Agnès Varda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agnes-varda/ un blog di approfondimento culturale Wed, 04 Mar 2020 16:34:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Agnès Varda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/agnes-varda/ 32 32 Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma” https://minimaetmoralia.it/cinema/varda-by-agnes-niente-perduto-si-trasforma/ https://minimaetmoralia.it/cinema/varda-by-agnes-niente-perduto-si-trasforma/#respond Thu, 05 Mar 2020 06:30:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42566 di Rosario Sparti

Non chiamatelo film testamento. Non si potrebbe pensare a un film più vitale di Varda by Agnès, l’ultimo lungometraggio della regista franco-belga, che la Cineteca di Bologna ha deciso di portare nelle sale italiane, in compagnia di altri quattro titoli (Cléo dalle 5 alle 7; Daguerréotypes; Salut les cubains e Réponses de femmes), per celebrare Varda a un anno di distanza dalla sua morte. Non sarebbe nemmeno equo definirlo una masterclass, semmai si tratta di una lezione di vita, la sua, che la cineasta racconta in prima persona senza mai indossare i panni dell’insegnante, invitandoci a trovare liberamente un punto di vista da cui osservare il mondo, magari con la stessa amorevolezza e curiosità con cui l’ha filmato per oltre sessant’anni.

L'articolo Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma” proviene da Minima et Moralia.

]]>
1av

di Rosario Sparti

Non chiamatelo film testamento. Non si potrebbe pensare a un film più vitale di Varda by Agnès, l’ultimo lungometraggio della regista franco-belga, che la Cineteca di Bologna ha deciso di portare nelle sale italiane, in compagnia di altri quattro titoli (Cléo dalle 5 alle 7; Daguerréotypes; Salut les cubains e Réponses de femmes), per celebrare Varda a un anno di distanza dalla sua morte. Non sarebbe nemmeno equo definirlo una masterclass, semmai si tratta di una lezione di vita, la sua, che la cineasta racconta in prima persona senza mai indossare i panni dell’insegnante, invitandoci a trovare liberamente un punto di vista da cui osservare il mondo, magari con la stessa amorevolezza e curiosità con cui l’ha filmato per oltre sessant’anni. “Nel 1994, in coincidenza con una retrospettiva alla Cinémathèque française, ho pubblicato un libro intitolato Varda par Agnès. Venticinque anni dopo, lo stesso titolo viene dato al mio film fatto di immagini in movimento e di parole. Il progetto è lo stesso: fornire le chiavi della mia opera.”, con queste parole l’autrice presentava il film al pubblico. Allora adoperiamo queste chiavi per entrare nell’universo di Agnès Varda, anticipatrice della Nouvelle Vague e prima regista donna a ricevere un Oscar alla carriera, scomparsa all’età di novant’anni dopo una lunga carriera inaugurata negli anni Cinquanta.

Siamo su un palcoscenico teatrale, seduta al centro da sola – anche se man mano alcuni ospiti la raggiungeranno – c’è lei: una piccola signora anziana dallo sguardo vivo, il suo esclusivo caschetto bicolore e il desiderio di ritornare sulle tracce del suo cinema. Un’operazione di analisi, tanto giocosa quanto profonda, che Varda aveva amorevolmente già portato avanti in passato mettendo al centro delle sue opere la figura del marito, il regista Jacques Demy, morto nel 1990. Se Garage Demy era la memoria intimista di un rapporto umano e professionale che s’intesseva con la lingua cinematografica di due artisti vicini ma distanti tra loro per temi e stile, il lavoro successivo invece era un esercizio critico – in linea con la teoria della politica degli autori – dalla forma saggistica, in cui uomo e regista diventavano una cosa sola; allo stesso modo, se Le spiagge di Agnès era ricordo in forma di poesia, quest’ultima fatica è autobiografia in forma di prosa, seppur anarchica e lieve (“il caso è sempre stato il mio miglior assistente”, affermava in Visages, Villages). Il suo racconto, infatti, scorre fluido nonostante proceda per libere associazioni, accostandosi talvolta a una struttura cronologica da cui fuggire appena possibile, come la sua persona, che dal teatro ritroviamo all’improvviso in un giardino o su una delle sue adorate spiagge.

“Ispirazione, creazione, condivisione.”, queste sono le tre parole chiave che la regista cita in apertura del film per spiegare il segreto del cinema, così come sono tre gli elementi naturali che compongono una spiaggia: mare, cielo e sabbia. E le spiagge, paesaggi mentali, sono i luoghi d’ispirazione che hanno accompagnato Varda fino alla sua uscita di scena, avvolta dall’evanescenza di una tempesta di sabbia in cui la sua figura si dissolve. “Se la storia delle persone è fatta di paesaggi, la mia è fatta di spiagge”, rivelava ai tempi di Le spiagge di Agnès, ora quella che ci troviamo davanti è una raccolta di granelli di sabbia raccolti nel tempo; l’ideale capitolo conclusivo di un viaggio della memoria dove le spiagge, luogo eletto dei ricordi, incontrano i graffiti di Mur Murs, le botteghe di Daguerréotypes, i volti della controcultura americana di Lions Love e gli specchi dove si rifletteva Jane Birkin nelle pause di Kung-Fu Master.

Un autoritratto dipinto senza guardarsi allo specchio, mosso da un pensiero mutevole, in linea con lo stile della regista (anche se sarebbe meglio parlare di “cinescrittura”, seguendo i desideri di Varda), che si mostra radicale e difficilmente catalogabile, nella sua volontà di mescolare generi, pratiche e formati, fin dal suo lungometraggio d’esordio, La Pointe Courte, primo esempio della libertà consapevole che caratterizza il cinema di Varda: apparentemente sregolato e senza direzione, invece calibrato con estrema cura. Lo svela la stessa regista quando parla di Cléo de 5 à 7 e Senza tetto né legge, film accomunati dalla costruzione episodica, che seguono due donne smarrite attraverso una struttura formale precisa e quasi matematica: Cléo filmata nel suo percorso fisico ed esistenziale scandito dal passare dei minuti segnati dall’orologio, in cui il montaggio trasforma progressivamente il tempo oggettivo in soggettivo; Mona, la protagonista di Senza tetto né legge, accompagnata nel suo vagabondaggio da tredici carrellate della cinepresa, sempre da destra a sinistra dello schermo (“un ritratto nella forma di una carrellata discontinua”).

Insomma, Varda by Agnès è un documentario dai connotati teorici ma con lo spirito semplice, che vuole essere una summa del suo cinema e delle tre vite di Agnès Varda: la prima come fotografa, dall’esperienza al festival del teatro di Avignone al viaggio a Cuba dove incontra Fidel Castro, passando per i vari incontri con celebrità in giro per il mondo (Salvador Dalí, Calder, Luchino Visconti, Eugène Ionesco, Brassaï); la seconda come regista cinematografica, dal primo lungometraggio all’ultimo, Cento e una notte, colossale flop dal cast stellare che la spinse di nuovo verso produzioni indipendenti; infine la terza, come artista visuale, che coincide con la diffusione delle cineprese digitali nel nuovo millennio, strumento che Varda sceglie per sovvertire il suo approccio alla forma documentaria. Anche se la regista, in realtà, guarda da sempre al documentario con devozione ma senza deferenza. Attratta dalla sovrapposizione tra realtà e finzione, ben conscia che la vicinanza e l’empatia che prova nei confronti di chi è filmato l’allontana dall’oggettività del documentario classico, decide di raffigurare la realtà ogni volta dal suo punto di vista, “Quando riprendi qualcosa, un luogo, un paesaggio, un gruppo di persone, c’è bisogno di un punto di vista. Almeno per iniziare. Riprendi in relazione a quel punto di vista.”

Un punto di vista che diventa una questione di campo nel rapporto tra osservatore e osservato, nel tentativo di sfruttare la creatività per colmare un divario, che si tratti di genere, classe sociale o etnia, così da realizzare la sua missione artistica: creare un punto di contatto tra il pubblico e la realtà sullo schermo. Tra la sua voce e il mondo. “Sono gli altri che mi interessano davvero, e che amo filmare. Gli altri, che mi intrigano, mi ispirano, mi fanno domande, mi disorientano, mi appassionano.” Persino una questione politica. Perché ciò che conta davvero è posare lo sguardo sugli individui non riconosciuti, coloro che la società mette ai margini, rigettandoli come fossero rifiuti.

Proprio come gli scarti di Les Glaneurs et la glaneuse, destinati a essere distrutti dalla società del consumo e recuperati da rabdomanti dei resti, Varda raccoglie le storie degli invisibili e dà loro una nuova forma, magari bizzarra ma affascinante, simile a quella delle patate abbandonate nei campi che il tempo ha rattrappito e poi fatto germogliare. Abbiamo scritto che non si tratta di un film testamento, eppure non è del tutto vero. Anzi, la struttura stessa dell’opera è puntellata da continui riferimenti alla morte: Cléo e Mona che vanno incontro a un destino segnato fin dal principio, i volti anonimi di gente dimenticata che popolano l’installazione “Personnes”, la tomba coloratissima creata per il suo amato gatto Zgougou, la foto dell’amico scomparso creata da JR che la marea fa scomparire, le vedove di Noirmoutier e il tenero ricordo di Jacques Demy. Varda by Agnès però non ha la sembianze di un rito funebre. Non è il tentativo di fermare il tempo e negare la morte, segue solo il desiderio della regista “di accompagnare il tempo”.  Verso qualcos’altro, perché “niente è perduto, tutto si trasforma.”

L'articolo Varda by Agnès. “Niente è perduto, tutto si trasforma” proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/cinema/varda-by-agnes-niente-perduto-si-trasforma/feed/ 0
La vita cambiata da un taglio perfetto https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/ https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/#respond Thu, 28 Jun 2012 13:28:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8533 Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l'intervista uscita  sabato scorso su «D - la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall'infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un'unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

L'articolo La vita cambiata da un taglio perfetto proviene da Minima et Moralia.

]]>

Alan Pauls, autore di «Storia dei capelli» (in uscita per Sur), da domani sarà in Italia per incontrare i lettori. Il primo appuntamento sarà a Sarzana alla libreria Il terzo luogo insieme a Marco Cassini e Benedetta Marietti, di cui vi riproponiamo l’intervista uscita  sabato scorso su «D – la Repubblica delle Donne».

di Benedetta Marietti

Grigi, folti e a spazzola, corti ma scompigliati: sono i capelli la prima cosa che osservi di Alan Pauls, lo scrittore, giornalista e critico argentino che ha intitolato proprio Historia del pelo, Storia dei capelli, un intero romanzo (in uscita in italiano ai primi di luglio per SUR, traduzione di Maria Nicola). Una sorta di memoir pseudoautobiografico e squisitamente letterario che filtra la vita e gli incontri di un uomo, a Buenos Aires, dall’infanzia e adolescenza negli anni 70 fino ai giorni nostri, attraverso un’unica ossessione, quella della chioma (vera o finta che sia, dato che nel libro si parla anche di parrucche).

“Quell’ossessione non è esattamente la mia”, racconta Alan Pauls, ospite in questi giorni del Castello di Fosdinovo, in Lunigiana, trasformato da Pietro Torrigiani Malaspina e Maddalena Fossombroni in una residenza per scrittori e artisti. “Ma è vero che ogni volta che mi sottopongo a un taglio di capelli dal barbiere vivo un’esperienza ansiogena e inquietante. Mi chiedo: Cosa ci faccio qui? E cosa succederà?”. Personalità magnetica e sfuggente, volto scavato, occhi chiari e penetranti, una risata contagiosa che esplode improvvisa, look da ragazzo, il cinquantatreenne Alan Pauls è “uno dei migliori scrittori latinoamericani viventi anche se siamo in pochissimi a goderne e a rendercene conto”, secondo la definizione che ha dato di lui Roberto Bolaño, prima di dedicargli un racconto nell’ultimo libro uscito postumo, Il gaucho insostenibile.

Nel 2003 Alan Pauls diventa universalmente noto grazie al suo quarto romanzo, Il passato, che vince il premio Herralde, viene tradotto in tutto il mondo (in Italia nel 2007) e diventa un film. Storia dei capelli è il secondo volume di una trilogia iniziata con Storia del pianto (Fazi 2009) e che sarà completata da Storia del denaro (Pauls sta finendo di scriverla). “È una trilogia dedicata alla prima parte degli anni 70, un periodo storico dell’Argentina molto intenso e travagliato”, continua. “Ma non sono interessato a una letteratura che si occupi esplicitamente di politica. Nei miei romanzi la politica entra da una porta secondaria. Così, per parlarne, ho scelto tre elementi minori, arbitrari, capricciosi e personali”. Ma perché proprio lacrime, capelli e denaro? Che cosa hanno in comune? “Sono cose che si possiedono e poi si perdono in modo irreversibile. Tutta la trilogia è incentrata sulla perdita, intesa come fine di un certo modo di sperimentare la politica. Nei primi anni 70 in Argentina si respirava un’atmosfera di euforia e passione politica. Io ero un ragazzino ma me ne rendevo conto. Era un’epoca di grandi desideri, la rivoluzione era un sogno possibile. Poi la dittatura, dal ’76 all’83, ha appiattito tutto. E ha diviso superficialmente il mondo in due: innocenti e colpevoli, vittime e carnefici, sognatori e assassini. Mi premeva invece che l’eroe dei miei romanzi avesse una sensibilità modellata, dal punto di vista intellettuale, culturale, sessuale, da quell’esperienza di estasi politica. Un’esperienza che poi si perderà per sempre. Del resto la perdita è un elemento molto importante nella storia dell’Argentina. Molti hanno perso una moglie, una figlia, una madre, il denaro. E il tango, il ballo argentino per eccellenza, tragico e festoso, è la sublimazione artistica della perdita”.

Il suo protagonista senza nome prima vedeva il mondo attraverso le lacrime, ora è ossessionato dai capelli. “L’eroe interpreta il mondo in funzione dei capelli, è il filtro unico attraverso il quale tenta di decifrare tutto ciò che lo circonda. È una visione ossessiva, simile alla passione politica dei primi anni 70”. Lei ha dichiarato che gli argentini sono lacrimevoli e piagnucolosi. Hanno particolari idiosincrasie anche nei confronti dei capelli? “Sono molto individualisti. Un amico brasiliano mi faceva notare che in Brasile esistono solo quattro tipi di tagli di capelli per gli uomini. Se invece vai a Buenos Aires, ogni persona ha un taglio diverso”. Nel romanzo i capelli sono un’ossessione maschile. Le donne ne sembrano escluse o marginalmente sfiorate. “L’importanza della pettinatura nelle donne sarebbe un argomento addirittura banale. Le donne lo ritualizzano con estrema facilità. Per loro andare dal parrucchiere è un’esperienza piacevole e sociale, chiacchierano, si rilassano, si scambiano confidenze. Quando un uomo va dal barbiere, invece, compie un atto profondamente individuale. È un’azione privata, intima, quasi oscena. Ci affidiamo completamente a un uomo che non conosciamo e in cui riponiamo la massima fiducia. Lui può fare quello che vuole con le nostre teste. E compie un atto che è irreversibile, eppure più o meno una volta al mese ripetiamo quest’esperienza”. Che comporta, sembra suggerire, quasi un cambio di identità. “Sì, quando esci dal parrucchiere sei diverso rispetto a quando sei entrato. Per di più lo specchio del barbiere ti restituisce un’immagine che è ancora differente rispetto a quella che vedrai riguardandoti a casa. È un sortilegio misterioso che provoca una crisi di identità totale”.

Da adolescente il protagonista di Storia dei capelli si converte a un taglio afro, in stile Angela Davis. “A quell’epoca i capelli erano un campo di battaglia. Negli anni 70 la tipologia del capello – borghese, rivoluzionario, conservatore – corrisponde a una precisa tipologia politica. Agnès Varda nel suo film sulle Black Panters fa sfilare davanti alla macchina da presa i leader del movimento come Bobby Seale o Eldridge Cleaver, tutti irriducibili. E loro impiegano ben tre dei 15 minuti del film a spiegare come il taglio afro sia una dichiarazione di autoaffermazione politica, né più né meno esplicita del manifesto con i punti programmatici del gruppo, o dell’invito dello stesso Cleaver allo stupro delle donne bianche come parte del programma di addestramento per l’insurrezione. In questo caso un elemento frivolo come i capelli si carica di un messaggio politico forte. È attraverso quella frivolezza che sono riuscito ad abbordare un’epoca così pesante e complessa. In tempi recenti è stata venduta all’asta per 119.500 dollari una ciocca di capelli appartenuta a Che Guevara, che prima della sepoltura gli era stata tagliata da un agente della Cia”.

Il suo protagonista nel romanzo rimane affascinato da un barbiere di nome Celso… “Celso detiene il potere perché può fare ciò che vuole alla testa del suo cliente ma deve ascoltare i suoi desideri e cercare di assecondarlo. Celso sarà il primo barbiere che piace al nostro eroe. La relazione fra i due diventa stretta. È una storta di miracolo irripetibile. Da quel momento l’eroe vorrà solo lui come parrucchiere”. Anche Curtius, il cane dell’eroe, sembra allergico alla tosatura. “Cito nel libro un fatto che mi è successo realmente. Avevo un cocker spaniel che mi voleva molto bene. Un giorno, dopo essere stato tosato, mi ha morso all’improvviso una mano. Sono rimasto perplesso nel vederlo così nevrotico. Ho pensato che dopo la tosatura i cani non riconoscono più gli odori e diventano pazzi. Anche loro subiscono un cambio totale di identità”. L’eroe si libererà alla fine della sua ossessione… “È un uomo passivo, poco incline all’azione, che osserva in silenzio. Alla fine scoprirà che è possibile convertire il feticcio in un dono. E quella sarà la sua liberazione dall’ossessione malata per la propria immagine”. Ci racconta il suo incontro con Bolaño? In realtà di persona non ci siamo mai visti, il nostro è stato un rapporto epistolare. Ci siamo parlati una volta sola al telefono, e ci siamo scambiati 10-15 email in quattro o cinque anni. Gli avevo scritto per dirgli quanto mi era piaciuto I detective selvaggi, lui mi ha risposto e da lì è iniziata una relazione strana, di rara intimità, con una persona che non conoscevo, simile a quella tra scrittori del diciannovesimo secolo. Bolaño non è solo un grandissimo scrittore, ma l’esempio di una persona straordinariamente generosa”.

L'articolo La vita cambiata da un taglio perfetto proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/la-vita-cambiata-da-un-taglio-perfetto/feed/ 0