Alessandra Sarchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandra-sarchi/ un blog di approfondimento culturale Mon, 05 Oct 2020 09:25:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessandra Sarchi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandra-sarchi/ 32 32 Il dono di Antonia: il mito della generazione oltre il gender https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dono-antonia-mito-della-generazione-oltre-gender/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dono-antonia-mito-della-generazione-oltre-gender/#respond Wed, 07 Oct 2020 12:00:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44280 di Caterina Orsenigo Spesso è accaduto che l’uomo, in tempi remotissimi di sogni e miti, abbia compreso fenomeni riconosciuti poi molto più tardi dalla scienza, magari raccontando del frullamento di un oceano di latte per descrivere la precessione degli equinozi, o di un mulino di Amleto per alludere all’obliquità dell’eclittica. Così quasi tutte le tradizioni […]

L'articolo Il dono di Antonia: il mito della generazione oltre il gender proviene da Minima et Moralia.

]]>
di Caterina Orsenigo

Spesso è accaduto che l’uomo, in tempi remotissimi di sogni e miti, abbia compreso fenomeni riconosciuti poi molto più tardi dalla scienza, magari raccontando del frullamento di un oceano di latte per descrivere la precessione degli equinozi, o di un mulino di Amleto per alludere all’obliquità dell’eclittica.

Così quasi tutte le tradizioni cosmogoniche, dall’Africa alla Mesopotamia all’India, immaginavano, all’origine del mondo, un “nucleo universale” che galleggiava nell’oceano primordiale, avvolto dall’oscurità della non-esistenza: non molto diverso dal nucleo primitivo, formato forse da un brodo di quark, leptoni e fotoni, che immagina oggi l’astrofisica al momento del grande Big Bang.

Questo nucleo veniva chiamato allora uovo cosmico e veniva fecondato da un soffio vitale dando vita così all’universo. L’archetipo dell’uovo alludeva a una perfezione in grado di riportare la materia a uno stato di purezza originaria: non solo nascita ma anche rinascita. Giunse infatti fino al cristianesimo dove divenne simbolo di vita e di risurrezione. Piero della Francesca lo rappresentò nella sua Pala di Brera: un uovo che pende dal soffitto e sembra risaltare la geometria dello spazio e infondere armonia.

Uovo è dunque perfezione divina e vita in potenza, quasi si trattasse di una sospensione in cui corpo e spirito s’incontrano e, in un perfetto equilibrio geometrico, non sono né l’uno né l’altro o sono entrambi, prima di schiudersi e dare vita alla vita o al mondo stesso.

L’uovo, con la sua densa simbologia, è al centro del romanzo di Alessandra Sarchi, Il dono di Antonia, uscito a fine agosto per Einaudi.

Antonia, una donna di mezza età, è respinta da Anna, una figlia adolescente che ha scelto l’anoressia per sottrarle il ruolo di madre ed è cercata da Jessie, un figlio non figlio, il frutto di un ovulo donato a un’amica sterile, nella lontana California 26 lontanissimi anni prima.

Tutto intorno a questi personaggi, seminate per il giardino come indizi o richiami, le uova: le uova delle galline della fattoria di Antonia, l’uovo della cartolina della Pala di Brera, l’ovulo donato da lei tanto tempo prima.

Sviscerando il movimento di allontanamento e di ricerca che scandiscono i rapporti fra i tre personaggi, Alessandra Sarchi tocca archetipi imprigionati nelle maglie del genere e li “libera”.

Per prima cosa c’è il rapporto tra Anna e Antonia. Smettere di mangiare viene usato qui come arma per destituire il genitore del proprio potere. Non troppo lontano in fondo dal topos dell’uccisione del padre. Mi ha anzi fatto pensare a un romanzo per ragazzi del filosofo norvegese Jostein Gaarder (L’enigma del solitario, Longanesi), in cui un uomo fa naufragio in un’isola deserta, solo con un mazzo di carte. A furia di giocare al solitario, le carte prendono vita. Nessuna di loro si chiede da dove venga, tranne il jolly, il “filosofo” fra le carte: quando si rende conto che l’uomo anziano che abita sull’isola è il loro creatore, riconosce come unica soluzione per affrontare l’umiliazione assoluta dell’essere creato, quella di ucciderlo, anche a costo di rischiare di svanire con lui. In una società in cui i ruoli erano più nettamente divisi, era solo l’uccisione del padre a potersi sovrapporre all’uccisione di dio. Qui, invece, Anna che rifiuta il cibo è la Figlia assoluta (o ugualmente il Figlio assoluto), che disconosce il genitore, colui che genera, per individuarsi e conquistare la propria indipendenza – anche a costo di dissolversi con lui.

Il secondo aspetto racchiude anche il terzo. Sempre, è valso il principio mater semper certa est, pater numquam. Antonia invece si limita a donare l’ovulo, per poi sparire dalla vita dell’amica senza dire una parola, senza mai aprire nessuna delle sue lettere, senza voler sapere nulla di quel figlio. Nella vita di Jessie l’unica figura certa è quella del padre, mentre il ruolo della madre si fa più ambiguo e sfumato.

Così Antonia, donando l’ovulo, incarna la liberazione della donna dalla condizione di generatrice e madre, assumendo la possibilità di un ruolo in qualche modo più simile a quello paterno.

E infatti il viaggio di Jessie, che dalla California arriva a Bologna per ricongiungersi con Antonia, ricalca perfettamente il topos di ricerca del padre che da Telemaco in poi costella il nostro immaginario.

Il genere sembra così scivolare via dall’apparato mitologico e archetipico, che lentamente muta, come è sempre mutato per accompagnare tutte le trasformazioni delle comunità umane, da nomadi a sedentarie, dalla caccia all’agricoltura, da una calamità naturale o da una migrazione all’altra, forse ora anche da una società di ruoli prefissati a un’altra più fluida, in cui Telemaco è indifferentemente un giovane o una giovane che va a cercare la propria origine o la propria eredità, qualunque forma essa abbia.

Le uova seminate fra le pagine, gli ovuli che danno la vita, non rimandano alla fertilità femminile ma all’uovo cosmico sospeso della Pala di Brera. Quella sua perfezione, data dall’essere in potenza, lo rende asessuato, prima del genere, prima della forma e prima che un cromosoma y venga eventualmente a differenziare.

L'articolo Il dono di Antonia: il mito della generazione oltre il gender proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/dono-antonia-mito-della-generazione-oltre-gender/feed/ 0
Che pena scriver d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/#respond Thu, 17 Jul 2014 10:41:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22263 Questo articolo è uscito su Pagina 99.

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

L'articolo Che pena scriver d’amore proviene da Minima et Moralia.

]]>
Banksy Box Canvas A3 Large heart Doctor

Questo articolo è uscito su Pagina 99. (Immagine: Banksy. Fonte)

Che fine hanno fatto i romanzi d’amore? Esiste oggi una letteratura che esplori i sentimenti e non sia quella serializzata delle nuove Liale? Quelle storie stucchevoli, a partire dai titoli, tipo“Finché amore non ci separi” (Newton Compton): l’ebook in assoluto più venduto in Italia mentre scrivo. L’amore è diventato un brand, un marchio di garanzia per vendere, si dice da tempo. Qualche titolo in arrivo tra giugno e luglio: “L’amore non conviene” “La ricetta segreta dell’amore” “Un amore a Notting Hill”, “Tokyo Love”, “Un amore a Parigi”, “Mai per amore”.

Il risultato di questa orgia amorosa è che “l’amore sembra cioè uscito dall’orbita della letteratura che conta”, dice Emanuele Zinato, professore di Teoria della Letteratura di Padova. “La saggistica di successo ci avverte nel frattempo che nell’ipermodernità l’esperienza d’amore, usurata, è divenuta “liquida” o vittima di un irrefrenabile desiderio di intercambiabilità”. In effetti, il best seller “Non è più come prima. Elogio del perdono nella vita amorosa” (Cortina) scritto di Massimo Recalcati indaga proprio questa diffusa, disperata, ricerca del Nuovo. Ricerca in cui, oggi, anche le donne sono in prima linea. Meglio far durare l’amore “vecchio”, ci avverte psicanalista lacaniano, invece che seguire l’onda neo-libertina che ci fa consumare amori come fossero contratti a termine.

“Di sicuro le vite “liquide” e precarie agiscono a fondo sulla gestione dei sentimenti. Ma, secondo il mio parere, sulle varianti – in campi così profondamente radicati nella corporeità umana – prevalgono alcune costanti “biochimiche””, continua Zinato. Recalcati, però, ha toccato il nervo scoperto delle lettrici, le stesse lettrici che (forse?) si ritrovano nella storia del nuovo libro di Paulo Coelho, “Adulterio” uscito da una settimana e già inevitabile successo editoriale, a partire dal claim che lo pubblicizza: “È meglio non vivere piuttosto che non amare”. L’aggettivo che ricorre di più nel libro è “intrigante”. Qualcosa di “intrigante” è quello che cerca la protagonista, vittima di un’esistenza perfetta piena di soddisfazioni – marito, figli, lavoro appagante di giornalista. Per di più è cittadina svizzera, luogo di stabilità e sicurezza per eccellenza. Ma è infelice.

Senza scomodare Emma Bovary per una volta, ci limitiamo a dire che la donna incontrerà qualcuno di “intrigante”: una vecchia fiamma che si trova a intervistare per caso. “Niente è più intrigante della scoperta, della timidezza che lascia il campo all’audacia”, chiosa Coelho. Capirete dove si va a parare: la donna si innamora dell’ex, decide di confessare, ma il marito capisce, e l’accetta così come è, sollevandola dal senso di colpa. La sua storia extraconiugale non ha fatto che riavvicinarla al marito e “imparare ad amore” è l’unica cosa che conta nella vita. Che poi in soldoni è quello che diceva Recalcati.

Una risposta scanzonata a tutto questo lacaniano “far durare l’amore” è il libro di Mila Venturini “L’amore non conviene” (Nottetempo). In una Roma contemporanea e in un Liceo che si chiama Morganti, ma è identico al Mamiani, arriva un professore di Storia e Filosofia, molto bello e un po’ brizzolato. Il professore decide di cancellare tutti i programmi scolastici e far lezione su un tema che gli sta a cuore, essendo vittima, si capirà dopo qualche pagina, di una recente e dolorosa separazione: “Effetti pericolosi dello stato d’innamoramento sulle giovani generazioni”. Gli studenti, inizialmente sospettosi, alla fine si divertono e ognuno fa tesoro a suo modo di questi insegnamenti. Naturalmente sarà poi lo stesso professore a ri-innamorarsi e a “arrendersi al martirio”, suo malgrado. La Venturini è una sceneggiatrice che ha lavorato molto in Rai, e si sente, nei dialoghi che sono agili. La favola funziona ed è chiaro che “l’amore è un equivoco della ragione”, come diceva tanto tempo fa Fabrizio De Andrè.

Eppure le storie d’amore mi piacciono. Non mi vergogno a dirlo. E vorrei che gli scrittori nostrani, quelli bravi, non si vergognassero oggi a dire: “Ho scritto una storia d’amore”. Le storie di Alice Munro, una che non ha paura a parlare di legami e sentimenti, ma li comprime, forse per pudore, in racconti brevi, sono storie d’amore. “Leggere Alice Munro è imparare ogni volta qualcosa cui non si era mai pensato prima”, dice la motivazione del premio Nobel che l’autrice canadese ha vinto nel 2013. Di fatto, quello che dovrebbe fare una storia d’amore è proprio questo. Ma la nostra Alice Munro l’abbiamo, e si chiama Elena Ferrante, nonostante non abbia mai vinto un premio, dicono per la sua assenza dalle scene. A mio parere i premi non li ha vinti perché la Ferrante è una che ha esordito con un libro che si chiamava “L’amore molesto” e poi ha proseguito con “I giorni dell’abbandono”, la storia di una separazione, e che ora è diventata famosa, anche Oltreoceano, con una trilogia (presto quadrilogia, in autunno) che è niente di meno di una lunga, appassionante, viscerale, geniale love story.

La verità è che Elena Ferrante non è amata dai critici letterari nostrani perché scrive d’amore. E che in fondo è quello che era successo a Natalia Ginzburg, qualche decennio fa, ignorata dalla critica. Infatti i bei romanzi d’amore italiani oltretutto ci sono. Mi sono messa di impegno, e ne ho trovati due fra quelli recenti. Uno si chiama “L’amore normale” (Einaudi Stile libero) e lo ha scritto Alessandra Sarchi e l’altro, agli antipodi, s’intitola “Giorni di spasimato amore” (Longanesi) di Romana Petri. Romanzi che analizzano due circostanze opposte: il primo è la storia di un quartetto amoroso, un “dramma della gelosia” per dirla con Ettore Scola, un romanzo che restituisce alla letteratura una storia apparentemente banale di amore e tradimento. Quello di Romana Petri racconta una storia fuori dal tempo, fuori dai canoni, fuori dalla ragione, se vogliamo. L’amore che porta alla pazzia e forse l’unico possibile. “C’è un solo modo di amare ed è perdutamente”, detto con le parole della Petri.

Non racconterò qui le trame di questi due libri perché a raccontarlo un libro d’amore risulta sempre pieno di cliché. La Sarchi lo dichiara in una delle prime pagine del libro: “Il problema era parlare dell’amore, di questa forza che ci trascina come un ottovolante sulla spazzatura della quotidianità, ma che se proviamo a raccontarla agli altri assomiglia sempre a qualcosa di già visto, già consumato, a volte perfino volgare”. E, per non cadere “già visto”, le due scrittrici sanno come problematizzare il linguaggio, sanno come utilizzare sapientemente tecniche narrative, facendo un uso originale della coralità nel caso della Sarchi e dello spostamento spazio-temporale in quello della Petri. “Le dinamiche affettive sono l’unica che ci sposta davvero, a noi esseri umani. L’amore è quell’ambito in cui possiamo cambiare attivamente”, dice Alessandra Sarchi.“In Italia c’è un analfabetismo dei sentimenti, e c’è complice anche la critica e le avanguardie. Peccato, perché all’estero ci sono grandi autori che scrivono di sentimenti e non se ne vergognano: McEwan, la Munro, Coetzee”.

Lontano, lontanissimo, dall’Italia provinciale c’è una scrittrice che ha indagato negli ultimi anni l’amore in maniera completamente originale. È islandese. Si chiama Auður Ava Ólafsdóttir e di lei abbiamo letto“Rosa Candida”,“La donna è un’isola” e “L’eccezione” (Einaudi, il 17 giugno). Il suo modo di parlare di amore non è scontato soprattutto per come racconta gli uomini: i suoi sono uomini poco stereotipati, più disponibili, anche le dolore. Uomini che fanno scelte spiazzanti. In “Rosa candida” il ventiduenne protagonista mette incinta una sua coetanea e poi sparisce a coltivare rose in un monastero. Quando la ragazza lo rintraccia e gli lascia il bambino, lui accetta e diventa un improbabile ma realistico e dolcissimo, ragazzo-padre.

Anche il nuovo “L’eccezione” è una storia simile nella sua insospettabilità: dopo undici anni di matrimonio Flóki e Maríasi lasciano perché lui è innamorato di un altro uomo, il suo migliore amico. María, dice il marito omosessuale, è stata la sua unica “eccezione”. Da qui comincia il dramma di una madre di due gemelli, che si trova a dover far fronte a un caos sentimentale che nemmeno la letteratura riesce a contenere. Diciamo soltanto che alla fine di questo libro, succede una cosa che in un romanzo italiano non sarebbe mai successa. E forse nemmeno nella realtà.

La Ólafsdóttir, che ha molti di lettori in Francia e ora anche in Italia, è bravissima a descrivere con pochi tocchi il paesaggio islandese. Un posto dove – tra lava scura, crepacci, strapiombi, muschi e mirtilli – è tutto così lontano da quello che ti aspetteresti che, forse, è più facile ribaltare le convinzioni del lettore. In sostanza, Auður AvaÓlafsdóttir è una che cerca la verità. Non importa se la trova. E non è questo che deve fare un buon romanzo d’amore?

L'articolo Che pena scriver d’amore proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/letteratura/che-pena-scriver-damore/feed/ 0
Nell’occhio di chi guarda https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/ https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/#respond Fri, 20 Jun 2014 08:43:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21628 Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell'occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all'immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un'immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell'ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D'Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D'Angelo ringraziando l'autore, i curatori e l'editore.

Mundonarco

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

L'articolo Nell’occhio di chi guarda proviene da Minima et Moralia.

]]>
MASK_V01

Il 16 giugno è uscito, pubblicato da Donzelli, Nell’occhio di chi guarda. Scrittori e registi di fronte all’immagine, a cura di Clotilde Bertoni,  Massimo Fusillo e Gianluigi Simonetti, e con postfazione di Stefano Chiodi. A ventitré fra narratori, poeti, registi teatrali e cinematografici è stato chiesto di scegliere un’immagine e di descriverla, o commentarla; variazione sul tema classico dell’ekphrasis, ma anche esperimento sul senso della relazione tra visivo e scritto in epoca contemporanea. Hanno partecipato Roberto Andò, Franco Buffoni, Maria Grazia Calandrone, Mauro Covacich, Filippo D’Angelo, Elio De Capitani, Giorgio Fontana, Gabriele Frasca, Nadia Fusini, Andrea Inglese, Helena Janeckzek, Valerio Magrelli, Guido Mazzoni, Enzo Moscato, Tommaso Pincio, Vincenzo Pirrotta, Laura Pugno, ricci/forte, Alessandra Sarchi, Walter Siti, Domenico Starnone, Federico Tiezzi ed Emanuele Trevi.

Pubblichiamo il contributo di Filippo D’Angelo ringraziando l’autore, i curatori e l’editore.

Mundonarco

La loro concezione del mondo si oppone diametralmente e singolarmente a quella che agisce nelle nostre prospettive di attività. La consumazione aveva nel loro pensiero un posto non minore di quello che la produzione ha nel nostro. Non erano meno preoccupati dal sacrificare di quanto noi non lo siamo dal lavorare.

Georges Bataille, La parte maledetta

Il mio corpo è fatto della stessa carne del mondo.

Maurice Merleau-Ponty, Il visibile et l’invisibile

Non lo vedevo da dieci anni, ma ne riconobbi il profilo intento alla contemplazione di un’urna funeraria. All’epoca dei nostri studi in Normale, eravamo stati buoni amici: avevamo condiviso le stesse indifferenze e idiosincrasie. Mi avvicinai e gli posi una mano sulle spalle. Guido si voltò e ci abbracciammo.

Il suo viso era meno cambiato del mio, manteneva una patina di giovinezza, come se, per un prodigio a me ignoto, fosse riuscito ad arginare le derive del tempo. Iniziammo a conversare e scoprimmo di trovarci in una situazione di perfetta specularità: io insegnavo letteratura italiana in Francia e avevo appena avuto un figlio con una donna che abitava a Roma; Guido insegnava letteratura francese in Italia e aspettava una figlia da una ragazza che viveva a Parigi. Ci dividevamo entrambi fra i due Paesi, in un’esitante aspirazione da transfughi. Scherzammo sulla simmetria dei nostri destini e decidemmo di visitare insieme ciò che restava di Teotihuacán, la Cité des Dieux.

La gran parte degli oggetti esposti erano manufatti sepolcrali: maschere di serpentina, alabastro o basalto; statuette di onice e diorite; urne e vasi di terracotta. Le figure umane ubbidivano tutte a un’unica tipologia facciale: in forma di trapezio rovesciato, con gli occhi socchiusi e la bocca semiaperta da un moto sciamanico di estasi. Io e Guido tentennavamo fra i resti di questa scenografia mortuaria, incerti se abbandonarci all’ipnosi o alla noia. L’assenza di un umanistico appiglio di comprensione invitava alla pace dell’intelletto. La città degli Dei, centro economico fra i più ricchi dell’America precolombiana, era fiorita grazie alla prassi dei sacrifici umani, rito preliminare alla costruzione o all’ingrandimento di edifici pubblici. Nessuna traccia rimaneva, nella mostra, di quella impietosa macina di corpi; ma ogni reperto chiuso in bacheca sprigionava un senso di sacra sonnolenza.

Continuammo la nostra incursione fra le macerie di Teotihuacán scambiandoci notizie sui reduci della Normale. In molti insegnavano ormai all’università o al liceo, alcuni lavoravano nell’editoria, altri si erano affaccendati in cose che nulla c’entravano con la cultura e altri ancora non si capiva come campassero. Su tutti svettava – ed era, ai miei occhi, il solo che davvero potesse conservare il proprio volto di allora – un anemico giovinastro meridionale: Carmelo, lo studente più erudito e brillante della nostra tornata, il quale, dopo una tesi di laurea sull’antropologia leopardiana, aveva abiurato la letteratura per entrare nella Scuola Superiore di Polizia. Si era poi guadagnato una posizione di spicco nella Direzione Investigativa Antimafia, specializzandosi nel traffico internazionale di stupefacenti. Guido lo aveva incrociato a Roma pochi mesi prima. Erano andati a bere insieme una birra e Carmelo gli aveva accennato alle proprie inchieste sul rapporto fra la ’Ndrangheta e il cartello messicano dei Los Zetas. Fu in quell’occasione che gli parlò di Mundonarco.

Il sito www.mundonarco.com raccoglie un’ingente documentazione filmica e fotografica sui crimini perpetrati dai narcotrafficanti: esecuzioni, torture, stupri, scuoiamento e macellazione di cadaveri. Le immagini dei video, girate dai carnefici, sono spesso puntellate da allegre melodie folcloristiche, il genere di musica che viene suonato e cantato nei ristoranti messicani per turisti. In coda a ogni filmino è aperto uno spazio per i commenti; in cima sono presenti il loghi di Twitter e di Facebook, con i relativi indici di gradimento. Il sito si presenta come un blog di denuncia sociale, “por un México mejor”.

Mentre Guido mi iniziava agli arcani di Mundonarco, eravamo giunti alla fine dell’esposizione Teotihuacán. Ci soffermammo in silenzio di fronte all’ultimo e più impressionante oggetto della mostra: una grande maschera di pietra verde scuro, scheggiata di netto sul lato sinistro e raffigurante il solito volto trapezoidale, ma, quest’ultimo, scosso dal torpore della propria trance, come fosse in procinto di gemere o gridare, con la bocca sospesa in un’assenza temporanea di suono.

Una volta fuori dal Museo del Quay Branly, ricominciammo a parlare. Il discorso cadde nuovamente su Carmelo, di cui lodammo con benevola invidia la scelta di essersi allontanato dal proprio centro di gravitazione culturale. Durante una pausa della conversazione, ci chiedemmo se prolungare il nostro incontro con un aperitivo. Ma Guido era atteso presto per cena e, dopo un’esitazione generosa, mi disse che purtroppo doveva rientrare a casa. Ci scambiammo i numeri di telefonino con la promessa di risentirci presto, poi ci allontanammo ciascuno verso la propria stazione della metropolitana.

Nel tragitto di ritorno, ripensai a Carmelo, a Teotihuacán, a Guido e ai narcotrafficanti, sovrapponendo fantasmi e reminiscenze in un fragile palinsesto interiore. Quando giunsi a casa, mi precipitai sul computer per connettermi subito a internet. Aprii la pagina di Mundonarco e presi a scorrerne la lunga successione di post: Los Zetas decapitan a un miembro del Comandante Diablo, El Comando del Diablo descuartizan a dos de los Zetas, El Cartel de Juárez masacran a una familia completa, 14 descuartizados en un camión en Ciudad Mante, El Cártel del Golfo torturan al hermano de un procurador

Prima di decidermi a lanciare uno dei video, provai a chiamare Anna su Skype, per accertarmi che lei e il bambino stessero bene. L’account squillò a vuoto. Sperai che fossero occupati in una delle pratiche ancestrali da cui, trovandomi lontano, mi sentivo doppiamente escluso: quiete, abluzioni e nutrimento. Aprii il più recente tra i filmini e fissai le immagini fluire sullo schermo. Un giovane uomo, seduto su uno sgabello e con le mani legate dietro la schiena, circondato da tre carcerieri incappucciati, veniva sottoposto a interrogatorio da una voce fuoricampo. La postura insaccata del busto lasciava trasparire assoluta rassegnazione e indifferenza, così come l’opacità dello sguardo e della voce. Il tono monocorde dell’inquisitore prorompeva dallo stesso baratro di apatia. Sembravano entrambi d’accordo sulla totale insignificanza della vita, e sull’opportunità di affrettarne la fine. Dopo un’ultima risposta del morituro, il carnefice gli poneva un coltellaccio sotto il mento e gli squarciava la carotide. Il corpo cadeva per terra di lato, perdendo meno sangue di quanto si sarebbe potuto immaginare. Quindi cominciava, compiuto con la stessa impassibilità, il lungo rito di decapitamento e macellazione.

Guardai altri video, ricevendone un’impressione di imperturbabile uniformità. Come nelle gallerie d’immagini dei siti porno, gli attori delle scene di massacro avevano gesti e attitudini interscambiabili, nel segno di una neutralità mortifera. Peggio: sembravano già defunti, agire in stato di assenza, mossi da una determinazione oltretombale. La replica infinita di un necrocidio.

Avevo appreso dalla mostra Teothiuacán come, già nella Mesoamerica precolombiana, lo scuoiamento fosse una procedura successiva al sacrificio delle vittime. La meticolosità documentaria dei narcotrafficanti tendeva però ad astrarsi da questo passaggio cerimoniale: il più delle volte balzava, senza tappe intermedie, dall’uccisione del prigioniero al macellamento delle sue membra già scorticate. Ma, d’un tratto, la sequenza ripetitiva dei crimini fu spezzata da un’epifania. Avevo appena cliccato su Mujer sicaria decapita a un Zeta y luego lo descuartizan y le arrancan la piel de la cara, quando, in un proscenio notturno, illuminato dal solo bagliore di una torcia, apparve una donna sui cinquant’anni, di aspetto molto curato, con in mano una specie di sciabola. Accanto a lei, un ventenne sosteneva fra le braccia il cadavere di un coetaneo. La donna iniziava a tranciarne la gola con perizia, rivolgendo sorrisi incantatori all’occhio della videocamera. Come negli altri filmini, la decollazione si dimostrava pratica malagevole. Avveniva in un crepitio di scatti muscolari e sussulti nervosi, cozzando insistentemente contro la trama del tessuto umano.

Quando la testa si staccò infine dal busto, la decapitatrice ne espose un primissimo piano al cameraman: un volto con la bocca semiaperta e gli occhi socchiusi, non dissimile dalle figure sepolcrali di Teotihuacán. Ma era solo il principio. Un commilitone della donna irrompeva dal fuoricampo e cominciava a sbucciare il viso con un pugnale. Ne asportava corte strisce di pelle, affondando la lama in direzione delle ossa. Non appena la carne cominciò ad affiorare sotto il coltello, sperimentai il sentimento, per me nuovo, di un’immagine impossibile da guardare, un’immagine insostenibile, come se fosse la mia propria pelle ad essere incisa e dilaniata. Istintivamente mi portai le mani al volto; poi ebbi un conato di vomito e misi il video in pausa.

Distolsi gli occhi dal computer e fumai una sigaretta per calmarmi. A poco a poco le mie viscere si ricomposero in uno stato di quiete. La suoneria di Skype squillò. Era Anna. Risposi e vidi il suo sorriso comparire sullo schermo. La maternità le aveva tracciato brevi solchi agli angoli della bocca e degli occhi, segno delle veglie imposte dal dominio della natura. Il bambino si era finalmente addormentato, ma forti dolori allo stomaco lo avevano fatto piangere per più di due ore. Anna mi chiese se volevo vederlo. Dissi di sì e lei si alzò con il computer in mano, sconquassando la visuale del nostro appartamento. La videocamera di FaceTime contaminava la penombra coi bagliori opalini del suo sensore. Quando giunse sopra la culla, rivelò il corpo minuscolo di mio figlio, un corpo ancora privo di somiglianze stringenti, e di cui in quell’istante preciso pensai, forse per un residuo di paure prenatali, che fosse esposto a imprevedibili trasmigrazioni. Il profilo del volto posato sul materassino era più immobile di una pietra; eppure, i dolori patiti prima del sonno vi avevano lasciato come un’impronta di moto: una contrazione impercettibile dei nervi e dei muscoli.

Anna scosse il MacBook e ritornò in sala, infliggendomi un nuovo stravolgimento degli spazi familiari. Si risedette al tavolo e ricominciammo a parlare. Mi disse che non ce la faceva più a occuparsi da sola del bambino, la mancanza di sonno le stava riducendo il cervello in poltiglia, a ogni risveglio di soprassalto sentiva la pressione di un torchio sulle meningi. Il tempo che trascorrevo a Roma era troppo poco. Mi chiese di anticipare il mio rientro e di giurarle che avrei cercato una sistemazione in Italia.

Il ritorno definitivo in patria era per me un incubo ricorrente, come la replica dell’esame di maturità, o la caduta a precipizio nel vuoto. Lo associavo alla dissoluzione di una duplice identità ormai scolpita nella carne. Ma, assediato dal senso di colpa, dissi ad Anna che sarei tornato a Roma il prima possibile e le promisi ciò che voleva sentirsi promettere.

Dopo che ci fummo salutati, chiusi le pagine di Skype e di Mundonarco; spensi il computer e andai a dormire. Mentre mi assopivo, rividi il volto dormiente di mio figlio e lo animai di un gemito immaginario, condannandolo a sovrapposizioni che lo avrebbero confuso con ogni altro.

L'articolo Nell’occhio di chi guarda proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fiction/nellocchio-di-chi-guarda/feed/ 0
La dimensione etica dello spazio in cui abitiamo https://minimaetmoralia.it/libri/la-dimensione-etica-dello-spazio-in-cui-abitiamo/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-dimensione-etica-dello-spazio-in-cui-abitiamo/#comments Fri, 17 Feb 2012 10:12:20 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6592 Questa recensione al romanzo di Alessandra Sarchi, «Violazione», è uscita su «Repubblica». La foto è di Lucia Re.

Lo spazio può essere intelligente, così come può essere stupido. Può rivelare una cultura tanto quanto il suo opposto. In ogni caso non è mai neutro, non è mai irrilevante. Perché lo spazio descrive il tempo, è tempo che si manifesta fisicamente: decidere di vivere in un determinato luogo significa decidere la specifica qualità di tempo in cui si desidera abitare.
Con Violazione (Einaudi Stile Libero) Alessandra Sarchi edifica, è il caso di dire, una narrazione sempre consapevole del potenziale rivelatore dello spazio.
Alberto e Linda Donelli vogliono lasciare la città e trasferirsi con i figli in campagna. O meglio in quell’interregno tra l’area urbana iperantropizzata e qualcosa che nel concedere i privilegi degli spazi agricoli conserva una distanza accettabile dal centro abitato. Lo spazio-tempo che hanno in mente è un altrove reale e sano da opporre alla frustrazione di un qui vissuto come finto e insalubre: una nuova fondazione, insomma, uno spazio dal quale far ricominciare il tempo.

L'articolo La dimensione etica dello spazio in cui abitiamo proviene da Minima et Moralia.

]]>

Questa recensione al romanzo di Alessandra Sarchi, «Violazione», è uscita su «Repubblica». La foto è di Lucia Re.

Lo spazio può essere intelligente, così come può essere stupido. Può rivelare una cultura tanto quanto il suo opposto. In ogni caso non è mai neutro, non è mai irrilevante. Perché lo spazio descrive il tempo, è tempo che si manifesta fisicamente: decidere di vivere in un determinato luogo significa decidere la specifica qualità di tempo in cui si desidera abitare.
Con Violazione (Einaudi Stile Libero) Alessandra Sarchi edifica, è il caso di dire, una narrazione sempre consapevole del potenziale rivelatore dello spazio.
Alberto e Linda Donelli vogliono lasciare la città e trasferirsi con i figli in campagna. O meglio in quell’interregno tra l’area urbana iperantropizzata e qualcosa che nel concedere i privilegi degli spazi agricoli conserva una distanza accettabile dal centro abitato. Lo spazio-tempo che hanno in mente è un altrove reale e sano da opporre alla frustrazione di un qui vissuto come finto e insalubre: una nuova fondazione, insomma, uno spazio dal quale far ricominciare il tempo.

Al caso loro fa dunque l’abitazione che Primo Draghi ha messo in vendita sei chilometri fuori Bologna. Un luogo fiabesco in cui le torrette medievali si accompagnano ad altre parti della struttura nuovissime, una media estetica rassicurante tra il presente e l’antico. E poi c’è il verde, quella natura naturale in cui finalmente concretizzare il sogno della fuga (un escapismo in realtà generico, un esotismo prêt-à-porter tanto all’apparenza incandescente quanto nella sostanza tiepido).
Diversamente dai Donelli, Primo Draghi è uno che nell’osservare lo spazio lo valuta tecnicamente, per come è stato fatto, ed economicamente, per quanto è costato realizzarlo. Il suo sguardo “edile” è una ruspa che vuole soltanto abbattere e spianare, “urbanizzare e vendere”. Del resto, se la “terra è tutta sbagliata” – se la consistenza morale dell’epoca è franosa – il passaggio dall’agricoltura agli sbancamenti è fisiologico (la natura, o meglio il suo apparato retorico, verrà conservata come involucro, come camuffamento del guasto).
La tenuta Draghi nella quale i Donelli decidono di traslocare, I Cinque Pini, è dunque una zona sospesa, legibus soluta, un territorio dove, per l’iniziativa di un privato intraprendente, la giurisdizione dello Stato viene meno.

Alessandra Sarchi, procedendo con grande mobilità espressiva, coniugando vitalità e controllo, racconta una storia in cui a segnare uno scarto rispetto alla norma è ciò che accade quando si diventa consapevoli. Se Alberto – il cui sguardo, da funzionario presso il settore ambiente della Regione, è sufficientemente avvertito da comprendere che nella proprietà appena acquistata c’è qualcosa che non va – sceglie di collocarsi in una parvenza di bene che di fatto coincide con l’ignavia, Jon – un clandestino moldavo che lavora presso i Draghi, qualcuno che ufficialmente non esiste – decide di opporre all’inumazione delle responsabilità individuali un melvilliano “preferisco di no”, sottraendosi così al compromesso, alla sua normalizzazione, alla pratica diffusa del “meno peggio”.
Violazione è un romanzo che nel ripristinare il nesso fondazione-delitto recupera il legame indissolubile tra spazio tempo ed etica, lasciando ogni personaggio a decidere cosa è giusto e cosa non lo è. Soprattutto Violazione chiarisce in che modo una comunità che sceglie di sradicare e nascondere tutti i segnali di stop, dunque ciò che serve da argine all’arbitrio, non è vittima di niente: è ininterrottamente responsabile di ciò che (non) sta scegliendo, del tempo spazializzato in cui ha accettato di abitare.

L'articolo La dimensione etica dello spazio in cui abitiamo proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/la-dimensione-etica-dello-spazio-in-cui-abitiamo/feed/ 2