Afghanistan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/afghanistan/ un blog di approfondimento culturale Tue, 18 Jun 2013 10:16:25 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Afghanistan Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/afghanistan/ 32 32 Diario afghano https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano/ https://minimaetmoralia.it/reportage/diario-afghano/#comments Tue, 18 Jun 2013 10:16:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14604 Diario afghano - Kabul, tra propaganda e cardamomo

Kabul – Bombe che “piovono come polline”. Odore di cardamomo a ogni angolo di strada. Secondo un recente articolo uscito sul settimanale Panorama, sarebbero questi i “segni particolari” di Kabul. Vengo regolarmente in Afghanistan dal 2008 (un novizio, rispetto ad altri), quando per la prima volta ho attraversato via terra il confine che separa Iran e Afghanistan, da allora ho passato molto tempo nel paese (l’anno scorso 4 mesi), ma ancora non mi ero accorto dell'odore di cardamomo. A volerla dire tutta, girando per i quartieri di questo conglomerato urbano di almeno 3 milioni di abitanti, tirato su senza pianificazione, sventrato in passato dai muhajeddin che combattevano una sanguinosa guerra intestina e oggi da palazzinari più inquietanti dei nostri, l'odore dominante è quello di fogna. Un caratteristico, insistente, pervasivo odore di fogna a cielo aperto.

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Diario afghano – Kabul, tra propaganda e cardamomo

Kabul – Bombe che “piovono come polline”. Odore di cardamomo a ogni angolo di strada. Secondo un recente articolo uscito sul settimanale Panorama, sarebbero questi i “segni particolari” di Kabul. Vengo regolarmente in Afghanistan dal 2008 (un novizio, rispetto ad altri), quando per la prima volta ho attraversato via terra il confine che separa Iran e Afghanistan, da allora ho passato molto tempo nel paese (l’anno scorso 4 mesi), ma ancora non mi ero accorto dell’odore di cardamomo. A volerla dire tutta, girando per i quartieri di questo conglomerato urbano di almeno 3 milioni di abitanti, tirato su senza pianificazione, sventrato in passato dai muhajeddin che combattevano una sanguinosa guerra intestina e oggi da palazzinari più inquietanti dei nostri, l’odore dominante è quello di fogna. Un caratteristico, insistente, pervasivo odore di fogna a cielo aperto.

Vale per Deh Afghanan, il quartiere popolare dove risiedo, a pochi passi dal bazar centrale e dalla moschea dell’“emiro di ferro” Abdur Rahman. Vale per Qala-e-Fatullah, il quartiere residenziale preferito dagli “expat”, gli espatriati che lavorano per le organizzazioni non governative e che si rilassano nel giardino del ristorante Sufi o del Flower Street Cafè, dove l’inglese-americano è la lingua più parlata. Vale per Macrorayon, il popoloso quartiere nord-occidentale costruito dai sovietici quando cercavano di imporre l’occupazione comunista a colpi di mortaio e di edilizia. E vale per ogni altro quartiere di Kabul.

Quanto alla pioggia di bombe, non ho mai visto cadere una bomba in città, né tanto meno una pioggia di bombe. Forse neanche “Voice of Jihad”, il sito dell’Emirato islamico d’Afghanistan, riconducibile alla Shura (il consiglio) di Quetta del mullah Omar, si azzarderebbe a minacciare o rivendicare una cosa simile. Nonostante che i suoi efficientissimi gestori registrino puntualmente, ogni giorno e più volte al giorno, in cinque diverse lingue (farsi, urdu, arabo, pashto e inglese) gli attacchi compiuti contro gli “invasori infedeli”, cioè noi.

Che i Talebani abbiano compreso da tempo che il fronte elettronico-digitale è parte integrante e fondamentale della guerra afghana lo spiega bene lo studioso Antonio Giustozzi nell’ormai classico Koran, Kalashnikov and Laptop. Ma basta navigare qualche minuto su “Voice of Jihad” per rendersene conto. È un’esperienza sempre istruttiva. Sul sito dei Talebani ci sono comunicati ufficiali che provengono dall’altro lato del confine, perlopiù dalla “capitale” politica dei Talebani, Quetta, meno da quella strategico-militare, Peshawar, entrambe in Pakistan. Sono i testi che danno la linea, che segnalano agli osservatori esterni come sia orientata la leadership politica del movimento, che confermano i rumors (come il recente viaggio in Iran di una delegazione talebana) o negano l’indifendibile (come l’attacco avvenuto pochi giorni fa a Jalalabad alla sede della Croce rossa internazionale, finora risparmiata).

Sul sito, ci sono poi interviste formidabili ai comandanti locali. Cose che suonano più o meno così: “oggi abbiamo l’onore di intervistare il vice-comandante delle operazioni nella provincia del Badakhshan, l’eroico malawi Abdul Ghani Faiq. Come procedono le operazioni nel Badakhshan, comandante?”, chiede l’intervistatore: “Ottimamente, abbiamo inferto un duro colpo agli invasori infedeli. Inoltre, abbiamo colpito i soldati-fantoccio dell’esercito afghano. E tutta la popolazione ci sostiene”. Alle interviste, si accompagna una puntuale registrazione delle attività degli “insorti”. Eccovi qualche esempio: “10.06. Check-post come under attack in Maiwand”; “10.06. 2 IEDs detonate on dismounted enemy” (IED sta per Improvised Explosive Devices, ordigni artigianali, l’arma preferita dai movimenti antigovernativi afghani, facili da piazzare e micidiali); “10.06. IED attack eliminates vehicle and 4 puppets” (i puppets in questione sono i soldati afghani, considerati fantocci dai Talebani perché rispondono al governo Karzai, fantoccio degli americani); “10.06. Martyrdom seekers storm Qalat provincial council building” (qui gli aspiranti martiri – va da sé – sono prevalentemente giovani ignoranti, convinti della bontà del jihad contro gli stranieri, imbottiti di esplosivo e mandati a morte certa). Tutto questo per dare un esempio della capillarità delle informazioni raccolte e diffuse da “Voice of Jihad”.

Ma qual è il punto? Il punto è che ci stupiamo se a produrre informazione sul web sono dei guerriglieri senza divisa, che immaginiamo con la barba lunga e ispida (molti ce l’hanno), analfabeti (molti lo sono), con indosso tuniche sporche e sandali mal ricuciti (come quelli visti ai piedi di un talebano ucciso dai militari afghani, l’anno scorso qui a Kabul). Eppure non ci stupiamo affatto se a fare comunicazione sono gli eserciti che partecipano alla missione Isaf della Nato. Anzi, a dirla tutta, la prima ci sembra ignobile propaganda, la seconda una virtuosa attività di comunicazione. Qualche giorno fa a Bruxelles c’è stata un’importante riunione interministeriale della Nato, a cui hanno partecipato 50 ministri della Difesa, provenienti dai 28 paesi membri della Nato e dai 22 paesi “non-Nato” che attualmente contribuiscono alla missione “Isaf” in Afghanistan.

Al termine, come al solito, c’è stata la conferenza stampa del segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che ha risposto alle domande dei giornalisti. Ho letto la trascrizione delle sue risposte, e non vedo molta differenza con quelle del vice-comandante del Badakhshan su “Voice of Jihad”. Non teme che il ritiro delle truppe straniere nel 2014 rischi di far precipitare il paese nella guerra civile?, hanno chiesto i giornalisti a Rasmussen: “ho piena fiducia nella capacità dell’esercito afghano…”, ha risposto sicuro; “non teme che le elezioni presidenziali del 2014 saranno segnate da frodi come in passato”?, “ho piena fiducia nella capacità del governo afghano di garantire elezioni libere e trasparenti”; “non teme che…?”, “ho piena fiducia che…”, ha replicato Rasmussen a tutte le domande con formula automatica e rituale. Intendo forse dire che tra il mullah Omar e Anders Fogh Rasmussen non c’è differenza? No. Voglio dire che diffido degli uffici stampa dei “nostri” eserciti quanto di quelli dei barbuti. Perché? Perché metodi e strumenti sono diversi, ma lo scopo è sempre lo stesso, che a inviare comunicati e dispacci siano i Talebani barbuti con la barba ispida o gli addetti alla comunicazione della Nato con eloquio sicuro, viso sbarbato e fare rassicurante: convincere il pubblico che stiamo vincendo la guerra, che il nemico è sconfitto, che la vittoria è vicina.

chaikhana, sala da tè

D’altronde, la questione è semplice. Gli eserciti che devono fare? Vincere le guerre. E come si vincono le guerre? Non solo con le armi, ma sempre di più con la comunicazione, con le percezioni, con il consenso. E il consenso va costruito, passo dopo passo; le percezioni modellate, comunicato stampa dopo comunicato stampa, conferenza stampa dopo conferenza stampa. A colpi di propaganda, come si diceva una volta. Niente di nuovo sotto il cielo, direte giustamente voi. Walter Lippmann (consigliere della delegazione americana e del presidente Wilson alla Conferenza di pace di Parigi e capitano addetto alla propaganda nel corpo di spedizione), nel 1922 pubblica Public Opinion (L’opinione pubblica, Donzelli 2002), un testo ancora importante, in cui parla proprio di “manufacture of consent” (fabbricazione del consenso). La lezione, da allora, è sempre la stessa: in ogni guerra la risorsa più importante, quella da cui tutto dipende perché da essa dipende la costruzione del consenso, è l’informazione. Produrla, confezionarla, orientarla, ottenerla, gestirla, negarla o nasconderla rientra nei compiti di tutti gli attori di un conflitto. Ai giornalisti spetta di verificarla, si dice di solito, e di mettere in questione l’informazione prodotta e veicolata dagli attori in conflitto. Questo è il primo punto.

Il secondo è che in un contesto come quello afghano, ai giornalisti che non vogliano limitarsi a fare gli embedded – giornalismo parassitario, in osmosi con il potere, viziato in partenza – spetta un compito ulteriore: evitare quello che gli accademici più avvertiti definiscono “conflict fetish”, l’idea – feticistica appunto  – che l’unica lente attraverso la quale è possibile guardare un paese in conflitto sia quella della guerra, degli scontri. E qui torniamo al punto di partenza. Torniamo all’articolo pubblicato su Panorama. Dove non si parla di guerra, ma delle meritorie attività di una giovane donna italiana che ha fondato una scuola gratuita per bambini afghani. Tutto bene, dunque? Scampato il pericolo “feticista”? No, niente affatto. A causa del modo in cui è raccontata la storia (“le bombe piovono come polline”; “le mani di Selene contro le mani assassine rosse di sangue dei vari Michael Adebolajo”; “solo una notte comprese che le lacrime di Kabul avessero il sapore di cardamomo”), e perché cade in un altro tipo di feticismo, che definirei “patriottico”.

Ci interessa l’Afghanistan solo quando l’Afghanistan parla di noi (soldati, cooperanti, ostaggi, etc). Non ci interessa, invece, quando parla di chi in Afghanistan ci vive. Gli afghani. Ne avete notizia, voi? Che fine hanno fatto? Una risposta la prova a dare Valerio Pellizzari, già inviato del Messaggero e ottimo conoscitore dell’Afghanistan, nel recente In battaglia. Quando l’uva è matura. Un libro convincente per molti aspetti. Soprattutto per la critica documentata e consapevole al “razzismo delle notizie”, quel razzismo che divide gli afghani in due grandi categorie: terroristi-Talebani, oppure vittime (ospedali e carceri sembrano essere gli unici posti frequentati dagli afghani). Quel giornalismo immaginifico che fa piovere bombe al cardamomo su Kabul.

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L’uomo di roccia https://minimaetmoralia.it/inchieste/luomo-di-roccia/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/luomo-di-roccia/#comments Tue, 22 Jan 2013 09:37:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12573 Ci scrive Nicola Villa: sull'ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l'inchiesta di quest'ultimo, L'uomo di roccia, una storia su un "corpo scelto" dell'esercito, un "marine all'italiana" che aiuta a capire com'è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent'anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell'entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all'aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell'autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l'ho fatto come tanta gente del sud, che vede l'esercito come l'equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l'ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un'altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

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Ci scrive Nicola Villa: sull’ultimo numero de Lo straniero (il 150-151 di dicembre 2012 -gennaio 2013) uno speciale intitolato Guerre italiane degli anni 2000 prova a fare luce su come sono cambiate le forze armate e le guerre in questi anni con articoli di Emanuele Giordana, Giuliano Battiston, Francesco Vignarca, Giulio Marcon, Nicola Lagioia e Stefano Talone. Pubblichiamo proprio l’inchiesta di quest’ultimo, L’uomo di roccia, una storia su un “corpo scelto” dell’esercito, un “marine all’italiana” che aiuta a capire com’è mutata la figura del soldato di professione in questi anni.  (Immagine: Banksy.)

di Stefano Talone

Riccardo C. vive a Formello, un paese alle porte di Roma famoso perché ci sono i campi sportivi della S.S. Lazio. Ha trent’anni e sta finendo di costruire una piccola villa in campagna dove andrà a vivere con la sua compagna.

È stato tenente dei Parà, poi si è congedato nel 2006 e ora è un costruttore edile. Non si è mai laureato, anche se avrebbe voluto, è perito industriale e lavora in uno studio di geometri ad Anguillara, nell’entroterra laziale, vicino al lago di Bracciano.

È un uomo alto, muscoloso, con gli occhi azzurri. Gli piace la vita all’aperto, fare palestra e la pesca al luccio, così ha comprato e ristrutturato una barca di legno, che ha chiamato Northern pike e quando il tempo lo permette esce con i suoi amici a pesca sul lago.

Si è arruolato nell’autunno del 2003, ma non per soldi o perché era alla ricerca di un posto fisso e ci tiene a specificarlo. Si è arruolato per passione e perché nella sua famiglia suo padre e suo fratello sono militari.

“Non vengo da un posto come i quartieri spagnoli, non l’ho fatto come tanta gente del sud, che vede l’esercito come l’equivalente di un contratto a tempo indeterminato. Ma l’ho fatto per un motivo, che è sempre stato quello: più uomo di così non puoi essere, giusto? Vai a fare il lavoro più eroico, fico e onorevole che ci sia. Per me sedermi a tavola oggi con mio padre non è come se non fossi mai partito, perché il giorno in cui sono tornato dopo essere stato in altre città, dopo avere viaggiato da solo, dopo avere convissuto con gente che non sono più i tuoi amici, da quello figlio di nessuno a quello ricco che lo fa per il gusto di farlo. Quando sono tornato a casa, dico, e ho visto gli occhi di mio padre che non mi guardavano più come un ragazzino, ma come un uomo, è stata un’altra cosa. Forse è questa la motivazione per cui sono partito”.

Dopo la sua prima e unica missione fuori dall’Italia, si è messo in società con un amico e hanno acquistato una casa da ristrutturare a Spoleto, solo che sono stati penalizzati dal passaggio lira-euro e dall’inesperienza, insomma l’affare non è andato bene. Ma Riccardo ha capito da quel giorno che il campo immobiliare faceva per lui. In pochi anni è riuscito a entrare in uno studio di geometri e ora ha un lavoro che gli piace e che gli dà soddisfazioni.

“Ho fatto un anno di università. Scienze delle comunicazioni. Ma non faceva per me. Mi sono ritrovato a fare le lezioni dentro i cinema e non ero abituato, mi sono perso subito. I primi due giorni quello a fianco a me giocava a carte e quello sopra di me si rollava le canne, ho detto giochiamo a carte e facciamoci le canne. Dopo due mesi ho deciso di arruolarmi e dare il massimo”.

Il massimo per Riccardo era la brigata Folgore e il nono gruppo di incursori col moschin. Nel 2003 ha fatto il concorso come Allievo Ufficiale di Complemento e lo ha superato. È stato mandato nel Comando Militare Scuola Fanteria di Cesano. Poco distante da Formello, dove abitava con la sua famiglia. Cinque mesi di addestramento, quello che si chiama C.A.R.

“Quando esci di lì sei già graduato. È un corso fatto per chi ha studiato. Io sono perito industriale e sono finito nel genio. Ho dovuto fare un casino per farmi spostare in fanteria, perché dal genio non potevo entrare nella Folgore. Tutti pensavano che avessi dei problemi a casa, anche perché non uscivo mai dalla caserma, ma abitavo a dieci minuti di macchina da Cesano e sapevo che non sarebbe stata un’esperienza utile se tornavo a casa la sera.

Poi avevo il problema che nel genio ti mandano o a Civitavecchia o alla Cecchignola, vicino Roma e i miei compagni non si spiegavano perché avessi fatto di tutto per finire in fanteria, dove ti spediscono chissà dove in Italia. Però il mio scopo era diventare Parà”.

Riccardo è riuscito a farsi spostare in fanteria e ha inoltrato la richiesta per la brigata Folgore. Dopo poche settimane è stato mandato al C.A.PAR.

La Caserma Gamerra di Pisa è il Centro Addestramento Paracadutisti da molti anni. Le prove di ingresso fisiche sono dieci flessioni con lo schiaffo, sia con le mani che con i piedi, cinque trazioni, 1500 mt. percorsi almeno in 6:30 minuti, salto in alto di almeno un 1,20 mt. e il salto dalla torretta. Dopo questo inizia il Corso Palestra e l’addestramento. Carrucola, tappeto, teoria del lancio, addestramento ai malfunzionamenti, tutta una serie di prove, pratiche e teoriche, che in un mese preparano la recluta al primo lancio. Ma soprattutto inquadramento nella filosofia Folgore, che è diversa da quella degli altri corpi.

“È stato come entrare a far parte dell’élite. C’è una grossa differenza tra avere fatto il militare e avere fatto il paracadutista. Cioè il militare è fare quello che dovevi fare, il parà è fare qualcosa in più rispetto a quello che dovevi fare. Dentro la brigata trovi persone di un certo spessore, molto più preparate e che hanno un’esperienza più consistente. C’è gente che si è fatta la Somalia e l’Iraq o l’Afghanistan, non ci sono persone che scaldano le sedie. È come se il militare semplice fosse l’asilo e la Folgore fosse l’università”.

Alla fine del corso c’è un’ulteriore prova fisica. Salto sul telo da cinque mt., fune a nove mt., 5000 mt. percorsi in venticinque minuti, il muro del pianto e il salto dalla torre dell’ardimento. È una torretta da cui ci si lancia attaccati a una carrucola da 14 mt. È la prova selettiva per eccellenza, se non hai paura, sei pronto. Ai militari che stanno per lanciarsi viene chiesto di urlare il proprio cognome e durante la discesa devono contare dimostrando di rimanere lucidi. Poi c’è il primo lancio.

“Doveva essere aprile o maggio del 2004. Il primo lancio ti caghi sotto e basta. Sono bassi, circa 600 mt. Hai il paracadute agganciato all’aereo, appena esci c’è il gancio della fune di vincolo che lo apre, ma comunque ti puoi fare male lo stesso ”.

Riccardo mi mostra il suo gancio. C’è scritto C.A.PAR, Pisa. È un pezzo di metallo fatto a moschettone su cui è inciso l’anno di ingresso e la matricola. Viene dato ai militari che si congedano.

Non c’è solo Pisa, a Livorno c’è il comando centrale, e un’altra caserma è a Pistoia. Riccardo ha la sua idea sul perché la brigata Folgore è dislocata per lo più in Toscana:

“Penso sia per un motivo politico che li hanno messi tutti lì. Hanno messo nel posto più rosso di tutti il corpo più nero e stronzo di tutti”.

Ma torniamo ai lanci. Dopo il terzo prendi il brevetto, dopo il quinto sei paracadutista a meno che non ti ritiri. E il quinto lancio lo fai con la MG, un mitragliatore che pesa intorno ai dodici chili, legato da sotto l’ascella fino alla caviglia. Più lo zaino. La discesa è di tre metri al secondo e il rischio di spezzarti qualcosa è molto presente.

“Io una volta ho fatto l’altalena. Stavo scendendo tranquillo e all’ultimo una folata di vento mi ha sollevato le gambe e sono atterrato seduto. Mi sono schiacciato tre vertebre. Ma comunque non dici niente, sopporti, perché è tutto basato su un’altra filosofia. Tu sei lì perché sei un duro. Non sei una femminuccia. E questo ti forgia il carattere, oltre che il fisico. Se per un anno sei costretto a fare flessioni con gente che ti prende a calci, ti assicuro che diventi un orco. E oltre a questo ti abituano a sopportare e a tenere duro in situazioni che escono dall’ordinario”.

Dopo l’anno da allievo ufficiale, passato per metà a Cesano e per metà a Pisa, Riccardo ha partecipato a un altro bando di lavoro. Questa volta della durata di due anni. Per passare bisognava avere un punteggio elevato e visto che Riccardo veniva da un gruppo scelto, dove ci sono degli standard che vanno rispettati anche dopo l’incorporazione, è passato senza grandi problemi.

Per due anni avrebbe avuto uno stipendio di tutto riguardo:

“Mi hanno pagato sin da subito, il primo periodo a Cesano prendevo novanta euro al mese, poi quando sono entrato nella Folgore ho iniziato a prendere sui 1.200 euro. Però non pensare che si mangia sempre alla mensa e che fai una vita a scrocco. Comunque sei in un corpo scelto, quindi magari a pranzo si mangia a mensa, però poi per il resto del giorno ognuno fa come crede. Io avevo il mio frigo in camera e mangiavo con i miei amici, comunque ero tenente, non sarei stato visto di buon occhio a mangiare tre pasti al giorno alla mensa. Ormai è un lavoro, non sei più una recluta. Alle quattro e mezza staccavo e me ne andavo in palestra e facevo le mie cose”.

Ma lo stipendio aumenta di molto quando si va in missione. Questo è uno dei motivi, secondo Riccardo, che spinge tante persone, senza la dovuta preparazione, a partire. Riccardo prendeva 4000 euro al mese quando era in Kosovo, ma le sue motivazioni erano ben diverse dai soldi. Lo ha fatto perché sentiva la missione come se fosse la sua tesi di laurea dopo tanti addestramenti.

Al tempo in cui le Nazioni Unite e un comando inter-force, guidato dagli americani, stavano fermando in Kosvo la rappresaglia serba, Riccardo stava facendo il diavolo a quattro per essere mandato in qualche contesto caldo. Ha impiegato più di un anno per andare a dirigere un plotone in Kosovo, durante le operazioni di peace keeping.

È stato affidato al lavoro di intelligence, di cui preferisce non parlare. È arrivato in Kosovo a bordo di un cl 30 dell’aviazione italiana nella città di Prizren. La caserma in cui era distaccato era tedesca. Le prime settimane ha avuto grandi difficoltà nel coordinare le operazioni in inglese, perché non l’ha mai studiato. Poi ha scoperto che i tedeschi amavano bere. Quando staccavano dal lavoro andavano in una specie di pub all’interno della base. Un giorno c’è andato anche lui.

“Al terzo boccale parlavamo tutti un inglese fluente e da allora non ho avuto più problemi”, mi dice.

La cosa interessante delle missioni all’estero è che, soprattutto all’inizio, sembrano un sogno. Hai l’idea di quel posto, ti ci sei immaginato partendo dai film che hai visto e dalle fantasie che ci fai sopra. Riccardo mi racconta che l’eccitazione la fa da padrone in quel periodo. Non vedi l’ora di partire e di mettere in pratica quello che hai imparato e di immedesimarti in un modello. Fatichi a prendere sonno la notte. Poi succede qualcosa che interrompe questo flusso di pensieri e ti avvicina alla realtà della situazione; e questa cosa accade molto spesso in maniera brusca e irruenta. Allora le cose cambiano.

Quel giorno, che Riccardo chiama “il punto di non ritorno”, lui se lo ricorda bene. È avvenuto la sua seconda settimana in Kosovo.

Una mattina è andato con un’autista da Prinzer a Pristina per raccogliere delle informazioni. Lui era sotto tenente e doveva dirigere una serie di operazioni in loco di osservazione. Sono partiti molto presto con una jeep. Il caso ha voluto che sulla via del ritorno, invece di percorrere la strada che avevano fatto all’andata, sono stati dirottati su un’altra via per consegnare dei documenti in una base inter-force.

Quando è tornato nel suo ufficio, alcune ore dopo, ha saputo che c’era stato un attentato sulla strada che avrebbe dovuto percorrere. È stato mandato immediatamente sul posto per fare un sopralluogo. Si era portato una macchina fotografica per documentare l’evento. L’attentato era stato fatto a una jeep militare. Un’autobomba era esplosa al passaggio del mezzo, l’autista si era salvato, mentre l’ufficiale che gli sedeva accanto aveva perso entrambe le gambe ed era morto poco dopo.

Riccardo non è rimasto più di tanto scosso dalla scena in sé per sé, ma dal fatto che avrebbe potuto esserci lui su quella jeep. Perché se non avesse dovuto fare la deviazione e lasciare i documenti in un’altra base, sarebbe passato per quella via, proprio in quell’orario.

Da quel giorno le cose sono cambiate. Riccardo ha iniziato a vivere a contatto con la realtà quotidiana di un paese distrutto dalla guerra. Ai semplici sogni che faceva prima della partenza ha iniziato a sostituire il desiderio di tornare; al puzzo della spazzatura bruciata a ogni angolo della strada dentro i bidoni, il desiderio di bere una birra sugli scalini di casa.

“Ma non mi sentirai mai parlare con questi toni con un altro militare che è stato in missione”, mi dice. Perché in sostanza non si parla della morte e oltre a questo c’è una certa retorica della brigata Folgore che fa passare anche l’esperienza più dura come una passeggiata.

Un suo caro amico, che fa parte della brigata, tempo fa si è rotto una spalla sciando, da allora Riccardo lo chiama “l’uomo di vetro”.

Un certo tipo di retorica forse è stata inventata per sfatare la presenza della morte, perché guardando alcuni dati relativi all’esercito americano, i militari in missione sembrano più fragili rispetto a quello che danno a vedere. La presenza della morte e della violenza è molto più di un semplice spettro da scacciare, è qualcosa che destabilizza la mente, qualcosa che non molti sono pronti a vivere.

Secondo un recente studio, svolto tra il 2004 e il 2008, del comando per la salute del U.S.A. Army, il tasso di suicidi tra i militari è in crescita dell’80%.

Il numero di militari che si sono tolti la vita nel 2010 è più alto di quelli morti in battaglia: 468 contro 462. E c’è di più, uno studio pubblicato su “The American Journal of Public Health” dice che dopo il secondo turno di missioni almeno un quarto dei soldati riporta dei disturbi mentali, e l’età più a rischio è quella compresa tra i diciassette e i ventiquattro anni.

Riccardo conosce il disordine traumatico che si può provare di ritorno da una missione, ma ha una sua idea riguardo a questi dati:

“La preparazione mentale a certe cose non esiste. Non ci sarà mai un allenamento in cui uno ti spara addosso, non ti prende e tu ti abitui a convivere con la morte lentamente. Ti puoi abituare al pericolo, a convivere con l’adrenalina, come lanciarti dall’aereo. Ma non c’è la possibilità di allenarti psicologicamente a quello che vedrai e farai sul campo. Ti addestri nel momento in cui ci sei.

C’è chi riesce a diventare un uomo di roccia, tutto il tempo che è in missione, torna a casa e non dimentica, ma va avanti. E chi non ci riesce. Ma non è colpa di nessuno. Dipende dal tuo carattere. È come quando vai in Brasile e vedi i bambini che muoiono di fame. I primi giorni gli dai qualche soldo, dopo una settimana non gli dai più niente altrimenti ti seguono milioni di bambini. Se tu però lo dici in giro può darsi che la gente ti risponda male: come, tu giri con il cocktail e quei ragazzini muoiono di fame? Quindi si può vivere in due modi la stessa situazione: adattarsi o viverla male.

La stesa cosa è in missione, anche se non ti sparano dietro, tu sei dall’altra parte del mondo, lontano da casa e tutto quello che vedi sono macerie e povertà. Dopo che lo vedi e vivi per sei mesi e vivi allertato da questa situazione, uno shock l’hai subito per forza.

Quando sono tornato dal Kosovo mi dava fastidio l’illuminazione stradale di Roma. Mi ricordo il primo aperitivo dopo sei mesi, sono rientrato a casa quasi subito. Non ero più abituato. Troppa gente sconosciuta. Ero vissuto in un ambiente in cui se vedevo un mucchio di gente non identificata dovevo stare allertato perché poteva accadere di tutto. Mi è venuta l’ansia e sono andato via. Ma una cosa è viverlo come panico momentaneo, tu sai che devi solo riadattarti a una nuova situazione. Altra cosa è non riuscirci”.

Questo discorso non fa una piega se i numeri fossero più bassi. Ma probabilmente c’è un’incapacità di fondo da parte del giovane militare americano di adattarsi ai nuovi contesti internazionali e alle nuove guerre. Sia l’ambiente di provenienza, sia la formazione, sono molto distanti rispetto a quello che poi affronterà in un posto come l’Afghanistan. Anche se i dati parlano di un’ impennata di arruolamenti in U.S.A., nel 2009 sono stati 170.000 i giovani di leva e poco più nel 2010, siamo sicuri che sanno a cosa stanno andando incontro come dice Riccardo?

“C’è da dire però che tu lo sai a priori a cosa vai in contro, e se non ti ci volevi trovare non ti saresti arruolato”.

In Italia si è arrivati all’ovvia conclusione che un soldato in ferma breve VFP1 non può essere mandato in missione all’estero, perché non ha sufficiente esperienza per muoversi in un contesto internazionale. Dopo l’anno di naja, il militare (che per legge non deve avere più di venticinque anni per arruolarsi) diventa parte di un corpo e acquisisce la pratica necessaria, ma, soprattutto, impara una professione, si specializza in un campo e inizia la sua carriera.

Fino a venti anni fa non sarebbe stata possibile una guerra come quella in Afghanistan, dove hanno fatto la comparsa i primi droni e dove un cecchino dell’esercito inglese può ammazzare un talebano a circa 2475 mt. (attuale record mondiale di uccisione a distanza).

L’Esercito Italiano lo ha preventivato e ha progettato un nuovo tipo di soldato, più tecnologico rispetto al passato e più professionale. Si chiama soldato-futuro. Di base è un nuovo tipo di equipaggiamento che verrà fornito ai nostri militari in sostituzione del vecchio. Armi più leggere e precise, equipaggiamento di ultima generazione. Ma dietro c’è anche una filosofia diversa che si sta facendo largo nell’E.I. da un po’ di anni.

“Ultimamente abbiamo partecipato a due guerre vere. Afghanistan e Iraq. Posti dove ci sono quaranta gradi di giorno e meno dieci di notte. Quindi la dotazione del soldato italiano si è dovuta evolvere per forza. Mi sono congedato sei anni fa. In quel periodo avevamo in dotazione il Land Rover Defender, che è un 4×4 fantastico, ci vai ovunque. Gli americani hanno l’Hummer che è più grande, più ricco, però in una cittadina con i viottoli, l’Hummer rischia di incastrarsi. Quindi, il Defender è certamente più spartano, ma funziona benissimo, è più che sufficiente per il compito che deve svolgere”.

Quello che dice Riccardo può essere un riassunto della dotazione dell’esercito italiano fino a oggi e sulla filosofia che c’era dietro. Si puntava sul numero e non sulla qualità, facendo sempre il confronto con l’esercito occidentale di riferimento, quello a stelle e strisce.

“Noi dicevamo sempre che se tu prendi un americano e lo lanci in mezzo alla foresta con solo la roba che ha addosso, probabilmente muore dopo una settimana. Se ci mandi un militare italiano, che ha la metà dell’equipaggiamento, probabilmente lo ritrovi dopo lo stesso periodo che sta facendo un barbecue con la gente del posto”.

Gli americani sono visti come dei super robot fragili. Hanno un equipaggiamento quasi al top di gamma, ma non sono stati addestrati ad arrangiarsi. Mentre l’esercito italiano, meno ricco e meno equipaggiato, ha una capacità innata: sa improvvisare.

Ma le cose stanno cambiando, i militari sono sempre più appassionati al loro lavoro e sempre più qualificati, e cercano di ottenere il meglio per andare in missione.

“Appena entri in caserma loro ti danno tutto, calzini, mutande, mimetica, il kit da barba. Ma è la sufficienza scarsa. Se le cose ti piacciono, te le compri da solo. Io ho ancora il mio baule nero, pieno di roba che mi sono comprato, tipo cinturone, gibernaggio, orologio. Ma funziona così ovunque. Se sei uno a cui piace fare il suo lavoro vuoi il meglio e non ti accontenti di un jacket scomodo, con pochi agganci o con poche tasche, te ne compri uno appena uscito, fatto con materiale tecnico. Sei un professionista e vuoi la migliore dotazione”.

Oltre internet, dove si può acquistare di tutto, ci sono i PX (post exchange), anche conosciuti come NEX (navy exchange). Sono degli empori situati all’interno delle basi, nelle zone di guerra, dove si può acquistare di tutto. La dotazione dell’esercito non prevede un mirino Red Hot, uno speciale vetrino con pallino rosso (molto usato nei videogiochi di guerra), lì lo puoi comprare. Non prevede orologio con Gps e profondimetro, lì lo puoi comprare. Non prevede degli anfibi in materiali derivati dall’alpinismo sportivo, super leggeri, lì li puoi acquistare. Facendo anche degli ottimi affari, perché tutto è venduto sottocosto.

Riccardo si era comprato il Rambo 2, un pugnale da lancio, molto simile a quello che si vede nel film. Manico in alluminio forato, tarato in modo tale che in qualunque modo lo lanci, cade sempre di punta. Lama nera lunga 25 cm., liscia su un lato e seghettata sull’altro. Ha comprato anche un’accetta spacca porte, che portava sempre dietro la schiena dentro una custodia di cuoio.

“A un certo punto mi sono comprato l’orologio Suunto, con Gps, altimetro e tutto. Sono andato al PX nella base dei finlandesi per prenderlo. L’ho pagato poco più del costo di produzione. Ora in dotazione ti danno la bussola, che sicuramente va benissimo. Ma vuoi paragonarla a un Suunto con Gps, bussola, altimetro e barometro?”

Proprio come ha fatto Riccardo, l’E.I. sta investendo sempre più su una formazione professionale. Gli scenari internazionali sono troppo complessi per un militare di leva semplice (cosa che non avviene in U.S.A.), quindi si cerca sempre più di inquadrare le giovani leve nell’idea che il militare è un mestiere serio e che bisogna essere portati per farlo. Che bisogna investirci soldi e tempo.

Oltre a questo c’è l’immagine che deve dare l’esercito dei propri ragazzi mandati al fronte. In Afghanistan sono morti 51 soldati italiani dall’inizio delle operazioni, pochissimi rispetto a quelli americani o afghani; l’opinione pubblica prende sempre molto male la perdita di un nostro militare, quindi con una sensibilità così elevata in Italia, non possono che diventare più professionali i soldati mandati al fronte, quanto meno per salvare la faccia dell’Arma.

I nuovi equipaggiamenti, che hanno già superato i primi test di collaudo, presto entreranno in servizio per aumentare la qualità delle nostre truppe. Un salto che non sarà solo tecnico, ma anche di consolidamento della nuova filosofia delle forze armate.

“Per combattere un talebano, che è il nemico perfetto (un uomo che è pronto a farsi saltare in aria è il nemico perfetto), serve gente addestrata e ben equipaggiata. Un militare di naja non può più fare la differenza”.

Ma se le guerre sono sempre più complesse e c’è bisogno di professionisti per combatterle, la vecchia naja rimane un rimpianto come esperienza di vita, come educazione, soprattutto tra gli ex militari: “Ti insegnava a stare al mondo. Ti facevi mille amici e alla fine non era una gran perdita di tempo. Erano solo dieci mesi”, mi dice Riccardo. La perdita infatti è vista nella formazione umana, non tanto nella professione.

Riccardo ci tiene a sottolineare che l’esercito è un mondo del lavoro normale, con i suoi orari di ufficio, i suoi contratti di lavoro e le sue leggi interne all’azienda che, simpatiche o antipatiche che siano, vanno rispettate. In questo modo lui ha imparato a stare in un posto di lavoro e a confrontarsi con altre persone.

“Molte sono una scemenza, per dire la barba. Non c’è una legge fatta per cui tu non puoi portare la barba, serve solo all’inizio per farti capire che la musica è cambiata. Tu non hai voce in capitolo su nulla, sei l’ultimo arrivato e chiunque ti vuole rompere le scatole, te le rompe. Questo in sostanza è per distruggere quelle che sono le ribellioni stupide. Perché se vai a leggere la libretta, dice solo che la barba la puoi portare, basta che sia in ordine e i capelli corti e sistemati. C’è solo una piccola cosa che dice che deve essere staccata dai capelli altrimenti, lì passano gli elastici della maschera antigas, se hai la barba, ci passa l’aria dentro. Quindi sono tutta una serie di piccole regole che servono a una cosa sostanziale, farti capire che la tua vita è cambiata e che devi sottostare a delle leggi per far funzionare il sistema. E partono dalle cose più semplici, come la barba.

Con questo impari un sacco di cose. La prima è che l’opzione di rispondere come ti pare, non è preventivata. Se tu a un tuo superiore rispondi male, finisci in cella di rigore. Ecco perché nell’esercito non ci sono mai scioperi, è una vita di comunità basata su regole che accetti da subito. Logicamente devi essere portato, altrimenti fai la fine di quelli del Grande Fratello, che, dopo due settimane là dentro, impazziscono ed escono. Devi essere pronto a sopportare e a capire le ragioni delle altre persone, anche le puttanate, perché a un certo punto ti rendi conto che sono le puttanate di tutta la vita. Quando andrai a fare un altro tipo di lavoro, i giochi non cambieranno tanto. Per questo non sono a favore dell’abolizione della naja. Era tutto calcolato. Se tu lavoravi o facevi l’università, tu non partivi o se partivi eri graduato, quindi partiva chi doveva partire. Lì puoi essere un figlio di papà o un poveraccio che rubava, lì si stava tutti insieme e o sopravvivi o sopravvivi”.

Riccardo mi racconta di una signora che, alcuni giorni fa, gli ha fatto cambiare i colori delle pareti interne di un appartamento che sta ristrutturando almeno dieci volte questa settimana, prima di scegliere il colore giusto. Lui sa che la pazienza che ha messo per fare questo lavoro gliel’ha data l’esercito.

In questi valori credevano anche l’ex ministro della difesa Ignazio la Russa e dell’educazione Gelmini, che hanno cercato di importare la formazione militare nelle scuole della Lombardia. Doveva essere un progetto pilota (che poi è arrivato alla sua quarta edizione), a cui hanno aderito novecento alunni. La circolare che aveva come titolo allenati per la vita è stata riportata da Famiglia Cristiana pochi giorni dopo spiegando il progetto.

Il corso prevedeva un addestramento soft da svolgere al posto di educazione fisica all’interno dell’orario scolastico. Corsa, tiro con pistole ad aria compressa, flessioni, orienteering, studio del diritto internazionale e della costituzione; questo come diceva la circolare per: “avvicinare, in modo innovativo e coinvolgente, il mondo della scuola alle forze armate, alla protezione civile, alla croce rossa e ai gruppi volontari del soccorso”.

Il governo Berlusconi ha investito anche su un altro piccolo progetto a partire dal luglio 2010 chiamato mini-naja. L’ex ministro della difesa La Russa ha finanziato con 19,8 milioni di euro una serie di corsi della durata di tre settimane a cui si sono sottoposti centinaia di ragazzi sperimentando quella che è la vita nell’E.I.

È stata un’ovvia mossa per cercare di reclutare nuovi giovani che non ha avuto un grande seguito, perché il numero complessivo di militari continua a rimanere basso secondo le stime del Ministero degli interni, che aveva prefissato 190.000 unità nel 2012 e invece se ne ritrova 178.571.

Inoltre, il programma di mini-naja è stato smantellato dall’attuale ammiraglio Di Paola, portando la spesa da sette milioni preventivati a solo un milione.

Nonostante tutto, è interessante il numero dei volontari in ferma breve, che rimane alto. L’ultima stima affidabile la offre il Ministero degli interni: nel 2010, 19,020 reclute sono state incorporate nell’esercito.

Riccardo è convinto che la naja sia stata una perdita per tutti. Una possibilità che aveva lo società di insegnare a stare con i piedi per terra a molti ragazzi che altrimenti sono finiti allo sbando. Ma intanto si va sempre più verso il perfezionamento dell’E.I. Verso una specializzazione per sostenere le nuove guerre del ventunesimo secolo.

“Prendi un maresciallo nell’idea comune che c’è in Italia. È uno con la pancia, che probabilmente viene dal sud, che non si muove dalla poltrona che ha conquistato con le unghie, insomma quello che vedevi nei film. Prendi un maresciallo di oggi. È uno che ha studiato, tre anni di accademia, che conosce l’inglese, che si è fatto varie missioni, che si è specializzato in qualcosa e che ogni anno deve fare delle prove fisiche per risultare idoneo. Ma non solo questo, è anche gente preparata mentalmente a certe cose”, mi dice Riccardo.

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La storia di Benafshah https://minimaetmoralia.it/inchieste/la-storia-di-benafshah/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/la-storia-di-benafshah/#comments Tue, 13 Nov 2012 09:45:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11304 Questo reportage da Farah, Afghanistan, è uscito sul manifesto e in inglese su Counterpunch. La versione integrale dell'inchiesta uscirà sul prossimo numero della rivista Lo Straniero. (Immagine: Mohammad Arif sulla tomba della figlia. Foto di Giuliano Battiston.)

È il 3 maggio del 2009. Il rigido inverno afghano è ormai alle porte. La primavera mostra da tempo tutta la sua impazienza. Eppure piove, e non vuole smettere di farlo. Alcuni veicoli delle truppe straniere compiono operazioni di “patrolling” lungo la strada principale che da Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale, punta verso sud, a Shindand, per poi arrivare fino a Farah, dove i ribelli continuano a tenere sotto scacco perfino gli americani. Sui bordi della strada, accovacciati e nascosti, potrebbero esserci degli “insorti”. Che realmente ci siano o meno cambia poco. Per i soldati, resta il timore. Quello di un attacco improvviso e quello degli ordigni improvvisati, in gergo burocratico IED, Improvised Explosive Devices, i micidiali esplosivi azionati con una semplice trasmittente, anche con un telecomando domestico. Sono lo strumento preferito dagli insorti, l’arma più efficace, insieme agli attacchi suicidi, di ogni guerra asimmetrica.

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Questo reportage da Farah, Afghanistan, è uscito sul manifesto e in inglese su Counterpunch. La versione integrale dell’inchiesta uscirà sul prossimo numero della rivista Lo Straniero. (Immagine: Mohammad Arif sulla tomba della figlia. Foto di Giuliano Battiston.)

È il 3 maggio del 2009. Il rigido inverno afghano è ormai alle porte. La primavera mostra da tempo tutta la sua impazienza. Eppure piove, e non vuole smettere di farlo. Alcuni veicoli delle truppe straniere compiono operazioni di “patrolling” lungo la strada principale che da Herat, capoluogo dell’omonima provincia occidentale, punta verso sud, a Shindand, per poi arrivare fino a Farah, dove i ribelli continuano a tenere sotto scacco perfino gli americani. Sui bordi della strada, accovacciati e nascosti, potrebbero esserci degli “insorti”. Che realmente ci siano o meno cambia poco. Per i soldati, resta il timore. Quello di un attacco improvviso e quello degli ordigni improvvisati, in gergo burocratico IED, Improvised Explosive Devices, i micidiali esplosivi azionati con una semplice trasmittente, anche con un telecomando domestico. Sono lo strumento preferito dagli insorti, l’arma più efficace, insieme agli attacchi suicidi, di ogni guerra asimmetrica.

Una guerra che rende difficile distinguere gli amici dai nemici, i buoni dai cattivi. Dentro quei veicoli, i soldati sono tesi, nervosi. Si guardano intorno con sospetto. Sanno che la guerra afghana ha le sue regole. Alcune non scritte. Tra queste, una recita che è meglio anticipare le mosse del nemico. Nel dubbio, meglio sparare per primi. Se poi si scopre che il nemico non era tale, va derubricato nella contabilità delle vittime collaterali.

Sotto la pioggia, quel giorno viaggia anche una Toyota “sarache” bianca. La Toyota “sarache” è un’automobile particolare, un’automobile per famiglie, con un ampio bagagliaio. “Sarache” in lingua locale significa “piccola casa”. La Toyota “sarache” è una piccola casa in movimento. Dentro c’è un’intera famiglia. Dodici persone in tutto. Alla guida c’è Ahmad Rahimi, un uomo allegro che viaggia con le due figlie, Sina e Fahim, di 5 e 2 anni, e con la moglie Nilofar. Alla destra di Ahmad Rahimi c’è la suocera, Zubeida, 57 anni, rispettata e amata, madre di Nilofar e di Fawzia. Fawzia viaggia sul sedile posteriore, alla destra della sorella. È una donna non più giovane, il suo volto comincia a sfiorire, mostrando i segni della fatica. Deve badare a una famiglia numerosa. Ha un marito, Mohammad Arif Khan, che fa il procuratore a Farah, e ben 6 figlie. Quel giorno il marito non è con lei, perché impegnato per lavoro, ma tutte le figlie sono nella Toyota “sarache”. C’è Hadisa, la più piccola. Oggi ha 3 anni, indossa vestitini colorati, ha gli occhi vispi e l’allegria contagiosa di chi scopre il mondo. Il 3 maggio 2009 ha appena 27 giorni e siede sulle ginocchia della madre, che la stringe forte, amorevolmente. Insieme ad Hadisa c’è anche Tarfa, all’epoca quindicenne. Ci sono Sahar, Shakila e Sheila, rispettivamente di 10, 8 anni e 5 anni. E c’è Benafshah, 13 anni.

Per tutti è un giorno di festa. Partita di primo mattino da Farah, la famiglia è diretta a Herat per il matrimonio del fratello di Nilofar e Fawzia. L’atmosfera è spensierata e festosa. La più contenta ed elettrizzata è Benafshah: da circa due anni non vive più con i genitori e le sorelle a Farah. Abita con la nonna, rimasta sola, in un villaggio fuori città, Tawesk. È lì per aiutarla nelle faccende domestiche. Per Benafshah, quel viaggio è l’occasione per trascorrere del tempo con la famiglia, con le sorelle, gli zii e la mamma. I più piccoli giocano e cantano, bisticciano e scherzano. Qualcuno piange, perché soffre il viaggio in auto. I grandi raccontano storie. Superata Shindand, finalmente si rilassano un po’: il tratto più pericoloso del tragitto, quello dove più probabili sono gli scontri a fuoco, è ormai alle loro spalle. Ma alle 10.30 del mattino, nei pressi di Mir Daud, a pochi chilometri dall’ingresso di Herat, la piccola casa in movimento incontra due mezzi blindati stranieri. Gli stranieri, in questo caso, sono italiani. Tricolori. Pochi istanti dopo Benfashah, 13 anni, è morta. Colpita in testa, il volto sfregiato e ormai irriconoscibile. La tragedia è compiuta.

Chi in Afghanistan vive, e chi in Afghanistan si assume la responsabilità di viaggiare, fuori dalle enclave di Kabul, del giornalismo embedded e degli hotel a cinque stelle, lo sa. Sa che è impossibile prepararsi alla catastrofe. Impossibile prevedere, impossibile sottrarsi del tutto all’eventualità della morte, che qui è immanente. Eppure questa volta sembra diverso. Nel caso della piccola Benafshah la sofferenza è maggiore, il senso di ingiustizia più lacerante, più dolorosa la sensazione che la tragedia si potesse evitare, più ostinata la convinzione che non ci fosse nulla di ineluttabile nella sua morte. A esserne convinti sono i genitori, la madre Fawzia e il padre Mohammad Arif. Dopo mesi di ricerche e di notizie fuorvianti, scopro che abitano a Farah. Li raggiungo via terra, da Herat.

Il 3 maggio 2009, intorno alle 10.30 del mattino, quando sua figlia è stata uccisa, Fawzia le sedeva accanto, alla sua sinistra. La sua è una testimonianza diretta. Ed è la prima volta che la racconta a un giornalista. Nessuno l’ha mai cercata. Vive con la famiglia a Dasht-e-Qal’e-ye-Arbab, un quartiere di Farah che prende il nome dalla vicina, bassa montagna di Qal’e-ye-Arbab. Il suo racconto è preciso e dettagliato, interrotto soltanto dai singhiozzi. “Procedevamo piano, io ero particolarmente attenta alla strada perché temevo qualche attacco degli insorti. A un certo punto abbiamo visto avvicinarsi dei veicoli militari, mi sembra fossero due, che venivano nella direzione contraria alla nostra, verso Farah. Poi, all’improvviso, gli spari”.

Secondo la ricostruzione ufficiale dell’Esercito italiano, la macchina su cui viaggiava Benafshah non si sarebbe fermata all’alt, nonostante i soldati avessero adottato tutte le procedure di avvertimento previste in questi casi. L’uccisione di Benafshah sarebbe dunque un “tragico incidente”, come dichiarato dall’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa. “Non c’è stato alcun segnale di avvertimento, solo gli spari”, replica sicura Fawzia, che continua: “i colpi sono entrati dal parabrezza anteriore. I proiettili hanno lasciato dei buchi sul vetro. Il lunotto posteriore è andato in frantumi. Credo che i colpi venissero dal secondo veicolo. Il primo ci è passato accanto, sorpassandoci. Forse anche loro hanno sparato, sul lunotto, ma non ne sono certa”. Fawzia aggiunge dettagli: “Gli spari venivano dall’alto, diritti davanti a noi, con un’inclinazione da sinistra a destra. I primi hanno quasi colpito mia madre, che era sul sedile di destra, accanto al guidatore. Gli altri, successivi, sono stati fatali”. Sentito il rumore degli spari, Fawzia ha gridato al cognato di fermarsi. Ormai, però, era troppo tardi. “Mi sono accorta che Hadisa, che allora aveva appena 27 giorni, era imbratta di sangue, come me. Sul suo corpo c’erano pezzi di carne, materia cerebrale. Voleva pulirla, ma quando mi sono voltata a destra ho visto Benafshah. Metà della faccia le era saltata”. Fawzia prosegue. Racconta delle urla disperate, delle figlie terrorizzate, della madre, Zubeida, che “raccoglie ai suoi piedi un pezzo della guancia di Benafshah, alcuni denti e li mette in un fazzoletto”. Racconta della disperazione di suo marito, quando gli ha comunicato la morte della figlia.

Mohammad Arif Khan è un bell’uomo di 48 anni, con baffi neri portati con disinvolta eleganza. Quando lo ho incontrato per la prima volta (si veda il manifesto del 30/8/2011), sono rimasto stupito: mi aspettavo un uomo rancoroso, pieno di livore per l’ingiustificabile morte della figlia. Ho scoperto invece un uomo dalla sofferenza composta, austera. Ancora oggi, sembra quasi scusarsi per essere l’involontario testimone di una storia che altera l’ordine naturale delle cose, quell’ordine che per una ragazzina di 13 anni prevede soltanto sogni e utopie, illusioni e spensieratezza. Di mestiere fa il procuratore generale. Da 19 anni ne vede di tutti i colori. È abituato ad avere a che fare con ladri, impostori, trafficanti, sequestratori. Non è corrotto, come sono molti giudici e procuratori in Afghanistan. Non nutre rancore. Però chiede verità.

Il giorno dopo la morte della figlia, mentre preparava uno dei tre giorni di preghiera previsti dall’Islam, Mohammad Arif riceve una chiamata. È il governatore della provincia di Farah, che lo invita nel suo ufficio per incontrare due generali. “Quel giorno sono andato dal governatore, ho aspettato a lungo, ma i due generali non sono mai arrivati”, racconta. Il giorno successivo il governatore lo invita di nuovo. Mohammad Arif prima rifiuta, poi si lascia convincere dai notabili locali, i membri della Shura (consiglio) di Farah. Nell’ufficio del governatore incontra due militari: “erano di alto grado, credo fossero generali, un afghano e un italiano”. I generali si scusano, ma non lo convincono. “Il generale italiano mi ha spiegato che il soldato non aveva ucciso intenzionalmente: i colpi erano stati sparati sull’asfalto, non sulla macchina. Il proiettile che aveva ucciso mia figlia sarebbe rimbalzato sul terreno, prima di colpirla”. Mohammad Arif è offeso. “Gli ho risposto che non volevo essere preso in giro. Quel colpo era diretto, aveva colpito direttamente il vetro. Per fermare una macchina si spara sulle gomme, oppure sul motore. Gli italiani non lo hanno fatto: hanno sparato sul parabrezza. Volevano uccidere, non fermare la macchina”, sostiene.

Quel che più fa indignare Mohammad Arif e Fawzia è il comportamento dei militari italiani: “non si sono fermati, non sono neanche scesi dai blindati. Hanno preso e proseguito come niente fosse, eppure era chiaro che avevano sparato e che lo avevano fatto su una macchina di civili”, accusa Fawzia. Che minaccia rappresentava, quella macchina piena di donne e bambini disarmati, si chiede Mohammad Arif? E i soldati italiani, cosa avranno pensato quel giorno, una volta tornati nelle loro basi? Una giornata come tante? Oppure li avrà accompagnati la dolorosa sensazione di aver ucciso una ragazzina che avrebbe potuto essere figlia loro? Mohammad Arif cerca risposte. Cerca di capire se “uccidere un civile afghano è un reato o meno”. “Cosa ne è di chi ha ucciso mia figlia?”, ha chiesto al generale italiano, quel giorno, nell’ufficio del governatore. Gli è stato risposto che era sotto custodia militare, in attesa del processo. “Poi però non sono più riuscito a vedere una foto, un fascicolo giudiziario, un verdetto, un nome, niente di niente. Sono convinto che fosse tutta una presa in giro”. Per questo, attraverso il manifesto e IPS, Mohammad Arif chiede di poter consultare il fascicolo che riguarda il caso di sua figlia. Sua moglie, invece, chiede semplicemente che ne venga raccontata la storia.

La storia di una ragazzina afghana di 13 anni, uccisa da uno o più soldati italiani il 3 maggio 2009, intorno alle 10.30 del mattino, nei pressi di Mir Daud, alle porte di Herat. La storia di Benafshah, che oggi riposa nel cimitero di Qal’e-ye-Arbab, a pochi minuti da casa dei genitori. “L’abbiamo sepolta qui, e non nel cimitero di famiglia del nostro villaggio di origine, per poterla visitare più spesso”, spiega il padre. Le tombe sono basse e lunghe, semplici, senza fiori. Quella di Benafshah è protetta all’esterno da alcune serie di mattoni grezzi, all’interno è decorata con maioliche chiare. “Una volta c’erano due lapidi, ma una è stata mandata in frantumi dai bambini del posto”. Su quella che rimane è inciso il nome di Benafshah, la sua storia, quella di una studentessa modello, “la seconda di tutta la scuola”, conferma la madre orgogliosa. Una studentessa diventata una “martire, uccisa dalla codardia di soldati stranieri, dagli italiani dell’Isaf”. Così recitano, testualmente, le scritte sulla lapide. Accanto al nome, sono disegnati due tulipani rossi. “Durante il viaggio, Benafshah soffriva un po’ il mal d’auto. Ma quando ha visto un campo di tulipani si è voluta fermare. Ne ha raccolti due. Li abbiamo sepolti con lei. Insieme a tutte le sue speranze”, spiega Fawzia.

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Itinerari afgani https://minimaetmoralia.it/libri/itinerari-afgani/ https://minimaetmoralia.it/libri/itinerari-afgani/#respond Tue, 19 Jun 2012 09:07:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8364 Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all'Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

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Pubblichiamo un articolo di Giuliano Battiston, uscito sul «manifesto», sui percorsi di lettura dedicati all’Afghanistan.

A più di dieci anni dall’inizio dell’intervento militare voluto dagli Stati Uniti, sull’Afghanistan è tempo di tirare le somme. Lo ha fatto la “comunità internazionale”, che a Chicago, nel corso del vertice della Nato del 21-22 maggio scorsi, ha ribadito la volontà di ritirare le truppe entro la fine del 2014. Lo fanno gli afghani, sempre più disillusi e preoccupati, per una situazione che a dispetto delle promesse fatte continua a essere fortemente instabile. E lo fanno anche alcuni italiani, coinvolti a vario titolo nel nuovo “grande gioco” in Asia centrale: da due anni a questa parte l’editoria italiana continua infatti a sfornare libri sull’Afghanistan. A quanto pare, un ciclo si è chiuso, quello della retorica che accompagna ogni operazione militare, e un altro se ne è aperto, quello della riflessione. I proclami lanciati dalle tribune politiche, dalle sedi delle ambasciate o dai quartieri generali delle forze Isaf-Nato evidentemente hanno perso la loro forza persuasiva; la realtà è troppo lontana dagli ideali sbandierati nelle conferenze stampa, troppo evidente il contrasto tra le promesse fatte nel 2001 e i risultati attuali. Su questo scarto si concentrano molti dei libri pubblicati di recente in Italia e dedicati all’Afghanistan, accomunati dalla tendenza a privilegiare l’aspetto diaristico, la memoria personale, l’autobiografismo, per raccontare le contraddizioni di un paese in cui, “nel dopo 11 settembre, si è asserragliata una formidabile legione stranera”.

A questa legione straniera, al modo in cui ha condotto le sue attività militari e di ricostruzione è dedicato Libero a Kabul (Editori Internazionali Riuniti, pp. 320, euro 19.50), di Fernando Gentilini. Già consigliere diplomatico aggiunto per il presidente del Consiglio Romano Prodi e Alto rappresentante civile della Nato a Kabul, Gentilini è un diplomatico di professione: inutile aspettarsi retroscena clamorosi e rivelazioni compromettenti sugli attriti tra questo o quell’ambasciatore. Ci si può aspettare invece uno sguardo molto più onesto ed esplicito di quanto il ruolo ricoperto lascerebbe supporre. Gentilini viene mandato a Kabul nel maggio del 2008 con due compiti: “far convivere i militari dell’Isaf con i civili delle Nazioni unite e dell’Unione europea” e “trasferire progressivamente agli afghani la gestione dei progetti di ricostruzione”. Sul terreno, la battaglia continua, le forze internazionali incassano i colpi dei movimenti anti-governativi, la mappa afghana è disegnata a macchia di leopardo: alcune aree sono sotto tutela del governo Karzai e degli “alleati” occidentali, molte altre rimangono sotto influenza talebana. Anche gli strateghi del Pentagono, seppur riluttanti, cominciano ad ammettere che la soluzione militare, da sola, non basta. Nessuno dubita più che “si debba puntare sulla politica e sugli aiuti economici invece che esclusivamente sulle armi”. Si afferma il “comprehensive approach: una ricetta per la risoluzione del conflitto basata su politica, diplomazia, aiuti economici e ricostruzione piuttosto che sull’uso esclusivo della forza”. Ormai, però, è troppo tardi. Lo squilibrio tra “le componenti civile e militare dello sforzo internazionale” ha già fatto danni: la popolazione non si fida; la maggior parte dei diplomatici occidentali è abituata a vivere “barricata nei propri comprensori fortificati e non gira per la città se non proprio necessario”; i donatori internazionali procedono “ognuno per conto suo senza nessuno in grado di assicurare un minimo di coordinamento”; la commistione tra civili e militari, con l’imposizione del modello dei Prt (i Provincial reconstruction team), ha alterato “le finalità dello sviluppo”, puntando a obiettivi tattici (la conquista dei ‘cuori e delle menti’ degli afghani) anziché strategici. Quando termina il suo mandato, nel gennaio 2010, Gentilini ha imparato “che le guerre postmoderne non si vincono e non si perdono più”, e lascia dietro di sé “una comunità internazionale più brava nel mobilitare risorse militari che civili”. E incapace di ammettere un fallimento.

Di un “inesorabile fallimento” parla invece Pietro De Carli in Afghanistan nella tempesta. La farsa della ricostruzione (Albatros Il filo, pp. 459, euro 15,50). L’autore, esperto di cooperazione per il ministero degli Esteri, ha coordinato programmi di emergenza in Afghanistan, dove ha vissuto per quattro anni. Un tempo più che sufficiente per rendersi conto delle contraddizioni di “una strategia di rinascita democratica e di ricostruzione economica e sociale imperniata pressoché esclusivamente sulla prova di forza di una spedizione militare”. Da qui, sarebbero derivati tutta una serie di sbagli ed equivoci, come quello “della vocazione umanitaria rivendicata dai contingenti militari stranieri che annullava ogni distinzione con le organizzazione precipuamente umanitarie”. Ancora una volta, la critica è rivolta alle attività dei Provincial reconstruction team, che hanno incarnato il modello dell’integrazione tra civili e militari. Con risultati catastrofici, perché “la solidarietà mal si concilia con l’esercizio della forza”, e perché “ammantare come umanitaria una missione militare” non può che produrre danni, facendo emergere inevitabilmente la logica, tutta politica, di cui è frutto: “la logica che interpretava i progetti di cooperazione alla stregua di una tattica ausiliaria all’obiettivo primario della presenza militare”, “una sorta di ammortizzatore sociale per minimizzare l’ostilità nei confronti dei contingenti militari”. Quando torna in Italia, anche De Carli lascia dietro di sé una comunità internazionale incapace di ammettere i suoi errori e di dare seguito alle promesse di “ricostruzione”.

Quelle di Gentilini e di De Carli sono posizioni simili, condivisibili, ormai piuttosto comuni tra quanti si occupano di Afghanistan, maturate dopo aver conosciuto in prima persona le incoerenze della missione in Afghanistan. Eppure, rimangono entrambe parziali e limitate, proprio perché puntano soltanto all’incoerenza, alla contraddizione tra mezzi e fini: sono i metodi a essere criticati (la commistione tra civili e militari, lo squilibrio delle risorse mobilitate nei due settori, la scarsa attenzione alla ricostruzione del tessuto economico), non il fine (la missione militare in Afghanistan, con tutti i suoi corollari).

Molto più articolata e consapevole, sotto questo punto di vista, la posizione di Antonio De Lauri, dottore di ricerca in Scienze umane e antropologia della contemporaneità e ricercatore a Parigi e Nanterre. Già curatore nel 2005 del volume Poesie afghane contemporanee (L’Harmattan Italia), nelle scorse settimane De Lauri ha pubblicato Afghanistan. Ricostruzione, ingiustizia, diritti umani (Mondadori università, pp. 354, euro 24). Sin dall’introduzione, l’autore rivendica “una opportuna distanza dal ‘credo umanitario’”, rendendo esplicita la sua “posizione critica nei confronti di un certo tipo di politica interventista”. Questa distanza si traduce in due movimenti: sotto il profilo del metodo, nella piena consapevolezza della “tensione continua tra posizionamento politico, etica della ricerca e conoscenza critica”; sotto il profilo dei contenuti, nella ricerca del “fondamento ideologico e politico su cui poggia il processo di ricostruzione giuridica e giudiziaria innescato nel 2001”, nella riflessione attenta “sulle logiche che governano i movimenti di circolazione e attuazione dei modelli ispirati alla rule of law globale”. Il punto di vista è chiaro: se in Afghanistan nel processo di ricostruzione “la retorica governativa e internazionale presenta l’esportazione della rule of law quale prerogativa allo ‘sviluppo’ del paese”, De Lauri contesta la stessa concezione universalistica “che intrappola ogni idea di processo trasformativo nel linguaggio egemonico della modernizzazione”, relegando la realtà afghana a uno stato di pre-modernità immobile. Una volta abbandonato il linguaggio di tipo evoluzionista e l’“‘orientalismo umanitario’ per cui una pace duratura può derivare solamente da un processo di modernizzazione politica veicolato dai paesi occidentali”, ecco che la rule of law mostra ciò che nasconde: un globalismo giuridico che si fa “veicolo di legittimazione di logiche di sopraffazione che rispondono a interessi geopolitici e privati”. La critica rivolta dall’autore alla declinazione normativa dell’interventismo umanitario è ben articolata. A volte, però, perfino troppo ribadita: a farne le spese, nell’economia del libro, è un’altra delle coordinate del lavoro etnografico di De Lauri, quella dedicata all’analisi dell’intreccio di sistemi normativi nel panorama giuridico afghano, segnato dalla compenetrazione tra legge statale, diritto internazionale, consuetudini e sharia. Quello del pluralismo giuridico inaccessibile (per usare la formula dell’autore), è un tema di estremo interesse: in Afghanistan la coesistenza di più sistemi di riferimento di ordine normativo produce una negoziazione continua, processi di appropriazione e traduzione o, meglio ancora, di resistenza, conflitto, ibridazione, assorbimento. A incarnarli, sono soprattutto i giudici, che danno luogo a una “pratica giudiziaria di contaminazione che risente tanto delle influenze esterne quanto delle pratiche e delle forme di autorità consuetudinarie”. Esemplari, a questo proposito, i racconti dei 20 casi giudiziari seguiti da De Lauri nelle corti di Kabul, lì dove le tendenze transnazionali del globalismo giuridico si traducono nelle contingenze micro-sociali e nelle storie di vita degli afghani.

Storie ordinarie e attuali, come quelle raccolte a Kabul da De Lauri, o storie eccezionali e ormai leggendarie, come quelle raccontate da Ettore Mo in Diario dall’Afghanistan (Transeuropa, pp. 112, euro 8.50, con fotografie di Luigi Baldelli), dove il più noto tra gli inviati di guerra italiani torna a spiegare perché nel 1979 decise, “come Melville, di inseguire e dare la caccia alla Balena Bianca, che in quel momento aveva i connotati aggressivi dell’Afghanistan”. Chi ha dimestichezza con il lavoro di Ettore Mo riconoscerà facilmente i personaggi, i luoghi e le situazioni già descritti altrove: la prima “incursione” in Afghanistan; l’incontro con i signori della guerra come Hekmatyar, “quasi un personaggio shakespeariano, cupo, frenetico, tenuto al guinzaglio da un demone”; la morte del giornalista della BBC Mirwaiz Jalil; il ritratto del leone del Panshir, Ahmad Shah Massud (di cui proprio Mo ha contribuito a diffondere una biografia fin troppo agiografica); l’avvento dei Talebani. Ed è proprio questo l’aspetto sorprendente di questo Diario dall’Afghanistan: Ettore Mo torna a raccontare cose già raccontate, storie forse già lette dai suoi lettori. Eppure riesce a incantare come se quelle storie fossero nuove, ci costringe a seguirlo nei suoi viaggi, a lasciarci trasportare da una prosa narrativa a cui ancora nessuno è riuscito ad avvicinarsi.

Una natura selvaggia e ostile, un popolo fiero, dai costumi inalterati nel tempo, una storia ridotta a pochi episodi, perlopiù cruenti e terribili. È così che si conosce l’Afghanistan, secondo un’immagine mediata da vulgate approssimative e superficiali. Chi non si accontenta ed è in cerca di profondità storica può affidarsi al volume Afghani. Popolo millenario, pubblicato dalla casa editrice triestina Beit (pp. 464, euro 22) nella collana dedicata ai “popoli”. L’autore è lo storico Willem Vogelsang, segretario esecutivo dell’Istituto internazionale di studi asiatici di Leida. Il testo, un manuale enciclopedico dagli intenti divulgativi sulla storia dei popoli che hanno abitato, a partire dal 4000 a.C., le aree che oggi vanno sotto il nome di Afghanistan. Quello che oggi è diventato un paese in cui non si possono “inviare dei marine a rimetter le cose a posto e poi aspettarsi che tutti vivano felici e contenti”, scrive l’autore nell’introduzione all’edizione italiana.

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Afghanistan: quale società civile? https://minimaetmoralia.it/interventi/afghanistan-quale-societa-civile/ https://minimaetmoralia.it/interventi/afghanistan-quale-societa-civile/#respond Tue, 07 Jun 2011 09:02:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4483 Questo testo, uscito sul Manifesto, è una versione ridotta della ricerca La società civile afghana: uno sguardo dall’interno, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dal network italiano “Afgana” con il sostegno della Cooperazione allo sviluppo. La ricerca è scaricabile gratuitamente su www.afgana.org.

di Giuliano Battiston

Studiato dagli accademici e invocato dai politici, almeno a partire dalla fine della guerra fredda il concetto di società civile ha acquisito una nuova “ubiquità globale”:

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Questo testo, uscito sul Manifesto, è una versione ridotta della ricerca La società civile afghana: uno sguardo dall’interno, realizzata nell’ambito di un progetto promosso dal network italiano “Afgana” con il sostegno della Cooperazione allo sviluppo. La ricerca è scaricabile gratuitamente su www.afgana.org.

di Giuliano Battiston

Studiato dagli accademici e invocato dai politici, almeno a partire dalla fine della guerra fredda il concetto di società civile ha acquisito una nuova “ubiquità globale”: è stato molto discusso, se ne è persino abusato, tanto che per alcuni studiosi l’eccesso di teorizzazione lo ha reso un “fuoco fatuo”, un mero attaccapanni analitico sul quale appendere il proprio abito ideologico preferito. Alla centralità del tema nella pubblicistica accademica, si accompagna da un paio di decenni un uso sempre più frequente nelle raccomandazioni degli organismi internazionali sui processi di democratizzazione e transizione post-conflitto. Anche nell’ambito disciplinare del peacebuilding, se una volta ci si preoccupava prevalentemente dei meccanismi attraverso i quali realizzare accordi di pace al livello nazionale, o degli interventi delle agenzie internazionali, oggi si discute invece del modo in cui la società civile possa contribuire alla riconciliazione, valorizzando la sovranità locale nei confronti delle elite politico-militari. Allo stesso tempo, ci si chiede se e a quali condizioni “attori esterni” possano rafforzare la società civile di un paese in guerra, come parte di una più ampia strategia di pacificazione, come contributo a una pace sostenibile nel lungo periodo e come condizione per il funzionamento non soltanto formale di nuovi, o rinnovati sistemi politici democratici.
Almeno a partire dal rovesciamento nel 2001 del regime talebano, anche nel caso dell’Afghanistan ci si è spesso appellati alla società civile, generalmente intesa come un soggetto unitario e come contraltare di uno Stato fragile, anemico, incapace da un lato di garantire il funzionamento del quadro istituzionale – se non al prezzo di instabilità politica -, e dall’altro di assicurare i servizi di base ai cittadini. Sin dal trattato di Bonn, che ha delineato il quadro della transizione post-talebana, tutti i principali paesi donatori hanno infatti assicurato – perlomeno formalmente – di voler rafforzare la società civile come strumento essenziale nella ricostruzione del paese. Lo hanno fatto, però, adottando una concezione piuttosto miope e ristretta della società civile.
A causa dell’assenza di uno Stato funzionante, di una leadership politica riconoscibile e della riluttanza della comunità internazionale a impegnarsi seriamente nello state-building, con l’uscita di scena – provvisoria – dei Talebani i paesi donatori hanno infatti canalizzato gli aiuti umanitari e allo sviluppo attraverso le agenzie dell’Onu e, soprattutto, le Ong. I loro meriti? Essere percepite come politicamente neutre prima ancora che indipendenti, strutturalmente flessibili, più efficaci nel raggiungere i beneficiari dei loro progetti. A essere escluse dai finanziamenti e dall’attenzione della comunità internazionale, le altre forme di associazionismo e i luoghi di discussione pubblica tradizionali, come i consigli di villaggio (jirga e shura), i gruppi culturali, i sindacati, le strutture religiose, in molti casi più rappresentativi del corpo sociale ma meno riconoscibili secondo i parametri sanciti dal concetto normativo di società civile di matrice occidentale, perché informali o solo debolmente strutturati, e soprattutto meno funzionali all’agenda stabilita dalla comunità internazionale.
Quella che è stata definita “l’interpretazione burocratica” della società civile non riguarda però solo l’Afghanistan, ed è piuttosto un fenomeno caratteristico del connubio stabilito a partire dagli anni Novanta, nelle politiche allo sviluppo, tra l’agenda della “good governance” e la progressiva ri-affermazione del discorso sulla società civile: sulla spinta dell’ideologia neoliberista e nell’ambito della retorica “progressista” del sostegno alla società civile, si è cercato di liberare il ramo esecutivo dello Stato dalla sua responsabilità sociale e dalla sua responsività nei confronti dei cittadini, trasferendo funzioni e servizi dalla macchina burocratica statale, considerata inefficace ed elefantiaca, alle Ong, giudicate più “snelle” e capaci di attuare politiche di compensazione sociale senza sollevare obiezioni di carattere politico, senza dunque criticare lo smantellamento del Welfare state.
In Afghanistan, questa tendenza a tracciare una semplice equivalenza tra società civile e Ong si combina ad almeno altri due fattori: da una parte l’evidente difficoltà, in un contesto caratterizzato da una forte frammentazione politica come quello successivo all’occupazione militare del 2001, ad individuare dei soggetti che avessero legittimità e autorevolezza tali da diventare interlocutori affidabili per gli accordi di aiuto allo sviluppo; dall’altro la promiscuità tra aiuto allo sviluppo, sostegno alla società civile, operazioni militari e interessi di politica estera dei paesi donatori. Per stabilizzare il paese e indebolire il sostegno alle forze antigovernative, la comunità internazionale infatti ha adottato una duplice e contraddittoria strategia: da un lato la componente militare, fatta di un impiego massiccio di mezzi e uomini militari, dall’altra gli aiuti allo sviluppo, segnati da molte promesse e altrettante reticenze e ritardi; da un lato gli obiettivi del contro-terrorismo, dall’altro quelli del peacebuilding e della sicurezza umana delle diverse comunità afghane. In questo modo, si è dato luogo a uno degli aspetti più controversi del coinvolgimento della comunità internazionale nel paese centroasiatico, l’incoerenza tra gli obiettivi della sicurezza (quelli dell’occidente che andava garantito dai santuari del terrorismo, secondo i dispacci del Dipartimento di stato americano) e dello sviluppo (dell’Afghanistan, tra i paesi più poveri al mondo). In altri termini, quel che è stato definito il “fare la guerra mentre si costruisce la pace”, o, per essere più precisi, il finanziare la guerra mentre si dichiara di volere la pace. Un’incoerenza che non ha retto, anche perché viziata, oltre che da una contraddizione di fondo, da una sproporzione eccessiva, come dimostrano alcuni dati: dei complessivi 286.4 miliardi di dollari investiti in Afghanistan dal 2002 al 2009, alle operazioni militari nel paese sono andati 242.9 miliardi di dollari, l’84.6% del totale (a cui aggiungere almeno 16.1 miliardi di dollari, il 5.6%, per il settore della sicurezza e le operazioni della contro-narcotici), mentre agli aiuti allo sviluppo è destinato il 9.4% della somma totale, pari a 26.7 miliardi, e al peacekeeping multilaterale (la missione Onu e la polizia europea Eupol) lo 0.3% (0,80 miliardi, i dati sono tratti da Lydia Poole, Afghanistan. Tracking the major resource flows 2002-2010, gennaio 2011, Briefing Paper, Global Humanitarian Assistance/Development Iniziatives).
Al di là della sproporzione dei fondi destinati al peacekeeping e allo sviluppo rispetto a quelli per le operazioni militari, va segnalato il fatto che la securitizzazione degli aiuti – legati agli obiettivi di politica estera dei singoli Paesi donatori e subordinati alle loro strategie militari – non solo ha modellato in modo significativo obiettivi e pratiche delle politiche di emergenza e ricostruzione, ma ha nutrito una società civile rentier, un assortimento di Ong finanziate dai paesi donatori, configurando un particolare modello di relazioni tra Stato e società civile che accorda priorità alle organizzazioni che forniscono servizi, piuttosto che a quelle che promuovono la discussione pubblica o la mobilitazione sociale. Quest’orientamento tecnico-strumentale, che sostiene la società civile soltanto come subappaltatrice di servizi in linea con le priorità di sviluppo concordate da governo afghano e paesi donatori, l’ha depoliticizzata, nascondendo tra l’altro la natura già altamente politicizzata del terreno su cui opera, un terreno in cui, per dirla con Gramsci, una molteplicità di attori, interni ed esterni, portatori di valori e ideologie diverse, si contendono l’egemonia.
Tutto ciò sembra confermare le tesi di quanti sostengono che, negli anni Novanta, il recupero del concetto di società civile sia avvenuto in modo politicamente ed ideologicamente molto selettivo, sulla base di una rivisitazione edulcorata delle teorie di Locke, Montesquieu o Tocqueville, che assegnano alla società civile il ruolo di argine all’arbitrio statale, a scapito delle implicazioni più conflittuali della versione gramsciana. Tuttavia, nel caso dell’Afghanistan sarebbe sbagliato parlare soltanto di una società civile “prodotta” e modellata dalla comunità internazionale e dai paesi donatori (come fanno i ricercatori Howell e Lind nel saggio Manufacturing Civil Society and the Limits of Legitimacy, da cui sono tratte molte delle considerazioni fatte fin qui). In Afghanistan esiste infatti una galassia variegata, piuttosto attiva e diffusa, di gruppi che rivendicano pienamente la capacità di trovare percorsi di autonomia progettuale: media indipendenti, associazioni per i diritti umani, sindacati, organizzazioni di donne, strutture tradizionali, avvocati, religiosi, attivisti e semplici cittadini, gruppi culturali e giovanili. Gruppi spesso informali o poco strutturati, che continuano a coagulare in modo collettivo risorse e capacità individuali, nonostante la disillusione sulla mancata ricostruzione del paese e sul mancato coinvolgimento da parte del governo. E nonostante lo schiacciamento subito tra i vari attori politico-militari, inclusa la comunità internazionale. Pur consapevoli che il termine società civile porta con sé connotazioni storico-culturali che ne influenzano la stessa ricezione, questi gruppi rivendicano la necessariria maturità per modellare sulla realtà afghana in modo originale e produttivo un concetto che rimane estraneo alla maggioranza della popolazione. Soprattutto, reclamano che venga loro restituita la sovranità del paese: se è vero che le istituzioni realmente legittime non possono che risultare da processi politici e sociali autoctoni, e che la percezione di un potere eterodiretto disincentiva la partecipazione pubblica – sostengono in molti -, è ora che la comunità internazionale rinunci alla sua “ingombrante tutela”. Senza abbandonare l’Afghanistan al suo destino, una volta che, con il ritiro delle truppe d’occupazione, verrà meno anche la rilevanza politica del paese.

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L’industria della solidarietà: Linda Polman e il big business umanitario https://minimaetmoralia.it/libri/l%e2%80%99industria-della-solidarieta-linda-polman-e-il-big-business-umanitario/ https://minimaetmoralia.it/libri/l%e2%80%99industria-della-solidarieta-linda-polman-e-il-big-business-umanitario/#comments Wed, 02 Sep 2009 14:53:34 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=604 di Ernesto Aloia Dopo la lettura del saggio di Linda Polman, L’industria della solidarietà, (Bruno Mondadori, 214 pp, 16 euro), forse faremmo bene ad aggiornare il breve catalogo delle nostre certezze. I Buoni non sono più buoni. O almeno, non sempre. Le organizzazioni umanitarie in zona di guerra saranno pure animate da ottime intenzioni, ma […]

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di Ernesto Aloia

Dopo la lettura del saggio di Linda Polman, L’industria della solidarietà, (Bruno Mondadori, 214 pp, 16 euro), forse faremmo bene ad aggiornare il breve catalogo delle nostre certezze. I Buoni non sono più buoni. O almeno, non sempre.
Le organizzazioni umanitarie in zona di guerra saranno pure animate da ottime intenzioni, ma è molto dubbio se il loro impatto sia positivo o se, piuttosto, non finisca paradossalmente per tradursi in un aggravamento e in un allungamento dei conflitti.

LIFE_CoverIl dilemma è antico quanto il concetto stesso di “organizzazione umanitaria” (che risale allo svizzero Henri Dunant, fondatore nel 1863 della Croce Rossa), ma in epoca contemporanea trova la sua rappresentazione più emblematica nel caso celeberrimo della carestia del Biafra del 1967-1970.

La cosa più notevole della carestia del Biafra è che non ci fu nessuna carestia. La regione era tra le più ricche della Nigeria, e fu proprio questo a spingere il suo governatore, Emeka Ojukwu, a dichiarare la secessione, cui le autorità centrali reagirono con un blocco degli approvvigionamenti. Era il 30 maggio 1967. A prima vista, l’esito della guerra civile era scontato: Ojukwu disponeva di quarantamila soldati contro i centottantamila del governo legittimo. Quasi subito, le truppe nigeriane avevano riconquistato le importanti città di Port Harcourt e Calabar. Ma in soccorso ai secessionisti si mosse un esercito di altro genere. Nel 1968 Ojukwu si rivolse a un’agenzia di pubbliche relazioni di Ginevra, la Mark Press, perché organizzasse una campagna mondiale tesa a convincere il mondo che il governo nigeriano aveva dichiarato guerra al Biafra e stava cercando deliberatamente di sterminarne la popolazione con la fame. Le foto dei bambini denutriti, con le mosche sugli occhi e le pance gonfie, cominciarono a fare il giro del mondo. La carovana delle organizzazioni umanitarie si mosse, e quello che accadde costituisce una sorta di paradigma destinato a ripetersi infinite volte, su scala maggiore, nelle crisi successive. Poiché il Biafra accerchiato era raggiungibile solo per via aerea, Ojukwu ottenne che una parte dello spazio di carico dei velivoli fosse sottratto a viveri e medicinali e destinato alle sue forniture belliche. Inoltre, si inventò esose tasse di atterraggio e di importazione per consentire l’entrata degli aiuti nel paese, e pretese che una parte servisse a sfamare le proprie truppe (anche loro, fece presente ai dirigenti delle organizzazioni umanitarie, dovevano mangiare). Le ONG, pur di portare soccorso, accettarono tutte le imposizioni. Insieme al cibo e alle armi, dalle stive degli aerei cargo si riversarono in Biafra anche battaglioni di giornalisti, che non fecero che gettare benzina sul fuoco mediatico. Più le televisioni trasmettevano immagini di bambini denutriti, più i donatori finanziavano le ONG, più queste si impegnavano a mandare aerei. E Ojukwu ne ricavava somme sempre maggiori con cui nutrire e finanziare il suo esercito e arricchire il suo patrimonio personale. Con i soldi sottratti alle organizzazioni umanitarie internazionali riuscì a resistere fino al gennaio 1970, quando fuggì in Costa D’Avorio facendo trasportare da un aereo la sua Mercedes, le sue mogli e tremila chili di bagagli. E ad aspettarlo, lontano dal sanguinoso caos africano, c’erano i suoi conti bancari svizzeri.

Il mondo delle organizzazioni umanitarie si è spesso interrogato sul caso del Biafra, ma non è mai giunto a conclusioni definitive: gli aiuti internazionali avevano davvero portato giovamento alle popolazioni civili, oppure erano serviti soprattutto a finanziare Ojukwu e a prolungare una guerra civile che, vista la sproporzione delle forze, sarebbe stata destinata a concludersi in breve tempo?

Dai tempi del Biafra, la situazione è molto cambiata. Se allora le organizzazioniPalazzo ONU N.Y. umanitarie si contavano a decine, oggi una crisi (regolarmente presentata come “la più grave emergenza umanitaria della storia recente”) ne richiama migliaia. L’ONU stima il numero delle ONG in trentasettemila e calcola che, se i loro fondi fossero riuniti, rappresenterebbero la quinta economia mondiale. I Paesi OCSE stanziano ogni anno circa 120 miliardi di dollari, cui vanno aggiunti i finanziamenti dei privati, difficilmente calcolabili. Ma la pratica delle operazioni in zona di guerra è sempre la stessa: non si entra in uno “spazio umanitario” senza pagare. E così una parte cospicua di questa enorme massa di denaro finisce col finanziare le guerre le cui vittime sarebbe destinata a curare. In Pakistan, le ONG sono costrette a versare un quarto degli aiuti umanitari ai talebani che controllano i campi profughi a ridosso del confine con l’Afghanistan, e così rappresentano una delle principali voci di entrata della loro guerra. In Somalia, nel 1992, la percentuale richiesta era ancora più alta. Se poi non esiste un vero e proprio capo e bisogna pagare tutti i vari “signori della guerra”, la percentuale di aiuti dispersi può arrivare all’80%. Nelle guerre contemporanee gli aiuti sono diventati una vera e propria componente delle strategie dei contendenti, e ogni parte cerca di aggiudicarsene il più possibile e di privarne i propri avversari.

Per le ONG è difficilissimo sottrarsi a questa logica: in primo luogo perché la loro filosofia è di portare sempre e comunque – imparzialmente, secondo le regole di Henri Dunant – soccorso; in secondo luogo, perché la concorrenza nel settore umanitario si è fatta spietata. Nessuno può permettersi di rinunciare ai contratti con i donatori. La necessità di intercettare i ricchi flussi di denaro provenienti da governi, organizzazioni internazionali e privati, ha trasformato i dirigenti delle moderne ONG in professionisti laureati in non-profit management esperti di marketing, di pianificazione, di product placement. Come scrive Linda Polman: “le organizzazioni umanitarie sono società travestite da Madre Teresa di Calcutta”. Nicholas Stockton, ex direttore di Oxfam International, ebbe a dichiare a Newsweek: “Esiste un mercato per le opere buone. E’ big business. Chiamatela economia morale, se volete.”

2340-1Questo stato di cose ha forse reso le ONG più efficienti – ma i casi che si sono ripetuti dopo quello del Biafra non hanno fatto che aumentare il numero degli interrogativi riguardo ai benefici legati al compimento della loro missione. In Bosnia, le ONG erano di fatto manovrate dai generali serbi per i fini di pulizia etnica: semplicemente, consentivano loro di portare aiuti nelle aree in cui desideravano un concentramento di popolazione, e impedivano l’afflusso alle aree che desideravano veder spopolate. In Ruanda, nel 1994, l’ignoranza della situazione politica locale spinse le ONG a scambiare i profughi di Goma per le vittime delle violenze, quando invece si trattava degli hutu che dopo aver massacrato ottocentomila connazionali in tre settimane lasciavano il paese temendo la reazione delle milizie tutsi che si erano formate nel frattempo. Sul solo campo di Goma operarono cento ONG, una ventina di enti di paesi donatori e varie agenzie delle Nazioni Unite. Gli estremisti hutu – alloggiati, nutriti e vestiti in quello che è stato descritto come “un supermarket degli aiuti” – ne fecero in breve la loro base e, con la minaccia della violenza, imposero il loro controllo sul campo. La radio di Goma, gestita dagli hutu, incitava continuamente a “schiacciare gli scarafaggi” e ripeteva senza sosta che “l’uccisione di un tutsi non è un omicidio”. Ogni notte milizie armate facevano ritorno in Ruanda per completare il lavoro, per poi rifugiarsi nello spazio umanitario protetto. La situazione era talmente fuori controllo che, nel dicembre 1994, Medici senza Frontiere-Francia decise di andarsene da Goma. La reazione delle altre organizzazioni fu esemplare: dichiararono che i francesi con il loro gesto volevano semplicemente farsi pubblicità.

Nessuna delle ambiguità relative al contrasto tra l’intransigenza dei principi di neutralità e imparzialità delle ONG e le discutibili ricadute pratiche dei loro interventi è stata chiarita. Si poteva ancora sostenere che l’intervento delle ONG recasse qualche beneficio ai profughi scampati al genocidio ruandese o, piuttosto, non stava facilitando il lavoro degli hutu estremisti? Nessuno ha ancora dato risposta a domande come questa. Periodicamente i vertici delle maggiori organizzazioni si riuniscono per cercare di determinare regole di condotta comuni, e di passare dal regime della concorrenza a quello della cooperazione. A tutt’oggi, sono ancora ben lontani dal fornire risposte adeguate a domande come quelle sollevate dalle pagine di Linda Polman.

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