Agassi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agassi/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Jan 2013 09:53:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Agassi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agassi/ 32 32 Il calcio è diseducativo https://minimaetmoralia.it/libri/il-calcio-e-diseducativo/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-calcio-e-diseducativo/#respond Wed, 09 Jan 2013 09:53:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12081 Questo pezzo è uscito su Orwell.

Si dice che i calciatori debbano stare attenti ai loro comportamenti perché rappresentano un modello per i giovani che li guardano, ma in realtà si intende che quello calcistico è un pubblico bambino perché le passioni sono questioni di pancia e non di testa. Il calcio è un argomento viscerale per cui non vale la pena articolare una narrazione complessa, al tempo stesso è bene ricorrere a modelli positivi e negativi a cui i piccoli italiani (in senso magari solo metaforico) possano far riferimento.

“Il calcio è semplicità” è lo slogan del Manuale del calcio (Fandango), inedito fino ad oggi, di Agostino Di Bartolomei. Il figlio Luca dice di averlo tirato fuori dal cassetto per rendere partecipi bambini e ragazzi “delle sue esperienze di calciatore e allo stesso tempo di uomo che ha fatto delle regole, dell'etica sportiva, un personale comandamento: un proprio piccolo stile di vita”. Non per niente all'inizio del libro c'è un decalogo. A quale ragazzo, però, può essere utile il suggerimento di “mangiare con criterio scegliendo cibi ad alto valore nutritivo”? Oppure, al punto 9: “Tratta i tuoi piedi esattamente come un pianista di professione cura le sue mani”. Ci sono ragazzi che sanno (esattamente) come si cura le sue mani un pianista? Immaginando il suo pubblico come una lavagna pulita, Di Bartolomei arriva ad estremi di ovvietà inaspettata: “Il portiere è l'unico degli 11 che può giocare anche, e direi soprattutto, con le mani”; “Al centro di ciascuna linea di porta devono essere collocate le porte”.

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Questo pezzo è uscito su Orwell.

Si dice che i calciatori debbano stare attenti ai loro comportamenti perché rappresentano un modello per i giovani che li guardano, ma in realtà si intende che quello calcistico è un pubblico bambino perché le passioni sono questioni di pancia e non di testa. Il calcio è un argomento viscerale per cui non vale la pena articolare una narrazione complessa, al tempo stesso è bene ricorrere a modelli positivi e negativi a cui i piccoli italiani (in senso magari solo metaforico) possano far riferimento.

“Il calcio è semplicità” è lo slogan del Manuale del calcio (Fandango), inedito fino ad oggi, di Agostino Di Bartolomei. Il figlio Luca dice di averlo tirato fuori dal cassetto per rendere partecipi bambini e ragazzi “delle sue esperienze di calciatore e allo stesso tempo di uomo che ha fatto delle regole, dell’etica sportiva, un personale comandamento: un proprio piccolo stile di vita”. Non per niente all’inizio del libro c’è un decalogo. A quale ragazzo, però, può essere utile il suggerimento di “mangiare con criterio scegliendo cibi ad alto valore nutritivo”? Oppure, al punto 9: “Tratta i tuoi piedi esattamente come un pianista di professione cura le sue mani”. Ci sono ragazzi che sanno (esattamente) come si cura le sue mani un pianista? Immaginando il suo pubblico come una lavagna pulita, Di Bartolomei arriva ad estremi di ovvietà inaspettata: “Il portiere è l’unico degli 11 che può giocare anche, e direi soprattutto, con le mani”; “Al centro di ciascuna linea di porta devono essere collocate le porte”.

Icona della serietà e di quei valori sportivi difficilmente rintracciabili nel taglio di capelli dei calciatori moderni, Di Bartolomei a Roma viene chiamato con immutato affetto e rammarico Diba, o Ago, il capitano silenzioso, come ha ricordato pochi giorni fa una puntata di Sfide. Emblema di un altruismo nostalgico, rispetto e lealtà “antiche”, da contrapporre qualora servisse a un pugno di De Rossi, una linguaccia di Balotelli o una sceneggiata di Cassano. D’accordo, ma non è riduttivo prendere solo quella parte di Di Bartolomei che avrebbe voluto insegnare in una scuola calcio in Cilento senza tenere conto di quella che in Cilento si è sparata al cuore?

Di Bartolomei è una delle figure umanamente più complesse del calcio italiano (a cui rendono omaggio il documentario 11 Metri e la biografia L’ultima partita, Fandango), intorno al quale ruotano interrogativi più o meno attuali: è possibile che si sia suicidato per il dolore di una finale persa dieci anni prima? Non è che lo hanno messo in disparte proprio per quella stessa serietà di cui adesso si parla tanto? Perché aveva un brutto carattere, non era un compagnone come Bruno Conti? Di Bartolomei è la vittima di un sistema fatto di relazioni basate su un comune conformismo o magari non aveva le capacità di Ancelotti? Come suona in bocca a lui la frase: “il calcio è allegria” (punto 3 del decalogo)?

Anche Cesare Prandelli, (Il calcio fa bene, Giunti), ci tiene a lasciare un decalogo semplificatore (in realtà sono undici punti) incorniciato da una linea tratteggiata che delle forbici invitano a ritagliare. È significativo che anche il C.T. Della nazionale al sesto punto ci ricordi che il calcio è semplicità (e al decimo che è “un gioco meraviglioso”). Oltre al famoso Codice Etico, Prandelli ha provato (sta provando) a rivoluzionare il calcio italiano attraverso il gioco. La sua ostinazione a costruire, a non adattarsi sull’avversario come abbiamo sempre fatto in passato, ha raggiunto un valore simbolico raffinatissimo quando ci è costata la finale dell’Europeo. Perché, allora, sente il bisogno di esprimere quello che gli riesce bene con gli schemi, in una retorica astrattamente consolatoria del tipo: “Ai nostri figli dobbiamo dare spazio, farli divertire, tenerli al riparo dalle pressioni. Evitare che lo sport per loro diventi qualcos’altro”? Che senso ha rifugiarsi nell’Arcadia “delle porte fatte con i sassi e le pile di maglioni” in un tempo in cui i bambini vengono iscritti a scuola calcio a cinque anni e i calciatori si bruciano casa coi petardi? Non è solo provando a riprodurne la complessità che il discorso calcistico può competere col calcio giocato?

Gli esempi a cui guardare non mancano: ne L’alieno Mourinho, Isbn, Sandro Modeo mescola Damasio, Houdini e Kubrick per spiegare la qualità che rende speciale l’allenatore portoghese. Ma anche nella cronaca di una partita degli anni ’70 di Brera (Il più bel gioco del mondo, Bur) ci sono più informazioni e idee di quante se ne trovino nelle cronache favolistiche contemporanee. Il pubblico del calcio è più stupido oggi di allora?

Se il calcio è semplicità parlare di calcio significa semplificare. Nella sua autobiografia (Giochiamo ancora, Mondadori) Del Piero si rivolge ai suoi tifosi come se fossero tanti bambini (“Il calcio è passione, è sogno”). In questo modo, però, è impossibile confessarsi davvero: “Perché un calciatore può essere anche molto solo. Alcuni possono persino cadere in depressione, è già successo con conseguenze drammatiche, ricordo quel povero portiere tedesco che si è ucciso qualche anno fa. La gente fatica a capire”. Non fa il nome del portiere tedesco, ma in un’altra parte del libro dice che: “Il dolore, compreso quello che nasce dalle sconfitte, ha sempre qualcosa di positivo. Perché ferisce, tocca la carne e l’anima, non si può restare indifferenti”. Anche in questo caso non è la qualità della scrittura il cuore del problema, ma il fatto che la biografia di Del Piero non sarebbe stata come quella di Agassi neanche se avesse avuto come lui un premio Pulitzer che gliela scrivesse. Intanto la biografia di Ibrahimović (Io, Ibra, Mondadori) in Svezia è stata candidata al premio letterario August. Non ha vinto, ma forse vale la pena riprendere quel passaggio in cui, irriducibile a qualsiasi stereotipo positivo, si chiede: “Che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?”. Sì Ibra, li scrivono in Italia.

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Alex Schwazer: un elogio al fallimento https://minimaetmoralia.it/sport/alex-schwazer-un-elogio-al-fallimento/ https://minimaetmoralia.it/sport/alex-schwazer-un-elogio-al-fallimento/#comments Fri, 21 Sep 2012 09:48:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9535 Pubblichiamo un articolo di Daniele Manusia su Alex Schwazer.

Positivo a un controllo anti-doping pochi giorni prima della sua partenza per le Olimpiadi di Londra, Alex Schwazer non ha dato spiegazioni convincenti sulle modalità con le quali è finito in quel pasticcio. Si può davvero comprare l'EPO in una farmacia turca, portarla in Italia e tenerla in frigo? Si è dopato sul serio grazie a dei tutorial di Youtube o qualcuno lo ha aiutato?

Nonostante questi dubbi legittimi, la conferenza stampa strappalacrime con cui ha reso pubblica la propria colpevolezza, ha persuaso il pubblico delle difficoltà e della pressione che lo hanno spinto a commettere quell'errore fatale per la sua carriera. Anche Carolina Kostner, sua fidanzata, si è detta arrabbiata per l'errore sportivo e colpita al tempo stesso dal coraggio con cui Alex ha affrontato le telecamere per raccontare il “suo dramma”.

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Pubblichiamo un articolo di Daniele Manusia su Alex Schwazer.

Positivo a un controllo anti-doping pochi giorni prima della sua partenza per le Olimpiadi di Londra, Alex Schwazer non ha dato spiegazioni convincenti sulle modalità con le quali è finito in quel pasticcio. Si può davvero comprare l’EPO in una farmacia turca, portarla in Italia e tenerla in frigo? Si è dopato sul serio grazie a dei tutorial di Youtube o qualcuno lo ha aiutato?

Nonostante questi dubbi legittimi, la conferenza stampa strappalacrime con cui ha reso pubblica la propria colpevolezza, ha persuaso il pubblico delle difficoltà e della pressione che lo hanno spinto a commettere quell’errore fatale per la sua carriera. Anche Carolina Kostner, sua fidanzata, si è detta arrabbiata per l’errore sportivo e colpita al tempo stesso dal coraggio con cui Alex ha affrontato le telecamere per raccontare il “suo dramma”.

Ho guardato e riguardato più volte quella conferenza e ritengo che la sua bellezza consista esattamente nella distanza tra la verità e le menzogne di Schwazer. O meglio, tra la verità – ammesso che esista una cosa di questo tipo in qualche angolo recondito della realtà che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni – e l’impossibilità per Schwazer, considerate le circostanze, di dire la verità. Tra la compassione per una confessione sincera e la repulsione per delle lacrime di coccodrillo. A metà strada tra Open di Agassi e le interviste di Michele Misseri, la versione dei fatti di Schwazer segna il suo punto di rottura, il limite a cui si può spingere con gli strumenti del linguaggio. Chiedergli di più sarebbe pretendere che si aprisse la gabbia toracica e parlasse davvero col cuore in mano.

La storia raccontata da Schwazer col suo italiano di Bolzano, la polo blu, i capelli voluminosi e spettinati lavati quella stessa mattina, è quella di un ragazzo di ventitre anni capace di vincere l’oro olimpico – con record – nella 50 chilometri di marcia a Pechino, a cui è stata conferita l’onorificenza di Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, e che è andato in crisi subito dopo. L’anno successivo l’Olimpiade si ritira per problemi di stomaco dai Mondiali di Berlino. Agli Europei di Barcellona, nel 2010, arriva secondo nella 20 chilometri ma si ritira nuovamente, per una contrattura, nella distanza più lunga. Dopo quella gara avrebbe dichiarato alla Gazzetta: “Non mi diverto più. Se arrivo secondo è già una delusione”. (…) “Ho la sensazione che il mio corpo faccia di tutto per non fare fatica”. Risalgono a quel periodo i suoi contatti con il dott. Ferrari, medico preparatore di ciclisti (tra gli altri, di Lance Armstrong), a cui Schwazer dice di aver chiesto solo delle tabelle di allenamento. Poi litiga col suo allenatore, Sandro Damilano, e si allontana dal centro di riferimento per la marcia italiana, a Saluzzo, per allenarsi da solo a casa sua. C’è chi dice che sia cambiato in peggio dopo l’Olimpiade e che gli pesi essere identificato come il fidanzato della Kostner. Nel frattempo arriva nono ai mondiali di Daegu del 2011. Siamo così arrivati alla vigilia delle Olimpiadi della scorsa estate, in vista delle quali Schwazer si carica di aspettative eccessive, del desiderio di “tornare molto più forte di prima”.

Dopo 26 minuti di giornalismo d’inchiesta (il viaggio in Turchia, la medicina nel frigo, la fidanzata Carolina e l’incontro così sospetto col dottor Ferrari nel parcheggio di Verona Nord – giornalismo d’inchiesta e problemi logistici: “Ma se io andavo a casa, dovevo andare da lui a Ferrara per poi tornare su?”), Schwazer sembra illuminarsi. Un cronista più creativo degli altri lo paragona a un marito che lascia in giro tracce dell’adulterio perché la moglie se ne accorga. “Chiedi a mia madre quante volte a casa ho detto: basta, non ce la faccio più”, risponde Alex. “E lei ti diceva no, vai avanti?” – “Tutti. Non puoi smettere. Hai il potenziale per essere il più forte. Come fai in uno sport come il mio che vinci le Olimpiadi a 23 anni a dire il giorno dopo basta? Ma io ero stufo, io non ce la facevo più”.

Quando poi gli chiedono che differenza c’è tra lui e la sua ragazza, anch’essa sportiva di alto livello, anch’essa costretta a lunghi ed estenuanti allenamenti lontana dagli affetti, Schwazer racconta: “Io ho parlato tante volte con lei. E… la grande differenza, penso, è che lei ama il suo sport. Lei pattina perché le piace. Io il mio sport lo faccio perché sono bravo. Perché alla gara X, se tutto va bene, vado forte. Ma io non ho piacere ad allenarmi 35 ore la settimana, facendo sempre la stessa cosa. Perché io ho fatto delle giornate dove arrivavo alla sera distrutto e solo pensare al mattino dopo che dovevo di nuovo faticare, e solo faticare per 3 ore, mi veniva la nausea, sinceramente”.

In quanto spettatori, per noi è naturale guardare gli atleti della marcia, deformati da quell’andatura innaturale, che non è né camminare né correre, chiedendoci: chi glielo fa fare? Sembra impossibile, però, che qualcuno possa eseguire quello stesso sforzo ponendosi questa stessa domanda. (Non devo perdere contatto col terreno, non devo piegare il ginocchio della gamba a terra, ho fame, sete, mi fa male tutto, avanti così, aumenta il ritmo, mancano solo 40 chilometri – ma chi me lo fa fare?). Come Agassi, Schwazer dichiara di non aver mai amato il suo sport. Ma siamo in Italia, e se Agassi è vittima di un padre-allenatore che lo costringe, bambino, sotto il sole del deserto, Schwazer a quasi trent’anni non è in grado di prendere una decisione senza chiedere il permesso alla madre. Mamma, posso smettere di fare il Campione Olimpico?

Nonostante tutto questo non sia una novità per lui – “Io anche da giovane ho sempre faticato, perché io ho fatto marcia a 16 anni. Prima di andare a scuola, da solo, facendo marcia, dove tanti mi prendevano pure per il culo” – Schwazer non si è mai sentito libero di smettere. “Non lo fai, dici che vai avanti, fino a un’età dove per tutti è comprensibile che tu smetti”.

Lo stesso concetto lo esprime più tardi (al minuto 40 circa), quando dopo aver descritto la differenza tra la 20 e la 50 chilometri di marcia Alex cambia tono con un salto emozionante: “…purtroppo… Purtroppo nella vita uno può fare solo quello che sa fare, perché se vuole fare quello che non sa fare, sbaglia come nel mio caso. E io in questo caso non sono più stato lucido, e volevo tutto e… bon, adesso ho perso tutto”. Schwazer, in effetti, sta esprimendo il rammarico di non aver deciso di correre soltanto la 50 chilometri, mescolandolo col rimpianto per aver provato a imbrogliare, lui che non ne è capace. So che non potrei prendere una frase intera e tagliarla a metà per darle il senso che più mi piace, ma quando ho sentito questo punto della conferenza per la prima volta sono saltato sulla sedia prima che la finisse: Purtroppo uno nella vita può fare solo quello che sa fare.

In alcuni momenti, se non si stesse scusando per aver deluso le speranze di tutti, sembrerebbe quasi che Schwazer abbia intenzione di criticare le contraddizioni di una società che sbandiera valori come fatica e sacrificio solo come preambolo al successo: “Voi non avete idea di quanti sacrifici io ho fatto per questa gara. Però poi cosa succede? Va male la gara e sei un grande coglione. Scusatemi la parola. E io non ho più voglia di essere giudicato per la singola prestazione. Così come non mi è mai piaciuto essere osannato quando vinci. Perché questa non è la realtà. E  lo sanno solo chi fa sport ad alto livello, chi sa faticare ogni giorno sa questo che io sto dicendo adesso”.

Che in Schwazer ci sia il desiderio di sfogarsi delle colpe altrui oltre che di confessare le proprie è evidente quando dice cose come: “Io avevo voglia di nuovo di avere una preparazione che ha senso. Perché  tante volte in Italia succede che tutto va un po’ a caso e se l’atleta sta bene e fa la gara bene, è il merito sempre di tutti. E però quando va male, eh, l’atleta è debole di testa”. Oppure: “Sai quante volte io ho letto: Ah, Alex Schwazer è scoppiato. Ritirato. Cambio allenatore. Non c’ha più la testa. Fa troppe feste. Troppi sponsor. Troppe pubblicità. Una pubblicità ho fatto, solo che lo sponsor è grande e la fa vedere tante volte. Cosa leggo? Troppe pubblicità. Tre giorni in vita mia ho fatto. A casa mia son venuti”. Ma quella era la conferenza stampa in cui Schwazer doveva confessare a un paese intero di aver preso l’EPO, di essersi dopato, e per una cosa come il doping non ci sono scuse che tengano. Schwazer d’altra parte non cerca giustificazioni, vuole prendersi tutta la colpa. Ci tiene, anzi.

La questione delicata del doping necessiterebbe di un dibattito serio ma all’interno del discorso di Schwazer il ricorso all’EPO è giustificato esclusivamente dalla fatica e dai dolori continui. Non solo si trova davanti a un pubblico che dà per scontato che l’uso di sostanze dopanti sia da condannare, ma una parte di Schwazer la pensa allo stesso modo. Quella parte vittima dei sensi di colpa che lo ha spinto a lasciarsi sottoporre al controllo pur sapendo che sarebbe risultato positivo, anziché farsi negare dalla madre e saltarlo senza rischiare nulla, come da regolamento – Mamma, posso fare sega al controllo anti-doping?. Quella parte che teme di poter essere giudicato anche in futuro come un “drogato”.

Da alcune frasi, però, si capisce che Schwazer non ha le idee così chiare: “Perché il doping, non è solo il doping che ti fa forte. Ma tu in prima linea devi allenarti bene, devi sapere cosa devi mangiare la sera per fare poi l’allenamento. Questo purtroppo adesso è lo sport. Non si fa più, non si va più alle Olimpiadi e il giorno prima ci si ubriaca con l’amico che poi il giorno dopo lo trovi in gara”.

Schwazer si perde nel labirinto dei suoi ragionamenti: “Io spero di essere un esempio per loro – per i giovani – nel senso di non fare questa cosa. Perché la vita è tutt’altro, ecco. Io a casa ho 4 medaglie: una olimpica, due Mondiali e un’Europeo. Però nella vita conta tutt’altro: conta la famiglia che oggi è qua, gli amici che oggi sono qua. E mettere tutto in gioco solo per andare forte ad una gara, non ha senso”. Partito per mettere in discussione il doping, Schwazer finisce per dubitare del valore stesso della competizione sportiva. Sono le medaglie appese al muro che paragona in termini negativi alla famiglia e agli amici, non il doping o le conseguenze del doping. Anzi, dato che quelle medaglie le ha vinte da pulito, a pane e acqua, sono l’allenamento, la fatica e i sacrifici simbolizzati da quelle medaglie a non avere senso.

“Noi viviamo in un paese, io dico sempre, abbastanza… bello, poi qua in provincia si sta bene. Non è che siamo morti di fame. Che o vinci l’Olimpiade e ti metti a posto tutta la vita, o sennò devi… crepare quasi. In confronto di tante altre Nazioni. (…) In altre Nazioni non è così. La gente ha meno scelta, è per quello che ha più voglia. Deve. Deve andar forte. E questo, i ragazzi qua, lo devono capire”. Se prova a mettere ordine, colpa anche di una lingua non del tutto sua, Schwazer si confonde: “Non è un vant.. svant… io ho sempre pensato che per me è uno svantaggio, no? Che sto già bene. Ma devi pensarlo in un’altra maniera: è un vantaggio, che tu stai già bene. E se lo vedi così ti togli tanta, tanta pressione. È questo che io non sono riuscito a fare”.

Agli occhi dei giornalisti Alex è, o sembra, “una bellissima persona”, uno che usa l’intercalare “ecco” e chiude le sue frasi con un “no?” retorico – che crede, cioè, che la sua visione delle cose debba essere largamente condivisa, e lo è – uno che dice cose come: “Per me non è un problema essere uno normale, anzi io sogno questo”. Ma a qualcuno i conti non tornano. “Se volevi tornare a una vita normale, quello che non capisco, bastava ritirarsi”, gli dice una giornalista. “Secondo te era così facile?” – “Non ha senso farsi beccare per tornare a fare una vita normale” – “Sì. Se uno pensa normalmente sì”. Schwazer veniva da un periodo fallimentare e sapeva bene a cosa sarebbe andato incontro se avesse solo continuato a fallire. Se fosse arrivato decimo, come gli suggerisce un giornalista. “Sì, adesso detto così, con tranquillità. Poi cosa sarebbe successo? Se io non avessi vinto la medaglia, chi la vince? Spero per gli altri, ma cosa sarebbe successo? Di nuovo, ho fallito tutto. Io penso che questo è la verità”.

La verità di Schwazer è paradossale: sono quello stesso ambiente provinciale e privilegiato, quella presunta normalità a cui ha tanta fretta di tornare che avrebbero dovuto, in teoria, liberarlo dalle pressioni e che gli hanno impedito, di fatto, semplicemente di smettere.

Cosa sarebbe successo se fosse arrivato decimo? Avrebbe dovuto ricominciare ad allenarsi per la prossima gara, per trovarsi dopo poco, di nuovo, di fronte allo stesso conflitto. Non è stata la paura di fallire che ha spinto Schwazer al doping, quanto piuttosto la paura di fallire troppo poco. Si commuove, quando racconta che la sua fidanzata è dispiaciuta per lui – “Perché non me lo merito” –  ma, sarà l’affetto che ci impedisce di vedere quello che serve davvero a chi amiamo, è vero forse il contrario. Schwazer ha fallito in modo talmente clamoroso da non avere più la possibilità di tornare indietro, ha voluto fare del suo fallimento qualcosa di grande, con molto dolore, certo, ma anche con passione. “Posso solo dire ancora una cosa? Per me è una cosa importante. Che io non devo coprire nessuno. Perché io non voglio nessuna diminuzione della mia pena. Io non voglio ritornare più, io voglio una vita normale”.

PREQUEL: Il Fu Campione Olimpico

Se nessuno ha parlato mai di “dramma” prima che si dopasse, Schwazer ha mostrato da sempre una spiccata tendenza alla drammatizzazione. Dopo aver fatto il gesto di Braccio di Ferro durante la gara, Alex vince la 50 chilometri di marcia a Pechino piangendo durante tutto l’ultimo giro. Nell’intervista successiva non riesce a parlare. “Sono emozionatissimo”, dice, scoppiando di nuovo a piangere. Adesso possiamo notare come le lacrime di gioia di Schwazer siano incredibilmente simili a quelle di vergogna che vedremo in seguito, ma l’intervistatrice dai capelli rossi, all’oscuro dei futuri avvenimenti, riempie il vuoto televisivo con quanto di più lontano possa esserci dal vuoto abissale su cui sembra affacciarsi Schwazer nella vittoria e nella sconfitta: “Ma lo sappiamo perché. Perché tu sapevi di essere il più grande”. Alex scuote la testa. “È che…”, prova a dire, ma lei lo interrompe: “È che ci hai messo tanto in questa medaglia”. Alex scuote la testa con maggiore energia. “È che non è stato facile per me quest’anno. A luglio è morto mio nonno… è stato molto importante per me”. Poi torna in sé. In quel sé artificiale che corrisponde all’immagine dello sportivo imbattibile: “In queste condizioni non mi batte neanche Superman”. Sì, vabbè.

Dopo il ritiro dei Mondiali del 2009 si presenta nella postazione dei commentatori Rai. “Come stai?”, gli chiedono. “Forse non mi sono mai vergognato in vita mia come in questo momento”. Di fronte al solito problema del vuoto il commentatore dice: “Ci sono dei silenzi, a volte, che dicono molto di più”. Alex però continua: “Un conto è se fai un anno di festa e ti ritiri…”. Il commentatore è in difficoltà al punto che non riesce a farlo girare a favore di telecamera: “Ma è meglio che fate vedere la gara” – “No. Tu sei il Campione Olimpico”. Gli sforzi del commentatore per fargli dire qualcosa che rientri nei parametri del buonsenso sono commoventi. “È un obbligo. So che in questo momento vorresti essere su un’isola deserta, lontano, ma… cosa viene fuori… rabbia… stai facendo un piccolo esame di coscienza per chiedere forse ho sbagliato lì, forse ho sbagliato lì… no? Cioè, sono questi ultimi giorni che ti hanno presentato il conto alla fine?“ – “Forse negli ultimi mesi dovevo vivere un po’ di più. Eh eh”, risponde Alex con una risata sarcastica.

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Agassi e Open https://minimaetmoralia.it/libri/in-cerca-di-un-padre/ https://minimaetmoralia.it/libri/in-cerca-di-un-padre/#comments Wed, 14 Sep 2011 08:59:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=5173 Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita sul Riformista, dedicata a Open, la biografia che Andre Agassi ha scritto insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer.

«E se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?». Quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia, la finzione e le bugie. La coscienza però non regge il bluff a lungo, ad un certo punto scalcia, tira pugni dall’interno fino a quando la propria identità non sorge come un’alba. Si risorge sempre però da un cumulo di ceneri. Non si diventa se stessi, infatti, senza un percorso interminabile, fatto di bivi che sfuggono alla vista, di sbandate, di soste dolorose, e di tratti sfinenti in cui si attraversano deserti pieni di miraggi e molte notti fredde e oscure.

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Pubblichiamo una recensione di Francesco Longo, uscita sul Riformista, dedicata a Open, la biografia che Andre Agassi ha scritto insieme al premio Pulitzer J.R. Moehringer.

«E se questo fosse il momento della verità e io mi rivelassi un impostore?». Quando non si vive la propria vita, quando si ignorano i propri desideri e non si conosce se stessi, l’unica scialuppa di salvataggio è vivere la vita che gli altri si aspettano da te, scegliere l’ipocrisia, la finzione e le bugie. La coscienza però non regge il bluff a lungo, ad un certo punto scalcia, tira pugni dall’interno fino a quando la propria identità non sorge come un’alba. Si risorge sempre però da un cumulo di ceneri. Non si diventa se stessi, infatti, senza un percorso interminabile, fatto di bivi che sfuggono alla vista, di sbandate, di soste dolorose, e di tratti sfinenti in cui si attraversano deserti pieni di miraggi e molte notti fredde e oscure.

Quando Andre Agassi era ancora nella culla, il padre gli aveva appeso sulla testa delle palline da tennis e lo incoraggiava a colpirle con una racchetta da ping-pong che gli aveva fissato al polso. Gli costruì un drago – una macchina che sparava palline da tennis – col quale Agassi trascorse l’infanzia. Poi, fu spedito lontano da casa, alla Nick Bollettieri Tennis Academy, una prigione per ragazzi prodigio svezzati a disciplina, allenamenti tennistici e violenze da college, tra l’odore disgustoso di bucce di arancia delle colline circostanti. Nessuno ha mai chiesto ad Agassi se voleva giocare a tennis, lo sport in cui parli da solo, lo sport identico al pugilato, ma in cui non puoi neanche abbracciarti all’avversario prima di cadere sfinito. Se qualcuno glielo avesse chiesto, avrebbe forse sentito questa risposta: «Odio il tennis, lo odio con tutto il cuore, eppure continuo a giocare, continuo a palleggiare tutta la mattina, tutto il pomeriggio, perché non ho scelta. Per quanto voglia fermarmi non ci riesco».

La biografia di Agassi si intitola Open (Einaudi) ed è la rivelazione di un’anima. Le 500 pagine descrivono una parabola più simile a quella disegnata da San Giovanni della Croce, che non a quelle che lampeggiano nei memoir delle celebrity. Open è un romanzo di formazione impossibile perché racconta la crescita di una identità negli anni in cui la società dei disvalori negava la possibilità di un progresso interiore, abbagliando i giovani con promesse di felicità scadenti, e con quei trofei luccicanti che, in un giorno di ira, Agassi distruggerà nella sua casa di Las Vegas. È proprio spinto dal desiderio di liberarsi del «vuoto» (spirituale, familiare, generazionale) che Agassi decide di rivedere la sua vita, scrivendo questa biografia vertiginosa, appassionante e in molti punti commovente.

La vita di Agassi è di rara ambiguità e tensione emotiva. C’è sempre una distanza tra ciò che fa e ciò che sente. Tra il non voler fare il tennista e la lancinante consapevolezza di non saper discernere dentro se stesso un desiderio più autentico: «Gli dico che sono contento del ranking, che è una bella sensazione essere il migliore possibile. È una bugia. Non è affatto ciò che provo. È ciò che vorrei provare. È ciò che ci aspetta che provi, quello che mi dico di provare. Ma in realtà non provo niente».

È evidente, fin dalle prime pagine, che Open sia un libro sul padre e sulla paternità. Un’investigazione su cosa significa essere se stessi. Nessuno può ribellarsi contro un padre violento fino a quando, e ad Agassi capiterà, non si abbia scoperto una banale realtà, quella che il prodigio di Las Vegas registra con queste parole: «Sto diventando mio padre». Il padre, un direttore di sala di casinò, scappato dall’Iran con un passaporto falso, è un mostro che minaccia gli automobilisti con la pistola: «L’ultimo posto dove vorrei essere, a parte il campo da tennis, è in auto con mio padre».

Agassi diventa intanto un giovane talento. Spartisce col fratello il bottino dei primi tornei. Allineano le banconote, le impilano, le accarezzano. Poi i tornei diventano più importanti. Vola nella capitali del mondo, straccia gli avversari, viene stordito da sconfitte insopportabili. Combatte sulla terra rossa parigina, tira granate sull’erba verde di Wimbledon, sbarca a New York. Si incontra in campo con dei giganti. McEnroe alla conferenza stampa dopo il match dice: «Ho giocato con Becker, Connors e Lendl, nessuno mi ha mai tirato una risposta così forte». Agassi compra una corvette bianca e guarda film horror. Compra un Hummer e guarda film horror. I montepremi e la fama aumentano sempre di più. Passano gli anni. La ribellione giovanile (gli orecchini vistosi, un torneo vinto in jeans) si manifesta adesso in nuove provocazioni, i giornalisti gli sparano addosso, gli danno del punk, gli danno del clown, dicono che è un truffatore; eppure i grandi sponsor lo corteggiano, la gente lo adora, la gente si vuole vestire come Andre Agassi (l’unico che non vorrebbe essere Andre Agassi è Andre stesso). Resiste come può alle autorità, continua a fare esperimenti con la sua identità. Diventa una star. Lo invitano ai party, conosce Barbra Straisand e mangia una pizza nel suo ranch, incontra Brooke Shields, la diva di Laguna blu e di Friends, che poi sposerà. Ma appena può, torna nella sua Las Vegas (dove vive ancora oggi, con la sua seconda moglie Steffi Graff). Durante tutti gli anni di scontri sui campi, con i suoi fantasmi che si chiamano Pete Sampras o Boris Becker, ciclicamente desidera solo lasciare tutto, fantastica di ritirarsi, anche se sta scoprendo qualcosa di cruciale. Sa che «anche ritirarmi non risolverebbe il mio problema fondamentale, non mi aiuterebbe a capire che cosa voglio fare della mia vita». Quindi continua inesorabilmente a giocare, diventa il numero uno del mondo, gli infilano al collo la medaglia d’oro delle Olimpiadi di Atlanta del 1996. Più vince tutto, più cresce la sua voglia di perdere, di abbandonare il tennis. Cerca un padre, cerca l’amore della sua vita.

Saranno le tempeste di sabbia di Las Vegas, gli stadi che esplodono e i colpi di scena, ma Open è una grande epopea dal sapore letterario. Un’avventura nella coscienza, una sonda che tocca le corde più profonde dell’intimità. Il premio Pulitzer J.R. Moehringer ha aiutato Agassi nella stesura del libro, affilando le confessioni di un campione sullo stile di un Bret Easton Ellis in gran forma. Per ora è il miglior libro del 2011.

Droghe, menzogne, vizi. Più l’anima si batte il petto, più si coglie la richiesta di perdono. E insieme, arriva inevitabile la scoperta che se tutto ciò che possiede lo rende infelice è perché nella vita si ha più gioia nel dare che nel ricevere. Questa evangelica verità è riformulata da Agassi così: «È l’unica perfezione che esiste, la perfezione di aiutare gli altri».

Nel 1991 Andre Agassi vinse Wimbledon. Telefonò al padre che stava a Las Vegas e aveva seguito il match in tv. Ecco il racconto: «Lui non parla. Non perché dissenta o disapprovi, ma perché sta piangendo. Lo sento indistintamente che tira su col naso e si asciuga le lacrime e so che è fiero di me, ma è incapace di esprimerlo. Non posso biasimarlo perché non sa come dire ciò che ha nel cuore. È una maledizione di famiglia». Ecco il campione, ecco la letteratura, ecco l’uomo.

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