Alessandro Manzoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-manzoni/ un blog di approfondimento culturale Fri, 19 May 2023 16:04:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessandro Manzoni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-manzoni/ 32 32 “Il cuore è un guazzabuglio”: un estratto https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cuore-e-un-guazzabuglio-un-estratto/ https://minimaetmoralia.it/estratti/il-cuore-e-un-guazzabuglio-un-estratto/#respond Fri, 19 May 2023 08:41:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=52328 Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Eleonora Mazzoni Il cuore è un guazzabuglio, appena pubblicato da Einaudi. di Eleonora Mazzoni Alessandro è impegnato tutto il giorno con le sue bazzecole e non vuole essere disturbato, eccetto che da Claude, perché i rumori che menano sia i piccoli sia i grandi, i […]

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Eleonora Mazzoni Il cuore è un guazzabuglio, appena pubblicato da Einaudi.

di Eleonora Mazzoni

Alessandro è impegnato tutto il giorno con le sue bazzecole e non vuole essere disturbato, eccetto che da Claude, perché i rumori che menano sia i piccoli sia i grandi, i primi in far ragazzate, i secondi in far fardelli, producono in lui un effetto simile, anzi identico: quello di seccarlo.

La Storia. Che cos’è la Storia. Pensa Alessandro. Chi la guida. Procede su una linea. O è a spirale. Avanza. O si avvita. Un carcame di eventi con un disegno che la sovrasta. Oppure casuale. Regni, governi, terremoti, guerre e paci, nascite e morti, declino e prosperità so- no eventi staccati, fortuitamente combinati, un caos di possibili, un’accozzaglia inafferrabile di grazia e male scritto sull’acqua. Per un attimo sembra di captarne i nessi. Ma prima che tu possa dire «guarda!», quell’ordine è già ripiombato nel buio.

È come se in fondo alle vicende umane giacesse una sventura, una ferocia, un rimpianto. Una forza inafferrabile, senza regole evidenti. Un enigma insolubile. Perché il bene non accompagna sempre la vita dei giusti, il male quella dei reprobi? Perché chi è rispettoso nei confronti di Dio condivide la stessa sorte di chi lo ignora? Sono gli stessi interrogativi di Giobbe. A cui neppure Dio dà la risoluzione. Dov’era l’insignificante uomo mentre l’Onnipotente creava le meraviglie dell’universo? Ecco la sola risposta di Dio: un’altra domanda.

Alessandro esamina cause e concause, relazioni, motivi, analizza e scompone, ipotizza, non dà giudizi affrettati. La realtà terrena è un mistero di contraddizioni in cui l’intelletto si perde, se non lo si considera come uno stato di prova e di preparazione per un’altra esistenza. E Dio, nella profondità di sé, Alessandro lo percepisce. C’è. Impenetrabile, mette alla prova la pazienza e non interviene nelle faccende degli uomini. Perché Dio affida la Storia a loro. Genealogia della colpa, processo degenerativo, produzione precaria di accadimenti, la Storia non è opera Sua. La lascia agli uomini. Hanno il libero arbitrio. Che se la vedano dunque loro. Che dimostrino loro come si fa. Li giudicherà poi alla fine. Quando si ritroveranno lassú.

Non solo la data di inizio, anche quella della fine della prima stesura dei Promessi sposi è chiarissima: 17 settembre 1823. E un po’ impressiona vedere che il tempo di composizione del romanzo coincida con quello della vita e della morte della figlia Clara, quella bambina che, ancora attesa, stava per uccidere Enrichetta, per poi morire, «dopo averla vista a lungo soffrire», il primo agosto del 1823. Di morbillo, scarlattina o rosolia, non è chiaro. Sta di fatto che, per paura di un possibile contagio, sono costretti a seppellirla di notte, senza nessun accompagnamento funebre. «Bambina mia dolcissima. Tu risorgerai e brillerai come una stella. Ma com’è strano, ora, che tu sia nella pace e noi in guerra», scrive per lei Manzoni.

Quelle sue «cosí indegne esequie» non possono non rimandare allo strazio della madre che appoggia il corpicino vestito di bianco della piccola Cecilia sul carro sozzo dei monatti. Anche se Manzoni avesse scritto solo quelle pagine struggenti sarebbe stato un grande autore. Attraverso la compostezza del suo comportamento, la scelta degli abiti, la ritualità dei gesti, la madre di Cecilia impone un segno di umanità e di ordine nel mondo stra- volto dalla follia della peste. Ma tutto l’episodio, con l’immagine finale virgiliana del fiore rigoglioso che cade al passare della falce insieme al fiorellino in bocciolo, rappresenta il perfetto contraltare alla vigna distrutta di Renzo e il tentativo di dominare, grazie alla forma, le forze aggressive e regressive che fanno perdere il centro al cuore, una volta che si impossessano di lui.

È proprio perché nascono da motivi nevralgici sia affettivi sia civili, che I promessi sposi sono un libro politico ma non solo politico. Intimo, personalissimo, in controluce disseminato di luoghi, eventi, emozioni vissute in prima persona e, nello stesso tempo, universale e capace di parlare alle persone di ogni strato sociale ed epoca, «dalla portinaia all’astronomo», come diceva Carlo Dossi. E rivolto espressamente al pubblico femminile, come dichiara l’autore nell’introduzione del Fermo e Lucia. Un libro libero. Fuori dall’opprimente censura austriaca e da quella ecclesiastica altrettanto invadente. Manzoni non si preoccupa dei consigli di padre Tosi, non teme le critiche dell’abate Degola, si sottrae con furbizia alla polizia straniera e scrive un libro che è un carnevale. Il suo carnevale. Impreveduto anche a se stesso. Dinamico, fluido, antidogmatico, empatico nei confronti del mondo, pervaso da un sentimento popolare. Un libro che è una festa. Per il quale ogni mattina Manzoni si alza, scende nello studio, tira fuori dal cassetto dello scrittoio i suoi personaggi, li dispone davanti a sé, ne osserva le mosse, ne ascolta i di- scorsi, poi mette con felicità in carta e rilegge. Un libro con cui evade la realtà ma nello stesso tempo approfondisce le domande fondative dell’esistenza.

Dentro al romanzo Manzoni ci butta tutto. Pascal, Nicole, Bossuet e i suoi amati scrittori giansenisti, fregandosene di essere giudicato da loro troppo permissivo e, addirittura, un «avvelenatore pubblico». Ci butta dentro tutte le opere di Voltaire che ha consegnato a padre Tosi ma che sopravvivono nella macchina narrativa delle sue pagine e in una miriade di reminiscenze e congegni mentali. I libri vietati e messi all’indice di cui si avvale per le sue ricerche. La cura e la pazienza, la logica scientifica e il gusto per l’innovazione che utilizza in agricoltura. Ci mette dentro il «governo piú arbitrario combinato con l’anarchia feudale e l’anarchia popolare», le prepotenze, i soprusi, «la sfrontatezza nella corruzione». Ci mette la «sensazione di un che di ignoto che ci minaccia», gli abbandoni subiti nella sua infanzia e le nevrosi della maturità, le morti delle sue due figlie e quelle future che arriveranno, ci mette un matrimonio che non s’ha da fare come il suo con Enrichetta, la carestia e la fame, le rivolte e la peste. Ci incunea la fede restituita e Dio. Facendo diventare il romanzo, non le Osservazioni, la risposta piú convincente e articolata alle obiezioni di Sismondi nei confronti della morale cattolica. E ci porta tutto se stesso. Attraverso quel narratore che dialoga continuamente con i lettori, che forse è il vero protagonista del romanzo: non proprio Manzoni ma che, come lui, pone domande, a cui fa seguire spiazzamenti, non facili conclusioni. Grazie all’ironia che fomenta ancora di piú il sentimento dell’assurdo, allo stile «minchionatorio» che appartiene solo ai geni, all’umorismo che «è la letteratura dello scetticismo», come diceva sempre Dossi, convinto che «Manzoni – come ogni grande umorista – è scettico».

Cosí ne fa un meraviglioso libro di guerra e pace. Un libro d’amore. Di ogni tempo. E per tutti i tempi.

 

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Piccolo discorso sul mal contagioso https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piccolo-discorso-sul-mal-contagioso/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/piccolo-discorso-sul-mal-contagioso/#comments Mon, 16 Mar 2020 07:00:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42640 Photo by Sharon McCutcheon on Unsplash

Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

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Domenica 8 marzo la trasmissione La lingua batte di Rai Radio 3 mi ha chiesto un’intervista partendo da una vecchia ricerca che avevo pubblicato su una rivista di storia contemporanea, Per una cosmografia della peste. Appunti sulla storia di una metafora nel romanzo del secondo Novecento. Ho cercato di sintetizzare in questo modo quella lontana riflessione tornata purtroppo attuale per l’emergenza in corso.

Se si potesse redigere una storia della metafora, un lungo capitolo andrebbe sicuramente dedicato a tutte le epidemie che hanno attraversato la letteratura universale. La peste è senz’altro la più importante, e in ogni tempo ha avuto il suo cronista: Tucidide, Boccaccio, Manzoni. Ma il mal contagioso si riaffacciò prepotentemente negli atlanti letterari anche alla fine della seconda guerra mondiale, per non sparirne più.

È a questo campo semantico e all’antico parallelo tra pestilenza e funzione stessa del narrare (nel Decamerone fa da cornice), che si può ascrivere anche la paura generata dal coronavirus: indagarne analogie, esempi e cause potrebbe aiutarci a capire molte ragioni del suo dilagare.

La peste è la malattia per eccellenza, il morbo, il male peggiore. Ha una sua lugubre nomenclatura: il monatto che trasporta i morti, l’untore che propaga il contagio, il lazzaretto che racchiude le vittime, l’aggettivo “nera” che a lungo l’ha accompagnata. È portata dall’animale più immondo: il ratto, e non presenta un quadro clinico omogeneo. Ma anche per il coronavirus si è subito indicato in un pipistrello, ossia in un topo con le ali, l’origine della catena di trasmissione. E il racconto del suo propagarsi ha avuto prima un’incubazione, ricalcando i tempi della malattia stessa, un luogo di partenza per noi lontano o esotico come la Cina e una strana aria di presagio e di epilogo. Esemplari, infine, alcune espressioni come “paziente zero”.

Non esiste dunque una sola peste, esistono le pesti. Che siano nere o rosse, come quella di Edgar Allan Poe[1], sono sempre avvolte dalla paura e dal sospetto: paura per ciò che non si conosce, paura di contrarne l’infezione, paura di un veneficio (e relativo sospetto del vicino, del padrone di casa, di un passante che vada troppo rasente alla muraglia delle case: questa la situazione iniziale descritta da Manzoni nella Storia della colonna infame[2]).

La peste segue le migrazioni, è veicolata dagli eserciti e provoca una morte veloce o addirittura istantanea ma insieme ostentata. Naturalmente, ha i suoi profeti e le sue infermiere. E i suoi reduci. È infine maleodorante, come tutte le cose che imputridiscono. La sua virulenza la rese esemplare e alla fine idiomatica, tanto che fu debellata in ogni parte del mondo, meno che nei dizionari. Non c’è sinonimo più efficace di “pestilenza” per indicare l’esplodere di un’epidemia o il diffondersi di una qualsiasi corruzione, del corpo o della società. Da molto tempo, il suo nome non indica altro che questo: uno stato estremo, una condizione di condiviso malessere, da cui si genera la diffidenza, la menzogna, l’errore, l’odio, la sopraffazione, l’isteria burocratica e, in definitiva, l’ingiustizia. La sciagura della peste che sopravvive è questo scadimento universale dell’umano, su cui la letteratura ha lavorato con sorprendente coerenza, costruendo infinite variazioni su un solo tema.

All’inizio era il Fato a regolare o promuovere il disordine delle cose; l’uomo poteva solo sperare nella benevolenza di un dio: aiuto e pena venivano entrambe dal cielo, non restava spazio che per la volontà e per l’astuzia. Poi venne l’età del castigo: dal VI al XIX secolo, la peste fu raffigurata come una freccia che colpiva l’umanità per i suoi peccati[3]. Un male che scendeva dall’alto, come una folgore, la cui causa era già umana ma la fonte ancora divina, soprannaturale.

L’artista ne dava spesso un riscontro diretto, in tavole, affreschi, ex-voto, privilegiando un rapporto di testimonianza oculare, anche se simbolica. Italo Calvino invitava a leggere anche I Promessi sposi come il romanzo della peste, e non della provvidenza. Solo nel Novecento, dopo che la scienza aveva dimostrato che a provocarne l’infezione è un batterio parassita della pulce dei ratti, decadde lo schema iconografico della freccia avvelenata ma, ancora più profondamente, si incrinò il tradizionale piano cartesiano su cui si sosteneva la sua millenaria rappresentazione. Apparve abolita di colpo la prospettiva verticale. Negli anni immediatamente successivi al secondo conflitto mondiale e da Camus in poi, non ci sarà più un “alto” e un “basso”, una freccia che scende, né un luogo della giustizia, né uno della provvidenza, né uno della punizione. Tutto torna all’uomo, interamente: colpa e responsabilità, cura e malanno, principio e fine. All’uomo non si addebiterà più la famigerata diceria di spargere il seme della peste, un seme scagliato comunque sul mondo da altra terribile mano; sarà lui stesso l’origine di quel seme, e sia l’arco che il dardo. È all’uomo che va attribuito il peggiore dei flagelli. Lo scarto è violento: la distanza è la stessa che passa tra gli dei e i topi, e dà l’idea intollerabile di un’affezione che può risalire dalle bestie agli uomini, e confonderli.

Nel Novecento, il tempo del colera fu raccontato per la prima volta da Thomas Mann in Morte a Venezia. È il 1913, siamo alla fine dell’età degli imperi.[4] Nulla, nel racconto, vi è ancora dichiarato: né la natura dell’epidemia, né il suo diffondersi. Ma i segni vi sono già tutti: una generale impressione di sfacelo, l’aria afosa e lagunare, la metafora rovinosa di Venezia. La frana è già iniziata: tutto corre verso la cenere, come vuole l’etimologia del protagonista, Gustav von Aschenbach. Ma la sua vicenda non ne è che il presagio, una di quelle straordinarie anticipazioni che a volte la letteratura concede. Sempre Mann, qualche anno dopo la grande guerra, ne La montagna incantata, eleggerà la tubercolosi, e non la peste o il colera, a malattia della coscienza europea. Il sanatorio diventa un surrogato della vita dove anche il concetto di tempo diviene lussuoso[5] e la tubercolosi un indizio dell’inadeguatezza e inettitudine dei giovani, il miglior espediente per figurare una lesione della volontà o dell’anima e, freudianamente, una malattia della civiltà[6] in uno stadio già avanzato.

Nel 1924, data di pubblicazione del libro, tuttavia, c’era ancora lo spazio per una possibile guarigione, o almeno per la conoscenza del male. Presto, invece, le cose peggioreranno. Klaus Mann, il figlio di Thomas, nei suoi diari, definirà la “peste bruna”[7] il vertiginoso affermarsi del nazionalsocialismo in Germania negli anni Trenta. Seguiranno la guerra civile in Spagna, la lunga stagione della guerra, la nozione di Auschwitz.

All’indomani del secondo cataclisma mondiale, appena tutto sarà, almeno in parte, placato, della peste se ne avrà di nuovo notizia ad Orano, una cittadina dell’Algeria francese, la mattina di un 16 aprile quando “il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un sorcio morto, in mezzo al pianerottolo.”[8] È il 1947. A differenza della tubercolosi, il ritorno della peste sarà la sanzione definitiva di un contagio a cui non c’è più rimedio. L’inferno del dottor Rieux sarà la sua lotta contro l’epidemia. Orano è una cittadina senz’alberi, pigra, indolente, il teatro africano di questa sventura.

L’accrescimento delle morti vi procederà geometricamente e Rieux vi rimarrà solo: la moglie, partita prima dell’epidemia, non potrà tornare. Camus ce lo descrive come uno che ha l’aria di un contadino siciliano: spalle robuste e vestiti scuri, passo rapido ma svagato e un fondo di misantropia; un uomo senza Grazia, che odia la morte, il male e l’infelicità e non vi si abitua, e si ostina a parlare il linguaggio della ragione. La peste, per lui, è un’interminabile sconfitta. Dalla finestra della sua casa, certe sere, guarda in silenzio la sua arida città dove i topi sono venuti a morire. Ai cinematografi danno sempre lo stesso film e per i marciapiedi girano eroi insignificanti e sbiaditi. Educato alla miseria e alle difficoltà, Rieux si ubriaca allora di nausea e abnegazione. E Camus commenta che “pestilenze e guerre colgono gli uomini sempre impreparati”[9]. Lo spettacolo, nel frattempo, si fa apocalittico: cumuli di morti, campane delle ambulanze, panico generale. Ma i migliori alleati del morbo sono ancora una volta lo spirito burocratico, l’indifferenza, la diffidenza.

La dimensione è classica, manzoniana. In questa situazione, Rieux si mette a scrivere una cronaca in terza persona, redatta con un superiore riserbo ma senza nulla nascondere e nella sincera partecipazione al dolore comune. Il dottor Rieuxsopravviverà al flagello. Ma quando l’epidemia sta per terminare, si chiederà cosa ci ha guadagnato. “Ma se questo era guadagnar la partita, come doveva esser duro vivere soltanto con quello che si sa e si ricorda, e privi di quello che si spera.”[10] Mentre il tempo della sofferenza finiva e il tempo dell’oblio non era ancora cominciato, chiuderà con queste parole il suo triste resoconto: “egli sapeva tuttavia che questa cronaca non poteva essere la cronaca della vittoria definitiva […] il bacillo della peste non muore né scompare mai, che può restare per decine di anni addormentato nei mobili e nella biancheria, che aspetta pazientemente nelle camere, nelle cantine, nelle valigie, nei fazzoletti e nelle cartacce e che forse verrebbe giorno in cui, per sventura e insegnamento agli uomini, la peste avrebbe svegliato i suoi topi per mandarli a morire in una città felice.” [11]

Nello stesso anno della Peste di Camus esce un altro romanzo ambientato in Africa: Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, la cui prima frase è esemplare: “Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi”[12]. Questo stupore è una sindrome comune, un sentimento ambivalente, che nel 1947 genera un certo disagio per quanto si è vissuto. Ci si meraviglia della propria sopravvivenza, come di essere scampati a un incidente fortuito. È quanto capita a questo tenente mentre va a farsi firmare una licenza. Secondo lo schema di tutte le fiabe, anche qui l’azione prende avvio da una funzione di danneggiamento[13]. Sin dalle prime pagine, nel libro dilaga una molesta sensazione olfattiva e di sofferenza: il tenente ha un terribile mal di denti e per giungere al comando imbocca una scorciatoia che gli hanno indicato alcuni operai: deve seguire il puzzo dei muli morti. Nella boscaglia, naturalmente, si perde. Da questo punto in poi comincerà una catena di eventi che lo porteranno in poche settimane a sperimentare l’omicidio, il furto, la lebbra e, soprattutto, la propria vigliaccheria. Il romanzo termina così com’era iniziato: nella meraviglia della propria inverosimile guarigione e dell’ancora più inverosimile rientro, senza alcuna conseguenza esterna, nella propria precedente esistenza. Alla fine, tutto si ricompone, come dopo i vapori di un’allucinazione, e il tenente conclude che la vita è “un dado senza punti”[14].

Nel romanzo di Flaiano la lebbra colora la metafora della malattia di un evidente carattere sessuale. Ricalca quindi il tema della punizione divina, ma accentuandone il rapporto con la lussuria. È di nuovo l’indice di una piaga interiore che non si potrà risanare. Si deve sottolineare pure come l’Africa diventi nel 1947 un luogo letterariamente rilevante; l’Africa: un paese triste, guastato, invaso, abitato dalle iene: un continente che è già una gigantesca metafora: “lo sgabuzzino – scrive Flaiano – delle porcherie”[15] del mondo.

A pochi gradi di longitudine dalla peste di Orano, un giovane reduce si ricovera in un sanatorio della Conca d’Oro, sulla strada tra Palermo e Monreale, edificato su una seconda montagna incantata. Lo chiamano la Rocca. Il reduce vi è giunto “da molto lontano, con un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo” e “un pugno di ricordi secchi.”[16]Così ha inizio la Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino. Il libro rimase nei suoi cassetti per decenni, sottoposto a un incessante lavoro di lima, un opus infinitum che sarebbe continuato in eterno se nel 1981 l’autore, ormai sessantenne, non fosse stato convinto a pubblicarlo. Ma, per così dire, storicamente, ossia per clima, tema e ispirazione, il suo romanzo appartiene al dopoguerra.

La scrittura di Bufalino è, come lui stesso la definì, una “scrittura funeraria e sontuosa”[17]. Il suo giovane reduce è un altro personaggio che nasce dalla guerra da poco trascorsa. Ma Bufalino confesserà che a presiedere l’allucinazione della Diceria furono anche i versi di un poeta arabo, IbnZafar, che accostavano un’immagine di sfacelo a una di fulgore[18], e un quadro anonimo e medievale: il Trionfo della morte, miracolosamente scampato ai bombardamenti e ancora conservato a Palermo, a Palazzo Abbatellis.

È un quadro, per chi lo ha visto, molto particolare, non meno drammatico e attuale della Guernica di Picasso: ritrae una Morte a cavallo che semina intorno a sé dolore e lutto tra gente ignara e distratta. La Diceria è dunque dominata da una cadenza di lutto, come quelle “imparate nell’infanzia da grandi contadine vestite di nero”[19]. Nelle pagine e nel titolo di questo libro intarsiato di aggettivi per anni, la tubercolosi di Thomas Mann e la peste di Camus finalmente si sovrappongono. Alla Rocca, il giovane reduce passa il tempo in infinite discussioni o a giocare a scacchi o a tessere un amore impossibile con un’altra malata dagli ambigui trascorsi.

È un amore puerile e condannato, un amore di parole più che di atti, il cui sbocco è una fuga a due senza speranza e la morte di lei in un alberghetto sul mare. “Guarda come mi lasci in mezzo alla via: – proromperà alla fine il protagonista – una guasta semenza, una sconsacrata sostanza, un pugno di terra su cui casca la pioggia…”[20] Così si resta, per Bufalino: guastati, sconsacrati. Così rimane chi sopravvive, chi guarisce, magari inaspettatamente, “per chissà quale disguido o colpo felice di dadi”[21], forse dello stesso dado senza punti di cui parlava Flaiano.

Mentre La montagna incantata terminava con Hans Castorp che nel 1914 usciva finalmente dal suo sanatorio per andare ad arruolarsi e probabilmente a morire in mezzo al fango nel crepuscolo di una battaglia della prima guerra mondiale, i personaggi che dopo il 1945 sperimenteranno il morbo di questa nuova consapevolezza provengono già dalla morte e dalla guerra. Quando ridiscendono fra gli uomini sono giovani solo a metà e vecchissimi l’altra metà[22] e si portano dietro una personale educazione alla catastrofe e alla morte[23], avendo già assistito al suo trionfo. Il loro funebre noviziato. La malattia è stata per loro “una vergogna e, insieme, uno strumento di conoscenza; emblema di degradazione e d’orgoglio”[24]. Il rovesciamento è completato: il contagio era una forma di seduzione; la guarigione, un tradimento a un patto tra moribondi. Ora non li aspetta che “una vita nuda, uno zero di giorni previsti”[25].

L’orrore per il propagarsi della peste si lega così intimamente alla questione della memoria e del linguaggio. È la minaccia suprema, la possibilità che siano decimate intere popolazioni sino a scomparire, lo spettro di un violento crollo demografico che cancelli per sempre patrimoni culturali e identità diverse. Dopo le drammatiche vicende della seconda guerra mondiale, l’ombra dell’apocalisse a cui ogni pestilenza rimanda si identifica in un futuro privato della Storia. E nell’immaginazione degli scrittori che verranno non ci potrà essere bacillo più insidioso di quello che colpisca i ricordi e i libri.

Alla Peste di Camus segue, infatti, di pochi mesi il libro più visionario di Orwell, 1984, che prende il titolo, come tutti sanno, dall’inversione delle cifre dell’anno di pubblicazione[26]. E al filone antiutopico si aggiunge tre anni dopo, nel 1951, l’altrettanto famoso romanzo dello statunitense Ray Bradbury, Fahrenheit 451. Un altro custode di libri sarà pure Hanta, il protagonista di Una solitudine troppo rumorosa[27] (1981) di Bohumil Hrabal, un operaio che, in un magazzino interrato dalle parti di Praga, pressa la carta vecchia: centinaia di volumi opuscoli riviste di cui governa e dirige il disfacimento. La sua ossessione è quella di sottrarre all’oblio di ogni imballaggio una frase, un verso, un rigo di Seneca o di  Nietzsche, anche se gli costa molto più tempo del necessario.

A suo modo, è un archeologo e un contrabbandiere di frammenti, e insieme un artista e un devastatore, un testimone del nubifragio delle illusioni della cultura e della storia e un contabile di biblioteche perdute, cancellate per sempre. Lo spettro dell’incendio della Biblioteca di Alessandria si riaffaccia pure in alcune pagine di Bufalino, Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi[28], dove si prefigura un’invasione di tarli giganteschi. L’unico rimedio contro ogni flagello, passato e futuro, è il libro «medicina contro il male, contro la morte»[29].

Quindici anni più tardi, il batterio si manifesta di nuovo, sotto altra forma, in un piccolo villaggio immaginario della Colombia. In uno dei primi capitoli di Cent’anni di solitudine (1967), Macondo è colpita dalla peste dell’insonnia. Ma “la cosa più temibile dell’insonnia non era l’impossibilità di dormire, dato che il corpo non provava alcuna fatica, bensì la sua inesorabile evoluzione verso una manifestazione più critica: la perdita della memoria.”[30] Macondo si mise così in quarantena, e venne il giorno in cui lo stato di emergenza lo si considerò come cosa naturale e nessuno si preoccupò più di dormire. Se la realtà diventa “sdrucciolosa”, e si perde il senso delle cose, la scrittura è l’unico antidoto possibile, per quanto precario.

Le ultime pestilenze appaiono in altre zone limitrofe, o di confine. Memoriale del convento richiama il modello di Manzoni[31]. In comune con I Promessi Sposi c’è innanzi tutto la dialettica provincia-capitale in cui si svolge la vicenda: l’asse Mafra-Lisbona analogo a quello Lecco-Milano; poi il tema del potere, del malgoverno e degli umili e lo schema dei tre principali personaggi: un soldato monco, un frate gesuita e una donna visionaria, che sembra ricalcare quello di Renzo, Don Abbondio e Lucia, seppure con le relative somiglianze e antitesi. C’è, infine, la peste, collegata questa volta a una delle più belle trovate del libro: la morte è descritta come una progressiva perdita della volontà. E la volontà è una nuvola chiusa nel corpo degli uomini che Blimunda, che ha la capacità di guardarvi dentro, andrà raccogliendo in piccole ampolle di vetro affinché la macchina di ferro e vimini di padre Lourenço possa volare, con un anticipo di ottantacinque anni sui fratelli Montgolfier. Dopo la perdita della memoria, raccontataci da Garcia Márquez, Saramago sembra così porre l’accento sulla perdita della volontà e sul suo necessario recupero.

Ma è in Cecità[32] (1995) che l’autore portoghese illustra con più forza un mondo infetto, invaso dalla più devastante pestilenza dei nostri tempi: un calare di chiarissime tenebre, un’eclisse all’inverso. Il romanzo comincia ad un semaforo. Un guidatore viene improvvisamente colpito da questo “mal bianco”, come verrà definito: un mare di latte, accecante. Un’altra epidemia, un altro ossimoro; il presente si trasforma in un globale campo di sterminio dove si ripropongono, amplificati e straniati, le lotte per il potere e per la sopravvivenza. Soltanto la moglie di un oculista non è toccata dal contagio, ma finge lo stesso questa luminosa cecità per farsi internare insieme al marito. Il suo gesto d’amore sarà l’unico itinerario possibile per la salvezza dell’intero genere umano e a questa donna senza nome si affiderà la sopravvivenza dell’“umano” in una storia avversa. I suoi occhi restano aperti, per un ultimo sguardo su quanto si salva da questo inferno di luce.

Il “tempo febbrile delle pesti”[33] pare indicare sempre la perdita di qualcosa: della memoria, del linguaggio, della volontà, della vista, e incarnarsi poi in un universo burocratico e totalitario, come in Il palazzo dei sogni (1991), Ismail Kadaré. Per ultimo, alla fine del Novecento, il motivoè ripreso da Vincenzo Consolo, ne Lo Spasimo di Palermo (1998). Lo stesso titolo rimanda all’antico lazzaretto della città da poco restaurato.  La pestilenza di cui si parla, questa volta, è la mafia, ma anche la peste nera del rimorso e del tragico senso di fallimento di una generazione che non ha saputo costruire dopo la guerra un’Italia civile e si ritrova ora a vivere in un paese franato, tra città stravolte, dove si cancellano memorie e nelle quali esala “un odore dolciastro di sangue e gelsomino”[34]. Segno che l’infezione, ancora, non è passata; né che se ne potrà guarire[35].

Come si è detto all’inizio, tutto ritorna all’uomo: la pena, e la rivolta, e il tempo della responsabilità e del bilancio.

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[1]La maschera della morte rossa è un racconto di Edgar Allan Poe in cui si racconta di un orribile e fatale peste che devasta una regione e ha l’emblema del sangue.

[2] La mattina del 21 giugno 1630 una donna chiamata Caterina Rosa vide un uomo che si fece appresso allamuraglia delle case e che la imbrattò con le mani d’un certo ontume.

[3] Cfr. Jacqueline Brossolet, Alcuni aspetti storico-artistici della peste in Europa, in Venezia e la peste, cit., pp. 201-205.

[4] La definizione è di Eric J. Hobsbawm e dà il titolo a un suo famoso libro: L’età degli imperi: 1875-1914, Roma-Bari, Laterza, 1987, a cui è seguito l’ancor più fortunato e discusso Il secolo breve, Milano, Rizzoli, 1995, che nel titolo originale suona come età degli estremi.

[5] Ivi, p. 1217.

[6] Cfr. Sigmund Freud, Il disagio della civiltàe altri saggi, Torino, Boringhieri, 1971.

[7] Klaus Mann, La peste bruna. Diari 1931-1935, Roma, Editori Riuniti, 1998.

[8] Albert Camus, La peste, Milano, Bompiani, 1997, p. 8.

[9] A. Camus, La peste, cit., p. 30. Qui l’equazione tra guerra e pestilenza è addirittura dichiarata.

[10] Ibidem.

[11] Ivi, p. 235.

[12] Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Milano, Rizzoli, 1991, p. 1.

[13] Cfr. Wladimir Ja. Propp, Morfologia della fiaba, Roma, Newton Compton, 1985. Le funzioni dei personaggi sono gli elementi costanti della fiaba. In tutto, Propp ne ricava trentuno. Le principali sono l’allontanamento, il divieto, la violazione del divieto, la vittoria, il ritorno, l’arrivo in incognita, il matrimonio…

[14] E. Flaiano, Tempo di uccidere, cit., p. 272.

[15] E. Flaiano, Tempo di uccidere, cit., p. 78.

[16] Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore, Palermo, Sellerio, 1981, p. 15.

[17] Id., Saldi d’autunno, Milano, Bompiani, 1990, p. 244.

[18] Ivi, p. 245.

[19]  Id., Diceria dell’untore, cit., p. 179

[20] Ibidem.

[21] Ivi, p. 195.

[22] Ibidem.

[23] Id., Saldi d’autunno, cit., p. 247.

[24]Ivi, p. 250.

[25] Id., Diceria dell’untore, cit., p. 195.

[26] Del filone antiutopico il Novecento aveva già conosciuto dei precedenti: nel 1920 era stato pubblicato Noi di Zamjatin, nel 1932 Il Nuovo mondo di Huxley e nel 1940 Kollocain di Karin Boye, senza considerare l’eco prolungata delle grandi ossessioni di Kafka.

[27] Bohumil Hrabal, Una solitudine troppo rumorosa, Torino, Einaudi, 1991.

[28] G. Bufalino, Le visioni di Basilio ovvero La battaglia dei tarli e degli eroi, in Id., L’uomo invaso, Bompiani, Milano 1990, pp. 73-80.

[29] Id., Per l’inaugurazione di una biblioteca, discorso letto in Agrigento il 15 dicembre 1990 per l’inaugurazione della biblioteca “Lucchesi Palli”.

[30] G. G. Márquez, Cent’anni di solitudine, Mondadori, Milano 1986, pp. 45-6.

[31] Sui rapporti tra storia e letteratura, di Manzoni si veda pure il suo discorso Del romanzo storico e, in genere, de’ componimenti misti di storia e d’invenzione in Opere di Alessandro Manzoni, a cura di Lanfranco Caretti, Milano, Mursia, 1962, pp. 889-944.

[32] Il titolo originale è Ensaiosobre a cegueira (Saggio sopra la cecità), ma, con una scelta abbastanza discutibile, per evitare che il lettore italiano potesse confondere un romanzo con un trattato medico, lo si è tradotto con la sola parola Cecità (Torino, Einaudi, 1996).

[33] Vincenzo Consolo, Lo Spasimo di Palermo, Milano, Mondadori, 1998, p. 113.

[34] Ivi, p. 115.

[35] Lo scrittore siciliano aveva già individuato in un piccolo paese nell’entroterra della sua isola, Caltagirone, l’epicentro di una epidemia e l’emblema di una nazione, “della vecchia Italia che ha generato dopo i disastri del fascismo, nei cinquant’anni di potere, il regime democristiano, la trista, alienata, feroce nuova Italia del massacro della memoria, dell’identità, della decenza e della civiltà, l’Italia corrotta, imbarbarita, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia, delle stragi, della droga, delle macchine, del calcio, della televisione e delle lotterie, del chiasso e dei veleni. Il plastico dell’Italia che creerà altri orrori, altre mostruosità, altre ciclopiche demenze.” (In Id., L’olivo e l’olivastro, Milano, Mondadori, 1994, p. 71).

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Un racconto sulla “storia della colonna infame”: terza parte https://minimaetmoralia.it/libri/un-racconto-sulla-storia-della-colonna-infame-terza-parte/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-racconto-sulla-storia-della-colonna-infame-terza-parte/#comments Tue, 18 Feb 2020 09:54:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42406 Pubblichiamo la terza e ultima parte della serie a cura di Virginia Fattori dedicata al classico di Alessandro Manzoni. Qui la prima puntata, qui la seconda.

di Virginia Fattori

A seguito delle parti I e II sulla Storia della Colonna infame,  è emerso come Alessandro Manzoni aprì “un processo contro un processo”. L’ autore milanese arricchì la sua dissertazione con un’importante critica nei confronti della tortura. Questa pratica violenta si rivelò una risorsa incisiva all’interno dei meccanismi cospirativi, da un lato per la dimensione corporea dell’uomo torturato che acquistava uno strabordante valore simbolico; dall’altro per il dolore e la gogna pubblica. Per il Manzoni questo fu il punto più basso dell’ingiuria poiché gli uomini spostarono i limiti che la Legge avrebbe dovuto porre. Così cadde la natura e si entrò nel baratro infernale della crudeltà e dell’impunità, due certezze nella storia del Piazza e del Mora.

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Pubblichiamo la terza e ultima parte della serie a cura di Virginia Fattori dedicata al classico di Alessandro Manzoni. Qui la prima puntata, qui la seconda.

di Virginia Fattori

A seguito delle parti I e II sulla Storia della Colonna infame,  è emerso come Alessandro Manzoni aprì “un processo contro un processo”. L’ autore milanese arricchì la sua dissertazione con un’importante critica nei confronti della tortura. Questa pratica violenta si rivelò una risorsa incisiva all’interno dei meccanismi cospirativi, da un lato per la dimensione corporea dell’uomo torturato che acquistava uno strabordante valore simbolico; dall’altro per il dolore e la gogna pubblica. Per il Manzoni questo fu il punto più basso dell’ingiuria poiché gli uomini spostarono i limiti che la Legge avrebbe dovuto porre. Così cadde la natura e si entrò nel baratro infernale della crudeltà e dell’impunità, due certezze nella storia del Piazza e del Mora.
Debenedetti parla di “discesa agli inferi”, e a riguardo dice:

Ogni grande romanzo si decide narrativamente attraverso un descensus ad inferos o, come la chiamano, una necuia [sic.]

L’autore milanese richiamò la sua personale necuia (dal greco antico νέκυια) già nei Promessi sposi, prima con l’accusa che fu mossa a Renzo di essere un untore, poi con parole di Padre Cristoforo nel Capitolo Sesto:

Voi avete creduto che Dio abbia fatta una creatura a sua immagine, per darvi il piacere di tormentarla!

Tuttavia solo nella Storia della Colonna infame l’autore ammonì, evitando qualsiasi “galateo” narratologico, gli ingiusti che si abrogarono il diritto di strappare degli innocenti alla loro umanità, costringendoli alla feroce legge di sopravvivenza che li spinse a condannare altri innocenti pur di salvarsi.

Il processo del 1630 nasceva da una lunga tradizione medievale. Si erano consolidate le cosiddette “procedure dell’inchiesta”, un ordine di fasi giudiziarie e procedurali non attente a stabilire con certezza la verità di un crimine, bensì a individuare approssimativamente l’autore dello stesso per potergli infliggere le debite sanzioni legali. I giudici in ogni caso non dimostrarono alcun reale stato di pericolosità di Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, né valutarono il grado di entità della sanzione penale che gli fu attribuita.

Le sessioni di tortura alle quali i due protagonisti della Colonna infame furono sottoposti durante gli interrogatori risponde, odiernamente, a una incompleta economia del castigo: infatti, non essendoci una spartizione delle torture, il supplizio e il tempo impiegato non permisero di sanzionare il Mora e il Piazza proporzionalmente ai crimini dei quali erano accusati. Le punizioni iniziarono ancor prima di portare nelle sale degli interrogatori gli “strumenti” del male. Come anticipato precedentemente agli inquisiti non vennero dichiarati immediatamente i capi d’accusa, al contrario furono  tenuti nell’ombra dell’incertezza e della paura. Questa era da considerarsi già una prima fase della tortura: una punizione non immediatamente fisica bensì una violenza psicologica, il «cerimoniale della pena». Una variante del dolore più sottile e meno visibile ma non meno importante all’interno del processo che indebolisce la resilienza degli uomini.

Nella seconda fase l’inquisitore si concentrò sul corpo dei due poveretti,  bersaglio principale della punizione da infliggere. Una particolare attenzione fu posta sulla sequenza e la diligenza delle azioni che sarebbero dovute essere riconoscibili e rispettabili nei loro tempi e ritmi di esecuzione. Gli inquisitori in questo modo rispettarono, a loro avviso, confacentemente tra la natura crudele e selvaggia dei criminali in relazione alla forza e il dolore alle quali gli stessi dovevano essere condannati. La violenza fu interpretata come un “male necessario” da tollerare per poter estirpare lo spirito animale e selvaggio che aveva spinto il Mora e il Piazza a provare gioia nel contagiare dei loro simili e amici.

Esiste in chi punisce una sensazione di glorificazione della forza esercitata da dover testimoniare a chi non era presente. Indebolire i corpi per indebolire gli animi, così parlava Benjamin Rush:

Non possono impedirmi di sperare che non sia lontano il tempo in cui i patiboli, la gogna, la forza, la frusta, la ruota, saranno, nella storia dei supplizi, considerati come segni della barbarie dei secoli e delle nazioni, come prove della debole influenza della ragione e della religione sullo spirito umano.

I due presunti untori dopo essere stati rinchiusi furono privati di un diritto fondamentale dell’uomo, la loro libertà, in seguito furono prosciugati da un sistema di costrizioni e sofferenze fisica, dove il dolore del corpo assunse una posizione di rilievo tra le fasi della pena. La punizione fu percepita dalla collettività come una condizione intollerabile per il corpo ma necessaria socialmente, politicamente e spiritualmente. Un mezzo per disfarsi dell’incombenza della colpa e confessare. Durante l’anno del processo agli inquisitori era ben nota l’importanza data alla quantità di crudeltà e sofferenza da impartire durante i processi e gli interrogatori; così la mancanza di compassione, rispetto, e umanità rimase un idillio ed un inconsistente sollievo nei confronti di chi si considerava una vittima dei “crimini” perpetuati.

L’esito del processo fu disgraziato e condannò a morte i due innocenti accusati di essere «colpevoli di un delitto che non c’era», tuttavia viene da chiedersi se questa scelta dipese dall’iniquità delle leggi (certamente poco chiare e sommarie) o dall’iniquità degli uomini.

L’esecuzione pubblica del Mora e del Piazza rispose all’esigenza di porre i due innocenti in un’ulteriore stato di vergogna: i due uomini vissero nell’impotenza della loro punibilità riflettendo una sensazione di gloria indiscussa a chi in quel momento pavoneggiava l’“onore” di punire. In seguito nascerà una corrente utopica del “pudore giudiziario” che promuoveva l’idea di dover privare un uomo della propria esistenza eliminando la fase di dolore: privare l’uomo di ogni suo diritto fondamentale pur non facendolo soffrire fisicamente. Un’esecuzione discreta, dunque, che avrebbe toccato “la vita piuttosto che il corpo”. Un significato dato all’esecuzione pubblica molto diverso rispetto quello del Seicento dove la punizione era un atto emblematico e politico allo stesso tempo, un gesto in grado di far riacquistare potere e credibilità alla Giustizia.

Simbolicamente nel 1630 non vennero puniti solo gli untori ma anche i desideri e le pulsioni che si intuirono essere dietro il gesto criminoso. Si giudicò, in modo definitivo e spettacolare, la volontà del Mora e del Piazza nel compiere il crimine per il quale erano stati condannati. Al tempo, inoltre, non esistevano “circostanze attenuanti” in grado di includere nella sentenza oltre agli elementi “circostanziali” alle azioni criminose anche la piena conoscenza dei criminali: quest’ultima una componente straordinaria, nuova e in qualche modo spaventosa perché ancora non scientifica e dunque non giuridicamente classificabile.

La risonanza che ebbe l’opera di Manzoni e la parziale censura che visse sono dovuti all’analisi che l’autore milanese fece dei sistemi punitivi che, infine, risultarono essere degli effetti visibili di fenomeni sociali di cui la società milanese non poté render conto con il suo solo scudo giuridico. La stessa rèclame del corpo del criminale, dice Manzoni, risultò essere una prova  della concezione dello stesso come un “oggetto” pubblico, un bene accessibile all’oligarchia milanese, direttamente vincolato e immerso nel contesto politico. I potenti operarono sui corpi del Mora e del Piazza con una tenuta immediata, oltre a condizionarlo irreversibilmente lo marchiano e lo abituarono al supplizio costringendo i due ad accettare i segni permanenti della violenza. L’impiego del corpo rispose prontamente alla sua utilizzazione economica: si trasfigurò l’identità delle due vittime comuni in capri espiatori  e contemporaneamente copri espiatori, utili quando interpretati come “corpi produttivi”.

Si è parlato precedentemente di un “terrore morale” vissuto dalle vere vittime delle ingiustizie perpetrare a causa di assetti sociali degenerati. Anche nell’esecuzione pubblica e nella costruzione del monumento della Colonna infame si ritrova nei rappresentati giudiziari una morale propria dell’atto del castigo. Questa idea, però, si rivelò essere effimera e transitoria a causa della debole tesi di fondo che le permetteva di esistere nello “stato civile di Milano”. Ad esempio nel 1789 in Francia nascerà la ghigliottina, uno strumento per l’esecuzione pubblica intento a escludere dalla punizione finale e definitiva l’eccessiva esposizione della sofferenza provata dal condannato a morte. In questo senso si veniva a contatto con una sovrapposizione (ideologica e fisica) del dolore con la decenza dello stesso. Ma, come ricorda Foucault, cosa significherebbe la pena senza un castigo fisico? La violenza (già in stato di potenza) esercitata ai danni del corpo e dello spirito del condannato si impiega come una strategia nella quale le evidenze della dominazione sono attribuite tanto a una vera e propria “appropriazione” del corpo e dell’anima, quanto agli andamenti decifrabili nella rete di relazioni che scandiscono i privilegi da detenere (l’asservimento: stato di impotenza nei confronti di chi detiene quei privilegi monchi con tutti i poteri da essi derivati).

Alla fine di questa strada percorsa tra le strade di Milano nel corso di questi tre articoli è possibile affermare, in modo definitivo, che il caso degli untori fu a tutti gli effetti una congiura ordita dall’oligarchia milanese per mettere fine al malessere dei cittadini innanzi alle sofferenze che la peste aveva portato. Una strategia politica ed economica per liberarsi delle proprie responsabilità, sia nel portare la pestilenza in città sia per aver aggravato le condizioni sanitarie della stessa.

Il Manzoni si ripropose e riuscì perfettamente nell’intento di raccontare quando accaduto a Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, due persone comuni condannate alla privazione del proprio spirito e della propria dimensione corporale ancora prima di essere condannate a morte e giudicate colpevoli. La grandezza letteraria dell’opera di Alessandro Manzoni sta, oltre che nella precisione della narrazione dei fatti, nel riuscire a rendere perfettamente la condizione umana (a tratti animale) nella quale i due poveri innocenti si trovarono durante l’interrogatorio. L’autore milanese riesce ancora oggi a trasmetterci il senso di compassione non solo nei confronti delle vittime ma anche nei confronti dei loro familiari. La Storia della Colonna infame, insieme al supporto di altri intellettuali citati nell’analisi, ha “rialzato la natura”, ridonando dignità ai copri e alla memoria castigata dei due presunti untori, condannando i veri criminali che animarono la vicenda.

La volontà di riaprire in qualche modo il processo contro gli untori di Milano risponde all’esigenza di ricordare gli errori che furono commessi in modo da liberarsene una volta per tutte. Un’impresa utopica, effettivamente, ma ben conscia dei tempi in cui l’ingiustizia accadde e della nuova Era che attraversa le nostre vite. I deliri di terrore e d’impotenza fanno parte della natura umana, ma ora possiamo dirci abbastanza consapevoli da non renderci più complici di ingiustizie come quelle sopra descritte.

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Un racconto sulla “Storia della colonna infame”: seconda parte https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/un-racconto-sulla-storia-della-colonna-infame-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/letteratura-italiana/un-racconto-sulla-storia-della-colonna-infame-seconda-parte/#comments Tue, 04 Feb 2020 06:30:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42290 Pubblichiamo la seconda parte della serie dedicata alla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, a cura di Virginia Fattori. Qui la prima puntata.

di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, di cui si è fatto il punto letterario nella prima parte, racconta uno dei più clamorosi complotti della storia moderna.

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Pubblichiamo la seconda parte della serie dedicata alla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, a cura di Virginia Fattori. Qui la prima puntata.

di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni, di cui si è fatto il punto letterario nella prima parte, racconta uno dei più clamorosi complotti della storia moderna. Ma da dove nasce questa parola? L’espressione “teoria del complotto” fu coniata negli Stati Uniti per la prima volta nel 1964, in occasione dell’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. Nello specifico l’espressione fu veicolata da una serie di polemiche relative alla condotta e  agli esiti delle Commissione Warren, incaricata di indagare sull’assassinio del Presidente. Nel corso degli anni questo termine ha finito per assumere sempre più una connotazione negativa, diventando così un’espressione d’uso comune per descrivere come poco credibili delle voci o delle conclusioni rispetto una questione di interesse comune. Il termine assunse un nuovo significato, tuttora in vigore, alle soglie del XXI secolo in seguito agli attentati dell’11 settembre 2001.

Ma il complotto, inteso come entità sociale di rilevanza, nasce molto prima e con un nome diverso. Già durante l’epoca romana è possibile rintracciare delle trame cospirative, passando poi per i secoli medievali (si pensi alla cospirazione contro le streghe bruciate sui roghi) sino ad arrivare all’età moderna. Il lungo processo di decostruzione e sdoganamento delle teorie complottiste, comprese quelle relative agli untori, si basarono su una serie di obiezioni logiche e razionali. Innanzitutto venne puntualizzata la mancanza di prove concrete e sufficienti a sostegno della tesi; in seguito se ne valutò la verificabilità in base alla formulazione d’origine (posta in modo inverificabile); per ultimo, ma non per importanza se ne valutò (e contestò) la plausibilità. Nel caso della Storia della Colonna infame la questione si fece sempre più ostica quando i cospiratori (dal latino “conspirare”, “sperare insieme”, “respirare insieme”) cercarono di stornare le accuse di negligenza sostenendo che tutte le prove erano state ormai distrutte o manomesse delle menti dell’inganno tra i “poteri forti”. Gli avversari furono dismessi come scettici, accusandoli non solo di avere una mente limitatamente aperta rispetto le dinamiche del mondo, ma anche di essere politicamente influenzati a mantenere lo status quo. Laddove le critiche si concentravano sulla plausibilità delle tesi, i sostenitori del complotto sottolinearono come fosse possibile che dietro un singolo evento ci fossero più menti e più visioni del “progetto”, elementi che indiscutibilmente resero più complesse e talvolta confuse le tesi che stavano sostenendo.

Le più grandi teorie del complotto vengono spesso elaborate in concomitanza di eventi di grande impatto emotivo, incidenti che colpiscono le masse e influenzano l’opinione pubblica. Questi sono perlopiù eventi tragici legati alla morte, alla fame e alla distruzione (sia civile che ambientale). Dunque i complottisti guadagnano terreno laddove quest’ultimo viene mosso e reso quanto più fertile per far crescere qualcosa di inaspettato o inconsueto. I complotti nascono per stabilire un nuovo ordine delle cose, oppure per trovare capri espiatori in grado di dare risposte a domande che non ne hanno o le cui risposte non possono trovarsi nel breve termine.

Dare l’incerto per certo può apparire un’innocua approssimazione, ma Manzoni intuisce il pericolo insito nell’alimentare la credulità popolare: il rischio che si corre è quello di veder crescere esponenzialmente gli atteggiamenti irrazionali, come risposta a un pericolo che appare sempre più concreto.

Nella Storia di Manzoni il protagonista indiscusso è senz’altro il terrore, potente mezzo nelle mani dei cospiratori in grado di far aumentare senza controllo le dicerie popolari e schermirsi per l’appunto dietro la legittimazione dell’opinione comune.

La dinamica che muove e giustifica il processo contro gli untori in atto nel 1630 leggeil terrore come la “prenozione” di cui parla Durkheim, riconducibile in un contesto complottista ad un involucro vuoto (res nullius) creato a partire dal senso comune. E’ in sostanza un sacchetto vuoto che l’uomo stesso decide di riempire a suo piacimento caricandolo di simboli e mitizzandolo nella speranza che diventi intoccabile.

Il delirio del terrorismo è dunque senz’altro un’arma di grande effetto, in grado di mantenere il controllo in risposta a diversi deliri di impotenza. Nella Milano secentesca della Storia nessuna persona fisica e riconoscibile poteva essere ritenuta completamente e consapevolmente responsabile della sofferenza che pervadeva le strade. Nonostante ciò, il popolo esigeva delle risposte e soprattutto dei colpevoli. I giudici incaricati di scovare i nemici della congiura optarono così per accusare dei comuni cittadini e condannarli come monito collettivo. Quello che resterà alla fine di tutto sarà la Colonna infame: un monumento eretto per eternare quel che era stato e ricordare la feroce efficacia  delle “forze investigative” in risposta alle insurrezioni popolari (anche queste nate dal senso di impotenza).

Individuato un problema è necessario definire un quadro risolutivo e contestualmente, secondo la logica del tempo, trovare dei colpevoli da punire pubblicamente. Alcuni dei più autorevoli commentatori delle teorie del complotto insinuano che alcuni degli addetti agli interrogatori e ai supplizi finiscano per provare un sincero divertimento e una reale soddisfazione nel vedere morire dopo atroci sofferenze i loro simili, dimostrandosi così privi di qualsivoglia tipo di empatia. In questo senso, durante il processo degli untori, l’appoggio agli accusatori diventò una condizione necessaria; al contrario chi si rifiutò e propose tesi alternative uscì automaticamente dalla macchina cospirativa e venne tacciato di negazionismo. A Milano nel 1630 i giudici commisero un errore non solo morale ed etico (per il Manzoni certamente anche religioso), ma anche sanitario: in questo modo infatti causarono l’incremento del contagio, poiché la cittadinanza, ormai convintasi di essere al sicuro dal “grande male”, smise di prendere precauzioni.

Adottando una prospettiva storica in grado di comprendere una molteplicità di fattori emerge che un ruolo non di secondo piano nella diffusione del contagio fu svolto inconsapevolmente dai Lanzichenecchi. Tra il 1628 e il 1629 le Regioni dell’Italia settentrionale stavano affrontando una grave carestia, e nel Ducato di Milano la situazione era resa ancor più pesante da una crisi nell’esportazione di prodotti tessili. Sempre nel 1628, dopola morte di Vincenzo Il Gonzaga, ebbe inizio la guerra di indipendenza di Mantova e del Monferrato, obbligando le truppe ad attraversare le Alpi, in quegli anni, zone infette e piene di saccheggiatori e violentatori. Questo primo passaggio in queste zone di confine accelerò il contagio della peste. Successivamente nel 1629 la peste arrivò in Piemonte, quasi sicuramente portata dalle truppe francesi che avevano stanziato a Susa. Ma a far esplodere l’epidemia in modo catastrofico, tanto da disseminare oltre che malumori, anche delle rivolte e uno stato di terrore quotidiano, fu il passaggio dei Lanzichenecchi, mandati in spedizione dal Sacro Romano Impero.

Le autorità però non presero mai in considerazione se stesse come possibili responsabili del contagio. Il caso giudiziario aperto a carico dei due imputati, Gian Giacomo Mora e Guglielmo Piazza, non fu altro che una marcia verso uno stato di tranquillità generalizzata. Un movimento non solo giuridico ma anche politico pronto a garantire attraverso una propaganda non convenzionale un netto miglioramento, d’ora in poi, delle condizioni di vita e di salute dei cittadini. La condanna e la successiva morte dei due “colpevoli” trionfò come il Bene che sconfisse il Grande Male. I giudici offrirono una versione dei fatti fortemente moraleggiante e improntata al senso comune delle cose, modellando così il sistema giudiziario che adottarono in modo da essere legittimabile anche dalla Chiesa e dai cattolici più ferventi.

A distanza di innumerevoli secoli l’obiettivo è riappropriarsi della storia in modo quanto più completo. Nella maggior parte dei casi questo è molto difficile, infatti sono «troppo eterogenee le forme storiche in cui il fenomeno si articola e una definizione unitaria appare o una forzatura o una tautologia». Nel caso del processo di Milano, però, la ricostruzione storica è stata ricercata con la stessa intensità di indignazione provata nei confronti delle violenze e delle sessioni di tortura praticate durante gli interrogatori. Manzoni per primo riuscì a ridare voce alla «parte perduta della storia».

Uno degli elementi della narrazione manzoniana più coinvolgenti emotivamente è l’aura di pietà e compassione provata nei confronti delle vittime. Dato l’andamento del processo e l’esito finale, potrebbe crearsi, a ragione, un dubbio su chi siano le vittime da compiangere. Manzoni palesata l’innocenza dei due inquisiti, considerò come vere vittime dell’accaduto anche i loro familiari che videro portarsi via dei cari in modo ignobile. Eppure durante tutto il processo questi due sentimenti cristiani verterono verso quei poveri “contagiati” dai sadici criminali. In Manzoni il richiamo al fattore divino e celestiale non è certo casuale, infatti questi padroneggiano sempre nella regolamentazione delle ingiustizie che (regolarmente) i suoi personaggi subiscono.

L’autore milanese suggerisce un criterio da considerarsi valido sempre: nel momento in cui poche persone dispongono della vita anche di un solo uomo, queste negano la Provvidenza. Afferma che non esiste fede, agnosticismo o ateismo in grado di giustificare degli atti violenti nei confronti di altri uomini. Il desiderio di “giustizia” che ha spinto i giudici di Milano a permettere che quanto di più terribile accadesse, può e deve inserirsi nel proprio tempo, ma inflessibilmente deve servire da vero memento per tutti i posteri. In questa confusione di identità tra “vere” e “false” vittime l’unico riscontro possibile per i contemporanei dell’autore milanese è una sensazione di delusione e incomprensibilità. Infatti a loro venne mostrata una crisi del sistema oligarchico Seicentesco senza soluzione, mancante di un’agnizione tra la parte perduta della giustizia e  l’umano desiderio di ritrovarla.

La pietà e la compassione sono armi molto affilate nelle mani di chi le palesa: chi esprime la propria opinione riguardo chi siano le vittime in un processo, indirettamente pontifica sulla vita dei restanti indagati. Chi agisce in questo modo influenza il giudizio e la ragione di chi successivamente dovrà disporre della vita e del destino degli uomini chiamati in causa. Nel caso dei due inquisiti a Milano anche le semplici apparenze portarono i magistrati a propendere per un giudizio negativo nei loro confronti. A confermarlo si hanno le trascrizioni degli interrogatori fatti a Giovanni Andrea Cipriandi e a Francesco Geronimo Giusto che di Guglielmo Piazza dissero: «ho inteso che Guglielmo Piazza è un giotto, et di mala vita […] et comunemente non è tenuto in buona considerazione». Una teoria che i giudici trovarono plausibile dato il linguaggio e l’aspetto fisico dell’inquisito che di per sé facevano supporre la sua presenza nella micro-criminalità di Milano.

Anche per questi motivi all’interno di un racconto storico ci si troverà sempre a dover riconoscere i fatti realmente accaduti da quelli inventati, ma prepotentemente radicati nella coscienza popolare. Infatti, in questi ultimi casi, è noto come la pietà scavalchi la compassione e lasci gli uomini condannati a una profonda e inconsolabile condizione di solitudine.

A Milano questi due nobili sentimenti furono vinti dal privilegio di rango. Con questo, ovviamente, si vuole intendere quanto accadde a Giovanni Gaetano Padilla che inizialmente fu considerato dai giudici il vero responsabile delle unzioni, il mandante. A differenze del Mora e del Piazza, il Padilla veniva da una famiglia nobile, era il figlio di don Francisco che ai tempi ricopriva la terza carica spagnola dello Stato (massima autorità militare a Milano). Nel suo caso i sentimenti di pietà e compassione furono ponderati in base all’entità politica che il suo corpo e  il suo spirito ricoprivano. Ma questo accadimento rese la vicenda più intrigante:  stando così le cose la questione degli untori non si limitava più solamente ad essere una faccenda di miserabili ma una vera e propria cospirazione politica. In ogni caso la Provvidenza che i giudici incarnarono liberò il Padilla dopo due soli anni di carcere.

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di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni viene pubblicata per la prima volta nel 1840. In questo testo l’autore milanese racconta le vicissitudini e le terribili torture che Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora subirono dagli inquisitori dopo essere stati indagati come untori.

L’evento che colpì i due poveri innocenti si inserisce in un generale aumento dei processi agli untori a seguito di nuove epidemie di peste, a tal proposito è legittimo chiedersi perché mai Manzoni abbia deciso di raccontare la vicenda specifica di questi due personaggi. Infatti nel caso in cui avesse scelto di ignorarla la trama narrativa dei Promessi Sposi (opera all’interno della quale si inserisce) non ne avrebbe minimamente risentito.

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Pubblichiamo una serie in tre puntate, a cura di Virginia Fattori, sulla Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni.

di Virginia Fattori

La Storia della Colonna infame di Alessandro Manzoni viene pubblicata per la prima volta nel 1840. In questo testo l’autore milanese racconta le vicissitudini e le terribili torture che Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora subirono dagli inquisitori dopo essere stati indagati come untori.

L’evento che colpì i due poveri innocenti si inserisce in un generale aumento dei processi agli untori a seguito di nuove epidemie di peste, a tal proposito è legittimo chiedersi perché mai Manzoni abbia deciso di raccontare la vicenda specifica di questi due personaggi. Infatti nel caso in cui avesse scelto di ignorarla la trama narrativa dei Promessi Sposi (opera all’interno della quale si inserisce) non ne avrebbe minimamente risentito.

L’opera contenente i fatti relativi ai due sventurati fu inizialmente inserita come digressione nel tomo IV del Fermo e Lucia, diventando poi un’Appendice storica e infine, contestualmente alla soppressione della stampa nel ’27, una «Storia apparentemente autonoma…». Benché spesso sottovalutata la Storia è sempre stata considerata dal Manzoni stesso una sorta di stella polare ai fini della comprensione dei Promessi Sposi, affermando, ad un certo punto della narrazione, che la commozione e la rabbia derivata dai tormenti e dalle ingiustizie inflitte al Mora e al Piazza potrebbero potenzialmente disperdere tutto l’interesse derivato dal travagliato amore di Renzo e Lucia.

La comprensione di questo sentimento è strettamente legata a precise chiavi lettura, codificate dal Manzoni già in un’opera precedente intitolata Del romanzo storico. Qui l’autore chiarisce le proprie intenzioni e i metodi di procedimento narrativo, confermando infatti tra i suoi sistemi di analisi una netta subordinazione dell’invenzione romanzesca a una più contingente lettura dei fatti rispetto all’episodio storico. È interessante notare in questo senso il ruolo che Manzoni decide di ricoprire come autore della Storia della Colonna infame: Weber nei Due diversi deliri suggerisce l’espressione schilleriana e poi hegeliana «Die Weltgeschichte ist das Weltgericht», espressione difficilmente traducibile in italiano ma che può essere resa con «La storia del mondo è il giudizio del mondo». In questo gioco di parole è dunque esplicata la relazione tra il ruolo dello storico, ovvero colui che racconta la verità del fatto, e quella del giudice, posizione intellettualmente coerente con la figura del Manzoni narratore.

Nonostante ciò la demarcazione autore-storico e autore-giudice rimarrà sempre sottile e dinamica, risolvendosi poi in dei rimbalzi di subordinazione tra l’aspetto moralistico e quello storicamente connotato: più spesso però Manzoni finirà per conferire un ruolo di primo piano alla storia, che diventa così l’oggetto del giudizio e allo stesso tempo l’insindacabile prova della veridicità delle proprie considerazioni.

L’oggettività del giudizio, e di conseguenza la sostanza del vero storico, è data dall’esposizione fatta da Manzoni dello svolgimento del processo, che confrontata indirettamente alle prove e all’atteggiamento degli inquisitori e magistrati che condannarono i due innocenti smaschera le lacune e le ingiustizie. La caratura storico-giuridica della Storia, saldamente innestata sulla verifica delle fonti processuali e non, riesce però a fondersi perfettamente con un sapiente uso di espedienti retorici attinti dalla tradizione storiografica classica (Tito Livio). Questo aspetto ibrido è evidente in determinate scelte stilistiche come l’uso della variatio e di numerose avversative nel riportare le deposizioni del processo, che hanno come effetto un notevole accrescimento della tensione nell’intero racconto.

Per tutti questi motivi la natura dell’opera è risultata e risulta ancora oggi difficilmente classificabile.

Come è stato già accennato in precedenza, Manzoni decise di raccontare un preciso accadimento inserito in un periodo storico, quello della Milano secentesca, nel quale i processi contro gli untori erano diventati una pratica frequente. La scelta specifica delle vicende del Mora e del Piazza risiede in un’intuizione dell’autore, cioè quella di rendere protagonisti due persone qualunque e analizzare gli eventi in cui sono coinvolti adottando una prospettiva antropo-sociologica. Si tratta in altre parole della fusione ante litteram di due importanti indirizzi storiografici novecenteschi: quello delle Annales, in cui la disamina della longue durèe si serviva anche di strumenti derivati dalla sociologia e dall’antropologia, e quello della Microstoria, dove la vita di donne e uomini comuni era intesa come cartina al tornasole dei processi sociali di un determinato periodo storico.

Indagando nel dettaglio le varie fasi processuali, Manzoni esplicita i meccanismi coercitivi attraverso i quali i giudici riuscirono nel loro intento, ovvero estorcere dai due presunti untori una loro ammissione di colpa. La confessione dei due imputati fu ottenuta grazie all’applicazione di metodi prima “leggeri”, come la reclusione e la mancanza di informazione, seguiti poi da domande incalzanti corroborate da varie torture fisiche. È acclarato inoltre che i giudici avrebbero avuto tutto il tempo e tutti i mezzi per ricercare la verità sui fatti, ma spinti dalla necessità di alleggerire le condizioni dei cittadini milanesi preferirono la scorciatoia delle armi del terrore.

Le confessioni estorte al Piazza e al Mora da parte dei magistrati sono riconducibili a due diversi tipi di terrore. Il primo è riconducibile alla paura e all’angoscia che senza dubbio suscitava la conduzione in carcere per l’interrogatorio. Al tempo era infatti uso comune non dichiarare subito gli stati di accusa degli imputati, in modo che questi non potessero escogitare rimedi o preparare qualche menzogna da portare sul tavolo inquisitorio. Il secondo terrore, e forse il più decisivo tra i due, è quello legato alla paura del dolore inflitto dalle torture. Queste ultime erano certamente permesse dalla legge, ma la ristretta fattispecie a cui la sua applicazione era subordinata veniva regolarmente violata dalla volontà arbitraria dei giudici. Questo aspetto, traducibile in un’appropriazione de facto della legge da parte dei magistrati, risulta a tratti filologicamente controverso e ideologicamente ossimorico, come osservato anche da Pietro Verri nelle sue Osservazioni sulla tortura.

Come il Verri anche altri studiosi, ad esempio il Farinacci, si espressero sulla condotta generale del processo, alcuni mantenendo un atteggiamento più duro e critico rispetto agli altri. Tutti però furono d’accordo su un nodo della questione: gli inquisitori commisero il grave errore di tradurre automaticamente il dubbio in menzogna, senza nemmeno essere in possesso di insindacabili elementi probatori. Nessuno aveva il diritto, qualunque fosse il ruolo ricoperto all’interno della commissione giudicante, di condannare gli accusati alla tortura prima di conoscere la verità. Ma come nota il Manzoni più volte, nella giurisprudenza il potere esecutivo era in sostanza un privilegio nelle mani di pochi, nonché una fonte inesauribile di abusi. Nella maggior parte dei casi questi ultimi, specialmente nel caso della Colonna infame, tendevano a prevaricare la Legge stessa, anche quella più nota e conosciuta, manipolando la lingua (tema sempre caro al Manzoni) a loro piacimento.

I giudici e gli inquisitori sfruttarono le dicerie di strada, prima per venire a conoscenza dei presunti untori e in seguito per amplificare le stesse e giustificare i propri atteggiamenti prevaricatori. Ma come arrivarono i giudici al Mora e al Piazza? La testimonianza chiave fu quella di Caterina Rosa e Ottavia Bono, che asserendo di aver visto Guglielmo Piazza passeggiare in via della Vetra strofinando le mani e parte del corpo su delle pareti lo additarono come “untore pestifero”.

Dopo aver subito numerose e indicibili torture durate giorni, il Piazza fu costretto a fare i nomi dei complici (inesistenti) che lo avevano aiutato. Esausto dal dolore e influenzato dagli inquisitori, questi fece il nome del barbiere Gian Giacomo Mora, che il giorno stesso fu prelevato nel suo salone per essere condotto nelle carceri. Oggi è noto che l’unica colpa del Piazza fu quella di ripararsi dalla pioggia, mentre quella del Mora di dilettarsi talvolta  come speziale e di aver promesso al Piazza un unguento in grado di proteggerlo dal contagio, fabbricandolo per giunta senza la necessaria licenza.

Sia il Mora che il Piazza durante tutto il tempo in cui rimasero imprigionati dichiararono la loro innocenza, riuscendo a ricavare dagli inquisitori solo altre sessioni di tortura. Nessuna delle versioni riportate dai due fu mai identica ad un’altra, pur di fuggire dalla condizione nella quale si trovavano annuirono a ogni assunto che i giudici ritennero soddisfacente alla loro causa.

Senza tralasciare nemmeno il minimo dettaglio ricavabile dagli atti giudiziari, Manzoni riesce a delineare perfettamente lo stato di alienazione nella quale i due innocenti si trovarono dopo simili sofferenze. Questi finirono col perdere totalmente il contatto con la realtà, senza riuscire più a riconoscere la verità dalla menzogna che gli altri esigevano. Quando «la coscienza, si confonde, rifugge, vorrebbe dichiararsi incompetente», citando Manzoni.

L’autore milanese dichiara sin dall’inizio che la congiura ordita contro i presunti untori ebbe successo soprattutto grazie all’ignoranza popolare riguardo le cause di trasmissioni della peste. È inoltre necessario tener conto dell’elemento folkloristico e superstizioso alla base delle dicerie che alimentarono sia il discorso pubblico che privato relativo alla vicenda del Mora e del Piazza. Il Senato e il Cardinal Borromeo furono parimenti conniventi con la negligenza giudiziaria: agli occhi delle istituzioni un caso del genere serviva per liberarsi dall’onere delle rivolte popolari, individuando dei capri espiatori (attori protagonisti in ogni complotto che si rispetti), tanto credibili nella loro comune esistenza quanto sacrificabili.

Le sofferenze dei due uomini non finirono con la condanna a morte: infatti poco dopo la loro dipartita la casa-bottega del Mora venne demolita per far spazio al monumento della Colonna infame. La funzione di quest’ultima era di simboleggiare la “colpa e punizione esemplare”, monito imperituro per chiunque fosse stato tentato in futuro di “ungere” e contagiare altre persone. La Colonna rimase eretta sino al 1778, anno in cui, insinuatosi negli intellettuali il dubbio della «gigantesca notizia falsa», ne venne decretato l’abbattimento.

Si è a conoscenza del fatto che vi furono realmente dei tentativi di unzioni. È però altrettanto assodato che tali gesti non ebbero mai reale efficacia, né provocarono tantomeno un reale peggioramento del contagio dato che la peste non era trasmettibile secondo quelle modalità.

Ma il complotto contro gli untori e il delirio da esso provocato già nella prima metà del Seicento non erano una novità assoluta. Risulta infatti che il primo a parlarne fu Tito Livio nella sua opera Ad Urbe Condita (libri CXLII), fornendo quindi un solido precedente alla congiura degli untori e a simili accadimenti di carattere antisemita. L’opera cospirativa si realizzò dunque in parte casualmente e in parte in modo studiato, mentre il suo processo fu relativamente veloce ed ebbe un esito sostanzialmente prevedibile.

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Andare al cuore delle cose. Gli scritti politici di Elvio Fachinelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/#respond Fri, 10 Jun 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31242 Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l'importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l'analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l'Italia.

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Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l’importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l’analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l’Italia.

Lo sforzo gnoseologico dello psicoanalista di Luserna che si respira nel gran numero di articoli riportati ne è testimonianza lampante. Si tratta di interventi anche lunghi, di veloci articoli o di veri e propri saggi, che hanno la caratteristica di essere sempre legati all’attualità e alle vicende che Fachinelli ha sempre conosciuto da vicino, apparsi per la maggior parte sulla rivista da lui fondata (con Luisa Muraro e Lea Melandri) L’erba voglio, sui Quaderni Piacentini e su L’espresso.

Il titolo semplice e diretto dato a questa raccolta, racconta il suo significato più autentico e profondo, nonché la natura di tutta la vicenda di Fachinelli: un’analisi che mai si è fermata all’apparenza o si è adagiata nella comodità, quanto piuttosto un’interrogazione perpetua che si smarcasse anche dal panorama speculativo a lui contemporaneo perché, come scrive Borso nella prefazione, Fachinelli «di Musatti, ergo di Freud, adottò lo sguardo obliquo, lo scarto del cavallo che spiazzato sa spiazzare». Nei saggi di Fachinelli si parla di tutti, senza distinzioni di classe o di genere: si incontrano così i ricchi e i poveri, gli intellettuali e gli operai ma soprattutto l’attenzione è verso le minoranze e verso i bambini, simbolo di quello sforzo pedagogico che ha sempre accompagnato la sua attività.

Non è infatti un caso né se il nome che più spesso si incontra tra le pagine è quello di don Lorenzo Milani, né se il testo che apre la raccolta è una recensione del libro scritto da don Milani e i suoi studenti Lettera a una professoressa, «il primo testo cinese  del nostro paese» come lo definisce Fachinelli. Leggendo questa recensione, apparsa nel luglio 1967, quindi immediatamente dopo l’uscita del libro, e da noi cronologicamente lontana, sui Quaderni Piacentini, si trovano in nuce molte delle idee che guideranno le altre analisi raccolte nel libro. Innanzitutto quando Fachinelli si concentra sul punto di vista da cui muove l’analisi della società, quello del «ragazzo contadino, e anche operaio, bocciato a scuola»: lo sguardo di Fachinelli ha sempre avuto questo carattere, quello, come detto, di andare al cuore delle cose partendo dal basso e mai, a differenza anche di profeti moderni, di appiccicare etichette che mai completano definizioni ed analisi.

Inoltre, prendendo ad esempio Gianni e Pierino del libro di Don Milani, e quindi il bambino in difficoltà e quello privilegiato, Fachinelli fa un’analisi estremamente precisa che illustra anche i processi culturali contemporanei: «La Cultura dunque, come Scuola e Istituzione, possiede una funzione di schermo morale in una doppia direzione, tale da mascherare il processo di selezione reale cui pure partecipa: Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione».

Non è difficile intendere l’errore intrinseco nel processo di selezione dovuto a questo stato di cose, un errore che ancora oggi miete le sue incolpevoli vittime: l’escluso Gianni, che non può non considerare avvenuta la sua ferita, nutrirà sempre un «impacciato rispetto» verso la cultura dei Pierini che, nello stesso tempo, per rimuovere l’altro e quindi le deformità del loro valore, tenterà di fare come se l’altro non ci fosse e quindi di ergersi a Sacerdote e Mago della Cultura.

Se questi sono i processi della storia della cultura che ancora oggi incontriamo, tale storia si ripete quindi nella vita di ogni giorno e l’importanza di Lettera a una professoressa, suggerisce Fachinelli in anticipo rispetto a ben più censori lettori, è quella di essere un libro di base, per tutti, non solo per insegnanti e bambini, ma per ognuno di noi.

Altrettanto importanti, soprattutto per la sua capacità di leggere il fenomeno, sono le pagine dedicate alle rivoluzioni del 1968, che costituiscono un nucleo fondamentale sia all’interno del libro, che in tutte le riflessioni di Fachinelli. Nel lungo articolo Il desiderio dissidente, non a caso apparso sui Quaderni piacentini, rivista ancora oggi tutta da riscoprire per la sua importanza, l’analisi di Fachinelli si concentra soprattutto sui giovani contestatori, tentando di intendere da cosa sono mossi, e ignorando intelligentemente tutto il resto: rileggere oggi queste pagine rende evidente quanto il tempo stia dando ragione a questo peculiare tipo di lettura.

L’intuizione di Fachinelli che lo smarca dalle spesso sterili analisi del tempo (e questo articolo esce quasi in contemporanea rispetto alla lotta), è il tentativo di non assimilare la rivolta ad uno sforzo per liberarsi dalla repressione e dall’autoritarismo paterno, ma di leggere invece, attraverso una chiava lacaniana, e quindi sulla scorta della distinzione tra desiderio e bisogno, il desiderio che muove i gruppi di giovani, cioè la spinta a mantenersi in un continuo stato di desiderio, mai placato e soprattutto uguale per tutti, che porta ad eliminare la figura del leader e a porsi obiettivi sempre più ambiziosi: un desiderio di desiderio dissidente, sempre proseguendo con una terminologia lacaniana.

Ma a distanza di venti anni, in un’intervista del 1988, le conclusioni a cui arriva Fachinelli rileggendo il fenomeno sono amare, e soprattutto sono ben individuabili nelle dinamiche delle nostre società di oggi: il gruppo aperto senza leader non è riuscito ad imporsi su quello chiuso ed elitario e quindi, il processo di accomunamento della società si è di nuovo assopito, rinviando, questo il termine utilizzato da Fachinelli, la rivoluzione.

Questa lettura della società, non ancora metabolizzata perché poco letta e considerata, imperniata sulla definizione di desiderio dissidente torna più volte nel libro che è, lo si sarà inteso, come «un mosaico, o più ancora un puzzle», nelle riflessioni sulla cronaca, non snobisticamente ignorata, ma indagata perché nella sfera pubblica ha spazio «chi lacrima e chi sanguina» (nell’intervento Ritorno all’ordine Fachinelli scrive: «L’incubo è reale, questa volta, ed è qui la sua importanza collettiva»), sulla scuola (con i riferimenti per esempio alla sua pedagogia non autoritaria, estrinsecatasi ad esempio con la creazione del progetto dell’asilo autogestito in Porta Ticinese a Milano), sull’educazione, sulla produzione culturale (mirabili le pagine che Fachinelli dedica alla critica di L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi) o sulla figura degli intellettuali (straordinario e molto divertente il brevissimo intervento Da abolire, dedicato all’intellettuale, «Che l’intellettuale, nell’uso comune, sia il simbolo di comuni impotenze? Un punto di incrocio di speranze e delusioni? Un capro espiatorio? Propongo: per dieci anni nessuno usi più questa parola»), individuandone sempre elementi distintivi, siano essi positivi o negativi, e mai fermandosi all’apparenza delle cose.

La chiusura del volume è occupata da un testo abbastanza impenetrabile, scritto nell’anno della morte dell’autore, che si intitola curiosamente Don Abbondio, il vittorioso in cui Fachinelli procede ad un’arguta interpretazione del comportamento del curato, prendendo in considerazione anche La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, mostrando così anche una lungimiranza critica non di poco conto. L’analisi del personaggio nella posizione di «vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», l’indagine della natura delle sue paure e dei suoi comportamenti, viene utilizzata da Fachinelli per mettere in luce un carattere che torna ciclicamente anche nella vita quotidiana contemporanea.

Se infatti Don Abbondio, nei due episodi analizzati, cioè l’incontro con i bravi e la predica del cardinale Borromeo, mostra da un lato la sua paura (simbolizzata dalla sua celebre frase «disposto… disposto sempre all’ubbidienza») e dall’altro la lontananza verso una fede che non gli appartiene, e che gli fa avvertire quindi estranee le parole del cardinale, santo uomo, tali comportamenti, riassumibili nella prudenza, sono anche rintracciabili nella chiusura del romanzo e nelle ultime battute di Renzo, simbolo di una critica all’estremismo (ciò che Renzo dice di aver imparato di questa storia).

Ma la chiusura di Lucia sulla fiducia in Dio rappresenta l’eco delle parole del cardinale, nonché l’unica differenza rispetto alla vita di Don Abbondio. Ecco perché la morale negativa dell’opera di Manzoni non è sconfitta, ma solo attenuata dalla fede in Dio che, paradossalmente però, non può fare miracoli. E allora attenzione perché «se Don Abbondio è personaggio universale, non è però difficile rincontrarlo, vivo, presente, inattaccabile, insieme ai bravi e a diverse specie di conte zio, anche nella nostra comune vita quotidiana».

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La Libertà di Bernini https://minimaetmoralia.it/arte/la-liberta-di-bernini/ https://minimaetmoralia.it/arte/la-liberta-di-bernini/#comments Thu, 29 Jan 2015 09:52:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25233 Da tre settimane, ogni mercoledì sera, va in onda su Rai Cinque la serie in otto puntate "La libertà di Bernini" di Tomaso Montanari, al quale abbiamo chiesto una riflessione sul progetto, che di seguito pubblichiamo. (Nell'immagine, particolare da "Apollo e Dafne")

Quando si dice che una mostra come Tuhankamon Caravaggio Van Gogh è una specie di lobotomia a pagamento, che gli Uffizi non possono collassare sotto un flusso turistico mostruosamente sovradimensionato o che il portale verybello.it è una intollerabile porcata, si viene invariabilmente tacciati di snobismo ed elitismo. Gli storici dell'arte – si controbatte – vogliono il patrimonio artistico solo per se stessi. L'obiezione non è perminente ed è mossa quasi sempre in malafede: ma il tema è importante, e il problema reale.

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Apollo-e-Dafne-1Da tre settimane, ogni mercoledì sera, va in onda su Rai Cinque la serie in otto puntate La libertà di Bernini di Tomaso Montanari, al quale abbiamo chiesto una riflessione sul progetto, che di seguito pubblichiamo. (Nell’immagine, particolare da “Apollo e Dafne”)

Quando si dice che una mostra come Tuhankamon Caravaggio Van Gogh è una specie di lobotomia a pagamento, che gli Uffizi non possono collassare sotto un flusso turistico mostruosamente sovradimensionato o che il portale verybello.it è una intollerabile porcata, si viene invariabilmente tacciati di snobismo ed elitismo. Gli storici dell’arte – si controbatte – vogliono il patrimonio artistico solo per se stessi. L’obiezione non è perminente ed è mossa quasi sempre in malafede: ma il tema è importante, e il problema reale.

«Avendo gli uomini come oggetto di studio come potremmo non avere la sensazione di compiere solo a metà il nostro compito se gli uomini non riescono a comprenderci?». Quel che Marc Bloch diceva agli storici, dovremmo – noi storici dell’arte, ma anche gli archeologi, gli archivisti, i bibliotecari … – ripetercelo ogni giorno. A cosa mai serviamo, se non riusciamo a far riconoscere l’umanità che studiamo all’umanità cui parliamo?

Il patrimonio è un grande repertorio, proprio come il teatro o la musica: se nessuno lo esegue – e cioè se nessuno lo narra, facendolo risorgere – rimane inerte, morto, perduto.

Nel dicembre del 1944 Roberto Longhi scriveva al suo più caro allievo, Giuliano Briganti: «Anche se il desiderio era di lavorare per molti, di esser popolari (e tu ricorderai che il mio proposito era quello di arrivare un giorno a scrivere per disteso il racconto dell’arte italiana a centomila copie per l’editore Salani) si è lavorato per pochi».

Quasi settant’anni dopo, nell’Italia di oggi, le parole di Longhi sono vere una per una. Una delle cause più indicibili della progressiva rovina del patrimonio storico e artistico della nazione è proprio l’incapacità degli storici dell’arte seri e veri di narrare quel patrimonio ai cittadini. E parlo di narrazione proprio pensando al modello proposto dallo stesso Longhi: «Sta dunque il fatto che chi si cimenti nella restituzione del tempo di questa o quella opera d’arte, vicina o remota che sia, trova alla fine che il metodo per ricomporre la indicibile molteplicità degli accenni più portanti non è né potrebbe essere in essenza diverso da quello, anch’esso critico, del romanzo storico … L’impegno assunto dal Manzoni nel 1822: “Io faccio quello che posso per penetrarmi nello spirito del tempo che debbo scrivere, per vivere in esso”, è buono anche per noi … Questi i pregi di una critica d’arte che voglia de ipso iure convertirsi in istoria».

Non sta certo a me dire se ci sono, non dico riuscito, almeno andato vicino: ma è esattamente questo il fine ultimo della serie televisiva su Gian Lorenzo Bernini che ho realizzato per Rai Cinque, con la regia colta e sensibile di Luca Criscenti. È la prima volta che otto puntate di un’ora vengono dedicate all’opera di uno dei nostri massimi artisti, seguendola anno dopo anno lungo ottant’anni di vita.

Il tentativo della Libertà di Bernini è quello di fare parlare le opere, riprese nel loro contesto e messe a confronto con le scritture del tempo di Bernini e con le ricerche e le interpretazioni più attuali. Quel che ho cercato di fare è stato condividere le conoscenze accumulate in vent’anni di ricerca scientifica sull’opera di questo artista. Il fatto che gli spettatori siano molti di più di quelli previsti, e siano in crescita (la seconda puntata ha sfiorato quota 200.000, ndr), e la natura di moltissime email che ricevo, confermano l’idea che questa non sia un’operazione (soltanto) culturale, ma essenzialmente politica. E non solo perché chi fa ricerca deve adoperarsi direttamente per redistribuirne i frutti, e non solo perché senza una ri-alfabetizzazione figurativa l’articolo 9 della Costituzione non si applica, ma anche perché la conoscenza è uno dei pochi veri strumenti per esercitare la nostra sovranità di cittadini.

Chi conosce Bernini, vota meglio: per questo la libertà di Bernini è la nostra libertà.

 

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Il senso di Camilleri per la storia https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/andrea-camilleri-e-la-storia/#comments Mon, 28 Jul 2014 15:22:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22509 In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti.

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

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In queste piovose giornate di luglio un gioco e un invito: ripercorrere la storia della nostra Unità nazionale attraverso le pagine di alcuni romanzi di Andrea Camilleri. Un omaggio a uno scrittore grandissimo, i cui romanzi storici rappresentano uno dei più intelligenti e riusciti esempi di narrazione del verosimile (del resto Camilleri ha sempre tenuto a sottolineare il debito che lo lega a Alessandro Manzoni). Solo la prima citazione è tratta da I Malavoglia di Giovanni Verga, spiegare perché sarebbe pleonastico. Spero di farvi venire la voglia (in Toscana si dice così) di leggerli tutti. (Fonte immagine)

17 marzo 1861, Torino. Il Parlamento Italiano, per la prima volta riunito, proclama Vittorio Emanuele II re d’Italia. Per grazia di Dio e volontà della Nazione. Ma la nazione è ancora tutta da fare. L’Italia unita, nata dal Risorgimento continua per molti ad essere ancora un’espressione, non più soltanto geografica ma anche politica. L’Italia unita dalle Alpi alla Sicilia. Mancano soltanto il Triveneto e lo Stato Pontificio. E poi manca Roma, dove Pio IX regna sullo Stato Pontificio forte dell’appoggio della Francia. Capitale d’Italia è Firenze. La Nazione che è diversa dallo Stato. La nazione comunità immaginata da un popolo che non sa sentirsi ancora uno se non quando è lo Stato a chiamare. E allora sono solo tasse e servizio militare obbligatorio:

«Nel dicembre 1863, Ntoni, il maggiore dei nipoti era stato chiamato per la leva di mare. Padron Ntoni allora era corso dai pezzi grossi del paese, che sono quelli che possono aiutarci. Ma don Giammaria, il vicario, gli aveva risposto che gli stava bene, e questo era il frutto di quella rivoluzione di stanasso che avevano fatto collo sciorinare il fazzoletto tricolore dal campanile. Invece don Franco lo speziale si metteva a ridere fra i peli della barbona,e gli giurava fregandosi le mani che se arrivavano a mettere insieme un po’ di repubblica tutti quelli della leva e delle tasse li avrebbe presi a calci nel sedere che soldati non ce ne sarebbero stati più» (Giovanni Verga, I Malavoglia, 1881)

17 giugno 1866: la Prussia apre le ostilità contro l’Impero Austro ungarico. A darle man forte l’Italia che il 20 giugno, per voce del nuovo presidente del consiglio Bettino Ricasoli, annuncia lo stato di guerra contro l’Austria. Il nuovo esercito Italiano con a capo il Re Vittorio Emanuele II e il generale La Marmora mette in campo oltre 240.000 uomini. È la Terza guerra d’Indipendenza. A combatterla per la prima volta un esercito nazionale. Un esercito di povera gente che sperimenta con la leva obbligatoria cosa significhi far parte di uno Stato Nazione.

Il professor Stocchi, testimone d’epoca, narra in un suo scritto che nei paesi dell’interno dell’isola, l’accompagnamento del coscritto alla caserma aveva lo stesso rituale di un trasporto funebre: in testa il chiamato alle armi, dietro i genitori (la madre, col velo nero a coprirsi il volto, si picchiava il petto ed emetteva urla e gemiti), dietro ancora i fratelli, le sorelle, i cugini, gli amici tutti rigorosamente in nero. Non si trattava di cose di vento, di fantasia: la leva obbligatoria sottraeva alla famiglia contadina le forze di lavoro migliori e veniva a “costituire, per il ceto rurale povero, una durissima imposta materiale, oltre che morale, in quanto per quattro o cinque anni di servizio militare, venivano perdute migliaia di prestazioni giornaliere di lavoro”. Gli effetti della leva obbligatoria furono immediati: la renitenza si diffuse a macchia d’olio (e i renitenti andavano a ingrossare le fila dei latitanti e dei briganti); con la complicità di alcuni ufficiali dello stato civile molti neonati furono iscritti nei registri come appartenenti al sesso femminile; alcuni giovani vennero dai genitori portati sull’orlo della tomba con digiuni ed erbe magiche per renderli disabili; diminuì sensibilmente la nuzialità e soprattutto toccò livelli minimi il grafico delle nascite. Ma si badi bene: l’apparente volgarità del verbo adoperato, futtiri, vuole con reale pudore nascondere sentimenti puri come lo sposarsi, il fare l’amore, l’avere figli, allevarli. (Il gioco della Mosca, Sellerio, 1995, pp.  60-61)

e ancora

Dei fatti che stavano succedendo in paese e di cui in qualche modo gli era giunta l’eco manco ne parlavano: “cu veni appressu aggruppa i fili”, e loro sempre sarebbero venuti appresso a fare il lavoro ingrato, speranza nessuna ne tenevano di cangiare posto, magari se qualche pazzo andava dicendo a mezza bocca che con i Fasci le cose sarebbero cambiate; “storia è e storia sarà”; salta il trunzo e va in culo all’ortolano diceva il proverbio, e loro ortolani erano. Per esempio, a Garibardo, che magari lui era venuto trent’anni prima a contare chiacchiere e tabacchiere di legno, glielo avevano cantato latino: Vulemo e Garibaldi cc’un pattu: senza leva! Ca s’iddu fa la leva canciamu la bannera. E com’era finita? Erano dovuti partire per la leva e la bandiera non si era più potuta cangiare. (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p. 70)

Dall’Italia unita in molti si aspettano una riforma agraria che metta fine all’iniquo sistema del latifondo in vigore nel regno delle due Sicilie. Ma la riforma non arriva. Scoppiano varie rivolte che settori filo borbonici della società non esitano a strumentalizzare. Si organizzano bande formate da popolani guidate da capi carismatici che vengono chiamati subito briganti.  Nel volgere del primo decennio unitario i disordini si propagano dall’Irpinia al Molise, dall’Abruzzo alla Basilicata fino alla Puglia e alla Calabria. 50.000 soldati del regio esercito vengono inviati nelle province meridionali al comando del generale Enrico Cialdini. Gli scontri che ne seguono sono violentissimi. Vengono bombardati villaggi, muoiono centinaia di civili rei di aver dato ospitalità ai briganti. Nel 1862, a solo un anno dall’Unità, il governo di Urbano Rattazzi dichiara lo stato d’assedio in Sicilia e nelle province del mezzogiorno continentale. È la prima di una lunga serie di leggi speciali volte a eliminare il problema del “brigantaggio”  nel sud.

Brigantaggio l’ho scritto tra virgolette per farmi arrasso dalle tesi della storiografia ufficiale, almeno come ancor oggi risulta dai libri di scuola, che mistificano, spacciano per banditismo quella che in realtà fu anche una gigantesca rivolta contadina. E valgano le cifre. Dal Quadro numerico approssimativo fornito dal Gran Comando militare di napoli (approssimativo per “mancanza di tempo” specifica lo stesso estensore del rapporto, generale Pompeo Bariola, personaggio che ritroveremo in seguito) e da altri documenti ufficiali risulta che la repressione contro il “brigantaggio”, nel periodo compreso tra il primo giugno 1861 e il 31 dicembre 1865, portò a questi tre risultati: fucilati o uccisi in combattimento: 5212; arrestati: 5.044; presentatisi (arresisi cioè): 3.587; per un totale di 13.843 persone.

(…) Un po’ troppi per trattarsi di puri e semplici banditi da strada. E del resto uno scrittore abbastanza lontano dai problemi del meridione  come Riccardo Bachhelli tutto questo l’ha intuito nel suo bel racconto Il Brigante di Tacca del Lupo. Comunque fra quei morti c’era sicuramente incluso (…) il generale spagnolo Josè Borjes. Borjes era nato in catalogna ed era figlio di un ufficiale fucilato nel 1833: aveva partecipato alla guerra partigiana carlista e da semplice sottufficla era diventato, nel 1840, comandante di brigata. Andato in esilio, aveva vissuto a Parigi come rilegatore di libri e qui era stato scovato e arruolato dal comitato borbonico presieduto dal principe di Scilla. Gli venne assegnato il compito di sbarcare in calabria e di assumere il comando di tutte le forze filo borboniche, briganti eno. A metà settembre del 1861 toccò terra a Bruzzno sul litorale jonico, con 17 compagni da lui personalmente convinti all’impresa. Era partito da Malta.

In pochissimo tempo si fece alleato un ex sottufficiale borbonico diventato brigante di primissimo rango, Carmine Crocco, e diede inizio a una impresa veramente leggendaria che mise spalle a muro l’esercito italiano. Era l’abbiamo detto un tecnico della guerriglia. Venne catturato nei pressi di Tagliacozzo ai prii del dicembre dello stesso anno, più per un personale scoramento che per effettiva sconfitta. La sua fucilazione fu eseguita poche ore dopo per ordine del maggiore dei bersaglieri Franchini, uno che aveva il plotone di esecuzione facile, e sollevò supposizioni, interrogativi e voci indignate magari nel nostro parlamento. Borjes portava sempre con sé un taccuino: veramente le macchie che facevano illeggibili qualche parola trasudavano tarvaglio e sangue, ma quello che più colpiva, a parte lenotazioni sulle battaglie e sugli scontri, era l’attento commento ai modi di coltura agricola dei territori che via via conquistava. Il suo braccio destro, il brigante Crocco, diarii non ne tenne ma in compenso ebbe modo, in galera e in attesa di processo, di scrivere le sue memorie.

Crocco a un certo punto racconta che un momento delicato della guerriglia fu durante la marcia di avvicinamento a Stigliano (che poi venne conquistata). In quella precisa situazione le truppe italiane avrebbero potuto stroncare le forze di Borjes, invece si limitarono a tallonarle a debita distanza. Non si trattò di un errore tattico, spiega Crocco, ma di un preciso accordo, una componenda, fatta tra lui e il generale Della Chiesa o Dalla Chiesa come appare in altri docuemnti, comandante dei reparti italiani (…). L’oggetto della componenda Carmine Crocco non lo rivela ma si può e si deve facilmente pensare che si trattasse di tradire lo spagnolo. Può darsi benissimo che il brigante menta, però è documentato che Della Chiesa venne privato del comando e deferito al consiglio di disciplina. Ma prima di essere destituito definitivamente, Della Chiesa si dedicò anima e corpo a una vera e propria strage di contadini. Nel dicembre 1861, lo stesso giorno in cui Borjes e i suoi morivano fucilati (sarebbe meglio dire ammazzati) il generale La Marmora scriveva a Petitti, ministro della guerra, che Della Chiesa “nulla fece e ora fucila tutti quei che trova, senza pur ancor sapere ricavare quei ragguagli che ci sarebbero rpeziosi”. È evidente che Della Chiesa fucilava a ragion veduta: proprio perché quei ragguagli non venissero fuori, perché della componenda fatta con Crocco non restasse traccia alcuna. (La bolla di componenda, Sellerio, 2004, pp. 19-21)

Il disarmo dei briganti avviene solamente nel 1870. Senza che nulla nei fatti sia cambiato. La repressione nel sangue di numerosi episodi di resistenza non appianerà del tutto la questione; lascerà anzi in non poche aree del nuovo Stato nazionale una sorta di malcelata simpatia per tutte quelle organizzazioni – anche decisamente illegali e con finalità criminali – che si promuoveranno agli occhi dei più emarginati come soggetti capaci di una protezione non solo migliore di quella dello Stato, ma contro le prevaricazioni vere e presunte dello Stato. Precostituendo anche il terreno di coltura di uno dei fenomeni più devastanti ed “esclusivi” della storia nazionale italiana contemporanea: il controllo di interi territori da parte di forze criminali (mafia, camorra ecc…) capaci di coniugare con specifici interessi criminali una diffusa e profonda ideologia antistatuale. Che esista una problema meridionale, una questione, se ne accorge anche il Parlamento che nel 1875 decide di inviare una Commissione a studiare per quale motivo ancora una volta si sia reso indispensabile istituire misure eccezionali di pubblica sicurezza nel governo della Sicilia (Giovanni De Luna, Fare gli Italiani).

Circa quindici anni fa, attorno al 75, stava dicendo il marchese Curtò, sbarcarono in Sicilia due commissioni d’Inchiesta, dico due, e magari nei nostri paraggi vennero, mettandosi a fare una tale quantità di domande che pareva d’essere tornati a scuola. (…) Quelli ogni volta che calano dalle nostri parti vengono sempre coll’aria di doversi insegnare qualcosa. Al principio queste commissioni parevano una cosa seria, e invece qual è stato il risultato? Tutti i signori commissari si sono lasciati fottere da questa storia della mafia e si sono messi a scrivere cose di fantasia. (…) Mettiamo che la Sicilia sia un albero, va bene? Un albero malato. Questi signori hanno cominciato a fare “quest’albero ha nel tronco macchie così e così, ha i rami mezzo purriti, ha le foglie metà di questo colore e metà giallose, e quindi se ne sono tornati a casa loro contenti e felici. Franchetti e Sonnino poi hanno scritto magari, che il governo non aveva fatto altro che mandare da noi in Sicilia i peggio impiegati e il peggio personale di polizia. All’annegato pietre addosso. Cioè se un albero è già malato e io ttti i giorni ci piscio sopra , l’albero muore più di prescia. Ma questo non significa che è stata la mia pisciata a far ammalare l’albero. Può darsi che leragioni sono più lontane, magari fra le radici sotto terra, e allora bisogna avere gana di scavare non sapendo cosa intanto trovi, un nido di vipere, una pietra ferrigna che t’azzanna lo scarpone. Non solo bisogna essere medici bravi per scoprire una malattia, bisogna magari saperla curare (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 35-38)

I primi governi nazionali hanno la ricetta per curare le ferite di questo nuovo Stato. Intanto il diritto: unificare i codici. Poi provvedere a un moderno sistema scolastico. Quindi riformare l’amministrazione. Hanno fiducia nel’estensione di un modello burocratico di tipo piemontese, in grado di controllare in modo verticale l’andamento della cosa pubblica. Prefetti vengono inviati in tutta Italia a vigilare sugli affari nazionali. Ma spesso le Autorità non sono all’Altezza:

Se Vossignoria oso disturbare, piuttosto che indirizzarmi ad altra autorità a V.E. sottomessa, ciò è da rinvenire nella cagione che nella generalità rende i miei compatrioti riottosi ad illuminare i Funzionari responsabili circa fatti e circostanze che in quale che siasi altra parte del Regno troverebbero largo concorso di testimonianze e dichiarazioni. Non crede infatti ella che se l’Autorità ispirasse maggiore fiducia ne’ cittadini, molti che oggi non la soccorrono per timore della provata potenza de tristi, e per convinzione della debolezza e financo connivenza di certe Autorità, altrimenti obbedirebbero alla legge a fronte di Funzionari più abili, e più forti o quantomeno più circospetti? Non è stata sovente notata ne’ Funzionari, o in taluni di essi, negligenza abituale, aborrimento dal lavoro, eccessiva pigrizia e mollezza nel compiere il servizio, mancanza di assiduità e di zelo? E quante volte è avvenuto che siano state commentate dal pubblico abituali relazioni di Funzionari con individui pregiudicati nella comune opinione? Ma io non sono qui tratto per interporre processo ai modi co’ quali la cosa pubblica viene condotta – per quanto da Italiano sincero abbia di ciò non solo diritto ma dovere a lagnarmi –(…) (Un filo di fumo, Sellerio, 1997, p.56)

Alcune storie sono degne di nota. Come una di quelle raccontate negli Atti dell’Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia del 1875. Una storia dell’Italia unita. La storia di un Prefetto fiorentino che si intestardisce a imporre agli abitanti di Caltanissetta un’opera ai più ignota Il Birraio di Preston:

Dopo il Prefetto Polidori, un buon Prefetto che aveva fatto marciare la macchina amministrativa venne Fortuzzi. Si figuri la Commissione, Fortuzzi voleva studiare la Sicilia attraverso le figurine incise nei libri. Se un libro, unastoria di Sicilia, non aveva figure, non aveva importanza. Fortuzzi arrivò persino a fare il buttafuori del teatro, ad eccitare gli artisti a cantare, ad onta che un pubblico scelto disapprovava l’opera il Birraio di Preston. Voleva imporre anche la musica a noi barbari di questa città. E con il nostro denaro. Eppure il Birraio di Preston ebbe delle vittime: un povero diavolo impiegato postale che disapprovava il Birraio fu traslocato e dovette abbandonare il posto perché non aveva che 700 lire all’anno di stipendio e non poteva allontanarsi da Caltanissetta (Inchiesta sulle condizioni sociali ed economiche della Sicilia, ed. 1968, pp. 730-731) 

Esiste fra il nord e il sud del paese una incomprensione profonda e una profonda diffidenza. I quotidiani hanno una tiratura essenzialmente locale. Quando nel 1876 il conservatore Torelli fonda a Milano Il Corriere della Sera lo fa per dare voce non tanto all’Italia unita quanto alla nuova classe dirigente del triangolo industriale. A Roma nel 1878 viene fondato il Messaggero. A Napoli pochi anni dopo, nel 1892 Edoardo Scarfoglio fonda il Mattino Voci diverse. Distanti. Sono le voci della nuova opinione pubblica che si forma nell’Italia unita. Ma quanti possono leggere? Al momento dell’unificazione il 70% degli italiani è analfabeta. Il sistema scolastico in gran parte è affidato alla Chiesa. Fino al 1877 quando con la legge Coppino l’istruzione primaria diventa gratuita e obbligatoria.

E assieme agli uomini di mare, agli spalloni, a non contare c’erano i carrettieri, o meglio i conduttori di carretti, perché cavallo e carretto non gli appartenevano, rimbecilliti dal percorso sempre uguale dal deposito di sulfaro alla plaja e dalla plaja al deposito, e più corse facevi, più guadagnavi ma attento a non strappiare il cavallo, a non rompere una ruota, allora ti giocavi due o tre settimane di una paga già ridotta all’osso dalla percentuale dovuta al padrone di cavallo e carretto; a non contare c’erano i pirriatori delle cave e i minatori di sulfaro e di sale, che gli occhi gli lacrimavano quando tornavano a vedere il sole e la notte la tosse li martoriava, i polmoni fatti più polvere e pietra che carne; a non contare c’erano i pescatori delle paranze che dopo una giornata di mare tinto nella quale s’erano giocati la vita, si portavano a casa mezzo chilo di trigliola che doveva levare la fame a dieci persone (pesce di scarto che quella gente grama non pesca per sé ). Ma dato che si era fatta l’ora di mangiare pure loro che non contavano stavano mangiando. Lo facevano però con fantasia, perché c’era da prendersi per il culo, convincersi cioè che la scanata di pane di frumento da un chilo fosse appena bastevole per il companatico che non andava più in là di una sarda salata, di un uovo ciruso, di un pugno di olive.

Allora si faceva penzoliare dalla cima di una canna la sarda salata e si dava un mozzicone al pane e una leccata alla sarda, una sola passata di lingua pelle pelle: i denti sulla sarda si cominciavano ad adoperare verso la fine, quando il rapporto fra il pane e il companatico era diventato cosa ragionevole. Oppure si metteva in bocca tutto intero l’uovo ciruso, che per questo scopo doveva essere ben sodo, lo si teneva un poco fra la lingua e il palato e poi sempre tutto intero lo si ritirava fuori e su questo sapore uno poteva mangiarsi magari mezza scanata, e capace che in caso di bisogno l’uovo era ancora buono per il giorno dopo. I più fortunati, quelli ai quali il lavoro dava diritto per tradizione alla calatina, al companatico a spese del padrone, mangiavano caponatina, un’insalata di capperi, sugo, sedani e melanzane annegati nell’aceto, e si sentivano meglio di un re. Perché era martedì, e di martedì non c’era cotto nelle famiglie: il fonello di casa veniva solamente acceso il giovedì e la domenica, quando si calava la pasta.(Un filo di fumo, Sellerio, 1997, pp. 68-69)

Ma i poveri, gli analfabeti sono pericolosi:

Mi vien fatto inoltre di considerare la situazione politica dell’Isola (e particolarmente di quest’orrida provincia) del tutto simile a un cielo coperto da nubi spesse e minacciose, foriere di imminenti tempeste. Come Voi ben sapete, turbolenti e dissennati agitatori bakuniani, maloniani, radicali, anarchici, socialisti, percorrono indisturbati il paese spandendo ovunque a piene mani il tristo seme della rivolta e dell’odio. Che fa il solerte e vigile contadino? Quand’egli vede nel canestro colmo d’appetitosa frutta una mela marcia, non esita immantinenti a gettarla via, perché non infetti di sé e il contagio non si propaghi. Di contra, qualcuno in alto loco pensa che non si debbano mettere in atto provvedimenti che altri ritener potrebbero repressivi; ma intanto, mentre si parla e discute, il mal seme alligna, mette salde ma purtroppo invisibili radici. E difatto essi sono abilissimi nel celare frequentemente i loro turpi proponimenti sotto apparenze di civile convivere. (La concessione del telefono, Sellerio, 1998, p. 29)

La repressione è durissima. Nel complesso, il numero delle vittime raggiunto nel giro di dieci anni supera quota 5.000. Tra la fine dell’anno 1893 e l’inizio del 1894 in Sicilia scoppiano tumulti e dimostrazioni di protesta. Il centro propulsore della rivolta sono le province di Enna e Catania, dove, nel maggio del 1891 il deputato socialista Giuseppe De Felice Giuffrida aveva fondato i Fasci dei Lavoratori siciliani. Le rivolte del popolo siciliano si scatenano all’inizio di dicembre del 1893. Il 24 dicembre, il governo presieduto da Crispi proclama lo stato d’assedio nell’intera isola di Sicilia. Vengono inviati più di 30.000 soldati per ripristinare l’ordine pubblico. Il generale Morra di Lavriano viene nominato Commissario con pieni poteri.

L’episodio più grave di sollevazione popolare avviene a Valguarnera (in provincia di Enna) il giorno di Natale del 1893: i lavoratori del luogo marciano verso il centro della città, incendiano i locali del comune, assaltano le case dei notabili, bruciano le carceri e gli uffici postali, procedono a saccheggi e distruzioni. Nel giro di pochi giorni la rivolta si estende ad altri centri della Sicilia e molti lavoratori perdono la vita negli scontri con l’esercito e la polizia: il 25 dicembre a Lercara ci sono 11 morti; il primo gennaio del 1894 a Pietraperzia si contano 8 deceduti fra la gente del popolo; tra il 2 e il 3 gennaio muoiono più di 40 persone nel corso delle manifestazioni avvenute a Belmonte, Mazzarino, Camporeale, Gibellina Marineo; il 5 gennaio 14 persone muoiononel corso di una protesta organizzata a Santa Caterina Villarmosa. Nei mesi di aprile e maggio del 1894, il tribunale militare condanna i membri del Comitato Centrale dei Fasci siciliani: 18 anni di reclusione vengono inferti a De Felice Giuffrida, il fondatore dei Fasci di Catania.

Io ho visto l’esercito italiano, in più occasioni,e sempre più frequentemente, sparare su gente che protestava perché stava a muriri di fame. Hanno sparato macari su fimmine e picciliddri. E io ne ho provato raggia e vrigogna. Raggia perché non si può restarsene freschi e tranquilli a vedere ammazzare persone ‘nnucenti. Vrigogna perché io stesso, con le mie parole, i miei atti, con gli anni di galera, con l’esilio, ho dato mano a fare quest’Italia che è ad diventata così com’è, una parte che soffoca l’altra e se si ribella, la spara. (Andrea Camilleri)

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Proust folie https://minimaetmoralia.it/letteratura/marcel-proust/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/marcel-proust/#comments Sat, 22 Feb 2014 10:18:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18749 Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (Immagine: una libreria di Parigi, 11ième arrondissement)

di Federico Iarlori

Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l'opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. Qui il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust (Dizionario amoroso di Marcel Proust), scritto a quattro mani da Jean-Paul Enthoven e da suo figlio Raphaël, si è rivelato un autentico fenomeno mediatico. I due intellettuali di famiglia, che, oltre alla passione apollinea per l'autore della Recherche, hanno condiviso quella dionisiaca per Carla Bruni, sono stati capaci non solo di aggiudicarsi il prestigioso prix Fémina 2013, ma anche di presidiare costantemente i giornali, le radio e trasmissioni televisive del calibro di On n'est pas couché, la più nazional-popolare di Francia.

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Questo pezzo è uscito su Doppiozero. (Immagine: una libreria di Parigi, 11ième arrondissement)

di Federico Iarlori

Pensate ad una trasmissione televisiva. Non ad una qualunque, ma al campione dei talk show nazionali. Poi, ad un certo punto del programma, immaginate di assistere ad una lunga intervista agli autori di un libro sulla vita e l’opera di Alessandro Manzoni. Una follia, vero? Non in Francia. Qui il Dictionnaire amoureux de Marcel Proust (Dizionario amoroso di Marcel Proust), scritto a quattro mani da Jean-Paul Enthoven e da suo figlio Raphaël, si è rivelato un autentico fenomeno mediatico. I due intellettuali di famiglia, che, oltre alla passione apollinea per l’autore della Recherche, hanno condiviso quella dionisiaca per Carla Bruni, sono stati capaci non solo di aggiudicarsi il prestigioso prix Fémina 2013, ma anche di presidiare costantemente i giornali, le radio e trasmissioni televisive del calibro di On n’est pas couché, la più nazional-popolare di Francia.

Agli occhi di uno straniero, soprattutto di un italiano che si è rassegnato da tempo alla scomparsa della letteratura dalla tv, questa forte mediatizzazione di un classico su cui si è già detto tutto e il contrario di tutto fa uno strano effetto. Sta di fatto che Du côté de chez Swann, il primo dei sette tomi che compongono questa “gigantesca miniatura” che è À la recherche du temps perdu, ha compiuto 100 anni lo scorso 14 novembre 2013, ed è impossibile non rendersene conto. Le edicole parigine sono invase da numeri speciali (hors-série) dedicati all’autore ed è raro trovare delle librerie che non espongano tutte le pubblicazioni uscite quest’anno in occasione del centenario: le lettere inedite alla sua vicina di casa, una riedizione di Un amour de Swann illustrata da Pierre Alechinskyun libro che illustra il rapporto (talvolta complicato) tra lo scrittore e il suo nemico/amico Jean Cocteau e addirittura un saggio sulle sue ultime ore di vita.

Per i suoi detrattori non è stato altro che un reazionario illeggibile; per gli altri, un ammirevole rivoluzionario. E non solo dal punto di vista linguistico. Omosessuale in un’epoca omofoba, ebreo in una società antisemita, borghese tra gli aristocratici, Proust o si ama o si odia. I primi a non sopportarlo furono proprio gli editori parigini, che a forza di rifiuti lo costrinsero a pagarsi interamente le spese di stampa. Bernard Grasset, l’editore che alla fine decise di pubblicarlo, ammise di non aver neanche letto il manoscritto.

Ma le critiche, spesso molto dure, provenivano anche dai colleghi: “La vita è troppo corta, Proust è troppo lungo”, scrisse Anatole France. E che dire dei lettori? Non esiste studente francese che non debba fare i conti, prima o poi, con questa “cattedrale” dell’inazione, scritta e riscritta per 14 lunghi anni da un atipico “scrittore asmatico dal respiro corto, che scrive lungo”. Eh sì, tremila pagine per sole tremila frasi, o se preferite: trenta pagine solo per descrivere come il protagonista si rigira nel letto prima di prendere sonno. Un incubo?

Non per Jean-Paul e Raphaël Enthoven, che invece raccomandano di leggere Proust almeno tre volte nella vita. Una prima volta durante l’infanzia, una seconda dopo la prima delusione sentimentale – la scrittrice (e proustiana doc) Françoise Sagan pare consigliasse tre dosi di Albertine disparue (Albertine scomparsa) per guarire da una pena d’amore – e un’ultima volta “quando si abbandona ogni vanità, al crepuscolo”. Chissà quante volte deve averla letta, la Recherche, il nostro Luchino Visconti, ossessionato da Proust ma incapace di portarlo sul grande schermo e il cui “sentimento proustiano” aleggia come un fantasma in quasi tutti i suoi film: la relazione tra Charlus e Morel in Senso, la spiaggia di Balbec in Morte a Venezia, la sonata di Vinteuil in Vaghe stelle dell’Orsa, l’esaltazione di Wagner in Ludwig, il salone Verdurin ne L’innocente.

Ma leggere Proust non è che il primo passo. Oggi c’è chi ha deciso di costruire un hotel a lui dedicato, chi tutti gli anni si ritrova a Illiers-Combray (una delle poche città al mondo ad aver aggiunto al vero nome il proprio pseudonimo letterario) per un pellegrinaggio quasi religioso, chi come la regista Véronique Aubouy  filma da vent’anni i lettori della Recherche o chi come la farmacista Laurence Grenier ha ideato il metodo Proust pour tous (Proust per tutti) per divulgare meglio la sua opera.

Da Chicago a Stoccolma, da Londra a Seul, da Roma a Tokyo – una traduzione in siriano è appena uscita a Damasco, – la Proust follia non fa fatica a varcare i confini nazionali. Non a caso l’americano Patrick Alexander ha deciso di twittare la Recherche lettera per lettera, l’ex responsabile della New York Paris Review Larry Bensky di diffondere il verbo proustiano attraverso la sua Radio Proust e James Connelly, ex giudice di Boston, di vivisezionare la Recherche attraverso le citazioni musicali presenti nell’opera, da Félix Mayol a Bach.

Se ci ritroviamo a parlare di Proust nel 2013 è anche e soprattutto per la sua sconvolgente modernità. Leggendo il Dizionario amoroso, ad esempio, scopriamo che Proust è l’inventore di Skype. “La sua voce è come quella che realizzerà, dicono, il foto-telefono del futuro – si legge in un passo de À l’ombre des jeunes filles en fleurs: – dal suono si distingue nettamente l’immagine visiva”. Non solo precursore delle nuove tecnologie, ma anche già critico nei confronti dell’alienazione che producono. Secondo François Bon, autore del bellissimo Proust est une fiction, la frase pronunciata da Odette a proposito del telefono, 25 anni prima rispetto all’epoca in cui Proust la scrive (e in cui il telefono è già un successo), è il sintomo perfetto della diffidenza dell’autore nei confronti del progresso tecnologico: “Passato il divertimento iniziale, dev’essere un vero rompicapo”. E che dire, infine, del famoso “Questionario di Proust”? Imbattibile tecnica giornalistica tutt’ora utilizzata sulle pagine della versione americana di Vanity Fair (o di Io Donna), fu anche, un paio di anni fa, l’impianto teorico su cui costruire un social network: Proust.com.

Ma il vero successo della Recherche va cercato al di là di tutto questo. Forse il vero motivo, dicono Jean-Paul e Raphael Enthoven, è che la lettura di Proust “è in grado di trasformarci, di renderci migliori”, come ci aveva già dimostrato Alain de Botton nel suo bestseller Come Proust può cambiarvi la vita. Ma come per tutte le vere conquiste della vita, c’è un prezzo da pagare. Leggere queste tremila frasi, lunghissime, che probabilmente non finiranno mai.

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Stili di Gioco: Gianluigi Lentini https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/ https://minimaetmoralia.it/sport/gianluigi-lentini/#respond Fri, 15 Mar 2013 09:55:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13579 Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia '90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

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Questo pezzo è uscito su Vice. (Immagine: © Foto di Daniele Buffa/Image Sport.)

“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale  come ce ne sono tanti”

1. Italia ’90

Lentini si esprimeva così l’anno della sua definitiva consacrazione calcistica: “Credo di essere rimasto il ragazzo di prima, anche se adesso posso concedermi privilegi che neppure sognavo. Non ho abbandonato gli amici d’infanzia e per il resto faccio cose normalissime per un ragazzo poco più che ventenne. Per sopravvivere in questo mondo è importante non perdere di vista la realtà. Prima regola è essere sempre un professionista serio. Nel calcio ci vogliono continue conferme, quando credi di essere arrivato sei fregato. Io invece vado avanti a piccoli passi, senza strafare, senza pensare che qualcuno mi aveva valutato come un Picasso o un Van Gogh” (La Stampa, 3 novembre del 1991).

Dopo la parentesi in Serie B della stagione ’89-’90 il Torino era tornato, se non ai fasti degli anni quaranta (il Grande Torino cancellato dalla strage di Superga), a una sorprendente quanto (col senno di poi) estemporanea ribalta nazionale e internazionale. Lentini sembrava aver superato il periodo turbolento della crescita (complicato già da qualche infortunio) in cui era stato prima mandato in prestito punitivo/formativo all’Ancona, e poi alternato tra prima squadra e Primavera dal tecnico Eugenio Fascetti.

“Il mio peggior difetto è proprio quello di non riuscire a liberarmi della palla al momento giusto, ma di aggiungere sempre quel tocco in più che aggrava la situazione. Ma se a volte esagero nel tener troppo il pallone non lo faccio per presunzione; è un cercare di strafare che penso sia comune a molti giovani e che si perde con l’esperienza, nel tentativo inconscio di far vedere ciò che sai fare e quanto vali” (La Stampa, 2 marzo 1990).

Meno di un anno dopo, allenato da Emiliano Mondonico, Lentini impressionerà tutti con la sua prima stagione da titolare in serie A (34 presenze e 5 gol), guadagnandosi anche la maglia della nazionale (esordio nel febbraio 1991). Dopo il suo primo gol in serie A, alla terza giornata contro l’Inter, in giacca granata, coi capelli corti davanti e lunghi dietro, quando il cronista gli dice: “Lentini, un gol d’autore…”, lui sorride soddisfatto di sé: “Sì, devo dire di aver fatto un bellissimo gol e sono molto contento, ecco. M’è venuto Battistini incontro, sono stato fortunato a fargli il tunnel, e poi a tu per tu con Zenga sono stato molto freddo”.

Il presidente del Torino, Gian Mauro Borsano, diceva di aver ricevuto nell’estate  del ’91 un’offerta di 22 miliardi (di lire) da Berlusconi, alla quale si sarebbe aggiunta in corsa quella di Agnelli. Soldi inimmaginabili per l’epoca, capaci di scandalizzare lo stesso Gianluigi, figlio piemontese di emigranti siciliani: “Certe cifre fanno parte del gioco. Mi pare folle si possa spendere tanto per un calciatore. So cosa valgo, non mi faccio condizionare. Ringrazio il presidente per non avermi ceduto, devo tutto al Toro ed è qui che voglio cominciare a vincere”.

“Scoprire di avere in casa un giocatore così richiesto può far solo piacere. In fondo due anni fa era in B e non giocava sempre”, ricordava Emiliano Mondonico nel marzo 1992. Nonostante però il rapporto affettuoso e paterno che lo legava alla ventitreenne ala destra, Mondonico era consapevole dell’impossibilità di trattenere Lentini troppo a lungo: “Dispiace perderlo, però oggi la realtà è che Milan e Juve fanno quello che vogliono, le altre squadre fanno quello che possono”.

La stagione ’91-’92 resterà nella storia del Torino, oltre che per Lentini, per un terzo posto in campionato (miglior piazzamento dal 1985, tuttora imbattuto) e, sopratutto, per la doppia finale di Coppa Uefa contro l’Ajax, persa solo per la differenza di reti segnate fuori casa. Dopo aver pareggiato 2-2 a Torino, la squadra di Mondonico (ricca di giocatori affascinanti come Martin Vazquez, Scifo e Casagrande, oltre ovviamente a Lentini; capace di battere 2-0 il Real Madrid in casa) aveva giocato effettivamente meglio ad Amsterdam (qui il secondo tempo), anche perché l’Ajax di Van Gaal, proprio grazie al risultato dell’andata, si era per lo più limitato a gestire lo 0-0 con cui alla fine aveva sollevato la Coppa Uefa. Quella di ritorno verrà ricordata come “la finale dei tre pali”: quelli colpiti ad Amsterdam da Casagrande (colpo di testa su cross di Lentini), Mussi (tiro da fuori deviato) e, nei minuti finali, Sordo (traversa clamorosa dopo un tiro al volo in area).

Roberto Cravero, capitano, a fine partita collegherà la sfortuna di quella finale col solito destino avverso alla maglia granata: “Credo che esista una sola società al mondo che perde delle finali così. Questa qua è il Torino. Siamo maledetti, non so che dire” (e ancora anni dopo, nel servizio di Sfide dedicato alla finale, si dice che il Toro “ha fatto della sofferenza la propria bandiera”). Pochi giorni dopo la finale Mondonico pensa già alla stagione successiva (“proveremo a dare un calcio alla cattiva sorte”) e sembra pensare che Lentini sarebbe rimasto al Toro: “Questo ragazzo è l’unico della squadra che sappia fare la differenza in attacco. Lui ha capito che può essere il numero uno e questa idea lo affascina molto. Altrove potrebbe diventarlo, ma anche non diventarlo”. Ancora a fine maggio La Stampa titolava: “Borsano non vende più Lentini”.

Sembra che Borsano avesse però già accettato 7 miliardi da Berlusconi a marzo (in tempi non consentiti, quando il mercato era chiuso), con un contratto su cui Lentini si limitò a mettere la firma una volta presa la sua decisione: a fine giugno, dopo un risolutivo viaggio ad Arcore in elicottero e una chiacchierata con Berlusconi che lo convinse dell’opportunità: “Quando mi ospitò ad Arcore, capii che era un uomo da ammirare” (Corriere della Sera del 2 luglio 1992).

Sarà Borsano (che proverà anche a fari invalidare il contratto: “Sono vittima della mia stessa ingenuità”) a parlare di un costo totale di 65 miliardi tra cartellino, ingaggio e contratto d’immagine. Borsano disse addirittura che a garanzia della caparra versata (in nero) da Berlusconi  a marzo, momentaneamente girato il 68% delle quote aziendali granata (“Berlusconi è stato padrone del Torino”, La Stampa del 19 dicembre 1993) e in seguito nacquero dei dubbi sul montante reale dell’operazione e sulla possibilità che parte dei soldi fossero stati versati in nero su dei conti esteri.  Neanche il successivo processo per falso in bilancio (finito in prescrizione) chiarirà del tutto la faccenda, emblematica del periodo che va da Tangentopoli (febbraio 1992) alla discesa in campo di Berlusconi (anche se adesso pare si dica “salita”).

Il presidente del Milan già all’epoca parlava di “complotto di stampa e magistratura” e strumentalizzazione pre-elettorale; mentre dall’altra parte Curzio Maltese sosteneva, citando Sgarbi, che la “Macchina diabolica e modernissima”di Forza Italia derivava “Per intero dal mondo del calcio. Slogan, simboli, gadget, club, e perfino il culto della personalità che circonda la figura del Presidente, rimandano alle curve di San Siro e all’unico regno dove si sia realizzata l’Utopia berlusconiana: il calcio. Non certo nell’edilizia, in crisi da tempo, e nemmeno nel cinema e nelle televisioni, dove le mire espansionistiche del Cavaliere in Europa sono naufragate in un mare di debiti. Ma nel Milan, la società perfetta, la più forte del mondo, vero «miracolo» sul quale si regge l’immagine vincente del Presidente”.

2. Un italiano quasi come gli altri

“Viviamo in un mondo ambiguo, attraversato da contraddizioni strazianti. Miliardi di esseri umani campano di immondizie, lottano per non crepare di fame. Ma, nella parte illuminata del pianeta, la ragazzetta indossatrice Claudia Schiffer può chiedere trenta miliardi di indennizzo perché un tale l’ ha fotografata di nascosto, mentre si spogliava. E adesso aprite gli occhi, voi che vi strappate i capelli per Lentini. Conoscete il cantante Michael Jackson?”.

Questo era il genere di cose che si potevano scrivere nel 1992 per commentare il passaggio di Lentini al Milan:

Lentini annunciò la sua decisione negli uffici dell’Ansa di Torino il 2 luglio 1992. Borsano aveva già venduto Cravero, Benedetti, Bresciani, Policano e Martin Vazquez: cessioni giustificabili solo se Lentini fosse restato. La cessione dell’idolo della curva Primavera fece traboccare il vaso. I tifosi scesero in strada bruciando auto e cassonetti. A Lentini tirarono le monetine come un anno dopo a Roma sarebbe successo a Bettino Craxi. Per la stampa diventò Mister 65 Miliardi e i tifosi del Toro coniarono il fortunato slogan Lentini/ puttana/ lo hai fatto per la grana.

Se il presidente del Torino, Borsano, nel tentativo di prendere le distanze da una cessione impopolare, il giorno dopo dichiarava: “Io, anche se potessi, cifre simili non le spenderei perché le ritengo immorali”, l’Osservatore Romano (qui) parlava di cifre che erano “un’offesa alla dignità del lavoro”. Persino l’avvocato Agnelli non pensava si potesse arrivare a tanto. “Non avrei permesso che mi si avvicinassero per propormelo”, il suo commento sui 65 miliardi. Berlusconi, da parte sua, non ci teneva a remare contro la morale comune dando ragione ad Agnelli, anche lui non avrebbe preso Lentini a quelle cifre: “L’abbiamo avuto per molto, molto meno”.

Venti giorni dopo il suo passaggio al Milan, Luca Valdiserri lo descrive così sulle pagine del Corriere della Sera del (22 luglio 1992) : “Ha la barba lunga come un giorno senza pane. Ha la faccia del miliardario triste. Parla in un soffio, simbolo di un ritiro con poca voce”. Lentini è preoccupato: “Al primo sbaglio usciranno fuori tutti i miliardi. Cercherò di non farmi condizionare. Ma non è questo il momento di proclami: ci sono problemi più importanti del calcio”. Pochi giorni prima era stato ucciso Paolo Borsellino (Giovanni Falcone a maggio): “No, non è stato il presidente Berlusconi a dirci di non parlare: siamo ragazzi maturi”.

Non c’è una sola descrizione che riguardi il Conte di Carmagnola (come la stampa dell’epoca chiamava Lentini, senza apparente legame, se non il paese di origine, con l’opera di Alessandro Manzoni) che sia priva di un giudizio morale.

“Il ragazzo del Filadelfia oggi viaggia in Porsche, ha il telefono cellulare ed un brillantino al lobo sinistro. Quando entra nel cortile del vecchio stadio granata, gruppi di ragazzine lo circondano per il rito dell’autografo” (quando era ancora al Torino: La Stampa del 3 novembre 1991).

“La Porsche, nera e decappottabile, ha il muso rivolto verso il mare e Lentini ci sta appoggiato tradendo la sottile impazienza di chi vorrebbe trovarsi già da un’altra parte. (…) Anche il «look» è vacanziero-trasgressivo: la camiciola arancione e le braghe verdi pisello, la fascia nera che trattiene i capelli corvini, al lobo sinistro l’orecchino con i brillanti, ultimo status symbol dei signorini della pedata (…) E questa voglia di trasgressione? I capelli tinti dei sampdoriani, la moda degli orecchini. Credete che la gente vi capisca?”. (Marco Ansaldo all’epoca della prima offerta di Berlusconi nell’estate del ’91: La Stampa del 24 giugno 1991).

“Gianluigi Lentini si è presentato con il look abituale: fa brillare l’ orecchino di diamanti, dice di sentirsi a proprio agio nelle scarpe con gli strass, nei fuseaux, nel giubbotto scamosciato pure quello nero con un enorme cuore rosso trafitto da una spada, e con un paio di ali stampate sulla schiena” (il giorno dell’addio: qui)

“Dicono di lui: è il simbolo di questo sistema bacato e drogato, è la vittima di un ingranaggio perverso, è il punto di non ritorno di un mercato schizofrenico. A 24 anni, Lentini si guarda attorno e sorride. Scettico. Cinico. Assorbente.” (dopo sei mesi al Milan: La Stampa del 7 febbraio 1993)

Quest’ultima descrizione fa parte di un’intervista di Roberto Beccantini, alle cui domande sul tema del ridimensionamento degli stipendi dei calciatori (alcune non sono neanche vere e proprie domande, ma punzecchiature come: “Lentini, siamo alla frutta”) a un certo punto Lentini risponde: “Provocato, provoco: con tutta la gente che mangia nel calcio, mungendolo sino all’ultima goccia, noi calciatori prendiamo ancora poco. Le stelle siamo noi, non «loro», i mangioni, i parassiti”. Beccantini commenta: “Analisi superficiale, e pericolosa. Molto pericolosa”.

Il tentativo di trasformare Lentini in un modello sociale negativo tra l’altro si scontrava con l’immagine che lo Lentini voleva dare di se stesso. Non era un ribelle, non voleva distinguersi e imporre la propria personalità, voleva farsi accettare da quelle stesse persone che gli avevano tirato le monetine (perché in fondo al posto suo avrebbero fatto lo stesso).

“A mio padre la parola milione incute ancora rispetto, miliardo non entra nel suo vocabolario. Io sono nato a Carmagnola, perché lì c’è l’ospedale, ma sono di Villastellone: piena campagna piemontese, qualche fabbrica e d’estate il sole che picchia sulle case. Ora ho i soldi, tanti come non avrei mai immaginato di possederne. Posso soddisfare i sogni della mia età, possedere questa macchina, per esempio. Ma il gusto del successo l’ho assaporato il giorno che ho comprato l’appartamento ai miei. Mi sono sentito importante e fortunato. I miei fratelli me lo ricordano spesso: tu, a divertirti, guadagni cinquanta volte più di noi che lavoriamo. Ma poi vengono a vedermi e si divertono anche loro” (La Stampa del 24 giugno 1991 – lo stesso articolo, cioè, in cui Ansaldo lo rimproverava per la sua voglia di trasgressione).

Il giorno della conferenza il corrispondente del Corriere della Sera, Edoardo Girola, gli chiede: “Non si sente un modello negativo per i giovani? (tesi sostenuta dal gruppo Abele, associazione torinese che si occupa di emarginati)”, e Lentini risponde: “Mi sento una persona normalissima, che ha la fortuna di guadagnare certe cifre. Un modello positivo, i modelli negativi sono i drogati”.

3. Finalmente un italiano davvero come gli altri

“Non puoi accettare soltanto la parte bella della mela. Ho voluto i soldi e la forza del Milan, qualcosa devo pagare. Mi dispiace che quella sia comunque la mia gente, con la quale sono cresciuto e che mi ha voltato le spalle”, dirà Lentini un mese dopo, a Marco Ansaldo (La Stampa del 25 agosto del 1992). “Veramente è stato lei a farlo, andandosene”, lo correggerà il giornalista. “Però quando incontro i tifosi del Toro per strada, prendendoli uno a uno ci ragiono. E mi capiscono perché è gente che lavora e ciascuno sa che farebbe la mia stessa scelta. Poi i singoli diventano massa e allora non puoi parlarci più”. Ansaldo cominciava l’intervista con Lentini che teneva tra le mani la lettera di una ragazza, l’unica che gli avesse perdonato di essere andato al Milan, e chiude con l’augurio dal sapore amaro, oggi, che Lentini riservava a sé stesso: “Magari diventerò per il Milan il mito che avrei voluto essere per il Toro: anzi più grande”.

La prima stagione di Lentini al Milan (’92-’93) fu altalenante, magari al di sotto delle aspettative per quello che, a torto o a ragione, era stato presentato come “il giocatore più costoso del mondo”; ma con un po’ di distacco non si può certo dire fosse stata negativa. Per Lentini, anzi, con trenta partite e sette gol (in rovesciata a Pescara e col Napoli, un tiro a giro sotto l’incrocio nel derby di andata) era stata, e rimarrà, la sua migliore annata di sempre.

Capello dimostrò di credere in lui fino a fine stagione e Lentini è schierato tra i titolari anche nella finale di Champions League di Monaco di Baviera, contro l’Olympique di Marsiglia. Il Milan perde sorprendentemente dopo 10 vittorie in altrettante partite di CL e un solo gol subito. Per Lentini quella era la seconda finale europea persa in due anni. A conti fatti, però, può dire di aver vinto una Supercoppa italiana e sopratutto lo scudetto. “Per la prima volta nella mia carriera, vinco qualcosa di importante. Ci sono arrivato dopo anni di calcio e per questo voglio dedicarmi interamente questo scudetto” (La Stampa, 31 maggio 1993).

La stagione successiva sarebbe dovuta essere quella della definitiva consacrazione o dell’ufficialità del flop. Per come andarono le cose, .

A inizio agosto, di ritorno da un triangolare a Genova, sulla Torino-Piacenza, Lentini prima buca una gomma del Porsche giallo e poi, ignaro del fatto che non poteva superare una certa velocità, fa esplodere il ruotino con cui l’aveva sostituita, finendo fuori strada. Non è chiaro a quanto andasse esattamente, si diceva stesse correndo a Torino da Rita Bonaccorso, ex moglie di Totò Schillaci. Al centro della carreggiata (non si sa se sbalzato dall’auto mentre si ribaltava o se ci era arrivato con le sue gambe) viene salvato da un camionista che trasportava quaglie di nome Gianfranco Professione. Berlusconi ricorda che Lentini durante la preparazione estiva “era diventato forte e potente, molto più forte e potente rispetto a un anno fa, tanto che Capello e il preparatore atletico Pincolini gli hanno affibbiato il soprannome di Tarzan”. Ma è presto per pensare al rientro, per usare sempre le parole del Cavaliere: “L’importante è che Gigi salvi la ghirba”.

Se fosse morto, magari, Lentini sarebbe stato rimpianto come Luigi Meroni, ala destra del Torino degli anni sessanta, investito mentre attraversava la strada dopo una partita. Magari si sarebbe persino passati dal chiamarlo Mister Miliardo al ricordarlo più intimo e compassionevole Gigi (completando l’identificazione con Meroni). Per quanto grave, l’incidente non fu considerato come un evento tragico. Sembrava quasi potesse servire a far tornare le cose alla loro normalità.

Cesare Fiumi sul Corriere della Sera scelse un modo paradossale per augurargli una pronta guarigione, partendo proprio da un’atteggiamento che non gli piaceva: “Quell’aria annoiata, quella sorridente smorfia d’apatia (…) L’ aria di chi sorseggia vittorie e insuccessi senza ubriacarsi di gioia o di rabbia, col disincanto dei modi e dei mezzi (economici). L’impressione che tutto gli scorra sopra sfiorandolo appena: l’augurio è che le conseguenze dell’incidente e anche il fotogramma di quegli attimi facciano la stessa fine. ”. (qui)

All’interno di un articolo intitolato “Mister miliardo, una dolce vita spesa tra belle donne e motori”, Bruno Perucca dava un giudizio difficilmente comprensibile (nel senso che la sua retorica è così a spirale che io non ho capito in sostanza cosa volesse dire) dell’incidente: “Questa pesante esperienza gli servirà. Correre in autostrada con un «ruotino», dopo aver cambiato o fatto cambiare la gomma bucata, gli è probabilmente sembrato più agevole, più semplice, che scattare nelle zone abituali del campo (quella che in gergo si chiama la fascia, destra o sinistra) dove il massimo rischio è il tackle rabbioso di un difensore” ( La Stampa del 4 agosto 1993).

Lentini torna in campo a dicembre, in amichevole e Beccantini (La Stampa del 30 dicembre 1993) lo descrive così: “L’eccentrico dandy che ha capito di notte, su un’autostrada deserta, quanto sia gratificante, pur se faticoso vivere alla luce del sole. Non prendetela come una favola. È solo la fine di un brutto sogno,e  l’inizio di un’avventura. Che porterà laddove Lentini e il destino, uniti indissolubilmente dal rogo di una Porche gialla, vorranno”. Ovviamente il brutto sogno finito è quello in cui Lentini era il calciatore più forte e più pagato del campionato italiano.

Gigi sembra accettare il suo nuovo ruolo come un martire: “Devo soffrire. Soffrirò”.

4. Riscatto?

In cuor suo, però, Lentini sperava di tornare al livello di prima: “So perfettamente che dipenderà da me tornare il giocatore di una volta, addirittura meglio se possibile. Io darò tutto, anche perché vorrei contribuire a uno scudetto in cui credo e vorrei prendere parte a un Mondiale che mi affascina” (qui).

Salta tutta la stagione ’93-’94 (solo dieci presenze in totale) e il Mondiale, vince la sua prima Champions League da spettatore (la mitica finale del 4-0 al Barcellona di Cruijff). L’anno dopo si sente in forma, scalpita, pensa di essere tornato quello di prima, Capello però non è d’accordo. Maggio 1995, finale di Champions contro l’Ajax: la rivincita perfetta di Gigi contro il suo destino fatto di pali e ruotini di scorta. E invece non solo entrerà a cinque minuti dalla fine della partita con l’Ajax (persa, con un gol subito immediatamente dopo il suo ingresso in campo), ma l’anno dopo fa arrabbiare Capello al punto che lo schiererà solo nove volte in campionato.

In prestito all’Atalanta (allenata da Mondonico) per la stagione ’96-’97 Lentini pensava ancora di poter tornare quello di prima. “«Quando ho lasciato Milanello ho provato una gran tristezza, come quando ho abbandonato il Toro. Ma sono sicuro che la prossima estate, quando tornerò in rossonero, sarò un giocatore rigenerato». È sicuro di sé, ma se invece le cose andassero diversamente? «Vorrà dire che quel maledetto incidente mi ha davvero portato via tutto. E a quel punto potrò anche smettere di insistere e fantasticare»” (La Stampa del 31 agosto 1996). All’Atalanta Lentini, che nel frattempo si è sposato con una modella svedese da cui ha avuto un figlio (“Chi l’avrebbe mai detto, cinque anni fa, che quel ragazzo “sconvolto” sarebbe diventato un tranquillo marito e papà”), torna a giocare continuativamente (31 presenze) e Sacchi lo convoca in Nazionale per un’amichevole contro la Bosnia. Lentini non può saperlo, ma sarà la sua ultima partita con la maglia dell’Italia e verrà ricordata come una “presenzia premio” (per essere diventato mediocre).

Il cerchio si chiude quando Lentini l’anno dopo (’97-’98) torna al Toro, nel frattempo sceso in B, con uno stipendio circa la metà di quello del Milan. È un Lentini diverso. Un Lentini normale. “Oggi certe follie non le faccio più. La vita mi ha aperto gli occhi. Le legnate, le difficoltà ti cambiano: ricordo quand’ero un ragazzino strafottente, sicuro che tutto, in campo e fuori, gli fosse dovuto: arrivò un certo Fascetti, mi diede delle scoppole «Giovanotto, continua così e starai sempre in tribuna» grazie a lui diventai un giocatore vero” (La Stampa del 23 giugno 1997). Anche se non è del tutto emendato dai vecchi peccati: “Un’avventura che comincia in pedalini perché gli fanno male le scarpe e quello che non ha coltivato negli anni berlusconiani è l’etichetta. I piedi poggiano sul tavolino del bar” (La Stampa del 19 luglio 1997).

Perché il riscatto sia completo, sia chiaro, Lentini non può tornare al successo (ed essere felice). Al Torino ha problemi con gli allenatori (tra cui lo scozzese Souness, uno dei giocatori più cattivi mai esistiti quando era in attività) anche se il primo anno sfiora un’incredibile promozione perdendo lo spareggio col Perugia di Materazzi. Finalmente la stagione successiva, grazie a Mondonico, il Toro torna in serie A. Ma è una felicità illusoria, dura solo un anno. Al termine della terza stagione del “figliol prodigo” il Toro scende nuovamente in B e Lentini viene liquidato a trentun anni senza troppi sentimentalismi: “Aspiravo, sopra ogni cosa, a chiudere la carriera con la maglia con cui avevo cominciato” (qui).

La definitiva trasformazione di Lentini in un calciatore qualsiasi, in un tipo di celebrità il più simile possibile a un ex-concorrente del Grande Fratello (nel 2009 Lentini doveva partecipare a un reality di nome La Tribù al posto di Andrew Howe ma si ritirò all’ultimo e alla fine il reality venne anche cancellato) avviene con la decisione di mettersi di nuovo in gioco in una piazza come quella di Cosenza (il viaggio uguale e contrario dei genitori meridionali), in serie B, anziché seguire le sirene del calcio moderno che lo avrebbero portato in Cina. Lentini vestirà per quattro anni la maglia rossoblu, nella gioia e nel dolore, dopo essere andato vicino a una nuova promozione in A alla prima stagione e un fallimento che condannerà il Cosenza a scendere tra i dilettanti. Lentini ormai è una bandiera e per amore della maglia del Cosenza gioca in Serie D.

5. Conclusione

Nell’arco di una carriera lunga vent’anni Lentini è passato dall’essere il simbolo di un calcio dove girano troppi soldi al simbolo opposto di un calcio fatto di sudore e campi in terra. Dopo Cosenza è tornato in Piemonte, giocando fino a quarant’anni in categorie come Eccellenza e Promozione (annullando di fatto qualsiasi distanza col pubblico degli appassionati calcistici, considerando che persino io ho giocato in Promozione). Convincendo Fuser a giocare con lui, in squadre come il Canelli, la Savignanese, la Nicese, alternando anche qui promozioni e retrocessioni.

Il Lentini coi capelli lunghi e l’orecchino, che ci teneva allo stile e voleva scrivere un libro di moda (che andava matto per le “videosfilate”), lo “scavezzacollo” che dopo notti “errabonde” dormiva in macchina davanti al Filadelfia e veniva svegliato dalla custode Carla per essere primo negli spogliatoi e prendere in contropiede l’allenatore che lo aveva cercato nelle discoteche, il Lentini cinico con le scarpe piene di strass e i giubbotti ricamati è adesso un quarantenne col maglione senza maniche verde e un’orecchino a forma di “G”, che gestisce insieme agli amici una sala da biliardo a Carmagnola.

Ai microfoni di Sky ricorda i tempi in cui a Milanello giocava a stecca con Boban e Albertini. Che quando gli chiedono: “Ti capita mai di pensare a quei momenti e dirti se non fosse successo dove sarei arrivato?” risponde: “Sì mi capita. Mi capita però rispondo subito… dicendo però alla fine sto bene, devo esser contento così”.

Quel Lentini che faceva tanto arrabbiare i cronisti è diventato il protagonista ideale di una qualsiasi puntata di Sfide: un uomo con le occhiaie pastose in felpa bianca e marsupio dalla saggezza consolatoria (“Prima o poi il pallone si sgonfia e tu torni a essere un comune mortale come ce ne sono tanti”) che ricorda con piacere le prime pagine dei giornali: “Perché vuol dire che ho fatto anche qualcosa d importante. Perché se sono arrivato a far parlare così tanto di me vuol dire che qualcosa di importante in vita mia ho fatto”.

Lentini gioca ancora.

Ho chiamato l’addetto stampa del CSF Carmagnola, un uomo simpatico a giudicare dalla foto sul sito e dalla voce, mi ha detto che, anche se non figura nella rosa, Gigi è “sempre del giro”, che ogni tanto va ancora a giocare. Suo figlio Nicholas, gioca in porta nel Torino ed è nel giro della nazionale Under 17.

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Italiano per svedesi https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/ https://minimaetmoralia.it/politica/italiano-per-svedesi/#comments Tue, 19 Feb 2013 09:15:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13145 "L'Expressen", uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l'Italia della vigilia elettorale esaurendo l'argomento in meno di cinquemila battute. All'epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola "condono", sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l'uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l'Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico "veltro" (I Canto dell'Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini "l'uomo della Provvidenza", tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell'ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

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“L’Expressen”, uno dei più importanti giornali svedesi, mi ha chiesto di raccontare l’Italia della vigilia elettorale esaurendo l’argomento in meno di cinquemila battute. All’epoca di un mio precedente giro nei paesi scandinavi, ce ne vollero altrettante per spiegare la parola “condono”, sconosciuta a quei popoli. Dopo alcune riscritture, mi sono costretto a passare sotto le forche caudine di qualche didascalia.

Attendere l’uomo della Provvidenza è uno dei vizi nazionali che l’Italia si è trovata a gestire prima di diventare uno Stato unitario. Già Dante affida a un allegorico “veltro” (I Canto dell’Inferno) le speranze di risolvere una situazione ingovernabile. E Alessandro Manzoni nei Promessi Sposi non trova di meglio che la mano divina per combattere ingiustizie di fronte a cui i protagonisti del romanzo sono impotenti.

Così, se Pio XI definì Mussolini “l’uomo della Provvidenza”, tempo dopo la tragedia si è riproposta in farsa. Veniamo dal lungo ventennio berlusconiano, una spettacolare serie di errori, inefficienze e derive corruttive (se la condotta sessuale dell’ex premier vi sembra scandalosa, dovreste conoscere la sua politica economica) che ci ha lasciati più poveri, frustrati, e a corto di autostima.

Per parlare un linguaggio caro al leader del PDL: affidereste la vostra squadra di calcio a un allenatore che continua a farla retrocedere? Noi italiani ci siamo riusciti varie volte. Il che è stato possibile perché Berlusconi ha fatto leva sull’attitudine dominante in chi crede a certi tipi di messia: l’infantilismo. Il Cavaliere ha assicurato che benessere e progresso fossero possibili senza pagare le tasse, lasciando intoccati privilegi e rendite di posizione, e questo solo un bambino può crederlo. Da qui a ritenere che uomini in odor di mafia  fossero eleggibili, che il debito pubblico vivesse nella virtualità, che nel rispetto delle istituzioni internazionali non contasse una politica interna che a volte è sembrata un soggetto di Hieronymus Bosch messo in mano ai fratelli Marx il passo è breve. Infatti l’Italia l’anno scorso ha rischiato il default.

L’uomo chiamato a salvare la situazione (ennesimo inviato della Provvidenza) è stato l’ex presidente della Bocconi, ex international advisor per Goldman Sachs nonché attuale Presidente del Consiglio Mario Monti. Neoliberista caro al Vaticano, Monti è un personaggio singolare per l’Italia. Riesce a conciliare il clericalismo con un severo spirito protestante che lo ha portato a evitare il default a colpi d’austerità. Non è un caso che per criticare Berlusconi, Monti ricorra a suggestioni nordiche (“sembra il pifferaio di Hamelin”), il che è però anche il suo limite. Se per aggiustare i conti una dieta luterana può essere efficace, per la crescita sarebbero necessari un entusiasmo e una forza trasformativa che gli italiani sono poco propensi a riconoscere in chi è troppo fedele al capitalismo finanziario per vedere orizzonti più ampi. Ad esempio immaginando un’Europa che sia dei popoli prima che delle banche.

Il favorito delle prossime elezioni, almeno nei sondaggi, è dunque il Partito Democratico. Il centrosinistra di Bersani ha il merito di aver usato le primarie per dare un volto al suo leader, ha aggirato un’odiosa legge elettorale consentendo alla base di scegliersi i candidati, dunque ha i numeri per proporsi come un vero partito popolare. Secondo gli ottimisti Bersani potrebbe farsi promotore di un’efficiente socialdemocrazia. Peccato che a volte la laicità del suo partito navighi a filo d’acquasantiera e che fino all’altro ieri la sua classe dirigente (in buona parte quella attuale) sia stata tra le più deboli e tristi della sinistra europea. Berlusconi non avrebbe vinto tante volte contro avversari di livello.

Lo spettro che attraversa la penisola è tuttavia quello dell’ingovernabilità. Se il PD vincesse di stretta misura, sarebbe necessaria un’alleanza con Monti. Ma Monti e Sel (gli alleati più a sinistra di Bersani) sono difficilmente compatibili. In tutto questo l’ex comico Beppe Grillo cavalca l’antipolitica giungendo a far sentire il proprio fiato sul collo del PDL e Berlusconi riduce lo svantaggio col PD a ogni nuova apparizione tv. Per l’ennesima volta il pifferaio di Arcore si traveste da salvatore della Patria. Paventa l’inesistente “pericolo comunista” (come se oggi in Francia gridassero al “pericolo Proudhon”), promette l’impossibile (l’abolizione della tassa sulla prima casa senza la quale avremmo fatto la fine della Grecia), blatera di rivoluzioni liberali (come credere un paladino del libero mercato chi nel proprio settore ha lottato per una posizione vicina al monopolio?)

Se questa è la situazione, un partito in grado di non fare troppi disastri sembra dunque il PD con Sel (si vota sempre il meno peggio). Comunque vada, il resto (che è molto più della metà) dovrebbe metterlo la società civile: con una compagine politica alle spalle di una qualche decenza, bisognerebbe agire oltre che sui conti sulle mentalità. Le due cose non sono slegate. Corruzione, populismo, familismo amorale, negazione del merito, scarsa giustizia sociale e pluralismo zoppo – vizi endemici che gli ultimi anni hanno rafforzato – sono ostacoli allo sviluppo che solo una cittadinanza attiva potrebbe ridimensionare. Trasformarsi in un popolo che, portato storicamente a credere all’uomo della Provvidenza, impari a credere in se stesso. Essere la terza economia dell’Eurozona (per quanto in difficoltà) serve a poco se non si prova a diventare anche una grande democrazia.

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Scrivere del mondo https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/ https://minimaetmoralia.it/libri/scrivere-del-mondo/#comments Wed, 28 Nov 2012 15:44:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11755 Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l'io in tutto questo (l'io che osserva, l'io che agisce, l'io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po' di ordine nel discorso.

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Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: Abelardo Morell.)

Oggi si fa una gran discussione intorno alla non-fiction. Qual è il confine tra giornalismo e letteratura? È possibile individuare una linea di demarcazione o piuttosto una terra di mezza al cui interno, a sua volta, prendono corpo percorsi differenti tra loro? Fino a che punto è consentito attraversare i confini? Dove si colloca l’io in tutto questo (l’io che osserva, l’io che agisce, l’io che narra)? Grande è la confusione sotto il cielo, specie in Italia, tanto che converrebbe mettere un po’ di ordine nel discorso.

In America Latina (continente in cui il nuevo periodismo sembra risorgere in forme sempre nuove: si pensi ad esempio alla rivista peruviana “Etiqueta negra”, a scrittori come Juan Villoro e Carlos Monsivais, e – andando indietro nel tempo – al padre del genere, l’argentino Rodolfo Walsh, autore dell’imprescindibile Operazione massacro, in seguito sequestrato e ucciso dai militari nel ’77) è molto chiara la distinzione tra  narrativonovelado. Quella che indichiamo come non-fiction, pur adottando forme letterarie plurime (è di Villoro la bella espressione “ornitorinco della prosa”), appartiene al primo campo.

Così negli Stati Uniti. La distinzione tra memoir, racconto del reale e letteratura di invenzione è piuttosto netta. La non-fiction ha raggiunto notevoli risultati, grazie anche allo storico ruolo delle riviste che pubblicano reportage di 50-60 mila battute (“Atlantic Monthly”, “The New Yorker”, “The Nation”, “The New Republic”, “Vanity Fair”…) e ad autori come William Langewiesche o Joan Didion.

E in Italia? Il discorso sul Novecento sarebbe molto ampio: da Carlo Levi a Primo Levi, da Anna Maria Ortese a Corrado Stajano e a molti altri… Tuttavia la tradizione della non-fiction italiana (se così possiamo definirla) viene da molto lontano. Si pensi ad alcune opere diversissime che provengono dal cuore dell’Ottocento: non solo Zibaldone di Giacomo Leopardi o Storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, ma anche  Diario della spedizione dal 5 al 28 maggio (cioè la Spedizione dei mille) di Ippolito Nievo o La Sicilia nel 1876 di Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino. In esse il racconto della realtà (in buona sostanza dell’Italia che non cambia) passa attraverso la creazione di  strutture narrative che preannunciano molti dei percorsi successivi.

Non ci sono norme particolari che regolano queste scritture. Però due, tre idee di fondo possono essere recuperate.

Il reporter non è mai solo. Disse una volta Ryszard Kapuscinski che “senza l’aiuto degli altri non si può scrivere un reportage”. Il reporter è solo “l’estensore finale”, l’ultimo anello di una catena composta da moltissimi individui che forniscono materiali, aneddoti, riflessioni, generano incontri. “Senza comprensione reciproca”, diceva ancora Kapuscinski, “scrivere è impossibile.” Ovviamente lo stile adottato dall’“estensore finale” non è secondario. Anzi, quasi sempre fa la differenza. A mo’ di piccolo esempio, basterà ricordare che nei libri dello scrittore polacco non ci sono mai interviste classiche, fatte di domande e risposte, ma solo descrizioni di incontri, approssimazioni alla realtà, ritratti di donne e uomini noti e meno noti (molto spesso marginali che nessuno avrebbe mai ricordato), uso (frequente) del discorso libero indiretto.

Non inventare. Prendiamo alcuni libri usciti negli ultimi due anni: Anatomia di un istante di Javier Cercas (sul fallito colpo di Stato in Spagna nel 1981), L’uomo-laser di Gellert Tamas (su un killer seriale di cittadini stranieri nella placida Svezia), Tutto e subito di Morgan Sportés (sul caso di Ilan Halimi, ragazzo ebreo sequestrato, torturato e ucciso nella banlieue parigina da un gruppo di balordi che lo crede ricco “in quanto ebreo”), Limonov di Emmanuel Carrère (meta-biografia del controverso leader dei nazionalbolscevichi russi).

Tutti sembrano condividere un dato di fondo. Per raccontare una realtà sempre più complessa, per decostruire un mondo che non si presenta mai in bianco e nero, in cui gli schemi dicotomici servono a poco, occorre un approccio (di osservazione e di scrittura) che attraversi i generi, li ibridi, li faccia stridere fra loro. In tutti questi libri si sussumono forme letterarie o cinematografiche per raccontare una realtà sminuzzata fino al dettaglio: l’architettura del romanzo, il ritmo del noir, il montaggio alternato, il procedere per accumulazione di materiali seguendo cerchi concentrici. I loro autori sembrano dirci (e spesso lo dichiarano apertamente) che occorre superare l’inchiesta giornalistica, o le gabbie della saggistica, su un punto specifico: lo scavo psicologico delle persone in carne e ossa. Occorre scandagliare gli abissi che si aprono in ognuno di noi, i dettagli della vita – che sovente rivelano il tutto.

Eppure questi libri si fermano ai bordi di un confine: non introducono mai elementi di fiction nel racconto. Non collocano mai il proprio io in posti in cui non è stato, non inventano personaggi dal nulla, non edulcorano la realtà, per un semplice motivo: se costruisci un metodo così complesso proprio per demistificare il mondo e il racconto di esso, perché poi falsificarne una sua parte, rompendo il patto con i lettori, scivolando sulla buccia di banana della legittimità? L’attraversamento di quella terra di mezzo avviene su un piano strutturale (e sicuramente più interessante): la sussunzione di forme, non l’alterazione dei contenuti.

La giusta distanza. Non è facile capire quale sia, dipende da caso a caso. Tra i due estremi – la distanza siderale di chi neanche ci va nei posti e l’immersione totale che spesso genera miopia o eccessiva indulgenza – i gradi di prossimità possono essere diversi. Ma se da una parte, specie nel momento della scrittura, la distanza permette di cogliere meglio i chiaroscuri, le variazioni, dall’altra – dovrebbe essere evidente – l’equidistanza tra la vittima e il carnefice, tra l’oppresso e l’oppressore, tra chi detiene il potere e chi lo subisce è un mito giornalistico infondato. Spesso genera mostri. Come diceva una vecchia canzone dei minatori del Kentucky: Which Side Are You On?

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A cent’anni da I vecchi e i giovani di Pirandello, insurrezione e narrazione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-centanni-da-i-vecchi-e-i-giovani-di-pirandello-insurrezione-e-narrazione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/a-centanni-da-i-vecchi-e-i-giovani-di-pirandello-insurrezione-e-narrazione/#comments Tue, 14 Aug 2012 08:30:18 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7930 Pubblichiamo un articolo di Lanfranco Caminiti su «I vecchi e i giovani» di Pirandello.

di Lanfranco Caminiti

Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.

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Pubblichiamo un articolo di Lanfranco Caminiti su «I vecchi e i giovani» di Pirandello.

di Lanfranco Caminiti

Il prossimo anno cade il centenario della pubblicazione de I vecchi e i giovani per l’editore Treves di Milano. In realtà, il romanzo – «amarissimo», lo definì lo stesso Pirandello in una lettera a un amico – era in buona parte già uscito a puntate, come spesso accadeva, per il giornale «Rassegna contemporanea» tra il gennaio e il novembre 1909. L’edizione del 1913 risistema l’articolazione dei capitoli, rivede quanto era già stato pubblicato e lo completa. Ancora nel 1931, Pirandello deciderà di intervenire sul testo per una definitiva edizione per Mondadori, che poi è quella che leggiamo oggi. In nessuna delle rivisitazioni Pirandello modifica l’impianto dei personaggi e l’intreccio tra i loro comportamenti e gli eventi e il suo sguardo.

Pirandello inizia a scrivere I vecchi e i giovani nel 1906, e sono passati poco più di dieci anni dalla “materia” del romanzo, che è l’esplosione del movimento dei Fasci siciliani tra il 1892 e il 1894, cioè tra l’inizio degli scioperi nelle campagne e nelle zolfare – una cosa nuova che mai si è veduta prima – e le stragi di contadini e popolani fino all’instaurazione dello stato d’assedio e la repressione di massa, con l’arresto di tutti i dirigenti dei Fasci e centinaia e centinaia di militanti; lo stesso lasso di tempo che intercorre tra lo scandalo della Banca romana e la crisi del giolittismo, con l’avvento al governo di Francesco Crispi. Dieci anni soltanto. Sembrerebbe perciò un po’ azzardato definire “romanzo storico” I vecchi e i giovani. Qui non si tratta della rivolta degli schiavi di Euno o dei Vespri. Eppure. Non è solo una questione di distanza temporale dai fatti narrati. Per dire d’un altro romanzo, I Viceré, De Roberto – le vicende della famiglia Uzeda dal 1860 arrivano sino alla prima elezione a suffragio “universale” [maschio, alfabeta, che paga tasse per una cifra annua di 19,8 lire] del 1882 – comincia a scrivere nel 1892, dieci anni dopo perciò il previsto punto di arrivo della saga, e il romanzo viene pubblicato nel 1894; tra l’altro, mentre attende alla scrittura, proprio l’arco delle lotte dei Fasci e della materia del romanzo di Pirandello. Ma mentre per De Roberto lo sbarco dei Mille del 1860 è il cuore e il filo di una vicenda che si è storicamente conclusa, per Pirandello è proprio nel ruolo “a parti rovesciate” del Risorgimento, e dei suoi uomini, che sta la materia narrativa.

Non è solo emblematico il personaggio di Francesco D’Atri, che ricalca proprio Francesco Crispi, e decide da primo ministro di porre lo stato d’assedio e il tribunale militare, lui che gli stati d’assedio li aveva vissuti da patriota perseguitato, lui che aveva tuonato contro la legge Pica e i tribunali speciali; ma c’è Mauro Mortara, il personaggio del vecchio garibaldino tutto d’un pezzo, che fu costretto a rifugiarsi da esule a Malta e ormai vive uncza sorta di esilio in campagna, dove custodisce i ricordi del periodo eroico di speranze, a rappresentare il nodo delle contraddizioni di quel momento: ostile ai movimenti sociali, che considera un pericolo per l’unità della nazione – «Sbirro, vi giuro, andrei a farmi, vecchio come sono» –, fino a decidere di scendere in piazza con le sue pistolone per affrontarli, «armato come un brigante», finirà fucilato dall’esercito che lo scambiano per un rivoltoso: ormai i soldati sparano a tutto ciò che è rosso, come il gonfalone dei Fasci e come la camicia indossata da Mortara.

In questo stare dalla parte sbagliata, in questo morire dalla parte sbagliata, è tutta la problematicità del romanzo nei confronti del Risorgimento. Passando tra i cadaveri lasciati sulla strada, e rivoltando il corpo del vecchio sul cui petto scoprono le medaglie del suo valore, i soldati si chiedono: «Chi avevano ucciso?». Così si chiude il romanzo. Che forse è anche: «Cosa avevano ucciso?»: l’epopea garibaldina è ormai solo un lontano ricordo, un vecchio patetico e fuor di cotenna, disconosciuto, almeno per quei soldati. E possiamo credere che uguale disconoscimento fosse anche per buona parte dei lettori di quel primo Novecento: la modernizzazione dell’Italia s’era compiuta altrimenti. Per buona parte dei lettori, i «fatti di Siclia» – l’insurrezione dei Fasci, la violenta repressione – sono ormai lontani; sono, per chi ne avesse voglia, solo “cronaca”. Una consapevolezza di unicità e irripetibilità degli eventi, doveva invece avere Pirandello. Il suo sguardo però è spostato verso una nuova «storia», quella di un movimento sociale della terra e del lavoro che si affaccia e costringe tutto e tutti a ripensarsi. I due titoli, di De Roberto e Pirandello, vengono invece accostati con Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa in una sorta di trilogia della disillusione post-risorgimentale. Con superficialità, qualcuno direbbe oggi “antirisorgimentale”. Questa presenza del “poi” riguardo al “prima” [il 1860, la spedizione dei Mille, la cacciata dei Borboni, l’Unità d’Italia], dell’allora e dell’adesso, la frattura violenta benché racchiusa in un pugno d’anni di un’epoca, li comprenderebbe tutti e tre sotto la stessa categoria di «romanzo storico». Ma se a una «storia» appartiene – e non «a un’ipotesi di contro-storia, riscrivere la storia nazionale a partire dell’estremo sud della penisola» [Onofri] –, la narrazione de I vecchi e i giovani, è a quella dei movimenti sociali, delle insurrezioni del lavoro.

Il «romanzo storico risorgimentale» [Romagnoli] fa la sua apparizione in Italia negli anni ’20 dell’Ottocento, sollecitato dalla circolazione delle prime traduzioni dell’Ivanohe di Walter Scott, e vive una stagione di straordinaria proliferazione che perdura fino ai primi anni ’40. Si contano oltre cento titoli, un numero davvero impressionante, e accanto a autori e opere di buon livello – citiamo qui La battaglia di Benevento (1827) e L’assedio di Firenze (1836) di Francesco Domenico Guerrazzi, Ettore Fieramosca (1833) e Niccolò de’ Lapi, ovvero i Palleschi e i Piagnoni (1841) di Massimo D’Azeglio, Marco Visconti. Storia del Trecento cavata dalle cronache (1834) di Tommaso Grossi, Il Duca d’Atene (1837) di Niccolò Tommaseo – e il cui punto più alto ovviamente è I promessi sposi (1827, poi 1840) di Alessandro Manzoni, altre opere sono meno riuscite, come I prigionieri di Pizzighettone o La calata degli Ungheri in Italia. Comunque, nel tessuto narrativo di tutti questi romanzi – oggi si sarebbe parlato di un “genere” dove il capolavoro di Manzoni contiene tutti i canoni e insieme ne fuoriesce –, il denominatore comune è la tensione politica e ideologica che sostiene la scrittura.

Alla fine dell’Ottocento e ai primi del Novecento appare perciò, con De Roberto e Pirandello, e più tardi con Tomasi, il romanzo storico «post-risorgimentale». Un rovesciamento, rispetto ai primi anni del secolo: la tensione patriottica all’unità e alla libertà della nazione ha lasciato il posto al disincanto. Ai romanzi “italiani” succedono i romanzi “siciliani” – e la disillusione sembra tutta appartenere all’isola. Sembra soltanto, però: se pure a Capuana e Verga, come a tutti gli scrittori siciliani, pare mancare il sostegno della provvidenza manzoniana e qualsiasi idea di sorte progressiva, entrambi sono comunque solidamente risorgimentali, solidamente patriottici, solidamente unitari. Tra “unità” e “libertà” della nazione sembra però essersi creata una secessione letteraria e non territoriale, che ha proprio in Verga e nella novella Libertà – in cui si narrano i fatti di Bronte e la repressione di Bixio, con cui Verga si schiera decisamente – la sua maggiore evidenza.

La novella [1883, Verga aveva non solo la distanza storica dai fatti, ma all’arrivo di Garibaldi si era arruolato nella Guardia Nazionale dove restò per tre anni] termina così: «Il carbonaio, mentre tornavano a mettergli le manette, balbettava: Dove mi conducete? In galera? O perché? Se non ho avuto nemmeno un palmo di terra! Se avevano detto che c‘era la libertà!» In qualche modo questo finale riecheggia in Giuseppe Cesare Abba, uno scrittore “italiano e patriottico” che nella sua Vita di Bixio [1905], raccontando proprio i fatti di Bronte scrisse: «Si parlava persino di divisione dei beni…». Ecco, questa cosa, la libertà della divisione delle terre – sebbene fosse il primo punto del proclama del 2 giugno di dittatura a Palermo di Garibaldi: «Con decreto dittatoriale è disposta la quotizzazione delle terre dei demani comunali tra coloro che si sono battuti per la patria e l’ereditarietà di tale diritto per i discendenti» –, proprio no.

La secessione è narrativa, perciò politica, anche tra siciliani e siciliani, e attraversa le scritture del tempo, più che territoriale, cioè storica, di una «nazione divisa». I vecchi e i giovani non era certo un romanzo “regionale”. Ma quando appare, la letteratura nazionale è di poeticità muscolare: Pascoli ha parlato di «grande proletaria» che si è mossa e deve farsi spazio nel mondo, e D’Annunzio – che Pirandello detestava per quel suo «linguaggio delle parole» – ha da poco celebrato la conquista di Cirenaica e Tripolitania con Le canzoni delle gesta d’Oltremare. Verga, peraltro, si è iscritto al Partito nazionalista e si schiera decisamente con l’impresa d’Affrica: avevamo fame di terra e piuttosto che dividere quelle che c’erano qui doveva sembrargli più realistico andare a prendere quelle d’altrove. I vecchi e i giovani appare perciò davvero come un romanzo «spaesato» [Trombatore]; senza amor di patria, parla di cose che sembrano non interessare il paese in quel momento, in quel tempo. E non è questa, certo, una differenza regionale. Dopo i Fasci, la Sicilia – la divisione delle terre – non era più all’ordine del giorno, non era più «la» questione del paese.

In questo senso sembra intrigante ma poco convincente la definizione usata [Spinazzola] per I vecchi e i giovani di «romanzo storico antistorico»: «con una semplificazione di comodo, si potrebbe sostenere che De Roberto, e dopo di lui Pirandello e Lampedusa, reiterano l’uso di una struttura rappresentativa di stampo tradizionale per capovolgerne la funzionalità intrinseca originaria… un genere letterario eminentemente borghese come il romanzo storico viene piegato al proposito di colpire a fondo la mentalità della borghesia». La borghesia? Che c’entra la borghesia? La formula di romanzo storico antistorico andrebbe bene per I Buddenbrok, e la saga ci starebbe tutta: ascesa di una dinastia imprenditoriale insufflata di spirito protestante, che coltiva la ricchezza mondana come un valore ultraterreno, e al culmine del successo economico e del potere politico è corrosa dai dubbi etici sulla propria classe, fino alla caduta. Ma né gli Uzeda, né i Laurentano né i Salina sono i Buddendbrok: nessuno di loro coltiva spiriti protestanti, un’etica della produzione [e, se per quello, non danno segno neppure che a qualcuno di loro soggiaccia una qualche provvidenza se non la sopravvivenza del potere] e idee di progresso della storia. E non ci convincerebbe tanto neanche la formula usata da Sciascia [e in parte prima da Cecchi: «un’opera fondata su una materia fantastica più adatta a prestare motivi di arguzie, e di macchiette, che d’epopea»], che parlò di «romanzo storico senza senso della storia» se non quando spiegò meglio quel «senza senso della storia» e definì il romanzo fortemente «autobiografico».

Autobiografico, io lo intenderei non tanto relativamente alle parentele di Pirandello i cui caratteri e le cui storie risorgimentali possono rintracciarsi tra i personaggi de I vecchi e i giovani – l’autore mandò le prime copie di stampa ai genitori per il cinquantesimo anniversario del loro matrimonio con una dedica: «Caterina e Stefano vivono da eroi» –, quanto all’autobiografia della Sicilia tra i Mille e il movimento operaio, una cosa che non si era mai veduta prima: una materia fantastica, propriamente. Sorprende perciò l’ottusità del giudizio che a caldo formulò Benedetto Croce: «Un senso di cose già molte volte viste e udite, e come logore e stanche». Cose molte volte viste e udite? Logore e stanche? Di che parla Croce? Movimento del lavoro e questione territoriale si combinarono in Sicilia con i Fasci come mai era accaduto prima e come mai sarebbe accaduto dopo. Questa fu l’epopea. È questo il nodo.

Carlo Salinari, nel 1960, rivalutò il romanzo parlando di un triplice fallimento storico, del Risorgimento, dell’Unità, del socialismo: «Nel romanzo si ha acuta consapevolezza di tre fallimenti collettivi: quello del Risorgimento come moto generale di rinnovamento del nostro Paese, quello dell’unità come strumento di liberazione e di sviluppo delle zone più arretrate e in particolare della Sicilia e dell’Italia meridionale, quello del socialismo che avrebbe potuto essere la ripresa del movimento risorgimentale, e invece si era perduto nelle secche della irresponsabile leggerezza dei dirigenti e della ignoranza e arretratezza delle masse». Per quanto il giudizio critico sembra sovrapporsi ai pensieri post-Resistenza, di quei fallimenti storici non saprei dire, ma i Fasci siciliani furono altro dal Risorgimento, dall’Unità e pure dal socialismo. Il conflitto è con lo Stato, non con il Risorgimento; la crisi – lo stato d’assedio, l’esercito che spara sulle folle – è quella della democrazia parlamentare rappresentativa. I Fasci siciliani – sembra un paradosso – si trovarono propriamente senza patria, «spaesati». Per dire, non ebbero – e per la verità continuano a non avere, a parte gli storici – narrazione e letteratura, appartenenza linguistica, se non Pirandello appunto, nemmeno quando la distanza temporale lo avrebbe permesso. Una ferita aperta, che sanguina ancora.

Al conflitto tra i vecchi e i giovani [«Ai miei figli, giovani oggi, vecchi domani» è la dedica di Pirandello] che è un conflitto anche interiore tra le speranze della gioventù e le disillusioni dell’età, tra il “vecchio” Risorgimento ormai forma dello Stato, e forma della democrazia parlamentare, e l’affacciarsi dei “giovani” movimenti sociali – la materia del romanzo –, Pirandello pensava piuttosto come al «dramma della mia generazione». E il «dramma» della sua generazione, come forse di ogni generazione che si affaccia al mondo e che ha la ventura di incontrarlo, era quello dell’esplosione di un movimento sociale – inatteso nella sua radicalità, cui non si era preparati – che rivendicava diritti e condizionando il presente poneva un’opzione sul futuro. Poneva pure un’opzione sul passato, sulla storia – il Risorgimento, l’Unità – per porne una sul presente.

La cesura tra Pirandello e i Fasci siciliani è reale – e si può dire che la cesura fosse collettiva, nazionale: i Fasci, colpiti da una repressione brutale, scomparvero, tutta la loro esperienza si svolge nell’arco di tre-quattro anni – e talmente compiuta, talmente “biografica”, l’elaborazione di questa distanza, da costruirci una materia narrativa. Eppure, la drammaticità di quel periodo – e lo schierarsi, le passioni, i conflitti, i percorsi e i pensieri individuali, dei personaggi e degli uomini, la brutalità e le speranze, mentre tutt’intorno sta nascendo un mondo, – esplode intera nel romanzo e rimane ancora oggi integra, dato che le domande individuali e collettive intorno all’esplodere di un movimento sociale si ripresentano sempre. Quando si è davvero preparati all’esplodere di un movimento sociale radicale? Quando si è pronti per un’insurrezione? Possiamo cioè ancora interrogarci sullo spaesamento che ogni rivolta porta con sé piuttosto che soltanto leggere e capire da una nostra distanza storica eventi ormai sepolti nel tempo.

«Un manifesto era stato attaccato ai muri, ma il popolino lo ignorava; e, ignorandolo, al solito, come altrove, coi ritratti del re e della regina, un crocefisso in capo alla processione, gridando – Viva il re! Abbasso le tasse! – s’era messo a percorrere le vie del paese, finché, uscendo dalla piazza e imboccando una strada angusta che la fronteggiava, vi aveva trovato otto soldati e quattro carabinieri appostati. L’ufficiale che li comandava aveva preso questo partito con strategia sopraffina, perché la folla inerme, lì calcata e pigiata, alle intimazioni di sbandarsi non si potesse più muovere; e lì non una ma più volte, aveva ordinato contro di essa il fuoco. Undici morti, innumerevoli feriti, tra cui donne, vecchi, bambini. Ora, tutto era calmo, come in un cimitero». [I vecchi e i giovani, p. 237] La narrazione di Pirandello, cruda come un reportage, ripercorre la strage di Santa Caterina Villermosa del 5 gennaio 1894. Il 3 gennaio, a Palermo, il generale Morra di Lavriano in virtù dei poteri conferitigli da Crispi aveva decretato lo stato d’assedio, sciolto per legge i Fasci dei lavoratori e disposto l’arresto dei membri del Comitato centrale. Era passato esattamente un anno dall’intensificarsi del ciclo di manifestazioni, scioperi e proteste iniziato il 3 gennaio del 1893 a Catenanova. In quell’anno ci furono centoventi manifestazioni in Sicilia di cui abbiamo una qualche registrazione: occupazioni di terre, scioperi dei braccianti agricoli per l’aumento dei salari, scioperi dei minatori contro i gabelloti, scioperi dei mietitori, proteste contro le tasse, richieste dei patti colonici e per l’abolizione del cottimo, incendi dei casotti daziari, devastazioni di municipi.

Anche festeggiamenti, per l’ottenimento dei nuovi patti colonici, per qualche aumento di salario, per l’allontanamento di un delegato di polizia o di qualche amministratore. Ci furono anche, quasi subito – nell’agosto stesso, a Comiso, Vittoria, Trapani, Balestrate, Terranova, Trappeto, Barcellona, Scordia, Porto Empedocle, Cefalù, Favara, Mazzara del Vallo, Palermo, Santa Ninfa, Aidone, Sutera, Melilli, Calatafimi, San Piero Patti, Sant’Angelo di Brolo – dimostrazioni di protesta dopo i fatti di Aigues Mortes, in Francia, quando i nostri connazionali che lavoravano nelle saline vennero linciati perché accusati di sottrarre lavoro ai francesi. Non c’era internet e la rete al tempo, ma i movimenti sociali si muovevano egualmente veloci. E ci furono anche a Licodia Eubea, a Naso, a Caccamo, a Militello, a Siracusa, manifestazioni al grido di “abbasso Giolitti, viva Crispi”. Questo, certo, prima che Crispi desse pieni poteri al generale Morra. A quel punto restò ai contadini solo l’intercessione delle immagini del re e della regina, come santi da portare in corteo, insieme alla Vergine e al Cristo – Hobsbawm nel suo I ribelli diede molto peso a questo aspetto religioso e millenaristico, ma i Fasci non erano i giurisdavidici di Lazzaretti riuniti in “comunità evangelica” sul monte Amiata – sperando che li proteggessero. Perché le stragi erano iniziate da subito: il 20 gennaio del 1893 a Caltavuturo, 13 morti. Poi, erano proseguite, punteggiando le proteste: il 6 marzo, a Serradifalco, 2 morti; il 6 agosto, ad Alcamo 1 morto. Fino allo sconquasso degli ultimi mesi: il 10 dicembre, a Giardinello, 11 morti; il 25 dicembre, a Lercara, 11 morti; l’1 gennaio del 1894, a Pietraperzia, 8 morti; il 2 gennaio, a Belmonte Mezzagno, 2 morti; il 3 gennaio, a Marineo, 18 morti; e il 5 gennaio, a Santa Caterina Villermosa, 14 morti, di cui racconta Pirandello. Poi, appunto, la calma di un cimitero. Tra Giolitti e Crispi, per i contadini e i solfatari si manifestò una continuità di eventi, dato che la prima strage, a Caltavuturo, era accaduta con il vecchio liberale piemontese riformista e trasformista – che dietro le proteste si raccomandò a evitarne altre –, e l’ultima, a Santa Caterina Villermosa, accadde con il vecchio garibaldino rivoluzionario ora uomo di ferro. Non bastarono neppure la Vergine e il Cristo a proteggerli, i contadini.

Il primo Fascio venne inaugurato a Messina nel 1888 da Nicolò Petrina, un giovane che si era molto distinto fondando la Croce rossa e portando soccorso alla popolazione durante il colera del 1884, e godeva di estrema popolarità. Petrina riunificò in un’unica sigla e un’unica organizzazione una radicata presenza di società e leghe di mutuo soccorso e resistenza operaia e artigianale. La denominazione “Fascio” non era nuova: era stata già usata, nel decennio precedente, da associazioni operaie romagnole, per rinvigorire simbolicamente il carattere di “società di resistenza” delle loro associazioni. L’esperienza di Petrina a Messina venne bruscamente interrotta dall’arresto e dal carcere e il fascio locale non resse a quest’assenza. Fu con De Felice Giuffrida a Catania, nel 1891, che i Fasci ebbero un impulso straordinario, diffondendosi dalla città alla campagna delle province. E la loro peculiarità. E la consacrazione nell’isola avvenne con l’occasione dell’Esposizione universale a Palermo del 1892. Gli guastarono la festa: in mille arrivarono da Catania, sfilando in corteo – “passeggiate”, le chiamavano i Fasci – per la città. Nacque il Fascio di Palermo, sotto la direzione di Bernardino Verro, un impiegato comunale espulso per le sue idee, e poi fu uno sviluppo rapido e impetuoso. Al processo del 1894 si favoleggiò di trecento Fasci capaci di mobilitare 350mila uomini, ma De Felice fu più modesto e precisò che si trattava “solo” di 175 Fasci in tutta la regione. Per Pirandello: «centosessantatré fermamente costituiti, trentacinque in via di formazione» [I vecchi e i giovani, p. 173].

Avvenne pure che l’esperienza dei Fasci superò lo stretto di Messina, e a essi si ispirarono analoghe organizzazioni in Calabria, a Napoli e nell’Emilia, mentre eguali moti scoppiavano in Puglia e nella Lunigiana. Comunque, i dati più attendibili parlano di 119 Fasci nell’agosto del 1893, saliti a 163 nel novembre, per cui è credibile la valutazione di De Felice [e di Pirandello] che si riferiva soltanto a quelle strutture esplicitamente riconosciute dal gruppo dirigente. I Fasci, come le manifestazioni di protesta, si riproducevano spontaneamente. In ogni caso, per avere un’idea di quale fosse la “forza” dei Fasci, a Casteltermini, su 14mila abitanti, i soci sono quattromila; a Piana dei Greci, su 9mila abitanti, i soci sono 2mila e cinquecento a cui vanno sommate mille donne; a Corleone, su 17mila abitanti, si contano seimila soci fra uomini e donne; a Santa Caterina Xirbi, ci sono iscritti 400 contadini; a Villarmosa duemila minatori; a Castrogiovanni, duemila; a Sommatino, sono mille e ottocento, di cui duecento donne. Sono numeri impressionanti per la diffusione e la capillarità – ancorché reali, dato che bisognava pagare con regolarità ogni mese la propria quota di dieci soldi per avere e mantenere la tessera di socio. Per essere un “fratello”. Per capirli ancora meglio, bisogna raffrontarli con tutta la manodopera della campagna: nel 1903 [Vacirca, ma Giarrizzo non si discosta di molto] si calcolò in 476mila il numero dei giornalieri e 250mila per tutte altre categorie, tra cui 75mila «contadini, possidenti in parte e in parte fittavoli, mezzadri e giornalieri». Se 700mila era tutta la forza-lavoro della terra [e probabilmente, nel 1903, a dieci anni dai Fasci, già diminuita per processi di urbanizzazione e emigrazione] e 350mila quelli mobilitati dai Fasci [anche a prendere con le molle un dato non registrato], significa che la metà era in lotta. Quando il 31 luglio 1893 iniziò a Corleone la lotta per modificare e chiedere nuovi Patti colonici, nelle province di Palermo, Trapani, Agrigento e Caltanissetta tra agosto, settembre e ottobre la mobilitazione mosse 50mila unità. E successi elettorali si colsero dove vennero presentate liste amministrative, a Messina, Catania, Caltanissetta, Alcamo, Piana degli Albanesi. Dovevano fare proprio paura, con le loro coccarde, le loro sciarpe rosse, i loro stendardi, le loro bande musicali, le loro passeggiate, le loro Sante Vergini, tutti questi “fascianti”. Paura e entusiasmo, a seconda, certo. A secondo del luogo in cui si colloca lo sguardo. Una cosa nuova che la chiamavano sciopero [Sipala]. Una materia fantastica. Un’epopea.

Nei primi giorni di ottobre del 1893 giunge in Sicilia Adolfo Rossi, brillante e affermato giornalista autore di reportage di successo apparsi su diversi giornali e riviste. Vi è stato inviato da uno dei più diffusi quotidiani dell’Italia centro-meridionale, «la Tribuna», con l’incarico di compiere un’ampia inchiesta giornalistica sul fenomeno dei Fasci, le cui risultanze appariranno in undici puntate, tra l’8 ottobre e il 3 novembre 1893 [Fedele]. L’inviato della «Tribuna» volle conoscere di persona la realtà dei Fasci e animato da tale proposito compierà un giro, in ferrovia, a diligenza, a cavallo, visitando ampie zone dell’interno, nelle province di Palermo, Caltanissetta e Agrigento. Scenderà nelle miniere di zolfo e vedrà i carusi, veri schiavi del lavoro, ricavandone una pena infinita, parlerà direttamente con centinaia di contadini, artigiani, minatori. Rossi, che rimarrà colpito dalle «processioni», dai fuochi di paglia e dalle torce a vento nella notte per avvisarsi un paese con l’altro dell’arrivo di un “capo”, dalle fanfare e dai festoni, dalle carmagnole nere – una pellegrina, con un cappuccio che si chiudeva lasciando scoperti solo gli occhi, sorta di indumento da black bloc – e dai distintivi rossi, e dall’«alone di santità» che circonda alcuni dirigenti dei Fasci, riporta con stupore la significativa presenza femminile. È tutta una carrellata di donne contadine, combattive e determinate, ma alcune rimangono davvero impresse. Siamo al Domatë ë gghindevet cë scerbejn, che poi è il Fascio dei lavoratori di Piana degli Albanesi: «Vedete questa nostra compagna? Mi dissero poi mostrandomi una bella giovane diciottenne, formosa, dai grandi occhi neri, che col viso incorniciato dalla mantellina albanese di lana bianca aveva tutto l’aspetto di una vestale. – Durante l’ultimo tumulto ella si avanzò verso i soldati che avevano spianato le armi contro il popolo e disse loro: “Avreste il coraggio di tirare contro di noi?” Un soldato le rispose piano, per non farsi sentire dagli ufficiali: “Io per me ti do anche il fucile, se lo vuoi”. Il capitano poi le disse: “Invitate le vostre compagne e i vostri uomini a gridare: Viva il Re! Viva l’esercito! e tutto sarà allora finito”. Così infatti avvenne. Da quel momento noi abbiamo scelto questa compagna per portabandiera della sezione femminile del Fascio». Tra non molto non sarebbe bastato gridare Viva il re! e tutto il coraggio di una portabandiera. Ma ancora: «In un giorno attorno alla metà di dicembre del 1893 il Fascio di Santa Ninfa si reca, fanfara e bandiera rossa in testa, nella vicina Gibellina per partecipare all’inaugurazione della locale sezione del Fascio.

Al momento del ritorno dei “fascianti” nel paese, decide di andare loro incontro, nonostante il buio e l’ora tarda, il fascio femminile, composto in gran parte di ragazze nubili. Queste, con fanali, uscirono in aperta campagna per un tratto non breve e sole andarono incontro al fascio degli uomini, cosa che non avrebbero fatto in altri tempi e per qualsiasi altro motivo. Possono maggiormente valutare ciò coloro che conoscevano le nostre donne di allora: era il caso di dire che non si ragionava più». Non si ragionava più. Era proprio il caso di dirlo. Rossi riporterà anche un fatto curioso: i contadini si lasciavano crescere i baffi. «È uno spirito nuovo che si manifesta tra la folla dei contadini poveri, laceri, macilenti; tra i seimila villani – prima del Fascio, come in quasi tutta la Sicilia, anche a Piana degli Albanesi i contadini usavano radersi completamente la faccia –, che in ottemperanza all’invito di Barbato, hanno deciso di portare i baffi come caratteristica della propria dignità umana rivendicata, non si odono più le espressioni consuete di “bacio le mani” né di “vostra eccellenza ci benedica”. Non è cosa da poco». Non erano cosa da poco, i baffi. Non si ragionava più. Una materia fantastica per la narrazione. Un’insurrezione come non s’era mai veduta.

«Non voleva credere che le banche avessero largheggiato verso il Governo per fini elettorali, per altri più loschi fini coperti; e che, favore per favore, il Governo avesse proposto leggi che per le banche erano privilegi, e difeso i prevaricatori, proponendoli agli onori della commenda e del Senato. Ma non poteva negare che fosse stato aperto il credito a certi uomini politici carezzati, che in Parlamento e per mezzo della stampa avevano combattuto a profitto delle banche falsarie, tradendo la buona fede del paese; e che questi gaudenti avessero voluto occultare ciò che da tempo si sapeva o si poteva sapere; e che, ora che le colpe avventavano, si volesse percuotere, ma con la speranza che la percossa ai più deboli salvasse i più forti». [I vecchi e i giovani, p. 146] Lo scandalo della Banca Romana, e in generale la crisi del sistema bancario, fu causato dalla grave depressione iniziata nel 1887-88 e dagli eccessivi investimenti nel settore edilizio, dopo il trasferimento della capitale. Per coprire le perdite, l’istituto di credito della capitale non solo iniziò a emettere nuova moneta senza autorizzazione, ma arrivò addirittura a stampare due serie di biglietti con lo stesso numero di serie, in modo da raddoppiare l’emissione di moneta in circolazione: la Banca Romana, a fronte dei 60 milioni autorizzati, per cui possedeva sufficienti riserve auree, aveva emesso biglietti di banca per 113 milioni di lire, incluse banconote false per 40 milioni emesse in serie doppia. Il presidente del Consiglio Giovanni Giolitti promosse un’inchiesta e il governatore della Banca Romana Bernardo Tanlongo venne arrestato. Dal carcere, Tanlongo affermò di aver dato cospicue somme anche a diversi presidenti del consiglio, tra cui Giovanni Giolitti e Francesco Crispi.

Lo scandalo ebbe non soltanto enorme risonanza nell’opinione pubblica, ma anche pesanti ripercussioni sia a livello politico, sia sul sistema economico e bancario italiano. A seguito del caos finanziario, Giolitti pose mano rapidamente al riordino del sistema creditizio. Ancora tre decenni dopo l’Unità, in Italia vi erano ben sei banche centrali con la facoltà di emettere biglietti di banca intitolati al Regno d’Italia: la Banca Romana, la Banca Nazionale di Torino, il Banco di Napoli, il Banco di Sicilia, la Banca Nazionale Toscana e la Banca Toscana di Credito. Fu fondata la Banca d’Italia attraverso la fusione della Banca Nazionale con le due banche toscane e alla nuova banca fu affidata la liquidazione della Banca Romana. Il procedere del processo penale e dello scandalo derivato dalla vicenda, con il sospetto di coinvolgimento degli uomini politici e di occultamento delle prove, portò nel novembre 1893 a una crisi politica e alle dimissioni di Giovanni Giolitti da capo del Governo, sostituito in dicembre da Francesco Crispi. [Wikipedia] Certo, rispetto le raffinatezze dell’economia finanziaria di oggi appare un po’ primitivo e rozzo il sistema di stimulus inventato da Tanlongo – che si appoggiò a una tipografia londinese per raddoppiare le serie dei biglietti. Eppure, la “creatività finanziaria” – nove milioni di lire riapparvero in una notte, tramite un prestito virtuale fra collegate – costeggia sempre tra la violazione delle regole e l’agibilità in territori dove le regole non sono ancora vigenti. La bolla immobiliare della speculazione edilizia a Roma, soprattutto, ma anche a Napoli, Torino, Palermo, Firenze, in un ciclo di edificazione selvaggia che sembrava senza fine scoppiò ai primi segni di crisi, trascinandosi dietro il sistema finanziario. Non è una novità. La riorganizzazione del sistema creditizio finì con il produrre un aggravarsi della recessione economica. Non è una novità. E «la speranza che la percossa ai più deboli salvasse i più forti», anche questa non è una novità. La novità, allora, furono i Fasci.

Emanuele Notarbartolo dal 1862 è prima reggente poi titolare del Banco di Sicilia. Arruolatosi con l’esercito dei Savoia, si aggrega anche alla spedizione dei Mille con Giuseppe Garibaldi. Nel 1865 è assessore alla polizia urbana a Palermo, con Antonio Starrabba, marchese di Rudinì, come sindaco e nel 1873 viene eletto lui stesso sindaco di Palermo. Dal 1876 si occupa a tempo pieno del Banco di Sicilia: il Banco è sull’orlo del fallimento, e l’opera di Notarbartolo evita di far collassare l’economia siciliana. Il suo lavoro inizia a inimicargli molta gente. Il consiglio della banca è composto principalmente da politici, molti dei quali legati alla mafia locale. Nel 1882 il marchese viene sequestrato per un breve periodo. L’1 febbraio 1893, nel tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, venne ucciso con 27 colpi di pugnale da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, legati alla mafia siciliana. È il primo delitto eccellente di mafia [Wikipedia]. Si disse anche che Notarbartolo si fosse opposto alla «fabbricazione di moneta» del Banco – che aveva facoltà di stampa di moneta nazionale – per il Tanlongo. Tutto si aggrovigliava in Sicilia. Dal luglio 1887 al febbraio del 1891, e dal dicembre 1893 al marzo 1896, a capo del governo c’è Crispi, capo della Sinistra storica, un siciliano. Dal febbraio 1891 al maggio 1892 e dal marzo 1896 al giugno 1898, a capo del governo c’è di Rudinì, capo della Destra storica e del latifondo, un siciliano. Giolitti è dunque un intermezzo, dal maggio 1892 al dicembre 1893, in questo decennio in cui le stragi di Sicilia portano la firma di Crispi e quella delle cannonate di Bava Beccaris a Milano porta la firma di di Rudinì. Crispi e di Rudinì erano entrambi garibaldini, avevano “fatto” il Risorgimento, come peraltro mille altri, come lo stesso Notarbartolo. L’autobiografia di un siciliano, l’autobiografia della Sicilia era autobiografia del Risorgimento di una nazione e dello Stato che ne era venuto fuori. Eccolo, il senso di quel «romanzo autobiografico» di Sciascia. Tutto si aggroviglia lì. Due mesi prima di morire, don Sturzo scrisse: «Nel 1892-93, periodo delle polemiche sulla Banca Romana, io […] mi sentivo estraneo alla politica locale, divisa fra crispini e rudiniani e del tutto ostile ai governi di Roma per i metodi usati in Sicilia; mi sentivo fin da allora regionalista e autonomista avanti lettera». Don Sturzo, fondatore del Partito popolare cattolico, è l’unico che pensa a un programma politico, che sarà poi fondamento costituzionale e istituzionale della nazione, a partire dagli eventi di Sicilia.

«E prese a raccontare, con atteggiamento, di grave costernazione, i fatti avvenuti di recente in Sicilia, a Serradifalco, a Catenanuova, ad Alcamo, a Casale Floresta, i quali provavano come in tutta l’isola covasse un gran fuoco, che presto sarebbe divampato; e a rappresentar la Sicilia come una catasta immane di legna, d’alberi morti per siccità, e da anni e anni abbattuti senza misericordia dall’accetta, poiché la pioggia dei benefizii s’era riversata tutta su l’Italia settentrionale, e mai una goccia ne era caduta tra le arse terre dell’isola. Ora i giovincelli s’erano divertiti ad accendere sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco. Erano per adesso piccoli scoppii striduli, crepitìi qua e là; scappava fuori ora da una parte ora dall’altra qualche lingua di fiamma minacciosa; ma già s’addensava nell’aria come una fumicaja soffocante. E il peggio era questo: che il Governo invece d’accorrere a gettar acqua, mandava soldati a suscitare altro fuoco col fuoco delle armi». [I vecchi e i giovani, p. 187] E il peggio era questo, che il Governo mandava solo soldati. «Quei contadini di Sicilia, trovando nella rabbia per l’ingiustizia altrui il coraggio d’affermare con violenza un loro diritto, s’erano recati a zappare le terre demaniali usurpate dai maggiorenti del paese, amministratori ladri dei beni patrimoniali del Comune: intimoriti dall’intervento dei soldati, avevano sospeso il lavoro ed erano accorsi a reclamare al Municipio la divisione di quelle terre; assente il capo, s’era affacciato al balcone un subalterno che, per allontanare il tumulto, li aveva consigliati di ritornar pure a zappare; ma per via la folla aveva trovato il passo ingombro dalla milizia rinforzata; accennando di voler resistere, s’era veduta prima assaltare alla bajonetta; poi, a fucilate, per avere agitato in aria le zappe a intimorir gli assalitori. Dodici, i morti; più di cinquanta, i feriti: tra questi, alcuni bambini, uno dei quali crivellato da ben sette bajonettate». [I vecchi e i giovani, p. 148] E il peggio era questo, che il Governo mandava solo soldati.

«Due cadaveri in quella cassa, uno su l’altro: uno con la faccia sotto i piedi dell’altro. Quello di sopra era d’un ragazzo. Divaricate, le gambe; la testa, affondata tra i piedi del compagno. A guardarlo così capovolto, pareva dicesse, in quell’atteggiamento: – No! No! – con tutto il visino smunto, dagli occhi appena socchiusi, contratti ancora dall’angoscia dell’agonia. No, quella morte; no, quell’orrore; no, quella cassa per due, attufata da quel lezzo crudo e acre di carneficina. La più raccapricciante era la vista dell’altro, di tra le scarpe logore del ragazzo, coi grandi occhi neri ancora sbarrati e un po’ di barba fulva sotto il mento. Era d’un contadino nel pieno vigore delle forze. Con quei terribili occhi sbarrati al cielo, dal corpo supino chiedeva vendetta di quell’ultima atrocità, del peso di quell’altra vittima sopra di sé. – Vedete, Signore, – pareva dicesse, – vedete che hanno fatto!» [I vecchi e i giovani, p. 238] E il peggio era questo, che il Governo mandava solo soldati. «E qual rovinio era sopravvenuto in Sicilia di tutte le illusioni, di tutta la fervida fede, con cui s’era accesa alla rivolta! Povera isola, trattata come terra di conquista! Poveri isolani, trattati come barbari che bisognava incivilire! Ed erano calati i Continentali a incivilirli… e i tribunali militari, e i furti, gli assassinii, le grassazioni, orditi ed eseguiti dalla nuova polizia in nome del Real Governo; e falsificazioni e sottrazioni di documenti e processi politici ignominiosi: tutto il primo governo della Destra parlamentare! E poi era venuta la Sinistra al potere, e aveva cominciato anch’essa con provvedimenti eccezionali per la Sicilia… – Ridere, ridere! – incalzò donna Caterina con più foga. – Lo sa bene anche lei come quegli ideali si sono tradotti in realtà per il popolo siciliano! Che n’ha avuto? Com’è stato trattato? Oppresso, vessato, abbandonato e vilipeso! Gli ideali del Quarantotto e del Sessanta? Ma tutti i vecchi qua gridano: Meglio prima! Meglio prima! La Francia che soffia nel fuoco? Lei si conforta così? Sono tutte calunnie, le solite, quelle che ripetono i ministri, facendo eco ai prefetti e ai tirannelli locali capielettori; per mascherare trenta e più anni di malgoverno! Qua c’è la fame, caro signore, nelle campagne e nelle zolfare; i latifondi, la tirannia feudale dei cosiddetti cappelli, le tasse comunali che succhiano l’ultimo sangue a gente che non ha neanche da comperarsi il pane! Si stia zitto! Si stia zitto! Perché voi lo vedrete, – concluse. Faccio una facile profezia: non passerà un anno, assisteremo a scene di sangue». [I vecchi e i giovani, p. 59] Non passerà un anno. Una facile profezia.

Nella sua Storia d’Italia, Benedetto Croce si chiede se era possibile o concepibile che «la prima regione d’Italia, in cui il socialismo marxistico e rivoluzionario parve fare le prime prove pratiche e discendere alla effettiva rivoluzione fosse la meno industriale, la meno progredita, la più distaccata dal resto d’Italia, la Sicilia» [Renda]. In realtà, i primi a non considerarlo concepibile furono proprio i socialisti. Il meccanicismo positivistico è come un mantra: industrializzazione, civiltà, progresso. Al congresso di Reggio Emilia del 1893, mentre in Sicilia da oltre un mese è in corso lo sciopero agrario in quattro province, i socialisti assumono un punto di vista sulla questione delle campagne assolutamente “operaista”: «sorvegliare e dirigere l’azione economica del partito, specialmente fra gli operai di città e di campagna». Gli operai di campagna. I contadini sono guardati con sospetto: «nei nostri paesi dell’Italia media, ad esempio, dove fra gli agricoltori sono rari i giornalieri, ove vige su larga scala il contratto di mezzadria, ove la piccola proprietà agricola è ancora abbastanza estesa, la propaganda nelle campagne incontra gravi difficoltà, per quel relativo benessere in cui si trovano gli abitanti rurali; benessere che li tiene asserviti alla borghesia, la quale usa del contadino come strumento per mantenersi a capo delle pubbliche amministrazioni e per continuare l’opera di sfruttamento a danno delle classi lavoratrici». [Renda] È un giudizio durissimo, ovviamente non condiviso da tutto il Congresso. Si parlò di cooperative agricole per la coltivazione in comune delle terre; di cooperative per l’acquisto dei concimi e l’uso in comune di macchine agricole; di depositi di prodotti che permettessero di anticipare parte del loro valore ai mezzadri e ai piccoli proprietari, e di vendere poi i prodotti stessi nei momenti più opportuni. Tutte cose, peraltro – cooperative di consumo e spacci alimentari – che i Fasci stavano già ampiamente sperimentando. Ma una decisione vincolante congressuale non fu presa e il dibattito – che implicava e si sovrapponeva a quello dell’alleanza tattica con altri partiti per le elezioni – fu rinviato. I Fasci restarono soli. Tra il 1888 e il 1895, in Sicilia esplode il dramma della crisi agraria, che non è solo del grano ma anche del vino, per via della guerra tariffaria con la Francia, e si intreccia a quella dello zolfo, per via del prodotto americano.

A partire dagli ultimi mesi del 1892 la situazione diventa intollerabile. De Felice, al processo, dirà che il raccolto dei grani del 1892 e del 1893 fu inferiore del 44 percento, e tutti gli altri di un terzo e un quarto. E qui si colloca la diffusione straordinaria dei Fasci nel contesto rurale, con l’adesione a essi non soltanto dei braccianti, ma anche di una porzione considerevole dei mezzadri e dei piccoli proprietari e di settori non irrilevanti di piccoli proprietari pesantemente penalizzati dalla crisi. Ad organizzarli «centinaia di giovani professionisti e studenti universitari siciliani, espressione di un fenomeno che negli ultimi anni del secolo vede settori certamente minoritari ma non insignificanti della gioventù studiosa siciliana abbracciare la causa del riscatto della loro terra» [Fedele]. Eccolo, il «dramma della generazione» di Pirandello. Il dramma di chi si affaccia al mondo e incontra qualcosa che mai s’è veduto prima. I Fasci non sono un fenomeno dell’arretratezza – i processi di urbanizzazione si accompagnano a quelli di ruralizzazione – delle campagne, né un fenomeno epigone di un Risorgimento “incompiuto”, ma un’intuizione straordinaria sulla crisi e sul conflitto: lo scontro non è solo tra classi, ma direttamente con lo Stato – con la richiesta di abolire o ridurre le tasse comunali, sciogliere le amministrazioni locali –, non c’è mediazione dei partiti ma immediato protagonismo di masse popolari, e, soprattutto, utilizzano la piazza come luogo naturale ove la lotta trova il modo di esplicarsi in tutto il vigore. È la lotta di strada. È il tumulto. È l’insurrezione. Tra il 1891 e il 1893 le contraddizioni politiche tra classi dirigenti dello Stato, la crisi economica, la crisi finanziaria, la recessione, e l’affacciarsi di una “cosa” che mai si era vista prima, un movimento sociale composito e insorgente, si concentrano tutte in un territorio. Tutto si aggroviglia lì, in Sicilia. «Sapeva, sì, che già prima nelle Romagne, nel Modenese, nelle province di Reggio Emilia e di Parma, nel Cremonese, nel Mantovano, nel Polesine, era sorto a far le prime armi il socialismo italiano; ma tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Rivelazione improvvisa, prodigiosa!» [I vecchi e i giovani, p. 170] Tutt’altra cosa era adesso in Sicilia! Un prodigio, in Sicilia! Ma i socialisti cercano soprattutto di allontanare da sé l’accusa di avere parte, diretta o indiretta, nei tumulti popolari. Salvemini sarà spietato: «La jacquerie del ’93 fu una convulsione isterica, nella quale il socialismo ci entrò solo perché, essendovi nel resto del mondo un partito socialista rivoluzionario, questi affamati saccheggiatori di casotti daziari credettero di essere socialisti anche essi». I Fasci rimangono soli. I contadini rimangono soli.

Quando ormai le stragi di contadini sono diventate quotidiane, lo stato d’assedio è proclamato, i dirigenti e i militanti dei Fasci sono già in prigione, Eduardo Boutet – un giovane brillante critico teatrale napoletano molto letto e seguito – pubblicava nel «Don Chisciotte» di Roma del 7 gennaio 1894 un articolo dal titolo: Sicilia verista e Sicilia vera. È un attacco frontale, senza riguardi, contro i grandi vecchi del verismo, del romanzo realista, Capuana e Verga: «E voi scrittori siciliani, di novelle, di bozzetti, di macchiette e via, perché ne’ vostri libri, non avete narrate quelle sciagure? Luigi Capuana e Giovanni Verga hanno sempre dichiarato che essi riproducevano, dall’ambiente al carattere, il vero. Tutto e solo per la verità. Né è stato consentito mai il dubbio sulla validità del documento. Si era convinti e persuasi, perché dubitare della sincerità?, che quelle creature rese poi addirittura popolari nel mondo dalle note di Cavalleria Rusticana, fossero così e non altrimenti. E si giurava che quella era la verità, tutta la verità, niente altro che la verità: Cavalleria rusticana, e Santuzza, e Turiddu e compare Alfio, con relative piccole sventure di persone, non tragedie di popolo, anzi gente di buon augurio in fondo. Ma ecco i fatti di Sicilia. Quella letteratura speciale e caratteristica, dove aveva trovato i suoi documenti? Il vero… il vero come? il vero dove? Quelle macchiette, quei bozzetti, quelle novelline di dove fiorivano?

Quale fosse il martirio precisamente de’ contadini proprio di quelli che fornivano il modello secondo tutte le Cavallerie rusticane del genere, si vede nei tristi casi di questi giorni. Altro che compari Turiddu e compari Alfio, e morsetti all’orecchio e male pasque a te e a me! Basta la storia squadernata al sole della sola zolfara per sentirsi spezzare l’anima. Invece compare Alfio se ne veniva a cantare allegramente alla ribalta: Oh, che bel mestiere fare il carrettiere. Ecco, è chiaro. Vuol dire che la Sicilia degli scrittori che riproducevano dal vero, è diversa, assai diversa, dalla Sicilia vera: popolo che soffre tutti gli strazi e tutti i soprusi, e che cerca nella morte la fine de’ patimenti più infami e più ingiusti. Vuol dire che la Sicilia-Cavalleria Rusticana, nella quale si può riassumere la macchietta, il bozzetto e la novella, era una Sicilia esercitazione letteraria, quindi retorica nel metodo, e nel fine una Sicilia d’osservazione in prima pelle, o in quanto si presta alla grazietta accademica e nulla più: di maniera. Vuol dire che quegli scrittori hanno forse tutte le doti di artisti, non mi riguarda, ma quando gridano di riproduzione dal vero non sono esatti: si sono fermati a’ giubbetti ed ai fioretti, e nelle anime non hanno guardato: se le anime avessero vedute e sentite ben altro dovere avrebbero dato alla loro letteratura. Con i carusi non si fanno i volumini gingilli e le illustrazioncelle civettuole pe’ salottini rococò!»

Boutet – che di sicuro ha letto i reportage di Rossi e ne è rimasto impressionato – sembra dire due cose e non soltanto una a Capuana e Verga. La prima, che la loro narrativa non fosse poi davvero veristica, non fosse cioè capace di intercettare la realtà del tempo; la seconda, che si fosse fermata alla superficie dei fatti e dei personaggi, senza guardare dentro le loro anime. Entrambe, la superficialità e il manierismo dei narratori siciliani che, in quel momento, sono «la» letteratura nazionale, a me però non sembra colgano il punto. L’antagonismo fra scritture non poteva ridursi – e questo è un argomento che ancora oggi ci pertiene – tra reportage giornalistico aderente alle cose e narrazione dove la verità dei fatti si mescola alla finzione. Il vero… il vero come? il vero dove? Io direi piuttosto: Il vero, quale? Boutet sembra spingere per un «linguaggio delle cose», quello che Pirandello indicherà come antagonista al «linguaggio delle parole». Ma quali cose? In ogni caso, Capuana si sente piccato e s’incarica di rispondere, sullo stesso giornale, per le rime a Boutet. «Sotto l’incubo dei terribili telegrammi che arrivano di laggiù, voi vi siete rammentato di compare Alfio, di compare Turiddu, e siete rimasto strabiliato di vedere che in Sicilia, invece di ammazzarsi con la solita regola di mordersi l’orecchio, si fanno ammazzare in tutt’altri modi e ammazzano e incendiano e devastano come non fa nessuno dei personaggi di Cavalleria rusticana: e allora, avete esclamato: – Ma che sono venuti a contarci il Verga e il Capuana coi loro pretesi siciliani? I veri siciliani sono questi qui, questi dei telegrammi della Stefani! Che ne sapete voi, caro Boutet, che non siete mai stato in Sicilia? Come potete giudicare che i veri siciliani siano questi e non gli altri da noi descritti. Ecco, leggete qui: “Sciorinarono dal campanile un fazzoletto a tre colori, suonarono le campane a stormo, e cominciarono a gridare in piazza: Viva la libertà! Come il mare in tempesta, la folla spumeggiava e ondeggiava davanti al casino dei galantuomini, davanti al Municipio, sugli scalini della chiesa: un mare di berrette bianche; le scuri e le falci luccicavano. Poi irruppe in una stradicciuola. – A te prima, barone! che hai fatto nerbare la gente dai tuoi campieri! – Innanzi a tutti gli altri una strega, coi vecchi capelli irti sul capo; armata soltanto delle unghie. – A te prete del diavolo, che ci hai succhiato l’anima! – A te, ricco epulone, che non puoi scappare nemmeno, tanto sei grasso del sangue del povero! – A te, sbirro, che hai fatto la giustizia solo per chi non aveva niente! – A te guardaboschi! che hai venduto la tua carne e la carne del prossimo per due tarì al giorno! E il sangue che fumava e ubbriacava. Le falci, le mani, i cenci, i sassi, tutto rosso di sangue! – Ai galantuomini! Ai cappelli! Ammazza! Ammazza! Addosso ai cappelli”. Vi pare un telegramma da Caltavuturo o da Valguarnera? Ebbene è proprio il principio di una delle Novelle rusticane del Verga. Voi parlate d’arte, sentenziate che gli autori contemporanei dovrebbero sentir fremere nell’anima l’opera civile, l’opera d’arte verrebbe poi! Caro Boutet, permettetemi di dirvi che questa non è materia vostra, e che fareste meglio a non buttarvi in tal ginepraio. L’opera d’arte viene quando dee venire, cioè quando c’è l’artista che sa farla; e pare che, a giudizio dei competenti, il Verga e qualche altro abbiano saputo farla, senza preoccuparsi dei Fasci e dell’onorevole De Felice, osservando la Sicilia in istato normale, in istato di sanità e non di eccitazione morbosa». La Sicilia è per Capuana in stato di eccitazione morbosa. È, come diceva Salvemini, in una convulsione isterica. Non la si può capire così. Non si ragionava più. Capuana non la riconosce più. O ne conosce solo gli sbotti tumultuosi di sempre – Ammazza, ammazza. È quella la verità della Sicilia, per il verismo. E forse non solo per il verismo: Mario Rapisardi, il “lirico” poeta catanese di risonanza nazionale – Pirandello, in gioventù ne era affascinato, ma presto la sua scrittura se ne allontanò – aveva declamato nel Canto dei mietitori: «O benigni signori, o pingui eroi, / Vengano un po’ dove falciamo noi: / Balleremo il trescon, la ridda, e poi… / Poi falcerem le teste a lor signori». Per Capuana, i De Felice e i Fasci passano, o contano poco. Resta sempre: Ammazza, ammazza. Un’anima violenta e dura, cupa e sanguinaria. Da fermare con l’esercito. Capuana e Verga [l’incipit riportato da Capuana è quello della novella Libertà di Verga] hanno attestato la loro letteratura sul Risorgimento. E sulla proprietà. È quello il loro verismo: la proprietà della terra. Senza la proprietà della terra, resterebbe il caos, u’ cavusu. E questo è il punto: in nome del Risorgimento, che è forma dello Stato italiano, della politica italiana fra una Destra storica e una Sinistra storica – Trenta e più anni di malgoverno. Meglio prima! Meglio prima! – che sono affare di siciliani, bisogna fermare quel caos. Loro, meglio di chiunque altro, sanno quale prateria si va incendiando. Senza proprietà della terra, c’è il caos. È qui che si colloca il “vero” – il vero, come? il vero, dove? il vero, quale? «L’uomo incappucciato esitò ancora un po’, prima di rispondere; volse intorno gli occhi sospettosi, poi mormorò, sempre dentro il cappuccio: – M’hanno parlato a quattr’occhi… Persona fidata… Dice che… E s’interruppe di nuovo. – Parla, parla, figlio mio, – lo esortò il Pigna. – Siamo qua soli… Che t’hanno detto? Gli occhi sospettosi sotto il cappuccio espressero lo sforzo penoso che colui faceva su se stesso per vincere il ritegno di parlare. Alla fine, stringendosi più al muro e stendendo appena fuor del cappotto una mano sul braccio del Pigna, domandò a bassissima voce: – È qua che si spartiscono le terre? Nocio Pigna, mezzo imbalordito per tutto quel mistero, restò a guardarlo un pezzo di traverso, a bocca aperta. – Le terre? – disse. – Le terre, no, figlio mio. Quegli allora alzò il mento e chiuse gli occhi, per un cenno d’intesa. Sospirò: – Ho capito. Mi pareva assai! Mi hanno burlato. E si mosse per andar via. Nocio Pigna lo trattenne. – Perché burlato? No, figlio mio… Senti… – Mi scusi Voscenza, – disse quegli, fermandosi per farsi dar passo. – È inutile. Ho capito. Mi lasci andare… – E aspetta, caro mio, se non mi dài il tempo di spiegarmi… – s’affrettò a soggiungere il Pigna. – Le terre, sissignore, verranno anche quelle… Basta volere! Se noi vogliamo… Sta tutto qui! Unione, corpo di Dio, e siamo tutto, possiamo tutto! La legge la detteremo noi: debbono per forza venire a patti con noi. Chi lavora? chi zappa? chi semina? chi miete? O date tanto, o niente! Questo per il momento. Il nostro programma… Vieni, ti spiego tutto… – Voscenza mi lasci andare… Non è per me…» [I vecchi e i giovani, p. 101] Al processo contro i dirigenti dei Fasci che si tenne a Palermo tra l’aprile e il maggio del 1894 davanti al Tribunale militare di guerra, il 28 aprile viene a testimoniare, a favore di Garibaldi Bosco, il deputato Antonio Marinuzzi, avvocato, un moderato riformista.

Tra le altre cose, dice: «Anch’io sono per la proprietà collettiva in Sicilia perché è un concetto altamente storico. I contadini nostri si trovano in condizioni peggiori di quando vi era il feudo. La proprietà in Sicilia è male organizzata; una migliore organizzazione non suppone che si debba dare la proprietà ai contadini, ma l’uso di pascere, di seminare, di legnare, usi inalienabili. Questo è un concetto santissimo, ma messo questo concetto in piazza a gente che non sa leggere e scrivere e che è vittima di ingiustizie, questo concetto scientifico, seminato in quel terreno, non produce gli effetti che dovrebbe produrre, perché capiscono invece quelle genti che devono dividere le terre col proprietario». [«l’Ora», 28 ottobre 1974]. Quello capivano i contadini, che dovevano dividere le terre. Un concetto scientifico, certo. Un concetto storico, certo. Un concetto santissimo, certo.

Pirandello intuisce la frattura temporale che si condensa nei fatti di Sicilia, nell’esperienza dei Fasci, che non è più fra “l’allora” e “l’adesso”, fra il Risorgimento e l’Italia che s’è venuta a formare, ma è tra “l’ora” e il “dopo”, il tempo di questa nuova storia, quella dei movimenti del lavoro. «Che volevano infatti tutti quei suoi compagni? Ben poco, per il momento, in Sicilia. Volevano che, per l’unione e la resistenza dei lavoratori, venissero a patti più umani i proprietarii di terre e di zolfare, e cessasse il salario della fame, cessassero l’usura, lo sfruttamento, le vessazioni delle inique tasse comunali, per modo che a quelli fosse assicurato, non già il benessere, ma almeno tanto da provvedere ai bisogni primi della vita. Volevano, adattandosi modestamente alle condizioni locali, l’impianto di cooperative di consumo e di lavoro e la conquista dei pubblici poteri; fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola; riuscir vittoriosi in qualche collegio politico, per aver controlli e banditori delle più urgenti necessità dei miseri nei Consigli comunali e provinciali e nella Camera dei deputati. Questo volevano. Ed era giusto. Non c’era altro da volere, altro da fare, per ora. E tanta esaltazione, dunque, e tanto fermento per ottenere ciò che forse nessuno, fuori dell’isola, avrebbe mai creduto che già non ci fosse: che in ogni casolare sparso nella campagna la lucernetta a olio non mostrasse più ai padri che ritornavano disfatti dal lavoro lo squallido sonno dei figliuoli digiuni e il focolare spento; che fossero posti in grado di divenire e di sentirsi uomini, tanti cui la miseria rendeva peggio che bruti. Una buona legge agraria, una lieve riforma dei patti colonici, un lieve miglioramento dei magri salarii, la mezzadria a oneste condizioni, come quelle della Toscana e della Lombardia, sarebbero bastati a soddisfare e a quietare quei miseri, senza tanto fragor di minacce, senza bisogno d’assumere quelle arie d’apostoli, di profeti di paladini. Oneste, modeste aspirazioni, quasi evangelicamente disciplinate, da raggiungere grado grado, col tempo e con la chiara coscienza del diritto negato! Perché ancora, ancora dentro, esasperatamente, gli scattava la protesta: – No, non è questo? – Mancava il coro innumerevole, che era in Sicilia». [I vecchi e i giovani, p. 174] Il coro innumerevole dell’insurrezione mette in crisi il convinto riformismo, quel «grado grado», quel «lieve, lieve». – No, non è questo. Una buona legge agraria, migliori patti colonici, salari più decenti. Ed era giusto. – No, non è questo. La conquista dei pubblici poteri, fra qualche anno trionfare nelle elezioni comunali e provinciali dell’isola, riuscir vittoriosi in qualche collegio politico. Ed era giusto. – No, non è questo. Cosa allora, cosa vuole il coro innumerevole dell’insurrezione? E chiede mai qualcosa, il tumulto, l’insurrezione? Riesci a sentirlo, a capirlo? A scriverne?

Il giudizio di Croce sul gruppo dirigente dei Fasci è durissimo: «Il torto di quegli uomini, di quei giovani, era di eccitare e tirarsi dietro masse ignoranti e inconsapevoli, credendo di potersene valere per attuare idee che quelle non comprendevano e dalle quali erano lontanissime: cioè di tentare sia pure a fin di bene, un imbroglio; che non è cosa che possa mai partorir bene e, tessuta con l’inganno, merita di essere distrutta con la forza». Una valutazione, che lo accomuna ai socialisti del tempo, sulla “impreparazione delle masse”, si accompagna a un’altra, che lo accomuna alla reazione del tempo, sull’uso della repressione. Per alcuni versi, Croce non fa che riecheggiare Pirandello, la cui descrizione dei personaggi dirigenti dei Fasci locali è crudele: «E dalla svoltata apparvero sotto un ombrellaccio verde sforacchiato, stanchi e inzaccherati, i due inseparabili Luca Lizio e Nocio Pigna, o, come tutti da un pezzo li chiamavano, Propaganda e Compagnia: quegli, uno spilungone ispido e scialbo, con un pajo di lenti che gli scivolavano di traverso sul naso, stretto nelle spalle per il freddo e col bavero della giacchettina d’estate tirato su; questi, tozzo, deforme, dal groppone sbilenco, con un braccio penzolante quasi fino a terra e l’altro pontato a leva sul ginocchio, per reggersi alla meglio. Erano i due rivoluzionarii del paese. Nocio Pigna aveva posto davanti e dietro e tutt’intorno a sé ragioni e sentimenti, tutte le sue disgrazie, com’armi di difesa contro a quelli che lavoravano accanitamente per levargli ogni credito. Più parlava e più le sue stesse parole accrescevano la sua persuasione e la sua passione. Ma a furia di ripetere sempre le medesime cose, col medesimo giro, queste alla fine gli s’erano fissate in una forma che aveva perduto ogni efficacia; gli s’erano, per dir così, impostate su le labbra, come bocche di fuoco che non mandavano più fuori se non botto, fumo e stoppaccio. Dentro, non aveva più nulla. Era un uomo che parlava, e nient’altro». [I vecchi e i giovani, p. 25] Un uomo che parlava, e nient’altro. Un linguaggio di parole, ciò che Pirandello massimamente detestava. Un imbrogliare, lo definisce Croce. In un certo senso, l’appello che i dirigenti dei Fasci – Barbato, Bosco, De Felice, De Luca, Leone, Montalto, Petrina, Verro – lanciarono dalla “clandestinità” il 3 gennaio sembra dargli ragione: «Lavoratori! Ritornate alla calma, perché coi moti isolati e convulsionari non si raggiungono benefici duraturi». De Felice era per un moto insurrezionale, gli altri no, e vinse l’invito alla calma. Avevano acceso «sotto la catasta i fasci di paglia delle loro predicazioni socialistiche, ed ecco che i vecchi ceppi cominciavano a prender fuoco». Ora, nessuno sapeva più cosa fare. E il governo mandava solo soldati. Ma il giudizio di Croce e di Salvemini e di Pirandello – lo scriteriato agire dei «giovincelli» e il teppismo delle masse agitate – sembra un refrain buono per ogni rivolta, per ogni volta che i caratteri del lavoro si modificano e l’irruzione di una nuova soggettività politica fa da abbrivio a nuova composizione sociale. Toccò anche a noi del Settantasette, la nostra quota di «giovincelli» e di «saccheggiatori di casotti daziari» con l’aggiunta di una colpa di “dannunzianesimo” che mi irritava massimamente. E però, è questo il punto: «La plebe contadina costituisce una delle forze sociali protagoniste dei Vecchi e i giovani ma non è in grado di incarnarsi in individualità compiute e complesse» [Spinazzola]. È come lo sciame sismico di un terremoto che continua a far ballare la terra, che pervade tutto il romanzo e invade i sentimenti dei protagonisti e ogni loro azione, il “paesaggio” dentro il quale si collocano le scelte. Perché mai dovrebbe «incarnarsi in individualità compiute e complesse»? Può mai, una moltitudine, una insurrezione «incarnarsi in individualità compiute e complesse» d’una narrazione? E perché questa assenza, questa manchevolezza dovrebbe restituirci «masse ignoranti e inconsapevoli»? La forza narrativa di quella moltitudine – di quel coro innumerevole – sta nella sua indeterminatezza e pure nella sua precisa determinazione. Nel suo incombere sulle nostre stesse vite. Siamo mai pronti per un’insurrezione? Si può raccontare l’apocalisse? Il vero… Il vero, come? Il vero, dove? Il vero, quale?

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