Alberto Prunetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alberto-prunetti/ un blog di approfondimento culturale Wed, 09 Nov 2022 09:57:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alberto Prunetti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alberto-prunetti/ 32 32 “Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class” di Alberto Prunetti https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-e-un-pranzo-di-gala-indagine-sulla-letteratura-working-class-di-alberto-prunetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/non-e-un-pranzo-di-gala-indagine-sulla-letteratura-working-class-di-alberto-prunetti/#respond Wed, 09 Nov 2022 09:57:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51460 Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da "Non è un pranzo di gala Indagine sulla letteratura working class" di Alberto Prunetti, uscito per minimum fax.

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Pubblichiamo, ringraziando autore ed editore, un estratto da Non è un pranzo di gala. Indagine sulla letteratura working class di Alberto Prunetti, uscito per minimum fax.

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Chiudo questa appendice con tre consigli per aspiranti scrittrici e scrittori working class. Lasciano il tempo che trovano e non prendetemi per il grillo parlante. Se non vi convincono, tirateli ai maiali. Prima però vi racconto la storia di una scrittrice working class americana.

Probabilmente avrete visto Maid, la serie Netflix, ma il memoir di Stephanie Land a cui si ispira è ancora più bello. Al contrario di quel che succede nella serie Netflix, nel racconto di Land nessuna donna ricca ed etnicamente caratterizzata salva la protagonista. Stephanie si fa il culo da sola e si salva con l’aiuto di qualche persona amichevole e una borsa di studio per studenti poveri (quanto sono importanti le borse di studio!). Al massimo dai ricchi ottiene qualche piccolo regalo, qualche atto di gentilezza, ma sono i poveri quelli che più l’aiutano. Il centro di assistenza per donne vittime di violenza nella serie Netflix è un posto paradisiaco, la signora anziana e nera che lo gestisce è una figura che offre sicurezza e la musica della colonna sonora ogni volta che lei compare sullo schermo si eleva su un timbro quasi spirituale. Nel romanzo invece Stephanie parla di un posto piccolo e sudicio in cui il fatto di essere povera la espone a controlli notturni polizieschi sulle proprie urine (se sei povera devi essere per forza anche alcolista e tossica).

Leggetelo, quel libro. Stephanie Land racconta cosa significa essere una donna povera nell’America dei nostri giorni. Racconta cosa significa prendersi cura delle case dei ricchi senza riuscire ad avere una casa per sé che non sia un monolocale muffoso. Cosa significa non poter dedicare attenzioni alla propria figlia e tirarla su da sola perdendosi nei mille ricatti dei programmi di assistenza sociale e di workfare. Ne esce. Come, nel libro lo capiamo poco. La solidarietà di altre donne povere conta. L’amore per sua figlia le fa fare sforzi disumani. La scrittura l’aiuta. Oggi è una scrittrice working class nota in tutto il mondo, grazie soprattutto al successo della serie Maid. Ma quando era povera se provava a leggere un libro le persone middleclass la guardavano male, perché quelle come lei che non hanno i soldi per curare l’otite della figlia e fanno la spesa con gli aiuti sociali non si meritano di leggere libri. Figurarsi se possono scrivere e pubblicarli. Ecco come ricorda quei giorni:

Era come se certi membri della società cercassero l’occasione buona per giudicare e rimproverare i poveri per quello che, a parere loro, non si meritavano. […] Di sicuro qualcuno teneva d’occhio quel che facevo io. A volte avevo l’impressione che lo facessero anche in quella che doveva essere l’intimità della mia casa. […] Era come se starmene seduta volesse dire che non stavo facendo abbastanza, la pigra beneficiaria di sussidi pubblici che si presumeva fossi. Poltrire a leggere un libro sembrava una concessione eccessiva; come se un tale lusso fosse riservato a un’altra classe sociale. Io dovevo lavorare di continuo.

Stephanie scrive il suo libro rubando le ore al sonno, piena di ibuprofene per non sentire i dolori alla schiena causati dai turni estenuanti di pulizie di cessi. Racconta la durezza della sua vita e quanto sono stronzi i padroni delle case che pulisce. Oggi quel libro è un capolavoro working class. Chiamatelo anche in Italia col suo nome. Un fottuto bestseller di letteratura working class.

Detto questo, il primo consiglio è fare quello che ha fatto lei: leggete nonostante tutto. Leggete tantissimo. Leggete nel bus mentre andate al lavoro. Chiudetevi nel cesso simulando una diarrea e leggete. Leggete a lavoro se capite che stanno per licenziarvi. Leggete sempre, prima di scrivere. Assumerete per osmosi le strutture del racconto. E, soprattutto, leggete la letteratura working class. Nel corso degli ultimi anni ho accumulato una serie di titoli in svariate lingue, assieme ad alcuni saggi sulla letteratura di classe lavoratrice. Queste opere hanno occupato un’intera libreria, che ho chiamato l’armadio dei libri working class. Alcuni titoli li avete già incontrati nei capitoli precedenti, ma li ritroverete tutti, insieme a molti altri, nelle prossime pagine, in cui faccio l’inventario di quell’armadio, senza preoccuparmi troppo di discernere tra le lingue in cui le opere sono state scritte o dividere tra saggi critici e opere letterarie o tra monografie, riviste, antologie eccetera. Ho aggiunto alcuni titoli che pur non essendo letteratura working class mi hanno fornito degli attrezzi utili a scandagliare il fondo della mia ricerca. Quell’armadio è l’impalcatura su cui ho cstruito una buona parte del mio lavoro ed è a vostra disposizione. Prendete da lì e cominciate a leggere.

Secondo consiglio: oltre a leggere tantissimo, dovete fare qualcosa di importante. Non credete alle stronzate romantiche che i ricchi si sono inventati sugli scrittori poveri chiusi in una camera d’albergo a immaginare mondi di fantasia. Cazzate. Neanche gli scrittori fighetti di classe media stanno chiusi nella torre d’avorio a fare i vati, ormai. Per scrivere dovete tenere il naso e il culo nel mondo. E dovrete aprirvi al mondo. Facile a dirsi, lo so, per chi non se ne sta murato vivo in un ristorante. Purtroppo in certi lavori il mondo non entra. Nelle cucine ad esempio, che sono carceri coi fornelli e la lavastoviglie. Sforzatevi però di frequentare sindacati, centri sociali, associazioni di base. Andate alle manifestazioni, fate attivismo. Leggete i giornali. Sono cose che servono per stare coi piedi dentro la realtà. È lì che troverete l’ingrediente che manca alle vostre storie di fame e di rabbia. Serve il lievito della ribellione e della solidarietà a far sollevare le nostre storie.

Detto questo, facciamo due conti: lavorate dieci ore al giorno. E vi ho appena detto che per scrivere un libro dovete leggere tanto, e pure fare attivismo, e ancora a scrivere non avete cominciato. È un macello. È questa una delle ragioni per cui siamo fuori dai giochi della narrativa. Però se riuscite a rubare ore al sonno, si può fare. Tutta questa fatica, questa rabbia, questa dedizione vi torneranno indietro. Infine, non vergognatevi di scrivere. Ci hanno raccontato che scrivere è roba da iniziati (ossia da privilegiati), ma in realtà gestire una cucina in linea con trecento persone in sala è difficile tanto quanto scrivere un racconto breve. Mandate un qualsiasi scrittore laureato il sabato sera nella cucina di un ristorante e getterà la spugna dopo cinque minuti. Scrivere è più facile che spedire dieci comande in sala in tempi da cucina express. Quindi non abbattetevi e provate, provate, provate. Scrivete non per vanità, ma per fare il culo al capo. O alla professoressa snob che vi umiliava. O al fighetto con la villa che andava in settimana bianca che vi bullizzava a scuola. Ce la farete. I piedi nella realtà, il culo sulla sedia, la penna sulla carta. Dategliene secche.

Stephanie Land, mentre ancora lavorava come donna delle pulizie, se l’era tatuato sulle dita della mano destra: «s-o-w-r-i-t-e», «E allora scrivi», lettera per lettera, una per ogni dito. Therry White, scrittrice working class britannica, lo dice così: «I’ve read and heard a lot of writing advice over the years, and the only advice that actually makes any real sense/works is just write the fucking thing». Tradotto: scrivi quel cazzo di libro, maremmacane! E ha ragione lei: è l’unico consiglio che conta.

 

 

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Le cose sognate e ora viste. Alberto Prunetti, l’Inghilterra e il lavoro in 108 metri https://minimaetmoralia.it/societa/le-cose-sognate-ora-viste-alberto-prunetti-linghilterra-lavoro-108-metri/ https://minimaetmoralia.it/societa/le-cose-sognate-ora-viste-alberto-prunetti-linghilterra-lavoro-108-metri/#comments Mon, 07 May 2018 06:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37133 Per alcuni gli anni Ottanta iniziano nel 1978, quando Aldo Moro viene rapito e ucciso dagli “uomini delle Brigate Rosse”, per altri nel 1982, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’ex partigiano, che esulta ai mondiali di calcio in Spagna. Io condivido la tesi di chi sostiene che gli anni Ottanta inizino, ed è strano per un decennio inteso in senso storiografico, proprio allo scoccare dello zero, nell’ottobre del 1980. Con la marcia dei 40.000.

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1prunetti (1)

Do you curse where you come from?
Hazey Jane I, Nick Drake, 1971

Vali molto di più
di un aumento economico
meriti molto di più di un posto garantito
che non avrai che non avrai
grande è la confusione
sopra e sotto il cielo
osare l’impossibile osare
osare perdere
grande è l’impossibile
osare la confusione
il cielo sopra e sotto
ci si può solo perdere
Manifesto, CCCP, 1987

Quando al mio paese non c’era neanche
la chiesa, c’era già l’altoforno.
108 metri, Alberto Prunetti, 2018

Per alcuni gli anni Ottanta iniziano nel 1978, quando Aldo Moro viene rapito e ucciso dagli “uomini delle Brigate Rosse”, per altri nel 1982, con il presidente della Repubblica Sandro Pertini, l’ex partigiano, che esulta ai mondiali di calcio in Spagna. Io condivido la tesi di chi sostiene che gli anni Ottanta inizino, ed è strano per un decennio inteso in senso storiografico, proprio allo scoccare dello zero, nell’ottobre del 1980. Con la marcia dei 40.000.

L’estate è stata attraversata da una dura battaglia sindacale, che ricorda a molti quella del 1969, preludio all’autunno caldo. Poi il 2 agosto a Bologna, in stazione, scoppia una bomba. Muoiono 85 persone. Norberto Bobbio si domanda: non chiediamoci da dove viene ma cosa lascia davanti a noi?

Fra le cose che lascia ci sono la stanchezza, la paura, il desiderio di un ritorno all’ordine che ben è incarnato dalla marcia dei colletti bianchi di Torino, compatti contro gli scioperi degli operai ma anche, dicono , contro il clima di paura che si respira nel paese. Ucciso l’operaio Guido Rossa, ucciso il giornalista Walter Tobagi, non si può certo dire che i “compagni” che hanno imbracciato le armi contribuiscano a una causa sindacale già fortemente lacerata dal suo interno. Finisce la centralità operaia, ora e per sempre.

Poi Bologna, il suggello nero, Bologna lo stigma, a chiudere un decennio, a dire: vedete, non si può fare, se il paese continua a pretendere giustizia sociale e riforme questo è l’unico esito possibile. Bologna è quello che vede l’angelo della storia, macerie alle sue spalle, mentre indica un futuro di terrore, a meno che…

Marciano i 40.000 a Torino mentre una generazione alle soglie dell’adolescenza sta a guardare, si affaccia alla politica in modo autonomo quando già sembra troppo tardi, antagonista il ministro della Pubblica Istruzione Franca Falcucci non più quello dell’Interno Francesco Cossiga. Piumini, una colonna sonora che oscilla fra il punk e il pop. Operai in cassa integrazione, un referendum sulla scala mobile che è fra i primi ricordi incomprensibili della Rai Tv. Sono gli anni Ottanta che son fatti di una materia diversa dagli anni che li hanno preceduti, ma noi ancora non sappiamo quale questa sia e stiamo a guardare e speriamo un po’ che ci assomiglieranno, o che almeno nel racconto, almeno nel ricordo, ci lasceranno giocare una parte, non per forza da protagonisti.

In questa intersezione temporale che separa i Settanta dagli Ottanta Alberto Prunetti, come me, cresce nella provincia di Grosseto, ma non ci incontriamo mai. Anche perché lui sta nella nobile Follonica, nobile per chi fa politica. Dai collettivi studenteschi di Grosseto, città senza fabbrica, solo terziario, agricoltura e commercio, si guardano i compagni di Follonica come i torinesi guardavano gli olivettiani di Ivrea negli anni Sessanta. Con ammirazione e rispetto.

«Ohhhh, fate silenzio, parla il figlio di un operaio dell’Italsider».

L’élite operaia abita lì, da lì ci dà la linea.

Ma non sono tempi di linea se non quella dei CCCP da un lato, di yocca dall’altro che ci costringe a diete ridicole ascoltando Annarella, sognando Londra, la Londra dei Pet Shop Boys e degli Style Council. La Londra dei Clash. Gli ultimi juke box sul corso per ascoltarli, i nastrini (o musicassette) a casa, il circolo ARCI per ballare la sera, sempre con i compagni, quelli della FGCI che sta già sgretolandosi nei movimenti, quello ambientalista innanzitutto perché le fabbriche inquinano (Acna, Chernobyl) e in Maremma si muore per l’arsenico dell’ENI, per l’amianto dell’Italsider, la fabbrica che l’élite operaia l’ha fatta campare per poi ammazzarla, giorno dopo giorno con l’eternit: una fibra, basta una fibra respirata e dopo 30 anni non c’è più niente da fare.

E non è più: «zitti parla il figlio di un operaio dell’Italsider», ma: «zitti, parla il figlio di un operaio dell’Italsider malato».

Un operaio, come Renato Prunetti.

Ma quando inizia questa storia Alberto ha solo l’orgoglio non la paura, come scrive nel suo primo bellissimo libro, Amianto: «Quando da piccolo la maestra mi chiedeva quale era il lavoro di mio padre, io imparai presto a dire “tubista”, anche se non capivo cosa volesse dire. Era qualcosa per cui tornava a casa solo un fine settimana ogni due con la tuta verde e i vestiti sporchi. Poi imparai un altro termine: “metalmeccanico”. Questo lo capivo meglio, perché sembrava simile a meccanico, ma un po’ più corazzato. Era un lavoro speciale, o così sembrava a me, perché si faceva lontano. Non mi sentivo affatto sminuito dall’essere un figlio di un operaio, perché a scuola, alle elementari e poi anche alle medie, eravamo tutti figli di operai».

Ecco a Follonica sono tutti figli di operai. O così sembra al bambino Alberto. 108 metri. The new working class hero (Laterza, 2018) è l’illusione che manca: la consapevolezza che non si è (non si era) tutti figli della stessa classe sociale. E qualcuno, a un certo punto, ce lo ha fatto notare.

Tutti figli di operai.  Perché finché il meccanismo dell’esclusione sociale si consuma a scuola è chiaro anche a un bambino, opera su criteri visibili e quindi contrastabili: «c’erano tre sezioni a scuola, in una andavano i figli dei professionisti, nell’altra quelli degli operai e nella terza i figli dei contadini e i bocciati della classe degli operai)» (Amianto). Ma tutto può essere superato grazie allo studio perché fin dentro la scuola dell’obbligo la spinta democratica degli anni Settanta porta il piccolo figlio di un tubista a diplomarsi al Liceo: «Intendiamoci: non ero certo toccato dalla magia o dalla genialità. La faccenda era semplice. È che dalle mie parti un collettivo di gesuiti, vicini ai cattolici del dissenso, negli anni Settanta aveva creato prima un doposcuola per i figli degli operai, poi un istituto medio sperimentale. Uno di quei gesuiti nel 1968 aveva addirittura occupato la basilica di San Pietro ed era stato sgomberato dai lanzichenecchi. Anche se negli anni Ottanta gran parte dei gesuiti se n’erano già andati, in città rimanevano gli educatori formati col metodo della pedagogia degli oppressi. E così nel pomeriggio ci mandavano nei quartieri a fare inchieste operaie e a stampare e ciclostilare i nostri giornalini. Ci avevano insegnato a fare fin da piccoli sociologia della classe dei lavoratori, a esigere curiosità e chiarezza dai nostri insegnanti. Loro dicevano che serviva a diventare protagonisti della storia, che alla domanda cosa vuoi fare da grande la risposta giusta non era l’ingegnere o l’architetto ma da grande voglio cambiare il mondo» (108 metri).

Solo che una volta diventato grande il mondo è diventato diverso, sembra fatto di gomma, non ci sta più a farsi cambiare. Soprattutto se a volerlo cambiare è il figlio di un operaio.

Scrive Alberto: «dal liceo esco in un giorno di luglio, maturo come una pera cotta. Dopo quella lunga estate le cose si fanno più distanti, più isolate, più grandi. Anche se mi sposto di soli settanta chilometri, perché l’università la faccio a Siena quando ormai siamo già dentro gli anni Novanta. Cambia tutto, anche attorno a me. Gli operai come il mi’ babbo son stati sconfitti dieci anni prima. Gli spazzini diventano operatori ecologici, gli infermieri operatori sanitari. Scompare il padrone e spuntano gli imprenditori. Intanto l’università ribolle ma non contagia la società. La Pantera è già passata. (..) E io mi infilo dentro i miei libri e sogno di fuggire da questa Terra dove gli umani usano il decanter e la carta igienica triplo velo».

Sono i nodi che vengono al pettine, se non c’è integrazione (cit. Bianciardi) almeno che via sia la fuga (cit. Salvatores).

Così Alberto va a Londra. Così inizia 108 metri. È lui, Alberto, il nuovo eroe della classe lavoratrice che pensa di essere tanto ganzo e distante dalla sua classe d’origine, mentre invece che è un fottuto figlio di operai si vede, anzi si sente, da un miglio (and you think you’re so clever and classless and free / But you’re still fucking peasants as far as I can see). E poi altro che cervelli in fuga, dall’Italia scappano braccia e gambe, verso l’Inghilterra dove la promessa di un  welfare per tutti rende pensabile anche pulire i cessi.

Ma nel frattempo l’acciaio, che insegue Prunetti da quando è nato (l’acciaio di Piombino, l’acciaio della fonderia diventata biblioteca, l’acciaio delle rotaie del treno che lo portano via) è diventato l’acciaio di Margaret Thatcher, the Iron lady, che è ferro, ma insomma cambia poco.

Le cose sognate e ora viste. È vero, Alberto Londra la sogna fin dalle scuole superiori, la paura di rimanere «prigioniero di quel pezzo di Maremma che sta tra due fabbriche e un lembo di mare. I figlioli della classe media a fine estate partivano per girarsi l’Europa, andavano a Capo Nord, tornavano raccontando meraviglie di Londra e Amsterdam, di erba e dischi e ragazze bionde e inarrivabili. Io al massimo arrivavo “Da Nedo”, la birreria in fondo alla strada, con un’amica metallara figlia di un ferroviere e l’inglese lo biascicavo come ai tempi della prima media. Non ero mai andato oltre le colonne d’Ercole della zona industriale di Livorno, con l’eccezione di qualche trasferta infantile al seguito di Renato, rigorosamente ammirando le amene periferie industriali e gli incliti poli chimici dello Stivale. E pensare che a 12 anni i miei mi avevano fatto, incomprensibilmente, l’abbonamento al Touring Club. M’arrivò una rivista con la foto del Lago di Garda e c’era anche una tessera gialla per avere uno sconto nei campeggi».

Alberto parte, lascia la Maremma, e come canta Francesco Guccini sbatte contro le cose sognate e ora viste. Per niente uguali al sogno. Quello che trova è il cuore di questo libro e non voglio raccontarlo, ma leggetelo perché ne vale la pena anche perché 108 metri non è solo molto bello ma anche molto divertente, fin dalla descrizione della partenza all’aeroporto di Pisa, accompagnato dal babbo e dalla mamma. «Banco del check in. Tipi eleganti e formali in giacca e cravatta e gli occhi dei miei vecchi piantati sulle spalle. L’orrendo borsone in plastica blu della Tupperware, privo di rotelle, sale a fatica sulla bilancia. Strano. Renato, il mi’ babbo, aveva insistito per portarlo lui e non mi sembrava che fosse così pesante: l’ultima volta che l’avevo sollevato, i manici non mi segavano le mani. Tutto il personale della compagnia aerea mi guardava strabiliato: ero tre volte sopra il limite e non sapevo cosa fare. Mi spiegarono che dovevo togliere qualcosa… anzi, quasi tutto. Aprii il borsone e a quel punto si mise Renato di mezzo: era stato lui a infilare in borsa a tradimento un pappagallo da idraulico e un serratubi da tre chili. E non solo. C’era una raspa da maniscalco che per lui valeva un tesoro e la mi’ mamma aveva messo anche un ferro da stiro per le camicie».

Ma nella borsa Alberto porta con sé, più pesante del pappagallo idraulico, della chiave inglese, del ferro da stiro, il suo passato, la voglia di cambiare il mondo, l’incontro da ragazzino con Ernesto Balducci che mangia e si sbrodola il vestito e Alberto si domanda ma come può un prete che si dice comunista essere così avido di cibo. «Poi un giorno leggo la sua biografia e scopro che per anni lui, che era figlio di minatori, ai tempi della guerra aveva fatto un solo pasto al giorno. La mamma lo mandava nei boschi a rubare le castagne, poi gliele bolliva e gliele metteva in tasca. E con quelle castagne bollite doveva reggerci lo stomaco tutti i giorni fino a sera, quando poi il babbo tornava dalla miniera: al buio lui vedeva la luce delle lampade all’acetilene dei minatori e a quel punto avvisava la mamma e lei buttava la pasta a cuocere nel brodo per la cena. E allora sì, chiaro come il sole, quel bimbo, da adulto, aveva fame, aveva fame da morire, aveva fame di vivere, di studiare, di leggere, di trasformare il mondo». Vivere, studiare, leggere, trasformare il mondo. Per farlo allora tocca tornare a casa. Anche se pure lì, ora, sembra tutto inutile perché non c’è più lavoro,  non c’è più decoro. Come se Dio o chi per lui, stesse cercando di dividerci. Di farci del male. Di farci annegare.

Non c’è più lavoro. Non c’è più decoro. Annega Piombino con le sue acciaierie, annega un mondo del lavoro pensato come fucina di diritti e non di sfruttamento, di solidarietà e non di competizione sfrenata. Annega nel mar Tirreno l’idea di una riconversione economica che rispetti gli uomini e l’ambiente. Che non faccia più morire. Che non chieda di buttare sangue in cambio di uno stipendio. Annega Renato, inghiottito dalla malattia. Ad Alberto il compito dunque di ripescare questa storia. Una storia vista da dentro e da fuori. Un’ego-histoire? Un’ autofiction? Spiega Alberto in una discussione che si è aperta sul genere dell’ibrido narrativo: «Anche il Renato di 108 metri, come avevo già spiegato in passato a proposito di Amianto, non si sovrappone completamente al Renato storico-biografico e a volte è diverso. «Ad esempio, qualcuno mi ha fatto notare che non era così collerico come io l’ho dipinto. E per capirci a me non interessava raccontare il vero Renato. Né interessava fare lo storytelling dei cazzi miei o della mia famiglia (per questo ci sono poco nei libri mia mamma e mia sorella, con cui mi vedo spesso e con cui ho una relazione personale che tengo al riparo dalla curiosità dei lettori). Renato, con cui purtroppo non posso avere alcuna relazione, è ormai un correlativo oggettivo, l’eroe working class che serve a raccontare il declino della civiltà industriale e del proletariato di fabbrica. Pertanto ho usato il calco di mio padre per costruire una figura che non è fittizia, è vera, ma la sua verità non sta nella riproduzione del Renato storico ma nella condensazione (composite) di diversi “babbi operai” che ho conosciuto, genitori dei miei coetanei, in un unico personaggio. Un character».

Così allora forse non è il bellissimo La strada di Wigan Pier di George Orwell, molto citato in tante recensioni a 108 metri, l’antecedente di Prunetti, perché Orwell fa inchiesta come sempre hanno fatto inchiesta i borghesi che vogliono cambiare il mondo. Prunetti non è un borghese, non guarda, non è spettatore e il mondo che vuole cambiare è il suo, strada facendo, e la sua storia la racconta da sé. Per sé e per chi ha costruito quei binari perfetti, lunghi 108 metri, forgiati a Piombino che l’hanno aiutato ad andarsene da Follonica ma anche a tornare e iniziare a scrivere.

«Ma io vi dico anche: ricordatevi che mentre andate via, tu-tum, tu-tum, tu-tum, ogni 108 metri della vostra fuga siete sopra un binario costruito dagli operai delle acciaierie di Piombino, i migliori fonditori di rotaie al mondo, e se ora voi scappate su questi treni superveloci del cavolo è perché i vostri babbi hanno buttato il minerale e il coke nell’altoforno con la giusta dose di ossigeno e gas tecnici e hanno sagomato l’acciaio e l’hanno molato a regola d’arte, e speriamo che questi binari che oggi vi portano via un giorno vi riportino a casa e che ci troviate ancora vivi per riabbracciarvi».

(post scriptum a mo’ di una canzone degli Style Council)

Homebreakers (o di quelli che se ne vanno per cercare un lavoro nell’era della Thatcher)

Good morning day, how do you do
I wonder – what will you do for me?
I should be on my way, I should be earning pay,
I should be all the things that I’m not –
And I’ve tried on my own, now there’s nothing to keep me at home,
Like my Brother has too – gotta leave to get out of this view,
You see they tell you to move around –
If you can’t find work in your own town.

As I rise from my bed I can hear the old man
Blaming Heaven and Mother for this
30 Years with one firm, 13 months redundant,
Yes I’d say that’s unlucky for some –

Now our tears fall like rain, as my Mother walks me to my train,
With a kiss and a wave – “Come home weekends” – that’s if I can save.
I swear I’ll take it out on the man –
Whoever devised this economy plan.

All the love in the world – can’t put –
Dinner on the table –
All the hate that I feel no love could put right

Good morning day, how do you do
I wonder – what will you do for me?
I should be on my way, I should be earning pay,
I should be all the things that I’m not –

And I’ve tried on my own, now there’s nothing to keep me at home,
All the love and the strength has been taken by this Government,
You see they, tell you to move around –
If you can’t find work in your own town.

Father’s in the kitchen, counting out coins,
Mother’s in the bedroom, looking through pictures of her boys,
Oneis in London, looking for a job,
The other’s in Whitehall – Looking for those responsible!

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Il fuoco a mare. Castellammare, la città-cantiere, il punto di vista del lavoro https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/ https://minimaetmoralia.it/libri/fuoco-a-mare-castellammare/#comments Fri, 02 Sep 2016 06:30:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31879 Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

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cantiere castellamare

Questo pezzo è uscito sul numero 85 di Meridiana. Rivista di storia e scienze sociali (editrice Viella), che ringraziamo.

di Michele Colucci

Lavorare, non lavorare, studiare e lavorare, lavorare sottopagati, formarsi, riqualificarsi, lavorare troppo, lavorare troppo poco, guadagnare troppo, guadagnare troppo poco, essere disoccupati, essere in cassa integrazione, subire un licenziamento: attorno alle molteplici realtà del lavoro e della sua collocazione si addensano e si stratificano opzioni, significati, valori che attanagliano ogni giorno la maggior parte delle persone in età adulta.

A partire da questa molteplicità sono state costruite nel corso del tempo narrazioni, mitologie, racconti che hanno riempito il lavoro e i lavoratori di aspettative e di proiezioni. Pian piano però, proprio quando il mondo del lavoro materialmente si frantumava, queste narrazioni hanno lasciato il campo alla rimozione. Il lavoro ha subìto un processo di rapida e inesorabile dismissione, in tutto e per tutto simile alla dismissione di tanti luoghi dove esso era cresciuto e dove si era radicato. E si è arrivati al paradosso: è diventato difficilissimo difenderne anche la semplice dignità, proprio quando era necessario metterlo al centro del dibattito pubblico.

C’è stata anche una fase, molto recente – prima della grande crisi che ha perlomeno costretto qualcuno a rivedere certe profezie – in cui si parlava insistentemente di fine del lavoro e in cui chi aveva la sfrontatezza di parlare di lavoratori e lavoratrici veniva scambiato per pericoloso provocatore, in tutti gli ambienti politici e culturali progressisti, anche quelli di sinistra ed estrema sinistra.

Partiamo da qui, dal modo con cui l’autore ha scelto di collocare la dimensione del lavoro, per parlare del libro di Andrea Bottalico Il fuoco a mare. Ascesa e declino di una città-cantiere del Sud Italia (edizioni Napolimonitor, Napoli 2015). Il punto di vista che Bottalico ha scelto di privilegiare è infatti proprio il punto di vista del lavoro. Cosa significa declinare in questo modo un racconto su una città-fabbrica? Significa scegliere di far parlare innanzitutto il lavoro, nelle mille accezioni differenti che questo può significare: il suo rumore, il suo odore, il suo impatto sui corpi e sulle menti delle persone, la ricaduta sui luoghi, la sua dimensione produttiva e organizzativa, le forme della sua riproduzione nel corso del tempo, il rapporto con la natura, a partire dal mare, il modo con cui è stato assemblato e modulato, i conflitti che ha determinato, le coscienze che ha contribuito a trasformare, i lutti che ha provocato, le ricchezze che ha creato, i vuoti e i pieni che ha lasciato.

Il punto di vista del lavoro nel volume di Bottalico non è soltanto il punto di vista dei lavoratori ma è qualcosa di più ampio: è un modo di guardare allo sviluppo di un territorio e delle persone che lo hanno abitato partendo da quell’azione di intervento sulla materia e da tutto ciò che ne consegue che negli ultimi secoli abbiamo definito lavoro.

La città di Castellammare di Stabia è una terra di confine. È situata a Sud di Napoli e oggi fa parte a livello amministrativo della città metropolitana di Napoli. È allo stesso tempo situata in prossimità della penisola sorrentina, rispetto alla quale si colloca a Nord. Ha una lunghissima storia, che ha avuto una prima cesura drammatica nell’eruzione del Vesuvio del 79 d.C. A partire dalla seconda metà del Settecento divenne uno dei centri più importanti del Regno di Napoli, conservando un ruolo economico strategico durante il Regno delle due Sicilie e ancora per molto tempo anche nello Stato italiano, fino almeno agli settanta del Novecento.

Nel 1783 i Borboni ne fecero la sede dei cantieri navali e da quel momento la città ha legato la sua identità e il suo destino alla cantieristica navale e più in generale all’industria, presente nella zona anche con altri stabilimenti, come ad esempio la Cirio.

Lo spazio della storia e la dimensione del tempo hanno un ruolo decisivo nella narrazione proposta da Bottalico. Ogni riferimento a una congiuntura economica, a una scelta industriale, allo sviluppo del cantiere e al suo impatto sulla città è accompagnato da un’analisi attenta delle rispettive radici storiche. D’altronde il libro è costruito attorno a una serie di incontri tra l’autore e gli operai che hanno lavorato nei cantieri navali e sono proprio gli operai a riportare puntualmente al centro del discorso il tema della storia dell’insediamento industriale e della memoria del lavoro loro e di chi li ha preceduti.

Gli operai, pur se appartenenti a generazioni diverse e con formazioni spesso anche lontane tra loro, sembrano condividere un approccio comune alla vita della fabbrica, un approccio che individua la fabbrica come un «continuum» storico che di generazione in generazione e di nave in nave conduce il lettore sempre a ritroso, a volte addirittura fino alla fine del Settecento.

Il libro nasce dalla crisi e dalla mobilitazione del 2011, quando di fronte all’ennesima, fatale, ristrutturazione, gli operai della città diedero vita a un ciclo molto duro di proteste. L’autore si recò più volte sul posto per documentare la protesta e le ragioni della mobilitazione ma l’impatto con la città-cantiere ha generato un tale fiume di incontri, di racconti,di domande che ha catturato la sua curiosità ed è nato un libro. Si tratta di un volume corposo, documentato e ben scritto, in cui capitolo dopo capitolo non viene tralasciato alcun dettaglio rispetto alle caratteristiche sociali, economiche e politiche della vita delle persone e dei luoghi legati al grande cantiere navale.

In tutti i capitoli del libro l’autore è accompagnato da un ex operaio, Totore, che lo porta a conoscere le persone, i quartieri, i paesi, le strade, la campagne, le spiagge, le montagne in qualche modo riconducibili alla storia del cantiere e di Castellammare. In ogni capitolo però, grazie ai dialoghi con singoli testimoni, viene approfondito partendo dalle loro storie un particolare aspetto del lavoro nel cantiere: saldatori, sabbiatori, carpentieri, motoristi congegnatori, elettricisti, calafati, tracciatori, falegnami, meccanici, molatori, gruisti e altri ancora.

Il libro, oltre a un prologo e a un epilogo, è suddiviso in due grandi parti: «dentro al Cantiere» e «fuori al Cantiere». Nella prima parte vengono ricostruite in modo volutamente disorganico sia alcune tappe storiche della vita della fabbrica sia alcuni mestieri e alcune fasi del processo produttivo indispensabili per capire di cosa si parla quando si parla di cantieri navali.

Nella seconda parte la narrazione è estesa al territorio, alla sua vita politica e sociale, alle lotte operaie, ai rapporti tra Castellammare e altre città, a partire da Trieste, la città che ha per lungo tempo dettato i tempi e le modalità del lavoro a Castellammare, perché dal 1966 il cantiere campano venne integrato nell’Italcantieri dell’Iri, con sede principale proprio a Trieste. Il rapporto con la committenza pubblica rappresenta un tema ricorrente, sia quando serve a spiegare le modalità e i processi decisionali con cui si procede alla costruzione di una nave sia quando diventa la chiave di lettura per descrivere le congiunture – positive o negative – che caratterizzano la produzione, con gli inevitabili riflessi economici e sociali sulla popolazione.

Il volume di Bottalico rappresenta per ora un unicum nella letteratura recente sull’industria italiana. Il libro riesce infatti a essere estremamente puntuale dal punto di vista della sociologia del lavoro, descrivendo minuziosamente i ritmi, l’organizzazione e la scansione del ciclo produttivo, non rinunciando a fornire una serie di informazioni utili anche in una prospettiva di storia economica e storia d’impresa. «La nave è un sistema complesso» scrive e tale complessità viene descritta punto per punto partendo proprio dalla costruzione e dall’assemblaggio.

Allo stesso tempo però la narrazione è costruita attorno alle storie e alle testimonianze degli operai. Le loro parole sono restituite in forma di racconto, non in forma di intervista. Bottalico ha indubbiamente corso un rischio: quello di scrivere una docufiction controllata da un io narrante pervasivo e accentratore. È riuscito a gestire questo rischio e a scrivere un’altra cosa perché a furia di proseguire nella sua immersione sul territorio a un certo punto evidentemente si è perso.

La sua centralità di narratore potenzialmente invadente si è frantumata. È stato catturato dalle persone e dagli eventi. Ha saputo però ritrovare subito la strada, perché le radici che lo hanno portato a intraprendere questo progetto sono radici solide e ben piantate: il rispetto per la fatica altrui, la voglia di credere in una prospettiva di riscatto e di emancipazione, la passione per la ricerca rigorosa e mai appiattita su risposte facili e ragionamenti oziosi, il richiamo esercitato da una terra e da un mare estremamente affascinanti.

Una delle caratteristiche che più ha colpito l’autore del volume è l’irriducibilità dei lavoratori del cantiere navale alla completa automazione e atomizzazione dell’attività operaia. Sono proprio le figure professionali richieste dalla cantieristica navale e il modo con cui si trovano a svolgere le rispettive funzioni nella macchina della produzione a determinare una situazione per certi versi sorprendente. Il singolo operaio mantiene infatti un certo margine di autonomia nell’applicazione delle direttive della produzione e questo margine permette di mantenere un po’ di controllo sui tempi di lavoro e sulla realizzazione delle opere.

Il lavoro finito e il varo della nave – descritto magistralmente in una delle pagine più emozionanti – restituiscono un senso di soddisfazione a chi ha messo mano alla costruzione: è un tema che ha affascinato notevolmente l’autore, che consapevolmente lo mette a fianco al dolore, alla fatica, alla sofferenza che ha avuto modo di conoscere. Anche per questo, di generazione in generazione si è trasmesso con così tanta tenacia un senso di orgoglio e di appartenenza che trasuda praticamente in ogni pagina. E la stessa passione politica che ha generato migliaia di quadri sindacali combattivi e determinati, così centrale nel volume, presenta legami e influenze con l’orgoglio dell’identità operaia.

Sono tanti e ben descritti i profili di militanti che Bottalico ha conosciuto direttamente e indirettamente: l’appartenenza politica ha rappresentato un elemento di tenuta e di riconoscimento reciproco fortissimo nella storia del cantiere.

Altri due libri vengono alla mente leggendo Il fuoco a mare. Il primo è Amianto. Una storia operaia (Agenzia X, 2012), scritto da Alberto Prunetti. Amianto narra attraverso il racconto di Alberto le vicende reali accadute al padre Renato. Operaio tubista specializzato, ha viaggiato in lungo e in largo per l’Italia mantenendo sempre un rapporto strettissimo con la Toscana costiera e il territorio circostante. Il contatto costante con l’amianto ha portato Renato Prunetti ad ammalarsi e a morire.

Il libro è però anche un libro in cui non mancano toni scanzonati, episodi comici, spaccati di una comunità operaia vivace e attiva, toni che d’altronde non mancano neanche ne Il fuoco a mare, costellato di piccoli e grandi eventi che strappano al lettore anche parecchie risate. Come nel libro di Bottalico, in Amianto si percepisce poi la medesima capacità di restituire quell’identità tra persone, lavoro e territorio che oggi sembra annidata in un tempo lontanissimo ma che è in realtà molto più vicina a noi di quanto potrebbe sembrare.

Probabilmente non è un caso se queste due narrazioni (Il fuoco a mare e Amianto) così profonde e calate sul territorio vengano da due realtà operaie apparentemente marginali rispetto ai grandi centri della siderurgia e della produzione cantieristica, quali ad esempio Taranto e Genova. Questi grandi centri sono stati recentemente al centro anche di grandi crisi e di un racconto che però ha seguito per lo più le strade della narrazione mediatica, nonostante siano presenti sul territorio realtà operaie anche molto combattive. Le malattie legate all’amianto sono tra l’altro molto presenti, come altre numerose malattie professionali, anche nel volume di Bottalico, dove sono descritti anche numerosi incidenti mortali, avvenuti dentro il cantiere.

L’altro libro che voglio ricordare è invece Minatori della Maremma, scritto da Carlo Cassola e da Luciano Bianciardi nel 1956 (Laterza). Il volume è il frutto di un lungo lavoro di documentazione effettuato tra il 1952 e il 1954 dagli autori nelle campagne e nella frazioni del grossetano, con l’obiettivo di raccontare le condizioni di vita e di lavoro dei minatori. Il 4 maggio 1954 la miniera di Ribolla, al centro della ricerca di Cassola e Bianciardi, esplose e morirono 43 operai. Il volume di Bottalico ha molti punti in comune con Minatori sul piano dello stile e della metodologia.

Cassola e Bianciardi costruirono infatti la prima parte del libro attorno a statistiche, a indagini sociologiche, a ricostruzioni storiche relative alla nascita, all’insediamento e allo sviluppo delle attività minerarie, per poi soffermarsi sulle condizioni di lavoro, sulle malattie, sulle condizioni di vita dei minatori, includendo nella parte finale 17 interviste. La tensione tra l’attività scientifica e la narrazione letteraria produce un equilibrio che restituisce in modo impareggiabile il contesto descritto. Qualcosa di simile avviene, sessant’anni dopo, ne Il fuoco a mare. Come sembra simile anche la consapevolezza di raccontare un mondo in procinto di finire, ma ancora capace di stupire: il mondo minerario nella Maremma del dopoguerra, il mondo della città-cantiere nella Campania di oggi.

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Divagazioni sul lutto a partire da alcune righe di Judith Butler https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-aspetta-una-buona-vita-judith-butler/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-aspetta-una-buona-vita-judith-butler/#comments Tue, 05 Nov 2013 14:45:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16209 (Immagine: Käthe Kollvitz)

di Alberto Prunetti

Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo, pp. 80, euro 7 (traduzione e cura di Nicola Perugini)

A chi spetta una buona vita? Judith Butler si pone domande estremamente profonde a partire da banalità che paiono di senso comune. Quali vite sono degne d’essere vissute? E, al rovescio, quali morti meritano d’essere piante e compiante, quali morti sono degne di lutto? E ancora: “è possibile vivere una vita buona in una vita cattiva”? Butler commenta alcune righe di una pagina di Adorno, nell’occasione del ricevimento di un premio in omaggio al filosofo tedesco. Sono domande banali perché forse ce le poniamo in tanti: non capita spesso di alzarsi la mattina chiedendosi se questa giornata o questa vita è degna d’essere vissuta?

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(Immagine: Käthe Kollvitz)

di Alberto Prunetti

Judith Butler, A chi spetta una buona vita?, Roma, Nottetempo, pp. 80, euro 7 (traduzione e cura di Nicola Perugini)

A chi spetta una buona vita? Judith Butler si pone domande estremamente profonde a partire da banalità che paiono di senso comune. Quali vite sono degne d’essere vissute? E, al rovescio, quali morti meritano d’essere piante e compiante, quali morti sono degne di lutto? E ancora: “è possibile vivere una vita buona in una vita cattiva”? Butler commenta alcune righe di una pagina di Adorno, nell’occasione del ricevimento di un premio in omaggio al filosofo tedesco. Sono domande banali perché forse ce le poniamo in tanti: non capita spesso di alzarsi la mattina chiedendosi se questa giornata o questa vita è degna d’essere vissuta?

Gli esempi che Butler sollecita sono quelli di chi vive in una situazione di guerra o di occupazione, di chi sta in prigione in attesa di un processo, dei migranti, dei clandestini e dei precari delle società postindustriali occidentali, vittime di un sistema economico che consolida ed estende le disuguaglianze. “È possibile avere una vita buona in una vita cattiva?”. A me viene da pensare agli operai e ai cittadini di Taranto. Forse lo fa anche Butler, che parla di “chi vive come parte di una forza lavoro dispensabile o consumabile, per la quale la prospettiva di un sostentamento stabile sembra sempre più remota” (p. 29). Penso ai bambini nati nel quartiere Tamburi, che vanno a scuola respirando gli ossidi di ferro e le diossine e tutte le polveri sottili delle acciaierie e del polo chimico. E penso anche a quei tre o quattro vivi che muoiono lavorando, nell’agricoltura, nell’edilizia, nella logistica, ogni giorno in Italia. Vite di scarto, viene da pensare. Vite derelitte. Sopravvivenza che non arriva a godere una vera vita. Come i migranti e i profughi che attraversano il Sahara e poi il Mediterraneo, come i precari del Quinto stato che sanno che la richiesta di un permesso di malattia implica il licenziamento e devono scegliere se lavorare o curarsi. Vite “già morte” anche prima della morte. O vite – viene da aggiungere, anticipando le conclusioni di Butler – che hanno una sorta di dovere morale a resistere alla cattiva vita che viene loro “somministrata”?

Alcune righe di Butler mi hanno colpito. Ho vissuto un lutto che non ho pianto e che ho saputo elaborare solo nella scrittura. Una lettrice mi ha sconvolto dicendo che nel corso della lettura del mio libro ha lei stessa elaborato un lutto, indotto dalla scrittura. In seguito altri lettori mi hanno detto di aver pianto leggendo quelle righe. Hanno pianto il mio lutto? Era quella morte allora degna d’essere vissuta e compianta e solo io non la credevo tale, perché le nostre vite operaie non parevano degne d’un lutto, perché sembrava scomparsa quella comunità di compagni, di astanti, di suggeritori patemici (tutti quelli che si stracciano i capelli e le vesti e inducono al pianto nell’iconografia della Deposizione o nel Compianto del Cristo morto e il caso vuole che quel morto si dicesse proprio un “povero cristo”)?

“Questo genere di persone capisce che la perdita della sua vita non verrà accompagnata da un lutto e vive attivamente nel presente l’ipotesi ‘forse la mia scomparsa non sarà pianta’” (p. 20) No che non siano poi piante davvero queste morti, ma se accade – e talvolta spesso non accade – è solo nella dimensione del privato , in zone di penombra della vita pubblica in cui le vite indegne di lutto sono piante da altre persone non degne di lutto. Perché coloro che vivono vite cattive si piangono reciprocamente.

Il problema è che spesso si vive come animali destinati al macello, sapendo che si deve morire o si sta già morendo, perché le nocività del lavoro, del Capitale, di una vita indegna, delle umiliazioni schiavistiche o della guerra stanno già demolendo le nostre esistenze. E si perde anche la speranza del lutto .Come chi muore in mezzo al Mediterraneo e nessuno saprà mai se è scomparso perché è clandestino in Francia, rinchiuso in un lager per immigrati in Italia o sotto una bara di alghe nel mare davanti a Lampedusa. Non c’è neanche il suo cadavere, non ci sono le spoglie. Cosa piangere? Come quei desaparecidos che scomparivano in Argentina, o in Cile, o in Guatemala. Non ci sono i loro corpi. Come piangerli, se non attraverso un lutto elaborato in forma collettiva, socializzata e ribelle? Un lutto che diventa una forma di resistenza.

Ma questo è il punto di svolta. Chi vive vite cattive e si piange in solitudine reciproca, può organizzarsi per resistere. Perché resistere è possibile e doveroso. Anzi, in certi contesti è l’unico modo per sentirsi ancora vivi o degni di una morte che merita un lutto pubblico. “Chi vive vite indegne di lutto si organizza talvolta in forme di insorgenza pubblica in cui piangere i propri lutti, ragion per cui in tanti paesi risulta difficile distinguere un funerale da una dimostrazione”. (p. 21).

Per questo non sono mai riuscito ad andare al cimitero. Perché non era quello il mio modo per piangere, in solitudine e tra i morti. Al cimitero c’andavamo da vivi, correndo tra le tombe come contadini nella vigna, indaffarati a mettere a piombo e correggere qualche difetto costruttivo, per contemplare nella pietra le memorie dei resistenti. Volevo piangerlo quel morto pubblicamente con un atto di sfida e di insolenza, di resistenza e di vitalità. Perché certi morti continuano a sabotare un dispositivo di sopravvivenza che corrode la carne viva degli oppressi, che monetarizza le vite non buone con quattro spiccioli di salario presto svalutato.

Tutti mi dicono quanto mi deve esser costato scrivere quelle righe sulla vita dura e la malattia e il dolore ma non è vero, a me non è costato nulla scriverle, perché prima di scriverle quelle righe le avevo già vissute e vivendole avevo respirato la parte di vita vera che c’era in quella sopravvivenza. E a quel punto uno mica la piange la propria vita, la vive così com’è. Però mi commuovono il dolore e il lutto e la morte degli altri. È quel dolore degli altri che ci commuove, una dimensione dell’umano che si afferma proprio nel senso della compassione. Come una volta che prima dovevo presentare il mio libro sull’amianto e poi dovevo assistere a un monologo teatrale sulle morti degli operai. Quando parlavo io vedevo alcune facce commosse ma a me non tremava certo la voce. Poi quando sono sceso dal palco e ho visto quel monologo, a me venivano i lucciconi agli occhi, perché la commozione è qualcosa che colpisce quando si riflette nelle pupille degli altri e diventa relazionale. Non è un pianto in solitudine ma si fa compassione.

Non si tratta allora di piangere se stessi ma di sapere appunto che qualcuno piangerà per noi, che lamenterà la nostra scomparsa. Un operaio non viene pianto solo dai familiari e dai colleghi, ma da migliaia di persone sconosciute che pure pensano di averlo conosciuto, di averlo incontrato nelle pagine di un libro. Che si sentono nel nuovo millennio, nelle proprie vite di precari cognitivi e postindustriali vulnerabili tanto quanto un operaio tubista del Novecento industrializzato. Un desaparecido rivive nelle lotte di tutti quelli che sollevano la sua foto davanti al palazzo del potere. La vita di un ragazzino palestinese, che sembrerebbe concludersi nel pianto della madre e solo in quel pianto e non in una pretesa di diritto, alimenta un vagito di speranza quando quel pianto materno diventa il pianto di una folla che si solleva. Sono tutte forme di lutto collettivo e di resistenza,  una rivolta dei morti contro una morte ingiusta o della vera vita contro una vita falsa e cattiva. Con la pretesa che se c’è qualcuno a cui spetta una buona vita, siamo noi: i precari, i clandestini, i profughi, gli oppressi.

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Letteratura industriale https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-fabbrica-di-carta/#comments Thu, 18 Jul 2013 14:59:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15034 Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l'inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

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Questo pezzo è uscito in forma ridotta su Alias, l’inserto culturale del manifesto.

Oggi l’immagine della fabbrica sembra quasi un ricordo sbiadito, un retaggio obsoleto del secolo scorso da relegare negli archivi degli storici. Eppure, per vari decenni del Novecento, quello della fabbrica rappresentò un motivo quasi obbligatorio per gli scrittori italiani: ne emerse un filone letterario ampio e variegato nel quale si distinsero autori come Ottieri, Bianciardi, Mastronardi, Primo Levi, Volponi, Pagliarani, Parise, Balestrini e Di Ruscio; né si possono dimenticare le incursioni in ambito industriale di Gadda, Calvino, Caproni, Sereni (celeberrima è la sua Visita in fabbrica), Giudici e Fortini. Gli autori nominati figurano ora (insieme a molti altri) nella prima antologia complessiva dedicata alla letteratura italiana di ispirazione industriale: Fabbrica di carta. I libri che raccontano l’Italia industriale (prefazione di Alberto Neomartini, introduzione di Antonio Calabrò, pp. 331 + XV, € 20), frutto della felice collaborazione tra uno storico dell’economia, Giorgio Bigatti, e un italianista, Giuseppe Lupo, che hanno progettato e curato il volume.

Sebbene quasi tutti i testi antologizzati datino a partire dal secondo dopoguerra, l’archetipo novecentesco della letteratura italiana di fabbrica è senza dubbio il memorabile esordio romanzesco di Carlo Bernari Tre operai, del 1934, che negli ultimi anni ha conosciuto una rinnovata fortuna critica ed editoriale. In ogni caso l’antologia di Bigatti e Lupo non segue un criterio propriamente cronologico, bensì tematico, raggruppando i testi in due macrosezioni, Panorami dell’Italia industriale e Personaggi in cerca di lettori, a loro volta suddivise in più specifici nuclei tematici.

Molte narrazioni industriali nascono da una esperienza diretta, ma, come affermò acutamente Ottieri in Linea gotica, non è detto che ciò le renda più attendibili: «Il mondo delle fabbriche è un mondo chiuso […]. Quelli che ci stanno dentro possono darci dei documenti, ma non la loro elaborazione […]. I pochi che ci lavorano dentro diventano muti, per ragioni di tempo, di opportunità, ecc.»; d’altra parte, scrive ancora Ottieri, «Gli altri non ne capiscono niente: possono farvi brevi ricognizioni, inchieste, ma l’arte non nasce dall’inchiesta, bensì dall’assimilazione».

Posti dinanzi alla fabbrica, gli scrittori hanno espresso perlopiù un giudizio aspramente critico, rappresentandola nei termini di un inferno alienante (si pensi ad alcuni personaggi-operai di Volponi e Ottieri, devastati dalla nevrosi). Sotto questo profilo, certa narrativa industriale ha rappresentato un vero e proprio controcanto rispetto alle magnifiche sorti dell’Italia del boom economico; basterà citare un passo paradigmatico del capolavoro di Luciano Bianciardi, La vita agra: «Sembra che tutti ci credano, a quest’altro miracolo balordo: quelli che lo dicono già compiuto e anche gli altri, quelli che affermano non è vero, ma lasciate fare a noi e il miracolo ve lo montiamo sul serio, noi. / È aumentata la produzione lorda e netta, il reddito nazionale cumulativo e pro capite, l’occupazione assoluta e relativa, il numero delle auto in circolazione e degli elettrodomestici in funzione, la tariffa delle ragazze squillo, la paga oraria, il biglietto del tram e il totale dei circolanti su detto mezzo, il consumo del pollame, il tasso di sconto, l’età media, la statura media, la valetudinarietà media, la produttività media e la media oraria al giro d’Italia. / Tutto quello che c’è di medio è aumentato, dicono contenti […]. / Io mi oppongo.»

Altri autori hanno intravisto, al contrario, nel lavoro industriale «una via di libertà» (Calvino), una condizione favorevole all’emancipazione sociale o all’acquisizione di una più matura coscienza di classe (si pensi, ad esempio, a Gli anni del giudizio di Arpino o a La costanza della ragione di Pratolini). Parise, invece, nel Padrone, ha raccontato il mondo industriale in chiave quasi metafisica, distaccandosi dai cliché neorealistici che, non di rado, hanno condizionato negativamente questo filone letterario.

Un altro interessante aspetto che questa antologia consente di approfondire riguarda le collaborazioni tra industriali e intellettuali: da questo punto di vista, fu assai importante la singolare parabola imprenditoriale di Adriano Olivetti, che affidò incarichi di prestigio a scrittori come Sinisgalli, Fortini, Giudici, Ottieri e Volponi; lo stesso Sereni, del resto, lavorò per anni alla Pirelli (e si potrebbero citare anche altri casi).

Il libro si conclude con una ricca appendice (Scritture del presente), che raduna brani narrativi tratti da opere uscite nel nuovo millennio. Il numero degli autori (Nata, Abate, Nigro, De Luca, Buccini, Pariani, Ferracuti, Avallone, Argentina, Santarossa) è tale da far pensare quasi ad un revival della letteratura industriale; oltretutto, a quelli qui antologizzati, andrebbero ora affiancati almeno due altri titoli usciti quest’anno: la sorprendente e terribile «storia operaia» di Alberto Prunetti Amianto (Agenzia X), che si inserisce nel solco ideale dei Minatori della Maremma di Bianciardi-Cassola, e Il costo della vita (Einaudi) di Angelo Ferracuti, già recensito su queste pagine (Ferracuti è comunque presente nell’antologia per un altro suo libro).

Occorre inoltre aggiungere che la letteratura industriale novecentesca continua ad agire come modello su alcuni dei più interessanti tra i nuovi narratori: penso, per esempio, a Francesco Targhetta, che, nel suo recente romanzo in versi Perciò veniamo bene nelle fotografie (Isbn), si rifà dichiaratamente a La ragazza Carla di Pagliarani e cita Tre operai di Bernari. Insomma: se la fabbrica novecentesca è tramontata (secondo Lupo, il periodo aureo della narrativa industriale si chiuderebbe con il romanzo di Ermanno Rea La dismissione, del 2002), molte delle inquietudini e delle problematiche antropologiche incarnate emblematicamente da quella esperienza storica assillano ancora il mondo contemporaneo, continuando a stimolare efficacemente l’immaginario letterario.

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