Alejandro Jodorowsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alejandro-jodorowsky/ un blog di approfondimento culturale Sat, 28 Jan 2017 00:24:22 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alejandro Jodorowsky Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alejandro-jodorowsky/ 32 32 The Young Pope salverà il cinema esaurito di Sorrentino https://minimaetmoralia.it/televisione/the-young-pope-salvera-cinema-esaurito-sorrentino/ https://minimaetmoralia.it/televisione/the-young-pope-salvera-cinema-esaurito-sorrentino/#comments Thu, 01 Dec 2016 07:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32959 Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

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Sabato scorso sono andate in onda le ultime due puntate di the Young Pope, la serie in dieci puntate di Paolo Sorrentino prodotta da Canal+, Sky Atlantic e HBO.

Presentata al Festival di Venezia, impreziosita dal cast hollywoodiano e dal regista premio Oscar, la serie è stata promossa fin dall’inizio più come evento cinematografico che come prodotto televisivo, inserendosi nel recente filone di serie d’autore/superfilm sul quale si sono cimentati mostri sacri come Steven Soderbergh (bene con the Knick) e Woody Allen (malissimo con Crisis in Six Scenes).

La trama in breve, per chi nelle ultime settimane avesse vissuto su Marte: il Cardinale Lenny Belardo (Jude Law) viene eletto a sorpresa papa a 47 anni, grazie ad una trama ordita in conclave dal potentissimo e spregiudicato segretario di stato Angelo Voiello (Silvio Orlando), che si illude di poterlo controllare. Belardo però sceglie il sinistro nome Pio XIII, si circonda di collaboratori fidati – tra cui suor Mary (Diane Keaton), la suora che lo ha cresciuto in orfanotrofio – e avvia una riforma autocratica e conservatrice della Chiesa.

Lenny Belardo/Pio XIII è vagamente riconducibile al filone di protagonisti maschi, intelligentissimi e sociopatici che ha fatto le fortune recenti della serialità americana, ma è anche un personaggio di evidente filiazione sorrentiniana. Il sacerdozio è per lui una via di fuga, un modo di sottrarsi alla vita, come la mondanità romana per Jep Gambardella e l’esilio svizzero per Titta Di Girolamo. Sorrentino glielo fa dire chiaramente, e più volte: Belardo ama Dio perché amare gli uomini è troppo doloroso. Dunque, proprio come gli altri protagonisti sorrentiniani, il papa giovane si nasconde agli sguardi e ai sentimenti, e intanto sospetta di essere un vigliacco e si strugge di nostalgia per un passato pieno e irrecuperabile, che Sorrentino mette in scena con gli immancabili flashback, da sempre le parti esteticamente più brutte dei suoi film.

L’impressione che si ricava dai primi episodi the The Young Pope è appunto che non vi sia granché di nuovo nell’universo sorrentiniano. Ci sono il consueto piacere di animare i personaggi con contraddizioni espressioniste (il Cardinale Voiello che cospira tirando i più fragili e oscuri fili del potere ma allo stesso tempo nutre una passione smodata e del tutto infantile per il Napoli e per Higuain), la solita altalena di alto e basso con dialoghi stentorei tra personaggi che si esprimono solo per massime (a volte brillanti, altre meno, in qualche caso involontariamente comiche), inframezzati da scenette senili di farsesca levità, l’ormai consacrata estetica pop/kitsch/arty che oscilla tra Damien Hirst, Fellini e uno spot di Prada.

Ci sono le carrellate enfatiche, la colonna sonora che alterna musica colta e pop cazzone da serata vintage, il canguro simbolico al posto dei fenicotteri simbolici, Jude Law che sbuca carponi da una piramide di neonati in piazza San Marco (sic) e insomma, c’è l’esagerazione come cifra stilistica, il kitsch e le ingenuità di scrittura riscattate (se vi pare) dalla convinzione e dall’entusiasmo dell’autore, dalla sua dedizione totale e solipsistica al proprio immaginario.

Come sempre, se nei momenti di ispirazione Sorrentino sembra avere accesso ad un’esaltante libertà creativa, in quelli meno buoni dà invece l’impressione di mettere sullo schermo tutto quello che gli passa per la testa, senza grande controllo intellettuale. Non sorprende quindi che il regista de La Grande Bellezza si sia attirato le solite critiche analoghe a quella che nel 1990 il Time rivolse a David Lynch per Fuoco cammina con me: “Il motivo per cui tanta gente, di fronte alle sua fantasie cinematografiche, reagisce con un ‘Eh??’, è che il regista non ha mai questo tipo di reazione”.

Sarebbe davvero tutto qui o quasi, e The Young Pope meriterebbe tutt’al più una fruizione distratta nella pigra attesa che Jude Law riscopra le conseguenze dell’amore, se non fosse che dopo una manciata di episodi l’autore inizia a lavorare su una dimensione nuova per il suo cinema, quella della profondità.

Dico che Sorrentino non è un regista profondo senza sottintendere un giudizio di valore, ma facendo riferimento al fatto che i suoi film sono soprattutto meditazioni sulla superficie delle cose. Il suo linguaggio è associativo piuttosto che analitico, il suo sguardo aspira a comprendere l’ampiezza dei mondi su cui si posa prima che le loro ragioni. Sorrentino fa cinema d’arte perché aspira a proporre un’esperienza del mondo piuttosto che un’interpretazione.

Le stanze del potere nel Divo, la Roma eterna e le sue infinite terrazze ne La Grande Bellezza, la fine della vita in Youth, sono prima di tutto opulente scenografie, monumentali pareti affrescate che Sorrentino eleva con l’intento di creare un’atmosfera prima che un racconto.

Nella parte centrale di The Young Pope, invece, Sorrentino comincia a maneggiare l’infinita materia narrativa e concettuale della Chiesa cattolica in modo meno esornativo e più curioso, mettendo sul tavolo il problema attualissimo del mistero e dell’assenza di Dio nell’epoca della presenza globale perpetua.

Pio XIII non è rivoluzionario solo perché conservatore, ma perché il senso del suo magistero è ristabilire la separazione tra amore umano e amore divino e riaffermare della supremazia di quest’ultimo.

Lenny Belardo si colloca al secondo estremo della millenaria divaricazione religiosa tra chi pratica la parola di dio e chi ne venera l’infinito silenzio. Prende quindi senso il fatto che la sigla iniziale si chiuda con un omaggio alla Nona Ora, l’opera di Cattelan in cui un meteorite si abbatte su Giovanni Paolo II, non certo un pontefice progressista ma colui che ha trasformato la Chiesa in una multinazionale del consenso (e a Sorrentino certo non sfugge l’interpretazione di Jodorowsky secondo cui “quel meteorite è metafora della parola divina che cade dal cielo e lassù deve tornare”).

Gli spunti migliori di The Young Pope ruotano intorno a questa intuizione, e all’immagine del papa abbandonato dai genitori come metafora della presenza/assenza di dio, al suo sottrarsi allo sguardo dei fedeli per affermare che il sentimento religioso non ha origine nella gioia o nel sentimento di comunità ma nella privazione, nell’incompletezza.

Come testo sulla solitudine e sul dolore dei rapporti umani, e quindi sulla crisi morale della Chiesa e sulla sua perdita di universalità, The Young Pope è davvero una serie potente e ambiziosa, almeno finché Sorrentino resiste alla tentazione di ridurre lo slancio mistico del suo papa alla trita mitologia rock per cui sembra nutrire un’irredimibile passione.

Insomma, nell’ultima incarnazione della sua galleria di feticisti malinconici Sorrentino pare aver scoperto che la storia da raccontare non è solo quella dell’uomo, ma anche quella del feticcio. Dopo sei lungometraggi e una serie TV, forse il giovane papa del cinema italiano ha trovato la vena con cui infondere nuova vita al suo cinema.

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UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/#comments Mon, 21 Mar 2016 06:30:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30323 Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un'edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d'autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

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Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un’edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d’autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

A realizzarla sono Paola Barbato e Corrado Roi. Barbato, nata a Milano, 45 anni, tre figlie e una passione per il thriller, ha scritto per Bonelli diverse sceneggiature molte delle quali per Dylan Dog mentre nel 2006 ha iniziato a scrivere libri: Bilico, seguito nel 2008 da Mani nude e nel 2010 da Il filo rosso. Ha anche collaborato alla sceneggiatura di una fiction per Sky, Nel nome del male, l’unica serie tv mai apparsa in Italia sulle sette sataniche. Tutto quello che fa è sempre piuttosto disturbante.

Ut nasce dall’incontro con un disegnatore che dell’incubo ha il colore: nero, sporco, sfumato, fatto di ombre evanescenti, Corrado Roi. “Quando mi chiedono qual è la mia tecnica di disegno rispondo che è quella dello sporco: spugnette, tamponi, pennello secco. Ma è una scelta culturale: potrei disegnare in un’altra maniera, vengo dal chiaroscuro netto ma oggi non m’interessa più. Quindi atmosfere molto cupe, molto dense tetre, il nero scavato”, racconta dalla sua casa di Laveno in provincia di Varese dove è nato e ha scelto di vivere (“odio le grandi città, non ci posso stare, sono degli orrori”) e dove ha fatto anche l’assessore.

Ut è da quarant’anni nella sua vita ma fino ad oggi non era mai venuto alla luce. “Non sarei mai stato in grado di fare una serie mensile regolare, sono sempre stato impegnato su troppi fronti e sarebbe stato inopportuno. Però i tempi sono cambiati e quando Sergio Bonelli cominciò ad aprire alle miniserie cominciai a radunare il materiale che avevo accumulato in tutti quegli anni e che era assolutamente caotico. Passò ancora del tempo. A quel punto ho pensato che l’unica persona che avrebbe potuto trovare il bandolo di quella matassa di pensieri e di disegni fosse Paola Barbato, con cui avevo spesso lavorato trovandomi in grande sintonia”.

Lei, da parte sua, ricorda maledizioni da parte di Roi: “All’inizio ero inesperta e maniacale nelle descrizioni. Credevo che al disegnatore bisognasse spiegare tutto, Roi mi ha fatto capire che invece ognuno doveva avere il suo spazio soprattutto se, come lui, vede le cose nel suo particolare modo. Poi col tempo siamo diventati amici, entrambi amiamo lavorare di notte e così ci facevamo lunghe telefonate”.

Di Ut già si dice che sarà l’evento del fumetto del 2016 e in effetti ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione, soprattutto nel mondo Bonelli tradizionale e per famiglie. “In realtà Bonelli ha sempre saputo innovare” dice Roi, “ma certe cose è ovvio non si toccano: Tex è la tradizione e rimarrà sempre così. Il Dylan Dog di Sclavi è stato innovazione e oggi la casa editrice ha capito che doveva continuare a osare reclutando nuovi talenti come appunto Paola”.

Di certo un “eroe” Bonelliano che alla sua prima apparizione fa una strage ammazzando quattro persone e tagliandogli le dita non si era mai visto, anche se il nuovo corso di Dylan Dog, dopo un periodo di “buonismo”, è ritornato alle atmosfere spiazzanti degli esordi di Sclavi, mentre un’altra serie che ha molto fatto parlare di sé, Orfani, ammazza più protagonisti de Il trono di spade e il nuovo Morgan Lost di Claudio Chiaverotti si svolge in un mondo surreale dove i serial killer sono diventati una sorta di rockstar.

Ma Ut non è un thriller, assomiglia di più a una visione. “Si trattava di creare un nuovo mondo”, spiega accendendosi una sigaretta Roi, “in Ut non ci sono per esempio riferimenti manieristi per esempio al cinema ma piuttosto alla letteratura, alla filosofia. Il Borges di Finzioni è sicuramente un’influenza, così come Poe: di quest’ultimo mi affascina il rapporto che lo scrittore ha con il lettore”. Il nome Ut viene da una congiunzione latina ma è anche l’antico “do” della scala esatonale poi caduto in disuso: Roi, non a caso, è anche musicista. “Una cosa così non poteva essere una normale testata a cui lavorano altri disegnatori, era una cosa che dovevo fare io. Con Paola”.

È lei infatti che dall’insieme delle visioni dei personaggi di Roi ha costruito una storia. “Avevo centinaia e centinaia di pagine di disegni, appunti, personaggi, ma senza inizio né fine”, racconta. “Per dieci anni con Corrado ci siamo parlati e alla fine siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Di quello che è venuto fuori non riesco a dare una definizione. So solo quello che non è: non è un racconto di genere, non è un romanzo apocalittico, non è un thriller”.

E all’inizio abbiamo solo qualche indizio che parte da un’unica certezza: l’umanità si estinta. “Non c’è un perché. O meglio ce n’erano tanti” spiega Roi “ma abbiamo lavorato di sottrazione su tutto. In principio c’era un sapore un po’ intellettualoide che abbiamo scarnificato fino a che non è rimasto più nulla, solo l’essenziale. Non c’è neppure niente di istituzionale: non ci sono le forze dell’ordine, né religioni, né chi comanda. Ho tolto tutto quello che di solito è piattaforma per scrivere dei racconti di avventura. Ho tolto anche i cattivi. Persino chi sembra cattivo è un’altra cosa, e tutta la storia che si può leggere tranquillamente in maniera normale è in realtà piena di inganni”.

Il primo volume si chiude con una fiaba. “Anche quella si scoprirà che non è una fiaba. Non posso dire di più. Si tratta di venti tavole diluite nei primi quattro episodi che hanno un ruolo fondamentale”.

La miniserie è fatta di sei numeri e anche la struttura è inusualmente complessa. “Ho fatto un ingresso, due commedie dove ho inserito degli elementi che si vedranno dopo, e poi dal quarto al sesto episodio si entrerà nel vivo, anche se ogni episodio sembra autoconclusivo” spiega Roi mentre si sente di nuovo il suono dell’accendino per l’ennesima sigaretta. “A cinquantotto anni dovrei starci più attento però non è mica da tanto che fumo: sono solo quarantasette anni”.

Sì ma cosa succede in Ut? “Succede che l’umanità si è estinta ma noi non sappiamo né perché, né da quanto” spiega ancora Paola Barbato. “Esistono nuove specie antropomorfe ma molto limitate, primitive. Le cose sono e basta. Non esiste sesso, non esistono emozioni, infatti non si sa come vengano generate le persone, le gravidanze non ci sono più e Yersina che è una bambina è così e basta, non crescerà. Tutti sono quello che sono. Questa astrazione che Corrado ha voluto imporre porta tutto su una base animalesca, primordiale. Ne Le Vie della fame che è il titolo del numero uno si vedono dei cannibali. Sono così. Ut li massacra ma non perché commettono un gesto eticamente sbagliato. Tutto è molto spoglio e intossicato anche in termini naturali , ci sono poche specie animali. Ci sono gli insetti. Uno dei personaggi, Decio (un omaggio al grande direttore Bonelliano Decio Canzio, ndr) è un entomologo. Corrado ha raccolto suggestioni da moltissime parti: architettura, musica, storia dell’arte, filosofia, esoterismo. Ci sono moltissimi simboli soprattutto negli ultimi tre volumi che si muovono in una dimensione immaginifica e sono di una bellezza straordinaria ma anche molto disturbanti. Per capire cosa intendo si provi a immaginare una persona che sorride. Ma che al posto dei denti ha gli occhi”.

All’inizio leggendo viene in mente il Cormac McCarthy de La strada e per il disegno Alberto Breccia, o Sergio Toppi e Dino Battaglia, a cui Roi si sente vicino (“per l’uso dei grigi, delle sfumature”). Ma poi le cose si fanno sempre più rarefatte e siamo più dalla parti di Jodorowsky che incontra Lovecraft, Poe e Dada. C’è violenza, spietatezza, fame. Eppure in questa crudezza c’è poesia, c’è qualcosa che colpisce e ti si ficca in testa: Ut è come un bambino, crudele ma al tempo stesso innocente che fa domande come “Ma è l’anemometro che fa sbattere le porte o è il vento?”. Chi ha visto anche solo una volta questa bambinesca innocenza sa che è l’essenza stessa dell’essere uomo. “Per questo dicevo che amo Borges: mi piace che le cose non siano quello che sembrano, mi piace camuffarle, trasformarle e dimensionarle in un altro modo”, aggiunge Roi.

Sì, ma alla fine, chi è dunque Ut? Lampo, sfregamento, un’altra sigaretta che probabilmente non sarà l’ultima della giornata. “Un pinocchio feroce”.

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Il nuovo fumetto indipendente USA, parte quinta: Jesse Moynihan – Forming https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-quinta-jesse-moynihan-forming/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-nuovo-fumetto-indipendente-usa-parte-quinta-jesse-moynihan-forming/#respond Tue, 08 May 2012 11:00:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7600 Pubblichiamo la quinta parte del reportage di Valerio Mattioli sul nuovo fumetto indipendente americano. Qui le puntate precedenti.

di Valerio Mattioli

Di Jesse Moynihan mi ero già innamorato ai tempi di The Backwards Folding Mirror, una miniserie all’inizio autoprodotta e poi conclusasi nell’apoteosi di Follow Me, pubblicato nel 2009 da Bodega: l’autore dichiarava influenze prese a prestito da Lautréamont, Amos Tutuola e Alejandro Jodorowsky, ma in realtà non eravamo molto distanti dal clima tipico di un C.F. più intimista e meno velenoso.

Subito dopo però Moynihan comincia a pubblicare sul proprio sito internet le prime tavole di Forming, e lo scarto con le atmosfere dilatate, sognanti, perché no poetiche del precedente lavoro è spiazzante, soprattutto ora che i primi episodi sono stati collezionati in un unico volume per l’inglese Nobrow, e che quindi è possibile coglierne la poco meno che delirante grandiosità di scala. Non è ben chiaro per quanto ancora la serie andrà avanti. Di sicuro, quello che sappiamo è che è già una faccenda grossa.

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Pubblichiamo la quinta parte del reportage di Valerio Mattioli sul nuovo fumetto indipendente americano. Qui le puntate precedenti.

di Valerio Mattioli

Di Jesse Moynihan mi ero già innamorato ai tempi di The Backwards Folding Mirror, una miniserie all’inizio autoprodotta e poi conclusasi nell’apoteosi di Follow Me, pubblicato nel 2009 da Bodega: l’autore dichiarava influenze prese a prestito da Lautréamont, Amos Tutuola e Alejandro Jodorowsky, ma in realtà non eravamo molto distanti dal clima tipico di un C.F. più intimista e meno velenoso.

Subito dopo però Moynihan comincia a pubblicare sul proprio sito internet le prime tavole di Forming, e lo scarto con le atmosfere dilatate, sognanti, perché no poetiche del precedente lavoro è spiazzante, soprattutto ora che i primi episodi sono stati collezionati in un unico volume per l’inglese Nobrow, e che quindi è possibile coglierne la poco meno che delirante grandiosità di scala. Non è ben chiaro per quanto ancora la serie andrà avanti. Di sicuro, quello che sappiamo è che è già una faccenda grossa.

Forming è una vera e propria epopea che mescola assieme divinità greche, parabole bibliche, miti atlantidei, e immancabili creature extraterrestri. Laddove fino a Follow Me il tono di Moynihan era stato esile, dimesso, fondamentalmente introverso, Forming esordisce inasprendo la narrazione fino a sfondare tranquillamente il muro della blasfemia, ricorrendo volentieri a uno humor nero che fa tanto Johnny Ryan, e soprattutto accelerando il racconto in chiave esplicitamente avventurosa, coi vari personaggi che interagiscono per tramite di complotti, sottotrame occulte, scontri fisici, verbali e di potere.

La trama, per una volta, è abbastanza agevole (si fa per dire): nel 10.000 avanti Cristo, il mega-alieno Mitra è spedito dal pianeta Dogon a colonizzare la Terra, e per la precisione Atlantide, per sfruttarla come miniera; qui però si innamora di Gaia, un’umana il cui volto è marchiato da una stella divina. Mitra taglia i contatti con Dogon, e assieme a Gaia mette al mondo cinque figli: tre ciclopi, più i titani Crono e Rhea (da cui nascerà il piccolo Zeus). Gaia però trama alle spalle dello stesso Mitra, intrattenendo una tormentata relazione con Noè, da cui nasceranno Themis e Iapetus. Nel frattempo però da Dogon, allo scopo di recuperare il traditore Mitra, viene inviata una seconda spedizione di alieni, capeggiati dall’androgino Serapide. Serapide e i suoi si stabiliscono in quel di Canaan, dove incontrano due esseri primitivi di nome Adamo ed Eva, che verranno iniziati dagli alieni alla via della conoscenza. A un certo punto però arriva Lucifero e insomma, la storia continua (in attesa di un nuovo volume cartaceo, potete seguirne gli sviluppi on line semplicemente collegandovi ogni domenica sul sito jessemoynihan.com).

Se in 1-800 Mice Matthew Thurber ipotizzava il primo vero “romanzo” della scuola nata in scia al Fort Thunder ricorrendo al pastiche pynchoniano, con Forming Moynihan alleggerisce ulteriormente i toni: non tanto dal punto di vista della trama (che è come al solito astrusa) o del soggetto (che è, avrete capito, debitamente dissacratorio), quanto nella tutto sommato divertita linearità della vicenda, non a caso resa graficamente in tavole tutte nitidamente scomposte in nove quadri di identica dimensione. È uno degli esiti più “pop” di quanto seminato a inizi 2000 a Providence, ed è anche una delle letture più facili che sia dato di incontrare in questo campo. A dieci anni da Multiforce, ha quasi il sapore della normalità.

Il primo volume di Forming pubblicato da Nobrow è sontuoso e la confezione bellissima. E in generale, l’editore inglese ha in catalogo diversi titoli che potrebbero valergli lo status di Picturebox d’Albione.

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