Alessio Spataro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessio-spataro/ un blog di approfondimento culturale Wed, 19 Sep 2018 11:29:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Alessio Spataro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/alessio-spataro/ 32 32 Ego Fuffaro: una conversazione https://minimaetmoralia.it/fumetto/ego-fuffaro-conversazione/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/ego-fuffaro-conversazione/#comments Wed, 19 Sep 2018 12:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38067 Alessio Spataro non è certo uno che le manda a dire.
Nella sua ormai più che ventennale attività satirica ha collezionato una serie di medaglie per oltraggio, vilipendio e offesa alle istituzioni da farlo apparire come il Roger Federer dell’insulto politico. Lo scriviamo con una certa ammirazione. Dalla storica serie di fine anni ‘90 della Ministronza, che rappresentava Giorgia Meloni intenta in pratiche scato-masochistiche, alla tristemente profetica denuncia sulle fascinazioni neofasciste all’interno del movimento grillino di Heil Beppe !1! (con Carlo Gubitosa), Spataro ha sostanzialmente violato ogni tabù del politicamente corretto, rimanendo però sempre graniticamente fedele alla sua identità ideologica di estrema sinistra.
Non è da tutti, di questi tempi.

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Alessio Spataro non è certo uno che le manda a dire.
Nella sua ormai più che ventennale attività satirica ha collezionato una serie di medaglie per oltraggio, vilipendio e offesa alle istituzioni da farlo apparire come il Roger Federer dell’insulto politico. Lo scriviamo con una certa ammirazione. Dalla storica serie di fine anni ‘90 della Ministronza, che rappresentava Giorgia Meloni intenta in pratiche scato-masochistiche, alla tristemente profetica denuncia sulle fascinazioni neofasciste all’interno del movimento grillino di Heil Beppe !1! (con Carlo Gubitosa), Spataro ha sostanzialmente violato ogni tabù del politicamente corretto, rimanendo però sempre graniticamente fedele alla sua identità ideologica di estrema sinistra.
Non è da tutti, di questi tempi.

Eppure, come già scrivemmo, su di lui regna un illuminante paradosso tanto è violento, oltraggioso, spietato nelle sue vignette satiriche, quanto di persona è un galantuomo d’altri tempi, di rarissima cortesia e, soprattutto, in grado di ispirare una grande serenità, col suo eloquio calmo e forbito. Chi scrive si è innamorato del suo meraviglioso racconto Biliardino sulla straordinaria vita di Alejandro Finisterre fin da quando ce ne parlò una notte intera tra aneddoti su Camus e Sartre e retroscena sui doppiogiochisti nella Spagna franchista, un racconto che definire dotto e rocambolesco è riduttivo.

Ora Spataro ha scelto come obiettivo dei suoi strali una vittima che sembra nata apposta per questo destino: il proprietario del 90% della fuffa mondiale (copyright Lercio), il gramsciano che scrive per CasaPound, colui che parla come un documentario dell’Istituto Luce parodiato da Rocco Tanica… insomma, avete capito.

La compassione (sia cristana che schopenhaueriana) inviterebbe a non infierire: su uno che partì come promettente giovane studioso accanto a Cacciari e ora si ritrova accanto a Povia scalzo che canta canzoni contro gli immigrati, crediamo che Nemesis si sia già abbattuta implacabile, quasi come su d’un moderno Sisifo condannato a ripetere ogni giorno la stessa trita formula vuota per arrampicarsi idealmente sulla stessa montagna di letame dialettico.
Un Sisifo che ci immaginiamo perennemente infelice (e fetido).

Ma Spataro è alieno ai richiami dell’agape e della noluntas e, da gramsciano auentico, più la sua ragione vede nero, più la sua volontà lo induce a combattere. Nulla poteva essere più antitetico all’autore siciliano dell’eloquio ridicolmente impostato e dell’innaturale sintesi Gramsci/Evola tipici dell’opinionista spocchioso, ormai megafono televisivo del peggior populismo filoputiniano.

Ecco quindi il feroce Le avventure rossobrune di Ego Fuffaro, in cui Spataro mostra tutti i suoi più aguzzi artigili: dall’ormai immancabile Meloni ai sempre fustigati Gomez e Travaglio, dalla coppia Di Maio/Di Battista agli esponenti più ambigui del rossobrunismo, Spataro non risparmia a nessuno nomignoli deformanti e rapprentazioni crudeli, eccezion fatta per il collega Mario Natangelo, vignettista de Il Fatto Quotidiano abile nella provocazione a tutto raggio.

Tra citazioni di Stranger Things e riferimenti psicanalitici, Spataro mette a nudo con crudele aderenza al vero l’evidente psicodramma che è alla base del tristo fenomeno “intellettuale” del momento.

In omaggio al protagonista del libro, con l’autore abbiamo intavolato un’aulico simposio, in cui Spataro parrebbe però negare qualsiasi connessione con personaggi noti.
Insomma, nega la verità anche di fronte alle evidenze più clamorose.
Come un grillino qualsiasi.

In questo libercolo satireggiante non lesini giambi e invettive a un cognito meditatore teoretico le cui arzigogolate elucubrazioni possono cotidie essere oggetto di posteriore cogitazione attraverso gli ormai collaudati ritrovati della tecnica che si avvalgono dell’ausilio del tubo catodico. Perché tale invereconda acredine che indulge talvolta financo nel turpiloquio?

Sovente è d’uopo dar libero sfogo alle più recondite pulsioni d’ira, acciocché si possa indirizzare rabbia altrimenti sopita verso atteggiamenti violenti, ancorché limitati all’invettiva orale ed indirizzati contro obiettivi inesistenti, sebbene appaiano verosimili. È lo scopo principale del linguaggio satirico; disincentivare in modo consciamente reazionario e classista qualsivoglia sentimento di protesta ed incanalarlo verso i limiti bidimensionali e devirilizzanti della carta od anche del cinematografo, per il timore fondato che esso possa divenire in profondità terreno fertile di movimenti sociali che stravolgano il sistema vigente.

Essendo il meditatore sopra menzionato fieramente parteggiato contro il pensiero dominante della dittatura unica del turbocapitale genderista, dovremmo forse sospettare che con non virile maschera tale canzonatura plauda a – peggio venga surrettiziamente sovvenzionata da – gli sgherri dell’Europa del Capitale, fautori di un’atomizzazione pansessistica delle coscienze pari alla precarizzazione sistematica delle esistenze da essi barbaricamente perpetrata nei confronti del contemporaneo sottoproletariato ormai marxianamente alienato e gramsciamente scevro da qualsiasi coscienza di classe?

Per quanto concerne il cogitante di cui favelli, il quale in nulla è legato al protagonista del libello grafico sequenziale di cui mi fregio di essere l’autore, credo sia piuttosto egli a servire il pensiero unico dominante, oggi tendenzialmente xenofobo anziché mondialista e cosmopolita.
Compito precipuo di noi intellettuali radical chic è, nel mondo odierno, contrastare codesta fallace menzogna e battagliare alla bisogna affinché si comprenda che simili atteggiamenti infondati, beceri e nazionalpopolari siano in realtà prova evidente del servilismo euroinomane di tanti adoratori di bonifici delle odiate banche, nonché testimonianza evidente della mancanza di pelo che, realisticamente, sovente strugge il bardo twittatore compulsivo sovranista.

Puoi dimostrare di non essere in possesso di un aureo strumento atto al conteggio dello scorrere ineluttabile del Tempo come regalìa di un noto imprenditore ungherese naturalizzato americano presidente della “Fondazione della Società Aperta”?

Come l’attico del grattacielo più alto di Capalbio e il maglione di cachemire rosso, sappi che financo il Rolex è frutto di una legittima e meritata plutoeredità di un mio antenato socialista liberale di nobile lignaggio granducatico. Qualora, invece, volessi alludere al noto benefattore prepuziofobico, mi preme avvisarti di desistere poiché con Giorgio Sorella sono legato da una storica amicizia che travalica qualsivoglia muro.

Potresti rendere maggiormente perspicue le tue allusioni velate all’esistenza di un fronte ideale associabile alle variazioni cromatiche del rubro e del moro? Soprattutto perché associ arditamente tale appartenenza alla condizione di cilindro sodo galleggiante dal corpo umano esecreto?

Come ho testé imparato durante l’ultimo faticoso ventunesimo anno fuoricorso dell’Accademia di Belle Arti, qualora un rosso rubicondo desaturato poiché malconcepito dovesse mescolarsi con un colore nero spento (con punte di grigio ratto e verde militare), è insindacabilmente dimostrabile che ne verrebbe fuori una soluzione cromatica ibrida e meticcia verosimilmente paragonabile allo sterco di fogna.

Quali sono i tuoi convincimenti in relazione alla collaborazione intellettuale del previamente evocato meditatore col diario telematico di una nota forza tradizionalista ribattezzata CasaLibbra in omaggio a un grande Cantore proveniente dalla Nuova India scoperta da un celebrato nostrano navigatore che i propri fortunati natali trovò nella Superba?

Non comprendo di chi discetti. Il protagonista della mia novella grafica è, invero, un sedicente studioso di marxismo che sovente frequenta chiunque lo inviti a dar sfoggio del suo ego, bulimico di popolo, persino ambienti fascisti ove, all’opposto, il pensiero è, non tanto in dissenso, quanto inesistente.

Per tributare degno omaggio a cogitazioni già ospitate su queste ardite colonne telematiche, sono a porti il vetusto quesito: cosa abbiamo fatto per meritarci Diego Fusaro?

Son portato a pensare che i tuoi bizzarri riferimenti sian frutto di turbocasuale coincidenza poiché il suddetto è soltanto un triste novello Sgarbi pacato fortunosamente promosso da tanti piccoli format sguatatamente mauriziocostanzoshowfili, mentre il mio Ego è infinitamente più concreto e dignitoso. E credo che persino tu ne convenga, nevvero?

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Morte di un ragazzo. Federico Aldrovandi, dieci anni dopo https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/ https://minimaetmoralia.it/estratti/zona-del-silenzio-federico-aldrovandi/#comments Fri, 25 Sep 2015 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13895 (fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo "Ferrara, Italia", la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

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(fonte immagine)

Sono già passati dieci anni dalla morte di Federico Aldrovandi: ripubblichiamo “Ferrara, Italia”, la prefazione di Girolamo De Michele a Zona del silenzio. Una storia di ordinaria violenza, graphic novel sul caso Aldrovandi di Checchino Antonini e Alessio Spataro  uscito nel 2009 per minimum fax. 

di Girolamo De Michele

in ricordo di Arnaldo Scotti

Chi entra nel centro di Ferrara deve attraversare una specie di invisibile strettoia, un restringimento della coscienza morale non percepibile ad occhio nudo. Bisogna avere l’occhio buono per i fantasmi del passato e del presente, per vederla: buono come quello di Bassani, che per primo ne indicò un tratto. All’imbocco del corso Martiri della Libertà, tra il Castello e il Teatro, un marciapiede fronteggia i portici. Su quel marciapiede, che corre sotto il fossato del Castello, caddero i fucilati del 15 novembre 1943: lo ricorda una lapide. Il turista che (sempre più di rado, ormai) ha conoscenza del racconto bassaniano Una notte del ‘43, o del film di Florestano Vancini La lunga notte del ‘43, sa di cosa si tratta.

E cerca sull’altro lato della strada, con lo sguardo verso l’alto, la finestra al di sopra della farmacia: quella finestra dalla quale Pino Barilari, reso indimenticabile dall’interpretazione di Enrico Maria Salerno, assiste nascosto dalla persiana alla strage fascista senza intervenire. Lasciamo proseguire il nostro turista: appena oltrepassato il Castello si troverà sotto la statua di fra’ Girolamo Savonarola, profeta senz’armi che a Ferrara, “in tempi corrotti”, sferzava le coscienze e fustigava “i vizi e i tiranni”. È scolpito con le braccia larghe e la bocca aperta, nell’atto di inveire contro il malcostume del suo tempo. A Ferrara il Savonarola è ricordato dai cronachisti così: le vicende fiorentine, nelle quali darà prova di pessimo governo, non ne intaccano la memoria. Il turista prosegue alla ricerca della Ferrara Magica, senza badare agli opposti monumenti tra i quali è transitato. La finestra e il profeta urlante che quasi si fronteggiano mettono in scena due città che vivono l’una dentro l’altra.

Da un lato, la città del quieto vivere, della nebbia che nasconde, che spinge a chiudersi nelle proprie case, nel privato: la città dell’indifferenza. Quella Ferrara che con troppa leggerezza, all’indomani del ‘45, dimenticò i suoi trascorsi fascisti e nascose sotto un’improvvisata barba da antifascista vent’anni di obbedienza passiva (ma anche fruttuosa, per l’agraria inurbata e la borghesia rampante) al Regime. Dall’altra parte, la città dell’impegno civile, degli intellettuali raffinati, delle scuole polo nazionali. La città che parla, comprende, scrive, riflette. Due città. In perpetua lotta tra di loro: la città della nebbia e della viltà, dei salotti buoni e degli affari che aggiungono sempre un posto a tavola e in cooperativa la Ferrara che cerca di soffocare l’altra, la città dell’impegno che combatte per non lasciarsi schiacciare dal quieto vivere.

La città della CoopCostruttori e degli scandali edilizi, dei livelli di inquinamento ai vertici dell’Europa, e la città dei referendum autogestiti contro inceneritori e centrali a Turbogas. La città degli operai della Solvay morti di tumore, e la città che difende quei “galantuomini” dei dirigenti della Solvay. La Ferrara che ogni anno ricorda l’eccidio del castello, ma poi costruisce un asilo nido su una ex discarica di CVM.

Bisogna attraversarla, questa invisibile strettoia del Corso. Bisogna attraversarla anche per attraversare la Piazza e dirigersi verso quella periferica via dell’Ippodromo dove, in una notte di settembre del 2005, un ragazzo ha incontrato una volante della polizia ed è stato ammanettato ed ha conosciuto i manganelli ed ha urlato per mezz’ora, prima di morire ai piedi di un muro. «Di morte violenta», secondo la deposizione dello specialista cardiologo dell’Università di Padova Gaetano Tiene al processo, lo scorso 9 gennaio. Di fronte al muro: palazzine. Finestre. Persiane chiuse e tapparelle abbassate.

Il 25 settembre 2008, la fiaccolata silenziosa che ogni anno parte dalla Piazza Trento e Trieste per raggiungere l’Ippodromo è sfilata sotto quelle finestre. C’erano i genitori di Aldro, gli amici, gli studenti, qualche insegnante, gli Ultras della Spal. C’era la gente comune. Il silenzio della fiaccolata era rotto da un suono macabro, simile al sibilo di un fantasma della lunga notte del ‘43: le tapparelle che venivano frettolosamente abbassate dai condomini. Quel silenzio era insopportabile: rumoreggiava nella coscienza della città di Pino Barilari, della città che si nasconde dietro le tapparelle. Una città che ha abbassato le tapparelle quella notte in cui i manganelli dei custodi dell’ordine pubblico si rompevano mentre Aldro urlava.

Ferrara, Italia.

La notte del ‘43 è la notte della coscienza morale di un’Italia che ha svestito la camicia nera, ma ha lasciato che l’uomo medio – «un pericoloso delinquente, mostro, razzista, colonialista, schiavista, qualunquista», urlava Orson Welles (doppiato da Giorgio Bassani!) ne La Ricotta di Pasolini – continuasse a perpetrare la propria egemonia. Liberatasi dall’incubo della rivoluzione culturale, politica e sociale degli anni Sessanta e Settanta che ha rappresentato, nella sua selvaggia anomalia, l’unico tentativo di creazione autonoma di una cultura, un’identità, un sapere dal basso, scaturito e temprato nel fuoco vivo delle lotte, l’Italia dell’uomo medio ha dissolto il miracolo economico in un pulviscolo sociale rancoroso.

L’italiano medio non è più il punto d’intersezione sociale tra le diverse figure che – dal patto costituzionale tra la classe operaia e la borghesia progressiva alle grandi riforme sociali degli anni Settanta – in modo diverso operavano, anche attraverso il conflitto, per modificare lo stato di cose esistente. L’italiano medio odierno è la media tra le molte non-virtù civiili che esprimono il comune sentire di un paese sull’orlo di una crisi: un paese nel quale – come in The Village, il film di M. Night Shyamalan – l’identità diventa una frontiera, nel quale i sentimenti prevalenti sono la paura, come reazione ad un futuro del quale non si riescono ad identificare i tratti; ed il rancore verso ogni possibile elemento di disturbo della nostra condizione.

È contro questa Italia che sfilano ogni anno gli amici di Aldro. Per quest’Italia, uno come Federico Aldrovandi è un fastidio, un problema. Uno da nominare, da scacciare dalla Casa delle Coscienze Assopite.

Un due tre, viva Pinochet. Quattro cinque sei, Al forno gli ebrei. Sette otto nove, Il negretto non commuove. Così cantavano, nelle loro caserme, alcuni carabinieri, quella sera, a Genova. Il nome di Carlo Giuliani era appena stato reso noto. Per ragioni ancora da spiegare, avevano impiegato ore per identificare un ragazzo già schedato, con un riconoscibilissimo tatuaggio sulla schiena che sporgeva dalla canottiera: molto poco Black Bloc, molto poco in chiave con l’immagine del teppista travisato.

Cinque anni dopo, Haidi Giuliani riconoscerà nella strategia di diffamazione di Aldro gli stessi segni, le stesse insinuanti domande alle quali aveva dovuto rispondere. Il ragazzo era drogato? Aveva animali in casa? Era forse un punkabbestia? Le domande non sono mai neutrali: formulate nel modo giusto, restano impigliate nei gangli della memoria. Se formulate bene, con il giusto tono, prevalgono sulle risposte: predeterminano l’ottica con la quale saranno considerate tutte le successive informazioni. «Come di Federico, – scrive Haidi Giuliani a Patrizia Moretto, madre di Aldro, in una lettera pubblicata il 17 gennaio 2006 su Liberazione – anche di Carlo è stato detto che era un drogato, un poco di buono, uno senza lavoro, senza casa né famiglia, come se esistesse una condanna legittima e automatica alla pena di morte per chi lo fosse davvero. Anche a me è stato impedito per molte, troppe ore, di vedere il suo corpo. Anch’io, come te, non so chi l’ha ucciso. Anch’io, come te, ho aspettato che persone competenti, preposte istituzionalmente a questo compito, restituissero alla sua morte almeno la verità; persone impegnate per legge, così io credevo, ad assolvere il loro compito fino in fondo».

Nel caso di Carlo Giuliani, le registrazioni delle conversazioni tra i carabinieri nelle loro caserme, quel 20 luglio 2001, contengono già la risposta alla domanda “chi è quel ragazzo morto?”: una zecca. “Una zecca del cazzo”. Uno a zero per noi, dice ridendo una poliziotta quella notte. Come due squadre alla partita: noi di qua, le zecche di là. Le zecche sono gli ultras degli stadi, nel gergo dei poliziotti. Sono i “comunisti”, gli anarchici, i No Global. I drogati. Sono gli immigrati clandestini, i migranti, i rumeni, gli zingari. Le palandrane del cazzo, urla nei comizi l’onorevole Mario Borghezio. Scacciamo le zecche! Col fuoco, se occorre. I pagliericci sotto i ponti sono pieni di zecche: sono gli immigrati che ci dormono sopra. Carlo Giuliani era una zecca: come Aldro.

L’italiano medio non ama la complessità: non la comprende, non la trova utile. Le passioni tristi sono un cosa semplice: la paura è un ottimo collante sociale. Funziona: che altro? La complessità è problematica, richiede un lavoro di apprendimento, adattamento, rielaborazione senza fine; richiede la disponibilità a mutare pelle, ad abbandonare gli stereotipi, i pregiudizi. Richiede una flessibilità mentale che spaventa. Negli anni Ottanta, uno dei segnali della restaurazione in corso fu l’improvviso successo, tra una generazione di studiosi che avevano teorizzato la trasformazione dello stato di cose esistente, di teorie sociologiche che consigliavano la riduzione della complessità sociale. Da alcuni anni è considerata un valore la “semplificazione del quadro politico”. Forse qualcuno ricorda ancora che uno degli slogan politici della prima campagna elettorale della cosiddetta “seconda Repubblica” era: “o di qua, o di là”. Non dice forse la stessa cosa quel fine pedagogista che ha messo in moto la riforma della scuola? «La mente umana è semplice e risponde a stimoli semplici» (Giulio Tremonti, “Il passato e il buon senso”, Corriere della Sera, 22 agosto 2008, qui). A dispetto della collocazione (solo a p. 37, non in prima pagina, non tra gli editoriali), questo articolo è una delle più efficaci espressioni dell’egemonia culturale della destra al potere che oggi si dispiega. È un manifesto ideologico, che meriterebbe un’analisi, anche stilistica, minuziosa: non essendo questo il luogo, seguiamone alcune linee direttrici.

La società italiana si sta rinchiudendo dietro uno steccato per proteggersi da mostri immaginari che assediano il villaggio: è il rifugio, è il recinto stesso a generare la paura dell’esterno, dell’aperto. Della diversità. Il villaggio regredisce ad un passato immaginario. «Può essere invece il ritorno al passato e all’800, e molti segni sono in questa direzione, può essere che dall’attuale «marasma» prenda inizio un nuovo futuro», scrive ancora Tremonti nel suo articolo-manifesto. Non importa quanto reale e quanto no – basta che sia anteriore a un numero, il 1968: l’unico numero che il Ministro toglierebbe dalla circolazione. Sostituendo i numeri ai giudizi, il mondo (non solo nella scuola, sostiene Tremonti) ridiventa semplice: come dappertutto i numeri sostituiscono i giudizi. «I numeri sono una cosa precisa, i giudizi sono spesso confusi. Ci sarà del resto una ragione perché tutti i fenomeni significativi sono misurati con i numeri». Su questo Tremonti ha ragione, i giudizi implicano l’attivazione della facoltà del giudicare. Per effetto di quel nefasto numero da togliere – «1968, sintetizzato in 68» – presero piede idee e pensatori che vedevano nella società moderna il germe del totalitarismo nell’atrofizzazione della facoltà di giudicare.

Giudicare è azione anch’essa complicata: più semplice è sostituire categorie come giusto/ingiusto con copie più semplici: bello/brutto, dentro/fuori, amico/nemico. L’obbedienza evita la fatica di pensare. Per effetto di quel numero nefasto, persino i poliziotti cominciarono a pensare. A chiedere la democratizzazione della polizia, che faceva il paio con la virtù della disobbedienza predicata da don Lorenzo Milani, il prete che insegnava ai poveri, inventava la scuola del futuro e finiva sotto processo per aver detto che l’obbedienza non è più una virtù.

Una società democratica è una società nella quale nessuno finisce in galera per aver espresso le proprie opinioni; nella quale il diritto all’istruzione non è un’affermazione teorica, ma un fatto; nella quale non si muore mentre si manifestano le proprie idee, né per aver incontrato una volante della polizia. Ora che il tempo si riavvolge all’indietro, anche la democratizzazione della polizia si è rivelata un’utopia: al suo posto è stato concesso il diritto di sparare, si gridava un tempo nei cortei. A Genova un’intera generazione, cresciuta senza sapere nulla di Francesco Lorusso e Giorgiana Masi, di piazza Fontana e dei morti di Reggio Emilia, scopre quanto è facile morire, nell’Italia di oggi. O quanto è facile uccidere.

L’educazione delle forze dell’ordine è un fatto semplice: noi, loro. Avanzano battendo i manganelli sugli scudi, allo stadio come in via Tolemaide, a Genova. La loro formazione di base è elementare: tutte uguali, le zecche. Compaiono foto del Duce nei portafogli, Faccetta nera nelle suonerie dei telefonini, celtiche bandiere della RSI nelle camerate. Dal Libro Bianco sui fatti di Genova al recente ACAB: All cops are bastards di Carlo Bonini (Einaudi Stile Libero, 2009), ai molti libri-testimonianza di vittime dei pestaggi alla Diaz e a Bolzanetto (come Genova. Il posto sbagliato, di Enrica Bartesaghi, Nonluoghi Libere Edizioni, 2004) le testimonianze sull’educazione e la prassi delle forze dell’ordine pongono un serio problema di democrazia alla società italiana.

E l’esito dei processi per i fatti di Genova dà l’idea di una dilagante impunità. A Genova sono state necessarie migliaia di telecamere in tempo reale per documentare la morte di Carlo Giuliani: a Ferrara il depistaggio, l’occultamento di elementi probanti, le coperture, le false versioni sulla morte di Aldro hanno un che di sciatto, di malfatto. C’è da stupirsi della percezione di intoccabilità che deve aver pervaso i protagonisti attivi di quell’evento, tanto malaccorti sono stati i loro gesti. E quando il blog della madre di Aldro ha cominciato a sgretolare il muro di omertà, la reazione è stata di stizzito stupore prima, e di arroganza poi.

Il 24 febbraio 2006 Gianni Tonelli, segretario nazionale del Sindacato Autonomo di Polizia ha parlato per un’ora, in Questura, seduto tra due esponenti provinciali del SAP. Ha decretato la verità sulle perizie. Ha criticato e dettato l’agenda politica all’opposizione che senza remore ha definito «pavida», «al popolo silente e moderato che non ha voluto dire nulla». Ha stigmatizzato come «azione di sciacallaggio con sfumature politiche, ideologiche e anche culturali» le iniziative di discussione improntate alla richiesta di verità e giustizia. Ed ha attaccato, con nome e cognome, i due presidi delle scuole ferraresi che hanno concesso agli studenti le assemblee per discutere della morte di uno studente, senza preoccuparsi della gravità e della sproporzione di un’accusa lanciata da un dirigente nazionale di un organismo di polizia contro due semplici cittadini: due presidi, Arnaldo Scotti (il cui cuore generoso si è fermato pochi mesi dopo) e Giancarlo Mori, noti in tutta la comunità ferrarese per la dedizione con cui hanno speso un’intera vita per la scuola. Le scuole non devono insegnare a pensare: devono insegnare ad apprendere i fatti, senza interpretazioni. Perché non ci sono, non ci devono essere interpretazioni: solo fatti. Statuto delle studentesse e degli studenti o meno, diritto d’assemblea o no, non c’è nulla da discutere: «una donna ha chiesto l’intervento delle forze dell’ordine perché c’era una giovane persona che per l’alcol e le sostanze stupefacenti si stava facendo del male. Poi purtroppo questa persona è deceduta».

Non ha dubbi il dirigente del SAP.
La vita e la morte sono fatti semplici, si vive e si muore: cosa c’è da interrogarsi sulla morte di uno come Aldro?
Della morte di una zecca?

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Clima di odio https://minimaetmoralia.it/societa/clima-di-odio/ https://minimaetmoralia.it/societa/clima-di-odio/#comments Sun, 31 Oct 2010 07:46:29 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3145 minima&moraliaMinima&moralia è una rivista online nata nel 2009. Nel nostro spazio indipendente coesistono letteratura, teatro, arti, politica, interventi su esteri e ambiente

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Morire, vivere https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-vivere/#respond Mon, 08 Feb 2010 09:10:07 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1695 Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni. Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa […]

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Sempre a proposito di carcerati e carcerieri, eccovi una breve e sensata riflessione di Alessandro Leogrande già apparsa su Innocenti evasioni.

Come in molti, in queste settimane, mi sono trovato a confrontare la morte di Stefano Cucchi con quella di Federico Aldrovandi. Non solo perché erano entrambi giovani, e in fondo a essere stata uccisa è stata innanzitutto la loro giovinezza. Non solo perché sono morti allo stesso modo, e al modo di Franco Serantini, pestati a sangue, massacrati, da uomini in divisa che in quel preciso momento incarnavano e rappresentavano lo Stato. Non solo perché identico è stato, in entrambi i casi, il tentativo di calunniare la vittima dopo l’omicidio, e quello speculare di erigere una coltre di nebbia intorno alla vicenda.

I due casi sono stranamente simili soprattutto per un altro particolare. Entrambe le volte, l’unico testimone che ha ammesso di aver assistito al pestaggio, l’unica persona che ha avuto il coraggio (o la profonda dignità) di dire chiaramente ciò che i suoi occhi avevano visto, non era nata in Italia. In entrambi i casi, erano immigrati. Nel caso di Aldrovandi, ucciso a Ferrara nel 2005, si tratta di Anna Marie Tsangue, una donna camerunese di 35 anni. «Anne Marie Tsague», ha scritto in uno dei suoi articoli dedicati al caso Cinzia Gubbini, «quella mattina alle sei era sul balcone del suo appartamento al primo piano di via dell’Ippodromo. Era stata svegliata da strani rumori, e dai lampeggianti delle volanti. Si è affacciata alla finestra e, sconvolta, ha assistito all’ultima parte di una strana “colluttazione” in cui un ragazzo solo viene manganellato da quattro poliziotti, che lo atterrano con facilità e continuano a prenderlo a calci anche quando ormai è completamente immobilizzato». (Su questa infame pagina della nostra storia recente è importante leggere il graphic novel Zona di silenzio di Checchino Antonini e Alessio Spataro, edito da minimum fax).
Nel caso di Cucchi, quattro anni dopo, si tratta invece di un ragazzo gambiano. Ha udito le urla e poi, dallo spioncino della sua cella, avrebbe assistito al pestaggio di Stefano negli interrati del tribunale. Ora vive sotto protezione, in luogo segreto, perché si teme fortemente che venga costretto a ritrattare. Il suo nome non è stato reso noto. Si sanno solo le iniziali: S.Y.
Entrambe le volte, dei giovani africani hanno riferito semplicemente ciò che avevano visto, al contrario del lungo rosario di omissioni, silenzi, tentennamenti, connivenze, ripensamenti messo in campo da tutti gli altri potenziali osservatori o ascoltatori. E che con ogni probabilità ci sono stati. Quanto costa dire di aver assistito a un pestaggio finito in morte? Che prezzo hanno quelle parole? E perché abbiamo infinitamente bisogno degli occhi di Alì (si potrebbe dire, parafrasando Pasolini), degli occhi di Anne Marie Tsangue, per aggrapparci a un brandello di giustizia?
Parrebbe una costruzione letteraria. In entrambi i casi – nell’Italia xenofoba del pacchetto sicurezza, nell’Italia dell’identità bianca e cristiana, nell’Italia in cui un ragazzo che muore “di sicuro se l’è andata a cercare” – a vedere e a dire sono stati due di coloro che si vorrebbe segregare, allontanare, respingere in mare, detenere a lungo nelle prigioni o – quando va bene, quando vince il buonismo – ridurre all’unico rango di forza-lavoro mansueta da spremere finché serve.
Parrebbe una costruzione letteraria, ma non lo è. È andata davvero così. Senza la dignità, l’umanità, e soprattutto l’immediata propensione a dire la verità, di un ragazzo e di una ragazza africani, diversissimi tra loro, che per motivi diversissimi si sono trovati, l’uno e l’altra, casualmente sul luogo del pestaggio, le coltri di nebbia sarebbero ancora lì a nascondere, celare, violare ogni minimo senso del diritto.

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