Agnelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agnelli/ un blog di approfondimento culturale Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Agnelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agnelli/ 32 32 Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Arrigo Sacchi e l’arte del pallone https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-arrigo-sacchi/#comments Thu, 14 Nov 2013 08:12:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16356 Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell'sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall'argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo.

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Questa intervista è uscita a ottobre 2012 su IL, il magazine del Sole 24 Ore. (Fonte immagine)

Appuntamento telefonico alle dieci e mezza di un venerdì sera, tanto “non vado a letto fino a tardi”, ha scritto nell’sms, dopo avermi spiegato che è troppo assorbito dalla supervisione delle nazionali giovanili per un incontro di persona. In compenso resteremo al telefono fino alla mezzanotte passata. Arrigo Sacchi è un posseduto del calcio e parla analiticamente: il suo discorso telefonico, molto più lungo di quanto già non riportiamo qui, alterna il volo pindarico filosofico al dettaglio maniacale. È cortese e calmo, preso dall’argomento. Lo interrompo solo ogni tanto per ricordargli dove sta andando la conversazione. Riflette sul calcio ad alta voce. Sa a memoria le date di nascita dei suoi giocatori, ricorda ogni colloquio con i presidenti, sa spiegare in astratto e nel concreto cosa deve succedere e non deve succedere in campo. Ha la seria pazzia di un artista modernista: dalla sua voce più pudica che passionale non si ascolta il calcio romantico alla Baricco, ma un ispirato sogno neoclassico, pulito, in parole usate col compasso:

E l’Argentina come giocava?

Giocava a zona, una zona pressing.

E la zona senza pressing com’è? Che differenza c’è tra la zona senza pressing e la zona con pressing?

La zona copre gli spazi e quindi fa una difesa passiva. La zona pressing fa una difesa attiva: vuol dire che, anche quando hanno la palla gli avversari, con questa pressione li obblighi a giocare a delle velocità, a dei ritmi, a delle intensità cui molto probabilmente non sono abituati e quindi sei tu attivo anche quando la palla ce l’hanno gli altri.

(Ci siamo arrivati così: stava dicendo che da responsabile della primavera e del settore giovanile della Fiorentina, nel 1983 aveva commesso “un errore, ne ho commessi tanti, quello di obbligare tutti gli allenatori a giocare a zona, tutti gli allenatori delle giovanili”. Poi, spiegando il suo gioco: “La mia era sempre una zona pressing, eh: non era solo una zona. Ebbi la fortuna alla Fiorentina di incontrami con Passarella, Passarella giocava nella Fiorentina, e tante volte lo chiamavo il martedì a parlare ai giocatori, a spiegare come loro giocavano nell’Argentina…”)

E all’epoca chi giocava con la zona senza pressing?

Aveva provato Liedholm, e aveva provato anche Vinicio col Napoli, io ero andato a vedere la sua preparazione alcuni anni prima…

E invece l’Olanda giocava col pressing?

Eh sì, l’Olanda giocava col pressing. Nella zona il riferimento è principalmente il campo, mai l’avversario, invece nella zona pressing devi sapere quando è più giusto coprire lo spazio o andare sull’uomo e devi avere una collaborazione costante, si difende collettivamente, questa fu la differenza: mentre in Italia si difendeva individualmente – ancora ora – e il riferimento principale è quasi sempre l’avversario e quasi mai il compagno. Ma se deve essere una squadra… se non c’è una connessione col compagno, un collegamento, non sei una squadra. Noi in fase difensiva avevamo tre riferimenti: l’avversario, il pallone e il compagno, e dovevamo sempre capire quando era più giusto coprire lo spazio o quando era più giusto invece marcare l’uomo e aggredirlo.

Lei giocava col 4-4-2, ma in generale la zona…

No, non è così: io ho giocato in tanti modi diversi, perché il sistema di gioco non è così importante: il sistema di gioco è importante per mettere di più a loro agio i giocatori a seconda delle loro caratteristiche, io ho giocato il 4-3-3… Il 4-4-2 io non l’ho mai fatto, era un 4-4-2 quando ci difendevamo, a volte quando ci difendevamo era anche un 5-3-2.

E chi scendeva dietro dal centrocampo?

Dipendeva: se Maldini stringeva, Evani andava a fare il quinto uomo; dall’altra parte se Tassotti stringeva, Colombo andava a fare il quinto uomo. Perché noi aggredivamo nella zona palla e cercavamo una copertura lontano dalla palla… E per far questo occorreva una squadra molto…

Tonica.

Qual è la differenza tra uno sport di squadra e uno sport singolo? È data dalla connessione che si trasforma in sinergia. Ma se non c’è un collegamento la connessione sarà minima e la sinergia sarà minima. Per far questo quindi tu devi muovere undici giocatori in modo organico e che siano nelle distanze giuste e che si vadano a smarcare nei tempi giusti e che in fase difensiva siano nelle posizioni giuste, nelle coperture giuste: avere in poche parole undici giocatori in posizione attiva con la palla e senza la palla, questo era l’obiettivo, difficile ancora ora si immagini venti venticinque anni fa.

Immagino la fatica dal punto di vista atletico, mettersi in condizioni di…

No no, altetico no: noi non spendevamo niente rispetto agli altri, noi eravamo sempre in aerobia, perché quando sei corto gli scatti non sono mai più lunghi di dieci, quindici metri, è quando sei lungo che gli scatti vanno sui venti, trenta, quaranta… Tanto che i miei giocatori – il povero Brera disse “li massacra tutti” –, Maldini ha finito di giocare a quarantun anni, Costacurta trentanove, Filippo Galli anche lui sui quarant’anni, Baresi trentasette, Tassotti trentasette. Eccetto Van Basten, poverino, perché ha avuto problemi al ginocchio, hanno avuto tutti una carriera lunga, molto lunga, perché, fra parentesi, la fatica era divisa per undici, mentre nelle squadre italiane giocavano in realtà tre quattro giocatori perché il portiere non si muoveva dalla porta e non giocava, dunque il difensore centrale non si muoveva dall’uomo perché doveva marcare: c’era un calcio specialistico. Io ho sempre pensato ad un calcio globale, ho sempre pensato di avere una squadra non di avere un singolo, e quindi allenavo la squadra per migliorare il singolo, non partivo dal singolo per arrivare alla squadra, non so se mi sto spiegando…

(Si potrebbe lasciar parlare Arrigo Sacchi di calcio senza neanche leggere il suo curriculum. La passione pedagogica toglie ogni distanza e sacralità alla telefonata: non sto parlando con chi ha vinto le prime due coppe dei campioni e il primo scudetto del Milan berlusconiano tra fine anni Ottanta e inizio anni Novanta, sto parlando con un ex calciatore dilettante appassionato di calcio, figlio di imprenditore, che cominciando ad allenare a ventisette anni guadagnava meno che dal padre. Uno che ha “sempre amato il calcio moltissimo, una passione enorme, tanto che quando andavo alle elementari facevo la radiocronaca virtuale. Giocavo come tutti i bambini. Una cosa che mi sarebbe piaciuta fare, da piccolino, era il regista cinematografico o il direttore d’orchestra o l’allenatore, quindi sono stato fortunato perché sono riuscito a fare una di queste cose. Mi sentivo proprio la vocazione di insegnare ed ero attratto da quelle squadre che giocavano un calcio di dominio, un calcio da protagoniste…” Non una leggenda, uno che dice: “Smisi di giocare a calcio, e nessuno pianse”. Smise per un’infiammazione, andò ad allenare la squadra del paese, Fusignano, in Romagna: il direttore sportivo faceva il bibliotecario. Sto ascoltando uno che perdeva tutte le partite del precampionato con il Bellaria di Igea Marina in quarta serie “perché se lei vuol costruire una baracca non deve fare delle fondamenta, ma se vuole costruire un grattacielo deve fare le fondamenta e finché fa delle fondamenta va sottoterra e non sopra”. Uno che in quarta serie allenava giocatori di dieci anni più anziani. Uno che avendo allenato la primavera del Parma, poi il Rimini, le giovanili della Fiorentina, quindi il Rimini, arrivato alla prima squadra del Parma la porta in vantaggio a San Siro in Coppa Italia contro il Milan, e invece di inserire un difensore per un attaccante e coprirsi, in vantaggio di uno a zero mette un altro attaccante. Così, a Milano lo notano, e arriva un’offerta.)

…E Berlusconi, lui mi chiese un favore: lui sapeva che io dovevo incontrarmi con una società il venerdì, mi chiese, disse “Guardi io devo andar via alcuni giorni, le chiedo un favore, di rimandare quell’appuntamento, e noi ci ritroviamo qua lunedì prossimo”. Dissi “Sì”, però non ero convinto, andando a casa dissi no, non posso fare una figuraccia del genere, rimando un appuntamento e poi… e la mattina telefonai a Rognoni [responsabile dei servizi sportivi Mediaset, NdR] e gli dissi “Guarda, ringraziali molto ma non me la sento di fare una figuraccia del genere… Io mi devo ancora incontrare, non posso dire rimandiamo…” dice “Sei matto? Al 99% sei tu l’allenatore del Milan”. Dissi: “No no, non me la sento” e andai agli allenamenti del Parma. Ricordo che quel giorno la sera torno a casa e mia moglie mi dice “Guarda, chiama subito Ettore Rognoni che t’ha cercato due o tre volte”, e mi fa “domani sera hai degli impegni?” “No”. “Allora non ci sarà Berlusconi ma ci sarà Galliani, Paolo Berlusconi, Confalonieri”. Dico: “Mah per me son anche troppi” e andai su, e allora lì capii che volevano veramente prendermi come allenatore. Andai su e firmai in bianco. “Voi avete un grande coraggio”. Io dico: “O siete dei fenomeni o siete dei suicidi’. E comunque io firmo in bianco, e presi meno di quanto prendevo a Parma… E feci un contratto… Io facevo sempre contratti di un anno solo perché volevo smettere… perché…

Perché se non era bravo, meglio smettere… (Così disse quando smise di giocare.)

“No no, non era quello. Smettere perché facevo fatica e lo stress mi uccideva…”

Ah quindi è sempre stato così? (Smise di allenare per questa ragione, lasciando l’Atletico Madrid nel 1999 dopo le esperienze con la nazionale maggiore e un breve ritorno al Milan. Lavorò poi come direttore tecnico per il Parma e per il Real Madrid.)

Io non volevo dare la vita per… E siccome io faccio parte del partito melius abundare quam deficere, è una certezza, si può sempre far di più e meglio, quindi le notti mie erano insonni, mi sembrava sempre di rubare, di non essere un buon professionista, e tutti accettavano volentieri perché dicevano Se va male non abbiam spese. Eppure anche col Milan andai bene, vincemmo il campionato e dissi: “Adesso raddoppiamo però”, solo che il secondo anno partimmo malissimo e Biscardi annunciò che il martedì sarei stato esonerato, nel caso perdemmo tre quattro partite consecutive.

Trovo molto affascinante come ha saltato a piè pari l’anno dello scudetto… Insomma, è un anno importante, voglio dire…

Sì, fu un anno importante, il primo. All’inizio non ci fu prevenzione, diffidenza sì, ma non prevenzione quindi non trovai un ostacolo, e fu bravissima la società e Berlusconi fu bravissimo perché noi partimmo male, perdemmo la prima partita in casa, perdemmo la prima partita nella coppa UEFA, poi perdemmo in casa in coppa UEFA dall’Espanol e dissero che non sarei arrivato, non al panettone, ma a mangiare le favette, e Berlusconi: mi ricordo perdemmo 2 a 0, io tutta la notte tornai a casa, non andai a letto, studiai il Verona che dovevamo giocare la domenica e alle otto, le nove mi telefonò Berlusconi e mi disse: “Ha bisogno?” Dissi: “Sì” e venne il sabato e fece un discorso cortissimo ma efficacissimo, disse con i giocatori: “Questo allenatore lo sento io, gode della mia massima stima e fiducia, chi di voi lo seguirà rimarrà, chi non lo seguirà dovremmo rivedere…” Fu diretto, molto, mi diede veramente una gran mano. Quindi il primo anno si concluse in un trionfo inaspettato e fantastico perché riempivamo lo stadio in continuazione ovunque andavamo, dove c’erano conservatori che mi vedevano come il diavolo e l’acqua santa perché vedevano in me uno che attentava alla loro conoscenza, a quello che avevano sempre scritto del calcio.

Cosa scrivevano del suo gioco?

No, dicevan che li massacravo i giocatori, poi per loro il calcio era un’altra cosa, era fatto del singolo, era fatto del contropiede, io dicevo no, non è solo contropiede, noi facciamo anche contropiede ma noi vogliamo essere padroni del campo e del pallone, vogliamo avere inziativa…

Il termine “ripartenza” l’aveva inventato lei?

M’han detto di sì… ci son delle parole che… non lo so…

E invece il concetto di intensità lo usava già allora?

Mah, forse era un termine che usavo e quindi dopo è stato riportato… Tutte le grandi squadre hanno avuto un comune denominatore, tutte, al di là del sistema di gioco, al di là delle epoche diverse e son sempre state delle protagoniste, non ho mai visto squadre che lasciassero il gioco alle altre diventare delle grandissime squadre: potevano vincere ma non…

E quindi che dice delle squadre di Mourinho?

Ma Mourinho è un personaggio straordinario nella sua completezza…

Be’ sì certo, su più livelli diciamo, ma le sue squadre non dominano… giusto?

Be’, no non è vero, dipende: non dominano con il Barcelona ma con le altre dominano, l’anno scorso col Milan dominava sempre… Non dominano col Barcelona di Guardiola perché adesso può darsi che… Ci son state tre squadre che a parer mio hanno modificato questo calcio e hanno consentito a questo sport di aggiornarsi, modernizzarsi ed essere sempre al top: l’Ajax, il Milan e il Barcelona adesso, tre fenomeni, quasi tutte a distanza l’una dall’altra di vent’anni, dove ognuna ha raccolto il testimone dall’altra aggiornandola ai vent’anni dopo.

Oggi la maggior parte delle squadre sono cacofoniche, se fossero delle orchestre sarebbero state…

Qual è la squadra meno cacofonica nel campionato italiano adesso?

La Juventus è la squadra più armoniosa…

Be’ sì è molto bella da vedere. Io sono della Roma, quindi…

Be’ adesso la Roma ha preso un maestro, che ha fatto il corso con me, il supercorso di Coverciano l’abbiam fatto assieme, allora il supercorso era un anno scolastico, adesso il supercorso si fa in trentadue giorni: o eravamo noi degli stupidi e questi dei geni… o apprenderanno meno… Zeman non m’ha mai annoiato, le sue squadre non m’hanno mai annoiato, mi divertono, a volte raggiungono dei vertici fantastici… È un maestro, le sue squadre hanno… c’è un’impronta importante. La maggior parte delle squadre se lei non leggesse non saprebbe chi è l’allenatore. Le squadre caratterizzate, che hanno un gioco come leader, lei sa subito chi è l’allenatore. Ci sono poche squadre che sono intonate: Zeman ha la capacità e la tempistica dei movimenti, l’attacco alla profondità, i tempi di gioco, il posizionamento, in fase difensiva un attimino meno ma è una squadra che ti emoziona a vederla perché quando gioca bene la palla scorre, è come un sogno che si sta realizzando.

E come si fa ad educare la squadra a questo scorrere della palla?

Quando io allenavo, Berlusconi non voleva che venissero a vedere gli allenatori, io li ho sempre fatti venire perché ho detto: “Ho avuto tanto dal calcio, devo dare qualche cosa”, però dicevo: “Guardi che se non hanno la chiave copiano l’esercizio ma non hanno la sensibilità”. Io ho un cugino che è direttore d’orchestra. Un giorno in modo provocatorio dissi: “Ma che differenza c’è tra te e Muti? Se suonate Beethoven o la Tosca, lo spartito è quello”. Lui disse: “Be’, se Muti ha un’orchestra di duecento orchestrali, quello meno importante è quello che batte i piatti: se questo li batte un attimo prima o un attimo dopo, un po’ troppo forte, un po’ troppo piano, lui lo sente”. Allora se un giocatore è mezzo metro avanti, mezzo metro indietro, parte un attimo prima o parte un attimo dopo, lei guarda e non lo vede; chi ha questa sensibilità lo vede e sa didatticamente cosa fare per corregerlo. Io adesso sto facendo questo: insieme a Maurizio Viscidi siamo gli allenatori di tutti gli allenatori delle nazionali giovanili italiane, noi alleniamo loro, andiamo a vedere gli allenamenti, gli diciamo che cosa è giusto fare, dove stanno sbagliando, io oggi ho visto gli allenamenti che faceva l’Under 17 e l’Under 20, dove vedi l’allenatore… Non lo so, l’altro giorno giocavamo contro il Portogallo e la distanza, il tempo di sganciamento del terzino si verificava troppo presto quindi la distanza era maggiore, quando la distanza è maggiore il passaggio sarà meno veloce, meno preciso e quindi più facile da intercettarsi – e la richiesta tecnica sarà maggiore…

La richiesta di energie?

La richiesta tecnica del giocatore che è in possesso palla: se sei a dieci metri è facile se sei a trenta metri sarà più complessa, no?, e ci sarà più tempo da parte dell’avversario per intervenire. Se un giocatore si allarga e invece deve stringere, allora devi fare delle simulazioni di partita, devi, capendo quello che non sta venendo fuori, fare delle esercitazioni, ma devi poi rifare la stessa esercitazione bene, benino, male, malissimo, è come suonare non so Volare, un’orchestra la può suonare benissimo, malissimo, però è sempre Volare”.

Ma quindi adesso comunque il suo metodo è diventato la norma, se hanno preso lei.

In Italia c’è un grande problema. Purtroppo le squadre sono meno lineari di quanto fosse la torre di Babele. Perché quando andavo in un club cercavo di mandarne via il più possibile? Perché quando arrivi trovi che negli ultimi cinque anni ci son stati cinque allenatori diversi quando non son stati otto, dieci, e ognuno ha portato dei giocatori suoi che erano adatti per il suo gioco e quindi che non son funzionali al progetto.

Van Basten mi chiedeva sempre “ma perché noi dobbiamo vincere e convincere quando agli altri basta solo vincere?” e io dicevo “tu vedi la gente come si diverte”. Io arrivai che avevamo 33.000 abbonati, mi pare che il secondo anno avevamo qualche cosa come 60.000, dico: “Noi ci dobbiamo divertire per una proprietà transitiva, così riusciamo a far divertire il pubblico”. World Soccer, che è la bibbia del calcio mondiale, attraverso i suoi esperti due o tre anni fa stilò l’elenco delle squadre più belle di tutti i tempi e misero al primo posto il Brasile del ’70, al secondo posto l’Ungheria del ’53, al terzo posto l’Olanda del ’74, al quarto posto, e prima squadra di club, il Milan dell’89, e allora quando ci siam trovati non molto tempo fa per una partita che facemmo qui a San Siro, gli dissi: “Hai capito perché bisognava vincere e convincere?” Per me una vittoria senza merito non è una vittoria: adesso ai giovani dico vale più della vittoria il modo in cui la si ottiene. Perché questo non è un paese per giovani? Perché noi non giochiamo un calcio per giovani, perché giochiamo un calcio difensivo. Secondo lei i giovani sono capaci più a rompere o a costruire?

Giochiamo un calcio individuale, specialistico, giochiamo un calcio di trucchi, di mestieranti. I giovani hanno bisogno di giocare un calcio d’attacco, di generosità, dove sbagliano molto ma creano anche molto, un calcio fatto di entusiasmi e hanno bisogno di avere un filo conduttore che è il gioco. Se lei facesse l’allenatore e non fosse sicuro del suo lavoro andrebbe a prendere dei giocatori giovani?, o dei giocatori esperti che saprebbero completare quello che lei non sa? Se fosse sicuro del suo lavoro, andrebbe a prendere dei giocatori giovani che sa che sono più recettivi, con una capacità di apprendimento maggiore, una generosità maggiore, con un’energia maggiore, con un entusiasmo maggiore. Non ci sarebbe storia. Allora lei vede si capisce subito chi è più allenatore e chi è più gestore, chi è più allenatore è chi ha delle grandi idee e va sui giovani.

Se ha delle grandi idee ci deve lavorare ossessivamente.

Nell’89 andammo a Tokyo, vincemmo la coppia intercontinentale, in tre quattro mesi avevamo vinto tutto, ma non mi era piaciuta la partita, festeggiavamo, facemmo una cena a metà della cena dissi con i collaboratori: “Finita la cena ci riuniamo che voglio parlar con voi”. Sapevo che non era il momento però avevo fretta. Uno mi disse: “Dai, Arrigo, prendiamoci una sera di riposo”, e io risposi: “Sì, così gli altri ci superano”. In questa ossessione, che Pavese un giorno definii ossessione arte, questa ossessione è quella che ti brucia e la stessa che ha bruciato e sta bruciando il mio amico Guardiola, è quella che ti permette di fare qualche cosa che altrimenti non sarebbe possibile fare.

A proposito di Guardiola come funzionano i rapporti tra i grandi allenatori, lui è venuto a chiederle consigli?

Noi siamo amici da sempre, lui ama il calcio quindi gli piace parlare di calcio e quando io facevo delle conferenze in Spagna un paio di volte l’ho visto che veniva, poi parlavamo, ci trovavamo. E un giorno mi chiese: “Arrigo, dai, dimmi un nome di un difensore per iniziare il gioco”. “Guarda, questa è una richiesta che in Italia non me l’ha mai fatta nessuno perché da noi il difensore deve rompere, non costruire”. I difensori nostri per farli venir su, loro son cento anni che vedono che non torna nessuno, per far ritornare gli attaccanti che son cento anni che non ritornano… Il Barcellona è diventato grande pur mettendo via dei giocatori individualmente fenomenali, Ronaldinho, Deco, Ibrahimovic e sostituendoli con emeriti sconosciuti o con dei giocatori normali come Villa e uno dice ma com’è possibile? Anche l’Argentina ha Messi, ma quanto serve il Barcellona a Messi se con l’Argentina fino adesso ha sempre deluso?

Guardiola che domande le faceva?

Si parlava… e quando prese Ibrahimovic gli dissi: “Hai preso un bravissimo giocatore ma che conosce la sua musica e vuol cantare la sua musica”.

E lui che disse?

Mi spiegò i movimenti che gli chiedeva, però dopo ha visto com’è andata a finire… Voleva un giocatore che attaccasse la profondità, voleva un giocatore che andasse dalla parte opposta. Noi abbiamo una cosa in comune. Io son stato al Milan quattro anni e andai via perché mi sembrava di esser ritornato all’epoca della scuola quando piuttosto che andare a scuola mi sarei fermato a zappare la terra con i contadini perché non ce la facevo più dallo stress e Guardiola adesso sta vivendo la stessa situazione, io spero lui riprenda perché è un genio del calcio e non so se riprenderà però me lo auguro, m’ha telefonato un mese fa, ci siam parlati per un paio d’ore e ha detto: “Fra poco devo smettere anche con lei perché mi brucia l’orecchio”. Adesso lui va via, va lontano, va in un altro continente, e non so se riprenderà, mi dispiacerebbe…

Allenare la nazionale è meno stressante?

La nazionale… Ha presente un eunuco in un harem con delle belle donne? Ecco, la nazionale è questa, dove diventi un teorico. Io non ho mai detto che un giocatore della nazionale è un mio giocatore, perché non era un mio giocatore. Io sono testardo, anche lì io ho cercato di dare un gioco,  agevolato dal fatto che avevo convocato specialmente nella prima parte parecchi giocatori che erano stati al Milan. Arrivammo secondi al mondiale [USA ’94, NdR] e fu un capolavoro quello, veramente, di volontà, di impegno, e arriviamo alla finale in un ambiente non consono a noi perché giocando noi un calcio in velocità a quelle temperature era problematico, però c’era una straordinaria volontà, un gruppo molto coeso, determinato, è come sempre poi, quando c’è il gioco non è che se ne avvantaggiano in maniera uguale, chi ha più attitudine se ne avvantaggia ancora di più…

Attitudine a cosa?

Baggio le sue migliori partite le ha fatte con la nazionale più che nei club. Baggio ricordo che quando lo chiamai lui stava andando male con la Juventus tanto che ero andato a vederlo a Genova e davanti a me c’era l’avvocato Agnelli, nell’intervallo parlavamo, e gli dissi: “Ma Avvocato, chi è dei suoi che è in forma?” E lui sa cosa mi disse? “I tre tedeschi”, per dirmi che non c’era nessuno in forma… Io a Baggio dissi: “Guarda, ti chiamo, non so se ti farò giocare però t’ho chiamato perché ho fiducia”. E lui fu bravissimo devo dire finché io lo sostituì in una partita, una partita drammatica per noi perché avendo perso la prima se perdevamo pure la seconda tornavamo subito a casa, ci trovammo dopo dieci minuti in una situazione di 38 gradi a dover giocare tutta una partita in dieci contro undici e io presi la decisione più difficile, quella meno ovvia, di togliere il giocatore più famoso che avevamo e lui in quel momento capì che io non ero l’allenatore suo, ero l’allenatore di tutti. Fu molto bravo con noi, da noi giocava come secondo attaccante, dove cercavamo di utilizzarlo nel migliore dei modi, avendo un attaccante che gli aprisse gli spazi, che andasse più di lui in profondità in modo che lui potesse andare a raccogliere la palla incontro o di fianco, cercammo d’avere più gioco noi degli altri, io avevo una statistica dei palloni che lui toccava mediamente nella squadra di club; dissi “Se tu ti muovi con la squadra, la toccherai due o tre volte in più” e così fu. Ci diede dei grandi risultati. Fu una fatica immane, il campionato del mondo è una cosa che ti distrugge e dove devi dar fondo a tutte le tue esperienze, conoscenze.

E non le veniva di cambiare sistema?

Ma io non avevo un sistema, io non ho un sistema. Ho il gioco del calcio, non ho sistema.

(Questa non è una domanda: è un bell’aneddoto sul denaro, saltato fuori in un punto del racconto, e mi pare una bella conclusione.)

Quando decisi di smettere di lavorare per far l’allenatore, io dissi con mio padre: “Ho capito che vivrò una vita sola e quindi devo viaggiare”, perché purtroppo morì mio fratello e dovetti io far la parte commerciale: “Devo viaggiare e non mi piace il lavoro, a me piace il calcio. Vivendo una vita sola dico smetto di lavorare e vado a fare l’allenatore”. Andai a fare l’allenatore al Cesena e il presidente mi disse “cosa vuole?” e io dissi “mi dia lei quello che vuole”, e lui disse: “No: poco, ma mi dica lei”, e prendevo di stipendio in un anno quello che a lavoro con mio padre io prendevo in un mese, e quando dovevo fare dei contratti all’inizio mi vergognavo sempre perché mi vergognavo di chiedere dei soldi per una cosa che mi piaceva così tanto, e quando mi son fatto pagare, e le assicuro che ho preso molto di meno di quanto avrei potuto… l’unica volta che ho preso davvero dei soldi fu il secondo anno al Milan. Dicevano che Berlusconi mi voleva mandare via e Biscardi disse che mi avrebbe mandato via il martedì. Galliani disse: “Ti vuol parlare il Presidente”, e andammo ad Ascoli. Lui entrò, mi abbracciò e disse: “Lei ha la fortuna che è il più bravo di tutti, però non posso tutti gli anni darle il doppio”, perché io avevo chiesto per il secondo anno il doppio del primo. Mi disse: “Perché vedi, Arrigo, ormai in campionato siamo staccati, e la Coppa dei Campioni son vent’anni che non la vinciamo”. Allora io dissi: “Guardi, Dottore, se non vinciamo la Coppia dei Campioni mi dà l’ingaggio che vuole lei, la cifra che mi ha proposto lei, però se la vinciamo quella differenza me la moltiplica per tre”. E così fu e devo dire che io ho una clip di lui che mi viene in campo ad abbracciare e lui ricordo che mi disse: “Non ho mai speso meglio i miei soldi”.

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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Un ritratto di Paul Gascoigne https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ritratto-paul-gascoigne/#comments Tue, 04 Dec 2012 16:30:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11830 Questo pezzo è uscito su Studio.

A vent'anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario "Gazza, Italian Job"). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l'alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c'è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

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Questo pezzo è uscito su Studio.

A vent’anni dal suo esordio in serie A Paul Gascoigne, uno dei maggiori talenti del calcio inglese, è tornato sotto la curva dei tifosi della Lazio con cui giocò per tre stagioni negli anni Novanta. Qui “Channel4” lo riprese festante “schiena arcata e braccia alzate” dopo il gol del pareggio nel derby. Fu proprio il passaggio di Gascoigne a Roma la molla che convinse nel 1992 il canale inglese a portare il calcio italiano in diretta tv in Inghilterra (venne prodotto anche un documentario “Gazza, Italian Job”). Quarantasette presenze e sei gol in tre anni travagliati sono assai pochi ma l’alta fedeltà dei tifosi per il mito Gascoigne si spiega con una frase: “immagina Balotelli e Robin Williams fusi insieme, era così in campo.” Inevitabile quindi il revival intorno al giocatore ma anche al suo dramma, perché da troppo tempo tra i tifosi c’è il timore di ricevere prima o poi una notizia fatale.

Delle foto del Daily Mail che celebra oggi l’eroe Gascoigne non stupisce l’aspetto diverso dall’immagine di venti anni fa, dimagrito, sciupato, il viso scavato, i capelli quasi a zero. Piuttosto meraviglia il sorriso ritrovato, la gioia. Perché dal momento del suo mesto ritiro dal calcio (2004), il giocatore autoproclamatosi buffone alla corte del pallone ha lasciato definitivamente il posto all’ubriaco con disturbi tipici della sindrome di Tourette. “Sun”, “Daily Star” e “Mirror” vanno a nozze con il continuo rehab. Da allora Gascoigne vive di promesse infrante e di tregue sotto osservazione. La più lunga di queste ultime gli ha dato in premio una serata romana.

Da ragazzino aveva talento ma non era un prodigio, “la falcata sbilenca, la corsa un po’ sporca”. Middlesbrough, Ipswich e Southampton lo scartarono anche per via del fisico. Al Newcastle, dove esordì in Premier a 18 anni, tutta quella ciccia non andava bene. Dimagrì, ma sul fisico robusto gli rimase quel volto per cui Agnelli lo definì “un soldato di ventura con la faccia da bambino”. Allegro, caciarone, in campo giocava sempre due volte, una per la squadra, l’altra per sé. Gli scherzi che combinava erano comiche da Mister Bean o Paperissima: abbracciava la bambola gonfiabile di un tifoso, nascondeva la palla sotto la maglia, ammoniva un arbitro, faceva la linguaccia durante l’inno, gavettoni e maschere, torte in faccia e siparietti. Come quando Vinnie Jones, lui sì davvero rissoso e senza gloria, gli strizzò gli attributi per reazione. Nonostante l’infanzia povera e difficile, Gascoigne non era il bullo delle cassanate. Non aveva la scorza dura del coatto, era un clown.

La generosità in campo e l’estrosità del personaggio mantengono ancora un credito verso il pubblico. Nel 1993 la rivista letteraria “Granta” gli dedicò la copertina e gran parte del numero di novembre, “un viaggio poco letterario e molto emotivo”, scrisse Cesare Fiumi sul “Corriere della Sera”. Bill Buford e Ian Hamilton orchestrarono il ritratto di “un Sansone irrequieto, sfacciato e fuoriclasse, un eroe di quelli che se non partecipa a una vittoria, la vittoria vale meno”, un personaggio fatto di oscenità e birra, vicino a Ken Loach e Shakespeare, affetto da una sindrome che lo rende capace di “lacrime nervose e interminabili in mondovisione che sotterrano un’ora di allegre boccacce” e “di ricevere come un bimbo dall’arbitro durante Lazio-Genoa un chewing gum in premio per aver smesso di protestare”. Quelli di “Granta” lo rivolevano indietro, al sicuro sui campi inglesi, la sola unica nursery capace di contenerlo.

Ma non è stato solo un clown. I vizi a cui ha ceduto si attribuiscono ai fantasisti belli e irrisolti. Fantasista Gascoigne non era, vestiva la maglia numero otto, non era un dieci indolente come i sudamericani. Era un centrocampista possente e veloce (ecco la sassata su punizione nella semifinale di Coppa di Lega del 1991, che piega le mani al vecchio leone Seaman), a cui piaceva segnare (25 reti col Newcastle, dieci nella Nazionale, 33 con gli Spurs), busto dritto e agile, ovviamente a modo suo: gomiti alti per sopravvivere alla seconda divisione inglese, dove a fine partita poteva mancare qualche dente al suo sorriso. A differenza dei suoi eccessi grossolani, Gazza è stato un giocatore molto tecnico, quasi classico. L’archivio fotografico di Getty Images racconta bene questa fisicità. Talento, potenza, eccessi e stranezze da “Cretinetti”: questa la dote che Gazza portava in Italia. Elton John lo sconsigliò: “Attento, vai nella tana del lupo”.

L’affetto verso Gascoigne è legato anche alla carriera infranta su due gravi infortuni alla gamba destra: i legamenti del ginocchio nel 1991 a Wembley (aveva già firmato con la Lazio ma non si risparmiò nella finale di coppa di Lega, entrò da difensore con un tackle su Gary Charles e crac), poi la tibia e il perone nel 1994 in allenamento a Roma per un contrasto con il giovane Nesta. Nello sconforto del 1991 sorge la domanda: e adesso chi la racconta più la storia del clown che piange?

La stampa sportiva italiana è stata spesso più vicina a Scrooge che a Oliver Twist, raccontando quasi con sadico piacere i fallimenti dei giocatori che non hanno reso come potevano, e allo stesso tempo gettando alle ortiche i dettagli che pure hanno fatto la differenza tra le storie interrotte. Dal “what if” al fallimento il passo è breve, la via più veloce per rinverdire pigramente una nostalgia e richiuderla dopo poche righe. Sono in molti gli ex grandi giocatori ad aver avuto bisogno più di un onesto biografo che di un avvocato in preda al fatalismo.

Non fece eccezione Gazza: già il suo esplosivo talento era per Mario Sconcerti “un rischio” che però “vale la pena” correre. Poi da infortunato per Gianni Mura era senza remore “una sòla di mercato, un giocatore da bar” (nonostante l’endorsement di Maradona). All’arrivo a Roma il “Corriere dello sport” regalò un poster con Gascoigne vestito da pagliaccio e sopra un “benvenuto” cubitale. Era il prezzo da pagare per il sottotitolo: “una conquista per la Lazio, un vanto per il campionato”.

Per un rutto in diretta a un microfono Rai viene difeso da Aldo Grasso, che parla del diritto all’“esecrabile flatulenza del figlio d’Albione” (tanto più che, da squalificato, Gascoigne non poteva comunque parlare): “Una volta i cronisti di Samarcanda, un’altra i redattori sportivi, un’altra ancora i corpi speciali della notizia; tutti a molestare vecchiette, tormentare clienti al ristorante, gettarsi sul neodisgraziato per la fatidica richiesta: Ha qualcosa da dirci? A volte qualcuno non ci sta, e si libera dai flati”. Sempre meglio che niente ma nulla a paragone con Karl Miller, il fondatore della “London Review of Books”, che dopo un gol al Cagliari nel 1994 trova le parole per descrivere così l’esultanza di Gascoigne paragonandolo a una statua dello Stadio dei Marmi: “Impetuoso e comico, formidabile e vulnerabile, trovatello e monello insieme, un testone e un petto muscoloso inversamente proporzionali all’aspetto fragile delle gambe, dello sguardo, del volto roseo, un corpo teso e dritto, un monolite fallico sotto il sole del Mediterraneo”.

In Nazionale non possono farne a meno da quando con Gascoigne a dirigere il traffico l’Inghilterra arriva quarta a Italia ’90, miglior piazzamento dal 1966: nella semifinale contro la Germania persa ai rigori, Gascoigne, diffidato, finirà in lacrime  dovendo saltare la finalina con l’Italia. Ma in patria quelle lacrime gli valsero il rispetto di una nazione. Nel 1996 agli europei del “football is coming home”, Gascoigne, capelli platinati alla Sick Boy di Trainspotting, fa impazzire Wembley contro la Scozia, poi guida l’Inghilterra verso una storica rivincita contro l’Olanda.

Nel 1997 a Roma l’Italia di Zola viene ridimensionata, un Gascoigne senza fronzoli detta legge: gli inglesi si qualificano per Francia ’98, l’Italia va allo spareggio. Il giocatore “pazzo come una spazzola” (definizione dell’ex ct Bobby Robson) non convince quello nuovo, Hoddle, che lo taglia dai 22.  Scelta tecnica (che non pagherà) o punizione per notte brava (ma non era solo), l’esclusione toglie a Gazza da sotto i piedi la terra per arginare i suoi eccessi. Distrugge la camera d’albergo in ritiro e dà di matto. Inizia così il suo declino psichico. Soltanto un anno prima aveva condotto i Rangers di Glasgow al nono titolo consecutivo, l’ultima grande annata prima di naufragare nelle serie minori e in inutili ingaggi tra Cina e Dubai.

Paradossalmente per la Lazio  nel 1992 doveva essere l’acquisto della solidità: la serie B oramai alle spalle, niente più debiti,  i conti in regola di Calleri e l’imminente passaggio a Cragnotti, la faccia seria di Zoff come allenatore, il burbero e severo uomo di sport che viene sedotto da Gazza fin dal ritiro. “Gascoigne non si faceva trovare, lo feci chiamare, lui arrivò a tavola nudo. Non nudo con gli slip e i calzini: proprio nudo! Dicendo: ‘Mister so che mi voleva parlare, non ho fatto in tempo a vestirmi’. Fece breccia anche nella maschera di cera di Zeman, lo voleva anche Ferguson che conosceva bene i debiti del Tottenham, e pare pure il Napoli per il dopo Maradona.

Nei 16 mesi di riabilitazione dopo il primo infortunio succede di tutto: in una rissa a Londra Gazza si rompe una rotula, fa fuggire il suo tutore, beve in continuazione. La Lazio vacilla più volte, vuole rassicurazioni, i tifosi aspettano. Viene a Roma due volte osannato da convalescente, impotenza & speranza. Alla fine Gascoigne debutta ma non è ancora al 100%. Gioca dieci partite senza segnare. Il 29 novembre al derby (di fronte a 73,504 spettatori) viene accolto rudemente e con sarcasmo dalla curva Sud, con striscioni che lo raffigurano in carrozzella e zoppo. Ha generosamente promesso un gol per farsi perdonare l’affetto ricevuto nell’attesa, ma sembra non arrivare arriva. Poi allo scadere raccoglie di testa in area una punizione di Signori e pareggia il gol di Giannini. Non scalcia le bandierine né mostra i muscoli né le  mani sulle orecchie: semplicemente si commuove. È una delle poche promesse mantenute da Gazza in Italia insieme alle gemme contro il Milan, il Torino e lo slalom vincente di Pescara, il gol che fa impazzire gli inglesi che lo seguono su Channel4. Nick Hornby was here.

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