Alemanno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alemanno/ un blog di approfondimento culturale Fri, 04 Jul 2014 14:59:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alemanno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alemanno/ 32 32 Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/#comments Fri, 04 Jul 2014 13:21:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21923 Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell'impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell'ultim'ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia ("Manco sotto Carraro ho visto 'na roba del genere"), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino "lui e quella sua cazzo di bicicletta", non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: 'Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo', non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l'Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno... Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l'ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo - forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po' la strategia comunicativa che l'ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

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Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell’impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell’ultim’ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia (“Manco sotto Carraro ho visto ‘na roba del genere”), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino “lui e quella sua cazzo di bicicletta”, non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: ‘Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo’, non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l’Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno… Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l’ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo – forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po’ la strategia comunicativa che l’ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

Fatto sta che, per esempio, la riapertura dopo cinque mesi della Tangenziale , con una serie di dichiarazioni da amministratore lungimirante (“Avremmo potuto solo togliere la terra con la ‘pala’, come qualcuno suggeriva ironicamente con scritte sui new jersey e invece siamo andati in fondo per risolvere il problema sulla collina mettendo in sicurezza la vita di dozzine di famiglie che abitano in palazzine che erano a rischio.”) gli ha risparmiato le ulteriori bestemmie dei circa 50000 automobilisti che per più di 160 giorni si sono sobbarcati un’ora e mezza di traffico in più per andare e tornare dal lavoro. Tra quelli c’ero anche io e mi chiedo adesso che la questione è miracolosamente risolta se per caso non ci sia stato un sesquipedale deficit di comunicazione: le spiegazioni sul senso del riassetto stradale sarebbero state provvide anche prima della conclusione dei lavori?

Altro esempio: ieri Marino si è fatto vedere anche al Ninfeo di Valle Giulia, e ha rivendicato il ruolo attivo che il Comune ha scelto di tenere di nuovo per il Premio Strega – cinquantamila euro di stanziamenti: “È importante che Roma continui questa tradizione della sponsorizzazione, non possiamo sottrarci. È un premio importante, è molto significativo che da tanti anni si tenga nella nostra città e al quale hanno partecipato scrittori importantissimi come Umberto Eco”.

Insomma credo che Marino abbia realizzato che la sua immagine pubblica, soprattutto tra i giornalisti politici e gli operatori culturali a Roma (ossia quelli che questa immagine la modellano), si sia nutrita di un fortissimo discredito e che stia provando come può a rimediare.

Purtroppo per lui la questione non è solo di immagine. Perché il busillis che si trova a maneggiare in questi giorni è una patata incandescente: la questione dell’assessore alla Cultura.

Come saprete, Flavia Barca – in giunta per circa un anno, discussa e criticata assai soprattutto per la sua abulia – si è dimessa il ventisei maggio scorso, e da allora la sede di Piazza Campitelli è vacante. Ma quest’assenza non è solo letterale, assume piuttosto significati evidentemente simbolici, e produce un’esasperazione trasversale in chiunque si occupi anche solo marginalmente di cultura a Roma. L’espressione di questa rabbia virata all’incredulità si può esprimere a) in toni goliardici con l’occupazione per un giorno dell’assessorato da parte degli attivisti del Valle – vestiti con maschere, occhialini da mare e occhiali da sole, cappelli, in mano, pinne, fucili, ombrelloni, secchielli e palette, in conferenza stampa hanno fatto loro il minimo sindacale dell’incazzatura: “Dal Palladium all’Eliseo a un’Estate Romana sbrindellata, la situazione è ormai insostenibile. Per quanto ci riguarda invece, da tempo il sindaco sostiene che la soluzione è vicina, ma sono passati mesi e non siamo riusciti a parlarne”.

Oppure si può esprimere b) con editorialesse al veleno dal tono blasè come quella di Francesco Merlo: Il grande crac culturale titolava Repubblica in prima un lunghissimo articolo che non risparmiava nulla a Marino, con tiro fittissimo di strali (e anche qualche freccia spuntata – la topica sul Romaeuropafestival che chiude); dall’editoria ai teatri, dall’opera all’archeologia, tutto – secondo Merlo – sembra gestito male, se non malissimo a Roma.

In sovrappiù, alla mancanza dichiaratamente strutturale di fondi, alla chiusura di luoghi storici (vedi ieri il pezzo sulla quella, probabile, dell’Eliseo), alla diciamo nonsimpatia di Marino, alla sua idea di mecenatismo quantomeno discutibile (vendere agli sceicchi del Qatar il “brand Roma”?), alla vacanza dell’assessorato, al comunicato dell’ultim’ora in cui liquida in due righe il lungo processo dialettico che c’è stato con gli occupanti del Valle con il precedente assessore (se ne devono andarè, è strigni strigni la sua miopissima posizione), è arrivata anche la polemica sugli esiti del bando dell’Estate Romana – Graziano Graziani l’ha ricostruita in questo pezzo, L’estate del nostro scontento, in cui al di là della contingenza delle accuse incrociate, sottolinea una questione di fondo rispetto alla questione delle politiche culturali, quella di una condivisione sulla valutazione: “Ciò che è un valore incontrovertibile per un settore della città è frutto di amicizie politiche per un’altra. Ciò che per qualcuno è una manifestazione storica, per altri è il segno di una città inamovibile che non è in grado di rinnovarsi”. Cosa significa? Che per molti anni l’organizzazione culturale a Roma è funzionata a isole, se non a feudi, automatisimi spesso divenute cancrene, con un’ignoranza reciproca rivendicata e nessuna visione di sistema.

Rispetto a questo tipo di critiche come ha reagito Marino? È molto interessante leggersi per intero l’intervista che gli ha fatto Concetto Vecchio per Repubblica. Eccola.

Sindaco Marino, “Repubblica” denuncia il degrado della cultura a Roma, il senatore Zanda la invita a un colpo di reni, e il capogruppo del Pd in Comune dice che bisogna cambiare passo. Lei pensa di essere ancora in sintonia con il suo partito e con la città?
Sì, assolutamente. Guardi che i romani sono contenti che ci sia un sindaco che vada in giro in bici. Ogni volta incontro un cittadino che mi pianta le mani sul manubrio e non mi lascia andare finché non mi ha raccontato la dimensione della buca davanti a casa sua. Preferivano forse un sindaco in autoblu?
Veramente le rimproverano di non avere una visione sul futuro della città.
Forse si dimentica la crisi nella quale ci dibattiamo. I consumi culturali diminuiscono dappertutto, le vendite dei libri sono in calo, la gente risparmia anche sulle cure odontoiatriche. La riprova è che nella notte dei musei, quando si entrava a un euro, abbiamo registrato 250mila presenze: con la mia bicicletta sono andato a controllare la fila alla mostra di Frida Kahlo, beh arrivava a piazza Venezia.
Insomma, è solo colpa della crisi?
No, non dico questo. Credo, ad esempio, che i privati devono dare di più. Così il sistema non regge. La filantropia è stata troppo trascurata. I donatori del Teatro dell’Opera hanno versato appena 3 milioni di euro su un bilancio di 58. È troppo poco. Però mi reputo soddisfatto: il Teatro l’ho ereditato con un disavanzo di 10,4 milioni euro e quest’anno avremo un attivo di 200mila.
Sì, ma la sua giunta non ha nemmeno un assessore alla Cultura. Com’è possibile?
Solo da un mese. Ho lavorato bene con Flavia Barca, ma ora serve una figura di eccellenza, che abbia chiara la dimensione della sfida. Fare l’assessore alla Cultura a Roma è come fare il ministro in un medio paese europeo.
Sarà il professore Andrea Carandini?
È una persona straordinaria, ma ho una rosa di candidati, e prima di scegliere voglio compiere un’operazione di ascolto.
E quanto ci vuole?
Il tempo che ci vuole.
Le rimproverano anche il mancato governo. Perché non fa le nomine?
A quali si riferisce?
Assessore a parte, sono senza vertice il Macro, le biblioteche, la Casa del cinema. Come lo spiega?
Ma la casa del cinema scade a settembre, sulle biblioteche opereremo a giorni e non perché il tema è stato sollevato dai giornali.
Lei che voto si dà?
Il voto me lo daranno gli elettori tra quattro anni.
E lei pensa di convincerli?
(Marino si alza e ci invita sul balconcino con vista sui Fori). Guardi lì, il Foro di Augusto. Fino a settembre la sera c’è una rivisitazione storica con Piero Angela. Abbiamo venduto 30mila biglietti a 15 euro. È un successo, no? E le Scuderie del Quirinale aperte tutta l’estate, vogliamo parlarne?
Non è troppo poco quel che ricavate dal sistema dei musei? Francesco Merlo si è trovato al Montemartini con altre quattro persone.
Ho controllato: il Montemartini fa 112 biglietti al giorno, 41mila all’anno. Non è tanto, convengo, ma i Musei capitolini fanno 500mila ingressi.
Infatti, sono gli unici. Avete un giacimento enorme e non lo fate fruttare. Non è un delitto?
I piccoli musei bisognerebbe renderli gratis. Prenda il Carlo Bilotti: ha 18 De Chirico, ma ogni visitatore ci costa 45 euro. Bisognerebbe eliminare la biglietteria, spostare il personale alle Scuderie del Quirinale: dove davvero serve.
Roma è l’unica città al mondo con due soprintendenze. Le sembra sostenibile?
Non lo è, e ne ho già parlato con il ministro Franceschini. Stiamo lavorando benissimo con lui. Guardi, quello spicchio, il Foro di Cesare: è nostro. Il resto no.
Lei a marzo è andato dagli emiri a proporre il brand Roma. Che ne è stato?
Ne ho parlato con il sultano Bin Abdulaziz, e poi l’ambasciatore in Qatar e anche con la first lady azera. Sono disposti a restaurare i nostri monumenti, ma in cambio vorrebbero esporre le nostre opere nei loro Paesi.
Il concerto dei Rolling Stones è stato un successo, ma tutti parlano solo dei 7mila euro per il Circo Massimo. Lei sconta un problema d’immagine?
Io penso che ci sia un po’ di provincialismo. È stata una straordinaria vittoria, tutti i media del mondo hanno celebrato l’evento e noi qua a parlare ancora dei 7mila euro. Mah!
Ma al suo partito che la critica sulla cultura cosa risponde?
Che ho portato la cultura nelle periferie. Lo sa che quaranta su 57 eventi dell’estate romana si terranno fuori dal centro storico. Questa è la mia visione.
La sua solitudine non nasce dal fatto che Renzi è freddo con lei? Teme l’ombra della Madia?
Non è vero. I rapporti sono ottimi. Sono reduce da un importante colloquio con Delrio.
Fare il sindaco di Roma è più difficile che fare il chirurgo?
Molto di più, in sala operatoria devi salvare una vita umana alla volta. Ma non sono preparato psicologicamente alla sconfitta. Non posso che vincere.

Non ci vuole un’analista della comunicazione per evidenziare come Marino sembri sempre sul chi va là, si dimostri scioccamente  impermeabile alle critiche, rivendichi in modo spocchioso i suoi successi (“Sono andato a controllare con la mia bicicletta…”), non usi nemmeno un minimo di captatio benevolentiae, e come per un politico dire di sé “non sono preparato psicologicamente alla sconfitta” non sia la battuta migliore. Ma è un altro il passaggio che m’interessa sottolineare, quello sulla nomina dell’assessore alla Cultura. “Ho lavorato bene con Flavia Barca per un anno, ora serve una figura di eccellenza”, dice. Il che vuol dire, per chi legge: la Barca non lo era. Anche qui, non proprio un’uscita elegante. E vuol dire: serve un nome altisonante. E l’unico che cita anche Marino è quello di Andrea Carandini, classe 1937, archeologo di fama, attuale presidente del Fai.

Ora credo che in nodo della questione sia proprio qui: nel pensare – dopo aver letto gli articoli di Merlo e di Graziani o dopo aver visto cosa vuol dire fare il sindaco di Roma per un anno – che una personalità come Carandini possa essere una figura indicata per un impegno – Marino qui lo riconosce – che “è come fare il ministro in un medio paese europeo”. L’impressione che io, come molti altri abbiamo di molti che hanno amministrato la città in questi anni è la loro poca conoscenza del territorio. L’immagine di una Roma “grande bellezza” o quella di una Roma “sacro Gra”, con un centro storico bellissimo e decadente e le periferie degradate da riqualificare è una specie di pregiudizio molle e insinuante che spinge a costruirsi idee di una città inesistenti, frutto di percezioni ristrette, semplificanti…

La critica di mancanza di visione che si rimprovera a Marino e che Marino, anche questa ovviamente, respinge al mittente ha proprio questo senso: all’assessorato di Roma non serve una figura di eccellenza, ma un amministratore dotato di competenza e umiltà da una parte e originalità dall’altra. Qualcuno che in questi anni, spesso bui, e stracolmi delle retoriche peggiori, dalla Roma futurista di Alemanno e dei gran premi automobilistici all’Eur, alla finta grandeur veltroniana, abbia lavorato con costanza anche nell’ombra, scontrandosi con le rendite di posizione, interpretando e provando a contrastrare la crisi di sistema che il mondo della cultura attraversa, provando a inventare modelli e iniziative e non solo a fare il burocrate. Ogni ambito, anche a Roma, ha prodotto per fortuna figure di questo genere, nomi riconosciuti in modo trasversale. La fatica che Barca ha fatto per un anno per conoscere, incontrare, intessere rapporti, formare tavoli di lavoro, etc… potrebbe essere risparmiata al futuro assessore, se per esempio questa consapevolezza se la fosse già creata in anni di presenza sul territorio.

Provo a farli questi nomi negli ambiti che conosco. Nel mondo del libro (tra parentesi, rimango abbastanza freddo per l’elezione di Paola Gaglianone al presidente delle Biblioteche romane eletta due giorni fa: di quale riconoscimento si faceva forte? quale inventività aveva dimostrato in questi anni? Si vedrà) spicca per la quantità e la qualità dell’impegno da anni una persona come Luisa Capelli. Antropologa di formazione internazionale, fondatrice di uno dei migliori progetti editoriali italiani degli ultimi anni, Meltemi, docente (con un contratto economicamente ridicolo) a Tor Vergata di Economia e gestione delle imprese editoriali, curatrice e organizzatrice da un po’ di tempo delle giornate sull’editoria Librinnovando, esperta come pochi altri in italia di editoria digitale, e soprattutto capace di avere una visione politica sul futuro dei libri: dai rapporti tra istituzioni e privati, alle questioni di sistema, la proprietà intellettuale, l’accesso ai contenuti, etc… È una persona con una solida formazione novecentesca, ma che non ha nessuna di quelle nostalgie bibliofile che molti spacciano per passioni, se non per competenze… Darle un ruolo di assessore o almeno di direttrice della Casa delle Letterature dimostrerebbe un coraggio inedito per Marino, e sarebbe ripagato dalla possibilità che Roma – la città di una Biblioteca Nazionale (oggi caricatura di se stessa), delle biblioteche storiche, degli archivi, della piccola e media editoria – diventasse un vero polo editoriale e una città della cultura del libro.

Vogliamo fare un’altro nome, un altro nome eccellente ma non di fama? Una donna che negli ultimi anni in tutta Italia è stata capace di ripensare intorno ai libri e alle biblioteche un diverso rapporto tra istituzioni e cittadini, facendo, nel suo piccolo, della cultura veramente la chiave di un nuovo welfare, e riconoscendo alle biblioteche il ruolo di presidi democratici? Antonella Agnoli. Qui trovate il suo curriculum. Agnoli ha lavorato in piccoli comuni e grandi città, a Venezia, a Bologna, a Seattle, a Helsinki, a Maiolatis Spontini, a Cinisello Balsamo, progettando biblioteche multimediali che nel giro di poco tempo hanno completamente trasformato l’accesso alla cultura dei luoghi dove si inserivano. Utenti della biblioteca moltiplicati anche di dieci volte, una partecipazione civile inusitata. I suoi libri, Le piazze del sapere, o l’ultimoLa biblioteca che vorrei. Non sarebbe sfidante investire su  di lei, sulla sua visione?

Per il mondo del teatro il nome che può venire in mente con facilità non solo a me è quello di Veronica Cruciani. Regista quarantenne, il cui lavoro sul palco è oggetto di una stima condivisa da tutti gli addetti teatrali, mainstream e indipendenti, ha dalla sua un’esperienza da imitare: negli ultimi dieci anni è riuscita, con un impegno e una costanza unici, a creare al Quarticciolo, nella periferia orientale di Roma, un modello di teatro di quartiere riconosciuto, lodato, tanto da chi fa teatro che da chi semplicemente ci abita vicino. La sfida di poter coniugare sperimentazione con teatro popolare (Muta Imago, Michele Santeramo o Virgilio Sieni con Valerio Aprea, Massimiliano Bruno, Geppy Cucciari), la capacità di coinvolgere le scuole, gli universitari, i centri anziani, gli utenti della biblioteca, è stata vinta. Con pochissimi soldi a disposizione – quest’anno ha fatto il direttore artistico gratis – e con la minaccia molto attuale che il budget dell’anno prossimo le venga decurtato di un quarto, ha trasformato un teatro di cintura in quello che doveva essere, non una microcattedrale nel deserto, ma un riferimento per tutto il quartiere.

Capelli e Cruciani (come anche Agnoli) hanno di fatto svolto un ruolo di supplenza in questi anni, hanno mostrato come si possa conservare e trasmettere il senso del pubblico, hanno usato i contributi degli attori privati sempre nell’ottiva di una funzione pubblica, hanno cercato di capire come trovare nuove modalità di finanziamento partecipato. Si sono fatte un mazzo encomiabile. Non è per me un valore positivo in sé svolgere una supplenza rispetto alla politica: Capelli e Cruciani sanno fare benissimo il loro mestiere – l’editore e la regista – ma hanno compreso che, in una fase di crisi, non ci si può limitare all’eccellenza nell’impegno professionale: occorre invece provare a riformare le condizioni di sistema, dato che la produzione teatrale o la produzione libraria si sono modificate profondamente negli ultimi anni.

Sono proposte quelle che ho provato a fare, che – più che i tre nomi in sé – indicano delle caratteristiche, un metodo, e soprattutto un’aspettativa. Che la politica accompagni i processi virtuosi, e non li eterodiriga. Un assessore alla cultura deve sorprenderci, inventare quello che non c’è. Non è detto che debba essere un non politico a rivestire il ruolo di assessore: ce ne sono – anche a Roma (Andrea Valeri, per esempio nel primo municipio) di amministratori locali, di funzionari che riescono a combinare insieme capacità gestionale e inventiva, rapidità nel governare la macchina amministrativa e visione. Sarebbe bello anche che Marino, che si fa vanto di un nuovo modo di fare politica, rendesse trasparenti i criteri dei suoi processi decisionali. Non si tratta di azzeccare il nome, ma di capire quali sono i desideri che esprime una città.

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Esteri a un bivio https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-esteri/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-esteri/#comments Thu, 21 Mar 2013 07:00:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13456 Simone Pieranni di China-Files prende spunto dal mio ebook per offrire una seria riflessione e chiari esempi sul "decadimento degli esteri", a cominciare dalla minore "potenza di fuoco" delle nostre agenzie e testate rispetto ad altri paesi avanzati: "Ansa in Cina, ad esempio, ha due persone. Corriere e Repubblica una (e di fatto il corrispondente di Pechino finisce per coprire tutta l'Asia!)". Guardando le cose  dal punto di vista del giornalismo digitale e con un insano cinismo contabile viene subito da dire: come potrebbe essere diversamente? Gli esteri costano tanto e rendono poco, soprattutto oggi, in Italia.

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Simone Pieranni di China-Files prende spunto dal mio ebook per offrire una seria riflessione e chiari esempi sul “decadimento degli esteri”, a cominciare dalla minore “potenza di fuoco” delle nostre agenzie e testate rispetto ad altri paesi avanzati: “Ansa in Cina, ad esempio, ha due persone. Corriere e Repubblica una (e di fatto il corrispondente di Pechino finisce per coprire tutta l’Asia!)”. Guardando le cose  dal punto di vista del giornalismo digitale e con un insano cinismo contabile viene subito da dire: come potrebbe essere diversamente? Gli esteri costano tanto e rendono poco, soprattutto oggi, in Italia.

Con mille euro al mese trovi giornalisti preparati che sono in grado di fare tutto per il web: scrivono l’articolo, il titolo, l’occhiello e il sommario, mettono link, tag e categorie, trovano e tagliano le foto, le inseriscono con didascalia; inoltre lavorano velocemente e su quasi ogni argomento, sfornando anche una decina di post al giorno di 2.000-2.500 battute, e tirano su migliaia di pagine viste al giorno. Questi pezzi sono raramente opere di reporting originale, quasi sempre si tratta di riscritture di agenzia, curation più o meno onesta, commenti in forma di veloce corsivo o di intervento engagé.

In un pomeriggio un singolo collaboratore di una startup digitale copre gli ultimi sviluppi del processo di Avetrana, la congiuntivite di Berlusconi (con eventuali spin-off su “Che cosa è l’uveite” e “Vedo delle sbarre davanti agli occhi: impazza la parodia sul web”), la lite su Twitter tra due quasi-famosi a caso, il video sul maialino che salva la capretta (e, due settimane dopo, il video sul falso svelato del maialino che salva la capretta), il deputato a cinquestelle del giorno e anche la Cina, con una galleria fotografica sull’adorabile mastino tibetano (ora “status symbol” da 750.000 dollari) .

Con mille euro quanti “esteri veri” compri e quanto rendono? Vale la pena, la spesa? Non basta per la Cina riferirsi alle agenzie sul mastino tibetano e la casa in mezzo all’autostrada (due servizi: prima e dopo la demolizione)? Non basta riscrivere, con un po’ di contorni e senza verificare in proprio, l’articolo del New York Times e del Financial Times? Non basta commentare di seconda mano a 9.000 km di distanza? I lettori vogliono davvero qualcosa di più? Sono esigenti come Homer Simpson in aereo (“Guardami, sto leggendo l’Economist, sapevi che l’Indonesia è a un bivio?”) o si accontentano del cinese col vibratore acceso (23 cm di lunghezza, 8 di diametro) conficcato nell’intestino e rimosso, dopo cinque giorni, senza ricorrere alla chirurgia?

Quest’ultimo lancio di agenzia, ripreso da varie testate, è citato come esempio negativo da Pieranni. Non so se sia un fatto, un fattoide, una notizia molto massaggiata o una semplice balla e il problema mi pare andare oltre il contenuto di verità di quell’agenzia: della Cina leggiamo e conosciamo soprattutto queste cose – mastini tibetani, case in mezzo all’autostrada, dildo intestinali -, vere o false che siano. E stiamo parlando di un paese di enorme importanza geopolitica, dove Pieranni e colleghi hanno comunque aperto un’agenzia specializzata che fornisce a prezzi convenienti contenuti per numerose testate nazionali.

Ma la risposta a “i lettori vogliono qualcosa di più” è, nel caso generale degli esteri, negativa perché il pubblico è impreparato e cerca solo la curiosità oppure dire che il “pubblico è impreparato e cerca solo la curiosità” diventa una profezia che si autoavvera e al contempo fornisce un comodo alibi? Il lettore medio ideale che s’interessa al bivio dell’Indonesia (quarto stato al mondo per popolazione, quindicesimo per PIL (PPA)) non esiste magicamente, è formato, in non piccola parte, da una stampa che include tra i propri compiti anche quello di fornire strumenti per una comprensione del mondo oltre i confini nazionali. Strumenti per l’Italia, una nazione importante in chiaro declino economico, con una demografia che non l’avvantaggia e una lingua di grande prestigio artistico parlata da poche persone (in rapporto ai sette miliardi della popolazione mondiale): queste condizioni, e il ruolo sempre più importante degli immigrati e nuovi italiani nella vita del nostro paese, sono ideali per affrontare al meglio”gli esteri” ma sono anche ideali negativi per rinserrarsi nei peggiori pregiudizi e paure.

È quasi inevitabile che le notizie su e da altre nazioni siano fortemente semplificate: il lettore di destinazione spesso è molto distante (per distanza fisica, educazione, condizioni di vita ecc.) dal contesto della notizia e non ha i mezzi (tempo, cultura, voglia) per ricostruirlo pienamente. Quest’opera di semplificazione può essere però condotta in forma positiva da un giornalismo che si prefigga di mediare la complessità del reale per il proprio lettore, cogliendo quindi nel lungo periodo i frutti di un’impegnativa operazione culturale (e qui il riferimento primo, anche per il successo editoriale, è Internazionale); oppure può essere un mero dumbing down, una banalizzazione che avanza senza esitazioni con i più vieti stereotipi, negativi e positivi (in corrispondenza dei “complessi di superiorità\inferiorità” che quotidianamente si contribuisce ad alimentare). Analogamente accade con l’immagine dello “straniero” nel nostro paese, dove sono ancora più evidenti le strumentalizzazioni politiche del giornalismo (sui diversi media, qui il discorso non è certo limitato alla carta stampata o alle testate online): si pensi al ruolo decisivo giocato dall’allarmismo sul “crimine degli immigrati” nell’elezione del sindaco di Roma Alemanno, alla cassa di risonanza per la Lega e le sue favole dell’orrore sugli sbarchi\invasioni di massa, al modo in cui molte testate hanno raccontato i CIE e la protesta degli schiavi di Rosarno.

In questi giorni gli esteri che c’interessano di più sono quelli indiani, per i preoccupanti sviluppi del caso due marò (su di esso China Files con Matteo Miavaldi continua a fornire seri contributi). Pietro Manzini così concludeva un recente riepilogo su La Voce: “Perché dunque [il Governo] ha cambiato rotta? Verrebbe da pensare che il Governo abbia avuto fretta di riportare i marò a casa per appuntarsi la ‘medaglia’ sul petto prima di dimettersi. Ma gli esiti nefasti sulla credibilità internazionale del paese di una tale goffa operazione erano talmente prevedibili che questo pensiero deve essere senz’altro scacciato.” Il pensiero scacciato è una gentile preterizione, perché in questo tormentato crepuscolo del montismo le prove di spregiudicati calcoli elettorali, mancanza di misura istituzionale e ricerca spasmodica di ultime medagliette sul petto sono state troppe.

Un’informazione attenta ed equanime sul caso avrebbe contribuito a creare un clima sfavorevole al colpo di mano di Terzi, ai prevedibilissimi esiti nefasti di una goffa operazione che cancella le “premesse per una soluzione negoziata” (Manzini), favorevole sia ai due fucilieri di marina che al “prestigio dell’Italia” [tra parentesi: l’India è il secondo stato al mondo per popolazione, il quarto per PIL (PPA), l’Italia ha circa un ventesimo della popolazione ed è in decima posizione per PIL (PPA)]. Non sto incolpando, nemmeno indirettamente, la stampa per la farsa elettoral-patriottarda di La Russa che si dichiarava pronto a “lasciare i migliori posti in lista ai due marò” e per la decisione, che risponde alla stessa perversa logica mediatico-politica, di Terzi di non rimandarli in India, ma un’informazione  matura e ricca sugli esteri, nel mainstream e non solo nelle “nicchie”, avrebbe aiutato il lettore a comprendere da subito il significato e il pericolo di tali sparate. Anche per questo vale davvero la pena e la spesa, sopratutto oggi, in Italia, investire su quel giornalismo che “costa tanto e rende poco”.

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Teatri e Agis: se i talenti non sono figli di papà https://minimaetmoralia.it/teatro/teatri-agis-lazio/ https://minimaetmoralia.it/teatro/teatri-agis-lazio/#comments Tue, 20 Nov 2012 14:30:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11513 Questo pezzo è uscito su PaeseSera. (Immagine: Santasangre – Harawi.)

Pietro Longhi, direttore dell’Agis Lazio, ha diramato un comunicato stampa in cui si scaglia contro le realtà degli spazi occupati romani. Il succo del discorso è che mentre tante sale lavorano nella legalità, pagando affitti e Siae, gli spazi occupati bypassano tutti questi oneri facendosi belli di collaborazioni prestigiose che si offrono gratuitamente a causa del sostegno politico. In sostanza, fanno concorrenza sleale (anche perché i biglietti sono a prezzi sensibilmente più bassi dei teatri associati all’Agis).

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Questo pezzo è uscito su PaeseSera. (Immagine: Santasangre – Harawi.)

Pietro Longhi, direttore dell’Agis Lazio, ha diramato un comunicato stampa in cui si scaglia contro le realtà degli spazi occupati romani. Il succo del discorso è che mentre tante sale lavorano nella legalità, pagando affitti e Siae, gli spazi occupati bypassano tutti questi oneri facendosi belli di collaborazioni prestigiose che si offrono gratuitamente a causa del sostegno politico. In sostanza, fanno concorrenza sleale (anche perché i biglietti sono a prezzi sensibilmente più bassi dei teatri associati all’Agis).

Il titolo del comunicato è “L’illegalità legalizzata nei teatri romani” e sotto accusa ci sono alcuni degli spazi più rappresentativi della cultura indipendente degli ultimi anni: Teatro del Lido di Ostia, Teatro Valle Occupato, Cinema Palazzo. Ma si potrebbero aggiungere anche l’Angelo Mai, il Kollatino Underground e l’ormai chiuso Rialto Santambrogio. Tutti luoghi che hanno accolto non solo nomi altisonanti che li sostenevano per ragioni politiche, ma che hanno anche dato ossigeno a quel teatro d’arte di caratura nazionale di cui Roma è ricca che non aveva luoghi dove immaginare e mettere in scena i loro spettacoli. Gente come Massimiliano Civica, Manuela Cherubini, Accademia degli Artefatti, Roberto Latini, Muta Imago, Santasangre, Lisa Ferlazzo Natoli, Daniele Timpano, Andrea Cosentino – ma anche l’Ascanio Celestini degli esordi, che non a caso è un grande sostenitore del Teatro del Lido – non avrebbero avuto modo di farsi vedere e di crescere senza spazi come il Rialto o l’Angelo Mai. Le nuove occupazioni come il Cinema Palazzo stanno svolgendo questa funzione per le generazioni che cominciano ora.

Questi artisti, che tra i romani sono la punta di diamante del nostro teatro (oggi molti lavorano anche negli stabili, dirigono festival, producono spettacoli all’estero) sia a livello nazionale che internazionale, hanno costruito il loro percorso anche appoggiandosi agli spazi che oggi sono attacco dell’Agis. Perché? Perché il settore pubblico, tradizionalmente lento in Italia, ha fatto fatica a intercettarli per molti anni, e quello privato – come le sale Agis – non è mai stato un interlocutore concreto. A Roma se una compagnia emergente vuole fare teatro, deve pagare centinaia di euro d’affitto al giorno alle sale “legali” difese da Longhi. Una roba da ricchi figli di papà. Se poi aggiungiamo che le sale che chiedono affitti agli artisti spesso poi ottengono finanziamenti pubblici per progetti specifici, il quadro risulta ancora più inquietante. Perché almeno i teatri occupati fanno reddito (sì, illegale), ma questo reddito serve all’auto-finanziamento e al sostegno alla produzione degli artisti. Ovvero lavoro e produzione culturale: esattamente quello che molte sale Agis producono col contagocce.

Per questo, leggendo il titolo dell’intervento del presidente dell’Agis – che fa riferimento a un’illegalità legalizzata – viene da dire “magari”. Magari quel sistema spontaneo fosse studiato e messo in condizioni di operare nella legalità, come è avvenuto con i centri culturali indipendenti a Parigi, a Berlino, a Zurigo, tanto per fare degli esempi. Magari si studiassero i meccanismi artistici, che sono sempre “avanti” rispetto a quello che stabiliscono leggi e normative, che dovrebbero intervenire a posteriori sulla realtà per normare l’esistente (come qualunque giurista sa) e non per stroncare ciò che nasce di nuovo. Se ciò avvenisse, probabilmente il nostro Paese non sarebbe così drammaticamente indietro ai suoi omologhi europei, dal punto di vista delle politiche culturali. Impantanato com’è nelle leggi e nel burocratese dei regolamenti, che in Italia è sempre esercizio arbitrario del potere da parte delle lobby.

Singolare è, nel ragionamento di Longhi, che si difenda così a spada tratta un ente monopolista come la Siae, che oggi è sotto commissariamento, dopo essere stata sotto inchiesta della magistratura, come ricostruì Report in una passata inchiesta. Un monopolio che sa di feudalesimo, contro cui si è espressa anche l’Unione Europea: oggi i musicisti italiani più avveduti, che a differenza dei teatranti possono far circolare in rete le proprie opere, stanno da tempo migrando ad esempio verso la Siae inglese, che difende il diritto d’autore senza i vincoli dell’omologo italiano.

Singolare è anche il fatto che non ci si renda conto dello stato pietoso del teatro privato italiano, che assieme al pachidermismo del pubblico rendono impossibile qualunque innovazione che non si pensi fuori da questi spazi polverosi. Che non ci si renda conto dello scollamento del paese reale da tutte le associazioni di categoria, così come dalle sigle partitiche con cui queste parlano in modo esclusivo (ed escludente), che pretendono di rappresentare i propri referenti e invece rappresentano spesso solo se stesse.

Tutto questo è singolare. O dovrebbe esserlo, se si ha a cuore le sorti della cultura in Italia e del teatro nello specifico. È ovviamente troppo chiedere questo all’Agis, che non è che un’associazione di categoria, ovvero di esercenti del pubblico spettacolo. Non è troppo, però, chiedere che si dismetta la retorica della legalità in un paese dove le istituzioni legalmente statuite hanno perso credibilità di fronte ai cittadini; e non è troppo nemmeno chiedere che si dismetta la retorica della libera concorrenza in un settore – il teatro – che il mercato non sa nemmeno com’è fatto, visto che anche il settore privato drena abbondantemente risorse pubbliche.

La cosa però appare comunque grottesca alla luce del fatto che l’Agis Lazio stessa è promotrice di un accordo con la giunta Alemanno, e nella fattispecie con l’assessore alla Cultura Gasperini. È infatti cosa nota nell’ambiente che alla stesura dei contenuti artistici del bando che istituisce La Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea (sulle ceneri del vecchio circuito dei Teatri di Cintura) ha contribuito in maniera sostanziale proprio l’Agis. La commissione che vaglierà il lavoro dei vincitori del bando, e che avrà pure la possibilità di programmare metà settimana in tutti e sei i teatri, è composta esclusivamente da politici e istituzioni culturali (Rai, Teatro di Roma), con l’unica significativa eccezione dell’Agis e del Centro Nazionale di Drammaturgia (della cui scarsa rappresentatività nel settore della drammaturgia contemporanea abbiamo già parlato su Paese Sera). Mentre gli artisti, il pubblico e la critica sono invece drammaticamente assenti.

Chiedere a un’associazione di esercenti privati di sindacare sui contenuti artistici di un circuito pubblico è singolare. È come chiedere ai fabbricanti di merendine di certificare la qualità delle verdure biologiche. Perché la distanza che passa tra il teatro d’arte e il teatro privato (con pochissime eccezioni) oggi è all’incirca questa. Dobbiamo ancora ribadire a quale dei due teatri debbano essere destinate le risorse pubbliche?

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Caro cittadino romano, son finiti i tuoi problemi, ora c’è Zètema! https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-cittadino-romano-son-finiti-i-tuoi-problemi-ora-ce-zetema/ https://minimaetmoralia.it/interventi/caro-cittadino-romano-son-finiti-i-tuoi-problemi-ora-ce-zetema/#comments Thu, 26 Jul 2012 22:37:38 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8871 Caro cittadino di Roma, sei un tipo disorganizzato? Hai difficoltà a gestire la tua piccola azienda, a organizzare la tua vacanza, a programmare la festa di compleanno per i tuoi figli? Perché non pensi di rivolgerti a Zètema? Guarda che Zètema è una società che ti offre global service. Ossia? Accoglienza, biglietteria, aperture straordinarie, eventi, catalogazione, documentazione, selezione personale, didattica, guardiania, sicurezza, libreria, attività editoriali, marketing, conservazione, promozione, comunicazione, progettazione, pulizia, manutenzione eccetera eccetera eccetera... Guarda che a tua disposizione troverai un'azienda con 930 (sic!) dipendenti. Un'azienda piena di speranze, che continua a sfornare bandi di assunzione del personale (privilegiando sempre persone che hanno già lavorato per l'azienda stessa), nonostante il suo destino sia incerto dopo l'approvazione della spending review. Un'azienda capace di gestire molte cose, forse addirittura tutte.

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Caro cittadino di Roma, sei un tipo disorganizzato? Hai difficoltà a gestire la tua piccola azienda, a organizzare la tua vacanza, a programmare la festa di compleanno per i tuoi figli? Perché non pensi di rivolgerti a Zètema? Guarda che Zètema è una società che ti offre global service. Ossia? Accoglienza, biglietteria, aperture straordinarie, eventi, catalogazione, documentazione, selezione personale, didattica, guardiania, sicurezza, libreria, attività editoriali, marketing, conservazione, promozione, comunicazione, progettazione, pulizia, manutenzione eccetera eccetera eccetera… Guarda che a tua disposizione troverai un’azienda con 930 (sic!) dipendenti. Un’azienda piena di speranze, che continua a sfornare bandi di assunzione del personale (privilegiando sempre persone che hanno già lavorato per l’azienda stessa), nonostante il suo destino sia incerto dopo l’approvazione della spending review. Un’azienda capace di gestire molte cose, forse addirittura tutte.

Ti fidi, cittadino, o vuoi qualche esempio? Beh, per dirti le prime cose che mi vengono in mente, gli undici punti informativi turistici dislocati nella città (in Via Giovanni Giolitti, in via Giacomo Leopardi, in via Nazionale, in Marco Minghetti, in via dei Fori Imperiali, in Piazza delle Cinque Lune, sul Lungotevere Vaticano, alla Stazione Tiburtina, presso l’Aeroporto G.B. Pastine, presso l’Aeroporto Leonardo Da Vinci, sul Lungomare Paolo Toscanelli), il servizio Romapass, il complesso monumentale di Porta San Pancrazio, il Museo della Repubblica Romana e della Memoria Garibaldina, l’Estate Romana, la mostra “Come l’acqua come l’oro” in collaborazione con l’Ambasciata Islandese in Italia, applicazione per cellulari Romaè, lo spazio scientifico all’interno di villa Torlonia Technotown, il centro culturale Elsa Morante, il centro culturale “Aldo Fabrizi” a San Basilio, il MACRO, la Pelanda-centro di produzione culturale, i Musei Capitolini, la Casa dei Teatri, la Casa delle Letterature, la sezione dei Musei Capitolini presso la Centrale Montemartini, i Mercati di Traiano dove per esempio adesso si può andare a vedere la mostra sulla modelle Bianca Balti, “un’esposizione che rende omaggio all’unicità della bellezza di Bianca Balti e all’importanza della moda italiana con 41 scatti d’autore che ripercorrono alcune tappe fondamentali della vita di questa affermata top- model, figura di primo piano per la promozione del made in Italy nel mondo”, il Museo dell’Ara Pacis, il Museo di Scultura Antica Giovanni Barracco, il Museo della Civiltà Romana, il Museo delle Mura, il Museo Napoleonico, la Casa Museo Alberto Moravia, il Museo Carlo Bilotti, il Museo Pietro Canonica, il Planetario con annesso Museo Astronomico, il Museo di Roma in Trastevere, i Musei di Villa Torlonia, il Museo Civico di Zoologia, la Casa del Jazz, la ludoteca presso la Casina di Raffaello a Villa Borghese, il Silvano Toti Globe Theatre, la sala polifunzionale Santa Rita, la Casa del Cinema, la Casa della Memoria e della Storia, l’Area Archeologia del sepolcro degli Scipioni, l’Auditorium di Mecenate in via Leopardi, concorso per nove operatori part-time da impiegarsi presso le Biblioteche del Comune di Roma, il servizio informativo 060608, il Servizio Informagiovani compreso di vari sportelli (presso la Casa del Parco, a Montespaccato, presso la Biblioteca Elsa Morante a Ostia, presso il Centro Culturale Elsa Morante, presso la Biblioteca Ennio Flaiano al Tufello, presso la Vaccheria Nardo a Grotta di Gregna, a via Prenestina 510, presso la Facoltà di Lettere di Tor Vergata, presso la Biblioteca Marconi a Ostiense, a Largo Corrado Ricci), il Festival Internazionale del Film di Roma, il Festival delle Letterature, il museo dei Videogiochi di via Sabotino (di prossima apertura), il Teatro di Villa Pamphili…

Ma, se ancora non ti fidi, cittadino, è proprio di questi giorni la notizia che l’ultima delibera del Comune di Roma ha assegnato alla Società Zètema Progetto Cultura S.r.l. gli ex teatri di cintura, comprese le relative dotazioni in uso dei beni ed eventuali contratti attualmente in corso. “Tale affidamento – si legge nella delibera – si attua in applicazione del Contratto di affidamento di servizi vigente approvato con deliberazione di Giunta Capitolina n. 440/2011 e successive integrazioni e, avente a oggetto lo svolgimento, da parte della società suddetta, di servizi nel campo culturale per conto dell’Amministrazione Capitolina tra cui la gestione diretta di spazi culturali. Zetema gestirà il suddetto circuito ‘Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea’ sviluppando un progetto di gestione economica per la costituzione e il mantenimento del sistema. Inoltre Zètema dovrà reperire risorse economiche mediante accordi bilaterali con gli altri soggetti facenti parte del Comitato i quali dovranno mettere a disposizione e beneficio dei costi di gestione della Casa dei Teatri e della Drammaturgia Contemporanea proprie risorse economiche e/o proprio know how e/o servizi, oltre a ulteriori sponsorizzazioni economiche e/o tecniche e ulteriori finanziamenti pubblici e privati”.

Ti basta, caro cittadino di Roma, tutta questa profluvie di affidabilità? O vuoi il parere di qualche politico? Ci sono le elezioni fra poco, sai, e vuoi sapere che ne pensano di Zètema? Alemanno o Zingaretti? Trovalo, e diccelo, cittadino. Oppure sei proprio un bastian contrario, cioè non ti piace che per un mucchietto di milioni di euro, Zètema si occuperà anche degli ex-teatri di cintura (il Teatro Biblioteca Quarticciolo, il Teatro Tor Bella Monaca, il Teatro del Lido di Ostia), più il Teatro di Villa Torlonia, il Teatro del Centro culturale Elsa Morante, e le Ex Scuderie di Villino Corsini? Ti sembrava più giusto che l’enorme lavoro fatto in questi anni, in modo militante, sul territorio, da chi si occupa di teatro dovesse essere riconosciuto e tesaurizzato in qualche modo? Insomma sei un rompipalle, cittadino? Guarda – e se lo dico poi lo faccio – che se non la smetti la prossima volta richiamo Michele Placido oppure chiamo Pino Insegno, sa, non mi ci vuole niente a me a fare una delibera!

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Perché per rinnovare l’Italia può essere fondamentale amministrare bene le città https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/perche-per-rinnovare-litalia-puo-essere-fondamentale-amministrare-bene-le-citta/#comments Sun, 15 May 2011 17:36:24 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4331 Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, […]

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Aspettando i risultati delle elezioni amministrative, riportiamo un’intervista che Francesco Raparelli ha fatto a Walter Tocci sulla free-press “Dinamo” lo scorso anno. È una disamina analitica di possibilità e responsabilità della amministrazioni di sinistra in Italia, da parte di chi della cosiddetta “stagione dei sindaci” fu uno dei protagonisti – a livello di elaborazione teorica, e come vicesindaco di Roma e assessore ai Trasporti.



Partiamo dalla cultura politica, il tema che sta al cuore della nostra sperimentazione editoriale, oltre che politica. DINAMO ritiene che molte delle categorie proprie della sinistra siano ormai ferri vecchi: le forme della rappresentanza, il modo di intendere il lavoro e i suoi diritti, il rapporto tra territorio e politica, la questione del welfare. Quali sono a tuo avviso gli elementi culturali e politici della sinistra che sopravvivono alle ultime disfatte elettorali?

La sinistra dovrebbe gridare sui tetti le proprie ragioni. Solo qualche anno fa sembrava normale che la superpotenza portasse la guerra nelle lande più desolate del mondo. Quanti apologeti ci hanno spiegato che era una cosa utile, etica e democratica! Oggi è sotto gli occhi di tutti il fallimento di quella volontà di potenza, anche se non sanno come uscirne.

La crisi economica mondiale ha intaccato l’armamentario ideologico costruito in un trentennio di egemonia liberista. Perfino alcuni esponenti della mitica scuola di Chigago ora ci spiegano che hanno preso un abbaglio. Fa impressione vedere l’inceppo della finanza. Chi l’avrebbe detto che il turbo-capitalismo si sarebbe arenato sul vecchio sogno piccolo borghese della casetta in proprietà. Chi l’avrebbe detto che le Partecipazioni Statali sarebbero rinate a Wall Street. Chi l’avrebbe detto che gli Usa vacillassero a causa di 5 milioni di americani insolventi perché impoveriti dalle stesse politiche liberiste.

E poi ancora, l’allarme sul futuro della terra; fino a qualche anno fa era argomento di minoranze e oggi è al primo punto dell’agenda nei vertici mondiali.

La sinistra ha avuto tante ragioni, anche se spesso non ci ha creduto. La destra ha avuto torto, ma riesce a capovolgerlo a suo favore, come si vede in tutta Europa.

Quali sono, piuttosto, gli elementi che invece non funzionano più?

La parola sinistra ha un significato instabile e relativo. Ha sempre bisogno di aggettivi per qualificarsi e infatti negli ultimi anni c’è stato un fiorire di definizioni: democratica, sociale, radicale, riformista, sommersa; ma sono tautologie, perché non si da una sinistra che, pur in diversa misura, non sia tutte queste cose. D’altro canto non si sono ancora trovati i sostantivi in grado di sostituire parole impegnative come comunismo e socialdemocrazia. Inoltre, storicamente la parola sinistra indica un posizionamento rispetto alla destra, addirittura nei banchi del Parlamento, e quindi può essere compresa solo per il ruolo che svolge in questa relazione.

La cultura di sinistra è intrappolata in un guscio moderno-borghese costituito da rappresentanza, diritti, crescita e welfare. Sono conquiste mirabili, frutto di un conflitto e poi di un compromesso tra il movimento operaio e la borghesia che percorre tutto il novecento. La sinistra ne è stata protagonista e oggi quindi non riesce a congedarsi da quel paradigma, né tanto meno a reinterpretarlo nel secolo appena cominciato. La destra, invece, è stata una forza di resistenza di quel compromesso e proprio per questo è più pronta a cogliere le dinamiche post moderne che ne mettono in discussione i pilastri: populismo contro costituzionalismo, rendita contro produzione, egoismo contro solidarietà, appropriazione privata contro beni collettivi. Negli anni Novanta la sinistra si è illusa di poter estendere il paradigma borghese-moderno nella globalizzazione. Gli anni Duemila, al contrario, hanno mostrato il lato oscuro della mondializzazione: la guerra preventiva, il rifiuto dei migranti, la crisi economica, la polverizzazione del sociale. Così è avvenuto il passaggio dall’Europa dei governi di sinistra al trionfo dei governi di destra. Ho l’impressione che il berlusconismo sia un’interpretazione più avanzata e non più arretrata di questa rottura. Ormai il Cavaliere ha segnato quasi un ventennio di storia nazionale. Per una vecchia abitudine azionista siamo portati a vederlo come un segno dell’arretratezza italiana, ma forse l’analogia con la storia nazionale è da rintracciare, al contrario, in una sorta di invenzione maligna, cioè una capacità di cogliere il nuovo tramite il suo lato oscuro. Come fu appunto il fascismo, un movimento di avanguardia che l’Italia seppe esportare nel mondo. L’analogia è molto più profonda di come la può rappresentare il dipietrismo o una certa invettiva di tipo giornalistico. Anche la estrema reattività che c’è in Europa verso Berlusconi dipende forse da un inconsapevole timore che quel modo di fare politica possa riguardare anche loro e che l’Italia possa di nuovo esportare un’invenzione maligna. In Francia c’è un dibattito sul Sarkoberlusconismo.

Questa forma politica si misura con le pulsioni più profonde dell’uomo globalizzato: il rancore e il desiderio. Può non piacerci, ma la destra risponde a modo suo con messaggi rozzi e talvolta inquietanti ma connessi allo spirito del tempo: la xenofobia, la rivolta fiscale, un certo sovversivismo populista, il perbenismo religioso e nel contempo l’edonismo televisivo, la promessa velinara alla nuove generazioni.

Al contrario, proprio la condizione esistenziale dell’uomo postmoderno sfugge alla sinistra, al suo linguaggio ormai disincarnato, al suo ripiegamento metodologico, alla sua astrattezza kelseniana, al suo universalismo esangue. E’ un mondo culturale che io considero, bada bene, una base minima essenziale, ma anche un armamentario incapace da solo di battere la destra.

Lo stendardo borghese-moderno è diventato un blasone decadente di fronte alla ruvidità del postmoderno. La sinistra si trova nella stessa condizione della vecchia cultura degli aristocratici romani ormai travolta dall’ascesa del cristianesimo. Mario Tronti ci ricorda una bella citazione dal De Reditu di Rutilio Namaziano: “gli uomini di fede sono feroci e gli uomini del dubbio sono stanchi”.

Eppure la sinistra avrebbe qualcosa di meglio da dire sul rancore e sul desiderio. Potrebbe dare risposte più pregnanti di quelle offerte dalla destra. In fondo quei sentimenti interpellano un mestiere antico e ormai dimenticato della sinistra, cioè la capacità di dare un orizzonte allo spaesamento e di cogliere la domanda di libertà che promana dalla trasformazione sociale. Da qui passa la possibilità di abbandonare gli aggettivi e di tornare ai sostantivi, per dirla ancora al modo di Tronti.

In che modo, attraverso quali strumenti, ricostruire una cultura politica all’altezza delle sfide del presente? Ancora, quale rapporto tra politica istituzionale e movimenti sociali?

Scusa.. ecco, mi sono ripreso.. ero caduto a terra per la difficoltà della tua domanda. Dunque, cerchiamo almeno di confinarla per renderla più abbordabile. Provo a rispondere limitando l’argomento alla questione urbana, che è sempre una limitazione creativa per il pensiero politico.

Le sue categorie nascono dall’idea stessa di città. La cultura democratica ricongiunge la politica alla polis e quindi alla sua rappresentazione architettonica che è l’agorà. Tutto ciò discende da una poderosa tradizione intellettuale che ha elaborato un’interpretazione romantica della grecità. Ma la cultura antica aveva una visione molto più problematica del nesso polis-politeia, meno rotonda e più spigolosa, meno univoca e più controversa, meno pacificata e più conflittuale.

Il mito fondante del politico non è solo la piazza della polis periclea, ma è il dramma tra nomos e ghenos che si svolge ai piedi delle mura di Tebe quando Antigone esce dalla polis per seppellire il corpo di Polinice, ubbidendo alla legge di natura contro il decreto di Creonte. E ancora più esplicitamente le mura si contrappongono all’agorà come simbolo del politico in un potente frammento eracliteo: “il popolo deve combattere per il nomos come per le mura della città”.

Bisogna attingere a questa grecità del polemos, liberarsi dall’idealizzazione liberale dell’antico, se vogliamo elaborare i paradigmi politici adatti al nostro tempo. Oggi serve a poco la piazza per capire le metropoli globalizzate, e infatti usiamo spesso un ossimoro parlando di agorà telematica. È molto più penetrante l’immagine delle mura, proprio perché non esistono più come elemento fisico, se non come spettro che l’archeologia preserva nella nostra vita quotidiana. Eppure, proprio in virtù di tale smaterializzazione le mura diventano una forza immanente nelle relazioni sociali e culturali. Sono le mura invisibili della città contemporanea: da un lato il confine si allunga nei grandi spazi mondiali; d’altro canto il confine diventa interno al tessuto urbano e denota le differenze tra le etnie, i ceti sociali, le generazioni, i gruppi di interesse. La destra ha capito con istinto animalesco la centralità delle mura – la contraddizione in termini è significativa – e la declina nell’ossessione securitaria, che porta a costruire recinti in ogni dove, di condominio, di quartiere, di periferie, di nuove baraccopoli. La sinistra ha il terrore di fare i conti con la figura delle mura e si salva l’anima con l’abuso della parola integrazione, un lessico emblematico del linguaggio astratto che la fa sentire estranea.

D’altro canto, consentimi caro Francesco, anche voi dei centri sociali per cercare una significatività di sinistra pagate il prezzo di una radicale riduzione all’interno di un confine, seppure di una comunità elettiva, come dite con bella espressione, anch’essa però esposta ad un’idealizzazione.

Le mura sono essenziali per una cultura politica all’altezza delle sfide del presente. Qui si annodano tante questioni, le mura ci ricordano anche un altro carattere originario della città come macchina spazio-temporale, come luogo che limita lo spazio per rendere commensurabili le relazioni temporali tra le persone. Ho l’impressione che anche questo carattere sia oggi fonte di molte contraddizioni. Le due dimensioni tendono a separarsi e a irrigidirsi reciprocamente. Da un lato il tempo si accelera nelle reti lunghe della conoscenza e della comunicazione globalizzata, il mondo a portata di mano non solo in internet, ma negli stili di vita, nella finanziarizzazione dell’economia, nell’azione criminale, nella sensibilità artistica, perfino nei sapori. D’altro canto, lo spazio si confina e risucchia la sfera morale, riportando l’etica al significato originario di ethos, che è appunto nicchia, perfino tana. Da qui la forza irrefrenabile dei tanti leghismi che picchettano la superficie liscia della globalizzazione.

Si formano così due grandi famiglie di conflitti, quelli temporali e quelli spaziali. I primi seguono il verso del globale e i secondi agiscono come suo contrasto; i primi liberano energie e i secondi le trattengono; i primi sono escatologici e i secondi katechontici. Potremmo dire che la globalizzazione ottimistica degli anni novanta era di tipo escatologico-temporale, quella ruvida degli anni duemila è stata kathecontico-spaziale. Le diverse forme e gradazioni che assume questa scissione spazio-temporale modellano l’organizzazione sociale, i rapporti tra gli individui e la stessa condizione esistenziale delle persone. Alle estremità si trovano da un lato le élite sovranazionali che vivono quotidianamente con la testa nel mondo e dall’altro i poveri cristi sempre più attaccati al suolo come ad una zattera spersa nell’oceano. Il territorio sembra diventare un cleavage più importante del vecchio conflitto di classe. Ma quella scissione arriva perfino a risuonare nell’animo delle persone, producendo esiti a volte anche contrapposti, dal malessere dello spaesamento alla creatività dello spirito glocal.

Questa scissione spazio-temporale offre molte opportunità al sorgere di movimenti di vario tipo, di destra e di sinistra, ma rende molto più difficile la loro stabilizzazione. Anche per la politica riformistica è difficile muoversi in quel crepaccio. Qui c’è una difficoltà tutta contemporanea. In fondo la città industriale è stata fonte di grandi conflitti, ma anche di una loro composizione. E questo è stato vero per i movimenti, pensa alle grandi lotte popolari, non di classe, per la casa e per i servizi sociali. Ma è stato vero anche per il riformismo; il welfare è nato nelle politiche statali ma si è concretizzato essenzialmente nell’urbano, con le politiche sociali volte a conciliare la produzione con la riproduzione. Ecco la novità, oggi la metropoli non riesce a comporre i conflitti, è un luogo di scissione a partire dal suo carattere originario spazio-temporale, è lacerata tra escathon e katechon, produce glamour per l’élite sovranazionale e disperazione nei suoi servitori, è il nodo della rete del capitalismo cognitivo e la nicchia della rendita immobiliare, è la fabbrica del lavoro creativo e il mercato delle braccia senza diritti, è lo stile di vita aperto al mondo e il muro di contenimento dello straniero.

Questa scissione è appunto una difficoltà sia per i movimenti sociali sia per le politiche istituzionali e soprattutto per il rapporto tra questi due momenti. Questa è la domanda che mi facevi e ti ho saputo rispondere solo sull’incognita del problema. Aggiungo però che ho sempre avvertito l’urbano anche come una potente riduzione di complessità. In fondo, i problemi di cui stiamo parlando sono generali e riguardano l’epoca, però se li osserviamo nell’urbano assumono una certa concretezza. La città è fatta di pietre e di persone, porta con sé una materialità e una corporeità che fa scendere in terra il pensiero. La politica urbana è quindi un buon esercizio per la cultura di sinistra, serve a curare la malattia che ne ha sfigurato il volto lasciando piaghe profonde: le idee disincarnate e le politiche sradicate.

Dovremmo fare sempre un esercizio di pensiero nel cercare un riferimento urbano alle analisi della società, anche quando si tratta di fenomeni immateriali. Se penso ad esempio alla mutazione dei modi di vita degli italiani nell’ultimo trentennio, due caratteri vengono subito in evidenza: l’immaginario televisivo e la forma delle città. Noi le chiamiamo ancora con i nomi storici – Roma, Milano, Napoli – ma ad essi corrispondono oggetti geografici molto diversi dal passato. Intorno ai nuclei antichi che portano il nome sono cresciute le galassie urbane, più o meno dense, di insediamenti discontinui e disordinati, distese anonime di villette e capannoni, non più campagna e non ancora città. E’ lo sprawl italiano che mutua dal modello americano una forma insediativa del tutto estranea alla storia nazionale. Se la tana dell’animale dice molto sulla forma di vita, tutto ciò denota forse un cambiamento antropologico dell’homo italianus. Questo territorio per frammenti che si ripetono tutti uguali, pur con impercettibili differenze, mi fa sempre pensare alla serialità televisiva, ai racconti senza fine che fecero la fortuna della televisione commerciale trent’anni fa. La città infinita si disperde in tanti episodi, proprio come la fiction televisiva. Così, nella profonda periferia la massaia con il televisore sempre acceso trova nell’ultimo puntata di Beautiful un’inconsapevole traccia simbolica del luogo seriale in cui si trova a vivere.

C’è un tratto comune in questa bulimia televisiva e urbanistica? E’ una sorta di incontinenza italiana, è la difficoltà di contenere in un racconto la trasformazione fisica e sociale. Di nuovo, una difficoltà a trattenere. Tra i due movimenti fondamentali di cui abbiamo parlato prima, quello più critico oggi è il katechontico, la capacità cioè di custodire in un ordine la potenza postmoderna. Quando si realizza tale capacità è sempre un momento mirabile in cui si manifesta una certa sacralità della vita associata. Ma proprio qui è invece la penuria dei nostri tempi.

Per la mia generazione l’ordine sacro era attuare la Costituzione, come forma sociale e democratica di custodia dell’escathon repubblicano nato nella Resistenza. Oggi tutto ciò è uno stendardo che innalziamo per fermare le orde barbariche. Qui è la forza della destra postmoderna italiana, corrodere qualsiasi deposito dell’ordine sacro e sostituirlo con l’ordine profano, o addirittura pagano nella versione leghista, della doppia morale tra edonismo televisivo e ideologia del Dio, Patria e Famiglia. Al contrario, per la sinistra l’ordine si è cristallizzato in un normativismo che la porta a scansare sia il sacro sia il profano.

Contro la serialità della politica e della città mi sembra utile il proposito della vostra rivista, indicato nell’editoriale di Franco Piperno, di un linguaggio più teatrale che cartaceo-televisivo. In fondo nell’azione teatrale ci sono in embrione le soluzioni a questi problemi: una rappresentazione che custodisce la storia in una scena, il tempo trattenuto in un racconto e soprattutto gli attori che diventano protagonisti. Dovremmo ripensare al teatro politico di Erwin Piscator, da dove provengono sia Döblin con il primo romanzo metropolitano tedesco (Berlin Alexanderplatz) sia Gropius con la Siedlung, l’ultimo tentativo del modernismo di trattenere i nuovi insediamenti in città, prima che vincesse l’esplosione nello sprawl.

Mi fermo qui, le provo tutte, ma non riesco a rispondere compiutamente alla tua domanda, se non per frammenti, anch’essi seriali.

Arriviamo a Roma. Per molti anni sei stato una figura decisiva dell’amministrazione della città, con le giunte Rutelli e Veltroni. Come leggi la debacle elettorale della primavera del 2008? Come si è esaurito a tuo avviso un ciclo di governo così lungo e potente?


Noi nel ’93 abbiamo fatto una rivoluzione. Tu sei giovane e forse non ricordi la tristezza della Roma della fine degli anni ottanta che di quel decennio controverso aveva preso il peggio, l’affarismo romanesco dell’ultima Dc di Sbardella senza la modernità postindustriale della Milano craxiana. Noi abbiamo “rimesso al mondo” Roma, nel doppio senso, da un lato di benessere metropolitano di cultura e sviluppo e dall’altro di apertura alle mutazioni della società della conoscenza e della globalizzazione che proprio in quegli anni andavano affermandosi.

Ho ancora un ricordo emozionante di quell’inizio. Tangentopoli era stata come un bombardamento selettivo, la città era la stessa di prima, ma erano scomparse come d’incanto tutte le lobbies, i poteri più o meno trasparenti, le sanguisughe dell’assistenzialismo pubblico. Ci trovammo davvero in una situazione magica di governo civico con un rapporto diretto tra amministrazione e cittadini, come non era mai accaduto prima e come non accadrà più. Fu un periodo molto breve, non più di due anni, poi gradualmente i poteri reali si ripresero dallo sbandamento e ricominciarono a tessere la tela soffocante intorno al governo municipale. Quando ci ripenso provo anche un dolore per le occasioni perdute e gli errori commessi in quel breve momento in cui era concesso alla politica di scrivere il progetto come in un foglio bianco.

L’ingenuità e la passione portano sempre i giacobini – sì, noi lo eravamo – verso quei fallimenti che vengono strumentalizzati dal Termidoro per stabilizzare il potere rivoluzionario. Il trionfo giubilare alla fine degli anni novanta segna l’affermarsi di una classe dirigente che ha già perso la furia innovatrice. Poi questo processo prevede sempre l’avvento di Napoleone che trasforma la rivoluzione mediante un racconto popolare della modernizzazione. E proprio il rapporto stretto tra narrazione e governo negli anni duemila ha portato il centrosinistra al punto più alto del successo. Lì nasce però quell’irresistibile senso di imbattibilità che di solito precede Sant’Elena e il ritorno della Santa Alleanza. Così i mediocri sovrani dell’Ancien Regime vengono rimessi sui troni, senza alcun merito. La Restaurazione si riprende il potere ma non riesce mai a fermare la diffusione degli ideali rivoluzionari, per questo molte idee del nostro quindicennio torneranno in campo nei prossimi anni.

Quando rifletto a volo d’uccello su questo ciclo penso che in fondo siamo caduti su un problema classico: come si trattiene una rivoluzione in un nuovo ordine. Di nuovo, ci ha fatto difetto il katechon.

Le amministrazioni di Centro-sinistra, in particolare la giunta Veltroni, in alcune fasi, hanno dichiarato di investire sulla partecipazione dei cittadini e delle realtà sociali alle decisioni politiche, soprattutto in materia urbanistica. Sembrava quasi che Roma potesse essere un laboratorio avanzato nell’apertura delle istituzioni ai cittadini e ai movimenti. Invece, alla fine del ciclo, ha prevalso il legame con i poteri forti della città e i cittadini e i movimenti si sono sentiti beffati. Il centro-sinistra dovrebbe fare autocritica sotto questo profilo?


Col passare del tempo il giudizio su Veltroni troverà una misura. È stato troppo osannato negli anni del successo e troppo svalutato nel tempo della sconfitta. Proprio perché non ho mai partecipato a questi eccessi credo di poter dire che è stato non solo un grande sindaco, ma l’unico esponente del centrosinistra che nel quindicennio ha cercato di sfidare Berlusconi nel suo punto di massima forza ovvero nell’elaborazione dell’immaginario collettivo. Ha cercato un luogo del comune dopo la frantumazione sociale, lo ha cercato in una sorta di forza morale contro l’egoismo, dal Colosseo illuminato contro la pena di morte, ai viaggi della memoria ad Auschwitz con gli studenti, fino alle piccole storie di civismo del quartiere. Su questo ha costruito una narrazione che sosteneva i singoli atti amministrativi e nel contempo rendeva più esigente la domanda di beni comuni.

Ma Roma non poteva essere una repubblica autonoma, anzi nel frattempo nel suo corpo sociale si accentuavano le lacerazioni prodotte dalle tendenze generali, in particolare l’impoverimento del ceto medio, la precarizzazione del lavoro e il primato delle rendite. A causa di tutto ciò tra le domande della città e le risposte dell’amministrazione si è acuito uno scarto sempre meno colmabile dalla narrazione civica. Tuttavia Veltroni ha ottenuto ampio consenso perfino nelle elezioni del 2008. La sua vera sconfitta si è consumata quando non è riuscito a trasformare la narrazione civica in un racconto sull’Italia.

Non ci è riuscito, ma ha provato a fare popolo, a unire istanze diverse intorno ad un’immagine comprensiva del bene comune, in contrasto di contenuti – sebbene non di forma – col populismo berlusconiano. Però noi di sinistra spesso ci laviamo la coscienza nel dileggio del populismo e passiamo oltre, come se il problema del popolo non riguardasse anche noi.

Il popolo non esiste in natura, è sempre una costruzione politica composta di idee, di azioni, di messaggi e di forme organizzative. Finché la sinistra non saprà fare popolo a modo suo continuerà a essere subalterna al populismo della destra. Il veltronismo è stato la ricerca di una forma politica postnovecentesca della sinistra. Merita almeno di essere menzionato come insuccesso. D’altronde molte conquiste novecentesche sono state frutto di sconfitte metabolizzate.

La tua domanda però riguardava anche la questione urbanistica e non voglio sottrarmi, anzi la ritengo la nota dolente del nostro quindicennio. Non siamo riusciti a scalfire la logica espansiva che ha segnato per quasi un secolo la trasformazione di Roma. Con il linguaggio nuovo del policentrismo si è continuata la vecchia disseminazione di quartieri isolati nell’agro, senza effetto città. Non a caso proprio nelle zone extra-gra il centrosinistra ha pagato un pesante prezzo elettorale scendendo a percentuali del 30-40% di tipo meridionale. Sarebbe stata necessaria una discussione critica e a promuoverla dovevamo essere proprio noi che abbiamo avuto responsabilità di governo, ma purtroppo non c’è stata questa disponibilità. E’ il sintomo di una mancata elaborazione del lutto da parte della nostra classe dirigente. Per parte mia ho condotto un’analisi severa della politica urbanistica dell’intero quindicennio in un libro (Avanti c’è posto, Donzelli, 2008) scritto insieme con un maestro della nostra generazione come Italo Insolera. Da giovani, leggendo il suo Roma moderna imparammo a conoscere la forza della rendita nel modellare gli assetti fisici, sociali e politici della capitale. Eppure i protagonisti di quelle speculazioni erano personaggi di mezza tacca, i palazzinari furbi e arroganti immortalati dalla frase “A Fra che te serve”.

Oggi il fenomeno assume ben altra portata. Nel turbocapitalismo la rendita immobiliare diventa parte integrante della valorizzazione finanziaria costituendo un’unità organica, la così detta economia di carta e di mattone. L’immobiliare diventa la prosecuzione della finanza con altri mezzi e questo ne fa un catalizzatore del processo economico, non più un fattore di arretratezza come era ritenuto, ancora nella fase industriale, perfino dai sinceri liberali. E tutto ciò fa impallidire il vecchio sogno riformistico del patto tra produttori basato sull’illusione di poter separare la rendita dal profitto. Ormai il mattone partecipa da protagonista al più generale primato della rendita nello sviluppo capitalistico.

Infatti, con l’ascesa della finanza la rendita ha sopravanzato il profitto e lo ha intrappolato nella propria logica. Il profitto è tale in quanto entra in un prodotto finanziario. E questa subordinazione diventa ancora più forte per il lavoro. Nella ripartizione della ricchezza l’aumento più forte è andato a favore della rendita, poi del profitto e il tutto a discapito dei redditi da lavoro. Nella regolazione dei processi e nell’allocazione delle risorse la componente finanziaria è diventata il dominus rispetto all’economia reale.

D’altronde, come spesso accade, il nuovo contiene una rielaborazione dell’antico. Infatti, la novità della finanziarizzazione consiste nel ritrovare un collegamento con l’atto originario dell’appropriazione capitalistica, a lungo dissimulato dall’economia classica e consumato non a caso nel campo della proprietà immobiliare. L’accumulazione originaria nasce infatti nel momento in cui si recintano i terreni liberi formando così la rendita assoluta; in seguito si afferma il mercato che cerca di far dimenticare nell’equilibrio concorrenziale quella prepotenza iniziale. Oggi, con il dominio della rendita finanziaria e immobiliare il capitalismo torna al primato del possesso sulla produzione. Le transazioni finanziarie sono molto più eteree e sofisticate dell’atto di recintare un terreno, ma l’atteggiamento è il medesimo.

Il recintare è un atto fondativo non solo per l’economia ma anche per la politica. Il nomos viene da nemein che significa appunto dividere un pascolo, e da qui discende, secondo la classica lettura schmittiana, una categoria fondamentale del politico. Più semplicemente, basta aver visto un film western per sapere che quando si recinta un terreno si forma una rendita e allo stesso tempo si crea un nemico.

Il capitalismo finanziario risveglia questi fenomeni primordiali e rilancia il momento dell’appropriazione come terreno comune tra l’economia e la politica. Il primato della rendita porta con sé un potere costituente. Per questo la forma capitalistica contemporanea è accompagnata da una formidabile verticalizzazione del potere in tutti i campi, nello Stato, nella società e perfino nell’impresa.

Ecco di questo mi interessa discutere con voi, caro Francesco. Per studiare questi fenomeni, infatti, mi sono risultate molto utili le analisi di Uninomade condotte da economisti critici come Vercellone e Marrazzi, di casa nei vostri dibattiti. Non voglio sminuire le responsabilità soggettive, ma non possiamo neppure limitare l’analisi alla solita figura del tradimento da parte dello stato maggiore. Ci sfuggirebbe la forza impressionante che la rendita immobiliare va assumendo nella vita urbana.

Cosa sta cambiando con la giunta Alemanno? Quale modello di governance ritieni si stia affermando?


Alemanno è un piccolo sindaco, molto al di sotto delle capacità che pure aveva mostrato come dirigente politico nazionale. Si vede che non ha passione per il ruolo che svolge. Si vede che non era preparato a vincere. Finisce per dare ragione all’ultimo che parla, asseconda tutte le richieste delle mille corporazioni romane, ripete stancamente i riti del vecchio governo sbardelliano, a volte richiamando in servizio perfino gli stessi politicanti e lo stesso ceto professionale. E’ un modo di governare che la vecchia classe dirigente conosce molto bene, ha il sapore antico dei bei tempi andati, è il luogo naturale della governance romana. Rispetto a questo modello Rutelli e Veltroni hanno operato in discontinuità, sempre con un progetto in testa; nonostante le critiche che si possono fare questa differenza è forte e sarà sempre più evidente nei prossimi anni.

Ma la questione che mi brucia di più è l’insediamento che la destra ha saputo costruire nella periferia romana. È un processo iniziato quasi trenta anni fa, ma solo negli ultimi anni si è consolidato e ciò ha conferito un carattere più strategico alla nostra sconfitta. Una volta c’era la cintura rossa della periferia, oggi le nostre roccaforti sono nei quartieri della borghesia colta come Monteverde. Il gradiente elettorale è ormai un’illustrazione geografica del ragionamento che facevo all’inizio sull’intrappolamento della sinistra nel paradigma borghese-moderno.

Mi ha colpito una frase di Walter Siti, sottile conoscitore dei quartieri più duri, rappresentati con particolare crudezza nel suo romanzo neopasoliniano Il contagio: “non riesco a immaginare un borgataro riformista”. Quando ho letto questa frase ho avuto un moto di ripulsa, ma poi mi sono abituato e ne ho compreso il senso. C’è una barriera di linguaggio, di argomenti, di stili di vita che impediscono alla politica riformista di parlare al disagio della periferia. Tema complesso che non saprei sviluppare andando oltre il titolo. C’è però un aspetto parziale che mi incuriosisce. E ormai diventato un luogo comune dire che la destra ha vinto sulla sicurezza. E’ vero, ma dice poco. Non coglie una contraddizione clamorosa; che cos’è questa domanda d’ordine che viene da quartieri cresciuti senza alcun ordine? Per come conosco la periferia romana non saprei immaginare un altro luogo tanto segnato da comportamenti anarchici e irregolari. Non dimentichiamo che, ad esempio, circa 800 mila romani vivono in abitazioni costruite illegalmente, è la più grande conurbazione abusiva d’Europa.

Tutta l’organizzazione civile è basata sull’assenza di regole e perfino lo stile di vita nelle situazioni più estreme raccontate da Siti presenta un’impronta amorale. La destra segue come un guanto le pieghe di questa contraddizione, assecondando ogni forma di comportamento irregolare e nel contempo offrendo una falsa coscienza del bisogno d’ordine tramite l’ideologia securitaria e apertamente xenofoba. Allo straniero si chiede di rispettare tutte le regole che non sono mai state rispettate dagli autoctoni. Al contrario, la sinistra prende in faccia come una sberla entrambi i lati di quella contraddizione, apparendo debole di fronte all’immigrazione e petulante nel rispetto delle regole dell’organizzazione civile. I politici di sinistra vanno in borgata a parlare di buoni sentimenti, di regolamenti amministrativi e quando volano alto affrontano addirittura le riforme istituzionali. L’universalismo esangue e il formalismo giuridico impediscono di capire e tanto meno di agire sulla forma di vita della borgata. Di nuovo, incontriamo il problema dell’ordine, del katechon. La destra sembra capace di trattenere lo spaesamento della borgata globalizzata; la sinistra offre una mera custodia amministrativa a quel malessere.

Ritieni che il tema del welfare locale, dalla formazione al reddito, dal diritto all’abitare alla mobilità, possa essere il terreno sul quale ricostruire un’opzione politica di opposizione in grado di ribaltare il dato elettorale del 2008?


Con il quindicennio non solo si è chiuso un ciclo politico ma si esaurita anche l’ambigua modernizzazione romana. Abbiamo celebrato con orgoglio la crescita del Pil senza capirne i processi fondamentali. E’ reale, ad esempio, la crescita di una galassia di piccole imprese nei servizi innovativi, ma nella maggior parte dei casi sono nate dalle commesse dei ministeri, degli enti locali, delle strutture sanitarie e soprattutto delle grandi aziende pubbliche, le quali, pur affrontando le privatizzazioni, hanno mantenuto ampi margini di monopolio; pensiamo al ruolo di Telecom, Alitalia, Rai, Capitalia, Enel, Finmeccanica, Fs, Eni. La competizione mondiale ha costretto questi gruppi a esternalizzare molti servizi e da questo grande outsourcing sono nate le imprese del terziario avanzato.

Lo sviluppo di Roma nel quindicennio è stato una sorta di Minotauro, metà new-economy e metà old-economy. La nuova economia romana è un fenomeno reale, ma la sorgente del processo è collocata nella vecchia economia dei monopoli e del mattone.

Il vero cambiamento, però, non ha riguardato il lato della produzione, ma quello del consumo. E’ sorta sul Gra ad opera di investitori stranieri una corona di grandi centri commerciali, uno tra i più potenti sistemi della grande distribuzione italiana. La vecchia rete dei piccoli negozi ha reagito con la specializzazione merceologica e l’innalzamento di qualità. Non a caso la Camera di Commercio è stato il soggetto più dinamico. Ma non è stato solo un fenomeno economico, ha riguardato gli stili di vita e il senso comune dei cittadini. Pensiamo all’abitudine ormai consolidata in tante famiglie romane di passare l’week-end nei grandi centri commerciali non solo per fare shopping, ma per adagiarsi sulle tendenze del momento, scoprire nuovi sapori, vedere un film, sentire musica e partecipare a nuove forme di socialità. I romani hanno dimostrato di essere consumatori scaltri di fronte alle offerte innovative del mercato. Basti pensare al successo di Ikea che in pochi anni ha dovuto raddoppiare gli spazi espositivi. Di questa vivacità si è accorto il marketing e non a caso il dialetto romano è entrato proprio in questi anni di prepotenza nelle grandi campagne pubblicitarie, da Bonolis, a Proietti, Amendola, fino a Totti. La cadenza romana, per tanto tempo considerata volgare, è diventata invece uno stile della comunicazione nazionale della postmodernità.

Alla rivoluzione dei consumi hanno contribuito fortemente la cultura e lo spettacolo e questa componente è stata intercettata alla grande dalla politica comunale. Il punto più alto di quell’esperienza è stato certamente l’Auditorium, divenuto in poco tempo il migliore esempio italiano e in una certa misura europeo di organizzazione culturale.

I grandi cicli storici dello sviluppo urbano hanno sempre realizzato architetture capaci di cogliere lo spirito del tempo: dalla cattedrale gotica del basso medioevo al boulevard ottocentesco, a volte anche in negativo, come le borgate del fascismo o i palazzi della Magliana della speculazione del dopoguerra. Anche il quindicennio del centrosinistra è stato un formidabile ciclo si sviluppo della città. Quali sono state le sue cattedrali gotiche? Certo l’Auditorium di Renzo Piano; però anche gli ipermercati a forma di scatolone hanno lo stesso diritto di rappresentare il nostro tempo. Con una differenza fondamentale, la sinistra conosce bene il popolo che frequenta l’Auditorium, sa leggere in anticipo le sue tendenze, ma sa ben poco degli umori del popolo degli ipermercati.

Ora piove sul bagnato, all’esaurimento di quel ciclo economico si aggiunge la crisi mondiale; a pagare il prezzo è sopratutto la periferia, non solo quella territoriale, ma anche quella sociale cresciuta con le tante forme di precarizzazione del lavoro. La destra è appagata dalla presa del potere, non si occupa della crisi e ha ormai dimenticato le tante promesse elettorali. Sarebbe il momento che entrasse in campo un ampio e radicato movimento di opposizione alla giunta Alemanno. Per la sinistra romana è l’occasione buona per riguadagnare terreno in periferia, cominciando ad intaccare il blocco elettorale della destra. Ma la lotta non basterà, serve anche un nuovo progetto di sviluppo per la città, non solo per riconquistare la credibilità come forza di governo ma anche per incontrare gruppi sociali interessati al cambiamento.

L’ambigua modernizzazione lascia sul campo anche una massa di lavoratori di buona qualificazione, con attitudini creative e già esperti di servizi innovativi; sono sopratutto giovani che hanno lavorato con contratti aleatori, spesso in condizioni quasi servili, o si sono cimentati in forme nuove di lavoro autonomo. Sono i primi a pagare la crisi con l’espulsione dal ciclo produttivo. E invece bisogna rimettere a lavoro proprio queste figure se davvero si vuole rimettere in moto l’economia e quindi ottenere un beneficio per tutte le altre figure sociali. Non c’è sviluppo ormai per Roma se non punta sui settori innovativi. Proprio qui però si tocca con mano la difficoltà. Spenti i motori dell’ambigua modernizzazione, sia l’outsourcing dei monopoli pubblici sia la trasformazione dei consumi, oggi viene a mancare proprio la domanda di innovazione. Questa parola campeggia nella convegnistica della capitale ma è assente nella sua struttura economica, non viene spontaneamente dal tessuto produttivo. Occorre quindi creare tramite le politiche pubbliche la domanda di innovazione e questo si può fare solo mettendo al centro la cura dei beni comuni, il ripensamento del welfare la qualità dei grandi servizi comuni. Come dici tu la politica della mobilità, della casa, dell’ambiente e della formazione possono cogliere contestualmente due obiettivi: mettere a frutto le risorse e le competenze delle nuove generazioni e nel contempo innalzare la qualità della vita associata. Ciò richiede l’elaborazione di un progetto di governo per la capitale e nel contempo l’attivazione di esperienze sociali e l’invenzione di nuove politiche adatte a tali compiti: ma di tutto ciò avremo altre occasioni per parlarne. Bisogna uscire da vecchi paradigmi, appunto come dice il vostro nome, premere il tasto Esc.

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