Aleksandr Zinov’ev Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aleksandr-zinovev/ un blog di approfondimento culturale Tue, 23 Feb 2016 08:25:54 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Aleksandr Zinov’ev Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/aleksandr-zinovev/ 32 32 Quando la distopia è realtà – alcune considerazioni su Cime Abissali di Aleksandr Zinov’ev https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-distopia-e-realta-alcune-considerazioni-su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quando-la-distopia-e-realta-alcune-considerazioni-su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/#comments Mon, 22 Feb 2016 07:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29995 Comincia con la solenne inaugurazione di un immondezzaio poi subito abbandonato, Cime abissali, il più celebre romanzo del logico Aleksandr Zinov’ev, oggi riproposto in volume unico da Adelphi. Se per il lettore italiano la scena è un immediato indicatore della natura satirica dell’opera, per il lettore russo tale nozione giunge addirittura prima. Il titolo, al di là dell’ossimoro, è infatti un gioco di parole tra sijajuščie, radiose, e zijajuščie, abissali, e dato che l’equivalente russo del nostro “sol dell’avvenire” sono le “cime radiose” (del socialismo realizzato) è subito chiaro che si è di fronte a un libro che nel proprio paese non avrebbe potuto vedere la pubblicazione.

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Questa recensione è uscita sulla Lettura del Corriere della Sera.

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“Non può andare peggio di così, disse il pessimista.
Ma si che può, rispose l’ottimista.”

Comincia con la solenne inaugurazione di un immondezzaio poi subito abbandonato, Cime abissali, il più celebre romanzo del logico Aleksandr Zinov’ev, oggi riproposto in volume unico da Adelphi. Se per il lettore italiano la scena è un immediato indicatore della natura satirica dell’opera, per il lettore russo tale nozione giunge addirittura prima.

Il titolo, al di là dell’ossimoro, è infatti un gioco di parole tra sijajuščie, radiose, e zijajuščie, abissali, e dato che l’equivalente russo del nostro “sol dell’avvenire” sono le “cime radiose” (del socialismo realizzato) è subito chiaro che si è di fronte a un libro che nel proprio paese non avrebbe potuto vedere la pubblicazione. Uscì infatti per le Éditions l’Âge d’Homme di Losanna nel 1976 e valse al suo autore l’espulsione dall’URSS, sebbene la sua posizione accademica fosse già stata compromessa dal rifiuto di licenziare dal dipartimento di logica alcuni professori dissidenti.a7a5c767683791d0976e9410601fcbd0_w600_h_mw_mh_cs_cx_cy

La biografia di Zinov’ev, che già nel ’39 si era fatto espellere dall’Istituto di Filosofia di Mosca per un complotto antistalinista e fu riabilitato solo dopo aver prestato servizio nell’Armata Rossa, renderebbe facile inquadrare questo romanzo nel filone dei “libri del dissenso”, tant’è che non di rado viene posto a fianco di Arcipelago gulag di Solženicyn. Tuttavia Cime abissali, che pure presenta un mondo in cui logica e buonsenso sono ribaltati e la delazione è sempre in agguato, si presta a letture più complesse. Certo, nella grande nazione di Ibania, dove tutti si chiamano Iban Ibanovic e sono quindi identificati con appellativi-funzione come il Collaboratore, il Pensatore, il Doppiogiochista, lo Schizofrenico, il Chiacchierone, l’Imbrattatele, il Veritiero (figura in cui si può riconoscere lo stesso Solženicyn), niente ha senso, i dati reali sono visti come il maggior pericolo per l’ordine costituito (“è risultato che il 99,99999999999999% appena dei quadri dirigenti di Ibania sono leali verso i quadri dirigenti di Ibania, il che entra in contraddizione col punto di vista ufficiale, che fissa il tasso di lealtà a 105,371%…”) e il talento o l’intelligenza sono quasi sempre puniti. Difficilmente, però, troveremo i personaggi di Zinov’ev parlar bene dell’Occidente, o di sistemi sociali alternativi a quello in cui si trovano a vivere.

Anche per questo, oggi che il gioco di riconoscere quale figura si celi dietro a ciascun appellativo si fa difficile – il lettore inesperto di storia sovietica arriverà al massimo a riconoscere Stalin, Chruščёv e Brežnev nei tre leader menzionati nel romanzo, il Padrone, il Verro e il Nuovo Direttore Capo –, Cime abissali torna a parlare a tutti in termini assoluti, andando a collegarsi in modo diretto alla linea di Gogol’, Saltykov-Šcedrin e Bulgakov, e stabilendo un inaspettato dialogo col mondo di individui intrappolati negli ingranaggi di sistemi ormai schizofrenici tipico dei postmoderni americani, Pynchon su tutti (L’arcobaleno della gravità usciva del resto solo tre anni prima): un autore col quale Zinov’ev ha in comune la passione fervente per il disegno del mondo che può offrire la scienza e la volontà di mettere in guardia rispetto ai pericoli del “culto della società” – qualunque essa sia.

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Su “Cime abissali” di Aleksandr Zinov’ev https://minimaetmoralia.it/letteratura/su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/su-cime-abissali-di-aleksandr-zinovev/#respond Tue, 26 Jan 2016 16:00:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29766 Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Docente di logica presso l’università di Mosca, Aleksandr Zinov’ev fu autore di saggi, poesie e testi scientifici. Il libro in cui concentrò le sue percezioni e le sue ossessioni, un’opera-mondo dove la scrittura dialoga temerariamente con il caos, si intitola Cime abissali, venne pubblicato in Svizzera nel 1977 ed è stato appena riproposto da Adelphi nella traduzione di Gigliola Venturi.

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Questo articolo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Docente di logica presso l’università di Mosca, Aleksandr Zinov’ev fu autore di saggi, poesie e testi scientifici. Il libro in cui concentrò le sue percezioni e le sue ossessioni, un’opera-mondo dove la scrittura dialoga temerariamente con il caos, si intitola Cime abissali, venne pubblicato in Svizzera nel 1977 ed è stato appena riproposto da Adelphi nella traduzione di Gigliola Venturi.

Anche solo accennare a quell’endoscheletro che va sotto il nome di trama è in questo caso a dir poco impossibile. Perché nelle quasi mille pagine del suo capolavoro, lo scrittore russo procede per accumulo e frammentazione, stratificando ed emulsionando, fabbricando turbini in cui figure e situazioni vorticano, si disperdono e ricompaiono: il tutto per rendere percepibili, tra sorriso e sgomento, quelle che furono le iper-razionali follie del regime sovietico (la satira di Zinov’ev fu così efficace che all’uscita del suo libro venne prima allontanato dall’insegnamento e poi, nel ’78, espulso dall’URSS).

Nel cosmo narrativo di Ibania – il paese dove tutti sono Ibanov – l’esistenza dell’eterogeneo è un fastidio risolvibile perché la conformità è principio, metodo, istinto. Se ne consegue che la tortuosità è elevata a regola e che il senso si riduce a un vago ricordo, poco male, conta solo fidarsi delle procedure, attenersi ai protocolli, e soprattutto dubitare e sospettare: fino a intendere il denunciarsi reciprocamente come «una norma e un’abituale maniera di vivere».

Premesse storiche tragicomicamente ideali per accendere lo sguardo dissidente di Zinov’ev che un episodio alla volta dà forma a quell’incubo irreprensibile che fu l’«ordine» sovietico. E allora personaggi come il Collaboratore, l’Imbrattatele, il Pretendente, il Chiacchierone, il Calunniatore e tantissimi altri – di fatto personificazioni dell’ansia di controllo, della meticolosità nevrotica, del più esasperato formalismo, della pedanteria e della sofisticheria – gli servono a condurci all’interno di una struttura paranoide che perpetua se stessa descrivendosi come l’unica realtà possibile.

Una struttura impermeabile da cui però a volte affiora qualche particella di consapevolezza, quando ci si rende conto che a Ibania «le turpitudini sono il prodotto legale dell’attività quotidiana dei migliori cittadini», che le riunioni sono «la forma più alta di democrazia per gli individui che si trovano ai livelli più bassi della gerarchia sociale», e che – si arriva a riconoscere persino questo – «inventare la verità è un lavoro faticoso».

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