alasdair gray Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alasdair-gray/ un blog di approfondimento culturale Wed, 15 Nov 2023 09:56:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg alasdair gray Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alasdair-gray/ 32 32 “Povere Creature!”, nella letteratura visionaria di Alasdair Gray https://minimaetmoralia.it/libri/povere-creature-nella-letteratura-visionaria-di-alasdair-gray/ https://minimaetmoralia.it/libri/povere-creature-nella-letteratura-visionaria-di-alasdair-gray/#respond Wed, 15 Nov 2023 09:56:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52981 «Sono d’accordo sul fatto che la medicina sia tanto un’arte quanto una scienza» dissi. «Ma di certo arriviamo all’arte il quarto anno, quando entriamo negli ospedali, non credi?». Dopo i romanzi della serie Lanark, dopo il libro 1982 Janine, tutti pubblicati da Safarà editore, tra il 2015 e il 2020, è tornato, da qualche settimana, […]

L'articolo “Povere Creature!”, nella letteratura visionaria di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
«Sono d’accordo sul fatto che la medicina sia tanto un’arte quanto una scienza» dissi. «Ma di certo arriviamo all’arte il quarto anno, quando entriamo negli ospedali, non credi?».

Dopo i romanzi della serie Lanark, dopo il libro 1982 Janine, tutti pubblicati da Safarà editore, tra il 2015 e il 2020, è tornato, da qualche settimana,  con la sua letteratura visionaria ed elettrica – capace di scosse, di risate, di lacrime e incubi; capace di sovversione – Alasadair Gray, con Povere Creature!, sempre edito da Safarà, con la traduzione di Sara Caraffini e l’introduzione di Enrico Terrinoni, che è uno dei maggiori esperti della letteratura dello scrittore scozzese. Anche questo romanzo, come i precedenti, lascia esterrefatti e completamente felici, per la nuova conferma di tutto ciò che si può fare attraverso il linguaggio, e quando si è in grado di mettere la grammatica e la sintassi al servizio di uno straordinario mondo immaginario, capace di muoversi attraverso i secoli e le stagioni, con personaggi che nascono, muoiono, rinascono, allora si dimostra che la lingua può fare ogni cosa e che la letteratura non ha ancora esaurito il suo compito, la sua missione. A un certo punto leggiamo: «Mi sembra ancora strano ricordare che […] io abbia farneticato con il linguaggio tipico dei romanzi che consideravo spazzatura e che leggevo solo per rilassare il cervello prima di dormire». Come se parlasse Gray in un suo personaggio.

La protagonista è Bella Baxter, di nome e di fatto, il cui corpo viene rinvenuto nelle acque gelide del Clyde di Galsgow, siamo nell’epoca tardovittoriana; apparentemente è riportata in vita da Godwin, personaggio tormentato, un genio dell’esperimento e della chirurgia. Scriviamo apparentemente perché fino in fondo non lo sapremo davvero, leggendo passeremo in tanti mondi che sembrano stanze che si aprono una dentro l’altra e ognuna contiene un’epoca, una storia, un anfratto nel quale Bella è passata, si è posata – anche solo per poco – e ha sovvertito gli stati d’animo, le regole di seduzione, di sopravvivenza. Bella è causa di desiderio e passione, è causa di follia, naturalmente di scandali, ma qui, tra le pagine di Gray, rappresenta la libertà, che va oltre le regole della società e perfino oltre la morte. Bella nel suo reimparare a vivere insegna, al di sopra di ogni morale, a cosa servono un cuore e un cervello.

«Da cosa l’hai guarita?» chiesi. «Dalla morte». «Vuoi dire che l’hai salvata dalla morte». «In parte sì, ma la parte più importante è una resurrezioneabilmente orchestrata».

Il libro è accompagnato da disegni di Gray stesso, che non fanno altro che ampliare il campo della narrazione. Questa storia trae ispirazione da Mary Shelley, da Joyce (modello principale di Gray). Bella Baxter viene più dall’Ulisse che da Frankstein, il suo segreto viene forse dalla Circe di Joyce, ma poi Gray si ispira anche a sé stesso, ai mondi che crea e che ricrea costantemente. È uno scrittore politico, che pare venire dal futuro, che ci ricorda (e lo fa dire anche a Bella) che le cose stanno così fino a che qualcuno non cambia la prospettiva, il punto di vista. I quattro personaggi maschili cui Bella attraversa – anche suo malgrado – l’esistenza non potranno incatenarla alle convenzioni o ai loro desideri e malinconie, e nemmeno potranno salvarla, è troppo indipendente, è irraggiungibile, è sempre un passo avanti; una protagonista indimenticabile per le fortunate e i fortunati che affronteranno queste pagine.

«Candle non deve essere geloso. È stato l’unico bacio che Harry abbia mai ottenuto da me e nessun uomo riuscirà a intrappolare Bell Baxter con le parole. Quando tornerò a casa, God, ci spiegherai come migliorare il mondo, poi io e te, Candle, ci sposeremo e lo faremo».

Gray è una scoperta continua, un maestro nell’utilizzo della lingua e delle molteplici possibilità della scrittura, un autore che una volta incontratonon si lascia più. Si ha l’impressione, tra le altre cose, dopo averlo letto non solo di aver imparato qualcosa ma che grazie ai suoi libri si sia pronti a imparare ancora dell’altro. Che cosa? Non lo sappiamo ma questo è il bello.

Da questo libro, Yorgos Lanthimos ne ha tratto un film incantevole che pare integrarsi col romanzo di Gray; l’immaginario dello scrittore e quello del regista si rimandano, si parlano così bene fino a diluirsi e sembrare una cosa sola, unica, magistrale. Poor Things, questo è il titolo del film, ha vinto il Leone d’oro alla ottantesima edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, premio meritatissimo, con una Emma Stone nel ruolo di Bella in grado di far innamorare chiunque del cinema e i bravissimi Willem Defoe, Mark Ruffalo e Ramy Youssef. Il film uscirà nelle sale il prossimo gennaio e non vediamo l’ora di rivederlo e di andarci pure a rileggere il libro.

 

L'articolo “Povere Creature!”, nella letteratura visionaria di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/povere-creature-nella-letteratura-visionaria-di-alasdair-gray/feed/ 0
“1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray https://minimaetmoralia.it/libri/1982-janine-la-letteratura-elettrica-alasdair-gray/ https://minimaetmoralia.it/libri/1982-janine-la-letteratura-elettrica-alasdair-gray/#respond Wed, 16 Sep 2020 08:25:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44119 Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura.

L'articolo “1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
1g (1)

Così in piena estate leggi un libro che ti lascia stupefatto. Non nel  senso (o non soltanto) per gli aggettivi che a volte usiamo nelle recensioni: meraviglioso, eccezionale, sorprendente, per non parlare di capolavoro (la più usata, la più temuta, la più sprecata).

Si tratta di 1982 Janine dello scrittore scozzese Alasdair Gray, pubblicato da Safarà (che continua a regalarci libri indimenticabili) e tradotto (magistralmente, immaginiamo le difficoltà) da Enrico Terrinoni, un romanzo che lascia senza fiato e che mina alcune certezze circa le possibilità che offre la scrittura e di conseguenza la lettura. Stando alla trama, lo scenario è semplice: un uomo, Jack McLeish, passa la notte in una dozzinale camera d’albergo, è alcolizzato, divorziato, di lavoro fa il supervisore alla sicurezza, è un professionista stimato, il romanzo dura tutta la notte, ma non esaurisce la sua geografia, né dentro la stanza, né con la parola fine, prosegue con intensità il suo lavoro nella testa di chi legge, un precipizio linguistico e concettuale interessante e travolgente; la trama, tra virgolette, semplice cui accennavamo prima, è completamente sovvertita, più volte, maciullata, fino a diventare irrilevante. Ciò che è rilevante è quello che avviene nella testa del protagonista e come Gray ce lo racconta.

È un romanzo sperimentale? Forse, ma non importa, ciò che conta è che si tratta di un romanzo pressoché perfetto. Così in piena estate, nella maniera che tenterò di spiegarvi, ho letto un libro che mi ha lasciato stupefatto.

Oggigiorno si dicono un sacco si scemenze sul concetto di “appagamento nel lavoro”, come se potessero essere in tanti a ottenerlo, questo appagamento. Le cose che rendono sopportabili gran parte degli impieghi (non appaganti – soltanto sopportabili) sono gli ingredienti extra, quelli inebrianti: la musica pop di un altoparlante, un assegno, la speranza di essere promossi, la speranza di una notte d’amore. Io mi rivolgo direttamente all’alcol, che ha iniziato di nuovo a funzionare.

Alasdair Gray è uno dei maggiori scrittori scozzesi, ma diciamo pure europei, eppure poco conosciuto in Italia, dobbiamo la fortuna di poterlo leggere proprio a Safarà, che prima ha pubblicato Lanark (considerato il capolavoro di Gray) tra il 2015 e il 2017 e, in questo 2020, appunto 1982 Janin. Uno scrittore geniale, coraggioso, creativo, un vero artista, capace di generare mondi in una pagina e sfasciarli. Uno scrittore che riesce a sondare fino in fondo la condizione umana, fino alle pieghe in cui non vorremmo scrutare per non riconoscerci. Per fare ciò Gray si affida alla visionarietà e alla forza del linguaggio, alla sua violenza, forza, alla rapidità, all’associazione di parole e immagini, alle interruzioni.

Le parole con Gray travolgono, poi si fanno intermittenti, poi corrono ancora più veloci; è come se le frasi fossero percorse da una costante carica elettrica. Chi tocca legge, chi legge tocca. La scossa è certa.

Quando si alzò, quel letto divenne il luogo più solitario del mondo. Non avevo realizzato quanto nutrimento avessi accumulato per il mero calore del suo corpo. Da allora sono diventato insonne.

Jack McLeish ha bisogno di un posto per la notte, non è una novità per lui, per il lavoro che fa gira parecchio, ha bisogno di bere, di immaginare, di pensare al futuro o di non pensarci affatto, se smettere di lavorare, se togliersi la vita. Entra in hotel e non sappiamo niente, Gray apre la porta della stanza e ci fa accedere al modo di ragionare complicato e, allo stesso tempo, lineare di McLesih. In unica sola nottata, Jack, nel tentativo di liberarsi di tutto, sprigiona le fantasie sessuali che lo hanno accompagnato per tutta la vita.

Il protagonista di Gray non è un pervertito, non è un maniaco sessuale, è un uomo complesso, di grande intelligenza, cattivo, se vogliamo, romantico, se ci piace pensarlo, uno come tanti, forse più onesto. Uno che non ha paura a mostrare ciò che è stato e ciò che è, quale strada ha fatto per arrivare in quell’hotel, nella notte che condivide con i lettori. È un conservatore figlio di un sindacalista, è una contraddizione vivente.

Sono un conservatore perché mi piacciono le luci della ribalta. Ma posso farne a meno. La morte non mi spaventerà.

Janine è il nome di una delle animatrici delle fantasie erotiche di Jack, ma il nostro protagonista non si limita, non può limitarsi solo a una persona, inventa delle vere e proprie sceneggiature, con tanto di flashback e contenuti extra. Inserisce più personaggi e varianti, si va dal sadomaso alla pura seduzione. Ogni tanto, come se avesse nella testa una videocassetta, schiaccia stop, torna indietro e ricomincia aggiungendo un dettaglio un particolare. McLeish vuole inabissarsi, raggiungere l’eccitazione totale e definitiva, magari morirci, e non vuole fallire, non vorrebbe distrarsi ma non può, c’è un altro abisso che viene a cercarlo, quello della memoria, della vita che ha vissuto, quello dei ragionamenti, dei sensi di colpa, degli addii, delle occasioni perdute, delle mancanze e dei rimorsi.

Ogni calcolo che abbia a che fare con il tempo descrive la morte termica dell’universo, uno stadio tra il big bang che ha creato il tutto e il porridge freddo a cui saremo ridotti alla fine.

Gray non lascia tranquillo il suo attore e gli intervalla la notte con l’irruzione dei ricordi, si va all’infanzia, all’adolescenza, agli della scuola, saltano fuori i primi traumi, gli amori, i tormenti. Jack appare come un uomo che si mantiene in equilibrio tra senso di colpa e l’essere se stesso, ci si è mantenuto per tutto l’arco dei cinquant’anni in cui ha vissuto. Ha saputo scegliere le donne con cui stare, come muoversi sul lavoro, quando dimenticarsi della famiglia e quando farci ritorno, ha diviso gli alcolici, preferendo quelli che non lo avrebbero fatto scoprire. Jack è solo, ci è arrivato per gradi, e in questa notte non può inabissarsi nel sesso mentale senza lasciarsi tirare per la giacchetta dall’altro abisso, il senso dell’uomo che è stato.

L’abilità di Gray sta nel creare un linguaggio della mente che ci presenta Jack in questa notte liberatoria e tormentata, alternando capitoli ordinari ad altri con punteggiature, ripetizioni di una singola parola, versi, citazioni dirette o indirette. Jack consente a Gray di parlare di letteratura, di politica, di sesso, di ambizioni, di guerra, di dopoguerra, di socialismo, di ricchezza e povertà, di separatismo, di affrontare le questioni politiche di petto, di mostrarci la Scozia sotto una luce che non conoscevamo; lo scrittore è in grado di alternare momenti drammatici a una profonda ironia. Quello che fa non è altro che grande letteratura, Jack McLeish è un personaggio degno dei grandi romanzieri russi, ed è indimenticabile.

L'articolo “1982 Janine”, la letteratura elettrica di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/1982-janine-la-letteratura-elettrica-alasdair-gray/feed/ 0
Quattro letture https://minimaetmoralia.it/altro/quattro-letture/ https://minimaetmoralia.it/altro/quattro-letture/#respond Thu, 30 Jul 2020 12:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43884 – William Somerset Maugham, Il mago (traduzione di Paola Faini, Adelphi edizioni) L’inglese William Somerset Maugham è stato un grandissimo scrittore, anche se spesso non gode della considerazione che meriterebbe. Questa condizione è probabile sia dettata dalla materia della sua abbondante produzione, molto spesso debitrice della sua esistenza o di altri grandi personaggi (è il […]

L'articolo Quattro letture proviene da Minima et Moralia.

]]>

– William Somerset Maugham, Il mago (traduzione di Paola Faini, Adelphi edizioni)

L’inglese William Somerset Maugham è stato un grandissimo scrittore, anche se spesso non gode della considerazione che meriterebbe. Questa condizione è probabile sia dettata dalla materia della sua abbondante produzione, molto spesso debitrice della sua esistenza o di altri grandi personaggi (è il caso del famoso e obliquamente autobiografico Schiavo d’amore, o La luna e i sei soldi, ispirato alla vita di Paul Gauguin) o talvolta assimilabile a quella che viene definita letteratura di genere (ma Ashenden o L’agente inglese è una spy story straordinaria che travalica ogni genere letterario). Adelphi ha adesso pubblicato uno dei romanzi più particolari dello scrittore inglese, Il mago, apparso per la prima volta nel 1908, che prende le mosse dall’incontro, a Parigi, di Maugham con Alesiter Crowley, celebre esoterista e satanista del tempo. Questo romanzo infatti restituisce al lettore la fascinazione che tra la seconda metà dell’Ottocento e l’inizio del Novecento veniva avvertita anche nell’alta borghesia per il mondo dell’occultismo e della magia: protagonista è Oliver Haddo, il mago del titolo, che Arthur Burdon, un medico inglese, incontra a Parigi e da cui, dopo una ripulsa iniziale segnata da una cieca fiducia nella scienza, inizia a essere attratto proprio per le sua capacità magiche e incomprensibili. Attraverso queste però seduce e sposa la sua fidanzata, con la quale lascia la città di Parigi senza che Arthur sappia niente, e da quel momento la storia si muove sull’esile filo della seduzione e su quanto la magia possa intervenire nella psiche delle donne e degli uomini. Maugham presenta una serie di bellissimi personaggi, come il dottor Porhoët, esperto di antichi alchimisti: questi uomini «credevano che la generazione spontanea fosse possibile. Mediante la combinazione di energie psichiche e di strane essenze, essi sostengono di aver creato forme nelle quali si manifestava la vita» dice a un certo punto Porhoët e qui sta uno dei nuclei centrali di questo libro: si può manovrare un’esistenza, una vita?

– Brianna Carafa, La vita involontaria (Cliquot)

Imperscrutabili sono spesso i meccanismi che consegnano alcuni scrittori all’oblio. Imperscrutabili e inspiegabili soprattutto quando la loro opera avrebbe meritato un destino assai differente. È il caso di Brianna Carafa e del suo romanzo del 1975 La vita involontaria, recuperato da Cliquot e introdotto da Ilaria Gaspari. La prefazione di Gaspari è molto utile per il motivo che si diceva sopra, perché di Carafa è difficile sapere qualcosa: si scopre così che il libro nel 1975 fu in cinquina per il Premio Strega, vinto poi da Tommaso Landolfi con A caso, pubblicato da Einaudi con quarta di copertina a firma di Italo Calvino («È un libro di qualità: qualità narrative perché certo ‘succede qualcosa’ e qualità di scrittura, così chiara e ferma»), e si conosce la vita della scrittrice, di origine napoletana per parte di padre, polacca per la madre, figlia di un traduttore di Goethe e nipote di una traduttrice di Tolstoj, che scelse il mestiere della psicoanalista negli anni Cinquanta, quando certo non era un lavoro così scontato per una donna. Ci sono poi altre informazioni importanti che non riportiamo, ma tutto questo sarebbe derubricabile a curiosità se il romanzo fosse poco interessante: invece La vita involontaria è un bel romanzo di formazione che ha per protagonista Paolo Pintus, un ragazzo che dopo un’infatuazione per la filosofia inizia a studiare psicologia (lo stesso fece Carafa che passò invece da architettura a psicologia con lo stesso movimento da una piacevole città di mare a un grande agglomerato urbano) e diventa medico nella sua città tedesca, l’immaginaria Oblenz, nel manicomio che sin da bambino lo spaventava. La narrazione degli anni di formazione del protagonista, dove Pintus si perde e ritrova continuamente, rimanendo però con la spiacevole convinzione di non aver mai preso in mano la sua vita, sono splendide per la capacità di Carafa di descrivere la sua situazione esistenziale con un linguaggio asciutto e penetrante, come la grande letteratura del Novecento italiano ha saputo fare con scrittori quali Elsa Morante o Italo Calvino.

– Emanuele Trevi, Due vite (Neri Pozza)

In Sogni e favole, un libro dalla difficile classificazione che si situa in una zona di confine tra il romanzo di formazione, il saggio e l’autobiografia, Emanuele Trevi rievocava alcuni ricordi di Roma e dei personaggi che ha conosciuto e sono stati per lui come maestri, quali il fotografo Arturo Patten, il grande critico letterario Cesare Garboli e la poetessa Amelia Rosselli. In questo nuovo Due vite Trevi sembra costruire un complemento a Sogni e favole, prestando però attenzione a personaggi “minori” rispetto a quelli dell’altro libro, meno famosi ma non certo meno importanti, quali Rocco Carbone (1968-2008) e Pia Pera (1956-2016), scrittori accomunati dal fatto di essere amici tra loro e dello scrittore e di essere prematuramente scomparsi, il primo in un tragico incidente stradale, l’altra a seguito di una malattia, lasciando uno spazio bianco su quello che sarebbe potuto essere delle loro relazioni e invece non è stato. Trevi ricostruisce i tratti dei due suoi amici con precisione e trasporto emotivo, senza comunque mai scivolare nell’agiografia, ma invece trovando un difficile equilibrio tra il giudizio e l’amicizia, tra il modo che avevano Carbone e Pera di vedere e vivere il mondo e il suo. Il libro spalanca poi una riflessione profonda sul valore della scrittura nella generazione del ricordo e nell’evocazione di ciò che si è conosciuto e non esiste più, scrive infatti Trevi: «Consiglio a chiunque abbia nostalgia di qualcuno di fare lo stesso: non pensarlo, ma scriverne, accorgendosi ben presto che il morto è attirato dalla scrittura, trova sempre un suo modo inaspettato per affiorare nelle parole che usiamo di lui, e si manifesta di sua propria volontà, non siamo noi che pensiamo a lui, è proprio lui una buona volta». Due vite, ulteriore testimonianza dell’alto valore della scrittura di Trevi, è una narrazione che dal suo carattere particolare si fa anche universale, storie singolari dell’esistenza umana che aprono alle complessità della vita e ai suoi aspetti inspiegabili come, appunto, quello della morte.

1892 Janine, Alasdair Gray (Safarà editore, traduzione di Enrico Terrinoni)

Lo scrittore scozzese Alasdair Gray, nato nel 1934 e recentemente scomparso alla fine dello scorso anno, è un autore di culto soprattutto per la sua grande opera in quattro parti Lanark. Una vita in quattro libri, apprezzata da ognuno dei suoi lettori e considerata, giustamente, un classico, alla stregua di un capolavoro («La Divina Commedia del cripto-calvinismo anglosassone» è stata defintia sul New York Times Book Review). Lo stesso editore italiano dei volumi di Lanark pubblica adesso un altro suo grande libro, 1892 Janine, tradotto da Enrico Terrinoni e curato da Cristina Pascotto e Alice Intelisano, considerato dal suo autore come il proprio capolavoro assoluto, come ebbe modo di ricordare anche poco prima della morte. Terrinoni nella sua introduzione scrive che 1892 Janine «si spinge molto oltre il marchese De Sade, oltre Madame Bovary, oltre Molly Bloom» e in effetti il testo di Gray solletica le possibilità ultime della letteratura, sia da un punto di vista linguistico che della storia narrata. Come se si dovesse parlare di Lanark, anche in questo caso è molto complicato riassumere il contenuto del libro, non tanto per via della sua trama, tutto sommato esile, il protagonista Jock McLeish si trova in una camera d’albergo e pensa di togliersi la vita, e il romanzo è il racconto di quest’unica notte di pensieri, quanto invece perché è pressoché impossibile rendere giustizia agli universi che si spalancano nella mente del protagonista abilmente descritti da Gray. Con Janine come matrice centrale e ossessione di ogni suo pensiero, McLeish vaga con la sua mente e immagina incontri impossibili e reali: 1982 Janine è una resa dei conti universale dell’uomo con i fantasmi dell’esistenza, dall’erotismo al rapporto con Dio, quando questa non riesce più a essere controllata con efficacia, uno scontro ambientato in un mondo ultraterreno che prende le forme della città di Glasgow.

L'articolo Quattro letture proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/altro/quattro-letture/feed/ 0
Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/#comments Wed, 20 Sep 2017 08:03:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35071 La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1 […]

L'articolo Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
GRAY
La casa editrice indipendente Safarà ha recentemente finito di pubblicare, per la prima volta in Italia, nella traduzione di Enrico Terrinoni, i quattro volumi di Lanark di Alasdair Gray, testo cruciale della speculative fiction anglosassone e della letteratura scozzese in generale, apparso per la prima volta nel 1981. Pubblichiamo qui la prefazione di Jeff Vandermeer1
~

Riflessioni su uno dei miei libri preferiti: Lanark di Alasdair Gray, di Jeff VanderMeer
lanark
Nella terribile devastazione dello scenario che ci offre Alasdair Gray nel suo romanzo, mentre sulla distopica città di Unthank spira un vento freddo «misto all’odore salato di alghe putrescenti», bocche giganti calano dal cielo per divorare il protagonista Lanark. Lanark ne viene inghiottito, e lo stesso accade al lettore. Le visioni evocate da Gray nel suo capolavoro sono tanto apocalittiche quanto politiche: «Io credo che esistano città in cui il lavoro è una prigione, il tempo uno stimolo e l’amore un peso» dice Lanark; la dragonite, affezione che da subito lo colpisce, è «una patologia comune, come le bocche, i mollicci o il rigor pigolante», che incrosta gli arti dei cittadini con una «pelle fredda e lucida di intenso verde scuro» portandoli a far emergere la propria natura nascosta. Ma quando il tema della giustizia sociale si intreccia a tal punto con la dimensione fantastica, un critico che cercasse di smontare e analizzare tali visioni rischia di essere a sua volta inghiottito.
Gray esplicita le sue intenzioni attraverso le parole della nemesi di Lanark, Sludden: «La metafora è uno degli strumenti più essenziali del pensiero. Ma l’illuminazione a volte è tanto brillante da abbagliare anziché rivelare». 

Se la fortuna di Lanark può risiedere nell’uso della metafora in prosa, il genio di Gray sta nella sua abilità di ritrarre la lotta dell’individuo contro istituzioni disfunzionali mantenendosi sempre nei duplici termini del personale e del fantastico. Come lo stesso Gray ha affermato durante un’intervista: «Il mio approccio ai dogmi e agli standard istituzionali, chiamiamolo “il mio approccio alle istituzioni” riflette il loro approccio nei miei stessi confronti. Nazioni, città, scuole, agenzie di marketing, ospedali, forze di polizia, sono state create dalla gente per il bene della gente. Non posso vivere senza di loro, non lo desidero e non mi aspetto che possa accadere. Ma quando li vediamo lavorare per aumentare la sporcizia, la povertà, la sofferenza e la morte, allora qualcosa è andato storto. Tutti soffrono di tale distorsione, e per questo motivo è un aspetto presente in tutti i miei romanzi, eccetto quelli più blandamente d’evasione».Il romanzo, oltre alla vita di Lanark nella città fantastica di Unthank, ha un secondo epicentro in quella di Duncan Thaw, sua precedente incarnazione, in quella reale di Glasgow. Thaw cresce e si forma in una Glasgow ostile e decadente, che cercherà di illuminare dando vita a un’arte grandiosa; fallirà nel tentativo, e si toglierà la vita dopo aver verosimilmente ucciso un’amica. Lo ritroveremo trasfigurato in Lanark nella città di Unthank, quasi essa fosse l’inferno a cui è destinato. Lanark arriva a Unthank senza alcuna memoria del suo passato come Thaw, del quale riceverà nozione, grazie all’intervento di un oracolo, solo alla fine del primo libro. Mentre cerca di scoprire la propria identità, Lanark si aggira per quello che è lo specchio deformato di una città, in cui tutti i vizi e i problemi del mondo “reale” sono stati amplificati e distorti. Ma non appena Lanark recupera la memoria della sua vita come Duncan Thaw, e quindi della ragione del suo essere lì, si lancia nel frenetico tentativo di salvare la città di Unthank dalla distruzione: il piano fantastico diventa la “realtà” e le letture si ribaltano.

Gray divide di proposito il suo romanzo in quattro “Libri”. Tuttavia, quello che tecnicamente è il primo libro, è chiamato Libro Terzo; seguono il Libro Primo e il Libro Secondo (nei quali si racconta la storia di Thaw) e infine il Libro Quarto, dove è nuovamente protagonista Lanark. La ragione più pragmatica di una simile dislocazione cronologica è quella di introdurre per prima cosa il lettore al fantasmagorico mondo sotterraneo di Unthank. Considerata la qualità intensamente realistica e piuttosto cupa della sezione dedicata a Glasgow, l’estremo surrealismo di Unthank sarebbe stato troppo stridente per il lettore se presentato dopo i primi due libri. Invece, Gray si assume il rischio calcolato di posizionare le sezioni realistiche in mezzo, così da farle apparire più integrate nella narrazione, e nell’utilizzare quest’ordine riesce a far percepire le scene naturalistiche come fantasy, perché sono “fantasy” agli occhi degli abitanti di Unthank, e apre così alla possibilità di un’interpretazione alternativa in cui Glasgow è l’inferno e Unthank la realtà, e non viceversa.

Alasdair Gray
Alasdair Gray

Lanark è stato definito in molti modi da molti scrittori e critici. Anthony Burgess lo ha innalzato a capolavoro. John Crowley e Micheal Dirda hanno elogiato la straordinaria visione e la genialità delle singole scene dell’opera, mentre hanno criticato l’accresciuto contenuto allegorico dell’ultima parte del romanzo. L’opera vira in effetti verso l’astrazione nel Libro Quarto, e il rapporto tra dialogo ed esposizione si alza pericolosamente. Gray arriva a far dialogare Lanark con se stesso e dedica un capitolo a catalogare i propri furti ai danni di scrittori morti. Se è vero che un capitolo del genere può rallentare l’impulso della narrazione, nel caso di Lanark simili critiche sono irrilevanti, per la stessa identica ragione per cui sono irrilevanti le critiche ai capitoli sulla caccia alla balena in Moby Dick. La correzione di questi “difetti” deruberebbe entrambi i libri della loro genialità: il marchio di fabbrica di uno scrittore originale è quello che rende l’autore diverso e non può essere separato da quello che rende lo stesso scrittore bravo, e gli “spigoli” di Gray finiscono anzi per assomigliare a delle profezie.
Cosa ancora più importante, nei termini del contenuto fantastico, Lanark offre un esempio unico dell’uso dell’elemento fantasy nella critica sociale. A differenza della Fattoria degli animali (1945), di Candido (1759) o dei Viaggi di Gulliver (1726), Lanark non intende essere solo una parodia, una satira o una parabola. Se Gray tende a incorporare fantasy e fantascienza, lo fa per poter sfruttare appieno tutti gli strumenti appropriati, e perché l’idea di un’immaginazione priva di confini rappresentano la stessa personale ricerca della luce da parte dello scrittore. Anche se non è un surrealista, Gray appoggia l’idea della “bellezza convulsiva”: la bellezza, anche quella più feroce, al servizio alanark coversnzitutto della libertà. L’umorismo nero, l’ossessione per la giustizia sociale, la formazione di un artista, i difficili atti di comunicazione fra i sessi, l’omaggio, anche se in forma alterata, a Glasgow: tutto questo, pur miscelandosi a una dimensione assolutamente fantasy, si manifesta con pienezza in Lanark, il romanzo che rappresenta lo zenit dell’eccentricità di Gray, del suo difficile genio e delle possibilità stesse dell’indagine postmoderna.

~

1 Jeff VanderMeer è autore di racconti e romanzi con i quali ha vinto il Nebula Award, il BSFA Award e il World Fantasy Award, e con cui è stato finalista allo Hugo Award. Nel 2015 Einaudi ha pubblicato Annientamento, Autorità e Accettazione, volumi della “Trilogia dell’Area X”.

L'articolo Le possibilità dell’indagine postmoderna: la prefazione di Jeff VanderMeer a “Lanark” di Alasdair Gray proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/le-possibilita-dellindagine-postmoderna-la-prefazione-jeff-vandermeer-lanark-alasdair-gray/feed/ 1