Alain Mabanckou Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alain-mabanckou/ un blog di approfondimento culturale Wed, 01 Jul 2020 08:52:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alain Mabanckou Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alain-mabanckou/ 32 32 Generazione afropolitan https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/ https://minimaetmoralia.it/libri/generazione-afropolitan/#comments Sat, 06 Sep 2014 05:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23080 Questo pezzo è uscito su Pagina 99.
“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture - tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale - che sono nati addirittura alcuni neologismi.

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Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Nella foto: Tayie Selasi. Fonte)

“Perché non ti sembro africana?”, dice uno dei personaggi del nuovo romanzo di Chimananda Ngozi Adichie, la più celebre e amata autrice nigeriana della sua generazione, almeno in Occidente. “Perché hai una camicetta troppo stretta”, commenta la sua interlocutrice. “Credevo che venissi da Trinidad o un posto del genere. Devi fare attenzione, o l’America ti corromperà”.

A dir poco complicato, per noi occidentali, capire la confusione identitaria di chi ha lasciato l’Africa per gli Stati Uniti o l’Europa, ma che in Africa continua a tornarci, continua a scriverne e a considerarla in qualche modo “casa”. Tale il disorientamento e l’assenza di terminologia per gli artisti cresciuti a cavallo di queste due culture – tra antichissime tradizioni e jeans aderenti, tra la voglia irrefrenabile di scappare da un paese corrotto e disfunzionale e il desiderio inequivocabile di tornare in un continente in crescita economica e culturale – che sono nati addirittura alcuni neologismi.

“Americanah” è il titolo del nuovo libro della Adichie e americanah è definita la protagonista Ifemelu, una ragazza nigeriana che, dopo lunghi anni di studi a Princeton e una improvvisa fama come blogger di “african lifestyle”, prima di tornare in Nigeria dopo 15 anni di assenza va a farsi fare le treccine afro da una parrucchiera senegalese. Per non sembrare troppo yankee. Afropolitan è il termine oggi molto in voga, coniato dalla scrittrice Taiye Selasi nel 2005 in un articolo intitolato “Bye Bye Barbar”, divenuto poi una sorta di manifesto per gli africani cosmopoliti che in quel testo si sono ritrovati. Taiye Selasi, autrice trentaquatrenne di un libro magnifico, “La bellezza delle cose fragili” (Einaudi), e volto noto in Italia per la sua partecipazione al talent show letterario “Masterpiece” in veste giudice, scriveva così, quasi dieci anni fa: “Loro – cioè, noi – siamo afropolitani, la nuovissima generazione di emigranti africani, che stanno per arrivare o sono già stati presi da uno studio legale, un laboratorio chimico, un locale jazz, una banca di credito nei pressi di casa tua. Siamo afropolitan: non cittadini, ma africani del mondo”.

Da quando Tayie Selasi – che ora vive tra Londra, Roma e l’Olanda, ma ogni tanto torna in Ghana dove è in parte cresciuta  – inventò questo termine, “afropolitan” è stato giornalisticamente abusato e privato del suo senso originario e di recente anche molto contestato da vari intellettuali. A partire da Binyavanga Wainaina, scrittore kenyota che ha dichiarato di non sentirsi in nessun modo afropolitan, ma al contrario “panafricanista”. Anche Alain Mabanckou, autore de “Le luci di Pointe Noire” (66theand2nd) – un racconto teso e intimo del suo ritorno in Congo dopo 23 anni di assenza –  ha detto che è “un pericolo incasellare gli scrittori dentro delle categorie”. Secondo Mabanckou, che insegna letteratura francofona in America, “la globalizzazione non è un fenomeno dei tempi recenti, anche nei romanzi africani dell’epoca coloniale si trattava il tema dell’incontro tra culture: l’Europa e l’Africa, o l’America”.

Come ha fatto notare Emma Dabiri sulla rivista online “Africa is a Country” se oggi si cerca Google il termine “afropolitan” escono quasi esclusivamente siti di shopping oline o riviste di moda lussuose. “Per me l’afropolitanesimo è troppo educato, troppo corporate, troppo patinato”, chiosa la Dabiri. Perfino Minna Salami, autrice del blog “Ms Afropolitan”, ha ammesso che l’afropolitanesimo “potrebbe prendere la deriva della mercificazione della cultura africana”. L’accusa principale fatta al fenomeno è quella di dimenticare la ricchezza culturale africana e produrre opere che non sono altro che versioni africane di quelle americane ed europee. Taiye Selasi in particolare è stata attaccata per la sua visione dell’Africa “Instagram-friendly” e per essersi rivolta solo a una classe di africani benestanti e apolidi.

“Tutte le parole che usiamo per penetrare nella giungla intricata dell’identità personale – “hipster”, “internazionalista”, “pan-africanista” – includono o escludono qualcosa”, dice Taiye Selasi a “Pagina99”. “In realtà è solo un esercizio di demarcazione, di disaggregazione di una parte dal tutto. Più interessante è la questione economica. Quando si parla di middle class africana, le critiche sono inevitabili. Non si sa cosa sia peggio: le madornali ingiustizie economiche? l’insidiosa influenza dell’Occidente? i processi ostici per aver i visti? l’insufficiente mobilitazione politica? C’è di tutto. Lo vedo. È sotto i miei occhi. E ho molte cose da dire a questo proposito. Datemi il tempo”, dice accennando un sorriso. “E in ogni caso il fatto che il termine afropolitan sia stato via via frainteso non mi interessa più di tanto. Come scrittori siamo obbligati a far uscire le nostre parole, lasciare che se la sfanghino da sole per il mondo. Io mi limito a descrivere quello che vedo. Il resto, i dibattiti, le etichette, la politica, le lascio ai professionisti”.

Tra i “professionisti” abbiamo interrogato Minna Salami, padre nigeriano e madre finlandese, blogger di “Ms Afropolitan”: “L’afropolitanesimo è per natura connesso alla vita urbana e alle differenze di classi, e questo è il fattore più critico e destabilizzante per gli africani. Del resto il paradosso è che l’afropolitanesimo offre anche un linguaggio con il quale si può discutere in modo critico proprio quei problemi e quelle ineguaglianze, un linguaggio per la nuova decolonizzazione, proprio grazie alle sue connessioni con la tecnologia, l’architettura, la cultura l’arte”, continua la Salami. “Non direi che gli scrittori afropolitani siano gli unici oggi in Africa, e nemmeno che abbia un senso chiamarli così – non so nemmeno se oggi ha senso dire “letteratura africana” – ma direi piuttosto che molti autori contemporanei affrontano di petto alcuni temi cari all’afropolitanesimo”.

Innegabilmente, le storie che più amiamo (o forse le uniche che arrivano in Occidente?) sono quelle scritte da autori che hanno studiato in America o in Francia e hanno raccontato la loro Africa con una giusta distanza, anche stilistica e narrativa. E immergendosi nella lettura di questi nuovi autori africani o biculturali o afropolitan che dir si voglia – Chimananda Ngozi Adichie, NoViolet Bulaywo, Teju Cole, Scholastique Mukasonga, Alain Mabanckou, Dinaw Mengestu, la stessa Tayie Selasi – si coglie senza dubbio lo spaesamento, la novità, il dolore, l’entusiasmo della Nuova Africa. Senza mai cadere nell’esotismo o nell’etnicismo, questi giovani autori scrivono di storie di rottura, e lo fanno con tecniche raffinate (forse imparate in qualche college statunitense?).

Prendiamo un’autrice come NoViolet Bulaywo, classe 1981, nata e cresciuta in Zimbabwe, un paese ai margini della crescita economica. “Abbiamo bisogno di nuovi nomi” (Bompiani) è un romanzo sconvolgente per stile e contenuti: la storia di un gruppo di bambini di 10 anni che si aggirano per le strade dei sobborghi di una grande città, in cerca di cibo. Una delle bambine è incinta, e i suoi amici l’ha accompagnano ad abortire. Nella seconda parte del libro la ragazzina narratrice si trasferisce in Michigan da una zia per studiare, ma non sarà tanto facile nemmeno lì. Nel romanzo a un certo punto arriva un volontario di una ONG che incontra il gruppo dei ragazzini: “E quando ci hanno chiesto da dove venivamo, ci siamo scambiati occhiate e abbiamo sorriso con la timidezza di spose bambine. Ci hanno detto: Africa? Abbiamo fatto segno di sì con la testa. Quale zona dell’Africa? Abbiamo sorriso. Quella zona dell’Africa in cui gli avvoltoi aspettano che i bambini affamati muoiano? Abbiamo sorriso. In cui l’aspettativa di vita è trentacinque anni? Abbiamo sorriso. Dove i dissidenti ficcano kalashnikov tra le gambe delle donne? Abbiamo sorriso. Dove la gente va in giro nuda? Abbiamo sorriso. La zona in cui si sono massacrati a vicenda? Abbiamo sorriso. Dove il vecchio presidente ha truccato le elezioni e la gente è stata torturata, uccisa, in gran parte messa in prigione, dove la gente muore di colera… Oddio, sì, l’abbiamo visto il vostro paese. Era in tv”.

L’Africa che si vede in tv è molto diversa anche dall’Africa raccontata da Teju Cole, nigeriano e americano. Dopo il celebrato esordio “Città aperta”, una specie di sebaldiana passeggiata di un giovane psichiatra nigeriano a New York, Cole ci racconta un altro viaggio, questa volta a Lagos, la capitale economica della Nigeria. A tornare in Africa è di nuovo un giovane medico, che, come l’autore, è cresciuto e ha studiato negli Stati Uniti ed è tornato per indagare “su cosa mi mancava davvero tutte le volte che avevo nostalgia di casa”. La scrittura di Cole è implacabile. Il suo sguardo è ironico, disilluso, affettuoso. La sua città, dopo 15 anni, è cambiata ma è pur sempre corrotta e piena di contrasti. Lo stesso narratore si contraddice, in un certo senso: prima afferma che Lagos è un posto stupefacente, meraviglioso, pieno di dettagli vividi, anche violenti, ma perfetti per uno scrittore.

Altro che i tranquilli sobborghi statunitensi, commenta Cole: “Se John Updike fosse stato africano, avrebbe vinto il Nobel vent’anni fa. Sono convinto che il suo materiale lo ostacolava”. Poi però si rende conto che non ci tornerebbe mai a vivere: “La Nigeria è un ambiente ostile per la vita della mente”. E pensare che, scrive Cole, esiste addirittura un termine yoruba, tokunbo, che letteralmente significa “da oltre i mari” e che viene dato, con una lieve connotazione peggiorativa, a quelle persone che sono nate all’estero e poi tornate a casa. Forse bastava chiamarli così gli africani della Diaspora. Da oltre i mari.

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Da Sankara a Obama l’americano, l’Africa ritrovata di Mabanckou https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alan-mabanckou/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-alan-mabanckou/#respond Mon, 14 Jul 2014 16:30:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22158 Roma – Le luci di Pointe-Noire (66tha2nd, 246 pagine, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco) è qualcosa di più di un reportage intimo sulla strada del ritorno a casa. Alain Mabanckou restituisce con leggerezza ed emozione tutta la complessità di una vita africana. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, su invito dell'Institut Français per un ciclo di conferenze, si dedica alla scrittura di un libro che scava nelle memorie dell'infanzia congolese. Avvertiamo la solitudine e il senso di straniamento dell'anima migrante: «Sono una cicogna nera le cui peregrinazioni sono talmente lunghe che ormai superano la durata media della vita umana. Mi sforzo di trovare qualche buona ragione per amare questa città, pur così scomposta e deformata. E intanto lei, vecchia amante, fedele come il cane di Ulisse, mi tende le sue lunghe braccia stanche, mi mostra giorno dopo giorno le sue profonde ferite, come se potessi sanarle con la bacchetta magica».

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Roma – Le luci di Pointe-Noire (66tha2nd, 246 pagine, traduzione di Federica Di Lella e Giuseppe Girimonti Greco) è qualcosa di più di un reportage intimo sulla strada del ritorno a casa. Alain Mabanckou restituisce con leggerezza ed emozione tutta la complessità di una vita africana. Tornato dopo molti anni nella sua città natale, su invito dell’Institut Français per un ciclo di conferenze, si dedica alla scrittura di un libro che scava nelle memorie dell’infanzia congolese. Avvertiamo la solitudine e il senso di straniamento dell’anima migrante: «Sono una cicogna nera le cui peregrinazioni sono talmente lunghe che ormai superano la durata media della vita umana. Mi sforzo di trovare qualche buona ragione per amare questa città, pur così scomposta e deformata. E intanto lei, vecchia amante, fedele come il cane di Ulisse, mi tende le sue lunghe braccia stanche, mi mostra giorno dopo giorno le sue profonde ferite, come se potessi sanarle con la bacchetta magica».

Oggi docente di letteratura francofona a Ucla (Los Angeles), poeta e romanziere (tra gli altri Domani avrò vent’anni) mostra le radici di un’ispirazione che frantuma le frontiere: «Io non stacco gli occhi dalla baracca. Ci giro attorno e inciampo nelle pietre che stanno davanti alla porta d’ingresso. Sì, io dormivo lì dentro. Ma i miei sogni non erano angusti. Anzi, quando chiudevo gli occhi, il sonno mi regalava possenti ali da viaggiatore».

Mabanckou, apre il romanzo descrivendo il legame immortale con sua madre. Racconta il ritorno all’origine della vita con un omaggio indiretto alla dignità e al dinamismo della donna africana. Oggi quale ruolo ricopre nella società?

La società africana poggia sulle spalle delle donne. Sottovalutiamo spesso questo dato chiave. Della mia infanzia custodisco il ricordo vivido della presenza materna, dell’indipendenza di mia madre, delle sue inquietudini riguardo il mio futuro. Credo che l’Africa sia così mal governata anche perché non valorizziamo le preziosissime risorse femminili. E soprattutto concepiamo il potere ancora come un territorio riservato agli uomini.

Nel quaderno del viaggio a Pointe-Noire, in che modo rimescola l’universo di significati della sua infanzia con la trasformazione dei luoghi e il peso delle assenze?

Mi sono affidato all’amore per la poesia. Nella mia cultura la realtà non si scinde dal mito e dalle leggende. La mia infanzia si perpetua come un velo di mistero, c’è la magia, le credenze che ho conservato: ciò mi permette di scrivere oggi nella condizione di spaesamento intimamente connessa al ritorno. La nostalgia è un elemento centrale del libro; ho cercato di trasformarla in creatività.

Lei sembra consentirci di entrare nel processo creativo che scaturisce dalla riscoperta delle radici.

In effetti questa opera mi ha permesso di riscoprire le mie radici. Non è un processo semplice, poiché occorre saper separare l’emozione dalla vera creazione che richiede la giusta distanza. Ho compiuto l’impresa?

Quale tipo di influenza mantiene la tradizione orale? Ci trasporta anche nel lato fantastico e magico della vita in Africa.

La tradizione orale mi ha donato il senso del ritmo, la maniera di raccontare letterariamente le mie storie. Ma è limitativo e fuorviante ridurre il patrimonio culturale del continente all’oralità. A lungo, a torto, è stata considerata come una forma di esotismo, una pura curiosità. In realtà è l’anima del popolo, della letteratura popolare. Cerco sempre di non disperderla nel mio spirito. Faccio letteratura perché vengo dal popolo, dalle strade congolesi dove tutto è letteratura.

Che cosa significa essere figlio unico, come lei, negli equilibri sociali e familiari africani?

È una situazione delicata, quando l’unità di misura della ricchezza di una famiglia corrisponde al numero di figli. Ne ho sofferto, prendendone coscienza e facendo ricorso all’immaginario nel quale ricostruire un nucleo familiare.

L’incontro con la reggia di sua madre, nient’altro che una baracca, è estremamente evocativo. Lei non è uno scrittore a causa dell’emigrazione. In quello spazio minimo, la sua immaginazione appariva aver già trovato diritto d’asilo.

Rendere un luogo piccolo un regno sconfinato è stato uno stimolo creativo straordinario. Da bambino percepivo immensa la mia casupola. Tornato, a distanza di ventitré anni, mi si presentava minuscola. Nei miei libri ho sempre sognato grandi spazi liberi; l’emigrazione mi ha restituito la giusta misura delle cose.

Qualifica come anarchica l’urbanizzazione di Pointe-Noire, capitale economica del Congo-Brazzaville. Entro il 2030, 730 milioni di africani vivranno in città (oggi sono circa la metà). Ciò rappresenta una delle nuove sfide per il continente. 

Sì, l’urbanizzazione è in piena deflagrazione. Quando arrivi a Lagos, Kinshasa o Johannesbourg comprendi quanto la città abbia creato delle culture, che ormai vanno prese in considerazione. Ho avuto la fortuna di vivere bene sia nel villaggio sia nell’agglomerato urbano. Ciò mi aiuta a differenziare le cose. In città si gioca la sfida cosmopolita. Si sta affermando una lingua urbana, che ben ritroviamo negli autori africani della nuova generazione.

Nel romanzo svela la passione per il cinema italiano. Ma oggi quel luogo mistico della sala Rex non c’è più a Pointe-Noire.

Amiamo il vostro cinema. Allora però non sapevamo neanche da dove provenissero le pellicole. Andavamo in sala, dicendoci che avremmo viaggiato in Europa. Oggi sono triste, perché moltissimi giovani non godranno di questo piacere. Stanno sparendo i cinema in Congo, con le chiese pentecostali a occupare il loro posto!

Le cronache giornalistiche ci restituiscono ormai quasi quotidianamente il dramma dei migranti che non sopravvivono al viaggio. Che cosa raffigura ancora questa Europa indifferente?

Tuttora affascina gli africani, quale terra promessa di benessere e felicità. Per questa ragione assistiamo al dramma della diaspora di cui è vittima un’altra generazione promettente. Senza governo, la situazione rischia di aggravarsi. Non dimentichiamo che se i giovani africani mettono a repentaglio la propria esistenza, è anche per l’incessante depredazione delle ricchezze del continente, messa in atto dai grandi potentati economici sovranazionali.

La facciata del suo vecchio liceo manifesta tutta la contraddittorietà del periodo post coloniale. La questione dell’identità, anche linguistica, è sempre d’attualità. Come d’altra parte lo sono i conflitti etnici e d’interesse geopolitico, la fragilità culturale delle entità statuali, la corruzione, l’influenza di vecchi e nuovi colonizzatori.

Le tracce della colonizzazione sono ben riconoscibili dagli edifici, dai nomi delle strade. È la nostra storia, e non vorrei che fosse banalmente rimossa. Richiede invece comprensione e analisi, al fine di cogliere come le vecchie potenze coloniali siano tuttora presenti nel continente. Lottiamo affinché il patrimonio linguistico africano sia valorizzato. E che la storia dell’Africa sia scritta e studiata dagli africani. Un processo fondamentale frenato anche dall’interno. È deplorevole l’attitudine delle classi dirigenti africane a comportarsi da monarchi, dittatori, instaurando regimi fondati sulla corruzione.

Esistono davvero modelli di società e sviluppo economico importabili? 

Scordiamoci d’imporre dall’alto un modello all’Africa. Abbiamo perso molti eroi, per la paura di tornare all’essenziale: società libere e autonome. Sankara, Lumumba Nkrumah, mantengono la forza dirompente dell’esempio. L’Africa ha bisogno di riappropriarsi della conoscenza delle proprie radici e della trasparenza nella gestione economica.

L’elezione di Barack Obama aveva suscitato speranze anche nella terra del padre. Tuttavia la relazione è rimasta molto fredda e labile il segno politico.

Obama è un americano, non africano come l’hanno sognato per errore molti africani, che credevano che questo presidente avrebbe aggiustato i guasti dell’Africa. È finito il tempo di valutare le relazioni tra esseri umani nella prospettiva del colore della pelle. Tocca ai presidenti africani rendere felici i rispettivi popoli. Obama non è che un presidente americano, come tutti quelli che l’hanno preceduto.

A Pointe-Noire ha ritrovato la gioia, gli sprazzi di luce che i bambini sanno scovare anche in mezzo alle più aspre difficoltà.

L’accumulazione delle ricchezze non garantisce libertà e indipendenza. Eravamo bambini felici con il poco a disposizione. L’unico consiglio che mi sento di dispensare ai giovani africani: la felicità è in Africa, bisogna ricercarla e riconquistarla là.

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