al-Qaeda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/al-qaeda/ un blog di approfondimento culturale Wed, 07 Nov 2012 12:28:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg al-Qaeda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/al-qaeda/ 32 32 Due mondi accomunati dalla guerra: quando vivere o morire dipende dalla sorte https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/ https://minimaetmoralia.it/estratti/due-mondi-accomunati-dalla-guerra-quando-vivere-o-morire-dipende-dalla-sorte/#comments Tue, 11 Sep 2012 10:25:33 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9411 Oggi ricorre l'anniversario dell'attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

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Oggi ricorre l’anniversario dell’attacco terroristico alle Torri Gemelle. Pubblichiamo un estratto da «New York, ore 8.45. La tragedia delle Torri Gemelle raccontata dai premi Pulitzer», a cura di Simone Barillari. Traduzione di Martina Testa.

di C.J. Chivers
30 dicembre 2001

Kabul. Il cecchino era seduto al riparo di alcuni sacchi di sabbia sul tetto dell’ambasciata americana mentre il sole tramontava dietro i monti Paghman e il cielo cominciava a oscurarsi. Da un fornelletto da campo accanto alle sue ginocchia veniva puzza di gasolio e un sibilo costante.

Il soldato era il sergente Shane B. Schmidt, del corpo dei marine. Quello era il suo bunker. Alla sua sinistra c’era un fucile a otturatore girevole con il mirino telescopico. Alla sua destra, cinque bastoncini di zucchero bianchi e rossi appesi a un filo. Il sergente ­Schmidt era in vacanza nel Wisconsin quando gli aerei dirottati avevano abbattuto il World Trade Center. Guardare la scena in diretta televisiva, ha detto, «mi ha fatto sentire come un pugile che non riusciva a rispondere ai colpi». Ora davanti a lui si stendeva la capitale dell’Afghanistan, liberata dai talebani e silenziosa come la mezzanotte a Central Park. Per il momento si sentiva soddisfatto. «Le forze della coalizione?», ha commentato. «Diciamo soltanto che sono state piuttosto efficienti nel disinfestare questo posto dai ratti».

Questo è l’ultimo di una serie di ricordi che per tutta la vita sarà impossibile cancellare. Il cielo diventava sempre più buio. Erano uscite le stelle. Era la vigilia di Natale e c’era quel tanto di pace che bastava per riposare un po’. Ma il viaggio era cominciato in maniera ben diversa.

La prima notte, tre mesi e mezzo fa e a undicimila chilometri di distanza, l’agente Eric Josey girava in mezzo alle macerie fra Liberty Street e West Street: una sagoma dalle spalle larghe illuminata dalla luce di un incendio. Lo spazio dove sorgevano le torri era ridotto a una montagna di detriti in fiamme da cui si alzava una colonna di fumo nero.

L’agente Josey era intontito. Aveva la faccia impiastrata di cenere e sudore. Faceva qualche passo, si sedeva, si alzava e riprendeva a camminare. Tre membri della sua squadra di pronto intervento erano dispersi da qualche parte in quel cumulo di rovine. Attorno a lui c’erano autopompe dei vigili del fuoco distrutte. I lampeggianti e le radio erano ancora in funzione ma la maggior parte degli equipaggi era morta. Poco più in là un poliziotto in abiti civili coperti di macchie ripeteva il nome del fratello. L’agente Josey ha distolto lo sguardo. «È tutto il giorno che siamo qui e non riusciamo a trovare nessuno», ha detto, mentre un velo di vapore gli si alzava dalla nuca e dalle spalle. «Sono tutti morti».

New York e l’Afghanistan, mondi paralleli fatti di macerie, lavoro e dolore. Viaggiare dall’una all’altro – trascorrendo dodici giorni a Ground Zero, tre mesi in Asia centrale e in Afghanistan – vuol dire percorrere una successione di scenari popolati da tribù diverse ma ugualmente provate.

Osservata da lontano, l’escalation degli eventi filtrata da radio, tv e giornali si poteva mettere in qualche modo in prospettiva, mediante analisi e interpretazioni provenienti da vari punti di vista. Da vicino, però, tutto il contesto tendeva a scomparire. La devastazione di New York e quella dell’Afghanistan, e la guerra che le ha unite, diventavano un insieme sfocato di persone e impressioni. Non c’è una singola scena in grado di riassumere il senso del tutto, o quantomeno è impossibile trovarla fra le pagine dei taccuini o in mezzo al flusso di ricordi che si accavallano.

New York. Una tremenda vampata color platino e oro nel punto in cui l’aereo è scomparso infilandosi dentro la torre, e poi il boato dell’esplosione e le urla della folla che comincia a scappare. Le madri in fila sulle scale dell’asilo nido della Trinity Church avvolta dal fumo, con i bambini in braccio e pronte a uscire all’aria aperta, ignare del fatto che di lì a poco sarebbe crollata anche la seconda torre. Una vecchietta su una sedia a rotelle che viene spinta giù per Greenwich Street – intravista per un attimo e subito scomparsa in mezzo a un’altra massa di gente in fuga, mentre arriva la seconda ondata di polvere acre. Un capo dei pompieri che porta fuori, zoppicando, il sacco di plastica con il corpo senza vita di uno degli uomini del suo battaglione. Un capitano della Guardia Nazionale che gira con la torcia elettrica in pugno per i sotterranei del World ­Trade Center completamente bui, e il fascio di luce che illumina per un attimo la faccia del pupazzo di Bugs Bunny nel negozio della Warner Brothers.

Una parola scritta sul casco di un operaio: «Guerra».

Afghanistan. Un ragazzino che getta una granata in un fiume marrone – pluff, e un geyser di spruzzi – e poi ci si immerge alla ricerca di pesci storditi. Un denso velo di polvere nella luce del tramonto mentre la fanteria dell’Alleanza del Nord si muove da Bangi a Khanabad, i soldati irrequieti che sperano di prendere la città in tempo per l’interruzione del digiuno per il Ramadan. Due soldati talebani stesi a terra supini nel bazar di Kunduz, sulla fronte buchi grossi come monetine da dieci centesimi, segni dell’esecuzione avvenuta poche ore prima. Un bambino di dieci anni che si è visto distruggere la casa dalle bombe americane e descrive i dolori che prova a due arti che non ha più. Un generale dell’Alleanza, tanto bello da poter apparire sulla copertina di una rivista di moda, che si passa il filo interdentale dopo cena, ammettendo di essere un po’ confuso. «Per tutta la vita ho combattuto», dice il generale Atiqullah Baryalai, gli occhi castani fissi nel vuoto, l’avambraccio destro rigato dalle cicatrici. «Adesso ci tocca governare. Per farlo dobbiamo riflettere molto».

A volte gli appunti e i ricordi contengono il distillato di un certo tema. A volte rispecchiano gli spezzoni dei programmi ascoltati alla radio, quando la radio a onde corte funzionava. Fra l’uno e l’altro potevano passare minuti oppure settimane. Raccontano la paura, la spossatezza, il dolore, la rabbia, il coraggio, le carneficine, i tradimenti, l’angoscia, la fame, la disperazione, la malattia, lo smarrimento, la solitudine e il rimpianto. Raccontano la noia, il futuro incerto.

Raccontano la gioia. Pochi giorni prima che il nuovo governo afghano prestasse giuramento, una fila di portantini afghani stava attraversando il passo Salang scarpinando ad alta quota nella catena dell’Hindukush, in mezzo alle rocce e alla neve, quando un aereo da guerra americano gli è passato sopra la testa. I portantini erano uomini poveri che avevano vestiti lerci e una secca tosse invernale. I talebani erano stati sconfitti. Gli afghani stavano per riavere la loro nazione.

L’aereo gettava grappoli di razzi luminosi, quattro alla volta per chilometri e chilometri, lasciandosi alle spalle una scia calante di fumo e luce nella conca di aria montana. «È come quando se ne sono andati i russi», ha detto un portantino, senza il minimo affanno nonostante i tremila metri d’altezza. «Significa vittoria! Vittoria!»

Forse aveva ragione.

A meno che uno non lo chiedesse al cecchino. («Non è finita», ha detto il sergente Schmidt. «Ovunque ci sia il terrorismo, è lì che dobbiamo andare».) A meno che uno non lo chiedesse al poliziotto. (La squadra dell’agente Josey aveva donato le spalline blu delle proprie uniformi all’esercito, perché venissero incollate sulle bombe dei caccia. Josey ha detto: «Hanno ancora tante bombe da sganciare».)

Sono mondi paralleli, Manhattan e l’Afghanistan, pieni di contrasti e di tratti in comune. Impartivano continuamente due lezioni: che la verità dipende dalla tribù a cui si appartiene, e che il potere della sorte è quasi assoluto.

Cos’era successo? Dipende da chi doveva rispondere alla domanda, e di tribù con qualche interesse in gioco ce n’erano così tante che era facile perdere il conto: i politici, i poliziotti, i Pashtun, i profughi, il clero e i Berretti Verdi; i pompieri, gli uzbeki, le vedove, gli orfani, i mutilati e i marine. Ciascuno forniva una versione diversa, anche quando parlavano dello stesso fatto.

Un soldato talebano in un letto d’ospedale ha alzato il lenzuolo per mostrare i segni delle due pallottole che l’avevano colpito all’inguine. Ha detto che un soldato dell’Alleanza gli aveva ordinato di gettare le armi e, quando lui l’aveva fatto, quello gli aveva sparato proprio lì. Sarebbe stata un’intervista come un’altra, se l’interprete, che parteggiava per l’Alleanza, non si fosse reso conto che veniva trascritta.

«Quest’uomo mente», ha detto. «Non lo ascolti. Dice soltanto bugie».

Il talebano ha implorato antibiotici e antidolorifici, e l’interprete se n’è andato.

Ogni tribù aveva i suoi portavoce, dal sindaco Rudolph W. Giuliani a un ladro di macchine tagiko con una gamba sola. Alcuni di questi erano pazzi. Altri mentivano. Molti erano onesti e capivano perfettamente la situazione. C’erano poche regole da seguire per interagire con ciascuno di loro. Ma un ex soldato di fanteria britannico, che conosceva il paese ed era pronto a condividere la sua riserva segreta di whisky, ne aveva una ben precisa: ogni volta che un soldato afghano ti dà una cifra, ha detto, tu togli sempre uno zero.

Spesso questa regola funzionava, più o meno: un comandante dell’Alleanza ha affermato di avere a sua disposizione cento uomini, ma di fatto se ne sono trovati solo undici. A volte non bastava: voci su una strage a opera dei talebani nei pressi di Kunduz – «Duecento persone massacrate, se non di più», avevano detto i soldati afghani – hanno fatto scattare una ricerca che ha avuto come esito la testimonianza di un solo pastore che sapeva di sei vittime.

O magari le cose ci sfuggivano. Considerando le poche ore di sonno e le barriere linguistiche, poteva tranquillamente capitare. Ci perdevamo quasi ogni giorno. Andavamo sempre da qualche altra parte.

Le diverse interpretazioni sembravano non finire mai. Alcune erano semplicemente sintomo di ignoranza, come quando l’amministrazione cittadina ha dichiarato che a Ground Zero non c’era più bisogno di volontari mentre i volontari in mezzo alle macerie avevano un bisogno disperato di rinforzi. Altre volte rivelavano la distanza fra due culture impegnate in una guerra.

Come nel caso dell’operaio che è arrivato a West Street, forse il quarto giorno, con una salopette di tela e una felpa che gli tirava un po’ attorno al collo muscoloso. Aveva la stoffa del leader. Ha messo insieme una squadra di netturbini e per dodici ore li ha fatti lavorare più sodo di chiunque altro nei dintorni. Si chiama Anthony. Vorrebbe chiudere tutti i musulmani d’America in un campo di concentramento.

«Guarda cos’hanno combinato qui», ha detto, sedendosi a mangiare insieme ai pompieri in mezzo ai vetri rotti e all’immondizia. «Questo era il nostro quartiere».

I posti cambiano e cambia la prospettiva, c’è sempre un altro modo di vedere le cose.

Sei settimane dopo, ecco una donna musulmana seduta con aria compunta su una panca, nella valle di Fergana, in Uzbekistan, dove in settant’anni di occupazione i russi erano riusciti a compiere quasi ogni danno possibile. I comunisti avevano cercato di mettere fuori legge l’Islam, rovinando al tempo stesso l’economia e negando ai cittadini i loro diritti civili. La repressione aveva generato i basmachi, i guerriglieri islamici e alcuni dei precursori dei mujaheddin.

Dopo che l’Uzbekistan aveva raggiunto l’indipendenza, nel 1991, il presidente Islam Karimov si era scagliato con rinnovato vigore contro la religione. Aveva messo in carcere chi pregava in pubblico o faceva circolare libri religiosi. A Namangan, la città delle donne, più di mille uomini che cercavano di ricostruire una moschea erano stati arrestati. Proprio la settimana prima due erano stati riportati a casa morti.

Qui sembrava che fossero stati messi in pratica i sistemi di Anthony: i musulmani erano rinchiusi nei campi. Ma qual era il risultato? Mentre il regime di Karimov diventava sempre più oppressivo, i bambini chiedevano l’elemosina nei vicoli e la resistenza ricominciava a organizzarsi.

Alcuni combattevano nella valle di Fergana, altri passavano il confine con l’Afghanistan, dove i guerriglieri più esperti li addestravano e Al Qaeda gli forniva le armi. Era cominciata come una lotta contro l’oppressione, ma si erano ritrovati fianco a fianco con teste calde provenienti da tutto il mondo musulmano: pakistani, ceceni, tagiki, arabi, un paio di occidentali; i soldati semplici della jihad globale.

Il marito della donna era stato sorpreso mentre lavorava alla costruzione della moschea e messo in carcere dopo un processo segreto. Lei non poteva permettersi il riscaldamento, la carne o l’acqua corrente, ed era troppo povera per mandare i figli a scuola. Ha detto che non era dalla parte dei terroristi ma capiva cosa li spingeva a combattere. Il tutto suonava familiare. «Noi abbiamo studiato, e sappiamo che l’America ha fatto una rivoluzione per guadagnarsi la libertà», ha spiegato. «Quando avete fatto questa rivoluzione, eravate ridotti male come noi?»

Ovunque si andasse, era quasi sempre colpa di qualcun altro.

Altre sei settimane dopo, in una scuola superiore di Kunduz che in passato era stata requisita dai talebani, gli ex soldati del regime erano ancora in circolazione. Si erano semplicemente cambiati il copricapo, sostituendo al turbante nero il pakool marroncino dell’Alleanza, e una dozzina di questi voltagabbana accompagnavano due visitatori lungo il corridoio. Sopra una porta c’era un cartello che diceva: Arabi. Sopra un’altra: Vietato l’ingresso ai non autorizzati. Sopra una terza: Uzbeki.

Questa era una caserma riservata ai talebani provenienti da paesi stranieri. Mostrava che l’arroganza era diventata disperazione.

Forse un tempo questi guerrieri della jihad incutevano terrore, ma alla fine avevano paura persino a uscire per strada. Negli ultimi giorni di bombardamento, prima di passare al nemico o arrendersi, avevano usato le camerate come gabinetti e mangiato i piccioni che entravano dal tetto aperto. Si erano lasciati alle spalle mine antiuomo e scritte spavalde sui muri: L’ascesa di Osama bin Laden, o Viviamo per la jihad. Avevano abbandonato Kunduz quasi senza opporre resistenza.

Anche i loro ex compagni ne parlavano con disprezzo. «I talebani stranieri erano cattivi», ha detto uno di quelli che avevano cambiato bandiera, Jawid Gaurd, quindici anni, le guance coperte di una peluria da ragazzino, un kalashnikov in spalla.

Suo padre, Abdullah Gaurd, era un comandante talebano dell’Afghanistan, e il giorno dopo era fermo ad aspettare in cima alle scale di casa mentre le sue guardie del corpo facevano entrare gli ospiti. Ha parlato in maniera convincente, toccando vari punti della nuova linea politica del partito: la pace, i diritti civili e la democrazia, gli alleati dell’Afghanistan in Occidente.

Solo una volta ha fatto una gaffe, quando si è messo a ricordare quante persone aveva ucciso. Arrivato a più di cento, se ne è reso conto e si è interrotto. «Ma mai nessun civile», ha detto, agitando enfaticamente un dito. «Mai. Neanche uno. Lo può chiedere a tutta la gente della città. Le diranno: “Abdullah Gaurd è un grande amico del popolo afghano”».

In città, al sentire il suo nome, la gente aggrottava le sopracciglia.

In campagna c’erano dappertutto segni di morte. In certi punti, le strade erano fiancheggiate da tombe appena scavate con sopra bandiere bianche e verdi, simbolo dei martiri, che garrivano al vento. In altri punti, si vedevano i resti arrugginiti dei carri armati sovietici o crateri di bombe circondati da frammenti di vetro scintillanti.

Qua e là le bombe avevano mancato il bersaglio, e gli afghani scavavano fra le macerie delle proprie case in cerca dei civili morti. Era proprio come vedere la polizia e i pompieri a New York, solo che qui i soccorritori non avevano saldatrici o gru, né soldi per comprarsele, e nessuno che gli passasse bottigliette di Gatorade e panini al tacchino o che li applaudisse quando staccavano per andarsi a fare qualche ora di sonno.

C’erano posti in cui le bombe non erano esplose, e restavano nei cortili delle case. A Charykari, Muhammad Baz ha fatto segno dalla porta e la gente è entrata nel suo salotto e ha visto l’enorme pinna che sbucava dalla bomba. È stato uno spettacolo piuttosto improvviso. Quando uno dei visitatori ha fatto un passo indietro, il signor Baz l’ha guardato torvo, liquidandolo con un gesto secco della mano. «Puah!», ha detto. «L’ha buttata qui il vostro paese, e voi avete paura».

Era attorniato da bambini che scuotevano la testa. L’intervista è continuata per strada.

La gente è abituata, per tradizione e per esperienza di prima mano, a considerare certe doti come decisive per la sopravvivenza. La capacità di giudizio, la buona forma fisica, la prontezza di riflessi, una certa dose di abilità manuale, in teoria sono tutte qualità che dovrebbero assicurare a una persona in pericolo qualche speranza di cavarsela.

Ma in innumerevoli casi, a New York come in Afghanistan, queste doti non hanno contato nulla. È stato decisivo soltanto il caso, e la fortuna e la sfortuna sono state rappresentate soprattutto dalla posizione dei piedi di una persona nel momento in cui sono arrivati gli aerei, in cui sono crollati i palazzi o le bombe sono atterrate su una casa.

L’11 settembre i piedi di un uomo erano all’incrocio fra Liberty Street e Church Street. Quell’uomo è sopravvissuto. Quelli di un altro erano in un ufficio al 65º piano della seconda torre. Lui è morto. Cos’è stato a stabilire che uno fosse in un posto, uno in un altro? In fondo, niente. Era impossibile scegliere di essere nel punto giusto o in quello sbagliato, perché quando ognuno ha preso la propria decisione non poteva sapere quale ne sarebbe stato l’esito, da lì a pochi minuti; così come, quando una famiglia afghana è scappata a ripararsi da un attacco aereo, non poteva sapere che fra tutte le bombe che sarebbero piovute nel quartiere, proprio quella che avrebbe sfondato il tetto di casa loro non sarebbe esplosa.

L’incapacità di giudizio o l’ignavia avranno potuto causare la morte di qualcuno, ma non è detto che la sagacia e la prestanza fisica li avrebbero salvati. È stata questione di fortuna, e ci sono stati momenti in cui la sorte è sembrata la forza più determinante del mondo, più potente della fede dei soldati della jihad nella volontà di Dio, più potente delle bombe americane.

Ma ci sono state delle eccezioni.

La mattina dopo la caduta di Khanabad, uno snello comandante dell’Alleanza di nome Rhamazhoni stava accanto al cratere lasciato da una bomba sull’autostrada. Una dozzina dei suoi uomini erano stati uccisi nei campi di riso un paio di settimane prima, e ora che le linee del fronte si erano spostate era venuto a dargli una degna sepoltura. La prima vittima, Rahim Ullah, è stata trasportata fino al bordo della strada. Qualcuno gli ha deposto una coperta sul viso incrostato di fango. Era un uomo grande e grosso. Ci sono voluti sei soldati per sollevare il suo cadavere.

Rhamazhoni ha raccontato che era morto così: gli uomini erano stati sorpresi da un’imboscata dei talebani contro il loro convoglio e si erano sparpagliati per i campi. Alcuni avevano combattuto fino a quando erano durate le munizioni, poi avevano cercato di scappare. Alcuni erano feriti e non ce l’avevano fatta, e i talebani li avevano raggiunti e giustiziati.

Il comandante era riuscito a salvarsi e quel soldato no, e il motivo era così elementare che lo si sarebbe potuto capire anche solo giocando ad acchiapparella nel cortile della scuola. «Io ho corso più veloce di lui», ha detto Rhamazhoni.

Queste erano le costanti: proprio quando ti sembrava di aver compreso un certo meccanismo, qualcosa ti dimostrava che ti sbagliavi. Rischiavi sempre di perderti i momenti più importanti perché eri in cerca di qualcos’altro.

La neve scricchiolava sotto gli scarponi da montagna. Durante una pausa nella traversata dell’Hindukush, i portantini si sono radunati per chiedere da dove venivano i due stranieri. «Londra? Germania? America?», ha detto uno.

Noi stavamo cercando di rimettere il gruppo in marcia per arrivare a Kabul il prima possibile.

«New York», ho risposto frettolosamente, sul punto di andarmene.

Il portantino mi ha bloccato prendendomi per un gomito, facendo in modo di incrociare il mio sguardo. Quando ha parlato ha usato la pronuncia lenta di chi si sta avventurando in una lingua che non gli è familiare, ma vuole farsi sentire. Ha annuito – un cenno così profondo che poteva quasi essere un inchino – poi ha portato le mani fino all’altezza degli occhi e le ha abbassate, sventolandole, fino alla vita.

Il significato era ovvio, anche in mezzo a quelle montagne altissime in un angolo remoto della terra. Le torri che cadevano.

«New York», ha detto il portantino afghano. «Noi dispiace molto».

© The New York Times 

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Operazione Geronimo https://minimaetmoralia.it/politica/operazione-geronimo/ https://minimaetmoralia.it/politica/operazione-geronimo/#respond Tue, 05 Jul 2011 07:19:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4676 Questo articolo è uscito sul numero di giugno della rivista Lo Straniero. di Giuliano Battiston “Geronimo E-KIA”. È il primo maggio 2011, la voce del vice ammiraglio William McRaven, a capo del Joint Special Operations Command (JSOC) degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dell’attesa incerta dei più alti rappresentanti […]

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Questo articolo è uscito sul numero di giugno della rivista Lo Straniero.

di Giuliano Battiston

“Geronimo E-KIA”. È il primo maggio 2011, la voce del vice ammiraglio William McRaven, a capo del Joint Special Operations Command (JSOC) degli Stati Uniti, arriva ovattata nella Situation Room della Casa Bianca, riempita dell’attesa incerta dei più alti rappresentanti dell’amministrazione americana, dal presidente Obama al vice Joe Biden, dal segretario di Stato Hillary Clinton a Robert Gates, segretario alla Difesa. Con asciutto linguaggio militar-burocratico, McRaven certifica la morte (enemy-killed-in action) di Geronimo, nome in codice per Osama bin Laden, lo sceicco saudita che con sguardo messianico, gesti stanchi ma suadenti e un imponente serbatoio di finanziamenti e retorica jihadista per più di vent’anni – dalla creazione nel 1988 di “al-Qaeda al-Askariyya” (la “base militare”) – ha ridisegnato la mappa politico-militare dell’islamismo radicale, trasformando un’organizzazione nata per difendere le terre musulmane minacciate dall’imperialismo muscolare dell’Occidente in un brand terroristico esportato in franchising in ogni angolo del globo, dalle opulente città europee ai degradati slum delle megalopoli asiatiche e africane. Uno zelante religioso salafita, divenuto icona contestata o ammirata grazie all’incontro con Ayman az-Zawahiri, il medico e ideologo egiziano che sin dall’età di quindici anni sognava la creazione di quell’“avanguardia dei pionieri” descritta nei testi rivoluzionari (Pietre miliari, La giustizia sociale nell’Islam) del pedagogista Sayyd Qutb, fatto impiccare da Nasser nel 1966. Lawrence Wright, ne Le altissime torri, spiega che proprio dall’incontro tra l’“anima” saudita – pragmatica e scaltra – e quella egiziana – ideologicamente solida e carica di un sordo rancore verso i corrotti regimi arabi -, sarebbe scaturita la miscela esplosiva e contagiosa di al-Qaeda, deflagrata in tutta la sua carica materiale e simbolica con gli attacchi dell’11 settembre alle Torri Gemelle di New York. Un duro colpo al cuore del nemico a stelle e strisce, ma anche l’occasione per i neoconservatori, allora egemoni sia al Pentagono che alla Casa Bianca, per consolidare “il momento unipolare” descritto nel 1990 su Foreign Affairs dal saggista Charles Krauthammer, con l’invasione dell’Afghanistan e poi dell’Iraq, nell’ambito della più grande narrazione della politica estera americana dalla caduta del muro di Berlino: la “guerra al terrore” dichiarata dal presidente manicheo del “o con noi o contro di noi”, il rude texano George W. Bush.
L’omicidio di bin Laden, salutato da Barack Hussein Obama come il più importante risultato nella lotta contro il terrorismo (oltre che con un “giustizia è stata fatta” che sintetizza la distanza tra la cultura politico-giuridica d’oltreoceano e quella europea), solleva però nuovi interrogativi sugli obiettivi ultimi della “guerra al terrore” e sulla stessa legittimità dell’intervento armato in Afghanistan. I primi a interrogarsi sono proprio gli afghani: da Kabul ad Herat, da Jalalabad a Mazar-e-Sharif, le reazioni più comuni alla notizia del ritrovamento del saudita barbuto in una villa di Abbottabad, a meno di 100 chilometri dalla capitale pakistana Islamabad e a poche centinaia di metri da una delle più blasonate accademie militari locali, sono due: la prima è che bin Laden, piuttosto che il fiero difensore delle masse musulmane calpestate dall’arroganza del ricco e corruttore Occidente (un’idea che circola soltanto negli ambienti più radicali, e marginali), rimane il politico del terrore che ha sfruttato l’ingenuità del popolo afghano per cinici interessi personali, lasciandogli in eredità una guerra immeritata ed estremamente costosa in termini di vite umane (l’ultimo rapporto sulle vittime civili della missione Onu in Afghanistan registra, con una stima al ribasso, 2800 vittime nel solo 2010); la seconda è che la guerra al terrorismo, da dieci anni a queste parti, la si sta combattendo nel posto sbagliato. Lo sostengono i cittadini ordinari e lo sostiene l’intero quadro politico di Kabul, dai parlamentari della Wolesi Jirga (la camera bassa del parlamento), che hanno invitato ufficialmente le truppe occidentali a spostare l’attenzione militare in Pakistan, a personaggi di spicco come l’ex capo dei servizi segreti Amrullah Saleh, fino al presidente Karzai in persona, che nei mesi scorsi aveva più volte invitato la Nato a occuparsi dei santuari dei movimenti antigovernativi al di fuori dei confini afghani, alludendo implicitamente al vicino pakistano, per il quale l’Afghanistan continua a essere un’area di profondità strategica nella partita senza esclusione di colpi che gioca con l’India dalla partizione del 1947, con i gruppi guerriglieri islamisti (da Lashkar-e-Taiba ai talebani pakistani, fino alla rete Haqqani, di base nel nord Waziristan) usati come strumento di politica negoziale in sostituzione del dialogo diplomatico.
Ad accusare il “paese dei puri” non è però soltanto l’Afghanistan. Nel discorso in cui ha annunciato la morte di bin Laden, il presidente Obama ha sottolineato che l’individuazione del compound di Abbottabad è stato il frutto della “cooperazione tra il nostro controterrorismo e quello pakistano”, ma a molti analisti è sembrato soltanto un accorgimento retorico per rendere meno doloroso agli occhi dei vertici pakistani l’affronto di un’operazione militare condotta a loro insaputa. Le bordate diplomatiche contro la presunta promiscuità dei servizi segreti pakistani, in particolare l’ISI (l’Inter-Services Intelligence Directorate), con il jihadismo stragista sono piovute da molto in alto: tra i primi ad esporsi, John Brennan, consigliere della Casa Bianca per la sicurezza interna e per l’antiterrorismo, che nella conferenza stampa del 2 maggio ha giudicato “inconcepibile” immaginare che bin Laden abbia potuto vivere per cinque anni ad Abbottabad senza qualche supporto all’interno del Pakistan; a seguire è intervenuto Leon Panetta, oggi capo della Cia e futuro segretario alla Difesa, che con un’insolita intervista al Time ha sostenuto di aver preferito non avvertire la controparte pakistana dell’operazione del Navy Seal Team per evitare brutte sorprese. Scontate, le repliche pakistane: il presidente Asif Ali Zardari, con un lungo editoriale sul Washington Post, ha rivendicato gli sforzi, e i costi, della guerra condotta dall’esercito pakistano contro i gruppi ribelli, ricordando inoltre come lo sceicco saudita sia il presunto responsabile dell’omicidio di sua moglie, Benazir Bhutto, “il peggior incubo di bin Laden in quanto leader donna democraticamente eletta, progressista, moderata, pluralista”. Da parte loro i vertici militari – dal generale Ahmed Shuja Pasha, capo dell’ISI, al generale Ashfaq Parvez Kayani, capo dell’esercito – hanno nicchiato, soffiando sul fuoco del risentimento popolare e politico verso un’operazione condotta in spregio della sovranità del Pakistan. Sanno bene di essere ancora essenziali nella partita che gli Stati Uniti stanno giocando in chiave regionale, e aspettano che passi la buriana per riprendere i bizantinismi fin qui adottati, usando parte dei soldi ricevuti in chiave anti-terrorismo dagli Stati Uniti per aiutare alcuni gruppi jihadisti, almeno fino a quando non saranno convinti di avere garanzie tali sui futuri assetti geo-politici dell’Afghanistan (e dunque dell’area) da rinunciare al doppio gioco. All’interno dell’amministrazione Obama, qualcuno spera che questa sia l’occasione giusta per costringere il recalcitrante alleato pakistano a una maggiore trasparenza, ma i più smaliziati sono consapevoli che si tratta di mere speranze: il Pakistan, ha sostenuto Christine Fair, della Georgetown University’ School of Foreign Policy, “può essere descritto sia come il pompiere che come il piromane, ma trova sempre i modi per rinnovare la sua rilevanza strategica”, come dimostrano le dichiarazioni dello stesso segretario generale della Nato, Anders Fogh Rasmussen, che si è affrettato ad annunciare ufficialmente la necessità “di una forte cooperazione con il Pakistan”, seguite da quelle di Mark Toner, tra i portavoce del Dipartimento di Stato americano, per il quale “la cooperazione con il Pakistan nel contro-terrorismo è nei nostri interessi di sicurezza nazionale”. Al di là delle recenti, superficiali increspature, Stati Uniti e Pakistan sanno dunque di avere bisogno l’uno dell’altro: senza i finanziamenti e l’appoggio politico degli Stati Uniti, il Pakistan perderebbe gran parte della propria solidità finanziaria e politico-militare, e rischierebbe il collasso, camminando già da anni lungo il sottile crinale che divide gli Stati funzionanti da quelli falliti; senza il contributo del Pakistan, gli Stati Uniti non riusciranno mai a uscire dal pantano afghano senza perdere del tutto la faccia. Quel che gli Stati Uniti stentano a riconoscere, sono invece le conseguenze impreviste dell’ormai decennale tradizione di aiuti concessi al Pakistan, conseguenze di cui ha parlato sul New Yorker Lawrence Wright (The Double Game. The unintended consequences of American funding in Pakistan): la creazione di un servizio segreto, l’ISI, divenuto “uno stato all’interno dello stato”, refrattario a ogni tentativo di democratizzazione (come testimonia il frettoloso ritiro del provvedimento annunciato nel 2008 con cui il governo pakistano intendeva sottoporre l’ISI al controllo del ministero dell’Interno); la creazione o l’appoggio a una galassia di gruppi islamisti che rispondono ormai soltanto parzialmente ai loro finanziatori. Tra questi, il movimento guidato da mullah Omar, i Talebani.
L’uscita di scena di bin Laden apre nuovi scenari, nella partita tra gli studenti coranici e le truppe straniere. Dall’ambasciatore degli Stati Uniti a Kabul, Karl Eikenberry, al blasonato generale David Petraeus, a capo delle truppe americane e Nato in terra afghana, dall’inviato speciale per Afghanistan e Pakistan Marc Grossman al segretario di Stato Hillary Clinton, non c’è alto esponente dell’amministrazione americana che non abbia sottolineato l’importanza del momento: la morte di bin Laden “apre possibilità per trattare con i Talebani che non esistevano prima”, ha affermato la Clinton, che ha invitato i turbanti neri ad approfittare dell’occasione. Prima ancora che per i turbanti neri, la morte di bin Laden offre però un’occasione all’amministrazione Obama. Fin qui, il presidente americano non è riuscito a imprimere una svolta strategica rispetto al suo predecessore: ha sofferto l’eredità di una situazione sul terreno complicata dagli interessi divergenti dei vari attori regionali, ma anche le contraddizioni di un orientamento politico che dichiarava la disponibilità a negoziare con il nemico soltanto da una posizione di netto vantaggio militare (da qui la schizofrenia tra timide aperture negoziali e massicce operazioni militari). Oggi, riconosciuta l’impossibilità di una soluzione militare, eliminata gran parte della pesante ipoteca qaedista che pesava sull’ipotesi negoziale (anche in chiave di legittimità agli occhi dell’opinione pubblica interna), Obama gode di margini di manovra molto più ampi, che potrebbe usare per portare a compimento il graduale piano di disimpegno militare annunciato nell’ultimo vertice di Lisbona dello scorso novembre, e per mantenere la promessa di riportare a casa parte delle truppe americane già nella prossima estate. Negli Stati Uniti il vento politico soffia a favore del presidente, che potrebbe tentare un riavvicinamento con le cancellerie europee, che da tempo cercano di sganciarsi da una guerra che si sta perdendo e che non è la loro. Non mancano gli ostacoli: da una parte i falchi del Pentagono, che faranno resistenza sia nei confronti del ritiro definitivo delle truppe – previsto per il 2014 -, sia nei confronti del negoziato con i Talebani; dall’altra le stesse strategie militari dell’amministrazione Usa: oltre all’abbandono delle armi e al rispetto della Costituzione afghana, gli americani hanno sempre posto ai turbanti neri come condizione per il negoziato politico la rinuncia ai legami con al-Qaeda, nascondendo a se stessi e all’opinione pubblica internazionale che quello tra i seguaci del mullah Omar e il movimento di bin Laden è sempre stato un matrimonio di convivenza tattica, molto fragile, segnato da dissidi e spaccature e da una incompatibilità ideologica di fondo. Lo hanno dimostrato due ottimi ricercatori e giornalisti di base a Kandahar, Alex Strick van Linschoten e Felix Kuehn, con un libro recente e importante, An Enemy We Created: The Mith of the Taliban/Al Qaeda Merger in Afghanistan, 1970-2010 (Hurst), in cui riprendono i temi già sollevati nel saggio “Separare i talebani da al-Qaeda: la chiave del successo in Afghanistan”, pubblicato alcuni mesi fa per il Center on International Cooperation della New York University. E in cui spiegano come le strategie dell’esercito americano e di quelli Nato, mirate a colpire i leader talebani, abbiano “indebolito l’intera struttura di comando e la capacità della leadership centrale di far rispettare le decisioni”, tanto che i membri ancora attivi della vecchia generazione talebana avrebbero visto decrescere significativamente la propria autorità, mentre si sarebbe progressivamente affermata una nuova generazione di combattenti, meno nazionalista delle precedenti, meno incline al negoziato, più motivata ideologicamente e permeabile alle sirene del jihadismo qaedista, trasformando la battaglia contro “gli invasori stranieri” nel sacro jihad contro i “crociati infedeli”. Se si cerca un accordo negoziato – questa la conclusione dei due autori – “è poco sensato provare a distruggere le organizzazioni con cui si vuole negoziare”. I Talebani della vecchia guardia – non “degli implacabili oppositori degli Stati Uniti o dell’occidente in generale ma di loro specifiche azioni o politiche in Afghanistan” – sono da tempo pronti al negoziato: nel corso degli ultimi tre anni hanno cercato di smarcasi dall’abbraccio soffocante e malsopportato dei gruppi filoqaedisti, e la morte di bin Laden potrebbe garantire loro ulteriori margini di manovra. Anche l’amministrazione Obama sembra più incline di prima a sedersi attorno al tavolo negoziale: in un discorso del 18 febbraio presso l’Asia Society di New York, Hillary Clinton ha parlato della necessità di un “responsabile processo di riconciliazione”, lasciando intendere che sia il tempo di rinunciare alle pre-condizioni fin qui stabilite. E assicurando che gli Stati Uniti hanno lanciato, parallelamente a quello militare, “un surge diplomatico, per spingere il conflitto verso un esito politico che rompa l’alleanza tra i Talebani e Al-Qaeda, per chiudere con la guerriglia e aiutare a produrre non solo un Afghanistan più stabile ma una regione più stabile”. Bisognerà vedere se Obama avrà il coraggio e il credito politico sufficiente per andare fino in fondo e se gli Stati Uniti saranno capaci di tenere a bada gli appetiti strategici dei partner regionali in un momento estremamente delicato per il futuro dell’Afghanistan: a marzo Hamid Karzai ha annunciato le sette aree la cui sicurezza, nell’ambito del programmato piano di “transizione”, già a luglio passerà sotto il controllo afghano: oltre a Kabul, al sud la città di Lashkar Gah, capoluogo della provincia dell’Helmand; al nord Mazar-e-Sharif, provincia di Balkh; a ovest Herat, nell’omonima provincia; e poi ancora Mehterlam, nella provincia di Laghman, nell’est del paese, e le province del Panjshir e di Bamiyan, da sempre ostili al movimento dei turbanti neri. Il 16 aprile invece è stata la volta dell’annuncio della Commissione congiunta tra Afghanistan e Pakistan, avallata dagli Stati Uniti, con il compito di portare pace e stabilità sulle catene dell’Hindu Kush. A farne parte, pezzi grossi dell’establishment pakistano, dal primo ministro Yusuf Raza Gilani al capo dell’esercito Ashfaq Pervez Kayani, per finire al direttore generale dell’ISI, Ahmed Shuja Pasha, insieme agli omologhi afghani. Secondo indiscrezioni della stampa afghana, il Pakistan avrebbe imposto condizioni stringenti per assicurare un aiuto non soltanto formale: una consultazione sulle nomine più delicate; un coinvolgimento nell’addestramento delle forze di sicurezza afghane; un ruolo di primo piano nella riconciliazione coi Talebani; un limite alle attività del consolato indiano di Kabul. E una supervisione su tutti gli accordi militari con Stati Uniti e Nato, proprio negli stessi giorni in cui i vertici americani si affrettavano a smentire le notizie sulla presunta volontà degli Stati Uniti di costruire una base permanente militare nei dintorni di Mazar-e-Sharif, una notizia che ha infiammato i dibattiti regionali, con Pakistan e Iran che hanno fatto sapere che non vogliono sentirne parlare, e interni, con gli interventi dei principali protagonisti della politica afghana. Dopo Ismael Khan, l’ex signore della guerra nominato Ministro dell’Acqua e dell’Energia, che ha rifiutato perfino l’idea di una base a stelle e strisce nel paese, è stata la volta di Abdullah Abdullah, il principale sfidante di Karzai alle scorse presidenziali: per lui, sarebbe un modo per garantire la stabilità del paese. I tubanti neri, anche se implicitamente, in uno dei loro ultimi comunicati hanno fatto sapere che non permetteranno il prolungamento dell’occupazione americana e la “resa alla schiavitù” e combatteranno “fino a quando le forze straniere non lasceranno l’Afghanistan e le cause della guerra non verranno rimosse”. A dispetto della morte di bin Laden, c’è chi si dice sicuro che in Afghanistan la guerra continuerà fino a quando i turbanti neri non sentiranno parole simili a quelle pronunciate il 15 febbraio 1989 dal comandante delle forze sovietiche in Afghanistan, generale Boris V. Gromov, mentre attraversava il ponte dell’Amicizia, al confine con l’Uzbekistan: “Non c’è un solo soldato o un ufficiale sovietico alle mie spalle. La nostra presenza in Afghanistan, durata nove anni, termina adesso”.

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