Alessandro Zaccuri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-zaccuri/ un blog di approfondimento culturale Tue, 12 May 2020 07:56:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessandro Zaccuri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessandro-zaccuri/ 32 32 L’eredità di Giovanni Testori. Una conversazione con Alessandro Zaccuri https://minimaetmoralia.it/letteratura/testori-ercolani-zaccuri/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/testori-ercolani-zaccuri/#comments Tue, 12 May 2020 07:56:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43288 Oggi Giovanni Testori avrebbe compiuto 97 anni.

Questa ricorrenza ci offre l’occasione di ricordare uno degli autori più complessi, contraddittori, eclettici e prolifici del Novecento italiano.

Scrittore, poeta, drammaturgo, saggista, critico d’arte, pittore, regista, attore, penna formidabile e vulcanica, mente divisa tra rigore analitico e ardente visione profetica, Testori è stato un uomo dilaniato da una profonda scissione interiore, tra il rigore della sua ortodossia cattolica e quella che lui definiva “la sua condizione di omosessuale”.

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Oggi Giovanni Testori avrebbe compiuto 97 anni.

Questa ricorrenza ci offre l’occasione di ricordare uno degli autori più complessi, contraddittori, eclettici e prolifici del Novecento italiano.

Scrittore, poeta, drammaturgo, saggista, critico d’arte, pittore, regista, attore, penna formidabile e vulcanica, mente divisa tra rigore analitico e ardente visione profetica, Testori è stato un uomo dilaniato da una profonda scissione interiore, tra il rigore della sua ortodossia cattolica e quella che lui definiva “la sua condizione di omosessuale”.

Il doppio binario segnato dai suoi maestri, Manzoni e Caravaggio, attraversa tutta la sua opera, tra solennità ieratica e violenza blasfema, sommo pudore e squarci pornografici, elevazione spirituale e abissi del vizio.

Un autore benedetto da una sensibilità spirituale straordinaria e, proprio per questo, maledetto da un tormento irrisolvibile.

Non possiamo, nello spazio breve di un articolo, affrontare la vasta opera testoriana. Possiamo, però, invitare a riscoprirne la straordinaria ricchezza, grazie alle riflessioni di chi ne ha esplorato i differenti aspetti.

Alessandro Zaccuri è una delle firme culturali di Avvenire, autore di saggi (tra cui Come non letto. 10 classici + 1 che possono ancora cambiare il mondo, Ponte alle Grazie, 2017) e romanzi come Il signor figlio (Mondadori, 2007, premio Selezione Campiello) e Lo spregio (Marsilio, 2016, premi Comisso e Mondello Giovani).

Il suo libro più recente è Nel nome, edito da NNE nel 2019. Abbiamo scelto Zaccuri per discutere dell’importanza di Testori non solo per il livello intellettuale dei suoi contributi, ma anche per una particolare attenzione dimostrata nei confronti dell’autore lombardo; sulla sua pagina Facebook, infatti, per tutto il periodo della cosiddetta Fase 1 del lockdown Zaccuri ha pubblicato quotidianamente citazioni tratte dall’opera testoriana, destando notevole interesse e inducendo molti contatti a scoprirne la profonda bellezza.

Una scelta significativa: le riflessioni spirituali di un autore fieramente inattuale come commento puntale alla surrealtà del presente. Forse, perché proprio in questi tempi di convenzione sospesa e forzato ritorno all’essenziale possiamo accostarci e quella che Testori chiamava “la maestà della vita”.

Ecco la nostra conversazione.

Qual è l’importanza di Giovanni Testori nella letteratura italiana del Novecento?

Testori è un grande testimone della libertà. Testimone, perché le sue parole portano sempre il segno di una fortissima esperienza personale: è da lì, dalla propria storia, che Testori parla. E lo fa con libertà, appunto, che significa non solo assenza di condizionamenti esterni, ma anche e specialmente affrancamento interiore dal pregiudizio, disponibilità alla contraddizione e al rischio. È per queste ragioni che, da quando è iniziata l’emergenza coronavirus, ho avvertito il desiderio di ascoltare di nuovo la sua voce. Ogni sera, dal 12 marzo fino ai primi di maggio, ho pubblicato su Facebook un frammento, anche minimo, dei suoi testi. Lo considero un piccolo gesto di gratitudine da parte mia e anche una piccola, piccolissima testimonianza di libertà.

Pasolini e Testori, spesso accostati per il loro dissidio interiore tra ricerca del sacro e richiamo dei sensi (il secondo in un certo senso sostituì il primo sulle pagine del Corriere della Sera). Due modi diversi di testimoniare la propria omosessualità “scandalosa” per i propri tempi, causa di gravi contrasti con le proprie diverse, ideologie di riferimento.

Quali sono le principali affinità e divergenze?

In realtà sono due storie abbastanza diverse, almeno per quanto riguarda gli ambiti di appartenenza. Pasolini, com’è noto, fu espulso dal Pci nel 1952 per le accuse di indegnità morale relative alla sua omosessualità e anche da questo trauma parte il suo percorso di esplorazione dell’«umile Italia». Per certi aspetti è una posizione simile a quella del primo Testori, che si presenta sciolto da ogni legame, e dunque scandaloso – se vogliamo usare questo termine – in modo quasi programmatico. Non vorrei schematizzare troppo, ma in questo senso il Testori degli esordi assomiglia molto al Pasolini della maturità. Il punto è che, quando si compie la conversione, Testori porta con sé la propria omosessualità, non la rinnega né la riduce alla dimensione della vergogna e della colpa. Al contrario, la vive e la pensa come un episodio della storia della salvezza, come un portato dell’Incarnazione. Non la tematizza, non la interpreta come fatto culturale, distanziandosi in questo da Pasolini.

La riporta in quel contesto di dolorosa libertà che, lo ripeto, è la sua cifra più caratteristica.

Parlando anni fa con l’attore Sandro Lombardi, che ha portato spesso a teatro opere di Testori, egli sottolineava la straordinaria varietà stilistica, dall’italiano castigatissimo e manzoniano dei romanzi all’esplosione oscena del vernacolo di alcune opere teatrali.

Come mai questo aspetto di grande inventore di linguaggio, che non ha nulla da invidiare a Gadda, viene spesso sottovalutato quando si parla di Testori?

Non mi pare che sia così sottovalutato, almeno in sede critica. Come ogni grande sperimentatore, Testori si serve della lingua (e nella fattispecie della lingua italiana, così articolata al suo interno) attingendo a ogni registro possibile, dalla semplicità elementarefino alla mescolanza spudorata di erudizione e dialetto. Drammi come L’Ambleto e più ancora Sfaust colpiscono per l’invenzione di una lingua che è nello stesso artificiale e credibilissima, ma nel teatro di Testori c’è posto anche per la sintassi cristallina di Conversazione con la morte e di Interrogatorio a Maria, opere che a me sembrano non meno sperimentali, sia pure di una sperimentalità volutamente dissimulata o, meglio, interiorizzata.

La penna straordinaria di Testori ci ha lasciato anche formidabili pagine di critica d’arte, sulla scia del maestro Roberto Longhi (altro punto di contatto con Pasolini).

Quanto di questo sguardo pittorico (pensiamo al suo amore per Caravaggio) ha influenzato il suo immaginario?

Più che di influenza, parlerei di una tensione che agisce nell’opera di Testori attraverso la complessità di uno sguardo che – non dimentichiamolo – era stato educato anche nell’esercizio della pittura, abbandonato abbastanza presto da Testori e poi ripreso con grande intensità negli anni Ottanta. Anche in questo caso, impressiona la vastità dei suoi interessi, che non deriva dalla sola curiosità intellettuale ma dall’intensità dell’esperienza. Caravaggio, le statue di Gaudenzio Ferrari al Sacro Monte di Varallo, la Crocifissione di Francis Bacon sono i segni esteriori con cui la ricerca interiore di Testori si misura fino a far cadere qualsiasi distinzione. Non è un caso che molta sua poesia appartenga, in senso tecnico, al genere dell’ekphrasis, la descrizione in versi di un’opera d’arte. La serie sulla Maddalena, per esempio, è uno straordinario esercizio di critica condotto in forma poetica.

Se dovessimo introdurre a un neofita l’opera di Testori, quali sarebbero le tre opere da suggerire?

Suggerisco tre opere teatrali, perché credo che il teatro sia il luogo in cui meglio si armonizzano i diversi aspetti della personalità e della poetica di Testori. Si può cominciare con I Promessi Sposi alla prova, che affronta il romanzo di Manzoni nella prospettiva della messa in scena, chiamando in causa la figura decisiva del Maestro: è un rovesciamento geniale del dispositivo pirandelliano, perché questa volta non solo l’autore c’è, ma è addirittura lui ad andare in cerca dei personaggi. Poi farei un passo indietro con L’Arialda, il dramma degli anni Sessanta per cui Testori finì sotto processo con l’accusa di oscenità. Ci ritroviamo la Milano precaria del dopoguerra, la promiscuità evidente, la purezza che si manifesta per lampi, per strappi. Infine, il capolavoro assoluto, ossia In exitu, passione e morte del tossico Riboldi Gino rappresentata per la prima volta nel 1988 alla StazioneCentrale di Milano. Monologo indimenticabile, concepito per Franco Branciaroli mapotentissimo anche alla sola lettura. La lingua in tutta la sua estensione, dalla bestemmiaal salmo, e Testori in tutta la sua libertà, tra il peccato e la grazia.

 Quanto manca nel dibattito pubblico una figura come Testori?

A me personalmente moltissimo, per i motivi che ho provato a dire. Trovo singolare che mentre molti hanno cercato di intestarsi una sorta di “funzione Pasolini”, il vuoto lasciato da Testori sia rimasto intatto, quasi ad ammettere una insostituibilità. Non sto suggerendo gerarchie, sia chiaro. Ma questa assenza in qualche modo deliberata mi sembra già in sé un’eredità, è la conferma di quella formula della «gratitudine senza debiti» che dà il titolo al bellissimo libro in cui Luca Doninelli ha ripercorso il suo rapporto con Testori.

Qual è il grande insegnamento che la sua opera ci lascia?

Lo riassumo in questi suoi versi che ho ripreso su Facebook qualche settimana fa e che hanno molto colpito chi li ha letti: «Nulla ti giuro / è nero. / Tutto, se ami , è semplice, /atroce, / vero».

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Il lettore all’angolo con Dostoevskij https://minimaetmoralia.it/letteratura/31908-2/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/31908-2/#respond Wed, 07 Sep 2016 13:30:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31908 Questo pezzo è uscito su Avvenire, che ringraziamo.

di Alessandro Zaccuri

Si fa presto a dire “angolo”. Dipende da chi scrive, e anche da chi legge. Se l’autore, per esempio, è un russo del XIX secolo, il termine può definire la porzione minima di una camera in affitto, secondo un sistema di parcellizzazione del quale farà poi tesoro il dirigismo sovietico (il poeta Iosif Brodskij ricordava di essere cresciuto «in una stanza e mezzo»).

Ma se il lettore dispone di qualche informazione sui gradi di iniziazione massonica, a risaltare di più sarà il riferimento al significato esoterico attribuito a squadre e compassi. Infine, se il testo con il quale ci si misura porta la firma di Fedor Dostoevskij, l’angolo è tutto questo, ed essendo tutto questo si rivela per quello che effettivamente è: l’estremo affioramento in superficie del «sottosuolo» che tutti, prima o poi, siamo chiamati a esplorare.

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Questo pezzo è uscito su Avvenire, che ringraziamo.

di Alessandro Zaccuri

Si fa presto a dire “angolo”. Dipende da chi scrive, e anche da chi legge. Se l’autore, per esempio, è un russo del XIX secolo, il termine può definire la porzione minima di una camera in affitto, secondo un sistema di parcellizzazione del quale farà poi tesoro il dirigismo sovietico (il poeta Iosif Brodskij ricordava di essere cresciuto «in una stanza e mezzo»).

Ma se il lettore dispone di qualche informazione sui gradi di iniziazione massonica, a risaltare di più sarà il riferimento al significato esoterico attribuito a squadre e compassi. Infine, se il testo con il quale ci si misura porta la firma di Fedor Dostoevskij, l’angolo è tutto questo, ed essendo tutto questo si rivela per quello che effettivamente è: l’estremo affioramento in superficie del «sottosuolo» che tutti, prima o poi, siamo chiamati a esplorare.

La nuova edizione di Scritti dal sottosuolo curata da Tat’jana Aleksandrovna Kasatkina ed Elena Mazzola per La Scuola ci porta esattamente lì, nell’angolo in cui il protagonistanarratore afferma di essersi ritirato. In spregio al mondo, si potrebbe pensare, oppure per stabilire con il mondo una relazione finalmente autentica. Ci obbliga, insomma, a ripetere l’esperienza che ogni lettore di Dostoevskij compie, magari senza accorgersene: essere afferrato, trascinato, accompagnato in un percorso pieno di inciampi e perfino di pericoli. Si cade insieme, nel caso. Di sicuro insieme ci si rialza.

È una tensione di cui la versione di Elena Mazzola restituisce tutta l’urgenza fin dalle prime battute: «Io, un uomo malato… Io, un uomo malvagio. Un uomo, io, per niente attraente». Niente verbi, e non solo per il rispetto dell’originale. Allo stesso modo la scelta di tradurre il titolo con il letterale Scritti (zapiski) anziché con il più consueto “ricordi” o “memorie” non risponde a un mero criterio di precisione filologica, ma rimanda alla struttura complessiva del volume, nel quale trovano posto, oltre alla celeberrima novella del 1864, due appunti coevi estratti dai taccuini di Dostoevskij: l’impressionante “Masa è distesa sul tavolo”, dettato davanti al cadavere della prima moglie, Maria Isaeva, e il più ragionato ma non meno tellurico “Socialismo e cristianesimo”.

L’elemento innovativo è però un altro ed è rappresentato dall’ampio commento – che copre da solo metà delle pagine – nel quale Tat’jana Kasatkina rielabora i risultati di un seminario tenutosi nell’estate del 2013. In quell’occasione un gruppo di insegnanti italiani si è misurato con questo nucleo di testi dostoevskijani sotto la guida della studiosa russa, conosciuta e apprezzata da alcuni anni anche nel nostro Paese grazie ai saggi pubblicati da Itaca (Dal Paradiso all’Inferno: i confini dell’umano in Dostoevskij e È Cristo che vive in te) e Rizzoli (Dostoevskij, il sacro nel profano). Con questi Scritti dal sottosuolo risulta ancora più chiaro il metodo «da soggetto a soggetto» da sempre praticato da Tat’jana Kasatkina e qui mostrato in azione. Lettura e letteratura come esperienza, dunque, attraverso un percorso di cui è subito dichiarata la prospettiva e i cui sviluppi vengono di volta in volta verificati mediante un serrato confronto con le fonti.

Anziché come antesignano della psicoanalisi o dell’esistenzialismo nichilista, il lungo racconto di Dostoevskij viene indagato tendo presenti le intenzioni dell’autore, per il quale la conversione a Cristo era l’unico possibile esito della vicenda. Illuminante, a questo proposito, la decrittazione delle innumerevoli citazioni bibliche sparse nel testo, a partire dall’insistenza sui «quarant’anni» che sono sì l’età del protagonista, ma anche e anzitutto il periodo trascorso dal popolo di Israele nel deserto.

Il sottosuolo non è la meta del viaggio; al contrario, è terra di mezzo e luogo di passaggio, in una dimensione quasi purgatoriale della quale Tat’jana Kastaktina invita a riconoscere i precedenti in due opere degli anni Sessanta dell’Ottocecento solitamente poste in discontinuità con Scritti dal sottosuolo, e cioè Scritti dalla Casa Morta e Umiliati e offesi. Più del punto di vista conta lo sguardo ecumenico della sobornost’ (la «coscienza del fatto che la verità include in se stessa il complesso di tutti i punti di vista possibili», di modo che «se ne mancasse anche solo uno, essa sarebbe incompleta, carente di uno dei suoi aspetti»). E più della trama conta la disposizione delle parti tra loro, con l’apparente bizzarria di una prima sezione tutta teorica e già autoaccusatoria, seguita e come interpretata dal racconto sulla «neve bagnata», nel quale compare l’indimenticabile personaggio della prostituta Liza, oggetto dell’ambigua compassione e della sostanziale perfidia del protagonista.

Potrà sembrare strano che a questa straordinaria figura femminile il commento coordinato da Tat’jana Kasatkina dedichi appena un paio di pagine, come a lasciar intendere che il lavoro di comprensione e approfondimento è appena incominciato. L’ampio ragionamento riservato ad Apollo, il servitore che negli Scritti dal sottosuolo fa la sua comparsa in modo altrimenti immotivato, risarcisce di tanta sinteticità. Nel formicaio del mondo moderno, mentre gli uomini si affannano a costruire falansteri che sono la parodia della Gerusalemme Celeste, gli antichi dèi si ostinano ad aggirarsi, sia pure ridotti al rango di schiavi malevoli. Nessuno di loro salva, nessuno di loro libera, nessuno di loro permette di evadere dall’angolo in cui siamo rintanati.

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Haim Baharier: interpretare è un processo infinito https://minimaetmoralia.it/interviste/haim-baharier-interpretare-e-un-processo-infinito/ https://minimaetmoralia.it/interviste/haim-baharier-interpretare-e-un-processo-infinito/#comments Mon, 08 Feb 2016 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29878 Questa intervista è uscita su Avvenire. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Alessandro Zaccuri

Haim Baharier non è uno scrittore prolifico e ne va fiero. Ma è anche un lettore prodigioso, qualità che da sola basterebbe a giustificare la scelta della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri, che ha affidato a lui la lectio magistralis conclusiva dell’ormai imminente seminario di perfezionamento a Venezia. L’interessato, fedele al suo stile, minimizza: «Non sono un esperto di marketing – dice –, l’unico mio merito consiste nell’appartenere al popolo del Libro. E questa, per me, è una gioia profonda». Nato a Parigi nel 1947 da una coppia di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, Baharier vive a Milano, dove svolge l’attività di psicoanalista.

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Questa intervista è uscita su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Alessandro Zaccuri

Haim Baharier non è uno scrittore prolifico e ne va fiero. Ma è anche un lettore prodigioso, qualità che da sola basterebbe a giustificare la scelta della Scuola per librai Umberto ed Elisabetta Mauri, che ha affidato a lui la lectio magistralis conclusiva dell’ormai imminente seminario di perfezionamento a Venezia. L’interessato, fedele al suo stile, minimizza: «Non sono un esperto di marketing – dice –, l’unico mio merito consiste nell’appartenere al popolo del Libro. E questa, per me, è una gioia profonda». Nato a Parigi nel 1947 da una coppia di ebrei polacchi sopravvissuti ad Auschwitz, Baharier vive a Milano, dove svolge l’attività di psicoanalista.

Vanta una certa esperienza nel commercio delle pietre preziose, si è laureato in matematica e non disdegna l’attività di formazione manageriale. Soprattutto è uno studioso dell’ermeneutica biblica, come dimostrano i suoi libri, da La Genesi spiegata a mia figlia (2006) a Le Dieci Parole (2011). Il più recente, La valigia quasi vuota( Garzanti, 2014), rende omaggio alla figura di Monsieur Chouchani, il misterioso e sapientissimo clochard parigino che influenzò, tra l’altro, il pensiero di Emmanuel Lévinas, uno dei maestri di Baharier. Amore del paradosso e appello all’umorismo restano una costante del suo modo di esprimersi. «C’è quella famosa battuta, non so se la conosce…», dice.

Quale?

«Quella per cui gli ebrei sono il popolo del Libro, ma il Libro non è stato ancora stampato. Nasconde una piccola verità, come sempre accade con un bon mot riuscito. L’espressione “popolo del Libro” è abbastanza recente, e si riferisce a un libro molto particolare. Nella tradizione ebraica la Torah è un rotolo di pergamena, vergato in orizzontale anziché in verticale».

E questo che cosa comporta?

«Che per leggerlo occorre far scorrere le colonne una dopo l’altra, svolgendo la pergamena da una parte e riavvolgendola dall’altra. Rivelando la parola e intanto nascondendola. Già questo è un insegnamento importante, se si presta la dovuta attenzione. Parliamo di un celarsi del senso che non ha nulla a che vedere con la smaterializzazione dei testi in un tablet. Dentro queste macchine le parole si nascondono veramente, tanto da comporre un libro falso: qualcosa di molto diverso rispetto a un falso libro».

Sta dicendo che il libro deve conservare la sua fisicità?

«Deve conservare, anzitutto, la sua funzione di testimonianza. Che si realizza anche nella memoria e nell’oralità. Il rotolo non è un libro facile da consultare, da qui la necessità di impararne i brani a memoria. Ma per l’ebreo la Bibbia è essenzialmente Mikra, ciò che scaturisce dalla lettura. Questo significa che ogni scrittura diventa parola vivente solo quando la si legge. La pienezza della comunicazione si verifica nel momento in cui una coscienza si rivolge a un’altra coscienza, aprendosi alla pluralità delle interpretazioni».

È un processo infinito?

«Uno strato si depone sopra l’altro, ogni commentatore sale sulle spalle del precedente per guardare più in là. Il paradigma dell’ermeneutica è fornito dalla Luna che cresce e decresce nel cielo. Come il rotolo che si svolge e riavvolge, ancora una volta. Il Talmud ci trasmette una disposizione che può apparire strana: è lecito rischiare la propria vita per salvare un libro da un incendio se in questo libro restano almeno 85 parole. Il numero non è scelto a caso, secondo l’interpretazione cabalistica l’85 corrisponde alla bocca. Si rischia la vita, insomma, per un libro che ci può ancora parlare. Allo stesso modo, in ebraico il valore numerico del termine “libro” è uguale a quello del termine “nome”: come nel nome si racchiude l’interiorità della persona, così nel libro si racchiude l’interiorità dell’autore e del lettore».

Possono esserci maestri nella lettura?

«Un buon maestro è come un padre, come una madre: non insegna imponendo la propria autorità, ma educa con il proprio comportamento. Nell’ebraismo l’insegnamento è la vocazione caratteristica della tribù sacerdotale, alla quale è demandato il compito di assumere un comportamento rituale in un ambiente apposito, secondo una precisa formulazione liturgica. Posso spiegarglielo con un esempio?».

La ascolto.

«Quando avevo cinque anni, mio padre mi portava spesso dall’unico maestro hassidico che vivesse allora a Parigi. Andavamo da lui il venerdì sera, entravo in casa del maestro e mio padre, ogni volta, mi aspettava fuori. Più tardi, quando gli chiesi perché facesse così, mi disse che mi portava da quell’uomo perché, guardandolo, imparassi come si fa a mangiare. Vale per tutto, anche per la lettura».

Eppure anche un libro può essere letto in modo radicale, escludendo la pluralità delle interpretazioni.

«Sì, è la deriva del fondamentalismo, con la quale ci stiamo misurando in modo tanto drammatico. La mia convinzione è che in questo momento rischiamo di morire proprio per carenza di interpretazione dell’altro.Eppure, prima di accapigliarsi per stabilire quale sia il vero islam, l’Occidente dovrebbe tornare ad analizzare le proprie fonti culturali, che per me sono costituite dalla Bibbia. Anche dal pensiero dei presocratici, almeno in parte, ma non dalla filosofia greca nel suo complesso. Spesso, in questi anni, mi sono trovato a commentare la Genesi davanti a centinaia di persone che mi seguivano affascinate. La Genesi è l’inizio di quel grande inizio che è la Bibbia ebraica. Questo dobbiamo fare: tornare all’inizio, alla radice».

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«Mio marito Borges tra tempo e sacro». Intervista a María Kodama https://minimaetmoralia.it/interviste/borges-intervista-maria-kodama/ https://minimaetmoralia.it/interviste/borges-intervista-maria-kodama/#comments Mon, 01 Dec 2014 15:23:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24574 Questa intervista è uscita su Avvenire lo scorso 27 novembre, ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Alessandro Zaccuri

Per María Kodama non ci sono dubbi: «Bisognerebbe chiamarlo Borges di Buenos Aires, aggiungendo al suo nome quello della città, esattamente come facevano gli antichi greci con i loro filosofi: Pitagora di Samo, Talete di Mileto». È una donna gentile e sorridente, la vedova di Jorge Luis Borges. Minuta, i lineamenti che ribadiscono l’ascendenza orientale del cognome (il padre era un architetto giapponese), oggi presiede la fondazione intitolata al grande scrittore ed è in rapporti di estrema cordialità con gli animatori del Foro Ecuménico Social, la realtà di responsabilidad ciudadana alla quale è stata affidata l’organizzazione del Cortile dei Gentili in Argentina, inaugurato ieri dal cardinale Gianfranco Ravasi a Buenos Aires e che da domani si trasferirà a Córdoba.
Se si chiede a María Kodama il motivo di tanta confidenza con un ambiente in apparenza lontano da quello letterario, lei risponde spiegando che una poesia del marito, “I congiurati”, è servita d’ispirazione per la nascita del Foro. «Era il 2001, eravamo nel pieno della crisi economica – aggiunge – e c’erano queste persone che, proprio come sta scritto in quei versi, volevano superare ogni differenza di fede e di cultura per assumere l’impegno di opporre la ragionevolezza ai mali del mondo. Ecco, è cominciato così».

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borges-kodamaQuesta intervista è uscita su Avvenire lo scorso 27 novembre, ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Alessandro Zaccuri

Per María Kodama non ci sono dubbi: «Bisognerebbe chiamarlo Borges di Buenos Aires, aggiungendo al suo nome quello della città, esattamente come facevano gli antichi greci con i loro filosofi: Pitagora di Samo, Talete di Mileto». È una donna gentile e sorridente, la vedova di Jorge Luis Borges. Minuta, i lineamenti che ribadiscono l’ascendenza orientale del cognome (il padre era un architetto giapponese), oggi presiede la fondazione intitolata al grande scrittore ed è in rapporti di estrema cordialità con gli animatori del Foro Ecuménico Social, la realtà di responsabilidad ciudadana alla quale è stata affidata l’organizzazione del Cortile dei Gentili in Argentina, inaugurato ieri dal cardinale Gianfranco Ravasi a Buenos Aires e che da domani si trasferirà a Córdoba.
Se si chiede a María Kodama il motivo di tanta confidenza con un ambiente in apparenza lontano da quello letterario, lei risponde spiegando che una poesia del marito, “I congiurati”, è servita d’ispirazione per la nascita del Foro. «Era il 2001, eravamo nel pieno della crisi economica – aggiunge – e c’erano queste persone che, proprio come sta scritto in quei versi, volevano superare ogni differenza di fede e di cultura per assumere l’impegno di opporre la ragionevolezza ai mali del mondo. Ecco, è cominciato così».

In un modo o nell’altro si torna sempre a Borges?
«Accade sempre più spesso, mi creda. Qualche tempo fa ho ricevuto una richiesta che, a prima vista, sembrava abbastanza strana. Proveniva da uno studioso di neuroscienze, impegnato in una ricerca sulle cellule cerebrali dormienti che potrebbero essere adoperate per curare l’Alzheimer. Il professore voleva sapere se tra i libri della biblioteca personale di Borges ce ne fosse qualcuno relativo alla sua disciplina. Si immagina come mai?»

Sinceramente no.
«Perché aveva in cura un paziente che presentava gli stessi sintomi di Funes, il protagonista di un celebre racconto di Borges. Si trattava di un memorioso: la sua mente era incapace di dimenticare, tratteneva tutto, anche il minimo ricordo».

Ma Borges era davvero attratto dalla scienza?
«Aveva diversi testi di matematica, questo sì, ed era profondamente convinto che il compito della letteratura non si esaurisse nella letteratura stessa. Tra i suoi interessi principali c’era la filosofia, alla quale era stato introdotto dal padre, Jorge. Attraverso i libri, certamente, ma anche attraverso l’esperienza. La prima intuizione dell’idealismo gli venne da un esperimento che gli era stato suggerito quand’era bambino. Dopo avergli mostrato un frutto, il padre gli aveva detto di chiudere gli occhi. Che cos’è adesso il frutto?, gli aveva chiesto. La forma? Il colore? Il profumo? Oppure qualcosa che va oltre la percezione sensibile? Il resto è venuto più tardi: lo studio del tedesco, la scoperta di Schopenhauer, la frequentazione delle filosofie orientali, che per Borges hanno svolto un ruolo fondamentale».

Più del cristianesimo?
«La famiglia della madre, gli Acevedo, era cattolica, ma anche in questo caso penso che il lascito più duraturo discenda dalla linea paterna, in particolare dalla nonna inglese, che conosceva a memoria la Bibbia di re Giacomo e che insegnò al piccolo Borges il Padre Nostro in inglese. Ma è difficile fare distinzioni. In generale, credo che sia un errore cercare di ingabbiare un autore tanto complesso in un solo modello interpretativo».

Perché?
«Vede, molti continuano a ritenere che Borges sia uno scrittore freddo, razionale fino all’intellettualismo e che anche le sue frequenti allusioni religiose siano da intendere come una sorta di raffinato gioco mentale. Una lettura del genere però, porta a trascurare un elemento altrettanto importante, e cioè quello dei sentimenti. Sentimenti destinati a durare, sottolineo, e non emozioni effimere. Mi sono imbattuta per la prima volta in un racconto di Borges all’età undici anni. Era “Le rovine circolari”. Non so se ricorda l’inizio: “Nessuno lo vide sbarcare nella notte unanime…”. Non capii subito che cosa significassero quelle parole, ma ne fui conquistata e continuo a esserlo ancora oggi».

Ma Borges come si definiva?
«Un agnostico, se ci riferiamo alla religione. Aggiungeva che è una condizione quasi patetica, perché gli agnostici cercano di incontrare Dio attraverso un percorso parallelo, che si affida alla circolarità del tempo; all’eventualità della reincarnazione, che per lui era il solo modo di concepire l’aldilà».

E l’incarnazione, invece?
«Ammirava molto la figura di Gesù, ne ha scritto spesso in poesie e racconti, con citazioni puntuali dal Nuovo Testamento. Ma non ha mai creduto che Cristo fosse Figlio di Dio. Per lui i Vangeli rappresentavano una nuova epica, incentrata sul sacrificio di sé, sulla capacità di morire per un’idea».

Veramente Gesù muore sulla croce per la salvezza degli uomini…
«Forse Borges avrebbe risposto che muore per l’idea che la salvezza rappresenta, ma non vorrei dare l’impressione di generalizzare a mia volta. Personalmente, sono convinta che al centro della sua opera e della sua stessa esistenza ci sia stato un episodio di natura mistica vissuto proprio qui, a Buenos Aires, negli anni Venti, mentre passeggiava in unbarrio. Un istante di piena illuminazione che, in seguito, ha cercato a più riprese di riprodurre nelle sue opere. Il dramma del mistico è proprio questo: avere la certezza, in un momento preciso e in un luogo preciso, che tempo e spazio possono essere superati, e poi dover tornare indietro, nel tempo e nello spazio. La scrittura o, meglio, l’attività creatrice che la scrittura comporta è stata per Borges lo strumento attraverso il quale ristabilire un legame con la potenza creatrice che un giorno gli si era manifestata. Per ritrovare Dio, se preferisce».

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Giobbe alla grande guerra. Il nuovo film di Ermanno Olmi https://minimaetmoralia.it/cinema/olmi-torneranno-i-prati/ https://minimaetmoralia.it/cinema/olmi-torneranno-i-prati/#comments Thu, 06 Nov 2014 06:00:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24187 Pubblichiamo un articolo di Alessandro Zaccuri su Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (nelle sale dal 6 novembre), uscito su Avvenire. Ringraziamo l'autore e la testata  (nella foto, Claudia Santamaria in una scena del film. Fonte immagine)

di Alessandro Zaccuri

Anche nel Mestiere delle armi c’era una trincea. Era quella verso la quale nel 1526 cavalcava spavaldo Giovanni dalle Bande Nere prima di essere raggiunto alla gamba da un colpo di cannone. La ferita,  l’infezione, la morte e infine l’auspicanza, puntualmente registrata da Pietro Aretino, «affinché mai più venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco». Nobile proposito, ma purtroppo nobilmente inutile. Per il suo nuovo film, che arriva a tredici anni di distanza dal Mestiere delle armi  (in mezzo ci sono stati Cantando dietro i paraventi, Centochiodi, Il villaggio di cartone), Ermanno Olmi sceglie un’altra guerra, un’altra trincea. Dalla quale, questa volta, lo spettatore non esce mai, prigioniero della notte e della paura come il Delirante, il Soldato Topino, il Dimenticato e gli altri militari senza nome protagonisti di Torneranno i prati, nelle sale da giovedì 6 novembre. Un film contro la guerra, certo, come Il mestiere delle armi, e anche un apologo sul perdono, come già Cantando dietro i paraventi.

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santamaria1Pubblichiamo un articolo di Alessandro Zaccuri su Torneranno i prati, il nuovo film di Ermanno Olmi (nelle sale dal 6 novembre), uscito su Avvenire. Ringraziamo l’autore e la testata.  (Nella foto, Claudia Santamaria in una scena del film)

di Alessandro Zaccuri

Anche nel Mestiere delle armi c’era una trincea. Era quella verso la quale nel 1526 cavalcava spavaldo Giovanni dalle Bande Nere prima di essere raggiunto alla gamba da un colpo di cannone. La ferita,  l’infezione, la morte e infine l’auspicanza, puntualmente registrata da Pietro Aretino, «affinché mai più venisse usata contro l’uomo la potente arma da fuoco». Nobile proposito, ma purtroppo nobilmente inutile. Per il suo nuovo film, che arriva a tredici anni di distanza dal Mestiere delle armi  (in mezzo ci sono stati Cantando dietro i paraventi, Centochiodi, Il villaggio di cartone), Ermanno Olmi sceglie un’altra guerra, un’altra trincea. Dalla quale, questa volta, lo spettatore non esce mai, prigioniero della notte e della paura come il Delirante, il Soldato Topino, il Dimenticato e gli altri militari senza nome protagonisti di Torneranno i prati, nelle sale da giovedì 6 novembre. Un film contro la guerra, certo, come Il mestiere delle armi, e anche un apologo sul perdono, come già Cantando dietro i paraventi. C’è, inoltre, la memoria dell’Italia dialettale e contadina che Olmi aveva celebrato nell’Albero degli zoccoli.

Ma se nel capolavoro del 1978 l’orizzonte del racconto coincideva quasi perfettamente con un manzoniano abbandono alla Provvidenza, oggi lo sguardo di Olmi si sposta verso il giaciglio su cui patisce Giobbe e che nel frattempo si è trasformato nelle brande in cui i soldati dormono con un occhio solo. Da dove verrà la morte?, si domandano. Dalla fessura fra le travi, su nel soffitto, oppure dal ronzio nella roccia, segno inequivocabile del fatto che gli austriaci stanno minando la postazione? Come Giobbe, anche i soldati ingaggiano contesa con l’Altissimo, lo accusano di essersi dimenticato di loro («Non ha ascoltato suo Figlio sulla croce, vuoi che ascolti noialtri?»), non trattengono una bestemmia davanti alla carneficina, ma intanto lasciano che il Cappellano, uno di loro, assolva e benedica. Giobbe grida. Per essere perdonato, se possibile. Perché la sua pena non sia dimenticata.

La trama, essenziale, si svolge in tempo reale. Inverno del 1917, un avamposto italiano in quota sul fronte nordorientale, sull’Altopiano di Asiago caro a Mario Rigoni Stern (presenza riconoscibilissima nel clima del film) e che la fotografia curata da Fabio Olmi, figlio del regista, restituisce in tutta la sua dolente bellezza. Una notte arriva il Maggiore (Claudio Santamaria), al quale è stato affidato il compito di far eseguire un ordine impossibile. Lo sanno tutti, che sotto il tiro dei cecchini non si possono coprire i dieci passi che separano la trincea dal rudere indicato dagli Alti Comandi. Qualcuno ci prova, qualcun altro, piuttosto che farsi impallinare, prende il moschetto e si ammazza da solo. È lo stesso spunto della Paura, la novella di Federico De Roberto (1921) che di recente è stata rielaborata da un altro regista italiano, Leonardo di Costanzo, per uno degli episodi del collettivo I ponti di Sarajevo. Il resto viene dai racconti di guerra del padre di Olmi, al quale il film è dedicato. Il resto, anzi, è un commento alla frase di Toni Lunardi, l’attore-pastore che il regista volle protagonista dei Recuperanti nel lontano 1970: «La guerra è una brutta bestia che gira il mondo e non si ferma mai». Il Maggiore torna a valle con il Capitano (Francesco Formichetti) che ha rinunciato al grado pur di non mandare più i suoi uomini a morire. Il comando passa al Tenentino appena arrivato (un intenso Alessandro Sperduti), più a suo agio tra le astrazioni della filosofia che tra lo spavento e il sangue dei combattimenti. C’è un Sergente (Domenico Benetti) che prova a tenere botta quando gli austriaci bombardano la prima volta, ma arriva la seconda tornata e in trincea i morti sono più dei vivi. Solo allora viene notificato l’ordine di ripiegare da una postazione che, pochi minuti prima, era considerata irrinunciabile. Scorrono le immagini di repertorio di una guerra ormai vinta e già entrata nel mito, e tocca all’Attendente (Camillo Grassi) tirare le fila: quando tutto sarà finito, dice, quando anche qui torneranno i prati, della nostra pena non resterà più niente, neppure il ricordo. Solo in questo momento lo spettatore si rende conto di un dettaglio. Gli oggetti di scena non sono, in effetti, oggetti di scena. Lettere e fotografie, lampade e gavette, gli stessi fucili sono cimeli della Grande Guerra, reperti di una memoria non ancora smarrita. E che il cinema, con un film come questo, riesce a rendere indelebile.

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Christian Raimo e Nicola Lagioia al Festival del Giornalismo Culturale di Urbino https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-giornalismo-culturale-urbino/ https://minimaetmoralia.it/cultura/festival-giornalismo-culturale-urbino/#respond Fri, 03 May 2013 05:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14193 Oggi e domani (3 e 4 maggio), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini, si tiene a Urbino la prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale. Due giorni di lezioni, dibattiti e confronti in cui giornalisti, scrittori e accademici saranno chiamati a discutere di informazione e cultura.
Si parlerà del rapporto tra l’informazione mainstream e web, del giornalismo culturale italiano e di quello internazionale, dell’importanza degli inserti culturali.

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Oggi e domani (3 e 4 maggio), a cura di Lella Mazzoli e Giorgio Zanchini, si tiene a Urbino la prima edizione del Festival del Giornalismo Culturale. Due giorni di lezioni, dibattiti e confronti in cui giornalisti, scrittori e accademici saranno chiamati a discutere di informazione e cultura.
Si parlerà del rapporto tra l’informazione mainstream e web, del giornalismo culturale italiano e di quello internazionale, dell’importanza degli inserti culturali.
Ci saranno editori (Giuseppe Laterza), giornalisti culturali (Corrado Augias, Cocita De Gregorio, Massimiliano Panarari, Edoardo Camurri, Alessandro Zaccuri), responsabili di inserti culturali (Armando Massarenti, Luca Mastrantonio, Stefano Salis), responsabili delle pagine culturali dei giornali esteri (El Pais, Le Monde, El Mundo), il direttore di Radio3 Marino Sinibaldi, accademici (Roberto Danese, Giuseppe Roma) e anche individui come Christian Raimo e Nicola Lagioia che – chiamati in qualità di scrittori – lo sono in realtà anche quali animatori di questo spazio culturale on line. Magari in questo caso l’incontro potrà essere utile a molti giornalisti tradizionali interessati a sapere in quale modo precisamente la conclamata crisi dei quotidiani (comprese terze pagine) veda crescere sull’altro piatto un’informazione culturale che non rinunci al suo aggettivo.

Ecco il programma del festival: http://festivalgiornalismoculturale.it/programma/

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 4 all’8 febbraio https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-4-8-febbraio/#comments Fri, 08 Feb 2013 14:26:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12953 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di febbraio è Vittorio Giacopini. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi. 

Lunedì 4 febbraio:

 Altro che giovani schizzinosi, metà dei laureati cambia città. Con la valigia in mano per trovare lavoro. Articolo di Corrado Zunnino, la Repubblica, p. 21.

 Nascita e sviluppo della e-mail. Una chiocciolina che ha fatto storia. Articolo di Vincenzo Grienti su instoria.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è My Heart Stood Still nell’interpretazione di Elmo Hope

 

Martedì 5 febbraio:

 “Primavere arabe, la Rete non basta”. Parla Khaled Fouad Allam. Articolo di Alessandro Zaccuri, Avvenire, p. 23.

 Italia, difenditi come fa la Francia. Appello per la lettura e le biblioteche di Jacques Le Goff su la Repubblica, p. 49.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Nice Work If You Can Get It di Gershwin, nell’esecuzione di Bud Powell

 

Mercoledì 6 febbraio:

 Un nuovo manifesto di Ventotene. Librerie indipendenti, ultima spiaggia. Articolo di Fabio Masi su doppiozero.com

 Pasolini, la pista del petrolio. La tesi sulla morte dello scrittore nel libro di Carla Benedetti e Giovanni Giovannetti. Articolo di Paolo di Stefano, Corriere della Sera, p. 33.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Kind of Dukish, un classico di Duke Ellington nell’interpretazione di Jason Moran

 

Giovedì 7 febbraio:

 Controinformazione. La web tv è degli operai. Nasce la pugliese Net-uno che ora segue tutte le vertenze. Articolo di Gino Martina, l’Unità, p. 17.

 Il segreto del successo? Essere bravo. A copiare. Così sostiene Austin Kleon, un creativo americano. Articolo di Nino Materi, il Giornale, p. 19.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Dat Dere, un brano di Benny Green

 

Venerdì 8 febbraio:

 Candidati, sostenete la lettura. Articolo di Andrea Camilleri, La Stampa, p. 29.

• Il paradiso necessario. Intervista al filosofo francese Hadjadj di Lorenzo Fazzini, Avvenire, p. 23.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Shake a Lady di Ray Bryant

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Il meglio di Pagina3: settimana dal 17 al 21 dicembre https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-17-21-dicembre/ https://minimaetmoralia.it/cultura/il-meglio-di-pagina3-17-21-dicembre/#comments Fri, 21 Dec 2012 15:25:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12125 Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 17 dicembre:

• Il mondo in rivista. "Lo Straniero" è arrivato al numero 150. La battaglia per cambiare una cultura diventata consumo utile. Intervista a Goffredo Fofi di Simonetta Fiori, la Repubblica, p. 55.

• Katherine Mansfield, la scrittrice che ingannò il destino. Articolo di Pietro Citati, Corriere della Sera, p. 27.

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Questa rubrica è in collaborazione con Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Tutti i venerdì minima&moralia selezionerà gli articoli più significativi tra quelli letti ogni mattina in radio dai conduttori di Pagina 3 e ve li segnalerà. In questo modo cercheremo di offrire una panoramica su quello che è stato il dibattito culturale italiano nel corso della settimana. Il conduttore del mese di dicembre è Nicola Lagioia. Un ringraziamento particolare a Radio3 e a Marino Sinibaldi.

Lunedì 17 dicembre:

• Il mondo in rivista. “Lo Straniero” è arrivato al numero 150. La battaglia per cambiare una cultura diventata consumo utile. Intervista a Goffredo Fofi di Simonetta Fiori, la Repubblica, p. 55.

• Katherine Mansfield, la scrittrice che ingannò il destino. Articolo di Pietro Citati, Corriere della Sera, p. 27.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Spectacle di Chick Corea e Bela Fleck

 

Martedì 18 dicembre:

• Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald. Su tommasopincio.net

• Architetture invisibili sotto le metropoli. Articolo di Marco Belpoliti, La Stampa, p. 38.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Ana Maria nell’interpretazione di Kenny Kirkland

 

Mercoledì 19 dicembre:

• La formula degli eletti. La rivoluzione scolastica che ha cambiato gli ebrei. Articolo di Susanna Nierenstein, la Repubblica, pp. 56-57.

• L’Italia? Un Paese ricco abitato da poveri. Intervista a Nunzia Penelope su cadoinpiedi.it

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è  Fool’s Gold di Jacob Karlzon

 

Giovedì 20 dicembre:

• Lo scalettore per la gloria. Come Zelig ha rovinato la comicità. Articolo di Chiara Galeazzi su vice.com

• Italiani-tedeschi, non è più tempo di pregiudizi. Intervista a Carlo Gentile di Francesca Sforza, La Stampa, pp. 36-37.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è Japanese Waltze di Eddie Gomez

 

Venerdì 21 dicembre:

• Umberto Eco: “Adoro il falso, ma cerco il vero“. Articolo di Alessandro Zaccuri, Avvenire, p. 28.

• Scott Walker, l’antipopstar che canta Claretta e i dittatori. Articolo di Bruno Giurato, il Giornale, p. 32.

Ascolta il podcast dell’intera puntata – Il brano di oggi è El Mayor del Bobo Stenson Trio

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