Aguirre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aguirre/ un blog di approfondimento culturale Tue, 28 May 2013 14:50:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Aguirre Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aguirre/ 32 32 Ri-dimensionare Werner Herzog https://minimaetmoralia.it/cinema/werner-herzog/ https://minimaetmoralia.it/cinema/werner-herzog/#comments Tue, 02 Apr 2013 14:45:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13826 A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa.

La chiave per decifrare il cinema contraddittorio ed enigmatico di Lars von Trier a me, ad esempio, è arrivata con la lettura del nel libro-intervista Il cinema come dogma. Conversazioni con Stig Björkman (Mondadori, Milano 2001). Lì, parlando di altro (e quindi di sé), il danese disvelava come molta della sua pomposità fosse uno sberleffo ludico e sarcastico, e come però le sue provocazioni fossero, al tempo, stesso una commovente autonalisi e una messa in piazza di una fragilità quasi inaudita. In forma diversa, mi è accaduto lo stesso con Werner Herzog.

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A volte, per capire davvero un regista e la sua opera, bisogna smetterla di fissare i film. Di ingolfare lo sguardo con le immagini, i simboli, i significanti. Di arrovellare la mente coi significati, con le strutture, con le narrazioni. A volte, per capire davvero un regista e la sua opera lo sguardo bisogna voltarlo: cambiare prospettiva, guardare all’uomo e a quello che fa.

La chiave per decifrare il cinema contraddittorio ed enigmatico di Lars von Trier a me, ad esempio, è arrivata con la lettura del nel libro-intervista Il cinema come dogma. Conversazioni con Stig Björkman (Mondadori, Milano 2001). Lì, parlando di altro (e quindi di sé), il danese disvelava come molta della sua pomposità fosse uno sberleffo ludico e sarcastico, e come però le sue provocazioni fossero, al tempo, stesso una commovente autonalisi e una messa in piazza di una fragilità quasi inaudita. In forma diversa, mi è accaduto lo stesso con Werner Herzog.

Fino a qualche anno fa, Herzog era un regista che ammiravo, che amavo, ma che mi intimoriva. Il suo titanismo, la straordinaria e selvaggia anedottica fatta di navi issate sulle colline e fucili puntati in faccia a Kinski, il suo cinema placidamente rabbioso e intimamente filosofico mi affascinavano e mi rendevano inquieto allo stesso tempo. Herzog era una sorta di entità superominica nietschiana, un’opera d’arte totale di fronte alla quale sentirsi piccolini piccolini.  Poi, inaspettatamente, è cambiato qualcosa. Anzi, è cambiato tutto.

Era il 2004 ed ero a Ravenna, ospite di un piccolo ma agguerrito festival di cinema horror. Entrai in sala per vedere un film dal titolo Incident at Loch Ness, di cui non sapevo nulla se non che si trattava di un mockumentary. E, con mia enorme sorpresa, di quel finto documentario era protagonista Werner Herzog. Che ci faceva il Titano in un mockumentary dai risvolti horror?

In estrema sintesi, il film “documentava” come il tedesco fosse stato convinto a dirigere un “vero” documentario sul Mostro di Loch Ness da un produttore cialtrone e ciarlatano, che aveva predisposto tutta una serie di inutili spettacolarizzazioni, di avvistamenti e di indizi fasulli ad uso e consumo dell’ignaro Herzog. Il quale, ovviamente, scopriva rapidamente l’inghippo, per poi trovarsi nel bel mezzo di una di quelle vicende larger than life che gli stanno tanto a cuore quando la vera Nessie faceva irruzione sulla scena.
Incident at Loch Ness, che poi scoprii essere stato co-sceneggiato e co-prodotto da Herzog stesso, è un film che nella sua leggerezza è capace di rivelarsi epifanico.

Vedere il regista di Aguirre e Fitzcarraldo mostrare una quantità insospettabile di autoironia e di senso dell’umorismo, osservarlo mettere alla berlina la sua immagine, le sue modalità epiche, tutte quelle caratteristiche con le quali era solitamente identificato e che suscitavano in me tanto timore reverenziale, non lo ha ridimensionato ai miei occhi, né mi ha spinto ad una rilettura radicale dei suoi film. Al contrario.

La sincerità quasi sconcertante con la quale Herzog metteva pubblicamente in gioco un lato di sé fino a quel momento nascosto ai più, il suo rivelarsi in aspetti non contraddittori del suo carattere, ma paradossalmente coerenti con quello che già conoscevo, mi ha aperto nuove dimensioni di stima e ammirazione. Perché Herzog, e quindi il suo cinema, è un personaggio complesso e multiforme, che riesce a mescolare un’innegabilmente sincera e reale pulsione superominica e ambiziosa ad un’ironia capace di ridimensionare tutto, anche sé stesso. Ridimensionare, non ridurre: dare una nuova dimensione.

Proprio in Incident at Loch Ness, Werner Herzog dice:

“Sono sempre stato interessato alla differenza tra “fatto” e “verità”. E ho sempre sentito che esiste qualcosa come una verità più profonda. Esiste nel cinema, e la chiamerei “verità estatica“. È più o meno come in poesia. Quando leggi una grande poesia, senti immediatamente, nel tuo cuore, nelle tue budella, che c’è una profonda, inerente verità, una verità estatica.”

In quel film, appare la sua, di verità estatica. Quella che poi permette di capire (meglio: di sentire) il senso profondo di scelte spiazzanti: ad esempio, quella di concludere un capolavoro (cinematografico e filosofico) recente come Cave of Forgotten Dreams con la storia inventata di due coccodrilli albini, che fanno il paio con il misterioso iguana che accompagnava Nicolas Cage in un altro grande film degli ultimi herzoghiani, Il cattivo tenente: ultima chiamata New Orleans, remake solo in apparenza sgangherato del seriosissimo, ma non per questo meno bello, film di Abel Ferrara (che l’ha odiato e dichiarato di voler vedere morto il collega).

Grazie all’ironia e al senso dell’umorismo, che rivolge verso sé stesso e verso il mondo, l’indomabile e inarrestabile Werner Herzog è in grado di immergersi nelle profondità più vere dell’Uomo e della Natura, perché è in grado di amarle, di abbracciarle, di provare per esse uno stupore purissimo senza mai farsene sopraffare. Di fronte agli scenari più estremi e affascinanti, ai personaggi più eroici e bizzarri, di fronte alla verità estatica, Herzog prova sterminata ammirazione, profonda empatia emotiva e intellettuale ma non si scompone. Mai.

D’altronde, non si scompone nemmeno quando deve soccorrere Joaquin Phoenix vittima di un incidente d’auto vicino a casa sua (l’attore ha raccontato che c’era qualcosa di “bellissimo e tranquillizzante” nella voce del regista, poi dileguatosi con l’arrivo dell’ambulanza), o quando qualcuno gli spara con un fucile a pallini nel corso di un’intervista con la BBC sulle colline di Hollywood (“It’s not a significant bullet”, disse in quell’occasione, minimizzando). Al contrario, sembra quasi divertirsi, sornione, come quando recita ruoli assurdi e paradossali per Harmony Korine, come quello del prete che getta suore dall’aereo di Mister Lonely.

È questa appassionata imperturbabilità impregnata d’ironia che permette ad Herzog di rimanere in piedi nelle condizioni più avverse, di mantenere una lucidità intellettuale che fa quasi spavento davanti a qualsiasi scenario umano e naturale, di cogliere i dettagli che fanno il tutto. Di non cedere annichilito di fronte ad una realtà che, con pessimismo esistenziale innegabile, Herzog ha sempre percepito e raccontato come “caos, conflitto e morte” (cfr. Grizzly Man, 2005).

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