del grafico pubblicitario, perché è lì che dovrò riportarla al termine della serata, dal momento che dorme su una specie di letto da campo in quell’ufficio. E io che ho in mente di fare dei viaggi con lei, e di farle perfino dei regali. “È andato tutto molto male”, dice Luisa senza perdere il vizio di ridere quando racconta cose spiacevoli. “Ecco perché te ne sei sparita”, dico, ma lei mi fa notare che non è così. Il denaro non c’entra niente. Non è che si è vergognata di essere diventata povera. Ci siamo persi di vista perché stava inseguendo un sogno. E io: “Che sogno?”, e Luisa: “Un mezzo incubo”.

Luisa chiede se ho voglia di andare al ristorante. Avrebbe tanta voglia di una bistecca. Almeno una bistecca. Solo che specifica che non ha i soldi per pagarsela, come se non avessi capito tutta l’antifona. “D’accordo ci penso io”, dico e mi sento di nuovo, anche con Luisa, piombare nella medesima situazione di grave indigenza vissuta con la professorina d’italiano che diceva di avere due soli vestiti e essere felicissima così. Ma questa di Luisa è un’indigenza nuova, innaturale, cui non sono abituato, un’indigenza che assomiglia tanto a una vendetta divina. Eccomi, mi vedo che torno da quella pezzente della professorina. Mi vedo che torno con lei e che vivo tutta una vita di stenti con lei e che infine muoio e ricevo l’estrema unzione da un prete ignorante e mi puniscono con un funerale di terz’ordine. Se siete poveri, voglio dire, quando siete poveri, perché ormai va tutto a periodi, restate scapoli.

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Non don Ciotti; e non a Sofri, Caselli, Dalla Chiesa. Don Silvano sono io. Sulle polemiche seguite a “I buoni” di Luca Rastello https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/ https://minimaetmoralia.it/interventi/sulle-polemiche-seguite-a-i-buoni-di-luca-rastello/#comments Thu, 03 Apr 2014 13:57:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19782 È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto - passando dalla finzione letteraria alla cronaca - di ritrovarci don Ciotti e "Libera". Si è sollevato un polverone. Qui l'articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul "Fatto Quotidiano".

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l'attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo "I Buoni", e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti ("ipocrisia", "velo farisaico" già nell'incipit, "volgare", "squallido", "arrogante", "presuntuoso" qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d'amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c'è. Capisco l'intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice "gossip"). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il "gossip": è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

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Magritte

È da poco uscito per Chiarelettere I buoni, romanzo di Luca Rastello che sta facendo molto discutere. Nel romanzo si racconta il lato oscuro dei professionisti del bene. Qualche commentatore (come Adriano Sofri o Gian Carlo Caselli) ha creduto – passando dalla finzione letteraria alla cronaca – di ritrovarci don Ciotti e “Libera”. Si è sollevato un polverone. Qui l’articolo di Rastello in risposta alle polemiche, uscito qualche giorno fa sul “Fatto Quotidiano”. (Immagine: René Magritte, Golconda)

di Luca Rastello

Caro direttore,

ci tengo davvero a ringraziare Il Fatto Quotidiano per l’attenzione che ha voluto dedicare al mio romanzo “I Buoni”, e sono lusingato per la lettura attenta e profonda di Daniela Ranieri. Sento però il bisogno di rispondere, sia pure sommariamente, agli attacchi di Nando Dalla Chiesa e Gian Carlo Caselli che sorprendentemente trovo scomposti. I loro articoli su di me sono ricchi di allusioni e insinuazioni sgradevoli, veri e propri insulti (“ipocrisia”, “velo farisaico” già nell’incipit, “volgare”, “squallido”, “arrogante”, “presuntuoso” qua e là) eper di più si appoggiano a riferimenti testuali del tutto scorretti, e in qualche caso addirittura immaginari, che mi costringono a ripetere un vecchio e trito adagio: prima di parlare di un libro conviene leggerlo, e tanto più se si vuole essere efficaci nel distruggerlo. Addirittura Dalla Chiesa inventa una storia d’amore fra un sacerdote e una donna che nel libro proprio non c’è. Capisco l’intento polemico: deve ridurre il libro a una massa maleolente di pettegolezzi (lui dice “gossip”). Mi dispiace perché stimo Dalla Chiesa per le sue battaglie civili e politiche, ma scivoloni come questo mi danno agio per rispedire al mittente il “gossip”: è una forma mentis che forse appartiene a lui, non a me.

Quanto a Gian Carlo Caselli, fa finire il romanzo con un’altrettanto inventata “feroce uccisione di un collaboratore di Ciotti” da parte di uno “psicopatico” (l’unico che muore è un personaggio appartato, per me il portatore dei valori più positivi del romanzo, e muore per mano di un amico). Difficile non pensare che il libro sia stato loro raccontato in maniera assai approssimativa. Ciò non esime però l’ex procuratore dalla psicoanalisi in contumacia: ‘”ipotizzo un risentimento privato profondo”. E perché? Quali torti avrei subito? O la requisitoria intende sostenere che lo psicopatico sono io?

Tutta l’aggressività di cui sono oggetto nasce da un’interpretazione suggerita da Adriano Sofri su “Il Foglio” con un’operazione a mio parere eccessivamente meccanica di identificazione fra un personaggio del romanzo (non il protagonista) e don Luigi Ciotti. “Un attacco – nell’oratoria di Caselli – alla persona, al suo pensiero, alla sua opera”. È vero che, una volta pubblicato, un libro appartiene al lettore, e Sofri lo è, che ha il diritto di offrire la sua chiave, ma da qui a voler fare del romanzo un’inchiesta travestita, per codardia o altri loschi e occulti intenti, ne corre assai. Ovviamente nessuno è tenuto a conoscerlo, ma credo che tutto il mio passato possa parlare per me: quando ho voluto fare inchiesta (che fosse su guerra, mafia, narcotraffico, alta velocità, servizi segreti o serial killer) l’ho fatta, guardando tutti negli occhi e facendo i nomi delle persone coinvolte, a chiarissime lettere. E quando ho voluto scrivere un pamphlet (per esempio sugli scrittori che dissertano di democrazia sui giornali) l’ho fatto con nomi e cognomi in chiaro. Molti sassi ho lanciato, mai nascosto la mano, mai fatto velo con eufemismi, travestimenti o retoriche.

La scelta di scrivere un romanzo è tutt’altra cosa: è la scelta di affrontare temi generali, se non universali, che riguardano prima di tutto i lati oscuri di chi scrive. Ho voluto raccontare un male che è ovunque e che io per primo porto dentro (se c’è un personaggio a chiave ne “I buoni” è forse il solo Andrea, costruito su di me e sulle mie potenzialità più negative). Credo che una condizione decisiva per scrivere qualcosa di interessante, oltre che di moralmente sorvegliato, sia partire sempre dall’analisi impietosa di sé stesso. Così, ascoltando la lezione di giganti a cui non intendo paragonarmi, posso dire ad alta voce e a fronte alta: Don Silvano sono io. E credo che Don Silvano lo siamo tutti, almeno in potenza, non importa se personaggi pubblici e privati.

Certo, la mia vita, le mie esperienze, ciò che ho visto, vissuto entrano a far parte della materia con cui costruisco una storia. È così per chiunque scriva narrativa. Ad esempio nel romanzo precedente era centrale la figura di mio padre, senza che il libro ne fosse una biografia. Il dibattito letterario sul “non fiction novel” data ormai da mezzo secolo (caro Dalla Chiesa: non ho inventato niente, purtroppo), ma anche prima di Truman Capote gli autori facevano delle loro vite materia narrativa. Signori, mi dispiace ma stavo scavando in me, nel mio lato oscuro. È falso che io abbia voluto raccontare la storia di “Libera”, ho scritto e vedo uscire questo libro in una fase molto difficile della mia vita, una fase in cui si fanno i conti con sé stessi e non con la cronaca. Con sé stessi e con ciò che si lascia ai figli. Il dottor Caselli, che pure dimosta di aver letto la nota dell’editore (eh sì, dell’editore) in apertura, non ha colto nella stessa pagina la dedica (questa in effetti mia) alle mie figlie, “perché sfuggano”. Al male connaturato agli umani, che tanto più è pericoloso per i ragazzi che generosamente si espongono in quelle realtà dove l’incontro fra ottime intenzioni, carisma, narcisismo, potere, relazione di aiuto e modello impresa crea una miscela pericolosa e incerti casi letale su cui è bene tenere sempre uno sguardo critico.

Quanto a “Libera”, ho dedicato per più di quattro anni tutto il tempo delle mie giornate e molte notti, con passione e grandi responsabilità, alla sua nascita (anche se oggi il ritocco sovietico alla foto ufficiale mi qualifica “osservatore partecipante”, secondo la definizione involontariamente umoristica di Dalla Chiesa) e vi ho incontrato alcune delle persone migliori della mia vita. Niente secondi fini, cari amici, niente “provocazione intellettuale” o baggianate simili: non mi appartengono e meno che mai mi interessano in questo momento.

Una cosa vera la dice Nando dalla Chiesa: che quel che racconto ne “I buoni” è vero di tantissime realtà organizzate, antiche come il Pci e Lotta Continua, così come contemporanee. E addirittura non scorge la contraddizione in cui lui stesso cade anche quando ricorda sul suo blog (ed è giusto che lo si ricordi) che proprio quel don Ciotti che secondo lui dovrebbe essere l’oggetto della mia presunta critica ha appena urlato a Latina le stesse cose che penso io e che emergono dal mio racconto a proposito delle associazioni.

Ma tant’è, lo scatto irriflesso dell’insulto indica che ho toccato qualcosa di molto molto permaloso, vedo. Fin troppo facile parlare di nervi scoperti. Se la coda è di paglia che bruci, ma non mai per una fiamma accesa da me. Capitò ad autori ben più grandi di me, come Bianciardi che dovette scontare fino alla fine dei suoi giorni la cattiva coscienza di Gian Giacomo Feltrinelli che si era voluto riconoscere nel “Moro” raccontato nella sua “Vita agra”.

Non è indispensabile che il dottor Caselli abbia una buona opinione del libro, né che lo legga, né che intervenga sulle sue questioni di fondo, ma almeno avrebbe potuto dire qualcosa sui temi che anche don Ciotti affronta e che, sia pure in superficie, nel romanzo ci sono. Per esempio l’esistenza di una carità operosa e discreta a fianco e nelle crepe degli imperi caritatevoli, o il dramma del marketing e della professionalizzazione che scavalcano le motivazioni etiche e la gratuità dell’impegno, le manomissioni linguistiche e retoriche, i rituali di sottomissione delle comunità chiuse dove anziché la religione o la morale laica si celebrano culti pagani del Capo. Cose così. Ma lui preferisce usare a sproposito la battuta volgarissima pronunciata da un mio personaggio (serve a connotarne il maschilismo ed è volutamente grottesca) per insinuare surrettiziamente che essa rappresenti il punto di vista dell’autore sul mondo che racconta. Mah.

Sono peccatore, reo confesso e come tale non in grado di fare la morale a nessuno, ma mi impegno a non soffocare mai i dubbi, in primo luogo su me stesso. È una questione di ginnastica mentale e morale e un metodo per non assomigliare ai «dottori della legge che sprofondano sempre più nella loro cecità interiore, privi di umiltà e di dubbi» di cui proprio domenica, commentando il vangelo di Giovanni, ha parlato Papa Francesco.

Spero almeno mi sia risparmiata una lettura dietrologica anche di questa replica. Anche se si rinnoveranno attacchi e sarcasmi non aggiungerò altro. La violenza dell’insulto confortata da firme importanti ha già iniziato a trasformarsi sui social network in espressioni di vero odio e addirittura non manca chi incita all’azione nei miei confronti. Eppure il dottor Caselli accusa me di invocare manganelli, roghi e manifestare nella figura di un personaggio del romanzo che lui definisce tout court “psicopatico” certe oscure volontà di vendetta (Ripeto: contro che cosa?). Ovviamente non è richiesta al bagaglio professionale di un magistrato la capacità di capire le metafore. Ma il finale del romanzo, che Gian Carlo Caselli (forse con un riflesso, questo sì, professionale) legge come un’istigazione al linciaggio, è invece una metafora che ora posso a cuore saldo applicare a me stesso e ai miei illividiti accusatori: arriva per tutti, immancabilmente, un dies irae. Il mio non è neanche fra molto e io so, con coscienza serena e pulita, che il loro sarà peggiore.

Un caro saluto e davvero auguri per le battaglie del giornale.

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Il meglio di Pagina3: settimana dal primo al 5 aprile https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-1-5-aprile/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-1-5-aprile/#respond Fri, 05 Apr 2013 18:30:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13853 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell'intera puntata - Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Ogni settimana minima&moralia seleziona e segnala gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 per offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di aprile è Edoardo Camurri. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì primo aprile:

 “Supercazzole e spazzatura”. Articolo di Cesare Alemanni, Rivista Studio

 “Si dice Nicce”. Il Post online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è The Waiting Room, dall’album Floating, eseguito da Ketil Bjornstad

 

Martedì 2 aprile:

 “La biologia della creatività”. Recensione del saggio di Erich Kandel, ‘The Age of Insight (trad. italiana, L’epoca dell’inconscio. Arte, Mente e cervello dalla grande Vienna ai nostri giorni). Articolo di Michele Dantini, L’Indice, p. 16

 “Speranze e paure, il web siamo noi”. Articolo di Serena Danna, Il Corriere della Sera, p. 31

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Retahila, eseguito e composto da Chano Dominguez al pianoforte; Javier Colina al contrabbasso, Guillermo McGill alla batteria, Tino di Geraldo per il battito di mani e Tomatito alla chitarra

Mercoledì 3 aprile:

 “Addii. Life, in Rebibbia, o il romanticismo sottoproletario di Califano”. Articolo di Luigi Manconi, Il Foglio, p. 2

“Progetto Grafene”. Articolo di Valerio Magrelli, Doppiozero rivista online

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Alef, tratto dall’album Jeremiades, eseguito e composto da Wim Mertens

 

Giovedì 4 aprile:

 “Il senso dell’uomo per la colpa”. Articolo di Roger Scruton, La Repubblica, p. 39

 “De Gregori: amo Conrad, Céline e Checco Zalone”. Il cantautore festeggia 62 anni con un concerto a Torino e un incontro al circolo dei lettori. Articolo di Gabriele Ferraris, La Stampa, p. 30

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Jo-Wes, tratto dall’album My Song: alla chitarra Joe Pass, alla chitarra ritmica John Pisano, al pianoforte Tom Rainer, al basso Jim Hughart, alla batteria Colin Bailey

 

Venerdì 5 aprile:

 “Largo ai giovani”. Articolo di Gautam Mukunda, Foreign Policy, Internazionale, p. 50 e ss

 “La figlia del boia”. Un romanzo racconta la tragedia della donna sconvolta dai crimini del padre Ratko, generale serbo. Articolo di Adriano Sofri, La Repubblica, p. 41

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Love is here to stay, tratto dall’album Solo Sessions, composto da George e Ira Gershwin, ed eseguito da Bill Evans

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43 anni dopo: un libro e un film https://minimaetmoralia.it/cinema/43-anni-dopo-un-libro-e-un-film/ https://minimaetmoralia.it/cinema/43-anni-dopo-un-libro-e-un-film/#comments Mon, 02 Apr 2012 08:45:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7283 È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabarile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

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È uscito da poco nelle sale italiane il nuovo film di Marco Tullio Giordana, «Romanzo di una strage», ispirato (in parte, come si vedrà) al libro di Paolo Cucchiarelli, uscito nel 2009 per Ponte alle Grazie con il titolo «Il segreto di Piazza Fontana»; un film che ha l’ambizioso proposito di ricostruire le vicende italiane accorse nel breve e significativo arco temporale che va dalla strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, il 17 maggio del 1972. Christian Raimo ha definito quest’opera di Giordana un’occasione mancata, argomentandone qui le sensate ragioni. A seguito di questo suo intervento, abbiamo deciso di recuperare e proporvi in lettura l’opinione, apertamente negativa su libro e film, di un testimone e attore di quegli anni, Adriano Sofri, che in questi giorni ha scritto un istant book, scaricabile gratuitamente, proprio per fare luce sulle importanti inesattezze della ricostruzione della realtà storica operate prima dal libro, poi dal film ispirato. Di seguito la prefazione e le conclusioni di «43 anni. Piazza Fontana, un libro, un film» di Adriano Sofri.

Prefazione

Scrivo alla fine di marzo del 2012. Sono passati, dal 12 dicembre 1969, 43 anni, poco meno. 43 anni, poco più, è nel 2012 l’età media degli italiani. (Però l’età media del governo in carica supera i 63 anni. Todo cambia, ma piano).
Dunque si può ragionevolmente pensare che il 12 dicembre di piazza Fontana – la strage per antonomasia di una storia repubblicana che dovette coniare il tristo nome di stragismo – sia ormai affare di storici e perciò meno lacerante. Il suo ricordo vivo è riservato a una minoranza di cittadini. I più non erano ancora nati, o lo erano da troppo poco per averne memoria. Interrogati su che cosa sia successo quel 12 dicembre, e per opera di chi, danno risposte raccapriccianti.
E però quella materia resta incandescente. Forse non occuperà, fra qualche anno, che un paragrafo modesto, di un tempo strano di guerra fredda, di spie infiltrati e provocatori, di golpisti e rivoluzionari, maschere da soffitta. Ma non ancora.
Scrivo quando è appena uscito il film di Marco Tullio Giordana, Romanzo di una strage. Ha il proposito ambizioso di ricostruire la vicenda che va da piazza Fontana, 12 dicembre 1969, all’uccisione di Luigi Calabresi, 17 maggio 1972. Al suo centro sta tuttavia la trama umana che lega, nella scelta degli autori, il destino di due uomini, il ferroviere Giuseppe Pinelli e il commissario di polizia Luigi Calabresi. Anzi, di tre uomini, perché la figura di Aldo Moro vi appare anch’essa legata. È una scelta che comporta una netta forzatura, ma è la meno discutibile, quella più umanamente suggestiva, e più connessa alla parola “Romanzo”.
Romanzo di una strage cita, variandolo, il titolo che Pier Paolo Pasolini diede a uno dei suoi articoli più famosi, “Il romanzo delle stragi”, quando lo incluse negli Scritti corsari. Il Corriere della Sera lo aveva pubblicato il 14 novembre 1974 intitolandolo “Che cos’è questo golpe”. Si apriva proclamando: «Io so…». Pasolini vi rovesciava l’accezione comune di romanzo: «Credo che sia difficile che il mio “progetto di romanzo” sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti».
Del film, a me interessa qui l’attinenza con la realtà. Un film di tale impegno, perfino indipendentemente dalla sua qualità, è destinato a far testo sulla vicenda che racconta. Per questo ne scrivo.
E anche perché il film si dichiara “liberamente ispirato” a un libro nel quale i “riferimenti a fatti e persone reali” sono spaventosamente “inesatti”. Gli autori hanno voluto segnare una distanza dalle tesi particolari del libro, e del resto il film se ne è discostato su punti essenziali. Il libro sostiene che Valpreda andò a deporre una bomba, benché nelle sue intenzioni solo dimostrativa, nella banca di piazza Fontana. Che Pinelli era a parte di un progetto di attentati simultanei, benché nelle intenzioni solo dimostrativi, e intervenne quel pomeriggio nel loro svolgimento. Che Calabresi era nel suo ufficio quando Pinelli ne fu defenestrato, e forse fu lui a “metterlo nell’angolo con impeto”. Il film ha ripudiato queste opinioni. Tuttavia in una scena finale – la più arbitraria, ai miei occhi: quella del dialogo fra Calabresi e il capo degli Affari Riservati, D’Amato – il film ha mantenuto la tesi principale sulla quale il libro è costruito, secondo cui nella strage della Banca Nazionale dell’Agricoltura, e negli altri attentati che la accompagnarono e la precedettero, si attuò una strategia della estrema destra eversiva e degli apparati segreti italiani e stranieri consistente nel “raddoppiare” tutto: due bombe, due borse a contenerle, due attentatori. Uno anarchico, l’altro fascista. Uno intenzionato a fare il botto, l’altro a fare morti. Considero questa tesi insensata, e nelle pagine che seguono lo argomenterò. Il film, avendo conservato questa tesi e avendola – grazie al cielo – spogliata dell’attribuzione agli anarchici delle bombe “innocue”, l’ha resa gratuita, dunque ancora più assurda: bombe d’ordine o parafasciste che “raddoppiano” bombe fasciste. Il libro uscì nel 2009, si intitola Il segreto di Piazza Fontana (Ponte alle Grazie), l’autore è Paolo Cucchiarelli. Offriva “finalmente la verità sulla strage”. Nella riedizione del 2012 viene promosso come “il libro che ha ispirato il film”. Alla luce del film finito (ha avuto infatti una lavorazione travagliata) la fascetta pubblicitaria sulla ristampa dovrebbe dire piuttosto: “Il libro che non ha ispirato il film” – salvo quel tic del Raddoppio universale.
Quando il libro uscì, era così pieno di errori di fatto e di interpretazioni oltraggiose che preferii ignorarlo, benché una gran pagina sul Corriere della Sera ne lanciasse sconsideratamente la rivelazione: «Due borse, due bombe…». Ho cambiato idea. Dopo il lancio del film, persone stimabili e autorevoli, ma ignare, sono state indotte a raccomandare le scoperte del libro. Intanto, procedendo nello smascheramento del Raddoppio Universale, Cucchiarelli lo andava già estendendo alla strage di piazza della Loggia a Brescia, 1974: «Un fascicolo è aperto a Milano e si sta scandagliando l’ipotesi della doppia bomba anche a Brescia».
Questo libriccino dunque non fornisce una ricapitolazione né un’interpretazione complessiva – abbastanza assodata, del resto – della sterminata materia della “strage di Stato”. Vuole invece confutare una tesi dissennata che diventa pigramente, nel medio evo della fiction, la nuova vulgata su Piazza Fontana. La “bomba doppia”: un’assurdità bevuta con naturalezza. Nel film, raccontata come una favola dal poco fiabesco capo degli Affari Riservati D’Amato, la tesi suona, oltre che cervellotica, posticcia, e non ne inficia la narrazione. Nel libro è una onnivora superstizione.
Dichiaro due mie limitazioni particolari. Della prima è superfluo che avverta: sono stato a mio modo coinvolto negli avvenimenti di cui si tratta, sono stato condannato, come l’ultima scritta del film ricorda, per l’omicidio di Calabresi. Dunque nel confronto fra testimoni e studiosi sto piuttosto dalla parte dei primi, e tendo a concedere al contesto più che non faccia chi, venendo dopo, può più leggermente ignorarlo. Si è discusso del modo in cui è presentata nel film la feroce campagna di Lotta Continua contro Calabresi. Io ne ho detto tutto quello che dovevo dirne, da ultimo nel mio La notte che Pinelli (Sellerio, 2009). Qui non ci tornerò.
La seconda limitazione è praticamente influente: ho studiato meglio che ho potuto la documentazione che riguarda la vicissitudine di Giuseppe Pinelli, e ho maneggiato la prima documentazione sulla strage nella parte pertinente con quella vicenda. Sul resto, ovvero il milione (sul serio: come Marco Polo) di fogli, atti e testimonianze varie riguardanti l’estenuante sequela successiva di indagini e processi per la strage, sono appena un lettore medio, e mi guarderò dal simulare una competenza che non ho. Vedo che Marco Tullio Giordana, regista del film, si è trovato anche lui – in modo diversissimo dal mio, s’intende – nella duplice veste di testimone e di “storico”. Ha dichiarato un investimento autobiografico forte fino al pianto: «Il fatto è che io Calabresi l’ho conosciuto. Quando da studente ho occupato il mio liceo, il Berchet. È arrivato questo signore serissimo, gentile ed elegante, circondato da sbirri minacciosi, che non aveva l’aria del poliziotto e ci dava del lei, ci trattava come figli. A me fece una specie di paternale: ma come, lei, figlio di una vedova e con quattro fratelli, che grazie ai sacrifici di sua madre ha la possibilità di studiare, si mette a occupare! Uscii dall’interrogatorio con le lacrime agli occhi». Giordana spiega che aveva sempre desiderato raccontare questa storia e sempre rinviato, fino a che: «Un giorno ho letto che gli studenti dei licei milanesi credevano in maggioranza che le bombe le avessero messe le Brigate Rosse».
Una notizia come questa mi aveva spinto a scrivere su Pinelli. Un sondaggio condotto nel 2006 fra mille studenti delle medie superiori di Milano appurava che gli studenti che dicevano di aver sentito parlare della “strage di Stato” erano il 58 per cento. Il 42 per cento la attribuiva alle Brigate Rosse, il 39 alla mafia, il 22 agli anarchici, il 18,6 ai fascisti, il 4,3 ai servizi segreti. Almeno queste percentuali ora cambieranno.
Qui mi occuperò di un certo numero di fatti, dei loro documenti, dei loro travisamenti. E degli sconfinamenti dai fatti alle illazioni e alle insinuazioni. Il mio libro su Pinelli è propriamente l’antefatto delle osservazioni qui avanzate. Poiché non posso attribuirne la conoscenza a lettrici e lettori, ne allego in appendice le pagine che trattavano minuziosamente l’alibi di Pinelli, che anche qui mi sta specialmente a cuore. In fondo troverete anche una cronologia, e un sommario indice dei personaggi ricorrenti.

43 anni

Finisco di scrivere prima di sapere che accoglienza abbia incontrato il film presso il pubblico. Le reazioni delle “anteprime” sembravano risollevare questioni ereditate, e avevano una vivacità un po’ di maniera. La mia reazione è inaffidabile, perché sono mediocre spettatore di cinema, e all’opposto troppo “informato dei fatti” per non osservare continuamente lo scarto fra le cose come andarono e come sono raccontate. Poiché il film non è un documentario, e la soluzione non sta nell’evocare la parola che metta d’accordo tutto, docufiction, è naturale che quello scarto ci sia. La storia nel suo insieme racconta una ampia vicenda di poteri, di armi usate nella lotta politica, di tipi e maschere umane nei diversi ruoli sociali. I personaggi, e gli episodi in cui figurano, raccontano invece le vicende particolari che sono diventate esemplari dentro quella storia d’insieme, le più laceranti. Nel loro caso, l’intervento della finzione condiziona in modo decisivo la comprensione di chi guarda. A una simile difficoltà si può rispondere chiamando in scena un personaggio di fantasia, nemmeno importante, un passante, un cavallo alla battaglia di Waterloo, per guardare da lì alla mischia generale e ai generali e agli imperatori. Qui i personaggi privati sono anche protagonisti pubblici del dramma: Pinelli, Calabresi, e, a suo modo, ma un modo che lo rende loro fraterno, Aldo Moro. Personaggi di tragedia, di ognuno dei quali si sono scrutate mille volte frasi, espressioni, movimenti, azioni. Che le frasi e le azioni che compiono nel film corrispondano alla realtà, e fino a che punto, o se ne discostino per l’invenzione, e fino a che punto, cambierà sostanzialmente la conoscenza e l’atteggiamento dello spettatore. Non se ne potrà dire semplicemente: «È un film». Del resto, si fa fatica a dirlo anche dei film che non hanno a che fare con nessuna realtà, e si pretende che la frontiera sia diventata talmente sottile da finire con lo scomparire, perfino quando nel film ci sono due grandi torri che bruciano e rovinano, e persone vive che ne cadono giù nuotando nell’aria.
Sono molti i punti del film in cui succede. Pinelli viene interrogato su Sottosanti, ma in quello che sappiamo degli interrogatori di Pinelli questo non c’è, e si dice anzi che l’interrogatorio su Sottosanti avrebbe dovuto cominciare dopo la mezzanotte del volo. A Licia, nel film, Pino dice uscendo con Sottosanti: «Vado in banca a ritirare la tredicesima». Frase naturalissima, se non che in realtà la tredicesima, ritirata non in una banca ma alla cassa della stazione di Porta Garibaldi, mentre alla banca di Pinelli è Sottosanti che va a riscuotere un assegno, è un pezzo essenziale della questione dell’alibi. Il perito Teonesto Cerri che dice: «Ho trovato un pezzo di miccia» e la sbandiera, risolve di netto una questione controversa come l’esistenza o no della miccia, secondo una concatenazione che nel film non è stringente, ma è tesa alla conclusione della bomba raddoppiata. Del dialogo fra Pinelli e Calabresi nella libreria Feltrinelli ho detto. Il fatto è che un film, a differenza di un libro, non è fatto per tenere nel dubbio quello che mostra, e lo può fare solo, nelle scene cruciali, decidendo di non mostrarlo se non indirettamente: come il tonfo della caduta di Pinelli sentito da Calabresi in un’altra stanza, che è un modo per dire con certezza che Calabresi non c’era, e per rinunciare, com’è giusto, a far vedere con certezza com’è andata.
Che io trovi sbagliato lo scioglimento del colloquio fra Calabresi e D’Amato lo dicono tutte le pagine che precedono. Calabresi racconta la convinzione che si è fatto – menti di destra e mani anarchiche, e due bombe, una di Valpreda, l’altra fascista, Sottosanti o un altro – e D’Amato contrappone al suo “romanzo” la propria favola, delle due cordate, delle due bombe, ambedue di destra, una fascista e l’altra pure, più o meno (la parte più oltranzista della Nato, servizi americani, ambasciata Usa, estremisti veneti, settori delle Forze armate) e lui, D’Amato, a coprire tutto… Bastava una bomba. C’erano le mene dei servizi atlantici e la complicità e la connivenza dello Stato con quegli “estremisti”, veneti e non solo. Gli autori hanno obiettato che la tesi è riservata all’apologo di quella scena. In realtà gli indizi che vi portano sono seminati lungo il film. Tuttavia quella conclusione non basta a inficiarne il racconto. Gli autori, non so fino a quando, ribadiscono di credere a quella ipotesi. Peccato: perché essa conferisce una gratuita assurdità a uno svolgimento accertato. Farei a Giordana l’obiezione che invece riguarda il suo film, e non la residua dipendenza da un libro sventato. Proprio quella conclusione che addensa attorno alla trama di una “guerra appena cominciata”, dal 12 dicembre all’uccisione di Calabresi, una tal adunata di potenze nere e occulte – la cosa che probabilmente resterà più memorabile per i giovani che andranno a vedere il film – spiega lo stato d’animo dichiarato da Giordana, che “tutto passava sulle nostre teste”. Tutto quello che avvenne allora, tutto quello per cui la sua generazione pensò di battersi, fu giocato sopra la testa sua e della sua generazione da poteri troppo forti e ubiqui. Una piovra, diciamo. Io non sono d’accordo. Se fosse stato davvero così, se tutti, nelle fabbriche, nelle strade, nelle università, nelle galere, fossimo stati giocati da quell’onnipotenza tenebrosa, allora saremmo privati di tutto, anche dei nostri errori e delle nostre colpe. Il mio amico Mauro Rostagno andò a Trento, nel ventennale del ’68 e poco prima d’essere ammazzato. Ci andò e disse: «Meno male che abbiamo perso». Io sono d’accordo. Meno male che abbiamo perso. Però, Giordana, mi voglio tenere la coscienza di avere perso anche da solo, per mio conto, con le mie forze. Di non essere stato espropriato di tutto, anche della benedetta sconfitta, da quella tenebrosa cospirazione. E, per concludere, un’altra cosa. Giordana e i suoi coautori e attori si sono proposti, mi pare, di fare un film “monumentale”, alla lettera, di fare un’opera di memoria repubblicana. Non so se fosse un proposito appropriato, né se potesse riuscire. Verrebbe da dire che è troppo tardi, o troppo presto. Forse viene sempre da dire così. Ho cominciato la prima pagina dai 43 anni, e così finisco. 43 anni, l’età media degli italiani del 2012. Non è vero che quella storia continua: è consumata, ed è bene che lo sia. I ventenni, è bene che la sappiano, ma non è e non sarà più la loro.
Quando il presidente Napolitano – cui il film si è ispirato, direi – compì lui l’atto monumentale di ospitare insieme le famiglie di Calabresi e di Pinelli, e quando arrivò a nominare l’anarchico ferroviere, la sua voce si incrinò. Era il 2009. Fu inevitabile sentire e pensare molte cose: anche che ci sono lacrime trattenute per quarant’anni.

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Il viaggiatore leggero https://minimaetmoralia.it/ritratti/il-viaggiatore-leggero/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/il-viaggiatore-leggero/#comments Sat, 09 Apr 2011 09:10:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4147 di Liborio Conca

Era la primavera del 1999 e dalle basi italiane si alzavano gli aerei militari diretti verso la Serbia; guerra “a pochi chilometri dalle nostre case”. Il nostro professore di latino e greco, uomo colto e malinconico come solo certi professori sanno essere, era convinto che la Russia sarebbe entrata in guerra a difesa della “sorella Serbia”. A questo proposito ci raccontava di una frase attribuita a Stalin: quando chiedevano al georgiano a fianco di chi sarebbero entrati gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avrebbe sentenziato: a fianco degli inglesi, parlano la stessa lingua.

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di Liborio Conca

Era la primavera del 1999 e dalle basi italiane si alzavano gli aerei militari diretti verso la Serbia; guerra “a pochi chilometri dalle nostre case”. Il nostro professore di latino e greco, uomo colto e malinconico come solo certi professori sanno essere, era convinto che la Russia sarebbe entrata in guerra a difesa della “sorella Serbia”. A questo proposito ci raccontava di una frase attribuita a Stalin: quando chiedevano al georgiano a fianco di chi sarebbero entrati gli Stati Uniti nella seconda guerra mondiale, avrebbe sentenziato: a fianco degli inglesi, parlano la stessa lingua.
La stessa lingua. Un politico italiano morto pochi anni prima faceva proprio della ricchezza linguistica e della necessità del dialogo tra culture le proprie armi dialettiche, e dell’impegno a fermare le violenze nell’ex Jugoslavia il suo imperativo. Nella primavera del ’99, Alexander Langer era scomparso da quattro anni. S’era impiccato a un albero di albicocche. Stando a quello che riferirono alcuni suoi amici – Daniel Cohn-Bendit, il leader verde europeo, e Adriano Sofri, qui curatore dell’antologia di scritti di Langer assieme a Edi Rabini – tra le motivazioni del gesto (oltre a quelle di natura intima e personale) c’era l’enorme stress accumulato in anni di battaglie politiche condotte spesso da posizioni minoritarie, e un senso di impotenza e frustrazione. Soprattutto di fronte all’ultima grande ingiustizia che Langer tentò di combattere: appunto, i massacri seguiti alla dissoluzione della Jugoslavia.
Nato a Sterzing (Vipiteno) nel ‘46, Langer è stato un uomo politico… che sembra quasi impossibile, oggi, credere sia esistito, così vicino a noi nel tempo; e la sua differenza, forse addirittura biologica rispetto a quasi tutti gli uomini politici di questi anni, sta nell’umanesimo candido, nell’attenzione alle parole. Sull’importanza della lingua, scrive Langer nell’85: «Parlare più lingue è una condizione pratica e metaforica di qui e altrove. Per dirla con Humboldt, si è tante volte uomini quante lingue (e dialetti) si conoscono; è una spinta a relativizzare, a cogliere le differenze, e, ancora meglio, a cogliere certe finezze, certe sfumature che non soffrono la tradizione. Dove c’è una vocazione plurilingue latente, si deve coltivarla con cura. Tanto più in un’Europa in cui si moltiplicano i rifugiati, gli immigrati…» Una sintesi di tensioni umane e ricerca intellettuale che lo colloca, a modo suo, tra gli italiani di cui essere più fieri. E che oggi può fare da bussola per chi abbia voglia di non arrendersi alla marea nefasta che ha decisamente traboccato gli argini e invaso ogni spazio politico nel nostro paese. È un momento buio, e nei momenti oscuri è alla luce dei fari che bisogna indirizzarsi, e Langer illumina. Con la fermezza delle sue parole e la flessibilità nel saper ascoltare. Con l’onestà di fondo che anima i suoi scritti, qui raccolti tra articoli, reportage, interventi. Da quando il fervore cattolico è ingenuo e ottimista, fino all’incontro decisivo con don Milani, e poi la militanza in Lotta continua, la fondazione dei Verdi italiani, i reportage dall’Albania. E le riflessioni su temi che in seguito avrebbero occupato l’agenda politica italiana: il regionalismo, la crisi della sinistra, la crisi della scuola e dell’impegno politico, i problemi etici (da cattolico riteneva si dovesse porre un freno alla manipolazione genetica, le sua posizioni crearono non poche discussioni nell’area di sinistra). Tutte aree di discussione affrontate con un’unica intenzione di fondo: abbattere gli steccati, costruire ponti, sulla base non di riflessioni utopistiche ma di un preciso progetto politico continuamente delineato, con lo sforzo continuo di tradurre in pratica la teoria. E senza tirarsi indietro di fronte alle più spinose contraddizioni: da pacifista, Langer ritenne già nel ’93 che se la via diplomatica fosse risultata fallimentare, l’unica strada per fermare Milosevic sarebbe stato l’intervento militare internazionale, sotto egida Onu.
Nel giugno ’94, in un intervento provocatorio ospitato sulle pagine di Cuore, Langer si propone come leader del Pds appena sconfitto alle elezioni. Scrive: «Una riedizione della coalizione progressista o di altri consimili cartelli non riuscirà a convincere la maggioranza degli italiani a conferirle un incarico di governo. Ci vuole una formazione meno partitica, meno ideologica […]. Ciò non significa che bisogna correre dietro ai valori ed alle finzioni della maggioranza berlusconiana, anzi. Occorre un forte progetto etico, politico e culturale, senza integralisimi ed egemonie […]. Bisogna far intravedere l’alternativa di una società più equa e più sobria, compatibile con i limiti della biosfera e con la giustizia, anche tra i popoli». Quelli scelsero D’Alema.

Questo pezzo è uscito per Blow Up

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