Alda Merini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alda-merini/ un blog di approfondimento culturale Mon, 22 Jun 2015 10:00:20 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alda Merini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alda-merini/ 32 32 Remo Remotti, genio e disciplina https://minimaetmoralia.it/interviste/remo-remotti-genio-e-disciplina/ https://minimaetmoralia.it/interviste/remo-remotti-genio-e-disciplina/#comments Mon, 22 Jun 2015 13:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16463 Ancora in ricordo di Remo Remotti, ripubblichiamo una delle sue ultime interviste, concessa a Graziano Graziani e uscita originariamente su Paese Sera. (Foto di Ilaria Scarpa)

Nell’immaginario collettivo Remo Remotti c’è entrato in molti modi. Come Siro Siri, l’istrionico vicino di casa di Nanni Moretti in «Bianca», o come l’autore di “Roma Addio”, geniale invettiva sulla Roma anni Cinquanta. Classe 1924, sulla soglia dei novant’anni Remotti si esibisce ancora in vari locali di Roma, come il Beba do Samba di San Lorenzo, e un pubblico di affezionati anche giovanissimi lo segue con affetto. L’anno scorso ha pubblicato una compilation – «Remo!» – che raccoglie i suoi recital più famosi e quattro brani inediti. Noi lo abbiamo incontrato nella sua casa di Roma, vicino piazza Bologna, piena fino all’inverosimile dei suoi quadri e dei dipinti di amici e colleghi pittori.

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Remo Remotti (foto Ilaria Scarpa)

Ancora in ricordo di Remo Remotti, ripubblichiamo una delle sue ultime interviste, concessa a Graziano Graziani e uscita originariamente su Paese Sera. (Foto di Ilaria Scarpa)

Nell’immaginario collettivo Remo Remotti c’è entrato in molti modi. Come Siro Siri, l’istrionico vicino di casa di Nanni Moretti in «Bianca», o come l’autore di “Roma Addio”, geniale invettiva sulla Roma anni Cinquanta. Classe 1924, sulla soglia dei novant’anni Remotti si esibisce ancora in vari locali di Roma, come il Beba do Samba di San Lorenzo, e un pubblico di affezionati anche giovanissimi lo segue con affetto. L’anno scorso ha pubblicato una compilation – «Remo!» – che raccoglie i suoi recital più famosi e quattro brani inediti. Noi lo abbiamo incontrato nella sua casa di Roma, vicino piazza Bologna, piena fino all’inverosimile dei suoi quadri e dei dipinti di amici e colleghi pittori.

A quasi novant’anni vai ancora in scena. Di che parli?

Non ho capito la domanda. So’ mezzo rincojonito.

Dico… de che parli durante gli spettacoli?

Soprattutto di sorca. Poi ho un sacco di repertorio. Poesie, ma anche cose che ho scritto nei miei libri, ne ho scritti tanti, c’ho un sacco di materiale. Cose intelligenti, spiritose, e spesso parlo di sesso. Molto sesso prima del decesso.

“Molto sesso prima del decesso” è il tuo slogan?

Anche, sì. Ma la regola resta una: volemose bene, brutti stronzi!

Nei tuoi spettacoli reciti sempre anche il tuo pezzo più famoso, “Roma addio”.

Lì raccontavo una Roma anni Cinquanta, che non c’è più. Anche se la gente mi dice “è uguale, è uguale pure oggi”, ma non c’è paragone. Il mondo è cambiato dal giorno alla notte, dappertutto, come anche a Roma. Io poi che ti devo dire? Ora mi muovo poco, esco poco.

Ma che rapporto hai con Roma?

A Roma sono stato da dio. Però mi ha fatto pure schifo, perché io sono nato nel fascismo della chiesa cattolica e nel cuore della borghesia romana. Peggio de così… Però mi sono salvato. Sai come? Me so’ dato. Ho vissuto il fascismo, la guerra, il generale Graziani… li  mortacci sua: gli hanno fatto una specie de monumento, adesso. A un delinquente come quello. Ha gasato la gente in Africa, ha mandato a morire un sacco di ragazzi. E tu fai un monumento a sta merda?

Ma di tutti i periodi di Roma che hai vissuto quale ti è piaciuto di più?

Gli anni Cinquanta, la Roma del Tevere. Facevo canottaggio sul Tevere, nuoto, avevo persino una specie di gondola che avevo ereditato da mio padre. E io col sole di Roma, il sudore, il canottaggio, ero felice. C’erano un sacco di ragazzi anche al circolo canottieri Aniene, stavamo lì, buttati sul galleggiante. Sotto i muraglioni del Tevere potevi stare nudo, giusto con un paio di calzoncini, pure d’inverno quando c’era il sole. Ho passato delle ore meravigliose, a ridere, a scherzare. È una fortuna. Oggi mi guardo intorno, vedo la vita dei giovani angosciati dalla mancanza di lavoro e mi dispiace. Quelli erano tempi più spensierati, ho passato una bella gioventù.

Però poi te ne sei andato.

So’ scappato nel Sud America, son stato sette anni in Perù. Ho avuto coraggio, ma sono stato ripagato perché in Perù ho ritrovato me stesso. Sono andato in una scuola d’arte e finalmente mi sono reso conto che ero un artista. Ho scoperto la pittura. E poi ho trovato anche dei maestri spirituali che mi sono serviti nella vita. Perché la spiritualità nella vita è fondamentale, non necessariamente quella cattolica. Io ho scritto un libro che attraversa un po’ tutte le religioni. Si chiama «Con Remottti alla ricerca di Dio», ma non si trova più.

Quindi l’altro tema di Remotti, oltre alla sorca, è Dio?

Certo. Sono due temi connessi, perché l’importante è amare, fare tutte le cose con amore. Anche il sesso. Il sesso è stato condannato praticamente solo dal Cattolicesimo e dall’Islam, che io sappia. Ci sono decine di religioni che lo esaltano. Il Tao, ad esempio. Cosa c’è di più bello che fare l’amore con una compagna? Però le cose non vanno fatte a casaccio, ci vuole disciplina. Non necessariamente cattolica, ripeto: io me la sono creata attraverso i miei maestri spirituali.

Chi sono? E qual è la tua disciplina?

La mia disciplina si rifà a Gurdjieff. Sono partito da lui, quando ancora non c’erano in giro i suoi libri. Ho iniziato frequentando una scuola esoterica che si rifà ai suoi insegnamenti. E poi leggo con grande piacere Osho e la cabala ebraica. Le mie colonne sono: il lavoro, la spiritualità, lo sport nei limiti del possibile, e la disciplina. E tra tante cose belle, anche il sesso.

A quasi novant’anni si fa ancora?

Quando ho i soldi frequento le mie donne. Dare dei soldi a una donna è la cosa più bella del mondo. Perché azzeri Freud, azzeri qualsiasi problema tipo “mi vuol bene/non mi vuol bene”, “sta con me/non sta con me”. Non me frega un cazzo: je do i soldi! Basta. Dice: ma quella scopa con tutti! Mbeh, perché tu’ moglie che fa? Dice: ma quella te leva i soldi! Perché, tu’ moglie che fa di diverso? È un gioco generale, ci siamo dentro tutti. Io lo dico senza cattiveria, però viviamo proprio in un bel casino…

Dalla pittura al teatro come ci sei passato?

È stato per via di un amico carissimo, Renato Mambor, pittore e regista d’avanguardia. Un giorno, negli anni Settanta, mi disse “vieni a teatro”. Lui stava all’Alberico e mi dice “vieni a lavorare come attore”. Ma guarda, io non sono attore. “No, ma sei bravo, vieni”, mi fa lui. E siccome io non perdo le occasioni, sono fatto così, mi sono buttato sul palco dell’Alberico e dell’Alberichino. Ho improvvisato delle cose simpatiche, roba così. Ma che succede? Che una certa Lu Leone mi fa: “Tu sei bravo, ti porto da Marco Bellocchio”. E siccome sono piaciuto a Bellocchio ho preso parte al suo film, «Il gabbiano» di Checov. Ci recitavamo Laura Betti, Remo Girone… E allora che è successo? Che, tornato a Roma, mi sono montato la testa. So’ diventato un attore! Così ho aperto i giornali e ho visto che c’era un nuovo regista, Nanni Moretti, molto bravo, spiritoso. Mi sono presentato a casa sua e gli ho detto: sono un attore, ho lavorato con Bellocchio, ti volevo conoscere. Beh, lui non è uno che ti butta le braccia al collo e diventa subito amico tuo; però è venuto a vedermi a teatro. Poi ha fatto «Ecce Bombo» e non mi ha chiamato. Invece mi ha chiamato per «Sogni d’oro», dove facevo Freud: un sacco di libri per preparare il film glieli ho prestati io. E lui mi ha dato carta bianca. Così mi sono ritrovato a Cinecittà. Che poi il rapporto tra Freud e la madre era paro paro quello che avevo io con mia madre. Che è stata una gran donna e mi voleva bene, ma non mi ha mai capito. Per farti un esempio: siccome sono stato in manicomio tre volte lei pensava che ero pazzo. E invece io non sono pazzo, sono un genio, caro ciccio!

Già, il manicomio. Tu hai detto solo i grandi ci vanno, gli scemi no.

Certo. C’è stato Nietzsche, Dino Campana, Alda Merini, Van Gogh. Io un mesetto qua e uno là, niente di più. Però ho avuto questo onore.

E tu perché ci sei finito?

La prima volta, in Perù, perché ho fatto un po’ di cavolate. Quando sei una persona sensibile capita che puoi soffrire per questo. Ne ho anche parlato nei miei spettacoli. Siccome sono uno sportivo non ho mai sofferto di depressione o cose così, perché la mancanza di un’identità mi metteva in crisi. Tuttavia al manicomio mi sono divertito. Ci trovi gente di gran valore, nelle cliniche psichiatriche: direttori d’orchestra, ingegneri, architetti… magari perché hanno l’esaurimento nervoso. Era il 1958, l’anno che poi sono tornato a Roma. In Perù ci sono stato dal ’50 al ’58.

Tornato in Italia, dopo un paio d’anni mi sono sposato con una brava ragazza, Maria Luisa, la sorella di Nanni Loy. Mi aiutò moltissimo, anche a liberarmi da mia madre che, poverina, mi rompeva le scatole. Però la vita non è facile, e men che meno le unioni. Nel 1968 stavo a Berlino e mi sono innamorato di una tedeschina di 28 anni, caruccia… sai com’è. Io con questa mia prima moglie, che aveva tante qualità, non riuscivo a farci l’amore. Con la tedesca ho avuto un rapporto d’amore e sesso breve ma bellissimo. Poi, preso dai sensi di colpa, mi spogliai nudo in mezzo alla strada, lì a Berlino. Mi presero i pompieri e mi portarono al manicomio. Il manicomio tedesco era molto bello, c’era addirittura un supermercato. Stavo bene, ma in Perù è stata la volta che mi sono divertito di più. Lì a Berlino la mattina mi veniva a trovare la fidanzatina tedesca, mentre il pomeriggio venivano mia moglie e mia madre, che nel frattempo erano arrivate da Roma. Vuoi sapere la novità? Ora so’ morte tutte e tre!

E il terzo manicomio?

A Quarto, dove è partito Garibaldi. M’è partita la brocca, e non lo so esattamente il perché. Il primo manicomio lo posso giustificare: con tutto il mazzo che m’ero fatto. E anche il secondo. Di base c’era sempre questo rapporto con mia madre. La mia vita è stata condizionata dal fatto che mio padre è morto giovane, quando avevo dodici anni. Mia madre, a 35, s’è ritrovata vedova e si è buttata su questo figlio con tutto l’amore possibile. È un difetto di quasi tutte le donne che diventano madri, ma nel mio caso… È stato un momento molto difficile per me. In questi rapporti troppo stretti con la madre c’è il rischio che il figlio diventi un frocio da pisciatoio. Lo ha scritto anche Jung, nel suo archetipo sulla madre: gli uomini narcisisti edipici, in una condizione simile, o diventano omosessuali o diventano dongiovanni. Che per lui è la stessa cosa.

Tu sei d’accordo?

Beh, insomma. Un conto è pijallo ar culo, un conto è scoparsi tutte le donne. Io preferisco Don Giovanni.

Torniamo all’arte. Ma preferisci il cinema o la pittura?

Al cinema ho lavorato con un sacco di gente, anche con Francis Ford Coppola e Woody Allen, e sono contento. Certo però il mio grande amore è stata la pittura. Ma poi a forza di lavorare sono arrivato alla scrittura, alla recitazione. Ho opere esposte nei musei, nelle gallerie, ho scritto libri per Einaudi, ho lavorato coi grandi registi americani. Io sono il più grande artista italiano. Dove lo trovi uno che fatto tutto quello che ho fatto io?

Ma la cosa più importante che hai fatto qual è?

Questa qua. (Tira fuori dei fumetti scarabocchiati col pennarello, ndr.) La mia arte più importante sono questi disegnetti, è un’arte che è nata con me. Ce ne ho un cassetto pieno. E ora sto preparando la storia della mia vita a fumetti. Questa è l’arte più genuina. Tu mi dirai: ma perché non l’hai fatto prima, allora? Perché ero uno stronzo. Amavo la pittura, e se ami la grande pittura come fai ad amare sti disegnetti? Invece, piano piano, ho capito che questa è la mia espressione più autentica.

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A sessant’anni da “Quarta generazione. La giovane poesia” https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/ https://minimaetmoralia.it/poesia/quarta-generazione-la-giovane-poesia/#respond Tue, 05 May 2015 16:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26387 Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

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quartagenerazione

Questo pezzo è uscito su Alias/il manifesto.

di Diego Bertelli

Esistono oggi in Italia premi letterari dedicati espressamente alla poesia «giovane», così come ci sono antologie contemporanee il cui criterio selettivo non sfugge alla rigidità del dato anagrafico per sostenere selezioni di poeti che siano, prima di tutto, «giovani». Sempre in Italia, anche un recente film sulla vita e le opere di Giacomo Leopardi finisce per intitolarsi, fatalmente, Il giovane favoloso. Se a questa serie di ricorrenze si aggiunge la ristampa anastatica di Quarta generazione. La giovane poesia (1945-1954), antologia curata nel 1954 da Pietro Chiara e Luciano Erba e riproposta nel 2014 dalla Nuova Editrice Magenta di Varese, una presenza così assidua dell’aggettivo «giovane» arriva a farsi addirittura sorprendente. La questione assume connotati ancor più interessanti se pensiamo che il titolo di Quarta generazione sarebbe dovuto essere, secondo le intenzioni iniziali, La giovane poesia.

L’operazione di Chiara ed Erba è fin dall’inizio orientata alla verifica di un’ipotesi: «Esiste la poesia dei giovani in Italia?». L’arrovellato dibattito che nasce intorno a tale domanda non si misura solo in termini editoriali, ma anche ideologici. Un supporto importante per la comprensione esatta di quello che accade è fornito oggi da Gli anni di Quarta Generazione, un corposo volume a cura di Serena Contini, con prefazione di Giorgio Luzzi, che completa l’edizione celebrativa dei sessant’anni dell’antologia di Chiara ed Erba. In esso sono riordinati i carteggi (all’incirca tutte le lettere raccolte coprono il decennio che va dal 1950 al 1960) tra i compilatori di Quarta generazione e Luciano Anceschi, allora direttore della collana che accoglie il florilegio e dove, soltanto due anni prima, erano usciti con la sua curatela i sei poeti di Linea lombarda.

Come si legge nella nota di Contini – e direttamente nell’apprensione con cui Erba scrive a Chiara – sappiamo che la rinuncia a scegliere definitivamente La giovane poesia fu il risultato di uno scontro con l’editore Schwarz, che aveva opzionato il titolo «per un’antologia in fase di pubblicazione, affidata a Salvatore Quasimodo, che però venne data alle stampe solo nel 1958 col titolo di La giovane poesia del dopoguerra». Se la questione su cosa si dovesse allora intendere per poesia “giovane” è da inserire entro il contesto di ridefinizione poetica e più generalmente culturale che caratterizza il dopoguerra, i criteri di selezione dell’antologia, in cui erano riuniti insieme trentatré poeti fra loro diversissimi – tra i quali Margherita Guidacci, Pier Paolo Pasolini, Bartolo Cattafi, David Maria Turoldo, Andrea Zanzotto, Maria Luisa Spaziani, Paolo Volponi, Giorgio Orelli, Rocco Scotellaro, Alda Merini, Nelo Risi, Elio Filippo Accrocca, Luciano Erba e Giorgio Orelli – restano l’espressione di scelte personali.

Le linee guida cui s’informa Quarta generazione sono infatti mantenute sul vago dai suoi curatori; sembra anzi che la prefazione di Chiara ed Erba eluda un indirizzo preciso: «Noi ci siamo limitati a prendere in considerazione alcuni fatti i quali possono dare ragione all’atteggiamento sospeso e dubitativo dei più anziani nei riguardi della giovane poesia. Ma siamo volutamente rimasti ai margini della questione».

Il solo indizio che possiamo reputare certo sono le date che limitano neppure troppo saldamente la «quarta generazione» proposta: 1945-1954. Si tratta, con alcune eccezioni più o meno rilevanti – tra cui quella di Pasolini, che pubblica le Poesia a Casarsa nel 1942 – dei nove anni in cui i poeti antologizzati esordiscono; l’arco temporale prescelto non ha perciò nulla a che spartire con una generazione definita soltanto su presupposti valoriali né tanto meno anagrafici, come risulta chiaro anche dall’ordine sparso in cui gli autori si susseguono all’interno del volume: «Quanto all’elencazione dei poeti – scrive Erba nel 1952 –, non ho idee chiare, per il momento. I pro e i contro per l’ordine di valore e quello di cronologia sono tanti […]». Non sussiste neppure una scelta motivata da principi di definizione di nuove correnti poetiche («Correnti di poesia» era stato un altro dei titoli proposti in extremis da Erba a Chiara). Si deve invece guardare alla continuità con Linea lombarda, di cui Quarta generazione antologizza ben quattro poeti su sei.

A conti fatti, e sulla base di un indice selettivo quanto mai eccentrico, è significativo che ad aprire l’antologia siano poeti come Umberto Bellintani e Vittorio Bodini, nati nello stesso anno di Mario Luzi, Alessandro Parronchi e Piero Bigongiari. Altrettanto significativo, sul piano dei confronti e delle eccezioni, è che Vittorio Sereni, classe 1913, non sia incluso pur avendo pubblicato Frontiera nel 1941, ossia un anno prima delle poesie friulane di Pasolini, e Diario d’Algeria nel 1947. Un discorso simile si può fare anche nel caso in cui si voglia riflettere sull’assenza di Franco Fortini, che pubblica Foglio di via nel 1946. Dev’essere stato il riferimento esplicito all’esperienza della guerra ad aver portato all’esclusione di Sereni e Fortini (pur dovendo dispensare, nel caso del primo, Frontiera, forse legata troppo alle suggestioni dell’ermetismo).

La discussione dei rapporti tra poesia e storia è senz’altro la più urgente da risolvere: «[…] il ’45 non è stato – scrivono Chiara ed Erba nella prefazione – una data letteraria: come non lo fu il ’14, come non lo fu l’89 […]». La scelta dei curatori è dunque quella di fornire esempi di una poesia il cui merito consiste nell’«istintivo, quasi inconsapevole rifiuto di una nuova retorica in fieri». A distanza di sessant’anni dalla sua prima uscita, oltre a riconfermare il valore storico di quell’operazione, la ristampa di Quarta generazione rispecchia in modo fecondo un segmento temporale caratterizzato da una serie di discontinuità evidenti sul piano ideologico-culturale. Il bisogno di una ridefinizione si accompagna in quel frangente a una rimozione del trauma che sembra farsi più che mai necessaria: «Privata, e di tutti, è la storia dei poeti che si leggeranno in queste pagine».

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Lampedusa ritrovata https://minimaetmoralia.it/reportage/lampedusa-ritrovata/ https://minimaetmoralia.it/reportage/lampedusa-ritrovata/#respond Wed, 30 Jul 2014 16:08:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22564 Lampedusa - Una volta sognai/di essere una tartaruga gigante/con scheletro d’avorio/che trascinava bimbi e piccini/e alghe e rifiuti e fiori/e tutti si aggrappavano a me,/sulla mia scorza dura./Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire./Così figli miei/una volta vi hanno buttato in acqua/e voi vi siete aggrappati al mio guscio/e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina/è la terra che vi salva/dalla morte dell’acqua. «Conosci questa poesia che Alda Merini scrisse per Lampedusa?», domanda Zakaria Mohamed Ali, mentre lo sguardo si perde nella vastità del mare. Al Porto Vecchio i pescatori sistemano le reti; gli uomini della Guardia Costiera preparano la nave Peluso. «Eravamo in quarantatré sul barcone, trentasette dei quali somali. Arrivammo alle due di notte, dopo tre giorni (10-13 agosto 2008) di navigazione da Mişrâtah (Tripoli), con i fari portuali a orientare l’approdo vicino».

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(La foto è di Gabriele Santoro)

Lampedusa – Una volta sognai/di essere una tartaruga gigante/con scheletro d’avorio/che trascinava bimbi e piccini/e alghe e rifiuti e fiori/e tutti si aggrappavano a me,/sulla mia scorza dura./Ero una tartaruga che barcollava/sotto il peso dell’amore/molto lenta a capire/e svelta a benedire./Così figli miei/una volta vi hanno buttato in acqua/e voi vi siete aggrappati al mio guscio/e io vi ho portati in salvo perché questa testuggine marina/è la terra che vi salva/dalla morte dell’acqua. «Conosci questa poesia che Alda Merini scrisse per Lampedusa?», domanda Zakaria Mohamed Ali, mentre lo sguardo si perde nella vastità del mare. Al Porto Vecchio i pescatori sistemano le reti; gli uomini della Guardia Costiera preparano la nave Peluso. «Eravamo in quarantatré sul barcone, trentasette dei quali somali. Arrivammo alle due di notte, dopo tre giorni (10-13 agosto 2008) di navigazione da Mişrâtah (Tripoli), con i fari portuali a orientare l’approdo vicino».

Poi un’ora di pace; sdraiati sulla banchina a guardare le stelle, prima che un gruppo di giovani in motorino scorgesse il gruppo di migranti. «Nel 2012 tornai da uomo libero – dice -. Corsi, senza più sentire il mio corpo, fino alla punta estrema del molo. Riaffiorarono tutte le emozioni; il pensiero degli abbracci e dei baci sulla guancia di mia madre prima della partenza da casa. Rappresentò un luogo di rinascita, non una linea di confine. Il molo come un essere vivente che ci tese la mano». Non ha ancora imparato a nuotare, ma il mare l’ha dominato affidandosi al GPS per portare a destinazione, vivi, tutti i compagni di traversata: «È strano il mare; all’improvviso si manifesta con delle brusche salite. In un precedente tentativo (maggio 2008) rischiammo di andare a picco con il gommone, finché ci trassero in salvo le autorità tunisine».

Voleva Roma, perché nella sua città una strada portava quel nome, come retaggio dell’epoca coloniale. Ottenuta la protezione internazionale (validità quinquennale), vive in una stanza a Tor Pignattara; ha un lavoro e non ha rinunciato al proprio sogno di giornalista. Ha firmato un bel documentario (To whom it may concernA chiunque possa interessare; visibile su Youtube) e dà un contributo sostanzioso ai progetti dell’Archivio delle memorie migranti. Dopo il ricongiungimento, la famiglia si è sistemata in Svezia. «Sui giornali vedo porre l’attenzione sugli scafisti – prosegue -. Ma i trafficanti sono a un altro livello. C’è una precisa scelta politica dalla Libia e nei lidi d’arrivo. Ai partenti tocca in sorte una forma di selezione naturale, che prosegue una volta sbarcati in Europa: resisti in mare, fatichi a sopravvivere qui».

Il trentenne, originario di Mogadiscio, trascorse appena dieci giorni a Lampedusa. «Il Cspa (Centro prima accoglienza e soccorso) è un nonluogo. Una catena di montaggio, distante dall’anima dell’isola. Ricordo quei giorni come un’astrazione dalla realtà, senza avere la minima percezione di cosa sarebbe stato di noi e dei nostri diritti». Ma il legame con questo lembo di scoglio, più vicino all’Africa che all’Europa, è inscindibile. Per lui immergersi in questa bellezza paesaggistica e naturalistica, equivale a rievocare la moltitudine di persone che invece non hanno raggiunto la terraferma. Una volta riconquistata la libertà di movimento, ha voluto incontrare gli abitanti, per guardare oltre le recinzioni del Cspa che innalzano un muro invisibile.

Dietro ai numeri (tra gli altri: nel 2013 28mila richiedenti asilo politico in Italia; 14088 migranti approdati a Lampedusa; decuplicato dall’anno precedente l’arrivo di minori accompagnati e salito da 1841 a 4954 quello dei non accompagnati), che in questi giorni d’estate tengono accesi i riflettori e dunque il dibattito pubblico, ci sono le storie individuali. Nomi e cognomi, riconoscimenti dei defunti che non vengono compiuti. «Qui riposa in pace un immigrato non identificato, etnia africana, colorito nero, rinvenuto in data (…) peso tra 90 e 130 chilogrammi», si poteva leggere fino a qualche tempo fa sulle lapidi anonime che popolano il cimitero cittadino. Paola La Rosa, tra le promotrici del Comitato 3 Ottobre, con l’attenzione del sindaco Giusi Nicolini, si è presa cura di restituire un segno di civiltà, riscrivendole. Prega sempre su quelle tombe distinguibili solo dal numero in vernice, Zakaria.

Un divieto d’accesso annuncia l’ammasso di barconi derelitti. Il paninaro antistante chiede di essere intervistato: «Mi ascolti, veglio qui da dieci anni». Zakaria sembra provare un’attrazione per quella discarica di una storia sbagliata. Vanamente rimossa. Sul lato opposto dell’ingresso principale si apre un varco visivo impervio. Gli insetti infestano l’area. Tra il legno marcio, le prue sfasciate, i chiodi arrugginiti, affiorano jeans, foulard, magliette, pelouche di infanzie straziate. Dalla stiva di un’imbarcazione appare una lattina di 7UP, adagiata su cuscini putridi. «Avverto la necessità costante di scandagliare questo posto – confessa -. Il ritrovamento più importante è stata una lettera d’accompagnamento in arabo. Toccante e straziante. Perché tra dieci, vent’anni dobbiamo dimenticare ciò che è stato? Dovremmo onorare almeno la memoria, per tornare umani».

In paese conoscono bene quest’uomo cresciuto al vento; perché ha creato legami di senso. La prima settimana di ottobre, sarà nuovamente qui per la commemorazione della strage dello scorso 3 ottobre, quando a poche miglia dal porto di Lampedusa morirono 366 persone. «Stiamo preparando una giornata importante – spiega Paola La Rosa – per riportare nell’isola i superstiti del naufragio e i familiari. La parola andrà a loro, mentre invochiamo il silenzio degli altri. Non è stata celebrata neanche una funzione funebre, in quasi un anno è cambiato poco. Piuttosto sembra in atto un tentativo, inutile, di far scomparire Lampedusa dalla carta geografica (un punto sul 35° parallelo, 26 chilometri di perimetro costiero, Agrigento dista 205 chilometri, mentre Ras Kaboudja, Tunisia, appena 167) delle migrazioni, con la conseguenza di perdere un patrimonio culturale di buone pratiche dell’accoglienza incise nel dna del luogo». Leggenda narra, come riporta Ivanna Rossi nella bella Guida per un turismo umano e responsabile, che due romiti (eremiti del deserto) abbiano soccorso amorevolmente due povere naufraghe palermitane e abbiano dismesso il saio, dando così origine al popolo lampedusano.

«La gran parte delle operazioni di soccorso vengono effettuate a sud di Lampedusa. È il porto sicuro più vicino. La struttura di Contrada Imbriacole deve restare un presidio: non possiamo restare sguarniti dell’assistenza primaria con la strategia dei trasferimenti immediati, che sottopone ad ulteriore stress chi arriva», conclude La Rosa. Il centro di prima accoglienza isolano, apparentemente chiuso, all’occorrenza continua a funzionare. I lavori di ristrutturazione interna, cominciati circa nove mesi fa, quando i migranti erano arrangiati nelle tende sotto la pioggia, procedono molto a rilento. Assenza di fondi o scelta politica? «Sono due i compound da ristrutturare, uno dei quali era andato completamente distrutto – sottolinea Viviana Valastro, responsabile della protezione minori migranti per Save the children – . In quello meno danneggiato siamo ancora a metà dell’impresa, mentre ha cominciato a muoversi qualcosa nell’altro. Non si ha la percezione di un obiettivo cantieristico chiaro. Sono impiegati pochi operai, forse due. Monitoriamo le condizioni di accoglienza anche dentro al centro, al fine di evitare promiscuità con gli adulti: difficilissimo farlo nelle condizioni in cui si presenta adesso il centro».

L’impegno complesso di salvataggio in mare aperto degli uomini e delle donne della Marina Militare, nell’ambito di Mare Nostrum (920 militari coinvolti, 11 navi, elicotteri, 9.3 milioni di euro il costo mensile, oltre 80mila persone tratte in salvo da inizio anno), fronteggia una richiesta pressante di partenze dalle coste libiche, derivante anche dalla scompaginazione mediorientale. Twitter è diventato il canale di comunicazione istituzionale principale, con la narrazione fotografica in diretta delle azioni d’intervento. In attesa di un impegno europeo, il governo, per voce del ministro della Difesa Pinotti, ne ha annunciato il rifinanziamento, nel quadro del ddl Assestamento 2014, con sessanta milioni di euro per la copertura delle spese. A bordo opera anche personale medico del Ministero della salute: 15mila visitati dal 21 giugno.

Il 18 luglio tra i 1278 migranti approdati a Lampedusa, sono stati identificati quarantaquattro minori non accompagnati già trasferiti dal Cspa in altre strutture. A esclusione dei tunisini (è in vigore con Tunisi un accordo bilaterale per il rimpatrio), restano tutti in ogni caso qui. Siria ed Eritrea (al 31 maggio erano già 1700 i bambini sbarcati, e sulla frontiera con l’Etiopia premono a migliaia) costituiscono i fronti principali: in fuga dalla guerra e dalla dittatura che prevede la coscrizione militare anche per i giovanissimi. Affrontano viaggi, attraverso Sudan e Libia, che possono durare anche due anni. Save the children, presente a Lampedusa dal 2008 con il protocollo Presidium, svolge un’importante azione di supporto tecnico delle autorità e di monitoraggio. Denuncia la cronica assenza di un sistema integrato specifico per i minori. Segue il percorso complesso degli adolescenti, alle prese con il secondo tempo del viaggio. Spiegano loro i diritti di cui godono, garantendo uno staff legale e la mediazione culturale per vederli rispettati. Prova a costruire una strada.

«Tempi e modalità del trasferimento dei minori dalla prima accoglienza sono più lunghi rispetto agli adulti – afferma Valastro -. Purtroppo non c’è una normativa chiara e specifica in grado di gestire la loro situazione: si applica per analogia quella dedicata ai minori italiani fuori dalla famiglia. I posti per loro vanno trovati nelle comunità ad hoc. Qui ne ha competenza l’ufficio minori della Questura di Agrigento, che non dispone neanche di un database per verificare le disponibilità alloggiativa. Ma si tratta di una carenza nazionale. Spesso il turnover in comunità si realizza, quando i minori si allontanano volontariamente». E poi che cosa accade? «I trafficanti tentano di entrare in contatto con loro, offrendogli il raggiungimento dell’obiettivo agognato – conclude -. E sono molto più veloci di noi con le nostre procedure burocratiche. Fino ad adesso ci hanno superato. Dovremmo dare piena attuazione a Dublino 3 e permettere a chi ha i requisiti di andare regolarmente in Germania o Svezia, come sovente richiedono. Al posto delle comunità, occorrerebbe promuovere il ricongiungimento con i parenti in altri paesi europei o l’affido familiare. Molti accusano psicologicamente il fallimento del progetto migratorio, ma a casa raccontano successi».

Al Santuario della Madonna di Porto Salvo è l’ora del tramonto. Il sole piomba sul mare, e Zakaria ha appena concluso di parlare a un gruppo di giovani di Amnesty International. Gli si avvicina Said, un ragazzino altissimo, dagli occhi grandi e sperduti: «Mi lasci il tuo numero di telefono? Ho la tua stessa storia, mi hai acceso una luce. Voglio farcela».

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