Alba Dorata Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alba-dorata/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 15:29:58 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alba Dorata Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alba-dorata/ 32 32 Intervista a Manolis Glezos https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-manolis-glezos/#comments Sat, 19 Apr 2014 05:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20091 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

Atene. Ha passato dodici anni in carcere e quattro in esilio. È stato condannato a morte tre volte. Ha subito ventotto condanne politiche. Numeri non se ne possono dare sulle sedute di tortura a partire dalla notte fra il 30 e il 31 maggio del 1941 quando diciannovenne si inerpicò sulle pendici dell’Acropoli assieme al suo compagno Apostolos Santos, eluse il controllo delle guardie naziste e strappò la bandiera uncinata dal Partenone sostituendola con la bandiera greca. Perseguitato dai nazisti, dai fascisti italiani, dai fascisti greci e dal regime dei colonnelli, autore di innumerevoli azioni, proteste e progetti politici, Manolis Glezos è un eroe nazionale quasi novantaduenne che rifiuta qualsiasi retorica e continua a seguire la legge che si diede da ragazzo assieme ai compagni davanti al pericolo estremo: “Se io muoio e tu mi sopravvivi, non dimenticarmi e coltiva i miei sogni”.

Così due anni fa era sulle barricate di piazza Syndagma a gridare contro le pretese della troika e finì in ambulanza dopo che la polizia caricò usando un concentrato insopportabile di gas lacrimogeni. Dalle condanne a morte lo hanno salvato gli appelli di una comunità internazionale che ha visto in lui il primo simbolo della lotta partigiana contro Hitler. Dagli anni che scorrono lo hanno protetto il suo regime di vita, la siesta il pomeriggio, l’energia tutta greca, un po’ di fortuna e una fede incrollabile nell’autogoverno dei popoli. Così, quando entro nell’ufficio che occupa all’interno del Parlamento ateniese, Manolis Glezos salta su, mi saluta nell’italiano che ha imparato in carcere e mi stringe la mano con una tenaglia di ferro. La maglia di lana sotto alla camicia aperta, baffi bianchi e una chioma fluente bianca, gli occhi azzurri che non si fermano mai, come le parole che percorrono con la tranquillità di un corso d’acqua secoli di storia, da Omero a Goebbels, da Menandro a Metternich, da Pericle alla Merkel.

La sua azione più celebrata seguì le parole di Hitler che sosteneva di non avere più nemici in Europa. Servì a mostrare, a lui e a chi voleva opporglisi, che di nemici ne avrebbe avuti sempre. Settant’anni dopo la Grecia è stretta in una morsa: le pretese di una troika che porta il marchio tedesco e il successo crescente di una formazione nazista, Chrisì Avgì, Alba dorata.

Non considero Alba dorata un vero pericolo. La crisi porta sempre con sé fenomeni del genere. È la protesta che si esprime attraverso quel partito come altrove in Europa. Per combatterla è necessario combattere la crisi. Ma quel che dobbiamo anche capire è chi l’abbia provocata, questa crisi. La risposta è chiara: la regina dell’economia europea, Angela Merkel. Mi ricorda qualcosa che accadde nel 1945. Roosvelt, Churchill e Stalin avevano concluso il loro incontro di Yalta sostenendo che i popoli avrebbero ritrovato la loro indipendenza e non sarebbero mai più stati colonie. Rispose Goebbels con un articolo intitolato Das Jahr 2000, ossia L’anno 2000. Cosa sosteneva Goebbels? Che nel 2000 in Europa non avrebbero governato i popoli né i tre “liberatori” ma la civilizzazione tedesca. Sostituite “civilizzazione” con “economia”. Quel che accade in Grecia in questi anni è chiaro: vogliono sottometterci attraverso l’economia.

È il dramma del debito greco.

Già Menandro nel IV secolo a.C. spiegava che i prestiti trasformano gli uomini in schiavi. Guardi, ho studiato la storia di uno dei prestiti con cui hanno cercato di assoggettarci. Dobbiamo andare indietro al 1821 quando la Grecia iniziò la sua guerra d’indipendenza dall’Impero Ottomano. Metternich era contro la nostra indipendenza ma di fronte alla determinazione greca cambiò strategia. Il potere è plastico, si adegua alle circostanze. Che accadde? Vennero a portare aiuto. A prestare soldi. Quello fu il primo prestito. Nel 1824. Ha idea di quando lo abbiamo estinto? Dieci anni fa. Resta difficile calcolare quanto sia stato pagato, quante volte e con quanta sottomissione e con quali enormi guadagni dall’altra parte.

Lei è anche uno dei più esperti circa i debiti di guerra che la Germania non vi ha mai pagato.

Ecco il mio ultimo libro. Ho messo insieme ogni dato. Vede? Negli ultimi anni, quando reclamiamo quegli enormi debiti, da una parte c’è chi dice “il passato è passato”, ma allora bisognerebbe anche stabilire quand’è che i debiti si estinguono, visto che un debito appartiene sempre al passato. Dall’altra, però c’è chi sostiene in una sorta di revisionismo davvero pericoloso che non è affatto vero: i tedeschi non ci devono nulla. Ma allora Italia e Bulgaria che hanno pagato per i crimini commessi nel nostro Paese? Dobbiamo restituire i loro soldi? Dopo la seconda guerra mondiale gli accordi erano chiari. Io vorrei che si tenesse anche conto di tutte le opere d’arte che furono trafugate dai tedeschi – e in verità anche dagli inglesi – in quegli anni. Un patrimonio incalcolabile.

Il popolo greco è da sempre intimamente orgoglioso e libero, non sopporta dominazioni straniere e imposizioni, eppure la sua è una storia di periodi di indipendenza molto brevi.

Dobbiamo anche intenderci su cosa significhi indipendenza, però. Noi abbiamo continuato e continuiamo a sognare che possano essere i cittadini a decidere. Qui nacque la democrazia, una democrazia diretta. Da Omero al quinto secolo di Pericle, qui crebbe il potere decisionale dei piccoli centri. Pensate, nel momento della democrazia realizzata, tutti i cittadini andavano in parlamento a votare le leggi. Nell’assemblea di Atene erano circa 5000. Per il resto, la nostra regione, l’Attica, era divisa in 174 comuni per 600.000 cittadini. Oggi in Attica siamo cinque milioni e i comuni fino a pochi anni fa erano 72 e ora sono diventati 36. Non dico altro.

Lei ha tentato un esperimento di democrazia diretta nella sua città natale, Apiranthos, a Naxos.

Non è stato l’unico in questi anni in Grecia. Ce ne sono stati molti altri, a Kythnos o in Eubea per esempio. Ma guardi lì sul muro: accanto al dipinto di resistenza che ricevetti in regalo assieme a Togliatti, è appesa la costituzione che creammo ad Apiranthos. Le prime parole sono quelle di ogni altra carta: la sovranità appartiene al popolo. Ma per noi, se al popolo appartiene, al popolo deve tornare. Siamo noi a dover decidere di noi stessi. E infatti, aprimmo scuole e ospedali, quel che serve in un Paese civile e che oggi più che mai ci è stato sottratto.

In questi anni, le sembra di rivivere una nuova occupazione?

Non ci sono i morti per strada ma i morti ci sono. La sanità greca è in crisi, i disoccupati non sono coperti dall’assicurazione e non possono curarsi, nelle scuole i bambini svengono. Come possiamo definire tutto questo?

Come rappresentanti di SYRIZA, lei e Tsipras avete incontrato Joachim Gauck, Presidente della Repubblica, tedesca poche settimane fa.

Lui ha chiesto di vederci e ne sono stato molto felice. Ha dimostrato di voler vedere lontano. Diversamente dagli altri politici ha avuto un’intuizione forte: incontrare l’opposizione di oggi perché sa che sarà il governo di domani.

Avete parlato del debito tedesco?

Certo, e non ha potuto negare nulla. I miei argomenti sono indiscutibili. Si tratta di storia. Quel che fu deciso alla Conferenza di Parigi nel 1946.

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Alba Dorata e la Grecia nazista https://minimaetmoralia.it/libri/albadorata-dimitri-deliolanes/ https://minimaetmoralia.it/libri/albadorata-dimitri-deliolanes/#respond Mon, 18 Nov 2013 16:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16452 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

L’ultimo delitto – l’uccisione di un musicista hip hop trentaquattrenne noto per le sue posizioni antifasciste – ha riaperto le polemiche ma non basterà nessuna polemica a fermare l’ascesa resistibilissima della formazione nazista più potente e violenta d’Europa. Servirebbe ben altro. E innanzitutto una conoscenza precisa del fenomeno chiamato Chrisì Avgì, ossia Alba Dorata. A noi italiani questa conoscenza la offre, in un libro zeppo di informazioni, un giornalista greco da molti anni a Roma come corrispondente di quella televisione pubblica che gli improvvidi governanti conservatori hanno chiuso: Dimitri Deliolanes. Costruito come una labirintica ricerca dei segreti e degli spesso ridicoli misteri che sono dietro la nascita del partito nazista greco, Albadorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa (Fandango, pp. 203, euro 15) spiega ogni aspetto di un intollerabile successo.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

L’ultimo delitto – l’uccisione di un musicista hip hop trentaquattrenne noto per le sue posizioni antifasciste – ha riaperto le polemiche ma non basterà nessuna polemica a fermare l’ascesa resistibilissima della formazione nazista più potente e violenta d’Europa. Servirebbe ben altro. E innanzitutto una conoscenza precisa del fenomeno chiamato Chrisì Avgì, ossia Alba Dorata. A noi italiani questa conoscenza la offre, in un libro zeppo di informazioni, un giornalista greco da molti anni a Roma come corrispondente di quella televisione pubblica che gli improvvidi governanti conservatori hanno chiuso: Dimitri Deliolanes. Costruito come una labirintica ricerca dei segreti e degli spesso ridicoli misteri che sono dietro la nascita del partito nazista greco, Albadorata. La Grecia nazista minaccia l’Europa (Fandango, pp. 203, euro 15) spiega ogni aspetto di un intollerabile successo.

Oggi i nazisti greci volano nei sondaggi su percentuali attorno al 15 per cento, terza forza indiscussa del Paese, calamita di ogni malcontento verso i politici, la democrazia, l’immigrazione, l’Europa e addirittura la Germania, originaria ispiratrice del credo nazista, prima di essere estromessa dall’immaginario con l’astuzia dei propagandisti che non rischiano certo sul dilagante odio verso i tedeschi. Deliolanes ci racconta il passato dei rappresentanti di questa forza antipolitica e ci svela le infinite meschinità, le debolezze e gli inganni. Ci aggiriamo tra persone che fanno della lotta all’immigrazione una bandiera ma si limitano a perseguitare i migranti indifesi e non muovono un dito contro le organizzazioni criminali clandestine; gente che in Parlamento ha votato contro la tassazione dei ricchissimi armatori, ha tradito la promessa di restituire lo stipendio da parlamentari e continua a coprire un passato pieno di elementi che basterebbero da soli a confezionare fedine penali da manuale; attivisti fedeli al culto di un capo – Nikolaos Michaloliakos – che nella propria “carriera” ha messo insieme meschinità tali da essere disprezzato nei suoi stessi ambienti, da quei camerati che sapevano e che, prima di scomparire, ne hanno denunciato la più vile delle debolezze: la delazione.

“Ho raccontato i fatti perché la conoscenza è la nostra prima arma” spiega Deliolanes “ma sono molti coloro che, in maniera diversa e con i dovuti distinguo, aiutano Chrisì Avgì nel suo cammino apparentemente trionfale. Innanzitutto la polizia. A parte una minoranza di professionisti onesti, i poliziotti greci sono sempre stati incapaci e corrotti. Ora hanno anche le mani libere. Continuano a collaborare con Alba Dorata senza alcuna vergogna perché a prevalere è la certezza dell’impunità”. Secondi in assoluto ad accompagnare i nazisti greci sono gli uomini dei canali televisivi privati, quella che Deliolanes chiama la “canalocrazia”. “Dopo la chiusura della tv pubblica sono rimasti solo loro. In Grecia la storia di questi presunti impresari è unica: hanno avuto frequenze televisive senza sborsare una dracma, in cambio incensavano i loro padrini politici. La spazzatura di cui hanno inondato il Paese è stata letale e oggi, con la caduta dei socialisti e lo stato di crisi, hanno liberato le forze peggiori: tentano di conquistare audience con il peggio del peggio e tra questo peggio ci sono risse televisive, violenze esplicite dei nazisti, svastiche tatuate sul collo di aitanti ragazze di cui si ridacchia, sdoganando in leggerezza i peggiori obbrobri della storia”.

Dopo polizia e televisioni, vengono i politici, e innanzitutto Nea Demokratia, i conservatori al governo. “Il Premier Samaras si è circondato di estremisti. Hanno paura di perdere voti a destra e dunque applicano una politica estremista ma certo più moderata e civile. Con ciò, da una parte giustificano le rivendicazioni naziste, dall’altra non possono soddisfarle in pieno e semmai fanno crescere la rabbia antisistema continuando con il peggior atteggiamento clientelare. Però attenzione! Non solo Samaras è colpevole. La prima arma che andrebbe tolta ai nazisti è l’immigrazione che in Grecia è una piaga evidente. Qui entra quasi il 70 per cento dei migranti che arrivano in Europa. Non si viene per restare, è evidente, ma per andare altrove, verso il ricco Nordeuropa. In Grecia però ci si ferma per necessità, perché le frontiere diventano quasi invalicabili. Potete immaginare il dramma di un Paese allo stremo costretto ad accogliere centinaia di migliaia di migranti con il carico di disperazione che questi si portano appresso? Su questo tema è la stessa sinistra europea che dovrebbe aiutarci, abbandonando la retorica. Senza l’arma dell’immigrazione, il potere di Alba Dorata sarebbe molto molto inferiore”.

Dal libro è chiaro, del resto, che il fenomeno vive complessivamente sul dramma della crisi. L’Europa, questa Europa, sembra la massima responsabile. “Non c’è dubbio. I nazisti sono ricettacolo del malcontento, dei milioni di incazzati che soffrono in Grecia. Altrove sono movimenti di tutt’altro genere a raccogliere l’incazzatura antisistema e antieuropea. Se cadessero i motivi di questo malcontento tutto cambierebbe. Pie illusioni, forse. Ma certo ci vuole una democrazia forte non divisa, una politica pulita e non collusa, uno Stato di Diritto realizzato. Quando tutto questo è assente, Stato e politici equivalgono nell’immaginario collettivo a esponenti di una democrazia che non può funzionare. E così cresce il desiderio antidemocratico dell’uomo forte, del partito senza leggi capace di sradicare la malattia.

Se in Grecia le forze politiche venissero tra di loro a patti serenamente, se il problema dell’immigrazione fosse risolto a livello europeo, se questa Europa non fosse solo l’Unione dell’austerità, della fatica e del dolore, Chrisì Avgì scomparirebbe, si scioglierebbe come neve al sole. Allora tutti i deliri tornerebbero a farci ridere, come le teorie misticheggianti da quattro soldi, gli sfondoni sull’antico greco e sui simboli arcaici e addirittura l’idea gettonatissima in ambiente nazista che su Sirio esistano gli El, extraterrestri che crearono gli Elleni e la loro civiltà. E attenzione, una cosa è data per certa: ora che i “banchieri ebrei” e i “barbari turchi” hanno quasi distrutto i fasti ellenici, gli El stanno per tornare”.

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Di cosa parliamo (nel 2013) quando parliamo di democrazia https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/ https://minimaetmoralia.it/economia/di-cosa-parliamo-nel-2013-quando-parliamo-di-democrazia/#comments Sun, 17 Nov 2013 09:17:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16411 Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò […]

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Qualche tempo fa Dan Ariely (professore di Behavioural Economics presso la Duke University del North Carolina) e Mike Norton (professore di economia presso la Harvard Business School) hanno domandato a un campione rappresentativo di cittadini statunitensi quale livello di uguaglianza vorrebbero. Hanno anche chiesto agli interpellati qual è secondo loro (in eventuale contrasto con ciò che auspicano) il livello di disuguaglianza reale nella distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti. Ottenuti i risultati del sondaggio, i due studiosi li hanno messi a confronto con il reali valori di disuguaglianza presenti nel paese. Ciò che emerge è sufficiente a far sorgere (o a confermare) i peggiori dubbi sul tipo di sistema in cui viviamo, ed è molto ben spiegato e documentato in questo video.

Praticamente il 40% dei cittadini americani meno abbienti (circa 120 milioni di individui, una fetta enorme di popolazione che va dai disoccupati, agli operai, agli insegnanti, a non pochi professionisti) possiede lo 0,3% della ricchezza. L’1% al vertice della piramide sociale concentra nelle proprie mani una quantità di ricchezza di molto superiore alla somma della ricchezza di tutto il primo 80%. Altro dato interessante è che il 93% degli elettori democratici e il 90,5% degli elettori repubblicani vorrebbero (come si vede nella clip) un sistema di distribuzione della ricchezza completamente diverso da quello reale. Anche questo fa sorgere dubbi sull’ipotesi che i regimi democratici sotto determinati profili siano sempre più una questione di onomastica. L’Italia. In Italia si va per famiglie e non per individui. In Italia il 10% delle famiglie più ricche detiene il 50% della ricchezza nazionale. La Grecia. Quante famiglie, quanti milioni di individui ha distrutto e fatto soffrire la crisi greca? Il patrimonio personale dei primi cinque o sei uomini più ricchi del pianeta coprirebbe il debito greco. L’Europa. “L’aspetto realmente triste è che l’euro avrebbe dovuto avvicinare i paesi europei, in modi sia sostanziali che simbolici. Avrebbe dovuto incoraggiare rapporti economici più stretti, e promuovere un senso di identità comune. Invece ha determinato un clima di risentimento e di sdegno, sia da parte dei debitori che dei creditori”, Paul Krugman, recentemente sul «New York Times».

Se la democrazia è bloccata o in certi suoi ingranaggi semplicemente non è più tale, con quali mezzi si può evitare che il mondo torni un luogo dove la linea di confine principale separa gli schiavi dai padroni?

Secondo gli ultimi sondaggi, Alba Dorata è oggi il partito più popolare in Grecia.

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L’inverno del nostro scontento. Un bicchiere mezzo vuoto. https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/ https://minimaetmoralia.it/politica/linverno-del-nostro-scontento-un-bicchiere-mezzo-vuoto/#comments Tue, 05 Mar 2013 07:20:49 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13391 Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade di Girolamo De Michele Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i […]

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Riprendiamo questo articolo uscito su Uninomade

di Girolamo De Michele

Non condivido i toni di soddisfazione che mi sembra prevalgano nei commenti alle recenti elezioni. Solo con l’ironia che il Bardo mette in bocca a Riccardo III nell’incipit della tragedia posso convenire che l’inverno del nostro scontento si sia mutato in estate splendente sotto i raggi del sole elettorale, e che siano sprofondate le nubi che incombevano sul nostro capo.

Certo, ad Atene piangono lacrime amare: sconfitta dell’agenda-Monti, seppellimento di quell’eterno Walking Dead che era l’agenda-Berlinguer-D’Alema (in attesa del prossimo sequel), scomparsa di un certo numero di facce che infastidivano la vista e la digestione; sottolineerei anche l’ennesima cantonata presa da Eugenio Scalfari, chissà perché reputato analista politico di valore, che a questo punto potrebbe essere sospettato con qualche legittimità di portare sfiga; e di quello Scalfari in minore che è Flores d’Arcais. Infine, il dissolvimento (verrebbe voglia di dire: lo smacchiamento) del patrimonio di consensi e credibilità accumulato da Vendola in 8 anni di governo della Puglia, e il ridicolo in cui è caduto il pentapartitino affastellatosi attorno ad Antonino Ingroia. Su questi ultimi due eventi possiamo di sicuro rivendicare un ruolo attivo, soprattutto nell’incessante lavoro di controinformazione sulla gestione vendoliana dell’Ilva di Taranto, e sulla presenza di movimenti di lotta che hanno fatto deflagrare le contraddizioni del Governatore rosso amico di padron Riva.

Per il resto, sono più interessato a capire perché anche a Sparta non c’è da ridere. A partire dalla constatazione che i no alle politiche europee, alle agende dettate dalle banche, alla carota dell’austerity dietro la minaccia del bastone ellenico sono espressione di un rifiuto reattivo, non critico, da parte dell’elettorato. E la scelta del mezzo – il successo del M5S – ha tratti di forte inquietudine: non saprei dire se mi inquieta più Grillo, o il consenso che gli deriva da tanti nostri, non solo ex, compagni di strada, ma certo non sorrido. Cerco di comprendere, ma proprio per questo non posso essere estraneo alla tristezza delle passioni che vedo diffondersi sotto forma di indignazione e odio. Detesto ripetermi, ma l’avevo già detto dopo il 15 ottobre 2011: Winter is coming. Perché oltre ad Atene e Sparta, c’è Tebe: e a Tebe c’è la peste.

Dell’ingovernabilità

L’ingovernabilità, dicono molti compagni, è il dato più positivo di queste elezioni. Sarà: curioso che proprio mentre vado a scrivere queste note, giunga notizia che «l’alta finanza promuove il Movimento Cinque Stelle: Jim O’Neil, il ‘guru’ di Goldman Sachs che ha inventato l’acronimo ‘Bric’, dice di trovare “entusiasmante” l’esito elettorale italiano. Il Paese, spiega, ha “bisogno di cambiare qualcosa di importante” e forse il risultato del movimento di Grillo è il “segnale dell’inizio di qualcosa di nuovo”». In attesa dell’endorsment di Tony Soprano, questa dichiarazione è un segnale rilevante – ma facciamo un passo indietro.

Chi dice che “crisi” e “ingovernabilità” siano dei valori in sé? Non certo il pensiero della critica dell’economia politica, che sa riconoscere nella crisi non un evento che accade al capitale, ma la natura strutturale del capitale stesso: il capitale non va in crisi, il capitale – anche e soprattutto quello finanziario, ci diciamo da Crisi dell’economia globale, “il nostro Operai e Stato” disse qualcuno – è crisi. E nella crisi si trova bene, se la crisi non è l’esito di cicli di lotte destrutturanti e disarticolarizzanti: dell’autovalorizzazione di soggettività antagoniste.

Non sarò certo io a negare che le lotte siano assenti: ma proprio per la professione di realismo (di empirismo critico) non riesco a vedere questi tratti presenti nell’attuale ingovernabilità.

Posto che di ingovernabilità si debba parlare. È poi vero che l’ingovernabilità parlamentare sia un cuneo nei processi di governance sovranazionale? Io credo si debba paventare, piuttosto, il rischio che l’attuale stallo parlamentare, che prelude a governi con maggioranze variabili e risicate, sia assai gradito al governo delle banche e della finanza. In prima battuta, non ci sono i numeri e la forza parlamentare (posto che ci sia la volontà politica) per modificare quanto tra Berlusconi e Monti (tagli alla scuola, riforma-Brunetta dell’amministrazione, collegato lavoro di Sacconi, blocco dei contratti pubblici, inserimento del pareggio di bilancio nella Costituzione, abrogazione dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori, legge di revisione di spesa). Giusto per dare un’idea di cosa succede, il governo dimissionario in un paio di giorni ha bloccato la progressione stipendiale nel pubblico impiego per un altro anno, e decretato la fine dell’emergenza umanitaria per i profughi del nord-Africa (che hanno ricevuto 500€ e sono stati gettati fuori dagli alloggi, in pieno inverno): un comportamento che non sorprende, e che allude al modo in cui i processi di governance  sono sempre più spesso concretizzati con atti amministrativi con valore di legge, e conseguente svuotamento delle costituzioni formali.

La governance finanziaria, quella che viene evocata come “la minaccia dei mercati” sotto cui cadrebbe l’Italia in caso di elezioni anticipate, non ha alcuna ragione per mancare di continuare ad esercitare non la minaccia, ma i fatti concreti già adesso, proseguendo la linea di appropriazione della ricchezza sociale sotto forma di aumento dei tassi, allargamento dello spread, inflazione reale, ecc., mentre l’effetto performativo dei dati quantitativi sull’economia – taci, lo spread ti ascolta! – si estende alla stessa possibilità di esercitare il diritto di voto, subordinato al consenso dei “mercati”: mentre il ruolo di fatto di “guardiano della Costituzione” (nel senso schmittiano dell’espressione) del presidente della repubblica cresce bypartisan. Insomma, per dirla col tenente Nicholas Holden (Tony Curtis) di Operation Petticoat, nel torbido si pesca meglio, almeno per la finanza mondiale che mal sopporta le stolide strategie di Draghi e Monti, bacchettati sulle dita come alunni poco capaci dal severo maestro O’Neil.

Ovvio (ma non banale) che questo scenario alluda a una strategia di lotte che mettano al centro il lavoro vivo (come ci ricorda Benedetto Vecchi) e la precarizzazione dell’esistente (come sottolineano Morini e Fumagalli) e pongano bilancio e fiscal compact al centro dei propri interessi. Ma questo, al momento, ancora non si dà. Il vecchio muore, ma il nuovo, pour cause, ancora non si vede.

Chi rappresenta chi?

Come dicono nell’intervista al “manifesto” del 1 marzo i Wu Ming (che hanno dato vita sul proprio blog a un imprescindibile dibattito), «i movimenti non hanno saputo trovare vie d’uscita dalla crisi che li ha colpiti una decina d’anni fa, non c’è stato un lavoro riorganizzativo, e i cicli di lotte che si sono susseguiti non hanno radicato senso comune». Di conseguenza, il voto a Grillo «personifica il fallimento dei movimenti, è principalmente su questo che dobbiamo interrogarci».

La crisi della rappresentanza politica si è concretizzata nel voto al M5S, che ha fatto proprio nelle piazze lo slogan dei movimenti “Non ci rappresenta nessuno”. Cosa significa questo slogan urlato davanti a un miliardario guidato dal proprietario milionario di un’agenzia pubblicitaria (anche queste sono soggettività)? Quell’enunciato dei movimenti allude a un’azione costituente che salti la mediazione della rappresentanza; lo stesso enunciato viene ora decontestualizzato, ricontestualizzato e risemioticizzato: “non ci rappresenta nessuno di voi perché adesso ci rappresenta LUI”. E il “lui” in questione enuncia una prassi politica nella quale la dimensione costituente è titillata, solleticata, masturbata, mai concretamente praticata: la democrazia digitale è possibile solo se e quando il Grillo ex machina clicca sull’interruttore o inserisce la password.

In altri termini, la crisi della rappresentanza ha luogo all’interno delle forme stesse della rappresentanza, e ne assume le aberrazioni peggiori, ancorché classiche: leaderismo, delega, prevalenza dell’individuo sui contenuti. Grillo porta al massimo grado di efficienza e performatività questi aspetti, ma non è certo il primo, né l’unico, a cercare di giovarsene. Qui non mi interessa ritornare sulle peculiarità di questa crisi nelle forme peculiari del campo della destra: mi interessa interrogarmi sul perché i movimenti abbiano la tendenza a farsi invischiare in questi terreni.

Se facciamo mente locale al clima che si respirava all’inizio dell’estate 2011 – referendum su nucleare e beni comuni, piazze tematiche, rivoluzioni arancioni in diversi grandi comuni – possiamo accorgerci di quante occasioni siano state sprecate. Uno dopo l’altro, dall’ipotesi di una Syriza dall’alto scaturita da accordi di vertice tra un piatto di strascinate con le cime di rape,  un’amatriciana e una sarda in saor; ai movimenti arancioni; alla parabola di ALBA fino al décalage di “cambiare si può”; per finire nella farsa di Rivoluzione Civile: non c’è apparato di cattura dei movimenti che non abbia palesato, nella breve durata consentita a queste operazioni di politica politicante, la momentanea capacità di arrestare il movimento e fermare l’azione costituente riportandola sul terreno della rappresentanza.

Guardiamo quella che poteva essere una campagna elettorale messa fuori quadra dal proseguire delle lotte: imbavagliati, in stand by o in attesa di vedere quel che succede, o mobilitati nelle piazze dello Tsunami Tour, nessuno dei movimenti (scuola, precari della logistica, Ilva, beni comuni) ha rotto la tregua elettorale – salvo, come sempre, i mai troppo lodati valsusini, che hanno con esemplare correttezza politica deciso di far sentire la propria voce a prescindere dal riorientamento tattico del proprio voto, imponendo la propria il/legalità su quella delle truppe d’occupazione: dimostrando di aver assimilato nel proprio bios cos’è la “società dei governati”.

E allora diventa lecita la domanda: perché i movimenti, salvo rare eccezioni, hanno questa dannata predisposizione a farsi captare? La risposta non ce l’ho: ma la domanda l’ho ben chiara. Perché fino a quando non si rompe nella prassi il circolo della rappresentanza, ogni rottura al suo interno equivarrà a un nuovo soggetto decisore, in nome di una politica improntata sulla diade amico/nemico piuttosto che sulla potenza costituente del comune.

The Grasshopper Lies Heavy

Com’è noto ai cultori di Dick, The Grasshopper Lies Heavy è il titolo del libro misterioso al centro del capolavoro dell’utopia negativa del grande Philiph K. La svastica sul sole, o L’uomo nell’alto castello. La traduzione italiana (La cavalletta attacca) non è fedele, e non consente di cogliere quello che oggi si palesa a noi come un inquietante gioco di parole (colto dal blogger Franco Senia). La sua traduzione più corretta potrebbe essere Il grillo si trascina pesantemente: si tratta di un passo del Qohelet, XII, 5 («Also from the high places they will fear, and terrors on the road, and the almond tree will blossom, and the grasshopper will drag itself along», recita una traduzione inglese). Ma quell’insetto che si trascina con pesantezza, alludendo all’età senile, può anche avere un diverso significato, se si considera la polisemia del verbo to lie: il Grillo mente pesantemente.

In che senso questo Grillo mente?

Un primo esempio lo abbiamo già visto: l’appropriazione della parola d’ordine “non ci rappresenta nessuno”.

Un secondo esempio è l’appropriazione di un’altra parola d’ordine: quella del “reddito di cittadinanza”. Quale che sia la prospettiva (in una chiave diversa dalla nostra, ma con la quale si può interloquire, penso a quella giuridica di Rodotà) , il reddito minimo di cittadinanza è sempre stato pensato all’interno di un cambiamento strutturale e radicale dell’esistente, non di una riforma dello Stato sociale: non è mai pensabile come un sussidio, men che meno legato alla dimensione dello scambio tra lavoro e salario (questo ci ricordano i compagni di San Precario).
Qui interviene Grillo, in tre step: dapprima propone un Sussidio di disoccupazione garantito (programma M5S, pag. 1); in un secondo momento, verificato il consenso che ha conquistato nel campo della sinistra, si appropria di una dell’enunciazione “reddito di esistenza” sganciandola dal suo riferimento materiale e risemiotizzandola, con un effetto retorico attestato da quanti oggi dicono: “ma è quello che chiedevamo noi!”; infine, aggancia questa enunciazione a un nuovo riferimento materiale: abolizione degli stipendi dei pubblici dipendenti. Il che significa taglio degli stipendi pubblici del 30-60% (con buona pace di chi impreca al paragone Mussolini-Grillo, è quello che fece Mussolini: taglio del 22% dei salari per conseguire la “quota 90″, e ulteriore taglio del 20% con la riduzione della giornata lavorativa a 8 ore):

«Ogni mese lo Stato deve pagare 19 milioni di pensioni e 4 milioni di stipendi pubblici. Questo peso è insostenibile, è un dato di fatto, lo status quo è insostenibile, è possibile alimentarlo solo con nuove tasse e con nuovo debito pubblico, i cui interessi sono pagati anch’essi dalle tasse. È una macchina infernale che sta prosciugando le risorse del Paese. Va sostituita con un reddito di cittadinanza» (Gli italiani non votano mai a caso, “Il blog di Beppe grillo”, 26 febbraio).

Qui non contano i dati sparati a casaccio (gli stipendi pubblici sono circa 14 miliardi al mese): conta l’effetto performativo, che mira a riprendere il frame delle due società (hai!, professor Asor Rosa: giungeremo mai al fondo dei danni provocati da quelle tue poche pagine del ’77?): garantiti contro non garantiti, vecchi contro giovani, conservatori dello status quo contro costruttori di una nuova Italia sulle macerie.

E rieccole, le macerie: metafora preferita dai leghisti nei primi anni Novanta, sono l’incarnazione stessa della decontestualizzazione e risemiotizzazione come metodo. Anche quando le cita un miliardario che ha fretta di rimuoverle per ricostruire, perché ha bisogno di un parcheggio per il Suv o di un molo per lo yatch. Possiamo dire che questa dinamica sia la natura stessa del M5S; lo sottolinea bene il nostro attuale editoriale:

«Una parte qualitativamente consistente è formata da giovani ma non giovanissimi, tra i 25 e i 40 anni, perlopiù rappresentativi di un ceto medio ormai declassato o in via di impoverimento, che non trovano una corrispondenza tra titolo di studio e posizione occupata dentro il mercato del lavoro. Sono i precari di prima generazione, di cui esprimono alcune delle caratteristiche principali (dal rifiuto delle forme di rappresentanza tradizionali all’utilizzo innovativo della comunicazione). […] Il dato politico è che si tratta in buona misura della composizione che nella vicina Spagna ha fatto le acampadas. […] Però nel ciclo dei movimenti “occupy” vi è una corretta individuazione del carattere strutturale della corruzione, in quanto consustanziale al capitalismo finanziario e al divenire rendita del profitto. […] Dentro il M5S e più complessivamente nelle tendenze giustizialiste la corruzione viene invece ridotta alla moralità dei comportamenti individuali: la via d’uscita alla crisi della rappresentanza è identificata nella supposta incorruttibilità di un soggetto astratto, l’opinione pubblica. Al tempo del web 2.0, essa viene a coincidere con un ceto medio divorato dall’angoscia del presente e dall’ansia per il futuro. In assenza di prospettive di ricomposizione, il rancore diventa la sua passione dominante. Il M5S si configura così, tra le altre cose, come una sorta di spazio di espressione di un ceto medio che tenta disperatamente di difendersi dai processi di declassamento e da una proletarizzazione ormai compiuta».

In altri termini, il M5S si appropria delle potenzialità del  precariato cognitivo, e le reindirizza in chiave messianica, o rancorosa e reattiva: vedi l’uso del tema dell’insolvenza declinato in chiave individualistica (rapporto unilaterale Italia-creditori), anti-europea (referendum per l’uscita dall’euro), nostalgica (ritorno alla lira) e vagamente bucolica (decrescita). Ne esalta il potenziale costituente, ma solo per catturarlo e depotenziarlo. Non da oggi, in tutta evidenza: una delle ragioni (una ragione, non la ragione) per cui non c’è in Italia non dico un movimento Occupy, ma neanche una Syriza “dal basso”, è la connessione tra l’incapacità dei movimenti di uscire davvero dal circuito della rappresentazione, e la potenza comunicativa di questo nuovo soggetto politico in grado di catturarne le aspettative e riterritorializzarle su terreni che non fuoriescono dallo stato di cose esistente: in fondo, ciò che Grillo vuole è far funzionare “bene” questo Stato e questo stato di cose, non sovvertirlo.

Lo stesso mito del popolo della rete, costitutivo dell’identità che i grillini si danno, rimanda a quella dimensione dell’anima bella e della differenza pura: «numerosi sono i pericoli di richiamarsi a differenze pure, liberate dall’identico, divenute indipendenti dal negativo. Il pericolo più grande è di cadere nelle rappresentazioni dell’anima bella ove, lungi da lotte sanguinose, non convivono che differenze conciliabili e armonizzabili», scrive Deleuze in apertura di Differenza e ripetizione.

Nondimeno, quella del M5S è una dimensione reattiva, rancorosa, triste: l’indignazione, e talvolta l’odio, che sobilla, private dalla dimensione costituente e riterritorializzate sul terreno del grande Altro (o forse del Modello dell’Io) che, nascosto dietro lo schermo opaco, illumina questo o quel piccolo oggetto designandoli come degni di essere liberamente e autonomamente odiati o desiderati da parte di soggettività, sono passioni passive, che esprimono non la libertà, e nemmeno un processo di liberazione, ma uno stato di servitù della mente. Quella servitù inconsapevole, molto vicina al microfascismo di cui parlava Foucault, che alberga in chi crede che fare politica e rimboccarsi le maniche significhi aprire una pagina facebook, o scaricarsi sull’i-phone gli skeetch di Crozza: esisteva prima di Grillo, e rimarrà dopo. Ma il grillismo la rilancia e la potenzia.

Stupisce (o forse no) che taluni poco fini analisti politici (absit invidia verbo) dicano oggi che «Grillo è riuscito a fare quello che non siamo riusciti a fare noi»: quello che Grillo ha fatto noi non siamo riusciti a farlo perché quello che volevamo, e non siamo riusciti a fare finora, era cosa ben diversa da quella che Grillo ha fatto e fa. Realizzare nel concreto delle lotte, sul terreno del lavoro vivo, della precarizzazione, dell’ambiente e del diritto alla vita e alla salute, su quello dei commons e del comune significa – non può significare altro che – confliggere non solo, ma anche con i disegni di Grillo, creando nel concreto le condizioni perché le contraddizioni, i non detti, le ambiguità e le esplicite inclinazioni reazionarie esplodano. Impedire la saldatura della imprenditorialità ex-leghista, del ceto medio in cerca di ricollocazione politica, con il precariato, cognitivo e non, che costituisce il corpo di questo movimento, di dimensioni spropositatamente ridotte rispetto al suo elettorato – dunque desideroso di nuove inclusioni e ibridazioni.

E che il pope Gapon, una volta di più, s’impicchi!

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