Alessandro Magno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-magno/ un blog di approfondimento culturale Tue, 03 Mar 2015 09:11:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessandro Magno Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-magno/ 32 32 La “Mappa” di Vittorio Giacopini https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/ https://minimaetmoralia.it/libri/la-mappa-di-vittorio-giacopini/#respond Tue, 03 Mar 2015 14:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25638 Questo pezzo è uscito su Sardi News

di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

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di Giacomo Mameli

Sempre Storia è. E sempre guerre sono. Ovunque e quandunque siano raccontate, dall’Anabasi al De bello gallico dei tempi andati, a Un anno sull’altipiano o a Centomila gavette di ghiaccio di tragiche gesta più vicine a noi. Uno zoom tuttocronaca certifica “l’ordine di levare le tende di buon mattino” ma anche di “passare in rassegna le truppe”. Semmai imbattersi in un “percorso a ostacoli tra carretti carichi di bieda, rape, carote, broccoli e gabbie di polli, galline, pulcini, conigli” e sorprendere “gli ussari di guardia” mentre esibiscono “divise non proprio linde ma curate, e certi sguardi carogna, preoccupanti”. E ricordare, visto che della grande Storia stiamo parlando, “la celebrata battaglia delle piramidi, un capolavoro sì ma inconsistente”. Con una pennellata: “La tattica mordi e fuggi di quei selvaggi sciupava le studiate geometrie del genio francese”.

Genio che di nome faceva Napoleone e Bonaparte di cognome. Grande – per i libri che ci siamo ritrovati dalle elementari ai banchi dell’università – come i condottieri dei tempi che furono, da Ciro a Serse, passando per Alessandro Magno, Pompeo o Giulio Cesare, Attila o Costantino, e via via ricordando i belligeranti di cruente la fototessera del Dux è sfumata, nascosta da un mosaico di mattonelline crema e marron, con evidenti le greche, le decorazioni che si addicono a un generale. L’affresco di uno dei personaggi più Potenti del mondo è del tutto inedito. Perché capitolo dopo capitolo scoprite personaggi che mai nessun testo scolastico vi avrebbe fatto conoscere. Adesso emergono le lacune di una Storia sempre accademica, mai umana, mai semplice e perciò respinta. È nella linearità del racconto la potenza, la forza-calamita di questo bel libro.

Il giornalista Vittorio Giacopini (è una delle voci più apprezzate di Radio3 Rai) lo ha affidato a Il Saggiatore (“La mappa”, euro 18). Pagine 332  che intanto confermano – marciando tra Mantova e Marengo, raccontando sia “dell’agognata Zoraide del derelitto Ircano” che del lascivo “sceicco Agorante”  e del più intrigante “Saladino, infoiato animale senza fede”  – una non frequente eleganza e solidità di scrittura. Dai fatti quotidiani di una delle più gettonate spedizioni militari, si entra nella filosofia o, se volete, nella psicoanalisi perché si assiste al confronto  fra“il tratto razionale” e “l’inciampo dell’esperienza” che è fatta anche di “moscerini non contemplati dagli eventi”.

Le pagine sono da leggere per rendersi conto di come anche la narrativa italiana abbia i suoi talenti non sempre proposti ai lettori di quotidiani o settimanali. Raccontano di un ingegnere, Serge Victor, che è soprattutto cartografo al seguito di Napoleone negli anni della Campagna d’Italia. Ecco che cosa ha detto l’autore intervistato da Askanews: “Cerco di raccontare – dice Giacopini – l’impresa impossibile di un tentativo, statico, illuminista, razionale, di fissare il mondo e la storia in una Mappa proprio mentre la Storia, la Politica, la volontà di Potenza scompaginano totalmente e incessantemente ridisegnano l’intero orizzonte, lo spazio dentro cui gli uomini si ostinano a pensare e ad agire. Tempo contro Spazio, in qualche modo. Ma forse c’è di più. Proprio la ‘carte d’Italie‘, il documento della prima campagna d’Italia di Napoleone, la Mappa che dà il nome al libro, comporta anche un paradosso. quell’impresa cartografica fotografa anche l’istante irripetibile in cui la Rivoluzione Francese si fa speranza di liberazione collettiva per molte parti d’Europa, e in Italia soprattutto. Proprio quel documento, alla lunga, diventa l’arma che inchioda l’Uomo della Storia, Napoleone, al suo senso di colpa, alla sua vergogna; la Carta è la prova provata del tradimento della rivoluzione”.

Raccontare il libro, pardon, il romanzo? No, non si può. Né si deve. Non si possono anticipare le righe con vicende amorose. Si deve però sottolineare una sorta di contrappasso, di controfedeltà al  romanzo storico che viene catapultato rispetto a codici antichi qui sostanzialmente sbriciolati e derisi. Perché può capitare di voler “aggirare le Alpi ribaltando l’esempio di Annibale” o vedere Serge l’ingegnere ripreso da una telecamera virtuale dell’Ottocento “in centro a Milano e nei caffè dalle parti del Duomo o dietro Brera, come nelle osterie bordo naviglio” dove “si parlava sempre e soltanto dell’Egitto, di quella terra straniera, di mistero, di quelle lande di sogno orientale”. Nel secolo dei Lumi, con lo sfondo di una Francia che con la Rivoluzione ha comunque segnato la storia moderna, emergono le follie di tutti coloro che ritengono le armi capaci di poter cambiare in meglio la storia dell’umanità.

Giacopini è scrupoloso ma non ha la mania dello scoop. Sa essere dissacrante usando il bon ton perché “gli annali della storia, gli almanacchi, sono scritti alla rovescia”. Eppure sono pagine di storia vera non di controstoria. Non c’è alcun revisionismo. Rievoca, immagina e racconta. Fa la tac a tutti i personaggi e tutti li rispetta alla pari di Napoleone. La storia è fatta da tutti, non solo dai duces ma anche dai militi ignoti e soprattutto dai cives. Sono avvincenti le descrizioni che parrebbero “minori” dove si impone la qualità letteraria. Perché non ricordare quelle piacevolissime righe dove l’autore immortala una “mula” che “avanza piano, zigzagando appesantita dalle casse con gli attrezzi e gli strumenti (e, ovvio, dalla papera-amuleto, per Serge un portafortuna, adesso, o un cacciasfiga”). Contrapponete quella povera bestiola da soma alle “batterie d’artiglieria, talune ippotrainate, più spedite, talaltre grevi e lente, tirate a spalla tra grida e imprecazioni, urla, bestemmie”. Col protagonista, quell’ingegnere che – senza essere eterodiretto – usa le Carte di ieri come le Google-maps di oggi per seguire “gli itinerari delle colonne in marcia” per poi “scendere in picchiata sul Piemonte” e constatare “come sempre la calata più ardua e insidiosa della salita”. Convincersi che “si possono immaginare tanti diversi sistemi della conoscenza umana”.

“La Mappa” di Giacopini consegna ai lettori un Napoleone inedito che si perde nel “labirinto” delle carte dell’ingegnere-cartografo. Nonostante la scienza dell’astronomo Jean-Baptiste Le Rond d’Alembert. Da quel “labirinto” non si usciva neanche nei giorni dei Lumi.

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Da Kavafis a Seferis: Filippo Maria Pontani, artigiano della parola https://minimaetmoralia.it/poesia/filippo-maria-pontani/ https://minimaetmoralia.it/poesia/filippo-maria-pontani/#comments Fri, 28 Feb 2014 10:48:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18982 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

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Kavafis A

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: la poesia Quanto più puoi di Kavafis)

Ci sono storie che sembrano acquistare un senso in luoghi lontani da quelli in cui una semplice evocazione biografica li collocherebbe. La storia di Filippo Maria Pontani, filologo, traduttore, poeta, maestro tra i principali del nostro Novecento, sembra prendere luce in un triangolo umano che si sviluppa sulle rive meridionali del Mediterraneo, in una città oggi sepolta da colate di cemento e dimenticanza. È una storia alessandrina. Si snoda attraverso biblioteche, scuole, teatri, bar, numeri, poesia, amore e Grecia. Una Grecia eterna, metastorica, radicata nel mito e sparsa attraverso ogni angolo del mondo fino alla contemporaneità più lontana dalle origini e che pure ritrova unità ogni volta che una specie di destino finisce per mettere assieme uomini carichi di passato e di futuro.

Nella città di Alessandro Magno, nell’Egitto di un secolo fa, le linee che s’intrecciano sembrano uscire da una pagina del Quartetto di Alessandria di Lawrence Durrell. E infatti c’è il vecchio Poeta, innanzitutto. Il suo nome, ancora ignoto al mondo, è Costantinos Kavafis. E il suo posto, assai spesso, è una latteria su Boulevard di Ramleh, famosa per lo yogurt. I giovani intellettuali alessandrini lo guardano con ammirazione e uno in particolare lo osserva e lo ascolta. È un italiano di Alessandria, Giuseppe Ungaretti, che ascoltando Kavafis dice di sentire “la nostra Alessandria che in un lampo risplende lungo i suoi millenni come non vidi mai più nulla risplendere”. Devono passare anni perché fra questi due poeti s’inserisca il terzo uomo. Il numero che chiude il triangolo risuona nell’intreccio. Kavafis è appena morto. La sua scomparsa avviene esattamente a settant’anni dal 29 aprile 1863 in cui era nato. Il 29 aprile del 1933, Filippo Maria Pontani ha vent’anni e ignora che il destino segnerà anche per lui lo stesso limite: morirà settantenne, nel 1983. Nel frattempo, però, Ungaretti, la poesia e la Grecia hanno spinto Pontani verso Kavafis. Tanto che sarà proprio lui, quello che Ungaretti apostrofava “Pontanaccio mio”, a contribuire in maniera decisiva alla fortuna del grande poeta alessandrino, traducendolo, interpretandolo, scrivendo saggi, rendendolo noto in Italia mentre la Yourcenar faceva lo stesso in Francia e T.S. Eliot (via E.M. Forster) in Inghilterra, prima che l’America portasse alla consacrazione definitiva.

Spigoloso, ironico come il primo grande filosofo greco, molto lontano dalle liturgie accademiche (la cattedra arrivò relativamente tardi), Filippo Maria Pontani oggi è ricordato meno in Italia che all’estero. Le versioni greca e tedesca di wikipedia gli riservano spazi da noi inimmaginabili. Oggi, però, a cent’anni dalla sua nascita e a centocinquanta da quella di Kavafis, l’Università di Padova, ricorda la sua figura con “Due giornate di studio in memoria di Filippo Maria Pontani” all’Accademia Galileiana.

Era nato a Roma. Poesia e musica lo avevano formato fin da quando era in fasce. Suo padre, impiegato alle Poste, non aveva pensato a nient’altro e ci tenne a scriverlo anche margine del testamento: sono stato allievo di Carducci ho ascoltato Verdi e Wagner – cosa desiderare di più? Non disse che i viaggi aveva potuto soltanto sognarli, collezionando un’infinità di fotografie e resoconti da ogni angolo del globo. Ma fu il figlio a realizzare parte di quei sogni. Diplomato in violino a Santa Cecilia, laureato in filologia a Roma, partì subito, nel 1937, per insegnare al Liceo italiano di Rodi. Qui si aprirono le due grandi strade che lo avrebbero reso celebre. Negli studi iniziò a spaziare senza soluzione di continuità fra la Grecia arcaica e quella contemporanea. Quanto all’insegnamento, la consapevolezza di un continuum fra antichità e modernità e di un’estensione totalizzante della cultura segnò in maniera indelebile generazioni di liceali.

L’aneddotica sul Pontani insegnante meriterebbe sicuramente un lavoro a sé stante. Amante dello spirito critico e della capacità di dar vita a qualsiasi tipo di conoscenza, vagava attraverso i tempi, i luoghi, gli argomenti. Memorabile la sua prima lezione in una classe femminile subito dopo la tragedia di Superga, con un’ora intera dedicata a celebrare il grande Torino. Innumerevoli le rasoiate su musica e teatro. “Non hai capito bene Aristofane? Per caso hai assistito alle Rane in scena a Ostia antica? Ma non sei mai stato a Ostia antica? E Roma? Ci vivi qui. Quali teatri di Roma conosci? Mi spiace, non posso interrogare su Aristofane una persona che non è mai andata a teatro”. La voce profonda, i riferimenti inesauribili a qualsiasi genere di sapere, i paragoni sorprendenti, Pontani fu amato (e odiato), le studentesse lo idolatrarono, mentre i colleghi lo studiavano. Intanto cresceva il contributo agli studi specialistici. La tragedia greca, i lirici, i 23.000 versi dell’Antologia Palatina (impresa titanica), si alternavano alla letteratura neogreca.

Dopo Kavafis, fu la volta di un altro colosso: Giorgos Seferis. Pontani lo studiò e tradusse, divenendone intimo amico e contribuendo alla sua fama ben prima che, nel 1963, conquistasse il Nobel. “Pontani è un prestigiatore” disse Seferis ringraziando chi meglio lo aveva tradotto. “Artigiano della parola” si definiva lui. Rincorreva l’ideale crociano della traduzione riuscita, quella che supera “la brutta fedele” (il lavoro scolastico) la “bella infedele” (la versione artistica) e la “brutta infedele” (l’insopportabile versione del traduttore mediocre) aspirando all’irraggiungibile “bella fedele”. Spiegò accuratamente che se la conoscenza perfetta della lingua è necessaria (ecco perché il lavoro di Quasimodo sui poeti greci antichi e di Pasolini sull’Orestea andavano rifiutati), altrettanto necessaria è una conoscenza della poesia espressa dalla lingua in cui si traduce. E così vennero fuori i suoi modelli: da Dante a D’Annunzio, da Montale a Zanzotto.

Se oggi alcune sue traduzioni appaiono forse superate dai tempi, il motivo va cercato, secondo gli esperti, soprattutto negli echi d’annunziani. Eppure è proprio in D’Annunzio che noi troviamo la chiave per percepire tutta insieme la grandezza di Pontani. Perché il poeta che si fa carico del passato, che cerca di essere la voce della propria storia, anche soffrendo il suo ruolo di epigono, quello è il grande poeta, nel senso più pieno della parola. Il creatore (perché questo significa poietes in greco antico) che, come D’Annunzio da noi e come Seferis in Grecia, cerca di farsi coscienza della propria eredità classica. Quel che riuscì, in una specie di magia al poeta greco di Alessandria, Kavafis. A lui, allora, nella traduzione di Pontani, l’eredità di tutte le voci perdute che il sogno e la poesia fanno rivivere: “Voci ideali e care / di quelli che morirono, di quelli / che per noi sono persi, come morti. // Talora esse ci parlano nei sogni / e le sente talora tra i pensieri la mente. // Col loro suono, un attimo ritornano / suoni su dalla prima poesia della vita, / come musica, a notte, che lontanando muore”.

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Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/ https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/#comments Thu, 16 Jan 2014 11:22:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17554 di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull'Airtrain che unisce i terminal dell'aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L'Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell'occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l'idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell'atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l'esperienza. Tradotto, tra l'arte e l'esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata "realtà"... Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d'ingresso dell'Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l'atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

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di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

Poi, in un modo che ogni volta mi lascia basito testimone di un ennesimo miracolo, i fatti accadono, in un battibaleno. Così sul volo Delta che mi riporta a Milano, appena finito il vegetarian meal puntualmente fornitomi dalla compagnia – molto prima che agli altri passeggeri, in virtù della precedenza che va educatamente riservata alle categorie protette – mentre in cuffia sto ascoltando una canzone dei R.E.M. interpretata da Thom Yorke, nel libro di Shields mi imbatto, per l’ennesima volta, ma in questo caso la scossa è di magnitudo poderosa, in una serie di frasi che so con certezza essere state scritte solo perché io le leggessi, perché mi fornissero l’interpretazione, lasca finché volete, ma univoca, della possibilità di senso – perdonatemi l’eccesso, ma è di questo che voglio parlare – di tutte le cose, compresa New York, dalla rampa del Guggenheim al negozio di specialità italiane di Francesco “Frank” Caputo, che senza falsa modestia, mi ha detto che la sua home made mozzarella è la più famosa della città, e forse anche di tutti gli Stati Uniti.

Citando il giovane poeta e studioso Ben Lerner, Shields mi ricorda che la letteratura è l’altro lato di uno specchio, che possiamo interpretare solo grazie al riflesso della nostra lettura. Ma questo riflesso ci permette di prestare attenzione a noi stessi, di esperire la nostra stessa esperienza che, aggiungo io, altrimenti resta inesplicabile, un aborto, un ingranaggio senza applicazione né utilità, un cappotto sulla spiaggia di Coney Island in pieno agosto. Al tempo stesso, e nello specifico si parla di una poesia di John Ashberry, la vera letteratura resta altro da noi, incisa nel punto più lontano dello specchio. You have it but you don’t have it / You miss it, it misses you / You miss each other[3]… Benvenuti a casa mia, dove ogni porta conduce in due stanze diverse al tempo stesso, egualmente immaginarie e reali. Come una città-mondo che, ingenuamente, mi ostino a chiamare “New York”.

2.

La mattina presto, quando il jet-lag perde il controllo e mi abbandona a una totale incertezza percettiva, le strade di Carrol Gardens sono luminose e fredde. Molti negozi sono ancora chiusi, ma un barbiere è già al lavoro con almeno un paio di clienti nel salone, mentre tre operai apparentemente russofoni discutono con una certa animazione, ma senza animosità, davanti a una chiesa cattolica. Ho in mano la mia copia di Roth Unbound[4], la nuova biografia dello scrittore di Newark e ancora non so che, due giorni dopo più o meno, il vento gelido che soffia dall’Hudson River mi respingerà letteralmente via dalla sponda del West Side, impedendomi di gettare uno sguardo vagamente morboso su quel New Jersey che tanto ha significato per il buon Philip, lasciandomi così una volta di più solo la mia immaginazione, ben istruita dai racconti rothiani, ma senza quell’aggancio alla “realtà” che in fondo mi ostino, con dabbenaggine donchisciottesca, a cercare di raggiungere e, soprattutto, codificare.

Mi torna ancora in soccorso Shields – una specie di doppelganger, per dirla con lui e con la mia megalomania – e la sua Reality Hunger[5] che si è fatta manifesto (mi verrebbe da dire futurista, ma perché di questo andrò a parlare al Guggenheim) sfruttando citazioni altrui, creando, una volta di più qualcosa che ha per me l’evidenza della “verità”, ma che deriva dall’accostamento, e qui si si potrebbe anche spendere la parola “dadaista” senza vergognarsi troppo, di una serie di apocrifi che, sommati e giustapposti, conducono lo sperduto giornalista alla rivelazione impudica dell’originalità. E quindi quando chiedo un tè e un muffin al cioccolato nella caffetteria Brooklyn Bread – dove le commesse parlano tra loro in spagnolo e sono decisamente diffidenti nei miei confronti, pur senza perdere un centimetro di gentilezza (ma con la mia abitudinarietà nei giorni successivi sono certo di averle almeno un po’ conquistate) – ho la sensazione di compiere una azione reale, il che, al tempo stesso, mi gratifica e mi terrorizza. La temperatura infernale dell’infuso, che incautamente cerco di assaggiare appena seduto al mio tavolo, ricorderà però subito alla mia lingua che i livelli di realtà sono un tema interessante, ma talvolta doloroso. Dalla mattina dopo solo succo d’arancia.

3.

La trilogia di New York di Paul Auster, che un po’ tautologicamente è l’unico testo di fiction che mi sono portato in viaggio[6], si apre con un telefono che squilla nella notte. Sul taxi che attraversa il Manhattan Bridge, guidato senza tassametro attivo da un indiano al tempo stesso spregiudicato e timido, non è squillato nessun telefono. Ma la sensazione che provo quando mi trovo faccia a faccia con i grattacieli del distretto finanziario illuminati in maniera del tutto innaturale, eppure così precisa, ha la stessa evidenza di quella chiamata cui Quinn alla fine decide di rispondere inventandosi una nuova identità. Da quella prospettiva notturna, sopraelevata e aggettante, respiro a pieni polmoni l’odore dolciastro e appiccicoso della fantascienza, il gusto proustiano di una madeleine che ho sognato di intingere nel tè per tutta la vita (e ci ho provato più di una volta, ma senza epifanie, probabilmente perché sbagliavo a decodificare l’oggetto della transizione mnemonica) e che adesso assaporo, nella irrefrenabile vaghezza di un attimo in movimento, che è insieme scoperta e deja-vu.

Mi sembra, dalla mia prospettiva pervicacemente provinciale, di comprendere il significato della parola “futuro”, ma è una comprensione che nasce già mediata dal peso strutturale della consapevolezza che sia un approdo banale e semplicistico. Per un attimo però quel futuro si è librato sotto di me, libero come un verso di Eliot, sempre quel verso di Eliot[7] buono per tutti i ponti del mondo, benché ambientato solo sul London Bridge, che nella mia ostinazione mi capiterà di declamare con voce sommessa nel sotterrano di Strand nella mia personale interpretazione dell’inglese dalla Waste Land. Poco prima mi ero imbattuto tra i banchi della literary non fiction, nella versione peluche di Kurt Vonnegut, e la cosa curiosa è che io lo avevo riconosciuto, il che testimonia sì la perizia di chi ha realizzato il gadget, ma pure, e in modo piuttosto chiaro che:

a) la professione giornalistica ha ridotto drasticamente la mia capacità di genuino stupore

b) è molto probabile che in me ci sia qualcosa che non va, e che la colpa potrebbe essere, almeno in parte, della letteratura.

Nonostante il titolo di Shields, infatti, è evidente che la letteratura non salva la vita di nessuno (e lo stesso critico lo ammette)[8] e che anzi, in molte situazioni, è un fardello da portarsi addosso come l’uomo bianco di Kipling, abbandonato in una giungla ostile nella quale le buone maniere britanniche hanno perso la loro rassicurante certezza, schiacciate dalla rabbia visionaria di un colonnello Kurtz qualunque che predica verità indecifrabili e che, se solo potesse, non esiterebbe un attimo ad applicare il fuoco alla stessa Biblioteca di Babele, forse anche a ragione. Ma perso nella notte newyorkese, dopo aver aspettato per mezz’ora al freddo di essere ammesso nel ristorante cinese più in voga del momento[9], ciò che avevo imparato dai libri, da quelli di Remarque e di Robert Lowell, da Miranda July, naturalmente da Philip Dick e perfino da Olivier Adam (citare un francese nella notte di New York ha qualcosa di iconoclasta che ancora titilla il mio ego infantile, anche se ormai l’era di George W. Bush sembra lontana anni luce), era la mia unica ancora di salvezza, l’unica speranza di comprensione, per cui, mentre guardavo rapito quell’inenarrabile casino architettonico, che non avrei più rivisto in quel modo nei giorni successivi, mi sono accorto di essermi messo segretamente a pregare lo spirito impenitente di Nathan Zuckerman, chiedendo a lui di rassicurarmi, di restituirmi – dall’alto della sua grandezza di personaggio di fiction – un briciolo di normalità, un attimo di appercezione, una pillola di cinismo che fosse antidoto efficace al morso vipereo di tanta bellezza.

In due, su quel taxi, abbiamo guardato Medusa negli occhi – e abbiamo guardato, con altrettanto stupore, i nostri stessi occhi che reciprocamente si riconoscevano nella notte – e non ne siamo stati pietrificati, forse per buona sorte, forse per intrinseco coraggio, chissà, forse perché, temerari, avevamo in realtà già vissuto mille volte quel momento. Probabilmente in un libro, o quantomeno nella sua proiezione interiore, un’ombra simile a quelle che rendevano arbitrarie le percezioni dei poveri cristi filosofici incatenati per l’eternità alla Caverna del primo grande mentitore idealista. Uno scrittore, per l’appunto. Anche se Platone, come ogni duro che si rispetti, probabilmente non ballava. Ma sul cadavere della Gorgone, in quel breve e infinito istante di distinzione e unità, noi abbiamo danzato per sempre, certi che le luci di Lower Manhattan, dove ho scelto di non tornare nelle mie giornate di nomadismo urbano, non si sarebbero spente mai più (e che avremmo vissuto in eterno, ovviamente, ma questo lo pensa chiunque e parlarne in toni semplicistici non è interessante). Per sempre lassù, scriveva David, l’altro, quello di cui mi sono spesso sentito (come tutti direbbe Walter Siti) una sorta di alter ego. Ed ecco che mi rendo conto che pure io ho trattenuto il fiato, mentre sorvolavamo l’immagine warholiana dell’idealtipo della metropoli moderna (il contemporaneo, con le sue risapute asprezze, in certi campi non abita più qui, guarda ad Oriente), come se il ponte non fosse altro che il trampolino dal quale quel ragazzino si è affacciato un giorno, e da cui continua ad affacciarsi, senza mai saltare[10].

4.

Dalla biografia di Roth apprendo che, da giovane, lo scrittore in certe serate di cameratismo maschile divorava anche “una mezza dozzina di bagel”. Poi, tra parentesi, l’autrice nota che lui ci ha tenuto a precisare che, all’epoca, i bagel non erano grandi come adesso. Altrove vengo informato (con una certa dose di autocompiacimento conseguente, ndr) che l’adolescente Philip prevedeva in un questionario che in futuro avrebbe svolto la professione di “giornalista” e che il college dei suoi desideri si chiamava “Northwestern”. La parentesi, che subito accorre, precisa che in realtà Roth non sapeva nulla di questa scuola, solo che gli piaceva il nome. Una terza parentesi creativa contempla la presenza dell’avvenente Betty Powell nascosta sotto il letto nel dormitorio maschile del futuro romanziere… Insomma, mentre negli spazi ufficiali si svolge il rito formale e accademico della biografia, la vita di Philip Roth, quella che lui deve aver percepito di avere effettivamente vissuto (quindi quella che per lui, o quantomeno per i suoi ricordi di uomo maturo, è stata la vita vera) ci viene proposta in sordina, stretta tra quei caratteri pudichi a forma di mani che tendono a restringere e contenere, neanche fossero quel colonnato infame del Bernini che per Giulio Carlo Argan stringeva in una morsa di controllo e repressione le folle cattoliche adunate in piazza San Pietro a Roma…

Dunque le informazioni, quelle che smuovono i fondali, quelle che “esistono”[11], si trovano ai margini, e il lettore è quasi invitato a trascurarle, come se fossero solo facezie. Ma David Foster Wallace – ovviamente è lui il secondo David di cui si parla qui –  potrebbe replicare, e lo ha fatto, investendo una grande fetta della propria vita e tagliando freneticamente il suo romanzo totale per ridurlo a poco più di mille pagine, che la facezia è per sua stessa natura infinita[12] e che il mondo, la splendida e impossibile antinomia della Ragione di Kant, trova la propria possibilità di senso forse SOLO tra parentesi, nell’angolo del trascurabile, dietro il banco dove corre a nascondersi il bambino timido insopportabilmente vessato dai bulli. Luoghi che, come la letteratura, sono talmente specifici e intimi per il singolo, da non poter fare altro che diventare universali, pertanto sconfinati, infiniti. Parentesi che contengono tutto e di più, parentesi che ho scelto di aprire arrivando, solo e profano, a New York sulla linea A della Subway in un pomeriggio di sole radente. E dentro queste parentesi ho potuto toccare il mondo contenuto nell’uovo di cristallo che avevo perso mesi a fissare, e che credevo di conoscere in ogni suo piccolo dettaglio, e ne parlavo come se realmente lo conoscessi. Solo che, miopia o miniaturizzazione, non ne coglievo le parentesi, e quindi in “realtà” non avevo ancora visto nulla.

Come l’impostore di Dick, nell’arco di cinque giorni ho capito che io ero quello che, passando davanti alla sede orwelliana dei testimoni di Geova a Dumbo – un enorme palazzo stalinizzante con la scritta “WATCHTOWER” sul tetto – si è messo a ricordare l’omonimo racconto di J.G. Ballard[13] nel quale gli alieni osservavano gli umani da delle misteriose torri pendenti dal cielo, senza fare nulla, senza neppure farsi vedere, solo… essendoci. Ho capito che di notte a Williamsburg il vento freddo fuori e i diner anni Cinquanta dentro erano evidenti metafore della possibilità postmoderna di essere felici, e in questo quadro (chiaramente una copia di Nighthawks di Hopper) ero, per una volta, attore. Ho capito che i newyorkesi erano come me è che io ero i newyorkesi, tutti loro, indistintamente, insieme. Le parentesi erano fatte di Rosenquist e formaggio fritto, bottiglie di San Pellegrino e J-walking, lunghe dita femminili in un bar a Cobble Hill e proiezioni della Città di vetro, viste dalla terrazza del New Museum oppure dal locale di proprietà del musicista Moby[14], bagel alla cipolla fraintesi è comprati per colazione e la poliziotta che, un lunedì mattina spruzzato di neve, mi ha sorriso su President St. a Brooklyn dicendomi: “First taste of winter”. Le parentesi, per una volta, erano fatte di me.

(Io sono il corvo Joe, ripetono i Baustelle in cuffia, mentre trafiggo da solo il cuore della metropolitana, nell’ora di punta di un giorno qualunque. Faccio spavento).

5.

È domenica quando attraverso a piedi il ponte di Brooklyn, una mattina di sole nella quale il lampo d’acciaio di Frank Gehry è signore assoluto (seppur sfuggente) dell’altra sponda dell’Hudson. Di qui invece le scale di pietra, strette, e la necessità di arrivare a salirle solo dopo avere raccontato un pezzo di sé a qualcun altro, con intimità e meno reticenza, tra vortici di foglie innescati dal vento e desiderio di assomigliare a quei mattoni del ponte, fotografie di un altro tempo che persiste nella memoria rinnovata, parole materiche disarmanti. Come accade per le scalinate penitenziali dei devoti, sul ponte si può approdare soltanto con il cappello in mano e fare contrito. Perché lassù non sai che cosa capiterà, e, se fortunati, si potrà pure incontrare l’America.

Molte razze, molti popoli, molte nazioni – scrive un ispirato D.H. Lawrence a proposito di Moby Dickal riparo della bandiera a Stelle e Strisce. Uomini segnati dalle strisce di molti scudisci. A volte fino a veder le stelle. In una nave folle, al comando di un folle capitano, impegnati in una folle e fanatica caccia. […] È un’impresa pratica, estremamente pratica nel suo funzionamento. L’industria americana!”[15].

È questo ciò che mi arriva, dritto alla mascella, quando sbuco sotto la luce perfetta del disteso mezzogiorno: un jab di folla e slogan religiosi, e magliette stampate per l’occasione, e gente che vuole dire la sua al mondo, da uno dei luoghi simbolo del mondo. Sono organizzati, in gruppi subito riconoscibili, e ciascuno brandisce la propria appartenenza con orgoglio, e un sottile alito di fastidio verso quelle altrui, peraltro ben mascherato sotto i sorrisi e la comunanza confessionale. Si muovono con determinazione, al tempo stesso felici (in modo ingenuo e quasi commovente, per certi versi) e incuranti dell’assoluta anti-ordinarietà dello scenario della loro sfilata domenicale. Come se tutto fosse dovuto, come se la loro fede, da sola, bastasse a garantire quella sensazione di cittadinanza che è la cifra e la chimera più profonda di questo luogo. Precisi nel marcare il territorio, inappuntabili nel rivendicare il proprio spazio vitale, vivi, e consapevoli di esserlo, al limite della tracotanza. Come se fosse facile, come se fosse naturale… Certo, Achab tarda a farsi vedere sul ponte (arriverà quando io meno me lo aspetto), ma la sua ciurma è schierata, pronta una volta di più a soggiogare il mondo con la forza di una convinzione[16].

Così, circa a metà del ponte, dopo che una striscia burlona di vernice ha regalato qualcosa da raccontare ai miei pantaloni, mi rendo conto che in mezzo a tutti questi credenti è inevitabile che si aggiri anche un Mickey Sabbath[17], furtivamente osceno, con indosso una giacca a vento troppo larga, sbiadita, e in tasca ancora il ricordo delle mutandine dell’ultima conquista immaginaria. Inevitabile, perché è  l’America a esigerlo, con la sua magnifica ossessione per le possibilità. Non l’ho incontrato – statisticamente era improbabile – ma sono certo di averlo sentito bisbigliare alle mie spalle un commento ammirato sulle tette di una manifestante afroamericana particolarmente infervorata. E lei, perfettamente a proprio agio, le ha scosse con più entusiasmo, mentre intonava il ritornello di un inno al Signore, guardando Sabbath dritto negli occhi.

God bless you all.

God bless New York City.

6.

Questa storia finisce, come era prevedibile, dove era cominciata, a fissare la luce precisa del pomeriggio sul treno velocissimo che unisce i terminal dell’aeroporto Kennedy. Vedo degli stagni e un aereo che, decollando, li sorvola con gentilezza, vedo dei francesi che ondeggiano pericolosamente a ogni fermata del convoglio, vedo me stesso riflesso nei finestrini e la mia espressione mi è indecifrabile, come se fosse sospesa sopra qualcosa che non c’è, definitivamente condannata all’incertezza. Sono da solo, come raramente mi era capitato di essere in questi giorni americani[18] e mi sento come un qualunque Alessandro Magno, euforico e al tempo stesso perso davanti alla grandezza del mondo e all’ardimento dell’impresa. Uso la strategia dell’ordinario, mi concentro su ogni passo, su ogni aspetto tecnico della procedura d’imbarco, con la conseguenza di dilatare a dismisura la consapevolezza della fine di qualcosa. Il volo, per quanto segnato da turbolenze di lunga durata, sarà solo un dettaglio, quasi una presa in giro, e nell’istante in cui prenderò in mano lo spazzolino da denti, ormai sui cieli italiani, mi sembrerà di non essere mai arrivato a New York, e mi ricorderò dei sogni fatti negli anni Novanta in cui questo nome aveva di volta in volta immagini diverse, proiezioni di coscienza e di paure, fantasie che neanche Bruno Schulz. Come se niente…

E ad aggravare questa sensazione arriveranno anche i miei “no” alle domande di parenti e amici: “Hai visto Ground Zero? E il Rockefeller Center? Sei salito sull’Empire? (Lo so, la Lonely Planet diceva che era obbligatorio, lo so) E la Statua della Libertà?” L’ho vista, risponderò. L’ho vista, piccola ma inconfondibile, dalla fermata della metro di Smith St., e in mezzo a noi c’era una grata di metallo, cui mi sono aggrappato più di una volta, cercando di fermare la città e di abbracciarne ogni sfumatura, dalle cartoline agli angoli più spigolosi, amandole tutte nello stesso modo infantile, inutile e doloroso. E quando mi chiederanno, perché lo faranno, “Ma allora che cosa hai visto?”, per questa volta non tirerò fuori la storia del non-lo-so-neppure-io o dell‘in-fondo-New-York-non-esiste, oppure è-solo-uno-stato-d’animo, l’ho già detto e scritto troppe volte, mi sto annoiando da solo. No, questa volta non parlerò di come sia difficile vedere qualunque cosa o di come in fondo la filosofia ci insegni che non possiamo mai dire che cosa abbiamo visto “davvero”. Basta. Ci hai rotto i coglioni. Hanno ragione (almeno in parte). Stavolta dirò che nelle mie percezioni confuse e nei miei dubbi c’ero io, che le mie storie e le mie incertezze nascondono (e svelano) la mia vita, e che proprio per la loro stranezza frastagliata sono l’unica prova del fatto che io di lì, in mezzo a giorni di novembre quasi sempre ventosi e assolati, ci sono passato realmente. Dirò anche, nonostante Italo Calvino e le sue città che si modellano sull’occhio e soprattutto sul racconto di Marco Polo, che mi terrò molti segreti, tutti quei ricordi di cui non ho scritto, e di cui inevitabilmente, a un certo livello conscio, (non) mi dimenticherò. Perché lì dentro, oltre a un’idea chiamata New York ci sono (stato) anch’io.

Ancora una cosa

Quando stiamo per entrare alla Neue Gallery il cielo si fa cupo e si alza il vento. Del resto è Vienna quella che adesso attraversiamo, non più un angolo dell’Upper East Side. Vienna fine Ottocento, un posto dove le cose accadevano e dove neppure il perbenismo asburgico riusciva a spegnere le braci oltraggiose del desiderio. È giusto quindi che ad accoglierci ci siano almeno un paio di Egon Schiele, e che all’ingresso dello shop facciano bella mostra di sé occhiali da sole ispirati al dottor Freud. Ma l’emozione più intensa non sarà la splendida libreria a darmela e neppure il rinomato caffè che mette in coda tanti raffinati newyorchesi. Sarà qualcosa di più scontato, sarà Kandinsky, visto e rivisto, amato e poi dimenticato, una specie di vecchio amico d’infanzia reincontrato per caso, se credete nel caso, molti anni dopo. Più vecchio, un po’ imbolsito, ma per me sempre così inspiegabilmente evidente. Il buon vecchio Vassilij, come se gli ultimi vent’anni non fossero mai passati. Ho paura di pensare di essere venuto a New York (anche) per questo…

In ogni caso i temporali, prima o poi, passano, e all’uscita dalla Neue una signora ci invita ad affrettarci a entrare a Central Park perché c’è ancora da vedere un frammento di tramonto sopra il lago intitolato a Jackie Kennedy[19]. E allora corriamo.

 


[1] E anche di Jonathan Lethem, visto che ho cercato per giorni di diventare parte dell’anima di Brooklyn, con una determinazione cocciuta che mi ha fatto pensare che magari il quartiere fosse spaventato dalla mia nitida sensazione di sentirmi a casa su Court St. e pure passando di notte sotto le impalcature da film noir della metropolitana sopraelevata a Smith St.

[2] E per estensione di tutti i miei ultimi 25 anni, passati a pensare l’America, passati ad aspettare, drogandomi follemente di rappresentazioni, il momento in cui sarebbe successo qualcosa, quella cosa che è Hemingway e Philip Roth, Wes Anderson e Billy Crystal, Joan Didion e Blue Train, la birra di Pollock, l’ingresso al MoMA e la mia personale religione che ruota intorno alle grandi tele di Mark Rothko, le lacrime durante il volo di andata guardando un film di fantascienza con tanto di robot giganti, e le ragazze, una in particolare, che fanno acquisti da Uniqlo sulla Fifth Avenue, tutto questo insieme, in un unico momento espanso, l’esplosione nucleare nel suo momento perfetto, solo deflagrazione e spettacolo, prima dello strazio inalienabile del fall out…

[3] John Ashberry, Paradoxes and Oxymorons

[4] Claudia Roth Pierpont, Roth Unbound  – A Writer and his Books, Farrar Straus and Giroux. Il libro l’ho acquistato la mattina di sabato in una libreria molto cool a Dumbo. La sera, ritrovandomi con l’amico che viaggiava con me, ne ho ricevuta in regalo da lui un’altra copia. Nessun dubbio che i libri scelgano noi con una certa perseveranza.

[5] Fame di realtà, edito in Italia da Fazi. Un testo di teoria letteraria che ha portato un’aria nuova.

[6] Nei giorni successivi andrò a spasso per Park Slope con la segreta speranza di incrociare Auster o, per lo meno, il suo personaggio Quinn, ossia uno che finge di essere l’investigatore privato che nel libro risponde al nome di Paul Auster, circolo piuttosto intrigante che si chiuderà in maniera del tutto imprevista, io ormai tornato a Milano senza aver coronato l’incontro, con una dedica per me sul suo ultimo libro che le mani eleganti di un’amica hanno consegnato proprio allo scrittore, come documentato da una foto fatta con l’iPhone.

[7] Stetson! You who were with me in the ships at Mylae

[8] Ovviamente è altrettanto chiaro che, a un prezzo che a molti potrebbe apparire troppo alto, in un’altra delle molteplici dimensioni dell’universo delle SuperStringhe la salva effettivamente, almeno la mia di vita, e forse anche quella dell’ottimo David – chissà che, attraverso vie piuttosto imperscrutabili non lo abbia fatto anche per un altro David, che nel 2008 ha deciso di avere visto abbastanza – fornendoci una chiave interpretativa per il completo caos di una qualunque ordinaria giornata, quotidianamente folle come Achab che attraversa frenetico il ponte del Pequod, battendo ostinatamente il proprio arto artificiale.

[9] Essendo pure venerdì – qualunque cosa significasse a quel punto della mia giornata iniziata 23 ore prima in un’alba ordinaria della provincia milanese – l’attesa per le vie di Chinatown era stata in fondo più che ragionevole.

[10] (Qualcosa che assomiglia all’immortalità). Cfr. David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

[11] Per quanto ancora David Shields mi ricordi in modo inconfutabile che per chi è affetto dalla sindrome letteraria l’unica dimensione di possibile verità – possibile, si badi – risiede nella parola scritta, cioè, cosa che terrorizzava il giovane Salinger che probabilmente ne aveva visto su di sé le nefaste conseguenze, un fatto si libera dal suo essere una cosa del tutto priva di significato e di rilevanza solo nel momento in cui viene scritto o, per estensione, letto, e in entrambi i casi lo scenario, per quanto esaltante, ha pure senza dubbio uno sfondo di Terra Desolata individuale, e individualista. Per la precisione Shields scrive: “Se non la scriverò, l’esperienza non verrà realmente registrata. Il linguaggio, prima passato da prigione a rifugio, torna a essere prigione”.

[12] Cfr. Infinite Jest, l’opera mondo di DFW.

[13] Essi ci guardano dalle Torri. Titolo originale: The Watchtowers

[14] Lui non c’era quel pomeriggio, ma il gestore è stato squisito, perfetto anche senza l’aggravante della celebrità.

[15] D.H. Lawrence, Classici Americani

[16] (E i lillà continuano, facendosi beffa della storia, o meglio delle balbuzie dei suo analisti razionali, a fiorire nel prato davanti alla casa. Anche se il Capitano – mio Capitano – se ne è andato, anzi, soprattutto perché lui se ne è andato.

[17] Il protagonista del monumentale romanzo di Philip Roth, Il Teatro di Sabbath, National Book Award nel 1995. Difficile dirlo, ma molto probabilmente è il capolavoro di Roth. Harold Bloom e J.M. Coetzee concordano

[18] Anche se perfino gli addetti alla security del JFK saranno gentili con me, in modi che mi indurranno, ciclotimico quale sono, a preziosi e strazianti attimi di commozione: piangerò, di nascosto, riconsegnando a un’altra viaggiatrice i guanti di lana di alpaca che aveva dimenticato nel cestino degli effetti personali dopo il body scan.

[19] (Gli eredi Onassis non me ne vogliano)

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